GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Tag archive

migranti

I vertici della Croce Rossa Italiana all’Assemblea Generale della Nazioni Unite

AMERICHE di

Dal 23 al 29 settembre a New York parteciperanno all’Assemblea  Generale delle Nazioni Unite Francesco Rocca, in qualità di Presidente della Croce Rossa Italiana e della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC) e Rosario Valastro, Vicepresidente nazionale Croce Rossa Italiana. Tanti sono i temi sul tavolo: Il Global Compact, la prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili (come il diabete), la necessità di maggiori investimenti per contrastare le epidemie locali e migliorare la risposta alle catastrofi, le crisi umanitarie protratte nel tempo, l’aggravamento dell’epidemia da tubercolosi e infine i cambiamenti climatici.

Il Movimento della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa intende sensibilizzare i governi a impegnarsi per una migrazione sicura, organizzata e che garantisca i diritti umani. Per questo particolare attenzione sarà riservata al “Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare affinché il documento sia adottato nella conferenza che si terrà a Marrakech il prossimo dicembre. Nel rapporto della International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies (IFRC) intitolato “Il nuovo ordine murato. Come le barriere all’assistenza minima trasformano la migrazione in crisi umanitaria” vengono identificati i fattori che impediscono ai migranti vulnerabili di avere accesso all’aiuto di cui hanno bisogno. Tali fattori variano da quelli più evidenti – incluso il timore di essere perseguiti, arrestati o deportati – a quelli meno ovvi, che possono comprendere costi proibitivi, barriere culturali e linguistiche e la scarsa informazione in merito ai propri diritti. Lo scopo del report è quello di sottolineare che non è necessario maltrattare le persone per assicurare il controllo delle frontiere poiché ogni essere umano deve avere accesso ai servizi e all’assistenza umanitaria di base come un adeguata alimentazione, essenziali cure mediche e giusta informazione legale sui propri diritti. Gli incontri si svolgono in un periodo in cui  i governi stanno implementando leggi che criminalizzano l’assistenza umanitaria, comprese le operazioni di ricerca e salvataggio e l’assistenza di emergenza a migranti privi di documenti di identità. In questo momento occorre combattere l’idea che la prospettiva di ottenere una elementare assistenza o l’attività di ricerca e soccorso possano agire come incentivi per la migrazione poiché è semplicemente errato e  le persone prendono la decisione di migrare per ragioni molto più profonde di queste. Lo scopo di IFRC è quello di chiedere ai governi di assicurarsi che le loro leggi, politiche, procedure e pratiche nazionali siano conformi agli obblighi già esistenti in base alle leggi internazionali e vadano incontro alle necessità e ai bisogni di assistenza e protezione dei migranti. Nell’ambito di questo argomento verrà affrontato il tema delle cure specialistiche per i bambini migranti.

Altra questione importante sarà quella delle crisi umanitarie protratte nel tempo, come in Siria, Bangladesh, nella Repubblica Democratica del Congo, in America Latina e tutti gli altri Paesi e regioni in cui lo staff e i volontari della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa stanno fornendo assistenza.  Solo il conflitto armato siriano dura da sette anni e tutte le parti coinvolte nel conflitto hanno commesso impunemente crimini di guerra, altre gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e violazioni dei diritti umani. Per esempio, anche le forze governative e le forze loro alleate, comprese quelle russe, han­no compiuto attacchi indiscriminati e attacchi diretti contro la popolazione civile e obiettivi civili, effettuando bombardamenti aerei e lanci di artiglieria, anche con armi chimiche e di altro genere vietate dal diritto internazionale, provocando centinaia di morti e feriti. Inoltre, hanno mantenuto lunghi assedi su aree densamente popolate, limitando l’accesso di migliaia di civili agli aiuti umanitari e ai soccorsi medici. Questa situazione ha fatto si che non ci sono più posti “sicuri” per bambini e civili dato che vengono colpite  arbitrariamente scuole, ospedali o mercati. Recentemente moltissimi bambini, che hanno già subito traumi e sofferenze durante i precedenti attacchi nella Ghouta orientale, nell’area est di Aleppo e in altre zone, hanno cercato rifugio a Idlib, per trovarsi nuovamente esposti al rischio mortale di una escalation del conflitto. Secondo dati recenti, l’80% dei bambini siriani che sono all’interno del paese vive stati d’ansia, di preoccupazione o di forte stress, e questo dà l’idea dell’impatto delle continue violenze sui bambini. Gli stessi bambini che dovrebbero ricevere riparo e protezione nella provincia nord-occidentale di Idlib stanno invece subendo di nuovo attacchi aerei e violenze nel preludio della possibile offensiva. In questo e altre contesti suscita preoccupazione anche il fatto che operatori umanitari vengono presi di mira e rischiano la vita ogni giorno.

Ci sarà anche un focus sull’aggravamento dell’epidemia da tubercolosi, con riferimento a come combattere la malattia e il suo stigma. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) recentemente ha pubblicato il suo Rapporto Globale sulla Tubercolosi definito da Medici Senza Frontiere un quadro vergognoso sull’incapacità del mondo di affrontare la malattia infettiva più mortale, che pur essendo curabile uccide ogni anno oltre un milione e mezzo di persone. Il rapporto evidenzia infatti i deboli progressi fatti a livello internazionale sulla Tubercolosi, sottolineando che a un ritmo così lento i paesi non riusciranno a raggiungere gli obiettivi prefissati dalla strategia “End TB”. La preoccupazione è che i governi stiano affrontando la malattia infettiva più mortale al mondo con pericolosa mediocrità dato che è il settimo anno consecutivo che circa il 40% dei casi di Tubercolosi non viene diagnosticato. Stando al rapporto OMS, la Tubercolosi resta la malattia infettiva più mortale al mondo, con 1,6 milioni di decessi nel 2017 (rispetto a 1,7 milioni nel 2016) e 10 milioni di persone che hanno sviluppato la malattia nel 2017 (rispetto ai circa 10,4 milioni nel 2016). Particolarmente preoccupanti le forti lacune nella diagnosi e nel trattamento: nel 2017, il 64% dei casi di Tubercolosi è stato diagnosticato e rendicontato (rispetto al 61% nel 2016). Tra le persone affette da Tubercolosi resistente ai farmaci (DR-TB), il 25% delle persone diagnosticate è stato anche trattato (rispetto al 22% nel 2016).

Infine, si discuterà dei cambiamenti climatici, per concentrarsi di conseguenza sul rafforzamento della resilienza delle comunità. I cambiamenti climatici stanno diventando sempre di più la causa di vaste crisi umanitarie che stanno cambiando il modo di vivere il nostro pianeta. Per esempio la siccità in Africa Orientale ha messo in ginocchio paesi già colpiti da guerre, crisi politiche e scontri etnici, ciò ha generato crisi umanitarie profonde in paesi come il Sud Sudan, l’Etiopia, l’Eritrea, il Burundi, il Kenya e la Somalia. Di conseguenza in questi paesi vi sono Insicurezza alimentare acuta (l’impossibilità di consumare cibo adeguato mette direttamente in pericolo le vite e i mezzi di sostentamento delle persone) e Fame Cronica (una situazione nella quale una persona non è in grado di consumare cibo sufficiente a mantenere uno stile di vita normale e attivo per un periodo prolungato) che rappresentano una piaga per milioni di persone nel mondo. A livello mondiale le situazioni di conflitto rimangono il fattore principale alla base della grave insicurezza alimentare in 18 paesi, 15 dei quali in Africa e Medio Oriente. Mentre I disastri climatici hanno provocato crisi alimentari in 23 paesi, due terzi dei quali in Africa. Conflitti, disastri climatici e altri fattori spesso contribuiscono a crisi complesse che hanno ripercussioni devastanti e durature sui mezzi di sostentamento delle persone. Per secoli, le popolazioni dell’Africa Orientale hanno dovuto affrontare fenomeni di questo tipo con una cadenza di cinque o sei anni. Recentemente, però, si è assistito a un’accelerazione di questa periodicità a causa del surriscaldamento globale. L’aumento delle temperature ha portato a un progressivo inaridimento delle fonti idriche con un conseguente calo della produzione agricola e un impoverimento dei pascoli. Il caldo e le eccessive distanze per procurarsi l’acqua mettono a repentaglio vite umane e bestiame. In Africa la frequenza delle siccità si sta intensificando fin dagli anni Novanta. Secondo degli studi ciò è dovuto in parte agli effetti del ciclo di El Niño e La Niña, i periodici fenomeni di riscaldamento e raffreddamento delle acque del Pacifico. I cambiamenti climatici esasperano questi effetti, spingendo verso l’alto le temperature e causando aridità.

Il 26 settembre si celebra, tra l’altro, la “Giornata Mondiale per l’eliminazione totale delle armi nucleari”, voluta proprio dall’ONU come condizione essenziale per garantire la pace e la sicurezza internazionali. L’Assemblea Generale, perciò, sarà l’importante occasione e vetrina per rilanciare e ribadire l’appello della Croce Rossa Italiana. Il raggiungimento del disarmo nucleare mondiale è da sempre un obiettivo prioritario delle Nazioni Unite. Già nel 1946 fu l’oggetto della prima risoluzione dell’Assemblea Generale, che consentì l’istituzione di una Commissione per l’utilizzo pacifico dell’energia atomica. Nel 1959 il disarmo è stato inserito nel programma dell’Assemblea Generale, nel 1975 è stato il tema delle conferenze di riesame del Trattato di non proliferazione nucleare e nel 1978 la prima sessione speciale dell’Assemblea Generale sul disarmo ha riaffermato la sua massima priorità. Mentre dopo la guerra fredda si è assistito a drastiche riduzioni nel dispiegamento di armi nucleari, ad oggi non è stata distrutta una sola testata sulla base di un trattato, bilaterale o multilaterale, e non sono in corso negoziati per il disarmo nucleare. La dottrina della deterrenza nucleare continua ad avere un ruolo centrale nelle politiche di sicurezza di tutti gli Stati che possiedono armi nucleari e dei loro alleati. Ma le sfide legate alla sicurezza non possono rappresentare una scusa per continuare la corsa agli armamenti nucleari, né una giustificazione per declinare la responsabilità condivisa di costruire la pace nel mondo. La giornata del 26 settembre per l’eliminazione totale delle armi nucleari, istituita nel 2013 con la Risoluzione A/RES/68/32, è stata designata dalle Nazioni Unite per ricordare la necessità di questo impegno comune: raggiungere la pace e la sicurezza in un mondo libero da armi nucleari. Lo scorso anno, dopo una mobilitazione mondiale 120 Paesi membri dell’Onu hanno firmato un Trattato per il divieto dell’utilizzo delle armi nucleari. La Croce Rossa italiana e la Federazione internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, hanno sollecitato tutti i governi ad aderire a questo impegno, ma molti non hanno risposto alla chiamata. Tra questi, il precedente governo italiano.

Minori Stranieri non accompagnati: una valutazione dei minori, di AGIA e UNHCR

EUROPA di

Recentemente è stata diffusa l’anticipazione del rapporto “Minori stranieri non accompagnati: una valutazione partecipata dei bisogni: una relazione sulle visite nei centri emergenziali, di prima e seconda accoglienza in Italia realizzata congiuntamente dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (AGIA), Filomena Albano, e l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati (UNHCR). Al momento sono 15 i centri coinvolti, 134 i minori incontrati, 21 le nazionalità rappresentate nelle attività di ascolto e 17 anni l’età media dei ragazzi. Le visite proseguiranno fino a fine 2018, dopo di che sarà diffuso il rapporto conclusivo. Nei casi di Minore straniero non accompagnato il “superiore interesse del minore” è una considerazione permanente poiché lo si considera come “il benessere del minore” per circostanze individuali e decisioni assunte sulla base di diritti e bisogni specifici. Questo è un diritto sostanziale in quanto ha diritto che sia valutato, è un principio legale poiché deve essere scelta l’interpretazione più efficace a tutelare il suo interesse e una regola procedurale in quanto ogni decisione deve prima valutare ogni possibile impatto sul minore. Ciò trova la sua logica nell’articolo 12 della convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che inquadra il concetto di partecipazione dei minori e degli adolescenti poiché gli stati contraenti garantiscono al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa tendo conto dell’età e del suo grado di maturità. Questo rappresenta il passaggio fondamentale per cui i bambini e gli adolescenti passano dall’essere “oggetti” a essere “soggetti”, attivi e informati, di diritto. Ciò si esprime attraverso due diritti cardine sanciti dalla convenzione: il diritto del minore di esprimere un’opinione e il diritto di vedere riconosciuto a questa il dovuto peso. Su questi presupposti si basa la ricerca intrapresa da AGIA e UNHCR.

Nell’80% dei 15 centri visitati sono risultate carenti informazioni e orientamento, nel 53% di essi emerge la mancanza di attività di socializzazione, nel 47% delle 15 strutture coinvolte la permanenza in centri di prima accoglienza o emergenziali vanno ben oltre i 30 giorni previsti dalla legge. La problematica più segnalata dagli enti gestori è stata quella dei tempi gravosi per la nomina dei tutori. Ragazzi ed enti insieme hanno tra l’altro fatto rilevare l’impossibilità per i minori stranieri non accompagnati di tesserarsi con la Federazione gioco calcio. Nell’ambito della ricerca sono stati evidenziati i cosiddetti “Protection Gaps”, ovvero fattori di rischio, elementi di vulnerabilità e bisogni di tutela. Tra le problematiche di carattere sistemico vi è la permanenza dei minori nelle strutture di prima accoglienza, anche di carattere temporaneo, oltre i 30 giorni fissati dalla normativa e che si protrae nella maggior parte dei casi sino al compimento della maggiore età, comportando il mancato accesso ai progetti di seconda accoglienza della rete SPRAR, e ai servizi di assistenza e integrazione espressamente previsti per questa categoria di soggetti vulnerabili. In Italia, quasi il 60% dei circa 9.000 minori non accompagnati ospitati nei centri di accoglienza diventeranno maggiorenni nel 2018. La preoccupazione crescente è che, senza opportunità di istruzione o formazione professionale nonché privi di informazioni sui loro diritti e responsabilità, correranno un alto rischio di essere coinvolti in attività illegali e di sfruttamento. A questo si aggiunge l’assenza di procedure definite e omogenee per la Relocation e il Ricongiungimento Familiare ai sensi del regolamento Dublino III dei Minori non accompagnati. La mancanza di informazioni adeguate e credibili comporta il rischio di produrre disorientamento e sfiducia, provocando l’aumento dell’incidenza degli abbandoni volontari dalle strutture. Inoltre, il protrarsi indefinito dell’attesa e nelle incertezze sulle modalità ed esiti delle procedure comporta un ulteriore elemento di frustrazione e angoscia in cui il minore non sa se partirà e in che paese andrà. Ciò non permette al minore, magari, di imparare una lingua per integrarsi nel paese di destinazione. Poi, limitatamente alle strutture di accoglienza temporanea, viene sempre più richiesta la necessità di garantire il regolare svolgimento di attività di informazione e orientamento a misura di minore. A ciò si aggiunge la necessità di garantire percorsi coerenti di integrazione, a partire da una progettualità individuale che consenta l’individuazione dei bisogni specifici e delle risorse e competenze individuali per evitare il disorientamento sul proprio futuro dopo il compimento della maggiore età.

Alle problematiche di carattere sistemico si aggiungono quelle particolari di ogni centro che vedono i minori collocati in strutture destinate agli adulti e in cui non hanno i propri spazi; restrizioni della facoltà di movimento per proteggere le potenziali vittime di tratta; mancate garanzie di condizioni di vita adeguate riguardo alla protezione, al benessere e allo sviluppo sociale del minore o la mancanza del soddisfacimento dei bisogni e delle esigenze del minore. Si sono registrati casi in cui un minorenne ha dovuto scegliere come spendere i propri 15€: se telefonare la madre o comprare scarpe più adatte all’inverno. Un’altra problematica è legata nell’eccessivo isolamento delle strutture che creano impossibilità nelle attività ricreative e di socializzazione ma anche di difficoltà per poter raggiungere i luoghi di istruzione. Spesso per poter raggiungere un centro abitato occorre percorrere una strada provinciale senza illuminazione o marciapiedi, comportando un enorme rischio alla sicurezza. Quello che sembra risultare è che molte delle problematiche siano legate all’esistenza di una normativa contraddittoria e a problemi infrastrutturali che vedono posti isolati privi di trasporti. Durante la ricerca sono stati gli stessi minori ad avanzare delle proposte come quelle di sostegno all’integrazione personalizzato; incontro con le comunità locali per combattere episodi di razzismo; contatto con famiglie per conoscere la cultura italiana; corsi di italiano; possibilità di socializzare con i coetanei e tutori volontari in grado di attivare un rapporto di conoscenza.

         Nel rapporto si sottolinea la necessità di garantire e promuovere spazi protetti di ascolto per i minorenni che giungono in Italia da soli e che hanno dunque specifiche esigenze di protezione, tanto più se fuggono da conflitti o da persecuzioni. A tribunali e garanti si raccomanda di assicurare informazioni esaustive sulla figura e i compiti dei tutori, dei quali è stata sollecitata ancora una volta la nomina.  Si chiede di chiarire e uniformare su tutto il territorio l’applicazione della procedura di ricongiungimento familiare dei minori non accompagnati ai sensi di Dublino III. La pubblicazione dell’anticipazione vuole sollecitare i responsabili a far in modo che le permanenze nelle varie strutture siano contenute nei tempi strettamente necessari. Altra raccomandazione è quella di attivare le procedure di accertamento dell’età solo qualora ci siano fondati dubbi su di essa e sempre su disposizione della Procura presso il Tribunale per i minorenni. Ai servizi sociali, infine, è stato chiesto di vigilare su chi realizza, a livello locale, gli interventi sociali.

