GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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sabiena stefanaj

Armi occidentali e terrorismo jihadista

Varie di

Il quesito è aperto e si propone con urgenza quando il terrore colpisce nel cuore dei nostri paesi occidentali dove produzione e vendita dovrebbero essere regolamentate da ferree regole di controllo: il traffico internazionale illegale di armi.  Chi produce, chi vende, chi ne fruisce, chi perisce?

Un articolo de 2013 del New York Times rapportava uno schema allora consolidato di vendita di armi croate in Giordania, con un passaggio successivo in Siria e con i ribelli anti Assad come utilizzatori finali. Uno schema deliberato e acconsentito dalla stessa CIA, secondo il quotidiano statunitense. Cosa sono diventati gran parte di quei ribelli, lo sappiamo bene: esercito jihadista dell’autoproclamato Califfato.

Le lobby delle armi non conoscono crisi. Lungi da complesse tesi complotiste senza fondamenta investigative, un dato semplice e recentissimo ci da un segno da non trascurare: l’indomani della dichiarazione ufficiale di guerra contro il terrorismo jihadista da parte del Presidente della Repubblica francese, Hollande, le borse viaggiavano a gonfie vele. Fiducia cieca nell’intensificazione delle operazioni militari o cosa?

L’entrata della Russia nel conflitto indirizza ancora meglio la via delle armi. Uno studio internazionale del 2014, Conflict Armament Research, patrocinato dall’UE, illustrava come gran parte degli armamenti utilizzati nei conflitti in Medio Oriente sono di produzione USA, Russia e Cina. Armi che in caso di avanzata jihadista nei territori finiscono nelle mani dei terroristi. Per ora solo la Cina esporta ufficialmente armi ai regolari governi siriano e iracheno.

D’altra parte, una situazione estremamente complessa è quella del traffico illegale internazionale d’armi leggere. Facendo riferimendo all’ultimo rapporto Illicit Small Arms and Light Weapons elaborato dall’ European Parliamentary Research Service in collaborazione con le Nazioni Unite, si stimano in 875 milioni le armi leggere circolanti a livello mondiale ed appartenenti a privati cittadini.

Una delle vie più gettonate al traffico d’armi leggere è la rotta dei Balcani. Il dissolvimento delle ex Repubbliche jugoslave, la guerra in Bosnia, la crisi albanese del 1997, la guerra in Kosovo nel 1999, hanno facilitato il procuramento illecito da parte di privati o di bande criminali territoriali, dalle riserve degli eserciti governativi . Armi vendute in massa e di continuo alle grandi organizzazioni criminali e oggi anche ai jihadisti radicalizzati negli stessi paesi. V’è una produzione di alta qualità di armi nei Balcani, necessità degli anni della Guerra fredda. Calcolare oggi il numero esatto di armi in circolazione nel Sud Est europeo è difficilissimo. Nel 2012 si stimavano circa 4milioni di armi leggere illegalmente in mano ai privati, 80% delle quali provenienti dai conflitti degli anni ’90. Tuttavia, la continua produzione di armi prevista nei programmi di questi paesi non sono destinati al rafforzamento delle proprie forze armate, cosa che andrebbe a preoccupare seriamente l’UE viste le recenti adesioni di Croazia e Slovenia e delle prospettive future di stabilità nell’area, ma sono ufficialmente destinate all’export internazionale. Pertanto, aldilà di ogni proposito aconfittuale dei suddetti paesi, tali armi spesso finiscono in mani pericolose, com’è naturale che sia, potremmo ben dire. Nel 2013 armi provenienti dalla guerra bosniaca finirono nelle mani di Al-Qaeda vendute da scocietà serbe e montenegrine.

Quanto all’Italia, secondo ultimi rapporti stilati anche dalla Rete per il Disarmo, si stima che circa 28% delle armi italiane sono destinate in Nord Africa e in Medio Oriente a cavallo dell’exploit della crisi siriana. La L. 185/1990, che detta il Divieto di esportazione di armamenti verso quei Paesi in stato di conflitto armato, disciplina il traffico di armi definite “militari”: le armi staccate in pezzi, le munizioni e le armi in dotazione alle forze dell’ordine, che eludono qualsiasi controllo. Fuori da questa norma rimangono le armi leggere, che possono essere smontate e vendute al pezzo. Traffico che può essere effettuato trasportando armi smontabili con semplice bolla di accompagnamento.

Questo scenario sommerso e cruento continua a complicarsi e ad espandersi in più direzioni, anche prevedibili. Poche ore fa è stato bloccato un carico di 800 fucili al porto di Trieste proveniente dalla Turchia e destinato in Germania e forse, Belgio e Olanda.

Armi occidentali in mano ai jihadisti e poi Parigi. Colpita al petto per la seconda volta in 10 mesi, checché se ne dica, la ciptale francese scatena la nostra empatia europea e occidentale, naturale, immediata, senza filtri. Parigi forse ci chiede etica e coscienza; con ciclicità la Ville Lumiere, ogni tanto, ci chiede di illuminarci.
Lungi da ogni moralismo stagnante e retorica impoverita, un richiamo ai fatti: per “liberare” i paesi arabi dai loro carnefici, ne abbiamo sollecitato le primavere, lo abbiamo fatto con armi e denaro.

Voilà, cosa diavolo c’entrano armie denaro con la Primavera?!

Migranti a Calais – “Le parole sono importanti”, Cameron!

EUROPA/POLITICA/Varie di

Se fosse stato un personaggio surreale nel film “Palombella rossa”, avendo come interlocutore il Nanni Moretti impietoso di allora, David Cameron, il premier britannico, si sarebbe preso un ceffone memorabile sulle guanciotte rosee (molto british) e si sarebbe memorizzato a vita un “le parole sono importanti!!!” a seguito di quanto dichiarò ieri in tema di migranti.

