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Indagini CAR svelano traffico di armi tra Iran e Yemen

Medio oriente – Africa di

Secondo il rapporto pubblicato il 29 novembre scorso dal Conflict Armament Research (CAR), istituto di ricerca britannico finanziato prevalentemente dall’Unione Europea, risulta evidente il ruolo dell’Iran nell’approvvigionamento di armi ai ribelli Houthi in Yemen. L’analisi si basa sulla confisca di armi da imbarcazioni in transito nel mare arabico condotta nei mesi di febbraio e marzo dalla nave da guerra australiana HMAS Darwin e dalla fregata francese FS Provence, entrambe parte della Joint International Task Force operativa nel Corno d’Africa in azione antiterroristica e antipirateria. La task force agisce indipendentemente e separatamente dalla coalizione militare a guida saudita operativa nelle stesse acque.

Secondo i dati riportati, la HMAS Darwin avrebbe sequestrato più di 2.000 armi, tra cui mitragliatrici modello AK e 100 lanciarazzi di fabbricazione iraniana da un sambuco diretto verso la Somalia. I sequestri della fregata francese includono altri 2.000 mitragliatori, anche questi con caratteristiche tipiche della produzione iraniana e 64 fucili di precisione Hoshdar-M, made in Iran. Sono stati rinvenuti, inoltre, nove missili guidati anticarro Kornet, di produzione russa. Un ulteriore Kornet intercettato in Yemen dalle forze della coalizione saudita apparterrebbe alla stessa serie di produzione di quelli confiscati dalla FS Provence.

Il rapporto cita, inoltre, il sequestro da parte della USS Sirocco -guardacoste della marina militare statunitense- di mitragliatrici AK, lanciarazzi e mitra a bordo di un altro sambuco in transito nella regione. A detta statunitense, le armi proverrebbero dall’Iran e sarebbero destinate allo Yemen. Tuttavia, ad oggi, gli Stati Uniti non hanno condiviso informazioni aggiuntive con il CAR.

Gli armamenti confiscati a bordo sembrerebbero coincidere con quelli sequestrati ai ribelli Houthi in Yemen. Incrociando numeri di serie e modello delle armi, il CAR ha sottolineato tre conclusioni principali riguardo l’origine delle stesse.

In primis, i lanciamissili RPG di produzione iraniana -facilmente identificabili dal colore verde olivastro delle componenti, la forma cilindrica dell’impugnatura posteriore e il numero di serie giallo – sono stati ritrovati a bordo di numerosi vasselli, tra cui quelli intercettati dalla HMAS Darwin e dalla Sirocco. Secondariamente, i fucili di precisione potrebbero provenire dalle riserve iraniane. Infatti, un così significativo numero di armi con numeri in sequenza fa pensare ad uno stock proveniente dalle riserve nazionali più che da molteplici fonti non statali. Infine, l’Iran potrebbe aver fornito missili guidati anticarro sia di produzione propria che russa.

Considerando la quantità di armi ritrovate a bordo, molte delle quali di provenienza iraniana, gli investigatori parlano, dunque, dell’esistenza di una “pipeline” tra Iran e Yemen. I carichi di armi sarebbero inizialmente destinati ai mercati locali di armi della Somalia (nella regione settentrionale del Puntland) per poi continuare il tragitto verso lo Yemen, dove andrebbero ad armare i ribelli Houthi, in lotta da ormai 20 mesi contro il governo internazionalmente riconosciuto del Presidente Hadi.

Il coinvolgimento dell’Iran in un simile traffico rappresenta -sostiene il CAR- una grave violazione dell’embargo posto dalle Nazioni Unite sul trasferimento di armi ai ribelli. In particolar modo le risoluzioni del CdS (Consiglio di Sicurezza) n° 2140 (febbraio 2014), n° 2216 (aprile 2015), e n° 2266 (febbraio 2016), che invitano i paesi membri ad adottare tutte le misure necessarie per prevenire questo tipo di trasferimenti.

Non sarebbe il primo episodio di violazione delle direttive del CdS da parte della Repubblica Islamica. Il 23 gennaio 2013, infatti, la USS Farragut intercetta un carico di missili Katyusha da 122 mm, sistemi radar, missili antiaereo cinesi QW-1M, and 2.6 tonnellate di esplosivo RDX a bordo della nave Jihan 1, al largo delle coste yemenita. L’episodio violava l’allora più restrittiva UNSCR 1747 (2007), secondo la quale “Iran shall not supply, sell, or transfer directly or indirectly from its territory or by its nationals or using its flag vessels or aircraft any arms or related materiel.”

