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Gli interessi strategici di Cina e USA entrano in collisione

Asia/BreakingNews/Sud Asia di

Negli ultimi dieci anni la Cina è cresciuta enormemente, ridefinendo il suo ruolo a livello economico e geopolitico ed assumendo i connotati di una vera potenza globale. Nonostante i grandi cambiamenti ed il ritmo serrato che li ha contraddistinti, gli imperativi strategici di Pechino continuano ad essere gli stessi, almeno in parte.

In cima alla lista figura ancora il mantenimento dell’unità interna nelle regioni dove prevale l’etnia Han, dislocate prevalentemente lungo il corso di due grandi fiumi, il Giallo e lo Yangtze. Questi territori ospitano la parte più consistente della popolazione cinese ed i settori principali dell’industria e dell’agricoltura nazionali. Mantenere l’unità in questa macro-area è vitale per garantire la coesione del gigante asiatico e consolidare il ruolo del Partito Comunista Cinese come forza egemone. L’obiettivo non è semplice, però. L’uniformità è solo teorica, poiché il gruppo etnico maggioritario del paese si differenzia al suo interno attraverso articolazioni di carattere culturale, sociale ed economico che rendono complicata la ricerca di un punto di equilibrio. Il rallentamento economico, inoltre, contribuisce a rendere il quadro ancora più complesso.

Un’altra sfida fondamentale riguarda il controllo delle regioni cuscinetto, quelle più periferiche, abitate in passato da popolazioni nomadi e caratterizzate, per molto tempo, da confini scarsamente definiti. Nel corso dei secoli la Cina degli Han ha combattuto con i suoi vicini, riuscendo infine ad integrare molte regioni periferiche, dalla Manciuria, fino alla Mongolia, passando per lo Xinjiang, il Tibet e lo Yunnan. Oggi queste aree sono strategiche per Pechino e contribuiscono a rendere il paese la potenza che è, ma pongono molteplici sfide per il potere centrale in termini di coesione e politiche etniche.

Il terzo anello della catena delle priorità fa riferimento  alla protezione delle coste, che si estendono per circa 18 mila chilometri dal Vietnam alla Corea del Nord. Per gran parte della sua storia la Cina ha fatto affidamento sulle dimensioni interne e sulle rotte commerciali terrestri per accaparrarsi le risorse necessarie, rivolgendo scarsa attenzione ai mari. Per lungo tempo, dunque, la Cina non ha voluto disporre di una forza navale potente, concentrandosi sulla difesa delle coste da terra e sviluppando sistemi di navigazione alternativi, attraverso un articolato sistema di canali interni. Oggi la situazione è mutata e la Cina sta rafforzando considerevolmente la sua flotta militare. In queste acque, però, la distanza dall’avversario americano è ancora notevole e le politiche di difesa si concentrano tutt’oggi sul rafforzamento delle protezioni costiere.

Accanto a questi tre imperativi storici, la crescita economica dell’ultimo decennio ha fatto emergere un quarto vincolo strategico: la difesa delle rotte commerciali, delle risorse e dei mercati dalle ingerenze straniere. Oggi la Cina importa almeno quanto esporta, non è più autonoma come un tempo. Il commercio con l’estero è diventato vitale, così come gli investimenti esterni volti ad acquisire tecnologie e know-how. L’affermazione di questo nuovo paradigma ha richiesto una maggiore presenza militare, finanziaria e politica a livello internazionale e ha portato inevitabilmente a una più diretta contrapposizione con gli Stati Uniti e i suoi interessi strategici.

Gli USA, a livello esterno, considerano vitale il controllo degli oceani e il contenimento delle potenze emergenti, la Cina in primis. Pechino, dal canto suo, crede che la propria stabilità economica possa essere messa a repentaglio dal dominio americano sui mari e sulle rotte commerciali e sta rafforzando la flotta per aumentare il peso della sua presenza.

Gli interessi strategici delle due potenze collidono e dall’esito dello scontro dipenderanno gli assetti geopolitici del futuro. La partita principale, al momento, si sta giocando nel Mar Cinese Meridionale dove la Cina reclama il possesso di alcuni arcipelagi per estendere il proprio controllo sull’area e limitare l’egemonia americana sui mari del’Asia meridionale. Gli USA considerano questa politica espansionista come una minaccia alla libertà di navigazione  e come un segnale di eccesiva aggressività da parte di una potenza crescente, sempre più difficile da contenere. Entrambi i paesi hanno le proprie ragioni ed entrambi sono spinti dall’imperativa difesa dei rispettivi interessi strategici.

La contrapposizione si è ormai estesa anche al campo della finanza internazionale. Grazie al potere del dollaro e dell’influenza che questo garantisce sui mercati internazionali, gli USA sono sempre stati in condizione di dettare le regole dell’economia internazionale, relegando la Cina ad un ruolo da comprimario. Per rompere il sistema, la Cina spinge per la creazione di un sistema alternativo di commercio e finanzia internazionale e cerca di accrescere il suo ruolo all’intero della Banca Mondiale e nelle altre istituzioni economiche internazionali.

In definitiva, gli interessi cruciali di Cina e Stati Uniti entrano in conflitto a diversi livelli, sia sul piano militare che su quello economico e nessuno dei contendenti può semplicemente aspettare che l’altro faccia le sue mosse. Il rischio dell’attesa sarebbe probabilmente superiore ai costi dell’azione. L’esito dello scontro non è ancora prevedibile e non sappiamo come evolveranno le attuali strategie. Quel che è certo è che uno dei contendenti, se non entrambi, dovrà rinunciare a una parte dei suoi obiettivi strategici.

 

Luca Marchesini

Luca Marchesini
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