La garante Filomena Albano ha affermato che “l’Autorità̀ garante deve essere il ponte tra la persona di minore età e le istituzioni nell’obiettivo di perseguire il diritto all’uguaglianza. Attraverso l’ascolto istituzionale, si intercettano le richieste e i bisogni, traducendoli in diritti e si individuano le modalità̀ per renderli esigibili, portando le istanze di bambini e ragazzi davanti alle istituzioni”. Felipe Camargo, rappresentante dell’UNHCR per il Sud Europa, ha aggiunto che “l’ascolto delle persone di minore età è indispensabile per far emergere i loro bisogni e le loro opinioni, e quindi, assicurare il rispetto dei loro diritti. Con questa importante iniziativa, vogliamo assicurare a questi bambini e adolescenti in condizioni di particolare vulnerabilità misure di protezione adeguate a soddisfare le loro specifiche esigenze di protezione e sviluppo. In particolare, dalle attività fin ora realizzate con i minori, è emerso con forza, il bisogno di essere supportati nel loro percorso di integrazione, in un contesto di accoglienza che deve essere dignitoso e rispettoso del loro superiore interesse”.

          Il 15 giugno AGIA e UNICEF hanno firmato un Protocollo di intesa, della durata di due anni, per sviluppare azioni congiunte di sostegno ai minorenni migranti e rifugiati in Italia con l’obiettivo di facilitare il processo di potenziamento e le attività di inclusione sociale, partecipazione, promozione dei loro diritti. In questo modo le associazioni si impegnano a collaborare per promuovere e realizzare attività di informazione e sensibilizzazione rivolte ai minori stranieri non accompagnati (MSNA) a proposito dei diritti sanciti dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia (CRC). La comunicazione farà uso di un linguaggio “a misura di bambino/adolescente”, e sarà proposta in un’ottica di valorizzazione delle diversità culturali attraverso azioni che promuoveranno in modo permanente il confronto, l’ascolto e la partecipazione dei bambini e degli adolescenti in tutte le occasioni e sedi opportune, anche e soprattutto a livello istituzionale. Tramite la sottoscrizione del Protocollo di intesa l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e l’UNICEF si impegnano in particolare a diffondere l’uso della piattaforma digitale U-Report on the Move , già sperimentata da UNICEF in oltre 40 Paesi e sviluppata in Italia per favorire l’ascolto e l’accesso alle informazioni dei giovani migranti e rifugiati (U-Reporters). La piattaforma digitale consente ai giovani che si iscrivono di esprimere la propria opinione, in forma anonima, sulle tematiche per loro più rilevanti. In Italia, il progetto U-Report on the Move è stato lanciato dall’UNICEF nel 2017 a sostegno dei minorenni migranti e rifugiati e conta più di 600 iscritti.

Ripartire dalle persone per tutelare i diritti umani

EUROPA di

Il 18 giugno il Centro studio Roma 3000 ha tenuto il convegno “La tutela dei diritti Umani nelle Aree di Crisi” ed è stata l’occasione per riflettere con ospiti importanti su ciò che succede e su cosa occorrerebbe fare. Le aree di crisi sono ovunque e di molti tipi. Possiamo pensare ai conflitti armati che si svolgono nel mondo, agli scenari dovuti all’economia e alle crisi economiche o a ciò che succede dopo i disastri ambientali. Il filo conduttore vede disagi, necessità di assistenza, diritti negati che hanno bisogno di tutela per uomini, donne e bambini.

     Alessandro Forlani (esperto di diritti umani e affari internazionali), ha sottolineato che ormai nella nostra società è sempre più importante e inevitabile porre l’attenzione alle relazioni internazionali e ai fenomeni collegati. A ciò si collega la necessità di coinvolgere e rendere partecipe l’opinione pubblica poiché certi fenomeni, come i conflitti che cadono in larga misura nel nord africa e nel Medioriente, assumono carattere di cronicità. Nella maggior parte dei casi vi sono attori che hanno interesse a mantenere il caos in casi come quelli del conflitto arabo-israeliano, quello siriano e quello libico. In questi contesti, come ha evidenziato Rosario Valastro (vicepresidente Croce Rossa Italiana), si aggiungono questioni come la pericolosità per gli operatori umanitari. A riguardo abbiamo scambiato qualche rapida domanda:

EA: ultimamente viene messo in risalto la sicurezza degli operatori sanitari, cosa sta accadendo?

Rosario Valastro: ci troviamo in un periodo in cui veramente sembra che le norme del vivere civile abbiano avuto un’involuzione clamorosa di oltre un secolo e mezzo. Abbiamo delle problematiche di pericolo di tutela degli operatori sanitari dove esistono dei conflitti in questo momento. La Siria è quella che purtroppo va alla ribalta per la quantità dei numeri, abbiamo circa 90 tra volontari e operatori che hanno perso la vita in questi anni. Anni in cui anche l’ONU ha perso il conto di quanti civili sono stati uccisi durante la guerra. Ma quello della Siria, ripeto, è alla ribalta per l’enormità dei numeri ma questo accade anche in Yemen, accade anche altrove e pone un serio problema circa la reale volontà delle parti di tutelare la popolazione civile. Noi sappiamo che la tutela degli operati sanitari, delle strutture sanitarie e del materiale sanitario è funzionale alla cura della popolazione civile e alla cura dei soldati feriti. Per questo le strutture sanitarie di per sé sono riconosciute come neutrali, non sono riconosciute come parti del conflitto e vanno tutelate. Se viene a mancare, come sta venendo a mancare, con gli esempi che ho fatto e con altri che si possono fare, allora anche la guerra diventa qualcosa di non più governabile nei confronti delle popolazioni inermi.

EA: può dirci a cosa può essere legata questa escalation?

Rosario Valastro: certamente c’è una mancanza di rispetto per quelle che sono le convenzioni internazionali che hanno fondato il vivere civile delle nazioni. Cioè la guerra, chiunque parli della guerra, ha nel suo immaginario qualcosa che non ha delle regole. In realtà, la guerra ha delle regole che sono state costruite nel corso di questo secolo e mezzo dalle convenzioni di Ginevra in poi. Se questo non è più considerato prioritario, se il rispetto della vita umana viene in secondo luogo rispetto a tutto il resto, e quindi comunque l’obiettivo è vincere a discapito dei morti che riesco a fare, allora queste escalation producono un ulteriore disumanizzazione della guerra, un ulteriore aumento non solo di vittime, quindi morti, ma anche di persone che perdono le case e di persone le cui famiglie vengono separate a forza. Un aumento esponenziale di vulnerabilità che ben poco ha a che vedere con la guerra. La guerra è, come noi sappiamo, colpisci le zone strategiche del nemico, colpisci i depositi di armamenti, colpisci quartier generali. Non colpisci la popolazione civile che non partecipa alle operazioni di guerra. Se tu lo fai, come è stato anche fatto durante alcuni conflitti in Europa negli anni ’90, lo fai con delle idee di genocidio, di pulizia etnica, che sono fuori dall’orbita umanitaria.

 

Nel corso dell’intervento ha poi sottolineato che il diritto internazionale umanitario è nato per garantire l’incolumità di operatori umanitari, civili e feriti di guerra ma ad oggi sembra essere ritornati a quei tempi in cui tutto ciò non era garantito. È messo tutto in discussione e stiamo registrando l’imbarbarimento delle condizioni di vita dei civili nelle zone di guerra. Dobbiamo ricordarci che senza gli operatori umanitari si indeboliscono i civili poiché viene meno il rispetto della vita umana, ovvero la condizione principe per il rispetto del diritto dell’uomo.

Grazie all’intervento di padre Mussie Zerai (direttore agenzia di stampa Habeshia) è stato possibile approfondire la questione e affrontare il tema delle migrazioni di cui noi assistiamo solo il fenomeno più visibile, quello degli sbarchi. Il tema degli sbarchi è un tema divisivo della politica e dei rapporti tra stati e all’interno degli stati. È un tema che richiama la necessità di adeguate misure di accoglienza per persone che altrimenti rimangono senza futuro, senza storia e senza la possibilità di dare un futuro ai propri figli. A questo proposito abbiamo potuto chiedere un commento sui recenti fatti dell’Aquarius:

EA: può dirci, secondo lei, cosa può significare quello che è successo con la nave Aquarius?

Padre Mussie Zerai: La settimana appena trascorsa, il fatto che l’Aquarius con tutto il suo carico umano è stata respinta, non è un segnale positivo. Non era il modo di gestire o di fare un braccio di ferro con l’unione europea o con malta per arrivare a una soluzione perché usare persone già provate dal viaggio, persone in cerca di protezione e di sicurezza, usate come “armi di ricatto” verso l’Europa non è il modo di fare politica, non è il modo gestire le cose umanamente e civilmente. Io spero che sia una forma provocatoria e isolata che però al tavolo dell’unione europea alla fine mese, in cui i vari paesi o ministri che si incontreranno, troveranno una soluzione complessiva e basata soprattutto sulla solidarietà e non sulle chiusure ed esternalizzazione delle frontiere o su tentativi di scaricare il peso su paesi già fragili sia economicamente che politicamente. Perché scaricare tutto sui paesi del nord africa o dell’africa subsahariana, pesa in tutti i sensi perché quei paesi sono già democraticamente fragili e alcuni addirittura non garantiscono il minimo standard del rispetto dei diritti umani. Vuol dire consegnare queste persone nelle mani di chi violerà questi diritti. Abbiamo visto anche gli accordi fatti con la Libia e i Lager che ci sono nella Libia, sono la chiara testimonianza.

EA: Tramite questa criminalizzazione delle ong e con questo gioco di forza su associazioni che non rappresentano un governo, viene messo in dubbio quel principio di sussidiarietà del privato, ovvero viene messa in discussione anche la nostra capacità di portare il nostro contributo li dove lo stato non riesce o non aiuta dove mette in difficoltà le stesse associazioni?

Padre Mussie Zerai: questo è il tentativo di scaricare le proprie responsabilità perché le ong sono intervenute li dove gli stati hanno lasciato un vuoto. Dopo la chiusura di mare nostrum, si è creato un vuoto da colmare perché la gente continuava a morire. Ecco, la società civile, anche con la presenza delle ong, è venuta in soccorso. Anche tramite l’aiuto delle ong che hanno soccorso, l’Italia, oltre che ha potuto continuare a salvare le vite umane, ha anche risparmiato un miliardo di euro che altrimenti avrebbe dovuto spendere per sforzarsi a salvare vite umane se non si vuole lasciar morire queste persone. Quindi sia sull’aspetto morale etico e civile ma anche sull’aspetto economico, la presenza delle ong per l’Italia e l’Europa è stato di grande aiuto. Criminalizzarli vuol dire scaricare su di loro le proprie responsabilità. Bisognerebbe chiedere agli stati perché hanno lasciato quel vuoto, perché nessun altro programma simile al mare nostrum è subentrato a fare quel lavoro che mare nostrum faceva. Ricordiamo che mare nostrum è nato dopo due grandi tragedie successe a distanza di una settimana nel 2013, il 3 ottobre e successivamente l’11 di ottobre. Che cosa si doveva continuare a vedere? Si voleva continuare a raccogliere cadaveri? Non è quello status che l’Unione Europea, la sua fondazione e i suoi valori  gridati corrispondevano a quella realtà che stavamo assistendo per cui il mediterraneo è diventato un cimitero a cielo aperto e quindi le ong hanno salvato la faccia e l’onore di tutta l’Europa. Criminalizzarli significa essere responsabili.

Padre Mussie Zerai ha poi sottolineato che il diritto dei deboli è di fatto un diritto debole perché non viene rispettato tanto che oggi parliamo di dover tutelare le leggi e le convenzioni. 27 anni fa padre Mussie è arrivato come minore non accompagnato e venne affidato al comune di Roma ma ricevette aiuti non previsti dalla legge. Ad oggi molti minori scappano dai centri perché si sentono in gabbia e non vedono una prospettiva per il proprio futuro, in molti spariscono e non si sa che fine fanno. È quello che succede a chi arriva per mare nei casi di respingimento, soprattutto nei casi di respingimento in Libia dove non sono assicurati i diritti umano e dove le persone (soprattutto chi migra) possono essere soggette a trattamenti inumani e degradanti. A ciò si aggiunge che la corte internazionale dovrebbe pronunciarsi dato che l’ONU ha recentemente condannato uno di quei comandanti con cui ci si sono fatti accordi per contenere i flussi migratori. È una di quelle persone che di giorno indossano la divisa e di notte lavorano con e come trafficanti. È un fenomeno che per poter essere risolto ha bisogno di prevenzione e lavoro costante nel lungo termine. L’Eritrea è l’esempio che anche la dittatura crea dei rifugiati. Una dittatura che usa la presenza di un vicino scomodo come giustificazione per costringere i giovani a una leva obbligatoria indeterminata che non dà futuro. In Eritrea non vi è una costituzione che tutela i cittadini, non vi è una stampa libera, non vi è libertà di movimento o libertà religiosa. Tutto questo produce una fuga di massa verso il paese più vicino ma spesso trovano condizioni peggiori e, non potendo tornare a casa, proseguono il viaggio. Una delle poche soluzioni perseguibili è quello di risolvere, certamente nel lungo termine, i conflitti ma spesso vi è un’immobilità politica. Per esempio, l’Etiopia ha comunicato di voler fare pace con l’Eritrea ma l’Italia, che è tra i garanti per la pace di Algeri, non ha fatto alcuna mossa. Se si facesse questa pace cadrebbe ogni alibi del regime e finirebbe l’esodo di giovani e giovanissimi che scappano prima che scatti l’obbligo della leva. Ultimamente si parla di istituire degli Hotspot dell’Unione Europea in Africa, campi di identificazione, ma non si tiene conto che ci sono tanti campi rifugiati che hanno un problema di sicurezza. Anzi, gli stessi campi sono il centro del traffico degli esseri umani come accade tra il Sudan e il Sinai: il campo era sotto gestione dell’UNHCR ma i militari sudanesi, addetti alla sicurezza, erano pagati dai trafficanti. I militari la notte facevano entrare i trafficanti che sceglievano le persone da vendere o a cui togliere gli organi per il traffico di organi. Le prove si hanno grazie al lavoro di BBC e CNN che ha documentato il ritrovamento dei corpi abbandonati nel deserto e che, dopo un’attenta autopsia, riportavano l’estrazione di organi.

L’Africa non ha bisogno di aiuto in denaro, è ricco di risorse già di suo, ma serve aiuto per trasformare la ricchezza in democrazia e diritti. L’Africa perde 190 miliardi in risorse naturali e umane ogni anno e ne riceve 30 dai donatori. Il vero peso delle migrazioni è quindi nei paesi di partenza poiché il costo del viaggio può essere sostenuto solo da pochi. Per esempio, in Etiopia un visto per l’Italia costa 10.000 dollari, un visto Schengen costa 15.000 dollari, mentre la tratta che fanno milioni di persone per arrivare da noi costa 5.000 dollari. Occorre che quei 190 miliardi siano trasformati in dignità, diritti e futuro. Occorre, poi, ricordare che la guerra in Libia non è stata una guerra libica ma una guerra tra stati dell’Europa, i libici sono stati sotto Gheddafi per 42 anni. Lo stesso vale per la guerra in Sud Sudan in cui combatte chi ha investito nelle pipeline per portarle nel Mar Rosso o nel Mar Indiano. Ciò che va sottolineato è che nessuno paese africano produce armi e che queste vengono comprate da paesi come la Russia, la Germania, la Cina, gli Stati Uniti e dalla stessa Italia (solo per citarne alcuni) e che andrebbe vietata la vendita di armi in queste zone.

     Yehven Perelygin (ambasciatore della Repubblica di Ucraina in Italia) ha portato sul piatto della discussione anche i conflitti che sono ancora aperti nella nostra Europa e di cui si parla troppo poco come quello in Ucraina e nella regione del Donbass (a riguardo il Centro Studi Roma 3000 ha tenuto un convegno a novembre). L’ambasciatore spera che quella che viene chiamata “guerra silenziosa” non diventi la “guerra dimenticata” poiché sono state riscontrate gravi violazioni di diritti umani nella penisola della Crimea dove avvengono sistematiche restrizioni alle libertà di espressione, di credo, di riunione e di partecipazione. In questo senso vi è un’impossibilità di avere un’educazione o una formazione nella propria lingua (tataro o ucraino), vi è la chiusura dei mezzi di informazione e vi sono 64 cittadini prigionieri politici tra tatari e registi e scrittori ucraini che dal 2014 sono in condizioni paragonabili ai Gulag sovietici. Oltre a questo vi è il reclutamento di giovani ucraini da parte dei russi. Il 14 giugno il parlamento europeo ha votato una risoluzione per cui chiede il rispetto dei principi democratici e la libertà per Oleg Sentsov e tutti gli altri cittadini ucraini detenuti illegalmente in Russia.

