GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Medio Oriente

Mercati, ospedali e mortai: Guerra in Yemen e rischi per i civili

MEDIO ORIENTE di

Negli ultimi giorni sale la paura per l’escalation nella città portuale yemenita di Hodeidah, città importantissima per la posizione strategica sul mar rosso e vitale per l’arrivo degli aiuti internazionali di farmaci e alimenti. Il rischio è quello di un imminente massacro di civili se le parti coinvolte nel conflitto non prenderanno misure volte a proteggere i civili. Gli ultimi giorni hanno visto i combattenti Huthi assaltare un ospedale e prendere posizione sul tetto mettendo in pericolo personale medico, degente e molti bambini all’interno della struttura. La struttura sanitaria era supportata da Save the Children e ha riportato gravi danni a una delle farmacie che fornisce medicinali salvavita. Il problema è rappresentato dal fatto che ci sono molti civili e che questi non hanno un altro posto dove recarsi per ricevere cure mediche che potrebbero risultare di vitale importanza. Chiunque attacchi una struttura medica, civile e in cui le persone lottano tra la vita e la morte, rischia di rendersi responsabile di crimini di guerra.

La presenza di combattenti Huthi sul tetto dell’ospedale viola il diritto internazionale umanitario, secondo il quale queste strutture non possono essere impiegati per scopi militari. Ma questo dato di fatto non deve rendere l’ospedale, i pazienti e il personale medico un obiettivo legittimo per gli attacchi aerei della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti come è accaduto molte volte nel corso della guerra. La militarizzazione degli ospedali è un ulteriore capitolo di una guerra in cui la coalizione a guida saudita ed emiratina compie regolarmente attacchi aerei devastanti contro aree civili. Da quando sono iniziati gli scontri nel dicembre 2017, la situazione nel governatorato di Hodeidah e nella città stessa si è fatta sempre più drammatica.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, circa la metà dei 600.000 abitanti di Hodeidah sono riusciti a lasciare la città prima che gli scontri in corso chiudessero in trappola l’altra metà. L’unica via d’uscita aperta resta quella verso nord, ma l’aumento del costo del carburante e il crollo della moneta locale, ulteriori conseguenze del conflitto, rendono impraticabile per molti anche questa soluzione. Resa, tra l’altro, ulteriormente più difficile dal fatto che la coalizione non ha istituito quei corridoi umanitari che si era impegnata a istituire il 24 settembre. Mentre proseguono al Consiglio di sicurezza le discussioni su un possibile cessate-il-fuoco, gli scontri si sono estesi alla periferia meridionale e orientale della città. Il sottosegretario delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari e coordinatore per gli aiuti di emergenza ha ammonito, a causa dell’offensiva contro il principale porto dello Yemen, il paese è alle soglie di una massiccia carestia: agli otto milioni di yemeniti che già si trovano in una situazione d’insicurezza alimentare, potrebbero presto aggiungersi altri tre milioni e mezzo di persone.

Amnesty International denuncia, inoltre, che dall’Italia continuano a partire carichi di bombe aeree per rifornire la Royal Saudi Air Force. L’ultimo carico, con migliaia di bombe, è partito in gran segreto da Cagliari. L’associazione ritiene che si tratti anche questa volta di bombe aeree del tipo MK80 prodotte dalla RWM Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall, con sede legale a Ghedi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas in Sardegna. La conferma dell’utilizzo delle bombe italiane nel conflitto in Yemen arriva anche dal “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, trasmesso il 27 gennaio 2017 al Presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcune organizzazioni specializzate, riportano la possibilità concreta di almeno sei invii di carichi di bombe dall’Italia verso l’Arabia Saudita. Nell’ottobre 2016 l’allora Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni per la prima volta ammetteva, in risposta ad una interrogazione parlamentare, che alla RWM Italia sono state rilasciate licenze di esportazione per l’Arabia Saudita. La responsabilità del rilascio delle licenze di esportazione ricade sull’Unità per le Autorizzazioni di Materiali d’Armamento (UAMA), incardinata presso il Ministero degli Esteri e della Cooperazione e che fa riferimento direttamente al Ministro. Ma nel percorso di valutazione per tale rilascio incidono con ruoli stabiliti dalla legge i pareri di vari Ministeri, tra cui soprattutto il Ministero della Difesa. Va inoltre ricordata la presenza di un accordo di cooperazione militare sottoscritto dall’Italia con l’Arabia Saudita (firmato nel 2007 e ratificato con la Legge 97/09 del 10 luglio 2009) che prevede un rinnovo tacito ogni 5 anni, e grazie al quale si garantisce una via preferenziale di collaborazione tra i due Paesi in questo settore, comprese le forniture di armi. La legge italiana 185 del 1990 che regolamenta questa materia afferma infatti che le esportazioni di armamenti sono vietate non solo come è già automatico verso le nazioni sotto embargo internazionale ma anche ai Paesi in stato di conflitto armato e la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione della Repubblica. Il 22 giugno 2017, l’associazione ha presentato una proposta di Mozione parlamentare alla Camera insieme ad alcune organizzazioni e reti della società civile italiana. Il 19 settembre 2017, con 301 voti contrari e 120 a favore, la Camera dei deputati ha respinto la mozione che chiedeva al governo di bloccare la vendita di armi a paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani come disposto dalla legge 185/1990, dalla Costituzione italiana e dal Trattato internazionale sul commercio delle armi.