“È molto complicato, lo capisco, perché c’è uno sciame di persone che arrivano attraverso il Mediterraneo, cercando una vita migliore; che vogliono venire in Gran Bretagna perché la Gran Bretagna ha posti di lavoro, è un’economia in crescita…”. Lo dice nel corso di un’intervista televisiva durante il suo tour in Vietnam, usando parole inopportune, perché no, sbagliate, per riferirsi ai migranti che da giorni tentano di attraversare l’Eurotunnel partendo da Calais.
La Gran Bretagna “non è un rifugio” per migranti e “sarà fatto tutto il necessario per garantire che i nostri confini siano sicuri”, ripete senza sosta Cameron in questi giorni. Ma in quell’intervista rilasciata a ITV News dal Vietnam, il premier si è lasciato andare usando una terminologia inaccettabile.

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Un commento “irresponsabile” e “disumanizzante” lo ha definito il Consiglio per i rifugiati britannico: “Questo tipo di retorica – aggiunge l’organizzazione – è molto irritante e arriva in un momento in cui il governo dovrebbe concentrarsi e lavorare con le controparti europee per rispondere con calma e compassionevolmente a questa terribile crisi umanitaria”. Cameron si dovrebbe ricordare che sta parlando di “persone non di insetti”, ha attaccato nel corso di un’intervista alla Bbc la leader ad interim dei Labour , Harriet Harman: “Credo che sia molto preoccupante – ha detto – che Cameron sembri voler aizzare la gente contro i migranti a Calais”. Anche Andy Burnham, altro contendente nella competizione per la leadership laburista, su Twitter condanna: “Cameron che chiama i migranti ‘sciame’ è a dir poco vergognoso”.
“Cameron rischia di disumanizzare alcune delle persone più disperate del mondo. Stiamo parlando di esseri umani, non insetti”, critica anche il leader dei liberal-democratici britannici, Tim Farron. “Usando il linguaggio del primo ministro” ha aggiunto “ perdiamo di vista quanto disperato deve essere qualcuno che si aggrappa al fondo di un camion o in treno per la possibilità di una vita migliore”.
Quando a distanziarsi da tale linguaggio è pefinoNigel Farage,il leader di UKIP, celebre per la sua posizione anti-migratoria, suggerendo che il linguaggio del premier era “parte di un suo sforzo per apparire forte sull’immigrazione” e che lui non avrebbe usato un linguaggio simile.

Il rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per le migrazioni, Peter Sutherland ha ricordato che il dibattito nato sui migranti in arrivo da Calais “è decisamente eccessivo”: “Stiamo parlando – ha detto alla Bbc – di un numero di persone relativamente piccolo rispetto a quello che altri Paesi si stanno trovando a fare e che devono essere aiutati da Francia e Gran Bretagna”. In numeri: la Germania l’anno scorso ha ricevuto 175 mila domande di asilo e Londra 24 mila. “Qui stiamo parlando a Calais di un numero di persone tra le 5 mila e le 10 mila che vivono in condizioni terribili. La prima cosa che dobbiamo fare collettivamente è occuparci delle loro condizioni invece di parlare di costruire muri”.

Intanto, il dibattito sul “che fare” si infuoca ogni giorno tra i sudditi si Sua Maestà. “Gli importanti flussi migratori provenienti da Siria e Africa subsahariana sono una realtà. Non sono il risultato di trattati o di direttive dell’UE. Certi rifugiati tenteranno con tutti i mezzi di giungere in Gran Bretagna passando dalla Francia. Soltanto i Paesi che cooperano malgrado tutte le difficoltà potranno gestire, o diminuire, un movimento migratorio tanto forte … Il problema non è puramente britannico o puramente francese, è una questione comunitaria. Deve essere risolto in comune, in un modo tanto umano quanto risolutivo”, riporta The Guardian il 29 luglio.

Il ministro dell’Interno britannico Theresa May ha annunciato lo stanziamento di altri 7 milioni di sterline (10 milioni di euro) per rafforzare la sicurezza nei terminal di imbarco dell’Eurotunnel a Coquelles, nel Nord della Francia, al termine del suo incontro con l’omologo francese Bernard Cazeneuve. L’annuncio arriva dopo che Eurotunnel ha riferito dell’incursione lanciata in queste notti da parte di circa 2.000 migranti che tentano il tutto e per tutto per attraversare la Manica e raggiungere la Gran Bretagna.

Si rischia la vita ogni notte e, a volte, la si perde, come è accaduto la sera del 27 luglio quando, a perdere la vita, è stato un ragazzo sudanese di 20 anni rimasto schiacciato da un camion. A Parigi, un altro, di nazionalità egiziana, è rimasto fulminato mentre cercava di salire su un treno Eurostar.

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“Con la Francia lavoriamo a stretto contatto su una situazione che interessa  entrambi i Paesi. La Francia ha gia’ rafforzato il proprio dispositivo di polizia. Il governo del Regno Unito stanziera’ altri 7 milioni di sterline per la sicurezza a Coquelles”, ha detto May. Questi ulteriori 7 milioni si aggiungono agli oltre 15 stanziati in precedenza. Stando all’ultimo conteggio ufficiale, di inizio luglio, sono circa 3.000 i migranti presenti a Calais, per la maggior parte eritrei, etiopi, somali ed afgani.

Queste sono le misure alle quali si affidano le autorità per sedare ogni tentativo di passaggio dei migranti nel tratto della frontiera sottomarina più celebre del mondo. A sentire loro, però, nulla potrà fermare i tentativi di raggiungere l’obiettivo finale. Di certo, pensare a viaggi e odissee che durano anni per arrivare fin lì, nulla lascia pensare che l’ostacolo ultimo potrà mai farli desistere.

Il Tunnel della Manica, che collega la Gran Bretagna all’Europa continentale, divenne operativo, dando la possibilità di transitare via terra a persone e merci per ben 39 km sottomarini, dal 1994 dopo ben 8500 anni, ovvero dalla fine dell’ultima glaciazione. Una conquista dell’umanità, un’unificazione materiale che, per il suo stesso funzionamento particolare, fa da passaggio e barriera.

