GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Presidente Trump

Dossier Iraq, Marzo 2017

Asia/Report di

Tra le promesse fatte dal nuovo Presidente USA Donald Trump, quella di combattere e di sconfiggere definitivamente il terrorismo di matrice islamica era una delle più complicate da raggiungere in breve tempo. Eppure inizialmente in molti pensavano e temevano che il Presidente potesse fare un passo indietro (come lui stesso aveva preannunciato durante la campagna elettorale) da quei fronti aperti dall’amministrazione Obama e sui quali si è giocata la sfida elettorale con Hillary Clinton, la quale inevitabilmente rappresentava una soluzione di continuità.

Ciò nonostante le prospettive in breve tempo sembrano essere cambiate: era il 20 febbraio quando la coalizione internazionale anti-ISIS lanciava l’offensiva nell’area Ovest di Mosul, dopo la liberazione dell’area orientale. Tuttavia alle iniziali dichiarazioni entusiastiche, giunte sia da Washington che da Baghdad, si contrappone oggi la dura e drammatica realtà della roccaforte ISIS in Iraq. Che la missione sarebbe stata molto difficile e impegnativa, era prevedibile a chiunque. In queste ultime settimane però si è toccata forse per la prima volta con mano, quella che è la reale gravità della situazione.

La crisi umanitaria in Iraq è senza precedenti, le varie agenzie per la difesa e la protezione dei civili sono giunte al limite delle loro capacità, come sottolineato dalla Commissione dell’ONU per i diritti umani. Secondo le stime, solo da febbraio (ovvero l’inizio dell’offensiva per Mosul ovest) sono 220.000 i civili sfollati. Allargando la lente ad ottobre 2016, si raggiunge la cifra di 350.00 persone, di cui soltanto 76.000 sono riuscite a tornare nelle proprie case nella parte liberata della città.

Il problema dei numerosi civili presenti nelle aree di guerriglia è divenuto tragicamente noto al pubblico internazionale lo scorso 23 marzo. Alcuni bombardamenti delle forze aeree statunitensi hanno infatti colpito, in circostanze ancora non chiarite ufficialmente, edifici nel quartiere di Al Aghwat Al Jadidah, causando all’incirca 200 morti solo civili. Secondo l’Alto Commissario dell’ONU per i Rifugiati (UNHCR) nella scorsa settimana sono state 500 le vittime civili delle operazioni in Mosul Ovest. Il Dipartimento di Stato degli USA ha gli scorsi giorni confermato l’evento, attribuendo le colpe a dei veicoli che esplodendo avrebbero fatto crollare i palazzi.

Ciò che più importa però ai fini dell’analisi è che gli Stati Uniti stanno cadendo per l’ennesima volta negli errori del passato. A nulla sembrano funzionare i numerosi appelli e report presentati dai più rilevanti Think Tank internazionali, per ultimo l’International Crisis Group. L’esperienza delle guerre passate in Iraq (2003) ed Afghanistan (2001), non sembra essere stata una lezione sufficiente.

Ciò che mancava all’epoca è quello che manca ancora adesso: la stesura di un progetto che veda coinvolti i principali attori regionali (Iran, Turchia e Arabia Saudita); la pianificazione economica volta alla ricostruzione delle città distrutte dalla guerra; la collaborazione politica che porti alla nascita e allo sviluppo di un processo democratico in Iraq come in Siria. Il presupposto di questo è obbligatoriamente la sconfitta definitiva dell’ISIS, la quale però non può essere solo militare. Deve essere seguita da una eliminazione del problema alla radice, un miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei paesi, che hanno portato alla nascita del Califfato.
Per questo gli Stati Uniti devono porre una straordinaria attenzione nel portare avanti i bombardamenti sulla città: il coinvolgimento di vittime innocenti nel conflitto non causa altro che ulteriore irritazione tra le comunità locali, ulteriore disperazione e paura. Infine nuovi e sempre più radicali gruppi terroristici. Dopo gli incidenti della scorsa settimana, i vertici dell’esercito nazionale iracheno hanno deciso di fermare le operazioni militari in assenza di un nuovo piano strategico che possa evitare ulteriori vittime tra i civili. Dalla lezione del passato tuttavia gli Stati Uniti ed il Presidente Trump dovrebbero comprendere che non è questa la via per sconfiggere il terrorismo islamico. Anche se nei prossimi mesi Daesh dovesse essere definitivamente sconfitta a Mosul, il sangue innocente versato e la disperazione sociale ed economica ereditata, porteranno inevitabilmente al rafforzamento di gruppi terroristici già presenti o alla nascita di nuovi, il cui obiettivo sarà sempre quello: cacciare l’invasore americano dal territorio arabo.