Amnesty International chiede al governo di intraprendere un percorso nuovo nella difesa dei diritti umani e del rispetto del diritto internazionale sospendendo l’invio di materiali militari all’Arabia Saudita, come fatto recentemente dalla Svezia.

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Crimini di guerra nello Yemen Meridionale, sparizioni e torture nei centri di detenzione

MEDIO ORIENTE di

Nello Yemen meridionale vige ancora un sistema impunito di sparizioni forzate e torture, questa è la denuncia del nuovo rapporto di Amnesty International intitolato “Se è ancora vivo lo sa solo Dio”. Ad essere coinvolti sono decine di uomini arrestati dalle forze degli Emirati Arabi Uniti e forze locali che agiscono fuori dal controllo del governo yemenita. Molti sono stati torturati e si teme che alcuni siano morti durante la detenzione. Amnesty International ha svolto ricerche su 51 uomini arrestati da tali forze tra marzo 2016 e maggio 2018 nelle provincie di Aden, Lahj, Abyan, Hadramawt e Shabwa. Molti di essi hanno trascorso periodi di sparizione forzata e 19 di essi risultano tuttora scomparsi. Per la stesura del suo rapporto, l’organizzazione per i diritti umani ha intervistato 75 persone, tra le quali ex detenuti, parenti di persone scomparse, attivisti e rappresentanti del governo.

     Le famiglie dei detenuti stanno vivendo un incubo senza fine in cui ad ogni richiesta di informazione la risposta consiste nel silenzio o nelle intimidazioni. Madri, mogli e sorelle degli scomparsi svolgono regolari proteste da quasi due anni lungo un percorso che vede gli uffici governativi e della procura, le sedi dei servizi di sicurezza, le prigioni, le basi della coalizione a guida saudita e vari altri luoghi per presentare denunce relative ai loro cari. Le stesse famiglie hanno riferito di essere state avvicinate da persone che le hanno avvisate della morte in carcere di un loro parente, però quando sono andate a chiedere conferma alle forze yemenite sostenute dagli emirati queste hanno negato tutto. I familiari vivono nell’incertezza e nel dubbio che i loro cari siano ancora vivi, le parole della sorella di un uomo arrestato ad Aden alla fine del 2016 sono: “Non abbiamo la minima idea di dove sia, se è ancora vivo lo sa solo Dio. Nostro padre è morto d’infarto un mese fa, senza sapere dove fosse suo figlio. Vogliamo solo sapere che fine ha fatto nostro fratello, sentire la sua voce, sapere dove di trova. Se ha fatto qualcosa, non c’è un tribunale per processarlo? Almeno lo portassero a processo, almeno ce lo facessero visitare. Che senso hanno i tribunali allora? Perché li fanno sparire in questo modo?”. Nelle prigioni gestite dalle forze emiratine e yemenite vi è un uso massiccio dei maltrattamenti e della tortura. Detenuti ed ex detenuti hanno riferito di scariche elettriche, pestaggi e violenze sessuali, uno di questi inoltre ha visto un compagno di prigionia venir portato via in un sacco da cadavere dopo essere stato ripetutamente torturato. Un altro ex detenuto ha raccontato che i soldati degli Emirati di stanza nella base di Aden gli hanno inserito più volte un oggetto nell’ano, fino a farlo sanguinare e lo hanno tenuto in una buca nel terreno con la sola testa fuori dalla superficie, lasciandolo defecare e urinare in quel modo. Un altro caso ancora vede un uomo arrestato nella sua abitazione e rilasciato ore dopo con visibili segni di tortura per poi morire dopo il ricovero in ospedale. Tirana Hassan, direttrice di Amnesty International per la risposta alle crisi, ha commentato la situazione dicendo che “Gli Emirati, col loro modo di operate nell’ombra, hanno creato nello Yemen meridionale una sorta di struttura di sicurezza al di fuori della legge che compie gravi violazioni dei diritti umani senza pagarne le conseguenze”. La mancanza di un sistema cui rendere conto rende ancora più difficile alle famiglie contestare la legalità della detenzione dei loro congiunti. Anche quando alcuni magistrati yemeniti hanno cercato di prendere il controllo su alcune prigioni, i loro tentativi sono stati del tutto ignorati dalle forze degli Emirati e in diverse occasioni i loro provvedimenti di rilascio di detenuti sono stati ritardati”.