In tutti queste problematiche vi sono anche i bambini, come l’intervento di Daniela Fatarella (vicedirettore generale “Save the Children”) ha sottolineato. Un miliardo e 500 mila bambini ad oggi non hanno una protezione, cioè più della metà dei bambini al mondo, e 357 milioni di bambini vivono in aree di conflitto (1 bambino su 6), ciò rappresenta un aumento del 75% dagli anni Novanta. Queste guerre lunghe e croniche colpiscono i bambini e spesso vengono colpiti volontariamente per tattica. Colpire loro vuol dire colpire l’infanzia, le famiglie, la comunità e il futuro. Le guerre vedono concentrare i propri obiettivi sulle scuole e gli ospedali, quelli che una volta erano i luoghi sacri di protezione e assistenza a civili e ai feriti. La relatrice recentemente è stata nel campo profughi di “Zaatari” dove si sono rifugiati i bambini o dove sono nati. Solo in questo campo nascono 80 bambini a settimana e la permanenza media è di 15 anni. Le persone che vi ci sono rifugiate all’inizio pensavano di tornare in Siria in breve tempo, poi sono state prese dallo sconforto e infine hanno sviluppato la resilienza. I genitori intervistati nei campi pensano che dare un’educazione ai bambini è un’arma per poter tornare a casa, in Siria, dove il sistema scolastico e quello sanitario è collassato completamente. In questo senso è importante lavorare anche dopo la guerra dato che deve essere stimolata e assistita la resilienza delle persone in modo da poter avere un futuro e una prospettiva.

Nei contesti di crisi, come evidenziato da Cristina Nasini (componente del direttivo di “Vivere Impresa”) nel suo intervento, può essere importante l’apporto delle aziende. In questo senso è importante l’aspetto privatistico che emerge nel rapporto “datore di lavoro – lavoratore”: i datori di lavoro, ancora prima del rapporto stesso, non devono avere una condotta discriminatoria verso le persone per etnia, religione o orientamento sessuale. Tutto ciò rientra anche a livello internazionale tramite l’impegno dell’ILO nel dettare linee guida per le aziende come quella che riguarda la tutela e la libertà di associazione e sindacati in quanto necessari per tutelare i propri diritti. Nelle linee guida vengono prese in considerazioni tematiche quali il lavoro minorile e le categorie vulnerabili come migranti, donne incinte o donne di ritorno dalla maternità. Inoltre, è importante l’aspetto pubblicistico rappresentato dal rapporto “Azienda – Stato”. In questo senso deve esserci una responsabilità sociale delle imprese che da una parte, tramite l’esportazione di lavoro all’estero, hanno opportunità di business e dall’altra possono portare forme di sviluppo economico per quei paesi in via di sviluppo o in crisi. L’apporto di imprese rispettose dei diritti umani è importante per evitare quei fenomeni che vanno dal disastro del Rana Plaza ai campi di Rosarno, in cui lo sfruttamento e la violazione dei diritti umani viene fatta in nome del profitto. Oltre a questi aspetti le imprese che lavorano in aree di crisi, magari essendo imprese di ricostruzione edile o di ristorazione, possono apportare il proprio sostegno alle varie Ong.

In Afghanistan sono morti 10.000 civili, in Yemen 50.000, in Siria non ci sono dati ufficiali dell’ONU ma la Croce Rossa Italiana conta la morte di 70 operatori umanitari, nel 2017 Save the Children ha perso 4 persone in un attacco kamikaze nel centro operativo in Afghanistan, in Donbass negli ultimi 3 anni si contano più di 10.000 vittime e di 1 milione e 700 mila persone spostane nel proprio paese. A questi numeri si aggiungono quelli che vedono la nascita, solo quest’anno, di 18.000 bambini nei campi profughi e nelle pessime condizioni dei campi. Questi sono numeri ma i vari interventi hanno trovato un punto fondamentale di incontro, dietro a questi numeri ci sono le storie di persone, di uomini, di donne, di bambini e di famiglie. Dall’incontro esce la volontà di voler parlare innanzitutto delle persone e delle vite delle persone e si ricorda che l’assistenza ai più deboli è richiesta degli stessi pilastri dell’unione europea e della nostra cultura. Questi pilastri ci impongono di aiutare chi è in difficoltà, di mettere le persone al centro del dibattito, di mettere il singolo con la propria storia di fronte all’enormità del numero e di mettere al centro le persone e non il profitto. Parlare di persone nei vari casi dibattuti ci permette di lottare la disumanizzazione che spesso viene fatta anche involontariamente e di tutelare il diritto dei più deboli per renderlo il diritto più forte perché spesso si fa abuso della parola sicurezza ma sono i più vulnerabili ad averne bisogno. Occorre ripartire dalle persone per tutelare i diritti umani e rispettare la vita, perché tutte le vittime che abbiamo ricordato sono vittime della mancanza di rispetto alla vita.

 

Durante il convegno sono intervenuti: Alessandro Conte (presidente Centro Studi Roma 3000), Alessandro Forlani (esperto di diritti umani e affari internazionali), Rosario Valastro (vicepresidente Croce Rossa Italiana), Daniela Fatarella (vicedirettore generale “Save the Children”), Yehven Perelygin (ambasciatore della Repubblica di Ucraina in Italia), Mussie Zerai (direttore agenzia di stampa Habeshia), Cristina Nasini (componente del direttivo di “Vivere Impresa”).

 

Coordinate per l’estate: il Caso Aquarius

EUROPA/POLITICA di

Era una notte buia in cui, da una parte, era difficile distinguere dove fosse il mare e dove iniziasse il cielo notturno, e, dall’altra, il sole si stava preparando ad albeggiare. In questi frangenti un rimorchiatore si adopera per il soccorso di due gommoni ma la situazione si fa critica non appena una delle due imbarcazioni si distrugge, facendo cadere 40 persone in acqua. Alla fine, sono 229 le persone recuperate, delle luci rosse illuminano le facce dei sopravvissuti: c’è chi festeggia, chi sa o pensa che non è ancora finita, c’è chi bacia i bambini e cerca di dargli il proprio affetto. Queste sono state le persone che l’Aquarius ha salvato il 10 giugno e a queste si aggiungono le 400 persone soccorse dalla Marina Militare Italiana, dalla Guardia Costiera e da navi mercantili. È una notte intensa, in totale vengono raccolte 629 persone: tra loro 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte, soccorse attraverso 6 diverse operazioni. Il ministro degli interni, con l’aumento delle partenze nei giorni precedenti, aveva dichiarato che avrebbe impedito alle Organizzazioni Non Governative (ong) che operano nel mediterraneo di continuare a svolgere il loro “ruolo di taxi del mare”. A questa dichiarazione segue una lettera urgente al governo di Malta, con cui si dichiarano chiusi i porti italiani e si dice che il porto di “Valletta” (capitale maltese) è il più sicuro. Malta risponde che però non è sua competenza in quanto il soccorso è avvenuto nella Search and Rescue area (la SAR) libica con il coordinamento del centro di Roma. Per Malta devono sbarcare in Libia, in Tunisia o in Italia per una questione di principio: la necessità che vengano rispettate le regole. Il ministro degli Interni italiano dichiara che questa è “un Italia che comincia a dire no, al traffico di esseri umani, al business dell’immigrazione clandestina e che l’obiettivo è quella di garantire una vita serena a questi ragazzi in Africa e ai nostri figli in Italia”. Aggiunge che nel mediterraneo ci sono navi con bandiera olandese, spagnola, britannica o di Gibilterra, che ci sono Ong tedesche e spagnole, che c’è Malta che non accoglie, che c’è la Francia che respinge alla frontiera e una Spagna che difende i confini con le armi. Intanto si procede verso Nord in attesa dell’assegnazione di un porto sicuro. Cala la sera e arrivano le istruzioni dal coordinamento della Guardia Costiera italiana di rimanere in Standby a 35 miglia Nautiche dall’Italia e 27 da Malta.

     Questa è un primo riassunto di ciò che è successo il primo giorno del “Caso Aquarius”, il seguente vede le persone a bordo unite nella preghiera mattutina ancora ignari dello stallo diplomatico, donne incinte, persone con gravi ustioni chimiche, medici che lavorano a pieno regime per garantire le cure a tutti, diversi pazienti con sindrome di annegamento e ipotermia, nonché paura per le scorte che scarseggiano. Passa il tempo e, tra le dichiarazioni del primo ministro Spagnolo acquisite dai media all’interno della nave e per mancanza di ufficialità da parte del MRCC italiano, arriva il momento di avvisare le persone a bordo. Gli operatori mostrano sulla cartina dove sono fermi e riportano della chiusura dei porti. Crescono ansia e disperazione a bordo, c’è chi minaccia di buttarsi in mare per paura del rimpatrio in Libia. Nel frattempo, in Italia, Il ministro degli Interni tiene una conferenza stampa dove dichiara di voler creare un fronte di discussione in cui ci deve essere il primo segnale per non sostenere il peso, si esprime la disponibilità di trasbordare donne e bambini che si trovano a bordo e che si vuole gestire la situazione, in futuro, salvando le persone prima delle partenze. Durante la conferenza stampa sottolinea di voler operare sui costi dei “finti profughi” dichiarando che solo 6 su 100 sono rifugiati politici e che altri 4 su 100 sono possibili titolari di protezione sussidiaria. Il discorso continua dicendo che il costo è di 35€ cada uno e che deve scendere alla media europea, dichiarando, anche, che vuole “vedere se con meno soldi queste associazioni saranno ancora così generose”. Il ministro degli interni vuole lavorare anche sui tempi poiché dallo sbarco fino al termine della procedura di accertamento della domanda passano 3 anni e di voler lavorare su tutte quelle forme che definisce tutte italiane per garantire “ai rifugiati veri assistenza e che sono vittime degli sprechi di denaro”.

Commentando la situazione, Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia, ha dichiarato: “I bambini e gli adolescenti e le persone più vulnerabili che sono a bordo della nave Aquarius di SOS Mediterranée non possono rimanere vittime di una disputa tra stati. Le condizioni di sofferenza, privazioni e paura che hanno certamente vissuto in Libia e durante nel viaggio non possono essere ingiustamente prolungate. È necessario e urgente garantire loro un approdo sicuro senza ulteriori indugi. Le dispute tra stati vanno risolte in sede diplomatica senza prendere in ostaggio donne e bambini”.

Elisa De Pieri, ricercatrice di Amnesty International sull’Italia, ha così commentato la situazione: “Chiudendo i loro porti, Italia e Malta non solo stanno voltando le spalle a oltre 600 persone disperate e in condizioni vulnerabili, ma stanno anche violando i loro obblighi di diritto internazionale. Gli uomini, le donne e i bambini a bordo dell’Aquarius hanno rischiato la vita in viaggi pericolosi per fuggire dalle terribili violenze in suolo libico solo per finire in mezzo a un’inconcepibile disputa tra due stati europei. Tenere le navi delle organizzazioni non governative ferme in mare in attesa di un porto dove approdare significa solo che meno navi di soccorso sono operative per aiutare chi può trovarsi in difficoltà proprio in questo momento. Italia e Malta devono aprire i loro porti e gli altri stati dell’Unione europea devono condividere la responsabilità di offrire protezione, soccorso e procedure d’asilo”.

     Si avvicina di nuovo la sera, la situazione è statica e, nel frattempo, la nave Dicioitti della marina militare italiana con 937 migranti si dirige verso Catania. Solo nella giornata successiva, dopo i rifornimenti ad opera delle autorità italiane, si ha una decisione e si procede per spostare alcune persone sulle navi italiane per formare una carovana verso la spagna. Il viaggio, come sappiamo, ha visto delle difficoltà legate alle condizioni del mare e si è concluso domenica a Valencia. La storia ha visto inoltre delle tensioni tra Francia e Italia (con Macron che ha definito “vomitevole” la decisione dell’Italia) e, come sembra, la volontà della Francia di prendere parte dei migranti attraccati in spagna. Qui, in ogni caso, si può leggere il resoconto presentato da Salvini al senato.

Il flusso migratorio

     Le decisioni di Italia e Malta, ma anche quella Spagnola, di certo non modificano le basi geopolitiche dei flussi migratori. Occorre, innanzitutto, riconoscere che non si tratta di “un’emergenza” poiché è una “realtà strutturale”, di cui gli sbarchi rappresentano solo la parte più visibile, e che si tratta di un flusso alimentato dalle condizioni avverse nei paesi di origine e non dalle ong. Gli esempi non parlano solo di guerra ma anche di profonde crisi umanitarie o di violazioni di diritti umani. Per esempio, in Eritrea è in vigore l’obbligo di prestare servizio militare a tempo indeterminato. Questo fenomeno continua nonostante i richiami da parte della comunità internazionale a limitare il periodo a 18 mesi e a non sottoporre i minori all’addestramento militare, che spesso avviene in campi militari in condizioni gravi e dove le donne subiscono forme di trattamento come la riduzione in schiavitù sessuale o la tortura. Altro caso può essere la Somalia che, oltre alle problematiche politiche, vede un flusso migratorio dovuto al cambiamento climatico, questo dovuto ad alluvioni e siccità che causano carestie ed epidemie. Ma anche fenomeni di terrorismo come quelli in Nigeria ad opera del gruppo armato di Boko Haram, o fenomeni che vedono esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e tortura dei detenuti. Va sottolineato, poi, che per sostenere i paesi di origine attraverso politiche di sviluppo sarebbero necessari aiuti di importo molto consistente. All’opposto, gli aiuti ufficiali allo sviluppo da parte dei paesi Ocse verso l’Africa subsahariana sono rimasti a un livello praticamente invariato dal 2010, e quelli italiani si sono addirittura ridotti di oltre il 70%: da un picco di 1 miliardo di euro nel 2006 a 297 milioni di euro nel 2016.

     Per il momento, quindi, l’azione si è concentrata prevalentemente sugli accordi bilaterali o comunitari con stati o attori politici extraeuropei (come quello con la Turchia) che possono solo contenere le partenze o facilitare i rimpatri ma sono, inoltre, sempre a rischio rinegoziazione. Rischio che sembra concretizzarsi nel momento in cui, in coincidenza dell’entrata del nuovo governo Italiano, vi è un picco delle partenze dalla Libia, dove sembrerebbe siano ridotti i controlli e dove dovrebbe dirigersi il ministro degli interni italiano a fine giugno, come da lui stesso annunciato. Dalla fine del 2016 gli stati membri dell’Unione europea, tra cui l’Italia, hanno attuato una serie di misure per sigillare la rotta migratoria attraverso la Libia e il mar Mediterraneo rafforzando la capacità della Guardia costiera libica di intercettare migranti e rifugiati e riportarli in Libia. L’Italia e altri stati dell’Unione europea hanno fornito alla Guardia costiera libica vario supporto, tra cui almeno quattro motovedette e la formazione del personale. All’inizio del 2018 la Guardia costiera italiana ha iniziato a trasferire a quella libica il coordinamento delle operazioni di soccorso in acque internazionali vicine alla Libia: ciò è stato reso possibile solo dalla collaborazione delle navi e del personale in Libia della Marina italiana. Solo nell’aprile 2018, la Guardia costiera libica ha intercettato e riportato in Libia 1485 migranti e rifugiati, portando a 5000 (secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni) il totale delle persone intercettate nei primi quattro mesi dell’anno. I migranti e i rifugiati intercettati vengono trasferiti nei centri di detenzione gestiti dal dipartimento per il contrasto all’immigrazione illegale. Questi centri sono tristemente noti per il carattere arbitrario e indeterminato della detenzione e, anche qui, per le violazioni dei diritti umani. I migranti e i rifugiati intervistati dai ricercatori di Amnesty International hanno denunciato terribili violenze tra cui torture, lavori forzati, estorsioni e uccisioni illegali da parte di funzionari libici, trafficanti e gruppi armati. Amnesty International ha denunciato queste pratiche e ha accusato i governi europei di essere complici fornendo attivo sostegno alle autorità libiche negli intercettamenti e nei trasferimenti nei centri di detenzione.

     A ciò si aggiunge che già nel 2012 l’Italia ha avuto la condanna definitiva dalla corte europea dei diritti dell’Uomo per la doppia violazione dell’articolo 3 della CEDU, per la violazione dell’articolo 4 del protocollo 4 della CEDU e per la violazione dell’articolo 13 della CEDU. Le violazioni riguardavano il fatto di aver esposto i ricorrenti al rischio di trattamenti inumani e degradanti in Libia, di averli esposti al rinvio nei paesi di origine per cui è stato ricordato il principio Refoulement indiretto (in caso di espulsione lo stato ha l’obbligo di assicurarsi che lo stato verso cui rinvia offra garanzie sul fatto che non persegua trattamenti proibiti), perr aver impedito l’esame delle condizioni particolari dei ricorrenti e per non aver garantito l’acceso a un rimedio interno per fare ricorso al respingimento.  Si trattava del Caso Hirsi jamaa e altri c. Italia: era il maggio 2009 quando circa 200 persone su 3 barche dirette in Italia sono state intercettate dalle motovedette italiane nella zona SAR Maltese. Queste sono state trasferite a bordo delle navi italiane e riportate in Libia in conformità degli accordi Bilaterali con la Libia dell’allora Governo Berlusconi.