Srebrenica: un massacro che compie vent’anni

EUROPA/POLITICA/Varie di

I Balcani sono più di un’espressione geografica, molto di più. Lingue, religioni, simpatie, tradimenti, massacri, contaminazioni e scambi culturali; gli autoctoni e gli arrivati da lontano; il latino, il cirillico e l’ellenico.Un ventennio, al giudizio di popolazioni che si rinfacciano ancora oggi l’epoca bizantina e i 500 anni di dominazione ottomana, quanta peso storico porta? Un peso inquietante, un macigno se si chiama Srebrenica.

Il premier serbo Vucic è stato contestato con rabbia determinata, lancio di pietre e altri oggetti alla celebrazione dei vent’anni dal massacro. A poco servono le annotazioni bosniache su”disturbatori venuti da fuori”. A che servono, se non a mettere una pezza a un sentore incontrollabile, all’odio che trova a tutt’oggi terreno fertile nell’oblio, nell’impunità, nella latitanza pluriennale dei responsabili, dell’una e dell’altra parte, di quei giorni feroci?

“Sono passati 20 anni dal terribile crimine commesso e non ci sono parole per esprimere rimorso e dolore per le vittime, così come rabbia e rancore verso coloro che hanno commesso questo crimine mostruoso. La Serbia condanna in modo chiaro e senza ambiguità questo crimine orribile” ha scritto Vucic in una nota “ed è disgustata da quanti vi hanno preso parte e continuerà a portarli davanti alla giustizia. La mia mano resta tesa verso la riconciliazione”.

Apprezzabile la partecipazione conciliatoria e l’esperienza diplomatica a 360° del premier serbo da quando è stato eletto, ma manca la definizione di “genocidio” ne dizionario politico serbo di quanto accadde nella guerra di Bosnia. Lo dice Obama, lo dice anche il Presidente Mattarella : “fu genocidio”, dichiarano.

“ Per genocidio s’intendono gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”, secondo la definizione adottata dall’ONU.

Allora, mettiamo insieme quello che di significativo abbiamo per accettare o meno una definizione che poco cambia nel bilancio della storia, ma tanto disturba nella presa delle responsabilità: “Uccidere 50mila musulmani in più non porterebbe a niente. Recupereremo in seguito. La nostra vera priorità è sbarazzarci della popolazione musulmana”, scriveva Ratko Mladic, il boia di Srebrenica nei suoi diari segreti. “I musulmani sono il nemico comune nostro e dei croati, dobbiamo cacciarli in un angolo dal quale non possano più muoversi”.

Le 3500 pagine raccolte in 18 quaderni sono la prova più schiacciante degli intenti sciovinisti di quella elite militare e paramilitare serba che pretese di fornire una sorta di “soluzione finale” adoperandosi in una pulizia etnica bella e buona nel triennio 1992-1995.

Nella cittadina bosniaca di Srebrenica, oltre 8 mila uomini , bambini, giovani e anziani musulmani , venivano uccisi a colpi di mitraglia e poi nascosti in fosse comuni scavate dalle milizie serbo-bosniache del generale Ratko Mladić quel 11 luglio 1995. Un massacro passato alla storia come la più grave carneficina in Europa dai tempi della Seconda Guerra mondiale.Secondo i dati ufficiali, i morti fuorono 8372, secondo altre fonti si tratterebbe di circa 10mila persone.

Cosa significa un ventennio dal massacro di Srebrenica? Significa l’identificazione in corso di morti ancora senza nome.

Tunisia: strage sulla spiaggia

BreakingNews di

I morti sono 38 e tra questi almeno cinque cittadini britannici assieme ad altri cittadini di nazionalità tedesca, belga e francese; i feriti 36, alcuni dei quali in gravi condizioni . Questo il drammatico bilancio dell’assalto di ieri quando due uomini armati hanno sparato nella spiaggia di due resort di lusso a Sousse, nel golfo di Hammamet in Tunisia. Uno degli attentatori è rimasto ucciso, colpito a morte dalla polizia tunisina in uno scontro a fuoco sulla spiaggia e l’altro è stato catturato ad Akouda, a pochi km dal luogo della strage. In serata sono stati eseguiti altri fermi.

L’Assalto
Erano sbarcati sulla spiaggia da un gommone i due attentatori e hanno aperto il fuoco con granate sulla spiaggia. Uno dei due nascondeva il kalashnikov sotto l’ombrellone che teneva sotto braccio. Secondo testimoni oculari, i terroristi avrebbero poi fatto irruzione nella struttura, inseguendo i turisti in fuga fino alla piscina, cercando di evitare di colpire gli inservienti di nazionalità tunisina. L’uomo rimasto ucciso era uno studente, sconosciuto alle forze di polizia, proveniente da Kairouan, città santa dell’Islam dove si trova la moschea più antica del Maghreb. In concomitanza con le stragi di Francia, Kuwait City e Somalia, la strage di Sousse è stata rivendicata dai jihadisti dell’IS, i quali in un comunicato diffuso su twitter in serata hanno dichiarato: “ Un soldato del califfato ha potuto raggiungere l’obiettivo, uccidendo circa 40 persone, per la maggior parte di stati dell’alleanza crociata che combatte lo stato del califfato”.