     Da quando, nel marzo 2015, hanno aderito alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, gli Emirati hanno creato, addestrato, equipaggiato e finanziato varie forze di sicurezza locali, tra cui la Cintura di sicurezza e la Forza di élite, e costruito alleanze con singoli responsabili della sicurezza yemeniti, aggirando il governo locale. Da allora sono un alleato chiave della coalizione guidata dall’Arabia Saudita che dal marzo 2015 prende parte al conflitto armato dello Yemen. Il loro ruolo nella creazione della Cintura di sicurezza e delle Forze di élite ha ufficialmente l’obiettivo di combattere il terrorismo, dando la caccia ai membri di al-Qaeda nella Penisola araba e del gruppo denominatosi Stato islamico.  Però molti degli arresti sembrano basati su sospetti infondati poiché tra le persone prese di mira figurano coloro che hanno espresso critiche nei confronti della coalizione a guida saudita e dell’operato delle forze di sicurezza appoggiate dagli Emirati, nonché leader locali, attivisti, giornalisti e simpatizzanti e militanti del partito al-Islah, sezione yemenita della Fratellanza musulmana. Queste denunce non sono nuove e Tawakkol Karman, premio nobel e attivista yemenita esule in Turchia, ha dichiarato che una sfida importante per gli attivisti è rappresentata dai regimi repressivi che hanno un ruolo importante nel diffamarli a livello nazionale e internazionale. In contesti ostili, gli attivisti spesso vengono identificati come coloro che seguono istruzioni da altri paesi per cospirare contro il proprio paese e vengono accusati di terrorismo, con questa scusa sono soggetti ad abusi, torture e sparizioni forzate. Risultano colpiti anche i parenti di presunti membri di al-Qaeda e dello Stato islamico così come persone che inizialmente avevano aiutato la coalizione a guida saudita contro gli huthi e che adesso sono viste con sospetto. Secondo testimonianze oculari, gli arresti avvengono in mezzo alla strada, sul posto di lavoro, durante terrificanti raid notturni nelle abitazioni e sono condotti da persone dal volto travisato e pesantemente armati noti come “quelli mascherati”. Gli arrestati vengono talvolta picchiati sul posto fino a perdere conoscenza. Gli Emirati negano costantemente di essere coinvolti in pratiche detentive illegali, nonostante ogni prova dimostri il contrario. Il governo yemenita ha dichiarato a un panel di esperti delle Nazioni Unite di non avere il controllo sulle forze di sicurezza addestrate e sostenute dagli Emirati. “Queste violazioni, che si verificano nel contesto del conflitto armato dello Yemen, dovrebbero essere indagate come crimini di guerra. Sia il governo dello Yemen che quello degli Emirati dovrebbero prendere misure immediate per porvi fine e per dare risposte alle famiglie degli scomparsi. I partner degli Emirati nella lotta al terrorismo, tra cui gli Usa, dovrebbero prendere una chiara posizione sulle denunce di tortura, indagando anche sul ruolo del personale statunitense nelle violazioni che hanno luogo nei centri di detenzione yemeniti e rifiutando di utilizzare informazioni estorte con ogni probabilità mediante maltrattamenti e torture”, ha concluso Hassan.