Come già avvenuto in passato, l’Iran ha nuovamente negato il proprio coinvolgimento in queste attività, sottolineando come il proprio sostegno ai ribelli Houthi sia meramente di natura politico-diplomatica.

Tuttavia, fonti di diversi porti somali confermano che le armi arrivano da grandi imbarcazioni provenienti dall’Iran che o giungono fino al molo o ancorano a largo delle coste, dove vengono raggiunte da barche più piccole che trasportano, poi, parte del carico illecito ad altri porti della regione. Il resto prosegue verso lo Yemen, in particolare il porto di Ash Shihr, a est di Mukalla, dove si camuffano nell’intenso traffico marittimo che caratterizza quest’area. Ulteriore elemento a sostegno delle ipotesi del CAR è la natura stessa delle armi ritrovate, poco comuni nel mercato di armi somalo.

In conclusione, pare evidente il sostegno anche militare dell’Iran ai ribelli Houthi, nonostante i diversi appelli e avvertimenti ricevuti sia in sede ONU che in altri forum regionali. Continueranno le operazioni di pattugliamento nelle acque del Corno d’Africa con lo scopo di ostacolare l’approvvigionamento di armi ai ribelli, alimentando ulteriormente la già critica situazione in Yemen. Sarebbe, tuttavia, auspicabile per il futuro un maggior coordinamento e una più intensa condivisione delle informazioni da parte dei vari attori operativi in campo, in modo da poter avere una visione più completa dei traffici iraniani e poter così rispondere in modo più efficace alla minaccia che gli stessi rappresentano per la stabilità della regione.

 

Paola Fratantoni

Armi occidentali e terrorismo jihadista

Varie di

Il quesito è aperto e si propone con urgenza quando il terrore colpisce nel cuore dei nostri paesi occidentali dove produzione e vendita dovrebbero essere regolamentate da ferree regole di controllo: il traffico internazionale illegale di armi.  Chi produce, chi vende, chi ne fruisce, chi perisce?

Un articolo de 2013 del New York Times rapportava uno schema allora consolidato di vendita di armi croate in Giordania, con un passaggio successivo in Siria e con i ribelli anti Assad come utilizzatori finali. Uno schema deliberato e acconsentito dalla stessa CIA, secondo il quotidiano statunitense. Cosa sono diventati gran parte di quei ribelli, lo sappiamo bene: esercito jihadista dell’autoproclamato Califfato.

Le lobby delle armi non conoscono crisi. Lungi da complesse tesi complotiste senza fondamenta investigative, un dato semplice e recentissimo ci da un segno da non trascurare: l’indomani della dichiarazione ufficiale di guerra contro il terrorismo jihadista da parte del Presidente della Repubblica francese, Hollande, le borse viaggiavano a gonfie vele. Fiducia cieca nell’intensificazione delle operazioni militari o cosa?

L’entrata della Russia nel conflitto indirizza ancora meglio la via delle armi. Uno studio internazionale del 2014, Conflict Armament Research, patrocinato dall’UE, illustrava come gran parte degli armamenti utilizzati nei conflitti in Medio Oriente sono di produzione USA, Russia e Cina. Armi che in caso di avanzata jihadista nei territori finiscono nelle mani dei terroristi. Per ora solo la Cina esporta ufficialmente armi ai regolari governi siriano e iracheno.

D’altra parte, una situazione estremamente complessa è quella del traffico illegale internazionale d’armi leggere. Facendo riferimendo all’ultimo rapporto Illicit Small Arms and Light Weapons elaborato dall’ European Parliamentary Research Service in collaborazione con le Nazioni Unite, si stimano in 875 milioni le armi leggere circolanti a livello mondiale ed appartenenti a privati cittadini.