Una giornata di sangue e di terrore eseguita e collaudata in tre continenti a tre giorni dall’anniversario della proclamazione del cosiddetto “Stato Islamico” avvenuta il 29 giugno di un anno fa. Già martedì, 23 giugno l’IS aveva fatto girare in rete un richiamo alle armi esplicita: “Attaccate cristiani, sciiti, apostati”. Detto fatto. Una strategia del terrore e della visibilità mediatica globale, queste le linee guida atroci dei jihadisti. Rimane da vedere la reazione del mondo musulmano che fa i conti con la vulnerabilità del mondo arabo. La Tunisia, la moderata, colpita per la seconda volta dopo la strage al Museo del Bardo a Tunisi il 18 marzo scorso, teme la messa in ginocchio del primo settore dell’economia nazionale che è il turismo. Ieri ha vinto il terrore; oggi piangiamo i morti e domani? Domani tocca decidere quando dare fine a questo strazio a cominciare dalla Siria.

Elezioni UK: vincitori, vinti e affari futuri

ECONOMIA/EUROPA/POLITICA/Varie di

“Hanging on in quite desperation is the english way – Sopravvivere in una quieta disperazione è il modo all’inglese”, così cantavano i mitici Pink Floyd nel lontano 1972, versi che descrivono alla lettera l’attuale situazione emotiva dei laburisti inglesi nel post voto popolare del 7 maggio scorso. Il Regno Unito rimane decisamente conservatore e spiazza ogni previsione di “sfida all’ultimo voto”. Hanno vinto i Tories.

Circa 11 milioni e 300 mila voti per 331 seggi su 650, ovvero 24 in più rispetto al 2010, sono una conferma piena al mandato di Cameron. Quelli che hanno determinato la vittoria dei Tories e la disfatta dei Lab sono stati i cosiddetti swing voters, ovvero coloro che cambiano schieramento politico e che decidono per temi, argomenti o vantaggi volta per volta. Nel sistema elettorale inglese uninominale questo atteggiamento è decisivo alla conta finale. In definitiva, i conservatori sono cresciuti del 0,7% e i laburisti del 1,5% rispetto al 2010, quindi chi ha deciso vincitori e sconfitti sono stati i voti raccolti dalle altre formazioni politiche “secondarie” quali UKIP con il 12,6% e soprattutto l’ SNP di Nicola Sturgeon con il loro 4,6%. I scozzessi hanno spazzato via i laburisti guadagnando 56 seggi su 59 previsti per loro in Parlamento. Il linguaggio empatico, indipendentista e molto più di sinistra dei laburisti ha premiato. Non pervenuti i lib-dem di Nick Clegg fermi a soli 8 seggi, 49 in meno rispetto al 2010, crollo clamoroso.

Come funziona il sistema elettorale inglese del “first-past-the post”?

I parlamentari britannici vengono eletti attraverso il sistema dell’uninominale maggioritario secco. I partiti si contendono 650 collegi su tutto il territorio ed in ognuno di essi a vincere, ovvero a guadagnarsi un seggio in Parlamento è il candidato che prende più voti. Gli elettori possono esprimere una sola preferenza e a governare è il partito che si è aggiudicato il maggior numero di parlamentari. Sistema imperfetto : Il candidato deve assicurarsi solo la maggioranza semplice ed è possibile quindi che la maggioranza di persone in quel collegio abbia in realtà votato anche per altri candidati. Succede che un partito che in molti collegi non arrivi primo, possa aggiudicarsi, sì un gran numero di voti, ma conquistare pochi seggi. E’ successo a UKIP proprio in questa tornata elettorale. Allo stesso modo, il partito che alla fine forma il governo potrebbe in realtà aver ricevuto meno voti del suo rivale. Ogni collegio, inoltre, è diverso, a cominciare dal numero di elettori che lo compongono: un candidato che vince in un piccolo collegio può quindi aver ottenuto molti meno voti di uno che ha invece perso in un collegio molto imponente, ad esempio i grandi centri urbani, le città. Esattamente quello che è successo ai laburisti, vincenti nelle città più importanti, ma perdendo nei centri non urbani.

I britannici votano la promessa dell’economia e il ridimensionamento del tasso di disoccupazione, mentre penalizzano la “speranza”, l’equità e l’attenzione alle classe lavoratrici, tanto proclamata dai candidati del Partito Laburista in campagna elettorale. Votano un Cameron pragmatico e penalizzano un timido Miliband, troppo impacciato, troppo serioso, troppo “senza polso”, almeno nell’immaginario mediatico rappresentato.

Votano anche un probabile futuro fuori dall’Europa?

David Cameron ha dichiarato all’indomani del voto, “Possiamo fare della Gran Bretagna un luogo dove il buon vivere è alla portata di chiunque abbia voglia di lavorare e fare le cose in modo giusto”,- e ha aggiunto, “ però, si, ci sarà un referendum sul nostro futuro in Europa”. Il Brexit, questa volontà degli inglesi di ufficializzare le distanze dal continente politico, potrebbe prendere forma nel 2017, probabile anno del referendum. Jean-Claude Juncker ha definito “non negoziabili i fondamenti dell’Unione, come la libera circolazione di persone”, punto debole fisso dei rapporti con Londra. Centro nevralgico della finanza europea, la City significa troppo per l’UE e di certo non sarà una passeggiata affrontare un eventuale ricorso per separazione. I negoziati in corso per il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partenership) che vedono il Regno Unito protagonista saranno decisivi in questo di mediazioni tra USA e UE.

Tories o Lab? Il Regno Unito all’ultimo dilemma

EUROPA/POLITICA di

Due giorni al voto per i cittadini del Regno Unito e il mistero s’infittisce. Mai come a questo giro di elezioni generali si è raggiunto tale grado di imprevedibilità. Votare o non votare Tory? Votare o non votare Labour? A proposito, ci risiamo con i testardi scozzesi!

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Quinta potenza economica mondiale, il Regno si interroga sulle priorità che la politica dovrà inserire e affrontare nella prossima agenda quinquiennale. Al civico 10 di Downing Street continuerà ad avere le chiavi il conservatore Cameron o il laburista Miliband? Una cosa è certa, sta per finire l’era del monopolio di governo anche a Londra. I due leader dovranno provvedere ad alleanze estese per poter garantire la governabilità. Quasi una “normalità” per il resto d’Europa, Germania in primis con un modello di alleanze che “funziona” e Italia con qualche “problemino” in più, ma totalmente una novità per i britannici i quali si vedono alternare i governi laburisti o conservatori dal lontano 1922. Una simile situazione era venuta a crearsi già nel 2010 con i Lib Dem di Nick Clegg, con i quali Cameron mise su la coalizione.