Mappa dei centri di detenzione

La guerra in Yemen e l’Italia

     Lo Yemen è una realtà di cui spesso si tace, è una realtà che vive la più grande catastrofe umanitaria della storia. Lo Yemen è una realtà che vive di carestia, di colera, di malattia, di scarsità di acqua, di scarsità di farmaci, di mancanza di servizi sanitari e di base. Lo Yemen è una realtà in cui muoiono giornalmente bambini, uomini e donne sia per la guerra, sia per le malattie, sia perché spesso viene impedito ai soccorsi di arrivare nelle zone di emergenze. Tutte le parti impegnate nel conflitto armato in corso hanno commesso crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale, in un contesto in cui mancavano strumenti adeguati di accertamento delle responsabilità in grado di assicurare giustizia e riparazione per le vittime. La coalizione a guida saudita, intervenuta a sostegno del governo dello Yemen internazionalmente riconosciuto, ha continuato a bombardare infrastrutture civili e a compiere attacchi indiscriminati, uccidendo e ferendo i civili. Le forze dell’alleanza militare formata dagli Huthi e dalle truppe vicine all’ex presidente Saleh (huthi-Saleh) hanno bombardato indiscriminatamente aree abitate da civili nella città di Ta’iz e lanciato attacchi indiscriminati di artiglieria pesante ol­tre il confine con l’Arabia Saudita, provocando morti e feriti tra i civili. In questo contesto di violenza generalizzata le donne e le ragazze hanno continuato ad affrontare una radicata discriminazione e altri abusi, come matrimoni forzati e precoci e violenza domestica. Le divisioni interne allo Yemen e la frammentazione del controllo sul territorio sono diventate ancor più radicate con il protrarsi del conflitto armato. Le autorità dell’alleanza huthi-Saleh hanno mantenuto il controllo su vaste aree del paese, compresa la capitale Sana’a, mentre il governo del presidente Hadi controllava ufficialmente il sud del paese, compresi i gover­natorati di Lahj e Aden. Da sottolineare è il decesso di Ali Abdullah Saleh che il 4 dicembre è stato ucciso dalle stesse forze huthi, che hanno così consolidato il loro controllo su Sana’a. Saleh è salito al potere nel 1978 inizialmente come presidente dello Yemen del Nord, stato indipendente fino alla riunificazione con lo Yemen del Sud dopo una lunga guerra civile. Governò lo Yemen unito fino a che non è stato costretto a lasciare l’incarico nel 2012 durante le proteste e lo scoppio di una nuova lotta civile nel 2011. Lo scontro è stato interpretato da alcuni commentatori con un fronte a guida della tribù Huthi (a maggioranza Zaidita, vicino allo Sciismo) contro il fronte delle tribù sunnite. Nel 2015 è intervenuta l’Arabia Saudita che ha mosso guerra contro gli Huthi. C’è chi ha fatto notare che l’Arabia saudita è governata da una famiglia facente parte del terzo gruppo religioso del paese, ovvero i Wahabiti (sunniti) che rappresentano il 29% del paese, con al primo posto i sunniti non wahabiti che rappresentano anche loro il 29%. Il problema consisterebbe nel fatto che il secondo gruppo è rappresentato da gruppi vicini allo Sciismo e che si dividono in due gruppi stanziati uno sui giacimenti di petrolio del golfo persico e l’altro al confine con lo Yemen, quindi al confine con gli Houthi (che sono stanziati nello Yemen del Nord). La paura quindi consisterebbe nelle pressioni geopolitiche dell’Iran e nella paura di perdere potere nella regione. Durante il conflitto, l’Arabia Saudita ha più volte accusato l’Iran di finanziare con armi e denaro gli Huthi.  Tramite il proprio consiglio politico supremo, l’alleanza huthi-Saleh ha assunto, nelle aree sotto il suo controllo, le funzioni e le responsabilità dello stato. Queste comprendevano la formazione di un esecutivo, la nomina dei governatori e l’emanazione di decreti ministeriali. La situazione si è ulteriormente frammentata quando, a maggio 2017, il governatore di Aden, Aidarous al-Zubaydi, e Hani bin Brik, un ex ministro di stato, hanno formato un consiglio di transizione del sud, composto da 26 membri. Il nuovo consiglio, che ha espresso l’intenzione di creare uno Yemen del Sud indipendente e che godeva del favore della popolazione, si è riunito in varie sessioni, stabilendo la propria sede nella città di Aden. Il protrarsi del conflitto ha portato a un vuoto politico e alla mancanza di sicurezza e ha creato terreno fertile per il proliferare di gruppi armati e milizie, che avevano il sostegno di altri stati. Alcune di queste forze erano addestrate, finanziate e supportate dagli Emirati Arabi Uniri e dall’Arabia Saudita. La frammentazione tribale e territoriale dello Yemen ha avuto la conseguenza che molti capi tribù hanno sposato la causa di Al Qaeda, infatti si rilevano numerosi casi di terrorismo e ciò rende ancora più complessa la realtà del conflitto. Il gruppo armato al-Qaeda nella penisola araba (Aqap) ha mantenuto il controllo di parte del sud dello Yemen e ha continuato a com­piere attentati dinamitardi nei governatorati di Aden, Abyan, Lahj e al-Bayda.