     In relazione alle azioni dell’ex ministro degli Interni Minniti, molte associazioni hanno sottolineato che queste mosse hanno portato alla contrazione dei flussi migratori a fronte dell’aumento della percentuale di morti o dispersi in mare. A maggio Save the Children ha reso noto che nel primo trimestre del 2018 vi è stato un ulteriore contrazione del flusso migratorio a partire da luglio 2017. I dati ufficiali del ministero dell’interno in questo periodo contavano 6296 sbarchi con una variazione negativa del -55% rispetto al trimestre precedente. L’organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) a maggio ha dichiarato che erano stati 383 i migranti morti nella rotta del Mediterraneo Centrale nei primi 4 mesi del 2018. Alla mattina del 7 maggio, il numero totale di migranti arrivati in Italia dall’inizio dell’anno è stato di 9567, un calo di circa il 76 % rispetto agli arrivi dello stesso periodo dell’anno scorso, quando i migranti soccorsi e arrivati in Italia furono 41165. Nonostante il numero assoluto delle morti in mare sia diminuito, rispetto al numero degli arrivi la percentuale dei dispersi è in aumento: dal 2,5% del 2017 al 4% del 2018. Inoltre, l’OIM nota come nel periodo di riferimento vi siano state anche le operazioni di soccorso realizzate dalla guardia Costiera libica: 4964 a fine aprile 2018. Ossia su ogni tre migranti che partono dalla Libia, uno è soccorso dalla guardia costiera libica e riportato indietro.

Il problema della SAR

     Secondo la conferenza dell’international Maritime Organization (IMO) del 1997 il mediterraneo è stato suddiviso in aree di responsabilità in cui l’area Italiana prevede 1/5 del mediterraneo, a cui si aggiunge la Convenzione di Amburgo del 1971 che prevede l’obbligo di istituire il servizio SAR (Search and Rescue) nelle aree di responsabilità. Oggi i salvataggi vengono spesso effettuati a ridosso delle acque territoriali libiche, dunque nella zona SAR della Libia. Essendo evidente che la Libia non possa essere considerata “luogo sicuro”, e con Malta che si tira indietro giustificandosi con l’impossibilità di accogliere nuovi migranti viste le dimensioni dell’isola (su cui abitano poco più di 430.000 persone), la responsabilità ricade sulle autorità italiane. Occorre ricordare che il nuovo attivismo della guardia libica è dovuto al memorandum di intesa di Minniti e che la Libia ha dichiarato la propria SAR ma non è ancora ufficialmente riconosciuta, anche se ha ratificato la convenzione. Quindi, ancora secondo la Convenzione di Amburgo, lo stato che Coordina le operazioni di soccorso deve stabilire il cosiddetto “Porto sicuro”. Il Place of safety è da intendersi come il luogo dove vengono fornite le garanzie fondamentali quali l’assistenza sanitaria e la garanzia a non essere sottoposto a torture o a poter presentare domanda di protezione internazionale. L’UNHCR ha spinto per una definizione di luogo sicuro anche come “geograficamente più vicino”, ma non sempre il luogo sicuro è lo Stato costiero più vicino al luogo ove avvengono le operazioni di soccorso. Non sono infatti considerati “sicuri” porti di paesi dove si possa essere perseguitati per ragioni politiche, etniche o di religione, o essere esposti a minacce alla propria vita e libertà. Al momento, però, l’assenza di una chiara definizione vincolante di luogo sicuro, e di un accordo su quali stati lo siano, crea incertezza anche rispetto alla recente posizione assunta dall’Italia.

In ogni caso, l’MRCC di Roma non può lasciare morire le persone in mare, salvare la vita in mare è un obbligo sia per il diritto del mare, per esempio con la Convenzione di Montego Bay, che per la costituzione Italiana. Nell’Articolo 2 della costituzione italiana si sancisce la solidarietà come dovere inderogabile in quanto “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Mentre all’articolo 98 della convenzione di Montego Bay si sancisce il dovere di ogni stato di esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera di prestare soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo e a procedere quanto più velocemente è possibile al soccorso. Inoltre, l’omissione di soccorso è un reato ai sensi degli articoli 1113 e 1158 del codice della navigazione. Ciò obbligherebbe in ogni caso le navi a prestare soccorso. Il contenzioso tra Italia e Malta ha visto l’Italia dire che lo sbarco non deve necessariamente avvenire nel paese che si è preso in carico del coordinamento e che si può stabilire anche un porto di diversa nazionalità, mentre la posizione di Malta è che lo sbarco è di totale competenza di chi si è preso in carico del coordinamento. In generale, Il singolo stato ha la facoltà di esercitare la propria sovranità chiudendo i porti, però tale facoltà non vale in caso di trasferimento di persone in pericolo o che hanno bisogno di cure urgenti. In caso di pericolo, giuridicamente, si andrebbe incontro alla violazione delle convenzioni sui diritti umani, la convenzione di Ginevra e la CEDU. Quindi la chiusura dei porti comporterebbe la violazione di norme internazionali sui diritti umani e sulla protezione dei rifugiati, a partire dal principio di non refoulement sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra. Il rifiuto di accesso ai porti di imbarcazioni che abbiano effettuato il soccorso in mare può comportare la violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) (proteggere la vita e garantire l’integrità fisica e morale), qualora le persone soccorse abbiano bisogno di cure mediche urgenti, nonché di generi di prima necessità (acqua, cibo, medicinali), e tali bisogni non possano essere soddisfatti per effetto del concreto modo di operare del rifiuto stesso. Mentre il rifiuto, aprioristico e indistinto, di far approdare la nave in porto comporta l’impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone a bordo, e viola il divieto di espulsioni collettive previsto dall’articolo 4 del Protocollo 4 alla CEDU. Nella sostanza, il nodo è di natura principalmente politica.

Protezione internazionale, protezione umanitaria e migranti economici

     Il ministro degli interni, in conferenza stampa, ha dichiarato che quelli che hanno diritto allo status di rifugiato sono solo una minima parte. Secondo i Dati del ministero dell’interno che riguardano le decisioni dei richiedenti asilo nell’anno di riferimento del 2017 vedono l’8% meritevoli dello status di rifugiato, l’8% dello status di Protezione sussidiaria, il 25% del permesso per protezione umanitaria e il diniego nel 58% dei casi totali esaminati (81527 domande esaminate, indipendentemente dalla data di richiesta di Asilo). Occorre qui specificare che solamente per quanto riguarda i meritevoli di protezione internazionale (Rifugiato e Protezione sussidiaria) la quota sarebbe già del 16%, mentre aggiungendo anche la protezione umanitaria (quella che Salvini definisce come forma “tutta italiana”) si sale a un consistente 41%. Occorre tenere in conto che questi dati sono relativi solo alle domande esaminate durante l’anno e che per lungaggini burocratiche possono essere presentanti molto tempo addietro. Occorre poi specificare che per la determinazione dello status di rifugiato, di protezione sussidiaria o di protezione umanitaria esiste un’unica procedura e che lo status viene determinato solo alla fine. Inoltre, per quanto riguarda la dinamica dello sbarco e dei respingimenti, è impossibile distinguere a priori tra chi è un possibile detentore di queste forme di protezione dai migranti economici: resta pur sempre, a livello di normativa internazionale, il diritto all’esame della propria domanda e il diritto al ricorso in caso di diniego. All’articolo 1 della convenzione di Ginevra per “Rifugiato” si intende il cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato (per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica) si trova fuori dal territorio dal paese di cui ha la cittadinanza e non può o non vuole avvalersi della protezione di tale paese, oppure si intende un apolide che si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale per le stesse ragioni succitate e non può o non vuole farvi ritorno. Occorre specificare che lo status di rifugiato non è strettamente correlato alla guerra, bensì alla persecuzione (anche se un’evoluzione recente della giurisprudenza tende a specificare che in contesti di violenza generalizzata i casi di persecuzione possono aumentare) riguardo individui o gruppi. Simile è la “Persona ammissibile alla protezione sussidiaria” per cui si intende il cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato, ma nei cui confronti sussistono fondati motivi per ritenere che, se tornasse nel paese di origine o, nel caso di apolide, se ritornasse nel paese nel quale aveva la precedente dimora abituale, correrebbe il rischio effettivo di subire un grave danno. Tipologia prevista dal nostro ordinamento è la “protezione umanitaria” quando ricorrono “gravi motivi umanitari”. Questa subentra quando Il rifiuto o la revoca del permesso di soggiorno non possono essere adottati se ricorrono “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionale dello stato italiano”.  Per casi umanitari si intendono le condizioni di salute, familiari o di età, le pene sproporzionate per la retinenza alla leva e la diserzione o la punizione per la fuga del paese, ma anche carestie o epidemie. Occorre specificare che questo non è uno status ma un’autorizzazione al permesso di soggiorno valida due anni (a differenza dei cinque anni previsti dagli status di protezione internazionale) e che prevede molti meno diritti rispetto alla protezione internazionale. Quindi la protezione umanitaria non è una tutela prevista per i migranti economici, i quali vengono diniegati. Occorre poi dire che la determinazione dello status ha delle problematiche intrinseche alla natura delle persone esaminate. Per esempio, le persone esaminate possono essere state vittime di tortura o possono essere dei minori, per cui, soprattutto per quanto riguarda a persone con disturbi da stress post traumatico, è possibile che si venga diniegati ingiustamente (in quanto il racconto potrebbe essere soggetto a incoerenze o a buchi di memoria) e che si riceva una delle tre forme dopo il ricorso e un esame più attento.

     Ad oggi il resto dell’Unione europea non sta offrendo una azione di aiuto concreta e una soluzione al fenomeno in quanto non vi è una chiara e condivisa idea di come superare il regolamento di Dublino III. Elemento forte nella decisione di chiudere i porti consisterebbe il problema legato al criterio di primo ingresso. Il regolamento Dublino nasce per introdurre i criteri e i meccanismi di determinazione dello stato membro competente per l’esame della domanda di protezione internazionale. Per cui la paura secondo cui, per alcune retoriche, in Italia rimarrebbero comunque tutti gli immigrati economici è falsa dato che lo status viene deciso solo al termine della procedura e dato che il sistema Dublino decide lo stato che si prende in carico della procedura.  Ma come funziona in pratica il regolamento Dublino? Per prima cosa lo stato membro delega ad un ufficio specifico l’applicazione del regolamento e la trattazione dei casi; poi gli uffici si scambiano informazioni per applicare i criteri base per stabilire lo stato competente; infine si individua lo stato che “prende in carico” il richiedente e, in caso, si procede al trasferimento. Per procedere al trasferimento in un altro stato devono sussistere i cosiddetti motivi umanitari legati al “Ricongiungimento familiare” oppure vi può essere l’esercizio della clausola di sovranità, per cui lo stato decide autonomamente la presa in carico. Altrimenti il paese responsabile è il paese di prima accoglienza. Date le logiche geografiche i paesi sotto pressione sono i paesi del mediterraneo, dopo i picchi migratori del 2015-2016 ci si è mossi per ripensare il sistema Dublino e nel frattempo si è cercato di inserire un meccanismo di ricollocamento. L’impegno preso nel 2015 dall’Ue con l’Italia era quello di ricollocare circa 35.000 richiedenti asilo verso altri Stati membri entro settembre 2017. Al 27 giugno 2017, dunque a pochi mesi dalla fine del programma di ricollocamento, dall’Italia erano stati tuttavia ricollocati solo 7.277 richiedenti asilo (soprattutto verso Germania, Norvegia e Finlandia). Ma anche se l’Unione europea avesse mantenuto totalmente l’impegno sui ricollocamenti, avrebbe alleggerito l’Italia solo per il 10% del totale delle richieste d’asilo dal 2013 a oggi (circa 345.000). Il meccanismo è nato per poter rimediare alle storture prodotte dal regolamento Dublino ma da una parte l’Europa ha lasciato molto in mano all’Italia (con i paesi del gruppo di Visegràd che neanche si sono interessati), dall’altra non ha funzionato anche per colpa dell’Italia. Il nostro paese non è stato in grado di garantire tempistiche e logistica e non è stato in grado di controllare coloro che vengono respinti dalla richiesta di protezione.

In data 4 maggio 2016, la Commissione europea ha presentato la propria proposta per il nuovo Regolamento Dublino, che conteneva alcune novità ma al tempo stesso presentava numerose criticità.  La proposta della commissione prevedeva un miglioramento della definizione di famigliare, l’insistenza sul criterio di primo ingresso (anche irregolare), il filtro pre-dublino che il primo stato d’ingresso deve svolgere, l’inasprimento delle sanzioni per i movimenti irregolari ma soprattutto l’idea per elaborare un sistema di quote e la raccolta centralizzata delle domande di asilo a cui affiancare un meccanismo correttivo che scatta dopo che il paese ha superato il 150% della propria quota. Il lavoro del parlamento europeo integra la proposta con numerosi emendamenti, fino all’approvazione della relazione definitiva da parte della Commissione LIBE del Parlamento europeo in data 6 novembre 2017. Successivamente, la Plenaria del Parlamento ha autorizzato a larghissima maggioranza (390 voti a favore, 175 contrari, 44 astenuti) l’apertura del negoziato con il Consiglio e la Commissione nell’ambito del c.d. trilogo. Il progetto del Parlamento europeo vede: eliminare l’irrazionale e iniquo criterio dello Stato di primo ingresso; adottare un sistema di quote permanenti ispirato al principio di equa condivisione delle responsabilità (art. 80 TFUE) sulla base del rapporto PIL e popolazione; valorizzare in misura molto ampia i legami significativi (quali i legami familiari) tra un richiedente e uno Stato, al fine di velocizzare la procedura, risparmiare sui costi, ridurre gli incentivi a realizzare movimenti secondari, favorire il percorso di integrazione ove la domanda venga accolta; incoraggiare gli Stati a valorizzare i canali di ingresso legale da paesi terzi; configurare incentivi e disincentivi ragionevoli ed efficaci, sia per gli Stati membri che per i richiedenti asilo.

     Come previsto dal meccanismo decisionale, ora tocca al Consiglio dell’Unione europea, che riunisce i ministri degli Stati membri, dove non è stata ancora raggiunta una posizione comune. Al consiglio dell’Unione Europea si è incominciato a discutere e il nodo centrale della riforma, che rappresenta il nodo della discordia, è proprio relativo all’introduzione delle quote di ripartizione dei richiedenti asilo all’interno dello spazio europeo e il superamento del principio di primo ingresso. Le quote di ripartizione sono sempre state osteggiate in particolare dai paesi dell’Europa orientale, il cosiddetto gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria). Nell’ultima incontro di giugno hanno detto no alla proposta Italia, Spagna, Germania, Austria, Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca. Non si è espresso il Regno Unito, mentre gli altri paesi dell’Unione europea, non soddisfatti dalla proposta bulgara, hanno tuttavia lasciato la porta aperta al negoziato. Tra questi Grecia, Malta e Cipro che hanno sempre condiviso le stesse posizioni del governo italiano sulla necessità di introdurre le quote. Il problema odierno consiste nel fatto che ora l’Italia sembra cercare un alleato nell’Ungheria. I paesi guidati da governi nazionalisti come Ungheria e Polonia hanno sempre osteggiato la riforma del sistema d’asilo europeo, sostenuta invece dai paesi mediterranei come Italia e Grecia. Le ultime mosse dell’Italia sembrano spaccare il fronte del mediterraneo e cercare un alleato in Orbàn. Ad aprile Amnesty International ha lanciato l’allarme avvertendo che il Governo ungherese sta cercando di approvare leggi che renderanno impossibile alle Ong di proseguire con il loro lavoro di assistenza e protezione di chi ha bisogno. Secondo l’associazione l’obiettivo sarebbe quello di mettere a tacere le Ong indipendenti e apertamente critiche. Il 13 febbraio scorso sono state presentate al Parlamento una serie di leggi chiamate “Stop Soros”, che impongono un nulla osta di sicurezza nazionale e un permesso governativo per quelle Ong che il governo considera “a sostegno della migrazione”. In particolare, queste proposte colpiscono le organizzazioni che promuovono campagne, condividono materiale informativo, organizzano reti e reclutano volontari per sostenere l’ingresso e la permanenza in Ungheria di persone che cercano protezione internazionale. Queste leggi richiederebbero inoltre alle Ong di pagare una tassa pari al 25% di qualsiasi finanziamento estero volto a “sostenere la migrazione“. Il mancato rispetto di questi requisiti potrebbe portare a sanzioni esorbitanti, alla bancarotta e infine alla chiusura delle Ong prese di mira. Le proposte del governo ungherese rientrano in una più ampia campagna anti-immigrazione. Tutto ciò comporterebbe una delle direttrici più ambigue e oscure sulle politiche italiane che riguardano la migrazione, in quanto da una parte si vuole una maggiore ripartizione delle responsabilità mentre dall’altra sembra cercare alleati nelle schiere di paesi che non vogliono le quote o paesi che hanno alzato i muri come unica soluzione alla propria questione riguardante le migrazioni. Nel frattempo, a livello europeo si è parlato dei fondi per la sicurezza dei confini esterni e dei rimpatri.

