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Dalla Cambogia e dalla comunità hindu-americana si alzano voci in favore di Trump

Asia di

A pochi giorni dalle elezioni presidenziali americane, mentre la campagna elettorale più corrosiva che si ricordi si avvia alla conclusione in un clima di assoluta incertezza, il candidato Trump incassa il sostegno del premier della Cambogia e di un gruppo repubblicano Hindu. All’origine di queste prese di posizione, in entrambi i casi, sta il timore che una vittoria della Clinton possa determinare una politica estera contraria agli interessi di Cambogia e India. Andiamo per ordine.

Hun Sen, primo ministro cambogiano, uomo forte del piccolo paese del sud-est asiatico al potere da circa trent’anni, ha espresso oggi il proprio auspicio che sia Donald Trump a uscire vincitore dalle urne, martedì prossimo. Una sua elezione, sostiene Sen, garantirebbe un alleggerimento delle tensioni tra USA e Russia e il mantenimento della pace a livello globale. Hun Sen è sotto pressione in vista delle elezioni interne del 2018, accusato da USA, ONU e Unione Europea di non garantire il rispetto dei diritti umani nel paese e di scarso impegno sul fronte della lotta alla corruzione. Una vittoria di Trump porterebbe ad un ammorbidimento delle posizioni da parte degli Stati Uniti? Sen, evidentemente, se lo augura.

Durante un discorso all’accademia nazionale di polizia, il premier ha così spiegato il suo endorsement: “Per essere onesto, io vorrei veramente che Trump vincesse le elezioni. Se dovesse vincere, il mondo cambierà in meglio, perché Trump è un uomo d’affari e, in quanto tale, non vorrà mai la guerra”. Inoltre, il tycoon sarebbe un buon amico di Vladimir Putin e della Russia, a sua volta alleato strategico della Cambogia fin dalla caduta, nel 1979, del regime di Pol Pot.

La Clinton, con la quale Hun Sen si è incontrato diverse volte quanto ricopriva il ruolo di Segretario di Stato, rappresenterebbe invece un rischio per il futuro delle relazioni tra USA e Russia e sarebbe promotrice di una politica estera aggressiva su tutti gli scacchieri. L’intervento americano in Siria sarebbe stato determinato, secondo Sen, dalle pressioni esercitate dalla Clinton sul presidente Obama. Un precedente che darebbe la misura dei rischi rappresentati da una eventuale vittoria del fronte Democratico alle elezioni di martedì prossimo.

Le voci che si alzano da alcuni settori della comunità hindu negli USA in favore di Donald Trump sono meno autorevoli forse, ma comunque rappresentano un interessante elemento di analisi per capire come le diverse comunità del melting-pot americano guardino alle elezioni presidenziali attraverso la lente dei propri interessi specifici.

La Republican Hindu Coalition (RHC), un’ organizzazione filo-repubblicana di ispirazione Hindu, ha diffuso su doversi canali televisivi americani alcuni spot indirizzati contro Hillary Clinton, accusata di essere eccessivamente filo-pakistana. La Candidata democratica avrebbe indirizzato verso il nemico storico del’India miliardi di dollari in aiuti, avrebbe venduto armi al regime di Islamabad e accetterebbe finanziamenti da parte di individui e organizzazioni pakistane filo-islamiste. Infine, la RHC si scaglia contro il marito ed ex-presidente Bill Clinton, considerato troppo vicino alle posizioni Pakistane in relazione alla questione Kashmir, e contro l’assistente personale di Hillary, Huma Abedin, per metà indiana e per metà Pakistana, accusandola di sostenere indirettamente il terrorismo islamico. “Vota Repubblicano – recita lo spot – per te, per le relazioni USA-India e per l’America”.

Non tutta la comunità indo-americana è favorevole al candidato Trump, ovviamente. L’Indian American Supporters of Clinton ha attaccato lo spot dell’organizzazione rivale RHC, definendolo “Ingannevole, scorretto e falso.”

Sia fuori che dentro i confini americani, il mondo guarda alle elezioni presidenziali dell’8 novembre 2016 esprimendo i suoi diversi punti di vista.

La diga dell’amicizia indo-afghana e l’incognita del Pakistan

Asia/BreakingNews di

 

L’onda lunga della guerra che ha inaugurato l’era post 11 settembre ha finito per deteriorare gravemente i rapporti tra Afghanistan e Pakistan, il cui confine comune, labile e poroso, è da anni teatro di incursioni di milizie talebane e tensioni crescenti tra Kabul e Karachi.

Nello spazio creato dal lento processo di allontanamento si sta progressivamente inserendo l’India di Narendra Modi, lo storico nemico del Pakistan. L’inedita cooperazione tra India e Afghanistan viaggia ora su un duplice binario, militare ed economico, con forniture di armamenti ed investimenti infrastrutturali per un miliardo di dollari.  Nuova Dheli ha messo sul piatto le risorse per costruire una nuova Assemblea Nazionale a Kabul, rinnovare la rete stradale e potenziare le linee elettriche del vicino asiatico martoriato da decenni di conflitti, investendo risorse anche su iniziative di carattere umanitario.

L’emblema di questo rinnovato rapporto, a cui il Pakistan guarda con evidente ostilità, è stata l’inaugurazione, due giorni fa, della “Diga dell’Amicizia” (Salma Dam), alla presenza del Presidente Modi e del suo omologo afghano Ashraf Ghani. Il grande impianto idroelettrico della provincia di Herat, danneggiato gravemente durante la guerra civile degli anni ’90, è stato interamente ricostruito. Il progetto è stato finanziato con un investimento di 300 milioni di dollari e alla sua realizzazione hanno preso parte 1500 ingegneri afghani ed indiani.

Alta oltre 100 metri e lunga più di mezzo chilometro, la diga sarà in grado di generare 42 megawatt di potenza e contribuirà all’irrigazione di 75 mila ettari di terreno agricolo, secondo quanto affermato dallo steso Presidente Modi. L’elettricità generata dall’impianto illuminerà le case e le strade di 560 villaggi e 260 mila famiglie della regione.

I due presidenti hanno inaugurato ufficialmente la diga premendo insieme il bottone di accensione. La diga, ha scritto in un post il presidente Ghani dopo la cerimonia, “è un altro grande passo sulla via del rafforzamento e dell’allargamento delle relazioni tra Afghanistan e India”. Per Modi sarà il simbolo dell’amicizia tra i due grandi vicini  e “porterà speranza, luce nelle case, nutrimento per le fertili terre di Herat e prosperità ai popoli della regione.”

Nel triangolo delle relazioni centroasiatiche resta l’incognita del terzo elemento, l’amico allontanato che vede il suo nemico subentrare nel rapporto. L’Afghanistan è stato a lungo sottoposto alla sfera di influenza del Pakistan e l’India ha spesso preferito tenersi a distanza. Questo avvicinamento tra Nuova Dheli e Kabul, anche sul piano della cooperazione militare, non può che mettere in agitazione il governo pachistano ed il potente sistema di servizi militari, che per anni hanno considerato l’Afganistan come il cortile di casa. Anche sull’annosa questione del Kashmir potrebbe esserci ripercussioni, poiché l’Afghanistan, con le sue propaggini orientali, si affaccia sulla regione contesa. 

 

Luca Marchesini

Luca Marchesini
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