Aree di controllo a dicembre 2017

     Durante l’anno non sono stati compiuti passi avanti nei negoziati politici o verso una cessazione delle ostilità. Mentre nelle aree circostanti le città portuali di Mokha e Hodeidah proseguivano le operazioni militari e i combattimenti, tutte le parti in conflitto si sono rifiutate di partecipare al processo guidato dalle Nazioni Unite, in tempi diversi a seconda delle conquiste militari ottenute sul terreno. Secondo l’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, dall’inizio del conflitto armato, a marzo 2015, fino ad agosto 2017, erano stati uccisi 5.144 civili, di cui almeno 1.184 bambini, mentre più di 8.749 erano rimasti feriti. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – Ocha) ha stimato che più di due terzi della popolazione necessitava di aiuti umanitari e che almeno 2,9 milioni di persone erano state costrette a fuggire dalle loro abitazioni. Il Who ha dichiarato che i sospetti casi di colera causati dalla mancanza di acqua potabile e dall’impossibilità di accedere a strutture mediche erano più di 500.000. Dall’insorgenza dell’epidemia nel 2016, i decessi a causa dell’infezione sono stati quasi 2.000. Il protrarsi del conflitto è stato uno dei fattori che avevano maggiormente contribuito alla diffusione del colera nello Yemen. Di fatto il paese più ricco del mondo arabo, l’Arabia Saudita, è in guerra con il paese più povero. Dall’inizio del conflitto lo Yemen, con una popolazione di 25 milioni di abitanti, è stato sostanzialmente distrutto. Le Nazioni Unite hanno rilevato passo passo la portata della tragedia che vede la morte di più di 20mila persone, di cui almeno la metà civili. Il numero dei feriti non può essere precisato perché metà gli ospedali e centri medici dello Yemen non sono operativi. Questo significa che non è possibile stabilire quante persone si sono presentate per farsi curare. Per i sopravvissuti la vita non è facile. È come se per loro il tempo si trascinasse senza senso, in una guerra senza fine. Il dolore aumenta. Vecchie malattie riappaiono e anche la fame. La maggior parte della popolazione non ha quasi accesso ad acqua, cibo, prodotti per l’igiene, raccolta dei rifiuti. Sette milioni di yemeniti, tra cui 2,3 milioni di bambini con meno di cinque anni, sono costretti alla fame. Le Nazioni Unite sono riuscite a raccogliere appena il 43 per cento dei fondi necessari per la crisi umanitaria. Gli Stati Uniti hanno versato 1,9 miliardi di dollari, ma si tratta di una minima parte della cifra che l’industria degli armamenti americana guadagna vendendo armi all’Arabia Saudita, rifornendola mentre bombarda lo Yemen e affama i suoi abitanti. Ma il fenomeno della vendita di armi riguarda anche il nostro paese. Amnesty International denuncia che dall’Italia continuano a partire carichi di bombe aeree per rifornire la Royal Saudi Air Force. L’ultimo carico, con migliaia di bombe, è partito in gran segreto da Cagliari. L’associazione ritiene che si tratti anche questa volta di bombe aeree del tipo MK80 prodotte dalla RWM Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall, con sede legale a Ghedi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas in Sardegna. La conferma dell’utilizzo delle bombe italiane nel conflitto in Yemen arriva anche dal “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, trasmesso il 27 gennaio 2017 al Presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcune organizzazioni specializzate, riportano la possibilità concreta di almeno sei invii di carichi di bombe dall’Italia verso l’Arabia Saudita. Nell’ottobre 2016 l’allora Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni per la prima volta ammetteva, in risposta ad una interrogazione parlamentare, che alla RWM Italia sono state rilasciate licenze di esportazione per l’Arabia Saudita. La responsabilità del rilascio delle licenze di esportazione ricade sull’Unità per le Autorizzazioni di Materiali d’Armamento (UAMA), incardinata presso il Ministero degli Esteri e della Cooperazione e che fa riferimento direttamente al Ministro. Ma nel percorso di valutazione per tale rilascio incidono con ruoli stabiliti dalla legge i pareri di vari Ministeri, tra cui soprattutto il Ministero della Difesa. Va inoltre ricordata la presenza di un accordo di cooperazione militare sottoscritto dall’Italia con l’Arabia Saudita (firmato nel 2007 e ratificato con la Legge 97/09 del 10 luglio 2009) che prevede un rinnovo tacito ogni 5 anni, e grazie al quale si garantisce una via preferenziale di collaborazione tra i due Paesi in questo settore, comprese le forniture di armi. La legge italiana 185 del 1990 che regolamenta questa materia afferma infatti che le esportazioni di armamenti sono vietate non solo come è già automatico verso le nazioni sotto embargo internazionale ma anche ai Paesi in stato di conflitto armato e la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione della Repubblica. Il 22 giugno 2017, l’associazione ha presentato una proposta di Mozione parlamentare alla Camera insieme ad alcune organizzazioni e reti della società civile italiana. Il 19 settembre 2017, con 301 voti contrari e 120 a favore, la Camera dei deputati ha respinto la mozione che chiedeva al governo di bloccare la vendita di armi a paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani come disposto dalla legge 185/1990, dalla Costituzione italiana e dal Trattato internazionale sul commercio delle armi.

Amnesty International chiede al governo di intraprendere un percorso nuovo nella difesa dei diritti umani e del rispetto del diritto internazionale sospendendo l’invio di materiali militari all’Arabia Saudita, come fatto recentemente dalla Svezia.

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29° summit della Lega Araba – Leader uniti su Palestina e Iran

 

 

Si è concluso domenica scorsa il summit della Lega Araba, giunto alla sue 29esima edizione. L’incontro, tenutosi a Dharan (Arabia Saudita) ha visto riunirsi i 21 membri attivi della lega e personalità di spicco dello scenario internazionale, come l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, il presidente della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Unico membro assente la Siria, sospesa dalla Lega nel novembre del 2011, quando iniziarono le rivolte nel paese ed in seguito alle azioni repressive condotte dal regime di Assad a danno della popolazione civile.

