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Cina: rinnovato sistema sorveglianza cittadini

Asia di

La Cina, come tutti i sistemi autoritari, ha la necessità costante di tenere sotto controllo i propri cittadini, per monitorarne i comportamenti, anticipare possibili conflitti e predisporre soluzioni adeguate ai problemi.

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L’ostacolo principale, per il gigante asiatico, è la sua stessa dimensione. Approntare standard di sorveglianza efficaci per un miliardo e 375 milioni di abitanti non è evidentemente un compito semplice. Le autorità del governo centrale hanno però messo a punto un nuovo sistema che potrebbe rendere i meccanismi di controllo maggiormente efficienti.

Il suo nome è “sistema di gestione a griglia” e, una volta implementato su scala nazionale, potrebbe consentire al Partito Comunista Cinese di esercitare una capacità di sorveglianza mai sperimentata prima.

Fino ad oggi, le informazioni raccolte dalle autorità cinesi provenivano da una pluralità di fonti diverse. L’eccessiva articolazione, unita alla spaventosa mole delle informazioni, rendevano l’analisi dei dati raccolti complessa e farraginosa. Negli ultimi cinque anni la Cina ha dunque lavorato su un programma all’avanguardia capace di razionalizzare tale analisi, facendo affidamento su un database ordinato e coerente al suo interno.

Il cardine del nuovo sistema è l’amministratore di griglia. Su ogni centro abitato viene applicata una griglia, composta da un certo numero di quadranti. Nel caso di una grande città, i settori saranno anche migliaia. Ogni amministratore, su mandato delle autorità, ha il compito di tenere sotto controllo un quadrante e le abitazioni al suo interno, fino a un massimo di duecento.

Il funzionario raccoglie informazioni relative ad ogni caseggiato di sua competenza e le inserisce in un apposito formulario che andrà poi a comporre, insieme agli altri, un enorme database complessivo.  I dati possono riguardare i prezzi degli affitti, il numero di abitanti, i loro luoghi di lavoro, a che ora escono da casa e a che ora rientrano.

L’amministratore ha anche il compito di tenere occhi ed orecchie aperte, per registrare eventuali lamentele o proteste da parte dei cittadini, su qualunque argomento. Ogni rimostranza viene poi trascritta sul database come possibile minaccia. Le autorità, locali o centrali, analizzando i dati così aggregati, potranno capire se in un certo territorio si stanno manifestando espressioni diffuse di malcontento ed intervenire d’anticipo, prima che la protesta monti ulteriormente. La risposta non sarà necessariamente poliziesca; quel che conta, per le autorità, è la prevenzione di ogni forma organizzata di conflitto e la salvaguardia della stabilità sociale.

La capacità di controllo sarà un elemento sempre più importante per il governo centrale, dal momento che il rallentamento della crescita economica e il consolidamento di un feroce sistema industriale sembrano destinati ad esacerbare le diseguaglianze economiche e sociali fra i cittadini e ad alimentare il fuoco della protesta.

 

Luca Marchesini

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L’Indonesia studia nuove norme anti-terrorismo. Si temono ripercussioni sul fronte dei diritti

Asia di

Dopo gli attacchi che hanno colpito Jakarta la settimana scorsa, conclusi con la morte di quattro civili e quattro attentatori, il presidente indonesiano Joko Widodo ha chiesto ieri la revisione delle leggi anti-terrorismo in vigore nell’arcipelago.

La modifica proposta andrebbe chiaramente nella direzione di un irrigidimento dei controlli di sicurezza, e prevederebbe la possibilità, per le forze dell’ordine, di procedere all’arresto immediato di ogni persona sospettata di pianificare attacchi terroristici. La polizia teme che jihadisti indonesiani impegnati in Medio-Oriente e nord-Africa possano tornare in patria per preparare nuovi attentati.

La proposta ha generato preoccupazione, in quanto molti ritengono che una nuova legge più restrittiva potrebbe determinare un aumento eccessivo dei controlli ed essere utilizzata come strumento di repressione, in un paese che ha speso sofferto per la debolezza del suo stato di diritto.

La nuova legislazione consentirebbe inoltre alle forze di polizia di trattenere i sospetti per più di una settimana (limite attualmente previsto), senza accuse formali, e renderebbe illegale ogni attività militare a fianco dello Stato Islamico in Siria ed Iraq. Secondo le stime delle autorità locali, circa 500 indonesiani sono già partiti per battersi come foreign fighters a fianco dei jihadisti di Daesh. 100 di questi sarebbero già tornati senza aver maturato però, nella maggioranza dei casi, esperienza di combattimento.

La riforma invocata dal Presidente Widodo dovrebbe essere approvata in tempi abbastanza brevi, considerato il sostegno trasversale espresso della maggioranza delle forze politiche rappresentate in Parlamento. Solo alcuni partiti di opposizione hanno manifestato i loro timori per una modifica che potrebbe tradursi in repressione del dissenso e della libertà di espressione. Sulla stessa linea si sono espresse le organizzazioni per i diritti umani ed i gruppi islamici radicali.

Si teme che, sull’onda degli attentati, il Paese possa fare un passo indietro sul sentiero della democrazia, restituendo alla polizia poteri simili a quelli esercitati durante i 32 anni della sanguinosissima dittatura del Generale Suharto, quando centinaia di migliaia di dissidenti accusati di comunismo furono perseguitati brutalmente assassinati dalle milizie paramilitari sostenute dal regime.

Foto: “JokowiPresidentialOath” by Lembaga Administrasi Negara – Indonesia’s State Administration Agency 

Luca Marchesini
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