In generale, il successo della campagna di Mosul e della missione della coalizione internazionale contro il terrorismo, dipenderà quindi dalla capacità di prevenire la nascita di nuovi conflitti interni tra le forze interessate. L’obiettivo deve essere quello di evitare una escalation della tensione tra gli attori regionali, Iran e Arabia Saudita in primis, ma anche la Turchia. L’Iraq è oggi il campo di scontro tra queste potenze, dove ognuna mira ad espandere la sua influenza nella ricostruzione del Paese per attirarla nella sua sfera di dominio. La stessa situazione si sta verificando d’altronde in Siria e in Yemen.

Il Presidente Trump ha recentemente dichiarato che la priorità per la sicurezza statunitense è la minaccia di Teheran. Tuttavia è chiaro che la situazione non può essere gestita soltanto con l’esercito e con la forza militare. Per evitare un ulteriore deterioramento della situazione in Medio Oriente, Washington deve fare affidamento tanto sulla potenza quanto sulla diplomazia. Deve sostenere e promuovere i negoziati di pace e accettare accordi diplomatici che portino a delle soluzioni di compromesso accettabili, che mantengano uno stato di equilibrio tra potenze in Asia e Medio Oriente. È fondamentale non peggiorare o aprire ulteriori fronti di combattimento. Soprattutto però, per vincere definitivamente la sfida contro il terrorismo islamico, gli Stati Uniti devono collaborare con la Cina e l’Unione Europea, in particolare se come promesso in campagna elettorale, l’amministrazione Trump deciderà per un progressivo disimpegno americano dal fronte mediorientale.

Sul fronte politico interno dell’Iraq, il tavolo politico per la ricostruzione del Paese deve vedere coinvolte tutte le anime e le etnie interne al paese, sostenute dalle corrispettive potenze regionali. Deve basarsi sulla cooperazione e collaborazione tra Erbil e Baghdad, tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita. Come sottolineato nella recente pubblicazione del Clingaendel Institute, sarà inevitabilmente un procedimento lungo e pieno di ostacoli, che deve avere come primo sostenitore il gruppo sciita. Deve crearsi al suo interno un nuovo dibattito politico aperto e democratico, inclusivo e che veda coinvolti anche partiti nuovi e le nuove generazioni. Solo attraverso una democratizzazione del fronte interno sciita, si potrà arrivare con il tempo all’apertura di un dibattito politico democratico tra sciiti, sunniti, kurdi e minoranze etniche.

Per questo motivo la coalizione internazionale non può abbandonare l’Iraq, non appena l’ISIS sarà sconfitta. Sarà necessario un sostegno economico, umanitario e politico a lungo termine. Se gli Stati Uniti non dovessero essere pronti a questo sforzo, l’occasione potrebbe essere colta dall’Unione Europea, per dimostrare di essere finalmente pronta a diventare un credibile attore internazionale, prima di tutto a sé stessa.

 di  Adriano Cerquetti

ALL’ALBA DELL’ERA TRUMP: SCENARI E STRATEGIE DELLA NUOVA PRESIDENZA AMERICANA

Varie di

Martedi 17 gennaio, presso la sala del Senato di Piazza Santa Maria in Aquiro a Roma, il Centro Studi Roma 3000, specializzato nell’ analisi della politica internazionale, ha riunito, grazie all’apporto della Senatrice Anna Cinzia Bonfrisco, un panel di studiosi, esperti e ed analisti per approfondire e discutere i trend della nuova presidenza americana.

 

L’alba di Trump è stata infatti preceduta, come ha argomentato l’on. Alessandro Forlani, da una campagna elettorale combattuta come forse nessun’altra se ne ricorda nel dopoguerra.

Gli avversari si sono affrontati senza esclusione di colpi, con una virulenza inedita nel linguaggio politico americano.

Il grande sconfitto è il sistema politico e partitico.

In entrambi i campi infatti si è registrato uno scontro senza precedenti tra i candidati alla presidenza e l’establishment di partito.

In campo democratico si è assistito ad una candidata poco amata dal partito e dalla base: Hilary Clinton è stata percepita come troppo compromessa  con i poteri forti e la crisi economica del 2007/08.

Una candidata debole, contrastata con efficacia dalla narrazione alternativa di Bernie Sanders, troppo facilmente liquidato come estremista.

Dall’altro lato Donald Trump, che fin dalle primarie ha corso dichiaratamente contro il partito Repubblicano, il quale non ha mancato di contrastarlo in tutti i modi possibili, cercando di scaricarlo anche quando la corsa alla presidenza era entrata nel vivo.