Le Ong e prospettive per il futuro

     Il ministro degli Interni Salvini aveva già annunciato una stretta alle attività delle ONG e le dichiarazioni durante i giorni della questione Aquarius hanno confermato questa linea. Altro caso curioso è il fatto che Salvini in aula ha citato nella faccenda “Soros”, ritenendolo coinvolto nella faccenda delle migrazioni tramite gli investimenti e mettendo in dubbio, solo per questo, l’operato delle Ong. Il primo passo verso i controlli dell’operato delle Ong, però, è stato fatto a luglio del 2017 con l’adozione da parte di Minniti di un codice di condotta, la cui mancata sottoscrizione o inosservanza degli impegni comporta contromisure e sanzioni. Da quel momento le operazioni delle SAR di fronte a Tripoli passano alla Guardia costiera libica. Tra le misure previste dal Codice di condotta vi è l’impegno delle Ong a non entrare nelle acque territoriali libiche “salvo in situazioni di grave e imminente pericolo che richiedano assistenza immediata”, di non ostacolare l’attività di SAR della Guardia costiera libica, non devono fare comunicazioni finalizzate ad agevolare la partenza delle barche che trasportano migranti, devono informare il proprio Stato di bandiera quando un soccorso avviene al di fuori di una zona di ricerca ufficialmente istituita, non possono trasferire le persone soccorse su altre navi, “eccetto in caso di richiesta del competente Centro di coordinamento per il soccorso marittimo (Mrcc) e sotto il suo coordinamento anche sulla base delle informazioni fornite dal comandante della nave”, si impegnano “a una cooperazione leale con l’autorità di pubblica sicurezza del previsto luogo di sbarco dei migranti”. Infine, si invita alla trasparenza delle fonti di finanziamento. Un punto di rottura sul codice di condotta era rappresentato dalla richiesta di uomini armati a bordo, motivo per cui delle associazioni non firmarono. A causa della stretta e del rapporto non facile con la Guardia costiera libica alcune Ong hanno deciso di interrompere le attività nel Mediterraneo. Nei periodi di massima crisi risalenti al 2015 e al 2016 le navi delle Ong che prestavano aiuto erano arrivate sino a 13 mentre oggi sono appena 3, a questo occorre tenere conto che sono diminuiti dei possibili testimoni di traffici, di respingimenti illegali in Libia o di naufragi. È logico attendersi che la maggiore incidenza di salvataggi in mare da parte di imbarcazioni delle Ong (passata dal 1% del 2014 al 41% nel 2017), assieme alla tendenza di queste ultime a operare nei pressi delle acque territoriali libiche (come rilevato dall’agenzia europea Frontex), possano aver spinto un maggior numero di migranti a partire, aumentando di conseguenza il numero di sbarchi. Ma i dati in realtà mostrano che non esiste una correlazione tra le attività di soccorso in mare svolte dalle Ong e gli sbarchi sulle coste italiane. A determinare il numero di partenze tra il 2015 e oggi sembrano essere stati dunque altri fattori, tra cui per esempio le attività dei trafficanti sulla costa e la “domanda” di servizi di trasporto da parte dei migranti nelle diverse località libiche.

    In questi giorni, come detto da altri, abbiamo visto un festival della propaganda politica e diventa difficile distinguere tra propaganda e realtà. Oltre alle dichiarazioni nella politica, fatte spesso per slogan in cerca di voti, si sta instaurando una narrazione fatta di “Taxi del mare”, o “Vice-Scafisti”, che operano dal limite delle acque libiche all’Italia. Una narrazione che vede immigrati attirati verso il nostro paese da politiche miopi, dalla malavita in cerca di schiavi per l’attività di agricoltura, per la prostituzione o per lo spaccio di droga. Probabilmente non si tiene in conto che tutte queste dinamiche che vedono come protagonisti i migranti sono il risultato di un sistema di accoglienza debole, di una burocrazia per certi versi schizofrenica e di una mancata legalità nel nostro paese. Occorre ricordare che è il nostro paese che tramite la mancanza di legalità e la presenza di leggi ingiuste che fa scivolare nell’irregolarità. Possiamo pensare al fenomeno del “Lavoro in nero”, dove in molti lavorano senza contratto” o quello del “Lavoro in grigio”, caratterizzato da sotto-salario e irregolarità contributive. È un paese in cui la presenza di un contratto non rappresenta, soprattutto per il migrante, la garanzia di un equo rapporto di lavoro e dove spesso i contributi dichiarati sono risultati nettamente inferiori al numero di giornate lavorative effettivamente svolte. È un paese in cui vi è il problema della cosiddetta “Agromafia” ovvero le attività della criminalità organizzata nel settore agro-alimentare: un contesto che vede gli agricoltori onesti che abbandonano i campi e imprenditori di ogni tipo che lucrano nell’ombra e che cercano di impossessarsi dei fondi dell’Unione Europea prendendo il controllo delle Organizzazione dei produttori (OP) o dei mercati ortofrutticoli. È un paese in cui certe classi di persone vengono ghettizzate e l’unica alternativa che trovano sono le attività di manovalanza che le varie mafie offrono come la prostituzione, lo spaccio o anche lo stesso caporalato o che vede i migranti lavorare nei campi. Questo succede anche perché sono fortemente vincolati da uno stato di necessità, non solo per il denaro, ma per leggi che vincolano al contratto di lavoro o a un certificato di residenza. È il risultato di una burocrazia che chiede la residenza a chi vive per strada o subordina un documento a un contratto di lavoro nel paese del lavoro in nero. Per cui i diniegati dalle commissioni hanno solo 3 speranze: il ricorso in tribunale, la residenza e il contratto di lavoro. Da qui nasce un mercato nero tutto italiano dove vengono venduti contratti di affitto o contratti di lavoro a tempo determinato (per poi andare a lavorare in nero da un’altra parte).

Occorre poi notare che si viene a creare il mito del “Business dell’Immigrazione” ovvero un calderone fatto di trafficanti africani e libici, mal gestione emergenziale di alcuni centri di accoglienza per criminalizzare tutto il mondo italiano della solidarietà. È, poi, una narrazione che vede accettare i migranti trasportati sulla nave della Marina Militare ma non quelli imbarcati dalla guardia costiera sull’Aquarius. Molti di questi discorsi si basano su un pensiero che vede le Ong agire indipendentemente nelle operazioni di salvataggio. La realtà vede però la richiesta di azione alle “navi private” e viene coordinata dalla centrale operativa di Roma della guardia costiera alla quale perviene la segnalazione e autorizza agli sconfinamenti nelle acque territoriali libiche nei casi di emergenza. Questi sconfinamenti vengono visti da molti come la prova della complicità coi trafficanti ma, anche attraverso l’azione dei tribunali, non è mai emerso un legame di tale genere. Per esempio, recentemente il Tribunale del riesame di Ragusa ha dissequestrato le navi della spagnola Open arms “fermata” a marzo.

     Rimane il fatto che per controllare il fenomeno migratorio “illegale” (per evitare che ci siano ancora morti in mare) o per evitare tutti quei fenomeni legati alla tratta, occorre trovare soluzioni alternative. In questo senso possiamo pensare al progetto-pilota dei “Corridoi Umanitari” realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, completamente autofinanziato. Il principale obiettivo è quello di evitare tutte le problematiche avanzate fino a qui e di fornire un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo. È un modo sicuro per tutti perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane. All’arrivo in Italia, i profughi sono accolti a spese delle associazioni in strutture o case, gli viene insegnato l’italiano e iscrivono i bambini a scuola per aiutare l’integrazione nel paese e ad aiutarli a cercare lavoro. Questi corridoi sono il frutto di un Protocollo d’intesa con il governo italiano: le associazioni inviano sul posto dei volontari, che prendono contatti diretti con i rifugiati nei paesi interessati dal progetto, predispongono una lista di potenziali beneficiari da trasmettere alle autorità consolari italiane, che dopo il controllo da parte del Ministero dell’Interno rilasciano dei visti umanitari con Validità Territoriale Limitata, validi dunque solo per l’Italia. Una volta arrivati in Italia legalmente e in sicurezza, i profughi possono presentare domanda di asilo. Altre soluzioni potrebbero essere quelle di coinvolgere le varie associazioni (invece di criminalizzarle) che lavorano nel campo dell’assistenza per evitare un’azione frammentata e per poter garantire una soluzione più efficiente.

In ogni caso, il rischio è che il caso Aquarius rappresenti un precedente mortale. Nel momento in cui la nave “Aquarius” dell’organizzazione non governativa Sos Mediterranee ha fatto rotta verso il porto spagnolo di Valencia, la ricercatrice di Amnesty International sull’Italia Elisa De Pieri ha rilasciato questa dichiarazione: “Chiudendo i loro porti, i governi italiano e maltese hanno aggirato il principio del soccorso in mare e pregiudicato l’intero sistema di ricerca e soccorso. Se le cose proseguiranno in questo modo, l’azione di vitale importanza delle Ong verrà scoraggiata e compromessa e migliaia di migranti e rifugiati saranno lasciati alla deriva nel Mediterraneo. L’offerta del governo spagnolo di accogliere la nave ‘Aquarius’, se da un lato è un commovente esempio di solidarietà, dall’altro mette in evidenza la calcolata insensibilità delle autorità italiane e maltesi. Siamo di fronte a un precedente che inevitabilmente costerà vite umane”.

     Per concludere, in molti hanno parlato di vittoria ma la situazione, a livello italiano ed europeo, è la stessa. Si è dichiarato lo stop al business dell’Immigrazione ma il sistema di accoglienza è lo stesso. È una storia che ha visto una semplice presa di forza contro un Organizzazione non governative (quindi non contro un governo) e contro centinaia di persone che hanno sofferto, soffrono e soffriranno senza una vera accoglienza e con il clima discriminatorio delle parole. È una situazione che vede la messa in discussione del diritto al non respingimento, in cui viene messo in dubbio la stessa solidarietà e in cui viene messo in dubbio il principio di sussidiarietà dei privati (per cui noi possiamo fare qualcosa in mancanza dello stato). Viene messa in discussione la stessa nostra costituzione al cui articolo 10 dice: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Nei prossimi tempi occorrerà riflettere su cosa può succedere senza la protezione umanitaria: più rimpatri? Diminuiranno i costi? Ridurre forme di assistenza come il pocket money e qui famosi 35€ cosa comporterà realmente? Forse occorrerebbe, al di là di tutto, riflettere che trattare le persone in base ai costi comporta meno affiancamento dell’umano. Occorrerebbe riflettere che per queste persone sentirsi dire che sono un peso o che sono mantenute comporta una frustrazione e degradazione dell’animo. Occorre ricordare che il viaggio di ogni persona non finisce all’arrivo in un posto se l’anima rimane a casa ma finisce quando trova un posto tranquillo in cui si sente a casa. Occorre accogliere animi e non solo corpi per permettere anni di vita a persone che ne hanno bisogno e per permettere vita negli anni. Forse non possiamo svincolarci da riflessione sui costi ma iniziare un approccio di questo tipo, pensato sulle persone, può essere un passo importante. Il Consiglio europeo di fine giugno potrà offrire all’Italia l’occasione per contestare le normative vigenti in Europa in materia d’asilo per poter offrire una soluzione concreta. Comunque sia, le direttrici che si seguiranno sembrano essere già decise con il caso Aquarius.

 

Francesco Rocca (Croce Rossa): Continua il massacro nel Mar Mediterraneo, non possiamo rimanere in silenzio

EUROPA di

Durante lo scorso fine settimana sono due gli eventi tragici che si sono consumati in mare. Alle 2 di notte un motoscafo su cui viaggiavano i migranti ha avuto un’avaria ed è affondato vicino all’isola di Kekova Geykova, nel golfo di Antalya al largo della Turchia. La guardia costiera turca è riuscita a trarre in salvo tre uomini e una donna, una quinta persona è stata salvata da un peschereccio mentre un’altra è dispersa. Nella tratta verso l’isola greca di Kastellorizo, hanno perso la vita sei bambini, due uomini e una donna. Nel frattempo, a queste vittime si sono aggiunti i cadaveri ripescati al largo della costa orientale della Turchia, dove una barca con 180 persone a bordo si è capovolta e almeno 112 persone sono annegate poiché l’imbarcazione era lunga circa nove metri e non poteva contenere più di 70 persone. Queste vittime si aggiungono a molte altre. Solo nei primi 4 mesi del 2018 hanno perso la vita 619 migranti e il numero continua ad aumentare. Alla mattina del 7 maggio, il numero totale di migranti arrivati in Italia ha subito un calo di circa il 76 per cento rispetto agli arrivi dello stesso periodo dell’anno scorso ma, nonostante il numero assoluto delle morti in mare sia diminuito, rispetto al numero degli arrivi la percentuale dei dispersi è in aumento: dal 2,5% del 2017 al 4% del 2018. Questi numeri fanno si che il mediterraneo, soprattutto per quanto riguarda il mediterraneo centrale, ha le rotte migratorie più mortali e pericolose al mondo.

Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Italiana e della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC), ha dichiarato: “Durante lo scorso fine settimana in poche ore, oltre 110 persone sono morte nel Mar Mediterraneo, al largo delle coste della Tunisia e della Turchia. Non possiamo rimanere in silenzio quando il massacro in mare continua. Mentre apprezziamo tutti gli sforzi finora compiuti dalle Nazioni Unite a New York durante i negoziati ancora in corso per il Global Compact per la migrazione, la situazione sul campo non sta cambiando. Al contrario, sta peggiorando. Qualsiasi decisione politica che metta a rischio vite umane è inaccettabile. C’è un bisogno urgente di risposte internazionali per proteggere le vite e la dignità umana delle persone che migrano“.

Il 19 settembre 2016, i leader mondiali hanno adottato la “Dichiarazione di New York” con l’obiettivo di gettare le basi per affrontare insieme la crisi migratoria, è una dichiarazione politica che tiene conto dell’agenda 2030 e mira alla crescita inclusiva dei migranti. Con questa ci si impegna per la prevenzione e la lotta contro la Xenofobia e si sottolinea che la discriminazione dei migranti è un’offesa ai diritti umani. La prima fase del processo di negoziazione è iniziata ad aprile del 2017 e si è conclusa in Messico agli inizi di dicembre con la raccolta di tutti i pareri e i suggerimenti dei vari governi, ad eccezioni degli Stati Uniti che hanno abbandonato i lavori preferendo gestire in maniera unilaterale la questione migratoria. Questa settimana gli Stati membri delle Nazioni Unite si incontreranno a New York per il “quinto round” di negoziati sul Global Compact per la Migrazione e, in questo contesto, le priorità dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) sono le seguenti: proteggere tutti i migranti in ogni fase del loro viaggio dalla violenza, dagli abusi e da altre violazioni dei loro diritti fondamentali; garantire ai migranti, a prescindere dal loro status giuridico, l’effettivo accesso ai servizi di base essenziali; dare priorità ai diritti e alle esigenze dei bambini migranti in quanto vulnerabili; garantire che le leggi, le politiche, le procedure e le pratiche nazionali siano conformi agli obblighi esistenti dettati dal diritto internazionale e rispondere alle esigenze di protezione e assistenza dei migranti.

Occorre ricordare che queste persone si muovono per vari motivi: guerra, povertà, cambiamenti climatici (si pensi alle recenti alluvioni in Somalia) o persecuzioni (per razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un gruppo sociale) subendo esperienze atroci come la tortura, lo stupro o le mutilazioni genitali (solo per citarne qualcuna). Occorre ricordare che si muovono con la speranza di avere una speranza per il futuro e che in molti percorrono mezzo continente solamente per poter salire su imbarcazioni precarie dirette verso l’Europa. Occorre ricordare perché molti di questi migranti, se arrivano, finiscono in scenari come quello di Gioia Tauro mentre qualcuno gli dice che “la pacchia è finita”. Occorre ricordare perché non possiamo rimanere in silenzio.

I dannati della terra: il report sullo scandalo Italiano che coinvolge lavoratori e migranti

CRONACA/EUROPA di

Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha avviato dal 2014 il progetto Terragiusta, una campagna contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura, realizzato con il sostegno di Fondazione con il Sud, Fondazione Charlemagne, Open Society Foundations e OIS (Osservatorio Internazionale per la Salute Onlus). L’associazione recentemente ha presentato il rapporto intitolato “I Dannati della terra, rapporto sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri nella piana di Gioia Tauro”. Dalla Calabria proviene un quarto della produzione nazionale di agrumi e tutta la provincia di Reggio Calabria è un territorio a vocazione agricola: l’agricoltura è il settore principale dell’economia locale e consiste in 25.000 ettari di frutteto della piana. A partire dagli anni ’90 sono arrivate le comunità di braccianti stranieri: per primi sono arrivati migranti magrebini, poi migranti dall’Europa dell’est e per ultimi i migranti dell’africa sub-sahariana. Il contesto vede un atteggiamento di razzismo e di indifferenza verso i lavoratori africani che lavorano in nero e sono vittime di un’illegalità diffusa. I caratteri dominanti sono: condizioni lavorative di sfruttamento o pratiche illecite e situazioni abitative di degrado e marginalizzazione. MEDU per cinque anni consecutivi ha operato nella Piana di Gioia Tauro prestando assistenza sociosanitaria ai lavoratori migranti, almeno 3500 persone distribuite tra i vari insediamenti informali sparsi nella piana, che forniscono manodopera flessibile e a basso costo ai produttori locali di arance, clementine e kiwi. In questo contesto si vedono gli effetti negativi dell’incontro tra il sistema dell’economia globalizzata, le contraddizioni nella gestione del fenomeno migratorio nel nostro paese e i nodi irrisolti della questione meridionale.