I vari paesi membri erano rappresentati dai capi di stato e di governo, ad eccezione del Qatar che, invece, ha inviato il proprio rappresentate presso la Lega Araba. Un gesto, questo, accolto non molto positivamente dal resto della comunità araba. Ricordiamo, infatti, che da parecchi mesi i rapporti della monarchia con i paesi arabi e mediorientali si sono fortemente incrinati, determinando una crisi diplomatica proprio tra vicini di casa. In particolare, lo scorso 5 giugno, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto hanno annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar, accusando quest’ultimo di fornire supporto a gruppi estremisti e terroristi. L’invito del Qatar a partecipare al summit era arrivato insieme all’annuncio che la crisi diplomatica non sarebbe stata posta nell’agenda dell’evento. L’assenza dell’emiro del Qatar, è stata, dunque, percepita come un segno di arroganza, che ha gettato ulteriore benzina su un fuoco ancora molto ardente.

Il vertice si è concentrato maggiormente sui temi in agenda, mostrando come vi sia una notevole unità di pensiero tra i leader su temi d’importanza cruciale per il contesto arabo e mediorientale e gli equilibri tra la regione e gli attori esterni.

Tre i grandi temi trattati: la questione israelo-palestinese, la guerra in Yemen e la pericolosa influenza dell’Iran. Non sono, invece, stati messi in agenda, come accennato, né la crisi diplomatica con il Qatar né la guerra in Siria. Tuttavia, un comunicato stampa pubblicato dalla Lega Araba al termine del summit invoca la conduzione di “independent International investigation to guarantee the application of International law against anyone proven to have used chimical weapons”. Da notare, infatti, che il summit ha avuto inizio 24 ore dopo l’attacco di USA, Gran Bretagna e Francia sui alcuni siti militari siriani. Tale azione nasce in risposta ad un presunto attacco chimico condotto dal regime contro alcuni ribelli, attacco per altro negato dal presidente Bashar e l’alleato russo.

 

PALESTINA E ISRAELE

Riflettori puntati su Palestina ed Israele, tema che ha portato alla luce una posizione peculiare dei paesi arabi. Da un lato, la ferma opposizione alla decisione del presidente statunitense Donald Trump di spostare la sede dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quest’ultima come capitale della nazione israeliana. Per un paese come gli Stati Uniti, che ha sempre giocato un ruolo di mediazione nel conflitto arabo-israeliano, un gesto simile viene visto dai leader mediorientali come uno spostare la propria posizione di neutralità verso quella di terza parte in causa, un passo decisamente significativo (e se vogliamo, pericoloso) in un contesto delicato come quello del Medio Oriente. Come sottolineato dal re Salman -che ha rinominato il vertice “Jerusalem summit” proprio per sottolineare la solidarietà verso il popolo palestinese- i leader arabi riconoscono il diritto del popolo palestinese di stabilire un proprio stato indipendente, con Gerusalemme come capitale. La stessa Gerusalemme Est appartiene, a loro opinione, ai territori palestinesi. In aggiunta, il re Salman ha annunciato la donazione di 150 milioni di dollari all’amministrazione religiosa che gestisce i siti religiosi musulmani a Gerusalemme, come la moschea Al-Aqsa e di altri 50 milioni per i programmi condotti dalle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente.

Dall’altro lato, invece, i leader arabi –ad eccezione del presidente Abbas- si sono espressi a favore del piano di pace proposto da Trump per il conflitto tra i due popoli. I dettagli di questo piano, tuttavia, non sono ancora stati resi noti, ma potrebbe prevedere una soluzione a due stati.

 

GUERRA IN YEMEN

Altro tema caldo è stato la guerra civile che da circa tre anni logora lo Yemen, e vede coinvolti (sul campo e a livello di interessi in gioco) diversi attori mediorientali accanto a potenze straniere come Russia e Stati Uniti. Il paese è teatro di scontri tra le forze fedeli al governo di Hadi, che di fatto ha perso il controllo di numerose porzioni del territorio nazionale, e i ribelli Houthi, alleati con l’ex presidente Saleh e supportati militarmente e finanziariamente dall’Iran. In campo, inoltre, una coalizione militare a guida saudita, che vede impegnati paesi occidentali (USA; Francia, GB) e alleati mediorientali, come gli Emirati Arabi.  Ancora una volta i leader arabi hanno riaffermato il loro supporto alla nazione e l’obiettivo di ripristinare l’unità, l’integrità, la sicurezza, la sovranità e l’indipendenza della nazione yemenita. La totale responsabilità attribuita ai ribelli Houthi, rimanda ad un altro tema centrale del summit: l’Iran e la politica aggressiva sul piano internazionale.