The Donald non se ne è curato poi troppo, è andato per la propria strada e ha vinto.

Sarà interessante vedere come il sistema politico si adatterà ad una presidenza che nello stile e nella sostanza si preannuncia indipendente e in contrasto con Capitol Hill.

Così come è importante, per capire cosa è successo e cosa succederà, andare alle radici del comportamento dell’elettorato americano.

Il dato elettorale  attesta che la percentuale dei votanti, pari al 55%, è in linea col trend delle tornate precedenti. Perché allora questo esito imprevisto? I motivi sono tanti, ma uno, secondo Paul Berg, Ministro Plenipotenziario dell’Ambasciata Americana a Roma, è di particolare interesse. Gli elettori votano infatti i candidati che sentono piu’ vicini, non solo in base alla promesse elettorali.

Cosa hanno in comune allora un miliardario newyorchese con un disoccupato della Rust Belt?

Il puritanesimo può essere una chiave di lettura. Come forma religiosa non esiste più in America, ma ha plasmato a fondo l’anima del paese, che nel proprio DNA ne porta ancora i tratti. E al di là della ricchezza, delle mogli e dell’edonismo, molti americani hanno visto in Trump un uomo che ha ampliato le proprie fortune lottando contro l’establishment di cui pure faceva parte, un uomo completamente dedito alla propria causa, che dorme poche ore a notte e non ha avuto paura di dire le cose come stanno.

Tutto cil in un paese in cui stanno prevalendo sentimenti di ritirata verso l’interventismo militare e verso alleati che si avvalgono della pax americana senza pagarne il prezzo, e dove cresce una forte avversione  contro una globalizzazione che ha arricchito pochi mentre  molti ne hanno pagato il prezzo.

Un’America che si ritira è al tempo stesso un’opportunità e un rischio per l’Europa che oggi si trova di fronte alla piu’ grande crisi della propria storia, ha commentato l’Ambasciatore Pietro Massolo. Delegittamente politicamente, divisa e debole economicamente, l’Europa nata all’interno del cordone di sicurezza garantito dalla Nato dovrà trovare la forza di reinventarsi ed assumere, pena l’irrilevanza e un ulteriore arretramento dagli affari del mondo, una postura chiara e decisa.

Anche di fronte all’altro grande protagonista della politica di questi ultimi anni, la Russia di Putin.

Trump cambierà i rapporti con la Russia, portandoli ad una normalizzazione e alla ricerca di soluzioni comuni. L’intervento americano nelle aree di crisi (medio oriente e nord africa in primis) sarà molto difficile, secondo la storica tendenza che vede le amministrazioni repubblicane più inclini ad applicare una politica di peace through strenght: grande forza militare da impiegare il meno possibile.

E’ quindi ipotizzabile che, al di la dei toni bellicosi, su questo campo la politica di Trump viaggi su binari noti.

Tutto come prima dunque? No, secondo il giornalista Mario Sechi, che pronostica la nuova Presidenza quale fattore di cambiamentoi profondi.

La globalizzazione guidata dalla Silicon Valley ha portato nel mondo una grande crescita economica, ma ad averne goduto i benefici sono stati in pochi, pochissimi. L’1% della popolazione si e’arricchito sempre di piu’, mentre la working class ha ceduto il passo in termini economici, di sicurezza e di identità. Ed allora con Trump questo scontento ha trovato finalmente un campione in grado di rappresentarlo: è tornato l’acciaio, ha sintetizzato Sechi. La old economy, fatta di fabbriche, industrie, operai vuole riprendersi la scena. Con Trump le aziende americane dovranno tornare a produrre e, soprattutto, pagare le tasse negli Stati Uniti.

Una rivoluzione, secondo il giornalista, uno di quei momenti in cui la Storia cambia strada: in questo caso per riportare in America produzione e ricchezza.

Uno shock per l’ideologia imperante negli ultimi anni ma che, secondo il giornalista e analista internazionale Andrew Spannaus, era evidente già da diversi anni.

Almeno dalla grande crisi del 2007, secondo l’autore del volume “Perchè vince Trump” in America e in Europa era possibile osservare nella società una crescente ondata di sentimenti contrari allo status quo e alle classi dirigenti alla guida del processo di globalizzazione. Se avesse vinto la Clinton probabilmente il mondo avrebbe vissuto un prolungamento della fase precedente, e le conseguenze avrebbero potuto essere ancora più destabilizzanti.

Ma questo è già passato,  l’ascesa di Trump all’esecutivo presenta sia elementi di continuità che di rottura con il recente passato della storia politica americana e saranno i fatti e le decisioni ha determinare il destino del 45° Presidente e le sorti mondiali.

Alessandro Conte
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