La situazione attuale e l’intervento MEDU

In 5 anni di intervento MEDU ha offerto la prima assistenza medica, orientamento sociosanitario e sui diritti del lavoro e compiuto il monitoraggio delle condizioni sociosanitarie dei pazienti (come la rivelazione dei dati epidemiologici, relazione tra le condizioni lavorative e di salute, status giuridico, condizioni abitative e accesso alle cure). Con il supporto di CGIL Gioia Tauro ha offerto orientamento legale, mediazione legale e potenziamento sui diritti del lavoro. La popolazione è prevalentemente giovane e di sesso maschile, l’età media è di 29 anni. Le precarie condizioni di vita pregiudicano la salute fisica e mentale dei lavoratori stagionali; inoltre, molti non sanno a cosa serva la tessera sanitaria né dell’esistenza di un medico di base di riferimento. Sono state riscontrate patologie prevalentemente riconducibili alle gravi condizioni di vita e di lavoro quali malattie all’apparato digerente, all’apparato respiratorio e malattie osteomuscolari e al tessuto connettivo. Tra cumuli di immondizia, bagni maleodoranti e fatiscenti, bombole a gas per riscaldare cibo e acqua, pochi generatori a benzina, materassi a terra o posizionati su vecchie reti e l’odore nauseabondo di plastica e rifiuti bruciati vivono queste persone. La gran parte dei braccianti continua a concentrarsi nella zona industriale di San Ferdinando, a pochi passi da Rosarno, in particolare nella vecchia tendopoli (che accoglie almeno il 60% dei lavoratori migranti stagionali della zona), in un capannone adiacente e nella vecchia fabbrica a poche centinaia di metri di distanza. La situazione vede preoccupanti condizioni igienico-sanitarie, mancanza di acqua potabile e frequenti roghi che hanno in più occasioni ridotto in cenere le baracche ed i pochi averi e documenti degli abitanti. Tutto ciò rende la vita in questi luoghi precaria e a rischio. Secondo l’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’UomoOgni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà”; è evidente che questo diritto non viene garantito. Manca una pianificazione sia per l’accoglienza dei lavoratori stagionali che per quelli che passano qui gran parte dell’anno, manca un progetto complessivo di mediazione abitativa e inclusione sociale. Nell’agosto 2017 è stata aperta l’ennesima tendopoli “ufficiale” in grado di ospitare circa 500 persone. La struttura, circondata da un alto reticolato e da telecamere di videosorveglianza, è gestita da associazioni della protezione civile che sorvegliano ingressi ed uscite attraverso un sistema di badge e riconoscimento delle impronte digitali e provvedono alla manutenzione del posto. Ci sono 7 container adibiti a servizi igienici, acqua calda ed elettricità. L’acqua erogata non è adatta al consumo umano e non è attivo alcun servizio di distribuzione di acqua potabile. Non è previsto alcun tipo di assistenza socio-legale né medica e psicologica, e gli operatori si affidano a due ospiti per il servizio di pulizia e mediazione. La tendopoli rappresenta una soluzione emergenziale, non risolutiva e costosa. La prima tendopoli realizzata nel 2012 si è trasformata rapidamente in una baraccopoli e venne sgomberata nel 2013 in seguito ad una relazione dall’Azienda sanitaria locale sulle preoccupanti condizioni igienico-sanitarie rilevate. Al suo posto venne allestito un nuovo capo di accoglienza sul sito dell’attuale baraccopoli. Le tende blu ormai lacere ed i container adibiti a bagni, che versano da anni in condizioni deprecabili, ben chiariscono la sua denominazione di “vecchia tendopoli”. Priva di luce e acqua corrente (l’acqua – non potabile – si prende dai bagni o da una fontana vicina), ospita baracche (casette improvvisate di cartone, plastica e lamiera) e vecchie tende con letti e materassi che accolgono almeno 2000 persone nel pieno della stagione agrumicola. Le bombole a gas permettono alle persone di cucinare e di riscaldare l’acqua per la doccia, mentre alcuni generatori a benzina riescono ad illuminare o diffondere un po’ di musica. Nell’insediamento è sorta un’economia informale fatta di attività e commerci per rispondere ai bisogni delle migliaia di abitanti delle due tendopoli. I rifiuti, per i quali non è previsto alcun servizio di raccolta, si accumulano nel perimetro dell’insediamento o in buche create a questo scopo. Bruciarli è l’unico metodo di smaltimento adottato, rendendo l’aria irrespirabile e contribuendo a peggiorare le già critiche condizioni igienico-sanitarie. Quella descritta è una situazione di Isolamento e marginalizzazione fisica e sociale dei lavoratori migranti che peggiorerà con la crescita della popolazione della baraccopoli. È da segnalare l’aumento del numero di donne presumibilmente vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale che necessitano di assistenza.

Foto di Rocco Rorandelli per “Medici per i diritti umani”

I braccianti vengono retribuiti a giornata, a cottimo o a ore. Oltre un terzo dei lavoratori deve rivolgersi al “caporale” sia per la ricerca di lavoro che per il trasporto (a cui versa 3 euro al giorno) per raggiungere il posto di lavoro, inoltre a questo viene versata una quota fissa o una percentuale sulla raccolta. Il bracciante ha un impiego per 3-4 giorni alla settimana per 8-9 ore di lavoro al giorno. La retribuzione media percepita e di 25 euro a giornata ma la quasi totalità dei pazienti non conosce la busta paga e non sa se verranno versati i contributi. Inoltre, il pagamento spesso avviene in ritardo. L’articolo 23 della dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo recita1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. 2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro. 3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale”; anche qui sorgono delle criticità. Lo sfruttamento lavorativo continua ad essere un fenomeno (economico, sociale ed umano) ampiamente diffuso che si caratterizza per le patologiche relazioni di lavoro e che viene agevolato dalla condizione di disagio e vulnerabilità del lavoratore migrante. La condizione è di grave sfruttamento e sistematica violazione dei diritti dei lavoratori in un ambiente in cui vi è la difficoltà di denuncia da parte dei lavoratori per il timore di rimanere senza lavoro. Il problema consiste maggiormente nella debole capacità di controllo e monitoraggio da parte delle istituzioni sulle aziende, dall’assenza di incentivi per le imprese agricole e dalla presenza un settore agrumicolo fragile e frammentato e da una filiera iniqua dominata dalla grande distribuzione. Per fare fronte a ciò la Regione Calabria è stata una delle prime ad adottare nel dicembre del 2016 la “Convenzione di cooperazione per il contrasto al caporalato e al lavoro sommerso e irregolare in agricoltura”, sottoscritta nell’ambito del Protocollo interministeriale contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura siglato a livello nazionale il 27 maggio dello stesso anno. L’accordo si poneva l’obiettivo di realizzare una “rete” che rendesse più efficaci gli interventi di contrasto al caporalato e al lavoro nero attribuendo compiti e responsabilità precise agli Enti sottoscrittori tra cui attività di informazione e orientamento al lavoro nel settore agricolo, tavoli di lavoro con dei rappresentanti dell’INAIL e dell’INPS con la collaborazione di mediatori culturali e l’impegno della regione Calabria a promuovere politiche abitative a favore dei lavoratori agricoli stagionali. La Convenzione assegnava poi alle Organizzazioni datoriali il compito di svolgere attività di sensibilizzazione dei propri iscritti per l’assunzione di lavoratori agricoli stagionali dalle liste di prenotazione istituite presso i Centri per l’impiego, di realizzare sistemi di trasporto per le lavoratrici e i lavoratori del settore agricolo che coprano l’itinerario casa/luogo di lavoro e di segnalare agli Organismi preposti ogni situazione di irregolarità di cui venissero a conoscenza. La denuncia di MEDU è che poco o nulla di tutto questo pare aver trovato attuazione al momento se non per l’attività di informazione ai lavoratori da parte delle organizzazioni sindacali in materia contrattuale, previdenziale e assistenziale, di sicurezza sul lavoro, su problematiche di carattere lavorativo o legate allo status di lavoratore extracomunitario. La situazione di irregolarità diffusa nel lavoro agricolo risulta un problema per i migranti, in quanto si fonda sulla sistematica violazione di diritti, che per il sistema paese. Questa irregolarità determina un enorme costo in termini di evasione fiscale e altera significativamente la concorrenza pregiudicando i diritti delle imprese che rispettano le regole. Per il prossimo futuro si vede un ulteriore aumento del numero di persone in condizione di irregolarità e costrette a vivere negli insediamenti informali sparsi sul territorio nazionale, ciò comporterà un aggravamento progressivo ed una cronicizzazione delle condizioni di marginalità sociale. Nel rapporto si dice che “Il precario status giuridico della maggior parte dei lavoratori migranti, insieme ad una scarsa conoscenza dei propri diritti, aumenta la vulnerabilità e l’accettazione pressoché incondizionata di condizioni di lavoro inique e fondate sulla necessità ed il bisogno”. Lo status giuridico diventa sinonimo di precarietà per la difficoltà di accesso per la difficoltà di accesso alla procedura per la domanda d’asilo e per i lunghi tempi di attesa per il suo completamento, per la lentezza nel disbrigo delle pratiche di rinnovo del permesso di soggiorno, per scarsità di risorse e personale degli uffici territoriali preposti al rilascio e al rinnovo dei titoli di soggiorno e per la precarietà giuridica dovuta al carattere temporaneo di molti permessi di soggiorno.

Foto di Rocco Rorandelli per “Medici per i diritti umani”

Non sono mancate, nel corso degli ultimi anni, le dichiarazioni da parte delle istituzioni per un maggiore impegno in direzione di un miglioramento delle condizioni complessive di vita e lavoro dei braccianti stagionali. Le dichiarazioni erano volte ad assicurare l’individuazione e la realizzazione di politiche attive di accoglienza ed integrazione nel tessuto sociale locale oltre che a prevedere lo sviluppo di iniziative progettuali di integrazione sociale e di inserimento lavorativo degli stranieri specie in agricoltura. La stessa convenzione firmata nel 2016 era volta a favorire il libero mercato del lavoro nel settore agricolo e a prevenire forme illegali di intermediazione di manodopera e il lavoro irregolare, inoltre prevedeva anche di promuovere “politiche abitative in favore dei lavoratori agricoli stagionali” e l’istituzione di attività in favore dei lavoratori stagionali. Nella stessa direzione andavano la nomina governativa del commissario straordinario per l’area di San Ferdinando, dell’agosto dello scorso anno, con il compito di adottare un piano di interventi per il risanamento e l’integrazione dei cittadini stranieri nell’area. MEDU però sottolinea che è stato un impegno sulla carta e a parole. Ad oggi tutte le dichiarazioni non si sono tradotte in azioni concrete in grado di porre limiti al degrado e allo sfruttamento in nome di un processo di inclusione reale e tangibile capace di generare ricadute positive a beneficio del territorio.

Il fenomeno migratorio

Il fenomeno migratorio, è un fenomeno globale. In tutto il mondo la popolazione in movimento è pari a 65.6 milioni (quanto la popolazione dell’intera Francia) e ci si muove per vari motivi: guerra, povertà, cambiamenti climatici, studio o lavoro. Per esempio, tra i migranti provenienti dal Corno d’Africa, e in particolare dall’Eritrea, il motivo principale della fuga è il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato, un sistema paragonabile ai lavori forzati. In generale i migranti dell’Africa subsahariana si muovono per la persecuzione politica o per motivazioni economiche. Prima di arrivare al Mediterraneo i migranti devono affrontare un lungo viaggio e in molti casi non è detto che arrivino al mare. Per esempio, molti migranti devono attraversare un tratto di rotta nel deserto chiamato “la strada verso l’inferno”, altri devono invece attraversare il deserto verso la Libia con i pick-up. Un primo pick-up lascia i migranti al confine con la Libia, per poi tornare indietro, vengono quindi fatti salire su un altro pick-up gestito dai trafficanti libici. Il costo del viaggio verso la Libia può variare da mille a 1.500 dollari e a seconda della rotta varia la durata. Per la cosiddetta rotta occidentale-est la durata media del viaggio dal paese di origine è di venti mesi, mentre il tempo medio di permanenza in Libia è di 14 mesi. Mentre per la cosiddetta rotta orientale-centro la durata media del viaggio dal paese di origine è di 15 mesi, mentre il tempo medio di permanenza in Libia per i migranti del Corno d’Africa è di tre mesi. Le tratte sono gestite da intermediari e trafficanti, questo aumenta ulteriormente i problemi e i rischi per i migranti. La durata del viaggio spesso è dovuta alla permanenza nei campi profughi trovati per strada, o per la persecuzione da parte dei governi o per lavorare per poter ripagare i trafficanti. Spesso i migranti si indebitano. In questo senso è allarmante l’aumento di vittime adolescenti che non hanno coscienza di essere vittime di tratta e delle violenze che sono destinate a subire. Molte vittime non sanno in cosa consista la “prostituzione” che dovranno svolgere per saldare il debito contratto con i trafficanti. Ulteriore problema consiste nel fatto che Il controllo delle vittime di tratta da parte dei trafficanti durante la loro permanenza nei paesi di transito è reso difficoltoso dalla situazione di instabilità in cui questi Stati versano. I traumi estremi come la tortura e le violenze sono un’esperienza comune durante il viaggio. La privazione di cibo e acqua, le pessime condizioni igieniche sanitarie, le frequenti percosse e altri tipi di traumi sono le forme più comuni e generalizzate di maltrattamenti. Ci sono altre forme di tortura più specifiche sia fisiche sia psicologiche a cui sono sottoposti i migranti. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso, torturato o picchiato. Spesso vengono riscontrati in molti migranti disturbi da stress post traumatico (ptsd) e altri disturbi legati a eventi traumatici, ma anche disturbi depressivi, somatizzazioni legate al trauma, disturbi d’ansia e del sonno. 21.00 vittime sono quelle sulle rotte migratorie dal 2014 ad oggi per raggiungere la Grecia, l’Italia o la spagna. Questo numero è destinato ad aumentare poiché se ne stanno andando via le ONG, la cui vita è resa difficile dal governo libico. Basta pensare che quest’anno è aumentato il tasso dei morti rispetto ai migranti arrivati vivi. Prendendo i dati del solo 2018 Il mediterraneo centrale è la rotta migratoria più mortale e pericolosa del mondo. Questo rappresenta solo una breve sintesi dell’inizio dell’avventura dei migranti che riescono ad arrivare al nostro paese e possono finire in contesti come quelli della piana di Gioia Tauro. Un ulteriore elemento su cui riflettere è che spesso si parla di migrazioni solo durante le campagne elettorali e che ci sono politici che parlano di “invasione”. Di invasione non si tratta (anche perché tra i paesi che ospitano il maggior numero di immigrati abbiamo Turchia, Pakistan e Libano) e dobbiamo ricordarci che parliamo sempre di persone: dietro le statistiche ci sono persone, storie e bambini. Inoltre, spesso ci troviamo davanti a fenomeni che persistono nel tempo

Tra passato e presente

Otto anni fa, tra il 7 e il 9 gennaio 2010, vi furono violenti scontri a sfondo razziale iniziati dopo il ferimento di due immigrati da parte di sconosciuti con una carabina ad aria compressa. In seguito, vi fu una rivolta urbana (la cosiddetta “Rivolta di Rosarno”) che vide contrapporsi forze dell’ordine, cittadini e immigrati. Nel pomeriggio del 7 gennaio alcuni sconosciuti spararono diversi colpi con un’arma ad aria compressa su tre immigrati di ritorno dai campi. La sera stessa del ferimento, un primo consistente gruppo protestò violentemente per l’accaduto scontrandosi con le autorità dell’ordine. Il giorno seguente la reazione si fece più feroce e più di 2000 immigrati marciarono su Rosarno e ci furono diversi scontri con la polizia. Dopo che le tensioni salirono a causa di attacchi a negozi e automobili, la protesta degli immigrati scatenò una risposta altrettanto accesa da parte dei rosarnesi, i quali armati di mazze e bastoni formarono ronde autonome ferendo gravemente diversi africani. Due giorni dopo gli scontri, il numero dei feriti era di 53 persone, divisi tra: 18 poliziotti, 14 rosarnesi e 21 immigrati, otto dei quali ricoverati in ospedale. I giorni successivi videro diversi agguati tra i due schieramenti e il culmine si raggiunse con l’appiccamento di un fuoco in un capannone di ritrovo per i migranti. Alla fine, le forze dell’ordine riuscirono a riportare la calma tra ambedue le parti. Molti migranti furono trasferiti nei centri di accoglienza, mentre altri se ne andarono via. Sarebbe più preciso dire che sono fuggiti dato che hanno lasciato vestiti, scarpe e valigie nelle loro baracche. Il “New York Times” riportò che venne arrestato il figlio di un boss affiliato alla ‘ndrangheta accusato di aver ferito un poliziotto. Successivamente la magistratura aprì un’indagine sul ruolo della ‘‘ndrangheta e ci si chiese perché dopo anni di convivenza ci si volle liberare di questi migranti senza diritti. Sostanzialmente si iniziò a indagare circa la possibilità che alcune cosche mafiose calabresi potessero aver avuto interessi a far scoppiare gli scontri oppure che li avessero sostenuti per ottenere consenso popolare. Tra i fatti sospetti rientrava l’utilizzo del fucile ad aria compressa, segno che l’intenzione non era uccidere ma ferire, in un contesto dove le armi non mancavano. All’epoca si fece notare lo sfruttamento di questi lavoratori in una delle zone più povere d’Italia, dove gli abitanti guadagnavano poco di più ma non avrebbero mai raccolto la frutta. Si sottolineo il fatto dell’esistenza di una economia debole in cui la popolazione locale si faceva concorrenza con gli immigrati. Molte delle problematiche derivavano dal fatto che diminuirono le generose sovvenzioni dell’Unione Europea: nel 2007 vi fu un cambio di regole, le sovvenzioni furono legate agli ettari coltivati e non alle tonnellate prodotte (spesso venivano dichiarati grandi raccolti su pochi ettari). Per alcune autorità sarebbe stato più redditizio abbandonare i raccolti e incassare le sovvenzioni, invece di pagare i braccianti. Braccianti sfruttati che vivevano in edifici abbandonati o in tende senza acqua, luce e bagni.