 

L’AGGRESSIVITÀ’ DELL’IRAN

Non sono mancate nel corso della giornata condanne alle politiche condotte all’estero dall’Iran, dettate da atteggiamenti aggressivi e perpetuate violazioni dei principi del diritto internazionale. Diretto riferimento al supporto ai ribelli Houthi in Yemen, ma anche al regime di Bashar al Assad in Siria. Chiaro il tentativo del re Salman di sfruttare il summit per allineare i paesi arabi contro lo storico rivale Iran. L’Iran, ad oggi, è visto come la principale causa di instabilità nella regione, “colpevole” di destinare le proprie risorse finanziarie e militari per alimentare guerre per procura in paesi dilaniati da anni di guerra civile, come appunto Siria e Yemen. In Siria, come detto, le milizie shiite iraniane supportano le forze governative di Assad, regime anche questo shiita. Similmente in Yemen, l’esperienza militare e le armi iraniane sostengono i ribelli Houthi, che hanno nel corso del conflitto conquistato diverse porzioni del territorio nazionale, compresa la capitale Sana’a. Non è mancata la risposta iraniana: il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Qasemi ha, infatti, dichiarato che le accuse sollevate in occasione del summit sono solo il risultato della pressione esercitata dal suo più grande nemico, l’Arabia Saudita, paese ospite del summit.

 

Vediamo, quindi, come le acque nel Medio Oriente continuino ad essere piuttosto agitate. Sebbene si possa intravedere un’unità d’intenti in alcuni ambiti, i temi caldi sono ancora molti ma soprattutto manca allo stato attuale un vero e proprio “corse of action” per raggiungere gli obiettivi raggiunti. È auspicabile, dunque, che questo messaggio di allineamento dei paesi arabi si trasformi ora in un’azione pratica, che possa portare, step by step, a garantire una maggiore sicurezza e stabilità nella regione.

 

Paola Fratantoni

Iraq: un’esplosione causa diversi feriti nelle zone liberate nell’Anbar. Adesso la liberazione di Rawa segnerà la fine dello stato Islamico.

MEDIO ORIENTE di

Un’esplosione nella regione dell’Anbar occidentale ha causato diversi feriti tra le forze di sicurezza Irachene. In questo momento le truppe si trovano a fare i conti con i resti delle battaglie contro lo stato islamico. L’esplosione causate dalle mine terrestri, piantate  precedentemente, hanno ferito diversi soldati nella zona di Al-Rayhana, a est della città di Annah. La fonte non ha fornito dati precisi riguardo i feriti, perciò è difficile in questo momento quantificarli. In questa regione è presente l’ultimo bastione del “califfato”, la città di  Rawa. Qui si ritiene che i combattenti dell’Isis stiano tenendo in ostaggio circa 10.000 civili. Nel mese di settembre è stata lanciata un’offensiva per riprendere il controlo di questa città e più in generale di tutte le zone occupate da Daesh nelle aree circostanti lungo il confine con la Siria. La scorsa settimana le forze irachene hanno riconquistato la città di al Qaim in quello che il premier Haider al Abadi ha definito “un tempo record”. Le forze governative e i combattenti paramilitari erano entrati la mattina del 3 novembre nel centro di Qaim, dove prima degli scontri vivevano circa 50 mila persone, per poi annunciarne la liberazione nel pomeriggio. La cacciata dello stato Islamico dalla città di Rawa segnerebbe la fine del dominio territoriale del gruppo jihadista che ha proclamato il califfato islamico in Iraq nel 2014, e che da allora ha causato la morte di migliaia di civili. L’Anbar è la provincia più grande dell’Iraq e comprende gran parte del territorio occidentale del paese. È considerata una roccaforte della minoranza sunnita irachena e durante i primi anni dell’operazione statunitense “Iraqi Freedom” ha rappresentato una base importante per al Qaeda e altri gruppi di insorti. Inoltre la sua conformazione geografica e la sua morfologia, caratterizzata da vasti deserti, l’ha resa un territorio ideale anche per lo Stato islamico, permettendo il trasferimento di uomini attraverso il confine con la Siria.