Sistema elettorale e composizione del Parlamento

First past the post- così è chiamato il sistema maggioritario uninominale a norma del quale il territorio del Regno Unito è diviso in 650 circoscrizioni elettorali. La suddivisione delle circoscrizioni è divisa in questo modo: 523 in Inghilterra; 59 in Scozia; 40 in Galles; 18 in Irlanda del Nord. Da ciascuna circoscrizione verrà espresso un rappresentante da mandare alla Camera dei Comuni che assieme alla Camera dei Lord, composta da membri nominati, andrà a comporre il futuro Parlamento. La maggioranza assoluta è quantificata in 326 seggi. Un numero però improbabile da raggiungere da entrambi i partiti.

David Cameron ha dalla sua il cosiddetto” establishment” anche e soprattutto per la ripresa veloce del Regno Unito nell’economia dopo il fermo imposto dalla crisi globale. Culla del capitalismo liberale, il Regno Unito ha dato un forte segnale di rilancio, ma i frutti di questa ripresa, ad oggi, si segnalano a livello macro, la classe media deve ancora attendere le future buste paga per poterla verificare su di se.

Ed Miliband, dopo aver vinto al fratello David la leadership del Partito Laburista, Ed “il nerd” o Ed “il rosso” per i conservatori, sta guadagnando punti nei sondaggi in maniera decisiva e costante. Partito sfavorito all’inizio della campagna elettorale, ha saputo giocare molto sull’immagine, puntando all’autoironia, valore aggiunto come sempre nell’animo inglese.

I Lib Dem di Nick Clegg, voto di protesta nel 2010, oggi hanno perso la loro genuinità e vengono visti come parte del sistema. Lo Ukip di Nigel Farage, dopo l’exploit delle elezioni europee di un anno fa rimane l’anima indomata del panorama politico britanico, ma la sua portata antieuropeista e populista non si prevede possa essere determinante il 7 maggio prossimo. Infine troviamo  verdi che, con l’aiuto delle spinte da sinistra, puntano a qualche seggio.

Chi confonde le acque di tories e lab è l’SNP, il Partito Nazionale Scozzese con a capo il Primo Ministro donna, Nicola Sturgeon. Dopo aver perso il referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito a settembre 2014 la popolarità della Sturgeon non è che aumentata. Una ventata di parole “di sinistra” e di grinta che fanno  la differenza. Escludendo ogni punto d’incontro con Cameron, si presume che l’SNP possa coalizzarsi con i laburisti di Miliband in caso di vittoria di questi, ma solo due giorni fa, lo stesso Miliband ha negato questa possibilità. Partendo dal presupposto che nessuno dei leader ha mai parlato o reso esplicite le possibili alleanze, pare inverosimile la chiusura totale della possibilità di alleanze tra questi due partiti.

Battaglia di seggi, battaglia di news. Lo schieramento dei grandi quotidiani, The Guardian e Financial Times in testa, rispettivamente per i laburisti e i conservatori è altrettanto un aspetto fondamentale. Il potere mediatico anglosassone determina più di una manciata di voti e si svolge ad altissimi livelli. Una copertura invidiabile dell’argomento su tutti i fronti, la City della finanza, le città operaie, le periferie del Regno vengono battute come in un trekking mainstream delle intenzioni di voto.

In sintonia con le ventate dal basso nel mondo occidentale, anche nel Regno Unito si continua ad auspicare una politica inclusiva con pressioni dal basso e sopratutto dai “giovani disillusi”, vedendo in questi il veicolo tramite il quale attingere a una nuova politica, più vera, più reale, più tangibile, fuori dall’establishment.

Europa: Should I stay or should I go?

Pochissima Europa in questa campagna elettorale da tutte le forze politiche coinvolte. David Cameron, in caso di vittoria indirà un referendum se rimanere o meno nell’UE. Miliband non lo farà. Stranota la posizione dell’UKIP, altre invece sono le priorità del SNP. Non è un mistero lo scetticismo britannico nei confronti dell’Europa unita, ma in caso di vittoria di Cameron e di eventuale uscita del Regno Unito dall’UE a indebolirsi sarà quest’ultima,  in caso contrario con presumibile rafforzamento del SNP a dover fare i conti con l’indebolimento interno sarà lo stesso Regno Unito.

Appuntamento, il 7 maggio dalle 7.00, Greenwich Mean Time.

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Sabiena Stefanaj

The Railway Diaries:tornare a raccontare sulla Via della Seta

Asia/EUROPA/Sud Asia/Varie di

Da Venezia a Samarcanda. Epici viaggi raccolti nella storia delle prime relazioni internazionali, degli scambi, dello studio interculturale. Epici per dimensioni e per impegno. Tale rimane il tracciato della Via della Seta, epico. Riecheggia fantasie lontane, esotiche. Un milione di volti che spopolano pagine, fogli illustrati, documenti ufficiali, giunti con autorevolezza fino ai nostri giorni.

A “illuminarne” la contemporaneità, con professionalità e un pizzico di poesia questa volta saranno le freelance del neonato collettivo giornalistico Nawart Press, Costanza Spocci, Eleonora Vio, Giulia Bertoluzzi, Tanja Jovetic e lo faranno…in treno. Per costruire The Railway Diaries dovranno attraversare i Balcani e passeranno per Grecia, Turchia, Iran, fino ai paesi dell’Asia centrale. Un’estate per documentare nuovi vecchi mondi.