Il giornale francese “Le Monde” commentò la situazione in vari modi. Il giornale notò come Berlusconi non ritenne necessario esprimere la propria opinione sugli scontri e sulle violenze subite dagli immigrati, come Maroni cercò di declassare il fatto come “solo una questione di ordine pubblico” (dichiarò anche che la rivolta fosse il risultato di una politica di forte tolleranza verso l’immigrazione clandestina) e come la Lega nord, moltiplicasse le provocazioni verso i nuovi arrivati in Italia senza che nessuno, o quasi, dicesse nulla. Le Monde mise in rilievo la “parte razzista” del nostro paese in cui la stampa di destra chiama i neri “negri” o “Bingo-Bongo”. Dava l’immagine di un razzismo tranquillo, accettato e privo di una condanna da parte del potere. Era l’immagine di un’Italia incapace di fare una riflessione su una società multietnica e multiculturale, incapace di riflettere sui problemi che l’Italia condivideva (e condivide ancora) con gli altri paesi europei. Inoltre, sottolineava il fatto che il nostro paese è passato dall’essere un paese di emigrazione a un paese di immigrazione il cui unico obiettivo era quello di scoraggiare il viaggio verso l’Italia. A questo proposito sottolineò la firma dell’accordo con la Libia nel 2008, un accordo volto a rimandare indietro i migranti prima che arrivassero alle coste italiane prima di far valere il diritto di asilo.

Esiste però anche la “parte non razzista” che subito dopo gli scontri si organizzò in un corteo e scrisse sullo striscione “Abbandonati dallo Stato, criminalizzati dai mass media, 20 anni di convivenza non sono razzismo”. Gli abitanti vollero respingere le accuse di razzismo rivolte da più parti agli abitanti del paese per la cacciata degli immigrati. I titolari dei negozi chiusero i propri esercizi per esprimere la propria solidarietà. Tra coloro che hanno partecipato al corteo ci sono stati anche numerosi immigrati e hanno sfilato insieme una donna di Rosarno ferita nel corso degli scontri e una donna immigrata. L’allora parroco di Rosarno, Don Carmelo Ascone, disse “la gente del paese non è razzista, è una guerra tra poveri, perché qui non c’è lo stato, qui comanda la ‘ndrangheta”.

Foto di Marco di Lauro

Sono passati Otto anni da quei fatti ma i grandi ghetti di lavoratori migranti rappresentano ancora uno scandalo italiano di fatto rimosso dal dibattito pubblico e dalle istituzioni politiche, che sembrano incapaci di qualsiasi iniziativa concreta e di largo respiro. È un problema che deve essere pensato prima di tutto come un problema nel mondo del lavoro e come spunto di riflessione per poter parlare di integrazione. Molti dei braccianti hanno una scarsa conoscenza della lingua italiana e questo testimonia la grave carenza del sistema di accoglienza di cui queste persone hanno usufruito. Il 90% dei lavoratori incontrati durante le interviste è regolarmente soggiornante, la maggior parte per motivi umanitari, per richiesta di asilo o per protezione internazionale. Meno di 3 persone su 10 lavorano con un contratto. Infine, la maggior parte lavorano con un mancato rispetto dei diritti e delle tutele fondamentali dei lavoratori agricoli. Il tema delle nuove schiavitù è un tema di attualità in tutto il mondo (qui l’articolo che parla del Rana Plaza), non coinvolge solo l’Italia o il mondo agricolo. È un fenomeno che merita attenzione, dibattito e politiche internazionali. Per quanto riguarda nel modo più specifico il nostro paese, occorre, poi, fare una riflessione sugli errori e sulle politiche inefficaci riproposte ciclicamente per poter lavorare su nuove proposte realmente efficaci e inclusive.

L’8 MAGGIO CROCE ROSSA FESTEGGIA LA GIORNATA MONDIALE: i motivi per cui festeggiamo

EUROPA/Senza categoria di

C’era una volta, molto tempo fa un giovane signore di nome Henry Dunant che viveva in Svizzera e lavorava in una banca a Ginevra. Una mattina di fine giugno Henry partì per un viaggio verso il nord Italia per incontrare il re Napoleone III. Nel corso del suo viaggio, si ritrovò su un campo di battaglia con tantissime persone ferite, sole, bisognose di aiuto e di cure mediche. Decise con l’aiuto di alcune signore e del parroco Don Barzizza di creare un gruppo di soccorritori per aiutare i feriti, curandoli e aiutandoli a tornare dalle loro famiglie. Tornato a casa, in Svizzera, si ricordò del suo viaggio in Italia e decise di creare un’associazione per sostenere tutte le persone bisognose di aiuto. Raccolse tutta la sua storia in un libro, “Un ricordo di Solferino”, che inviò a tutti i capi di stato del mondo”.

Così inizia il racconto della Croce Rossa in un libro illustrato dai bambini della Scuola materna equiparata La Clarina e dalla Scuola materna canossiane di Trento. È una storia che inizia il 24 giugno 1859, durante la 2° guerra di indipendenza italiana, una delle battaglie più sanguinose del 1800 che si consumò sulle colline a sud del Lago di Garda, sulle colline di San Martino e Solferino. Fu una battaglia che lasciò circa centomila fra morti, feriti e dispersi. A questo orribile scenario, aggravato dall’inefficienza della sanità militare, assistette il protagonista della storia, il Signor Dunant, che descrisse il tutto in un libro tradotto in più di 20 lingue. Dall’orribile spettacolo nacque l’idea di creare una squadra di infermieri volontari preparati, la cui opera potesse dare un apporto fondamentale alla sanità militare: la Croce Rossa. Dal Convegno di Ginevra del 1863 (26-29 ottobre) nacquero le società nazionali di Croce Rossa, la quinta a formarsi fu quella italiana. Nella 1° Conferenza diplomatica di Ginevra, che terminò con la firma della Prima Convenzione di Ginevra (8-22 agosto 1864), fu sancita la neutralità delle strutture e del personale sanitario. Dal 1965 la conferenza internazionale della Croce Rossa ha adottato i sette principi fondamentali del Movimento Internazionale di Croce Rossa che ne costituiscono lo spirito e l’etica e che sono garanzia e guida delle azioni del movimento. Il movimento si impegna nel portare soccorso senza discriminazioni ai feriti sui campi di battaglia e si adopera per prevenire e lenire in ogni circostanza le sofferenze degli uomini, per far rispettare la persona umana e proteggerne la vita e la salute in modo da favorire la comprensione reciproca, l’amicizia, la cooperazione e la pace duratura fra tutti i popoli (Principio di Umanità). Il movimento non fa distinzione di nazionalità, razza, religione, classe o opinioni politiche e si impegna ad aiutare in base ai bisogni e all’urgenza (Principio di Imparzialità). Il movimento si astiene dal partecipare a qualsiasi ostilità o alle controversie politiche, razziali e religiose (Principio di Neutralità). Il movimento si impegna ad essere indipendente e a mantenere la propria autonomia per poter agire in conformità con i propri principi (Principio di Indipendenza). È un’istituzione di soccorso volontario non guidato dal desiderio di guadagno (Principio di Volontarietà). Nel territorio nazionale ci può essere una sola associazione di Croce Rossa, aperta a tutti e con estensione della sua azione umanitaria all’intero territorio nazionale (Principio di Unità). Inoltre, tutte le società nazionali hanno uguali diritti in seno al Movimento internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa e hanno il dovere di aiutarsi reciprocamente (Principio di Universalità). Per operare in maniera più efficiente, la Croce Rossa Italiana ha basato gli obiettivi strategici 2020 sull’analisi delle necessità e delle vulnerabilità delle comunità aiutate quotidianamente. Questi obiettivi identificano le priorità umanitarie dell’Associazione, a tutti i livelli, e riflettono l’impegno di soci, volontari ed operatori Croce Rossa Italiana a prevenire e alleviare la sofferenza umana, contribuire al mantenimento e alla promozione della dignità umana e di una cultura della non violenza e della pace. Gli obiettivi, formulati in linea con la Strategia 2020 della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, forniscono il quadro strategico di riferimento che guiderà l’azione della Croce Rossa Italiana verso il 2020. L’adozione dei sei Obiettivi Strategici 2020 s’inserisce nell’ambito del processo di costruzione di una Società Nazionale più forte. L’organizzazione intende tutelare e proteggere la salute e la vita; favorire il supporto e l’inclusione sociale; preparare le comunità e dare risposta alle emergenze; disseminare il diritto internazionale umanitario; promuovere attivamente lo sviluppo dei giovani e una cultura della cittadinanza attiva; agire con una struttura capillare, efficace e trasparente, facendo tesoro dell’opera del volontariato.

Da oltre 150 anni il motto è “Ovunque e per chiunque” si trovi in una condizione di vulnerabilità: questo è lo spirito che anima milioni di volontari che contribuiscono quotidianamente alla crescita della più grande organizzazione umanitaria del mondo. Questo impegno si festeggia ogni anno grazie alla Giornata Mondiale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, istituita l’8 maggio, in occasione dell’anniversario della nascita del fondatore.

Il lavoro sul territorio

Tutti conoscono la Croce Rossa Italiana (CRI) per l’impegno nei servizi di ambulanza e nell’operazione di soccorso durante calamità ed emergenze (tutti ricordiamo i difficili giorni successivi al terremoto in centro Italia), però l’attività per lo sviluppo e l’aiuto dell’individuo si estende in altri servizi. Le azioni vanno dai corsi di primo soccorso alle attività rivolte ai giovani, come le campagne contro il bullismo e le malattie sessualmente trasmissibili, dall’invecchiamento attivo alla prevenzione delle dipendenze, dai clown di corsia negli ospedali all’empowerment delle persone diversamente abili, fino all’inclusione sociale dei migranti, e molto altro ancora. Le attività della Croce Rossa si intrecciano con le storie dei vari volontari che vi lavorano. Emblematica è la storia di Giuseppe Schifone, originario della provincia di Taranto, che ora vive a Perugia e che dal 2013 e volontario della Croce Rossa Italiana. Giuseppe aveva diciassette anni quando gli hanno detto che avrebbe perso la vista ma non per questo si è tirato indietro. “Sono felice di fare parte di questa famiglia. Erano i miei primi periodi in Umbria e desideravo essere utile al prossimo. Volevo dare una mano e il Comitato territoriale di Perugia era proprio quello che cercavo. Mi trovo benissimo con tutti. Poco alla volta sono riuscito a trasformare il mio limite in una forza e mi sono messo a disposizione degli altri”. Giuseppe lavora come centralinista ed è parte attiva di numerose iniziative promosse dal Comitato del capoluogo umbro, tra cui la raccolta alimentare e la distribuzione di viveri ai bisognosi. È soprattutto nell’ambito del rapporto con le disabilità che Giuseppe offre il suo prezioso contributo come l’iniziativa dell’aperitivo al buio, l’iniziativa che a più riprese il Comitato CRI organizza nel corso di eventi pubblici: “In questa occasione sono io a guidare gli altri. La persona che accetta di mettersi in gioco viene bendata e portata in un bar per ordinare qualcosa da bere. L’orientamento, il riconoscimento dei suoni, le relazioni con il prossimo: sono tanti gli aspetti da valutare quando non si può fare affidamento sulla vista. Tuttavia, la cosa più importante e difficile in queste esperienze, che consentono di poter toccare con mano ciò che io e le persone come me affrontiamo ogni giorno, è imparare a fidarsi dell’altro soltanto attraverso la voce. La fiducia: ecco il traguardo più grande da raggiungere quando non si è in grado di vedere”. Per Giuseppe essere volontario CRI significafare del bene e sentirsi bene”. È così, da esempio vivente per gli altri, che Giuseppe vive al massimo la sua vita e porta avanti il suo messaggio più profondo: Cadere è facile ma, per quanto difficoltoso, bisogna sapersi rialzare.

 

Il 2017 ha visto la croce rossa italiana impegnata su vari fronti come la partenza del progetto ad Amatrice di un nuovo centro Polifunzionale, un luogo di cultura e aggregazione da dove ripartire per ritrovarsi e ricostruire il tessuto sociale in un territorio così duramente colpito dal sisma, o le chiamate andate a buon fine effettuate dal Tracing Bus, la cabina telefonica mobile della Croce Rossa Italiana, che ha percorso tutta Italia dando la possibilità a tantissime persone di parlare con la propria famiglia e i propri cari dopo aver perso i contatti con loro. Inoltre, a luglio, Come ogni anno nei mesi estivi, vi è stato un considerevole arrivo di persone migranti nel nostro Paese e la Croce Rossa è sempre stati lì, a ogni sbarco, accogliendoli, e prestando la prima assistenza.

A questo punto non possiamo dimenticare l’emergenza neve e il terremoto nel Centro Italia. Sono stati giorni difficili e intensi per gli operatori coinvolti nelle operazioni di ricerca dei dispersi e delle persone isolate, con la consegna dei pacchi viveri, l’assistenza sanitaria e psicologica. La tragedia dell’hotel Rigopiano, poi, ha spezzato le vite di 29 persone e tra loro anche Gabriele D’Angelo, che lavorava in quell’hotel ed era volontario della Croce Rossa Italiana. La tragedia di Rigopiano ha visto bambini che hanno perso entrambi i genitori e comunità che hanno perso familiari e amici. Un anno dopo i fatti sembra tutto fermo in un silenzio intriso di ricordi, vi è una stasi surreale li nel resort nel cuore del parco nazionale del Gran Sasso. La tragedia di Rigopiano rimane nel cuore degli abitanti dei paesi limitrofi (Farindola e Penne) che in occasione delle proprie feste portano la maglietta con sopra un cuore che ricorda le vittime. Ad oggi c’è chi va a pregare in ginocchio davanti alla statua in legno di San Gabriele dell’addolorata, il santo che dà il nome al santuario ai piedi del Gran Sasso. La statua è vicino al resort ma non è stata sfiorata dalla furia della valanga. La Croce Rossa, fino ad oggi, ha continuato a non lasciare nessuno solo. Hanno continuato a rafforzare i servizi sanitari nelle località gravemente colpite dal terremoto, continuando le attività volte alla costruzione di punti di aggregazione, strutture sanitarie, centri polivalenti. Prevenzione e ricostruzione del tessuto sociale sono dunque i cardini attorno a cui si sta sviluppando l’intervento della Croce Rossa in Centro Italia. In quest’ottica sono stati attivati percorsi specifici per fornire alla popolazione gli strumenti per rispondere con efficacia a un eventuale futura emergenza. CRI parte dai giovani, protagonisti del progetto CRI SUMMER CAMP che ha dato la possibilità a tanti ragazzi e bambini tra gli 8 e i 20 anni, provenienti dai Comuni del cratere sismico, di passare gratuitamente una settimana in uno dei campi estivi attivati dai Comitati CRI, vivendo momenti di svago e relax, alternati a formazione specifica sulle emergenze e a percorsi di superamento dello shock vissuto.

Scenari interconnessi

Il lavoro della Croce Rossa italiana interessa sia l’Italia che il bacino del mediterraneo se pensiamo al fenomeno della migrazione. Nei primi sei mesi del 2017 la Croce Rossa ha accolto 83.360 persone migranti nei porti di Sicilia, Calabria, Puglia, Sardegna e Campania, garantendo la presenza di oltre 500 operatori e volontari in 191 sbarchi. Da giugno a dicembre 2016 la CRI è stata impegnata anche in una missione umanitaria congiunta con MOAS (Migrant Offshore Aid Station) per la ricerca, il salvataggio e l’assistenza sanitaria in favore delle persone migranti nel Mar Mediterraneo. La maggior parte dei morti in mare si sono verificate sulla rotta del mediterraneo centrale che va dalla Libia verso l’Italia. I volontari sono saliti a bordo della Phoenix e della Responder per poter dare il primo soccorso e l’assistenza medica. Non dobbiamo dimenticare che questo è il tentativo di persone di raggiungere l’Europa nella speranza di un futuro più sicuro, in un altro paese con lingua e cultura differenti. È un salto nel buio per poter sperare in un futuro migliore. I volontari lavorano per salvare tante vite ma hanno la consapevolezza che non è una soluzione per la crisi in atto, è dovere dei governi affrontare le cause profonde di questa crisi. Attualmente, sul territorio italiano la Croce Rossa accoglie migranti in 94 strutture per una capienza totale di circa 9500 posti letto. In ogni struttura vengono garantiti vitto, alloggio, assistenza sanitaria e psicologica, supporto legale e corsi di italiano. Inoltre, per favorire una migliore inclusione sociale degli ospiti, i Comitati organizzano attività sportive, ludico-ricreative e provvedono, sempre in maggior numero, a formare le persone accolte con lezioni di primo soccorso.

Rimane attivo in 190 Paesi nel mondo il servizio RFL (Restoring Family Links). Si tratta di un’attività nata in tempo di guerra per cercare di ristabilire i legami familiari interrotti da un conflitto, ma che negli anni si è evoluta trovando applicazione anche in situazioni come quelle emerse con il fenomeno migratorio. La CRI ha portato il servizio direttamente sul molo, nei presidi umanitari e nei luoghi di transito (come Ventimiglia), grazie anche al Tracing Bus: una cabina telefonica a quattro ruote che ha viaggiato lungo tutto lo Stivale, permettendo a rifugiati, richiedenti asilo e persone migranti di ristabilire un collegamento con i propri familiari, usufruendo di una telefonata di tre minuti e del supporto di operatori e volontari della CRI. Il tentativo è quello di ristabilire i contatti, dare vita ai ricongiungimenti familiari o almeno chiarire le sorti dei dispersi. La Croce Rossa vuole quantomeno difendere la sofferenza di persone che non hanno notizie. Di persone che si chiedono dove sono e se sono al sicuro i propri cari.

