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Peshmarga senza materiale sanitario dirottato da Baghdad

Asia @en/Defence di

Una volontaria, Fulgida Barattoni, ha trascorso un mese nel campo militare di Sulaymanyah con l’obiettivo di formare istruttori di primo soccorso. Feriti soccorsi dopo ore e materiale sanitario inesistente. La realtà delle condizioni in cui i Peshmarga combattono.

La frammentazione politico e culturale dell’Iraq non riesce a compattarsi neppure di fronte a quello che dovrebbe essere un comune nemico, lo Stato Islamico. Ma la scacchiera è articolata, complicata, ostaggio di ataviche ruggini che sono vive più che mai. Ed è così che l’esercito curdo dei Peshamarga, l’unico che oppone in modo organico le armi all’avanzata del Califfato si trova senza quel sostegno sanitario di cui avrebbe diritto. Ma non perché manchino bende, garze o materiale. Di quello il magazzino dell’ICRC, il Comitato internazionale dei Croce Rossa, ne è pieno grazie alla solidarietà di tutti i comitati di Croce Rossa sparsi per il mondo.

Il problema è che quel materiale può arrivare ai Peshmarga soltanto attraverso la Società Nazionale di Mezzaluna Rossa Irachena di Baghdad che attinge al magazzino dell’ICRC per distribuire ai profughi “dimenticando” i Peshmarga che vivono, soffrono e perdono la vita combattendo contro l’Isis. Ad affermarlo è chi ha vissuto per un mese a fianco delle guerriere curde del campo militare di Sulaymanyah, città del Nord-Est curdo a pochi chilometri dal confine con l’Iran. Fulgida Barattoni, ex Presidente di IPB Italia e crocerossina per vocazione è partita da Fusignano a fine novembre con l’obiettivo – riuscito – di organizzare un corso per istruttori di primo soccorso. “Ero in Italia e guardando la TV vedevo immagini di soldati feriti a Mosul che venivano trascinati brutalmente per le gambe e per le braccia efrettolosamente caricati su auto di fortuna per essere portati in ospedali distanti un paio di ore tanto che i feriti per lo più giungevano a destinazione già morti – racconta.

3 “La mia formazione di oltre 30 anni di “crocerossina” mi ha impedito di restare indifferente e forte degli ottimi contatti da anni intrattenuti con le istituzioni kurde ancora dalla caduta del Rais Saddam Hussein ho preso l’aereo e sono partita verso l’ Iraq. Nel giro di pochi giorni – continua – ho messo in piedi un corso per formare degli istruttori di primo soccorso con le Peshmerga donne del campo militare di Sulaymanyah. Lo scopo era di insegnare a valutare e stabilizzare il soldato ferito prima di trasportarlo in ospedale ma ancora più di fare in modo che ogni corsista fosse poi grado di insegnare ad altri in modo da moltiplicare i corsi negli altri campi militari”. Per un mese, la Barattoni ha vissuto con le donne guerriere dormendo su giacigli scomodi, esposti al freddo intenso e condividendo il cibo, scarso e povero di proteine. Ed è lì che ha scoperto il gap che rende i Peshmarga ancora più soli. “La frammentazione culturale e politica dei popoli che abitano l’Iraq fa si che ai soldati Peshmerga “che sono kurdi” non arrivi nulla di tutte le donazioni che le Società Nazionali di Croce Rossa mandano al magazzino dell’ ICRC “Comitato Internazionale di Croce Rossa” che mi dicono essere uno dei più forniti e al quale attinge la Società Nazionale di Mezzaluna Rossa Irachena di Baghdad ma non per aiutare i soldati che combattono ma solo per sostenere tutti i rifugiati che riparano in Iraq dopo che la via balcanica attraverso la Turchia è stata chiusa con le armi – spiega. “A molte alte istituzioni ho posto il quesito: “la prima Convenzione di Ginevra impone l’obbligo di soccorrere i soldati feriti sul campo di battaglia” ma come mai ai soldati Peshmerga non viene dato nulla e non hanno bende, kit medici, addirittura ambulanze e personale medico e paramedico che interviene a fianco dei soldati solamente durante le fasi di “attacco” mentre nelle fasi di posizionamento e/o ritirata non c’e’ nessuno a soccorrere i soldati che rimangono feriti? Mi hanno risposto che “non ci sono soldi”, che il governo di Baghdad non manda da più di un anno i fondi federali al KRG, il Governo Regionale del Kurdistan, che quindi non ha i soldi per pagare i dipendenti pubblici e anche le scuole.

“Quelle in Sulaymanyah” sono chiuse perché gli insegnanti non ricevono più gli stipendi da un anno e mezzo. Nella zona di Erbil, gli insegnanti anche se non pagati tengono le scuole aperte ma anche qui i motivi sono complessi e interni alla storia del popolo kurdo incastonato in questa porzione di Iraq, la cui democrazia ha ancora un lungo cammino da fare”. Ora la Barattoni è tornata a casa, a Fusignano, non prima però di aver verificato la creazione di altri corsi gestiti dalle sue “ex studenti”, allargati anche ai colleghi uomini. “Io ero una privilegiata perché a pranzo mangiavo con le Peshmerga ufficiali e di sera con la “truppa”. La mensa di queste ragazze era molto povera di proteine, minerali, vitamine.

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Praticamente niente carne, niente frutta, qualche vegetale e qualche legume. Una salsa di pomodoro con legumi oppure uno zucchino o una patata con contorno di riso era la dieta pranzo e cena. Per rendere sopportabile la vita del campo militare – ricorda – alle donne sono stati organizzati dei turni di 4 giorni di servizio e 8 giorni a casa in famiglia a riprendere le forze. E’ impressionante vedere quanti bambini accompagnavano il giorno di “paga” le soldatesse allineate in fila fuori del loro comando. Ed è straordinario vedere come le “Peshmerga” dai 20 ai 60 anni possano anche rinunciare a lavarsi per il freddo così intenso da non riuscire ad affrontare il gelo dell’acqua, ma non a truccarsi, diradare le sopracciglia, marcare gli occhi, mettersi capelli posticci per infoltire le chiome. Allo specchio si attardano il tempo necessario poi – conclude – indossano anfibi e passamontagna, imbracciano il fucile e vanno a combattere, mentre a casa hanno mariti e figli, maneggiando granate e strisciando dietro cumuli di terra”.

 

Monia Savioli

 

Monia Savioli
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