“Quello che proponiamo con il progetto The Railway Diaries, e più in generale attraverso Nawart è di dar un volto e una voce a chi non ce l’ha per far si che lo scambio culturale possa arricchire anziché dividere”. Protagoniste del viaggio narrato saranno le donne e le espressioni delle loro vicende da paese a paese. Il fenomeno delle Vergini Giurate in Albania del nord, le sacerdotesse zoroastriane in Iran o le donne nel Kurdistan iracheno.

The Railway Diaries sarà una narrazione diversificata e multimediale, dalle tante modalità di rappresentazione: foto, video-reportage, articoli da pubblicare nei media, blog e infine la produzione di un documentario finale che ne raccoglierà l’esperienza. Per ora il progetto verrà illustrato in tre lingue, italiano, inglese e francese, ma si punta ad ampliarne l’espressione.

Chi è Nawart Press?

E’ un’idea concretizzata che unisce specificità e professionalità del mondo giornalistico diversificate. Una realtà nata dalla voglia delle nostre protagoniste a darsi una dimensione propria nel mondo che cambia, un’indipendenza, una propulsione alle esperienze di lavoro sin qui maturate. The Railway Diaries altro non è che il progetto pilota di Nawart che esprimerà sul campo quello che è l’idea di un giornalismo orizzontale, graduale, rispettoso che è alla base della sua funzione.

Perché il Crowdfunding?

Il progetto è stato lanciato per il crowdfunding su BECROWDBY.   La raccolta fondi ci serve  per partire, andare” spiega Eleonora “ proprio sfruttando l’intuizione del lavoro collettivo, della responsabilità in prima persona, ma dà anche la possibilità a chi rimane, a chi sta a casa di partecipare, sostenendoci e influenzando il progetto facendolo crescere in una o più direzioni condivise.”

Mentre intervisto Eleonora colgo la determinazione di chi ha bene in testa l’obiettivo e mi complimento della grinta, ma v’è qualcos’altro di indicibile, ma evidente: lo scalpitare di chi non vede l’ora di partire, quella irrefrenabile sensazione piena di tutto di chi aspetta un treno per andare.

Podemos, terza forza politica in Spagna

Varie di

Elezioni in Andalusia: Vittoria netta del PSOE e flop dei popolari.

Le grandi novità delle elezioni andaluse in Spagna sono il flop del Partito Popolare di Mariano Rajoy e la conferma di Podemos come terza forza politica del paese. D’altro canto, dopo 4 anni, si registra la vittoria netta dei socialisti del PSOE con il 35% dei voti.

Con il discreto risultato del Ciudadanos, partito centrista formatosi nel 2006, il PSOE si appresta a un’alleanza di governo con questi ultimi, date anche le affinità elettive tra le due forze, oltre che costretta dai numeri.

Circa 7 milioni di andalusi sono stati chiamati alle urne per esprimere il proprio consenso a questa tornata elettorale che doveva servire da test per il governo del premier Mariano Rajoy in vista delle elezioni politiche di ottobre prossimo. Un test al quale l’Andalusia ha bocciato clamorosamente i popolari e le loro misure anticrisi che non sono state efficaci per rilanciare l’economia spagnola, tra le più problematiche dell’UE.

Passando da 40% a 26% il risultato elettorale del partito di governo non si può non definire un flop.

Chi, invece, può ritenersi pienamente soddisfatto del risultato è, chiaramente, Podemos. Nato solo nel gennaio 2014 e affermatosi già alle ultime elezioni europee di maggio 2014, il movimento con a capo Pablo Iglesias, “El Coleta”  (il codino) e divenuto partito a ottobre scorso, irrompe nello scenario bipartitico spagnolo con il suo 15% di consensi. Conquistando città importanti dell’Andalusia, quali Cadice, a pagarne le spese è, ovviamente, il Partito Popolare. Ma anche i socialisti non dormono sogni tranquilli.

Sulla scia dell’esperienza italiana e il fenomeno politico del M5S di Beppe Grillo, con le dovute differenze, le maggiori forze politiche spagnole conoscono bene quel che per loro delinea già un “rischio”. Di certo viene messa in discussione l’alternanza politica storicizzata tra socialisti e popolari ridesignando le rispettive aree di forza. Il partito degli “indignados”, ma non solo, ha raccolto anche gran parte dei voti su cui contavano i comunisti Izquierda Unida che si è fermata a un 7% che non convince.

Qual è la carta d’identità di questo partito nato dalla protesta?

Oltre alcune similitudini con Syriza in Grecia, Podemos è organizzazione che, sebbene mantenga un visione progressista storicamente di sinistra, si pone al di la dello schema destra-sinistra considerandola una trappola. Su questo pare abbia colto l’intuizione del M5S in Italia, ma a differenza di questi, in Europa Podemos si è seduta con la Sinistra Unitaria e la Sinistra Verde Nordica.

La simbologia verticale “casta – popolo” di Podemos punta a spazzare via il disegno popolari-socialisti, ormai risalente al 1978, anno della sconfitta del franchismo.

Gli strumenti adoperati sono diversi: dal portale in rete, nel quale tutti possono registrarsi, ai circoli territoriali, alle assemblee. Il programma ha una chiara matrice antifascista e di sinistra (e qui si ravvisa una profonda differenza con il M5S di Grillo che rimane visionario e scomodo alle caratteristiche tradizionali di riferimento politico, rischiando ogni volta di includere in se anche “la qualunque”) e prevede, ad  esempio, la nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia spagnola e dei beni comuni. Podemos promuove l’utilizzo del mezzo televisivo, considerato fondamentale per parlare a tutti. Inoltre, fanno proprio il principio dell’autodeterminazione dei popoli, cercando il dialogo con le forze indipendentiste e progressiste catalane e basche, tenendo però il punto sulle questioni sociali, senza le quali rimane di fatto improbabile rilanciare il progetto indipendentista.