Nell’agosto 2017, il Presidente Nazionale Francesco Rocca ha incontrato il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, ed è stato accolto nel Palazzo di vetro a New York. L’incontro è stata l’occasione per discutere delle priorità umanitarie sulle due sponde del Mediterraneo. L’incontro è stato voluto in estate proprio per il momento delicato, questo perché aumentano i flussi migratori e le polemiche politiche. In questa occasione è stato possibile fare un punto della situazione e riflettere su come intervenire al meglio. Si è parlato della questione Libica e, in particolare, sull’appropriazione da parte della guardia costiera libica di 70 miglia marittime, dove sono comprese anche le acque internazionali. In pratica, le navi delle Ong e la guardia costiera italiana non possono più intervenire in uno dei luoghi dove si verificano il più grande numero di tragedie: l’unico risultato saranno più morti e un aumento del costo dei viaggi. Inoltre, migliaia di persone vengono riportare in una zona di guerra, contro ogni regola del diritto internazionale. Altro tema sensibile affrontato è stato quello del processo di criminalizzazione delle organizzazioni umanitarie che, in realtà, si occupano soltanto di salvare vite umane. L’incontro è stato importante per stabile un punto di partenza per mobilitare le nazioni unite e la comunità internazionale.


Tra le storie delle persone migranti ricordiamo l’esperienza di John Ogah, che sembra una favola e che, come per ogni racconto che si rispetti, da iniziali peripezie giunge al riscatto e al tanto agognato “lieto fine”. Lo scorso 26 settembre l’uomo, che per vivere chiedeva l’elemosina davanti a un supermercato di Centocelle, nella periferia di Roma, ha affrontato un uomo armato di mannaia che aveva appena rapinato il negozio. Ogah lo ha disarmato e poi seguito fino allo scooter con cui stava per darsi alla fuga, bloccandolo e permettendo alle Forze dell’Ordine di arrestarlo. Dopo avere affrontato il rapinatore però si era dileguato, perché non perfettamente in regola con i documenti, ma i Carabinieri del Comando Provinciale di Roma lo hanno rintracciato e il suo gesto eroico è stato premiato con l’ottenimento del permesso di soggiorno per un anno. Da lì la sua vita è cambiata. Da qualche mese ha un lavoro stabile presso la Croce Rossa Italiana. Inoltre, ha una casa e, sempre grazie all’Associazione, sta perfezionando lo studio dell’italiano. La sera di Pasqua, il trentunenne nigeriano migrante è stato battezzato nella Basilica di San Pietro da Papa Francesco, il quale ha voluto accogliere il suo desiderio: il sogno di un ragazzo credente che ha vissuto le difficoltà della fuga dal suo paese dove era perseguitato nel 2014 e il dramma di un viaggio che molti non riescono a portare a compimento. Francesco Rocca ha commentato dicendo: “Sono orgoglioso di John e felice che lavori per la nostra Associazione. E sono lieto che, ogni tanto, le difficili storie delle persone migranti siano narrate senza strumentalizzazioni e nella modalità giusta: quella di percorsi umani fatti di difficoltà, ma anche di riscatto e speranza. Perché dietro a coloro i quali si vogliono far passare soltanto come scomodi “numeri” ci sono persone e, talvolta, anche eroi!”.

 

Il lavoro senza limiti della Croce Rossa Italiana

Il lavoro della Croce Rossa Italiana sembra non avere limiti e si estende ancora più in la dell’Italia e del Mediterraneo. La Croce Rossa ha portato il proprio impegno con due missioni a Cox’s Bazar, in Bangladesh, per dare supporto alle altre organizzazioni impegnate in una delle più grandi crisi umanitarie in corso. L’organizzazione si sta impegnando a ridare speranza e alleviare la sofferenza di più di 700.000 persone fuggite dal Myanmar nel corso dell’estate.

L’esperienza della prima missione iniziata ad ottobre viene raccontata da Erika Della valle, medico specializzato in psicoterapia e medicina interna. La missione si è svolta in tre settimane di lavoro nella clinica mobile in compagnia dell’infermiere Fabio Antonucci e con la collaborazione del team della Mezzaluna Rossa Bengalese. Erika racconta: “Abbiamo visitato ogni giorno tra i 110 e i 170 pazienti. Numeri molto alti che rendono l’idea di quanto sia stata intensa la nostra attività di equipe. Molto spesso ci siamo anche recati direttamente nelle tende per effettuare diagnosi o cure particolari”. Tra le difficoltà maggiori ci sono quelle incontrate in occasione dei trasferimenti in ospedale. I trasferimenti non potevano avvenire se non tramite lunghi percorsi a piedi in cui, per esempio, gli operatori si sono trovati a trasportare un bambino di pochi mesi in crisi respiratoria per 40 minuti. Erika parla delle persone che ha incontrato nel corso della missione: “Il contatto umano con questa gente ci ha arricchito tantissimo non solo come professionisti, ma soprattutto come individui. A Cox’s Bazar ci sono persone che, nonostante la grande sofferenza e le incredibili difficoltà incontrate, mantengono la loro dignità e continuano a guardare speranzosi al futuro. La loro forza d’animo è stata un esempio per tutti noi. Esiste tra di noi la barriera linguistica, questo è vero, ma è stata superata dal linguaggio non verbale. Ci siamo sentiti accolti e la loro riconoscenza nei nostri confronti è stata una costante”.

Altra testimone e operatrice della prima missione è Rosaria Domenella, psicologa e psicoterapeuta della Croce Rossa Italiana, volontaria dal 2008 che ha l’obiettivo di rafforzare la resilienza delle persone e aiutarle a ritrovare una strada per il futuro. Rosaria lavora in stretto contatto con il team giapponese e con i volontari del Bangladesh, coordinando le attività del servizio di supporto psicosociale. Rosaria dice che “è importante concentrarsi non solo sulle sofferenze fisiche delle persone, ma anche sui dolori dell’animo. Sono in molti ad andare dal dottore e a lamentare sintomi o malanni, ma alla fine si scopre che c’è solo il bisogno di parlare, di raccontare e condividere la propria storia”. Nella missione in Bangladesh sono stati organizzati spazi protetti, momenti ricreativi, focus group e peer session. Vengono fatte anche attività di “outreach”, ovvero uno sforzo per portare servizi alle persone dove vivono o trascorrono del tempo, in questo modo gli operatori si sono recati di persona nelle tende. Ogni nucleo familiare ha una storia di lutti e sofferenze e, dopo i primi giorni di ambientamento, ora sono le stesse persone ad andare incontro al personale con la voglia di parlare. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, sono soprattutto gli uomini ad avere bisogno di particolare assistenza e supporto. A proposito Rosaria dice: “È forse la categoria che necessita di maggiore aiuto. Nella loro cultura, l’uomo è abituato a farsi carico totalmente dei bisogni e delle necessità della famiglia di cui è responsabile. Ora, queste persone si ritrovano del tutto private della loro prerogativa. Un ruolo, quello di ‘sostenitore economico’ che è stato annientato dagli eventi e che bisogna in qualche modo ricostruire. Attraverso degli incontri appositamente dedicati, cerchiamo di riorientarli al presente e di aiutarli a capire le necessità del momento, come la tutela dei più deboli, dei bambini e dei disabili. Da parte loro, noto un interesse sempre maggiore. Comunico con il prezioso aiuto di un interprete e non sono per nulla intimiditi dal fatto che io sia una donna. Parliamo dei loro incubi, delle paure e di tutte le difficoltà che incontrano ogni giorno”. In oltre tre settimane, Rosaria ha incontrato migliaia di persone: “Fra le tante esperienze vissute, penso ai due fratelli orfani di 16 e 10 anni. Durante il nostro primo incontro sono rimasta in silenzio per diversi minuti, cercando di capire in che modo aprire un canale di confronto. La seconda volta ho portato un fischietto al bambino e li ho invitati a venire nei nostri spazi ricreativi. È stato bellissimo, qualche giorno dopo, vederli arrivare da soli nel ‘child friendly space’. Eravamo riusciti a stabilire un contatto”.
Negli ultimi mesi vi è stata la seconda missione, visto dall’alto il mega campo, a un’ora dai resort di Cox’s Bazar, assomiglia a un grande formicaio dove migliaia di persone, ormai vicine a toccare quota 1 milione, si adoperano tra le capanne di plastica e bambù, in un intreccio informe di stradine che salgono e che scendono. Sono state settimane di grande lavoro per prepararsi ad affrontare, in una già precaria situazione, il grande incubo della stagione delle piogge. La preoccupazione, infatti, era che smottamenti e frane potessero investire il campo creando danni alle infrastrutture idriche, igieniche e sanitarie e provocando epidemie, e ciò ha mobilitato tutta la comunità residente che ha collaborato alla messa in sicurezza del territorio e all’attuazione del piano di contingenza preparato dalle agenzie internazionali e dalle organizzazioni umanitarie. Le persone sono preoccupate, ma molto consapevoli e questo le rende più resilienti e pronte a reagire. Spesso, nelle ultime settimane, molte tende sono state abbattute per far spazio a una strada più robusta o anche per trasferire le abitazioni in zone più alte, al riparo da eventuali inondazioni. Nelle ultime settimane purtroppo la situazione è peggiorata con l’arrivo delle violente piogge che precedono la stagione dei monsoni. L’allerta è arrivata da Save the Children che ha dichiarato: “I bambini sono i soggetti più vulnerabili e rischiano di separarsi dalle proprie famiglie e di ammalarsi gravemente”. Le zone più basse dei campi rifugiati si sono immediatamente allagate rendendo difficoltoso l’accesso, dove il fango ha invaso molti spazi e dove si sono formate enormi pozze d’acqua. La situazione vede enormi difficoltà per le famiglie Rohingya rifugiatesi nei campi per fuggire dalle brutali violenze in Myanmar. Le famiglie devono vivere in campi sovraffollati dove dipendono unicamente dalle razioni di cibo per la sopravvivenza ma dove si trovano, ora, anche esposti alle tempeste, che provocano allagamenti e smottamenti. C’è anche il rischio che diventi più difficile l’accesso a servizi vitali come le cliniche mediche, i centri per la nutrizione e gli spazi protetti per i bambini, che sono l’unico luogo tranquillo e felice per loro.

Cosa celebriamo l’8 maggio

In onore di queste storie di lotta e speranza, l’8 maggio è un’occasione di festa per celebrare l’idea di Dunant e lo spirito di sacrifico e abnegazione dei 17 milioni di volontari, di cui oltre 160 mila in Italia, delle Società nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Senza il volontariato, nulla sarebbe possibile: dall’intervento a sostegno delle popolazioni nelle zone di guerra, durante le emergenze dovute ai disastri naturali, fino all’aiuto nelle tante vulnerabilità quotidiane che non fanno notizia. L’8 maggio è anche il giorno in cui Croce Rossa vuole ricordare l’importanza e l’attualità dei propri Principi Fondamentali. E ancora, è il giorno in cui vuole rilanciare il proprio appello per la protezione e il rispetto di tutti i soccorritori e delle strutture sanitarie. La Croce Rossa è il simbolo di un’Italia che aiuta, che ascolta le richieste di aiuto, piccole o grandi, che sono ovunque. Possiamo ricordare la recente celebrazione della “Giornata mondiale della libertà di stampa” per comprendere tra quali rischi si muove il movimento per ascoltare le richieste di aiuto. Negli ultimi 15 anni i giornalisti uccisi nell’esercizio del loro mestiere sono stati 1035, specialmente nei teatri di guerra. “Esattamente come i tanti operatori umanitari del Movimento Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa – spiega Francesco Rocca sul Sito Ufficiale – che diventano un “target” delle parti in conflitto, ormai troppo spesso. Martiri moderni della Verità e dell’Umanità”.

Croce Rossa Italiana, quest’anno, ha deciso di celebrare l’8 maggio attraverso un “doppio binario”, da un lato portando il bagaglio umano dell’Associazione al Quirinale, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e, parallelamente, nelle scuole di tutto il Paese, con iniziative di sensibilizzazione ed educazione, seguendo l’invito della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC), che ha lanciato una campagna di comunicazione incentrata sul sorriso e sulla diffusione di storie positive di cambiamento e di speranza: “condividi cosa ti fa sorridere”. Oggi la Croce Rossa la vediamo sulle ambulanze, per aiutare le persone che hanno avuto un grave problema di salute. Ma la troviamo anche nell’aiutare i più poveri e bisognosi, al fianco delle persone colpite da alluvioni, terremoti, nell’insegnare la storia del diritto umanitario a grandi e piccini, nell’aiutare i giovani nella loro crescita e nel comunicare al mondo che se facciamo del bene ci sentiamo meglio e diventiamo tutti amici e felici. Perché la missione dei volontari di Croce Rossa Italiana è essere presenti, appunto, “ovunque, per chiunque”.

Cancellati 222 voli verso l’Afghanistan, in Germania i piloti si rifiutano di rimpatriare i migranti

SICUREZZA di

Diventa un caso quello che coinvolge almeno 6 compagne aeree e 222 piloti. “I comandanti possono decidere di non far salire i passeggeri sull’aereo, appellandosi alla sicurezza del volo”. Tra i mesi di gennaio e settembre 2017, infatti, sono stati cancellati 222 voli di ripatrio diretti in Afghanistan. Le cifre sono state diffuse dal partito tedesco Die Linke.

Le decisioni sono state prese direttamente dai piloti che si sono rifiutati di rimpatriare i migranti a cui è stato negato asilo politico nel territorio tedesco. Azioni individuali dunque, ma che molti in Germania vedono come atti di “coraggio civile”, per non partecipare ad azioni ritenute ingiuste. Infatti come spiega un portavoce della compagna aerea Lufthansa, “i piloti non possono opporsi giuridicamente all’imbarco ma possono decidere arbitrariamente di far scendere un passeggero qualora venga ritenuto un pericolo per la sicurezza del volo”, queste le sue parole, citate dai media internazionali.

Le procedure di rimpatrio sono cominciate a seguito delle considerazioni del governo di Berlino, che vedrebbero nell’Afghanistan un paese sicuro, e dunque in grado a tutti gli effetti di poter accogliere i respingimenti. La situazione sul territorio afgano è però diversa. Il paese è martoriato dal terrorismo ormai da tempo, con la forte presenza dei talebani e dei fondamentalisti dell’Isis. Ad essere sotto accusa in questo momento, oltre alle tratte dirette in Afghanistan anche quelle verso i paesi del medio oriente Siria e Iraq. Le persone coinvolte sarebbero circa 30.000

Secondo Amnesty International, associazione internazionale per i diritti umani, il bilancio delle vittime civili nel territorio afgano, nei mesi scorsi, è “drammaticamente alto”, circa undicimila l’anno scorso, ottomila tra gennaio e ottobre 2017. L’associazione inoltre sconsiglia vivamente ai governi europei di procedere con le operazioni di rimpatrio, affermando che nessuna parte del paese è sicura.

Stando alle cifre riportate dal “Corriere della Sera”, a opporsi sono stati principalmente i piloti della Lufthansa, in 63 casi, e quelli delle compagne low cost da essa controllata Eurowings e Germanwings. A seguire Air Berlin, Air Algerie e Qatar Airwais. I voli erano in programma soprattutto dall’aeroporto che rappresenta il principale polo del traffico aereo in Germania, quello di Francoforte, con una parte di questi in programma a Dusseldorf.

 

Aste di schiavi in Libia; una questione di punti di vista?

AFRICA/REGIONI di

Venerdì scorso la Commissione Nazionale per i Diritti in Libia, si è detta irritata dalle accuse volte dalla CNN in un report pubblicato a inizio settimana. Il report denuncia il fatto che in Libia vengano fatte aste pubbliche di vendita di schiavi. Questo report nasce da un breve video filmato da un telefono e mandato alla CNN, che poi ha deciso di investigare in prima persona, registrando varie aste di esseri umani, avvenute in alcune città della Libia, tra cui alcuni sobborghi di Tripoli. Il materiale così acquisito è stato poi trasmesso alle autorità libiche che infatti risulta abbiano iniziato delle investigazioni su questo tipo di traffici umani.

Ma la NCHR (National Commission for Human Rights) ha parlato di dettagli esagerati e disinformazione della CNN, aggiungendo che se queste aste di esseri umani avvengono sul suolo libico, sono di certo svolte in segreto e in una situazione di clandestinità.

La NCHR ha poi espresso la più viva condanna per l’azione di bande criminali organizzate, facendo appello al Procuratore Generale affinché si investighi al riguardo. Ma la Commissione non ha mancato di collegare questi episodi ad una condanna delle politiche e delle dichiarazioni di alcuni paesi dell’UE, che, a detta dell’organizzazione, esagerano le condizioni dei migranti bloccati nei centri di detenzione in Libia. Infatti i governi e la stampa europee sfruttano, dal punto di vista dell’NCHR, la condizione disagiata dei migranti per forzare le autorità libiche ad incontrare gli interessi europei che vorrebbero fare della Libia una meta alternativa per i migranti che cercano di raggiungere l’Europa.

From Jugend Rettet’s Iuventa – in the Libyan SAR zone

feed_corousel di

On board of Iuventa, Jugend Rettet’s boat in the Libyan SAR Zone (Search and Rescue Zone), on Easter week-end, when 8300 people have been saved in 4 days of rescue.

Giulia Bertoluzzi
Vai a Inizio