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Egitto, leggi antiterrorismo: un nuovo “Inverno Arabo”?

Medio oriente – Africa di

Pena di morte per chi prende parte alla Jihad attraverso cellule organizzate. I giornalisti non possono dare informazioni diverse da quelle del governo. La presidenza al Sisi segna il ritorno al nazionalismo e alla repressione contro gli oppositori al regime. Ma questo pugno di ferro ha finora portato all’effetto opposto: il numero degli attentati nel Paese è aumentato in modo esponenziale negli ultimi due anni.

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Sì alla legislazione antiterrorismo. La linea dura del presidente egiziano al Sisi passa. All’interno dei 54 provvedimenti varati, spuntano la pena di morte per chi fonda o finanzia una cellula terroristica. Pugno di ferro anche contro i giornalisti, per cui sono previste multe da 23 mila a 58 mila euro per notizie false o informazioni diverse da quelle del governo in materia di terrorismo.

Se di fronte al mondo l’Egitto vuole dimostrare di essere tornato il primo interlocutore nei rapporti politici e commerciali, vedi l’allargamento del Canale di Suez, dall’altra il mostrarsi stabili agli occhi della comunità internazionale porta ad un clima di repressione interna non solo contro i jihadisti, ma anche contro gli oppositori politici, vedi i Fratelli Musulmani, e la carta stampata.

Una repressione iniziata nel giugno 2014, data d’insediamento dell’attuale presidente al Sisi. E proseguita con la continua ricerca dell’annientamento dei protagonisti della Primavera Araba. Molti avversari politici, considerati non terroristi durante il regime di Mubarak, adesso sono considerati criminali. L’esempio più fulgido è la condanna a morte dell’ex presidente Morsi, della guida suprema Badie e dei leader dei Fratelli Musulmani, su cui i legali d’ufficio hanno presentato ricorso il 16 agosto.

Questo tentativo di stabilizzare il Paese, strizzando l’occhio all’Occidente in vista di un possibile intervento delle Nazioni Unite e dell’Italia in Libia, porta con sé una regressione sul piano dei diritti fondamentali. Un atteggiamento bollato, da alcuni osservatori, come ancor più illiberale e militarista rispetto al regime di Mubarak.

Non solo. Tale lotta al terrorismo non sembra portare, nei numeri, un riscontro reale. Anzi, sembra controproducente. Come riportato dal Brookings Institution, i dati pubblicati in agosto dallo Egypt Center for Economic and Social Rights ci dicono che gli attacchi terroristici in Egitto sono aumentati in maniera esponenziale: dal 2011 a giugno 2013 sono stati 78; dal luglio 2013 fino al maggio 2014, 1223.. Dati chiari, ancora più inquietanti se rapportati alle decina di migliaia di arresti per motivi politici, agli almeno 300 scomparsi, agli omicidi di cariche istituzionali e al precipitare della situazione nel Sinai.

Una politica inconcludente e controproducente che, come sottolinea il Brookings Institute, potrebbe essere un regalo, in termini politici e propagandistici, allo Stato Islamico.
Giacomo Pratali

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Egitto, Sinai: 70 soldati uccisi dall’Isis

Attaccati i check point dell’esercito. Almeno 30 miliziani sono rimasti uccisi. Guerriglieri e veicoli-bomba utilizzati nell’attentato. Il Cairo dichiara lo stato di guerra. L’azione terroristica è avvenuta a pochi giorni dall’uccisione del Procuratore Generale.

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“L’Egitto è in guerra”. Queste le parole del governo egiziano dopo gli attentati, verificatisi all’alba di mercoledì 1° luglio, presso la cittadina Sheikh Zuweld, nel Sinai. Il bilancio provvisorio parla di 70 soldati morti e almeno 30 perdite tra i terroristi. L’offensiva del gruppo “Provincia del Sinai”, affiliato allo Stato Islamico dal novembre 2014, ha visto i miliziani condurre un attacco combinato guerriglieri più autobombe contro le cinque postazioni delle truppe regolari.

Non è la prima volta che nella regione orientale dell’Egitto si verificano attacchi di questo genere. Ma stavolta i jihadisti sembrano avere affinato la propria tecnica. Mentre l’esercito, fermo anche in questo caso nelle proprie postazioni fisse, non sembra avere adottato nessuna contromisura negli ultimi mesi.

Il governo del Cairo ha risposto bombardando i guerriglieri con i propri cacciabombardieri F16. Tuttavia, sembra una risposta tardiva ad un attacco prevedibile. Soprattutto alla luce di quello che è accaduto pochi giorni fa, quando il Hisham Barakat, Procuratore Generale dell’Egitto, è rimasto ucciso dopo un attacco bomba mentre era a bordo del proprio veicolo nel centro della Capitale.

Le dichiarazioni e soprattutto i processi contro i nemici di Al Sisi, a cominciare dal presidente deposto Morsi, hanno scatenato una guerra su più fronti all’interno dell’Egitto. Dentro le città, a partire da Il Cairo, dove cellule terroristiche operano. Nel Sinai, luogo storicamente instabile (vedi le misure governative contro l’etnia dei Beduini a cavallo tra gli anni ’90 e i 2000), dove i miliziani della Provincia del Sinai hanno messo su un’organizzazione militare e strategica ispirata a quella dei mujahideen: taglio delle comunicazioni, attacchi combinati, manovre diversive. Vista l’instabilità di questa regione, Israele ha deciso di chiudere le frontiere.

Infine, il governo italiano ha emesso un comunicato in cui esprime la propria vicinanza “al popolo e al governo egiziano di fronte ai gravissimi attacchi terroristici che hanno provocato decine di vittime. L’Egitto è un pilastro di stabilità nella regione e l’escalation della minaccia terroristica non riuscirà a piegare la determinazione del popolo e del governo”.
Giacomo Pratali

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Giacomo Pratali
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