La Spagna dà ufficialmente l’avvio a una stagione nuova, quindi? Riuscirà Podemos a imporre il suo progetto politico in uno scenario molto più simile a quello italiano che a quello greco o, proprio come è accaduto da noi, verrà collocato a forza d’opposizione in una fase di ridefinizione del quadro politico attuale?

Le previsioni meteorologiche danno un’estate infuocata sulla penisola iberica.

Sabiena Stefanaj

Il petrolio che seduce i croati

Energia/EUROPA di

Il ministero dell’ambiente italiano ha aderito alla Valutazione ambientale strategica (VAS) transfrontaliera italo-croata sul piano del governo croato per lo sfruttamento di petrolio e gas nell’Adriatico settentrionale.

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“Essere pienamente a conoscenza di quel che si verifica a poca distanza dalle nostre coste, a maggior ragione perché si tratta di interventi energetici con un potenziale impatto ambientale, era per noi un passaggio irrinunciabile”, spiega il ministro Gian Luca Galletti. Che al tempo stesso ammette di aver agito anche “per rispondere a chi in questi mesi aveva temuto che l’Italia fosse semplice spettatrice di ciò che accade nell’Adriatico”. Un passo in avanti importante da parte delle autorità italiane per venire ufficialmente a conoscenza della strategia croata che coinvolge, di fatto, tutti i paesi confinanti bagnati dal mar Adriatico.

Ma da dove nasce l’ambizione del governo di Zagabria alle trivellazioni in cerca dell’oro nero davanti alle coste dalmate?

La recessione degli ultimi 6 anni e la nuova frontiera europea degli affari croati hanno spinto i suoi tecnici a considerare la Croazia in grado di divenire cruciale nelle politiche energetiche della regione. Ivan Vrdoljak, il ministro dell’Energia è il vero artefice della corsa al petrolio: trasformare la Croazia in una “piccola Norvegia” .

Il 2 aprile 2014 l’esecutivo socialdemocratico di Zoran Milanović pubblicava il suo primo bando di esplorazione offshore. Le acque territoriali croate venivano allora divise in 29 blocchi da 1000–1600 km2, quindici dei quali venivano proposti in concessione. La gara si chiudeva nel novembre del 2014 e i risultati venivano annunciati al gennaio del anno in corso. Il 2 gennaio, il governo informava che cinque colossi dell’energia si fossero aggiudicati 10 settori. Si tratta di Marathon Oil, OMV, INA, Medoilgas ed ENI, che potranno esplorare le acque croate nell’Adriatico centrale e meridionale, esattamente di fronte alle isole Incoronate e al largo di Dubrovnik. Il ministro dichiarava che l’ammontare degli investimenti è di circa 523 milioni di euro. L’accordo si prevede possa essere raggiunto e siglato entro il 2 aprile prossimo e l’intera fase delle esplorazioni si aspetta possa durare ben 5 anni.

Contrari al progetto, oltre alle associazioni ambientaliste dell’intera area del Mediterraneo, pare si sia messa anche l’opposizione di stampo conservatore all’attuale governo. Si accusa il progetto di mancata trasparenza e lo si considera potenzialmente dannoso per l’economia del turismo croata, vero traino degli affari croati. Più di 1000 isole che attraggono circa 12 milioni di turisti all’anno sono i numeri ai quali si fa riferimento per mettere dei paletti alle trivellazioni nell’Adriatico.

E poi c’è l’UE. Entro il 2020, la Croazia, facendo riferimento alla direttiva europea sull’efficienza energetica, dovrebbe rinnovare e riadattare (in termini di adeguamento al risparmio energetico) il 20% degli edifici di proprietà statale, con una progressione che prevede il raggiungimento di almeno il 6% entro il primo gennaio 2016. Un obiettivo che, senza un approccio serio, al momento attuale sembra fuori portata.
Ma l’impegno sull’efficienza energetica delle strutture è improrogabile e ha per riferimento il pacchetto legislativo “clima-energia” che la Commissione europea ha assegnato a tutti gli stati membri e che, attraverso la formula 20-20-20, punta al raggiungimento di un traguardo non poco ambizioso: un risparmio energetico del 20%, una riduzione dei gas serra (causa primaria del riscaldamento globale) del 20%, rispetto ai valori del 1990, e un aumento del 20% dell’energia elettrica proveniente da risorse rinnovabili (che probabilmente salirà al 30% entro il 2030 in base alle ultime proposte della Commissione europea).
Ma come farà la Croazia a raggiungere i target se attualmente la percentuale di produzione di energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili ha raggiunto solo il 5% della produzione totale? E la corsa al petrolio come meta finale e “soluzione” dei problemi croati, stando a sentire il futuro florido fantasticato dal suo ministro dell’economia?

In questa prospettiva, il governo di Zagabria deve ufficializzare le sue priorità in conformità con gli impegni europei.
Secondo la mappa diffusa dal ministero e riprodotta più volte nelle 450 pagine del suo studio di impatto ambientale, i 29 settori interessati dall’attività petrolifera rasentano tutti i parchi naturali e nazionali della costa croata: l’arcipelago delle Brioni al largo dell’Istria, il Parco naturale di Porto Taier (Telašćica), le celebri Incoronate (Kornati), l’isola di Lagosta (Lastovo) e, appunto, il parco di Mljet.

Sono circa un milione gli italiani che scelgono le coste croate nei mesi estivi. Il sito di petizioni “avaaz.it” ha deciso di rivolgersi proprio a loro per fermare l’azione del governo croato. “Se riusciamo a raccogliere 150.000 firme, potremo fare pressione sul governo di Zagabria”, riassume Francesco Benetti, attivista presso Avaaz.it. Oltre alla versione in croato della petizione, l’azione andrà a espandersi in circuiti europei. “I nostri colleghi tedeschi stanno pensando di pubblicare una petizione identica”, aggiunge Benetti.
Ora, il governo italiano, facendo seguito non solo alle istanze dal basso per la tutela ambientale, ma anche alla partecipazione italianissima di ENI e MEDIOLGAS nel progetto, può finalmente accedere agli atti e prendere posizione. Ci si augura che ciò possa avvenire in tempi utili, ovvero entro la scadenza del 2 aprile prossimo e che sia la migliore delle decisioni.