Una delle vie più gettonate al traffico d’armi leggere è la rotta dei Balcani. Il dissolvimento delle ex Repubbliche jugoslave, la guerra in Bosnia, la crisi albanese del 1997, la guerra in Kosovo nel 1999, hanno facilitato il procuramento illecito da parte di privati o di bande criminali territoriali, dalle riserve degli eserciti governativi . Armi vendute in massa e di continuo alle grandi organizzazioni criminali e oggi anche ai jihadisti radicalizzati negli stessi paesi. V’è una produzione di alta qualità di armi nei Balcani, necessità degli anni della Guerra fredda. Calcolare oggi il numero esatto di armi in circolazione nel Sud Est europeo è difficilissimo. Nel 2012 si stimavano circa 4milioni di armi leggere illegalmente in mano ai privati, 80% delle quali provenienti dai conflitti degli anni ’90. Tuttavia, la continua produzione di armi prevista nei programmi di questi paesi non sono destinati al rafforzamento delle proprie forze armate, cosa che andrebbe a preoccupare seriamente l’UE viste le recenti adesioni di Croazia e Slovenia e delle prospettive future di stabilità nell’area, ma sono ufficialmente destinate all’export internazionale. Pertanto, aldilà di ogni proposito aconfittuale dei suddetti paesi, tali armi spesso finiscono in mani pericolose, com’è naturale che sia, potremmo ben dire. Nel 2013 armi provenienti dalla guerra bosniaca finirono nelle mani di Al-Qaeda vendute da scocietà serbe e montenegrine.

Quanto all’Italia, secondo ultimi rapporti stilati anche dalla Rete per il Disarmo, si stima che circa 28% delle armi italiane sono destinate in Nord Africa e in Medio Oriente a cavallo dell’exploit della crisi siriana. La L. 185/1990, che detta il Divieto di esportazione di armamenti verso quei Paesi in stato di conflitto armato, disciplina il traffico di armi definite “militari”: le armi staccate in pezzi, le munizioni e le armi in dotazione alle forze dell’ordine, che eludono qualsiasi controllo. Fuori da questa norma rimangono le armi leggere, che possono essere smontate e vendute al pezzo. Traffico che può essere effettuato trasportando armi smontabili con semplice bolla di accompagnamento.

Questo scenario sommerso e cruento continua a complicarsi e ad espandersi in più direzioni, anche prevedibili. Poche ore fa è stato bloccato un carico di 800 fucili al porto di Trieste proveniente dalla Turchia e destinato in Germania e forse, Belgio e Olanda.

Armi occidentali in mano ai jihadisti e poi Parigi. Colpita al petto per la seconda volta in 10 mesi, checché se ne dica, la ciptale francese scatena la nostra empatia europea e occidentale, naturale, immediata, senza filtri. Parigi forse ci chiede etica e coscienza; con ciclicità la Ville Lumiere, ogni tanto, ci chiede di illuminarci.
Lungi da ogni moralismo stagnante e retorica impoverita, un richiamo ai fatti: per “liberare” i paesi arabi dai loro carnefici, ne abbiamo sollecitato le primavere, lo abbiamo fatto con armi e denaro.

Voilà, cosa diavolo c’entrano armie denaro con la Primavera?!

Paypal paga multa da 7,7 milioni di dollari

INNOVAZIONE di

Accordo trovato tra la società e il dipartimento del Tesoro Statunitense

Non ha ammesso di aver violato le sanzioni che gli Stati Uniti hanno adottato contro Iran, Cuba e Sudan ma allo stesso tempo Paypal ha siglato un accordo extragiudiziale che nel diritto anglosassone crea un precedente importante.

Accusata di non aver controllato e bloccato pagamenti sospetti da e verso le nazioni segnalate dal dipartimento del tesoro, sistema utilizzato in particolare da un soggetto sospettato di commerciare in armi di distruzione di massa.

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Kursad Zafer Cire, inserito nella lista dei ricercati internazionali per commercio di armi dal Dipartimento di Stato Americano. Nonostante fosse indicato come pericolo dal sistema Paypal le sue operazioni non furono interrotte  proseguirono per ben 4 anni dal 2009 al 2013.

“PayPal – si legge in un comunicato del Dipartimento del Tesoro – ha apertamente ignorato le sanzioni economiche previste dagli Stati Uniti”.

In un comunicato PayPal riferisce di aver collaborato volontariamente alle indagini e di impegnarsi ad adottare le contromisure richieste per evitare il ripetersi delle situazioni imputategli.

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Alessandro Conte

Alessandro Conte
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