 

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Accordo Grecia – Troika: un sirtaki o un coro tragico?

ECONOMIA/EUROPA/POLITICA di

Atene e i suoi creditori della zona euro hanno concordato un accordo dell’ultima ora per estendere a 172bn di euro il programma di salvataggio del paese per quattro mesi, ponendo fine in questo  modo a intere settimane di incertezze che minacciavano di innescare l’ultima corsa agli sportelli greci, indirizzando la Grecia alla bancarotta.

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L’accordo, raggiunto in una riunione make-or-break dei ministri delle Finanze della zona euro il 20 febbraio scorso, lascia diverse questioni importanti pendenti, in particolare sulle riforme che  Atene dovrà adottare urgentemente al fine di ottenere i 7,2 miliardi di euro in aiuti che dovrebbero essere forniti al completamento del programma attuale.

Il nuovo governo greco sara tenuto a presentare le misure per la revisione al Fondo monetario internazionale e le istituzioni dell’UE lunedì e qualora non siano ritenute idonee, un’altra riunione dell’Euro-gruppo potrebbe essere chiamata già domani, martedì.

Criticamente, l’accordo del Venerdì impegna Atene ai fini del “completamento” del salvataggio, qualcosa che il nuovo governo greco ha da tempo promesso e ripetuto di voler evitare. “Fino a quando il programma non sarà stato completato, non ci sarà alcun pagamento”, ha dichiarato Wolfgang Schäuble, il potente ministro delle finanze tedesco.

Alexis Tsipras, il primo ministro ha di contro ribadito che la Grecia  con l’accordo del Venerdì intende annullare gli impegni di austerity presi dal precedente governo conservatore, ma ha messo le mani avanti non promettendo miracoli. Saranno tempi duri per i greci.

“Abbiamo dimostrato che l’Europa è protesa a compromessi reciprocamente vantaggiosi, non a infliggere punizioni”, ha detto Tsipras il giorno dopo. Ma l’ accordo di venerdì non rappresenta la chiusura dei negoziati. “Stiamo entrando in una nuova fase. I negoziati diventeranno sempre più sostanziali, fino al raggiungimento di un accordo definitivo ai fini di una transizione dalle politiche catastrofiche del memorandum, delle politiche che si concentreranno sullo sviluppo, l’ occupazione e la coesione sociale”, ha continuato il primo ministro greco.

Tuttavia, l’accordo consente di evitare quello che i funzionari della Troika temevano avrebbe provocato forti scosse sui mercati e le borse. O meglio, se si fosse giunti all’accordo slittando di una settimana in più, si sarebbe dovuto arginare  la corsa dei greci al ritiro  dei depositi dal settore bancario del paese che, secondo quello che dichiarano i funzionari, stavano raggiungendo circa 800 euro al giorno, contribuendo alla creazione di un situazione al limite di una vera  e propria corsa agli sportelli. La premessa per la catastrofe.

“La trattativa  è stata intensa, perché si trattava mettere le basi di un rapporto di  fiducia tra noi”, ha detto Jeroen Dijsselbloem, il ministro delle Finanze e presidente dell’Eurogruppo olandese il quale ha mediato l’accordo, anche dopo aver fallito già due volte nel corso della scorsa settimana. “Stasera è stato fatto un primo passo nel processo di ricostruzione del rapporto di fiducia…”, ha proseguito.

Alla notizia dell’accordo le borse hanno “festeggiato” al loro modo. Wall Street è salito a livelli record. L’indice S & P 500 è cresciuto da 0,6 per cento a un record di 2.110, mentre il Dow Jones ha raggiunto il massimo storico di 18.144.

La decisione di chiedere una proroga del programma atutale è una significativa “mediazione” per Tsipras, che aveva promesso nella sua campagna elettorale di abbattere il piano di salvataggio esistente.

Alle istituzioni del FMI e dell’UE, della Banca centrale europea e la Commissione europea rimangono le redini e il controllo della valutazione delle misure delle future riforme economiche greche e l’erogazione dei fondi di salvataggio, nonostante il moto dei greci diretto alla liberarazione dalla tanto odiata “troika”. Tsipras dovrà essere abile a non deludere la sua gente, non glielo perdonerebbero, troppi sacrifici, troppa stanchezza.

“Anche se Atene si è impegnata a mantenere gli avanzi primari di bilancio e di prendere più di quanto spende, quando gli interessi sul debito non verranno conteggiati” – ha detto Mr Dijsselbloem.

“Siamo riusciti a scongiurare una serie di molti anni di avanzi primari soffocanti che la nostra economia non può produrre”, ha detto Yanis Varoufakis, il carismatico ministro delle Finanze greco.

Un alto funzionario coinvolto nei colloqui ha precistao che la posizione del bilancio greco in rapido deterioramento ha messo sotto pressione Atene per giungere a un accordo. “In verità, i greci sono  spalle contro il muro”. Indiscrezioni e pressioni di corridoio.

Pare che la BCE sia già pronta a erogare nuova liquidità alla Grecia già da questa settimana. All’inizio di questo mese la BCE di Mario Draghi aveva tagliato tale prestito, costringendo le banche a fare affidamento sui tassi molto elevati della liquidità di emergenza da parte della banca centrale greca.

Tra le concessioni fatte ad Atene vi è un patto per l’astensione da qualsiasi “rollback” o “cambiamenti unilaterali” dalle misure delle riforme già esistenti. L’accordo, inoltre, non prevede di tagliare i livelli di debito della Grecia, un’altra promessa che Alexis Tsipras aveva fatto durante la campagna elettorale.

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Sabiena Stefanaj
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