Kabul: Attaccata l’emittente televisiva Shamshad, l’Isis rivendica

MEDIO ORIENTE di

Sparatoria all’interno di un emittente televisiva di Kabul la mattina del 7 novembre, arrivata la rivendicazione dell’Isis, una giornalista perde la vita. L’ attacco avviene nei giorni successivi alla perdita di terreno e delle proprie basi in Iraq e in Siria. Un commando di tre persone è riuscito a penetrare all’interno dell’emittente afghana Shamshad, partner della BBC, nella zona vicino allo stadio della città. Il modus operandi è quello introdotto da Al Qaeda e sempre più diffuso, che prevede l’esplosione di un suicida al primo sbarramento permettendo così l’ingresso di altri uomini  armati di mitragliatori e granate. I tre attentatori, vestiti in uniformi militari, hanno tenuto uno scontro a fuoco  con le autorità afghane inviate poco dopo la prima esplosione. Quest’ultime sono riuscite a mettere in salvo parte dei dipendenti dell’emittente televisiva. Numeri discordanti sulle vittime coinvolte. La rivendicazione dello Stato Islamico, avvenuta dopo la presa di distanza da parte dei Talebani,  tramite Twitter, parla di 20 persone uccise ma stando alle conferme del ministero dell’interno le vittime sarebbero almeno 2, una ventina di feriti tra giornalisti e staff, tra di loro anche il direttore Abed Ehasas. Oltre ad uno  degli attentatori, ucciso dalla polizia, è rimasta coinvolta una giornalista, che secondo il portavoce di Shamshad, avrebbe perso la vita dopo il tentativo di mettersi in salvo. “ Questo è un attacco alla libertà dei media ma non possono ridurci al silenzio”, le parole del direttore della redazione ai microfoni di Tolo News, un’altra emittente televisiva. L’Afghanistan è uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti e i lavoratori della comunicazione. Come ricorda la BBC, i primi sei mesi del 2017 sono stati caratterizzati da un sensibile aumento della violenza nei confronti dei giornalisti afghani, con ben 73 casi registrati: un incremento del 35% rispetto allo stesso periodo del 2016. A maggio due operatori dei media sono stati uccisi in un attacco bomba a Kabul. Anche gli uffici dell’emittente  1TV sono stati danneggiati. Nello stesso mese l’Isis ha preso di mira l’edificio televisivo statale afghano nella città di Jalalabad, uccidendo sei persone.

 

Trump e la politica USA in Medio Oriente

Varie di

Nelle loro politiche estere non è comune vedere gli Stati cambiare drasticamente le loro strategie al cambiare delle amministrazioni di Governo. Di là  dalle parole spese in campagna elettorale, una volta giunti nella stanza dei bottoni, ogni politico fa i conti con la realtà che lo circonda guardandola da un punto di vista diverso rispetto a chi non ha la responsabilità delle decisioni.

E’ pur vero che, se nel frattempo è cambiato qualcosa nel mondo, sia per nuovi equilibri tra le potenze sia per importanti variazioni nelle politiche altrui, ognuno deve adattarsi e applicare nuove visioni.

Nel passaggio di poteri tra la Presidenza USA di Obama e quella di Trump niente di rilevante è cambiato fuori dagli Stati Uniti: la crisi israelo-palestinese è a un punto morto come prima, le guerre e i vari conflitti in corso perdurano immutati, la Cina continua lentamente ma inesorabilmente nella sua politica espansiva e l’Europa procede nella sua marcia verso una possibile decadenza. Al contrario, la Presidenza americana ha cambiato drasticamente rotta.

Il recente viaggio di Trump a Riad ha mostrato solo il primo di grandi cambiamenti che potrebbero verificarsi anche verso altri teatri.

Mentre Obama aveva allentato i legami che tradizionalmente legavano gli Usa agli alleati storici in loco, aveva riproposto l’attenzione verso la tutela di un minimo di rispetto dei diritti umani e cercava un nuovo dialogo con l’Iran, magari concedendogli il riconoscimento di una sua area d’influenza, il nuovo Presidente è ritornato sulle linee impostate da altri predecessori.

Il rapporto con Israele e l’Arabia Saudita sono di nuovo il perno centrale della politica americana in Medio Oriente e l’Iran ridiventa il nemico numero uno degli interessi americani nell’area.

Il discorso tenuto ai cinquantacinque leader riunitisi per incontrarlo è stato piuttosto chiaro: non contano le differenze tra le religioni e non siamo di fronte ad uno scontro di civiltà, ognuno deve scegliere da solo come vivere all’interno della propria società e i predicatori di ogni fede devono emarginare gli estremismi. L’avversario da battere è solo il terrorismo, che ci colpisce tutti allo stesso modo e il suo maggiore sponsor sta a Teheran. Nessun accenno alla tutela di minoranze interne, nessun richiamo contro atteggiamenti autoritaristici, nessuna menzione sui gruppi integralisti pur notoriamente sostenuti proprio dai sauditi.  Che il tycoon, contrariamente ad Obama, fosse in totale sintonia con il Governo israeliano lo si era visto già in campagna elettorale ma l’apertura all’Islam, in precedenza definita una religione implicitamente aggressiva e pericolosa, ha lasciato realisticamente il posto a una netta distinzione tra la sua pratica normale e i devianti estremismi.

Se si va oltre il primo sguardo, si vede comunque una sua coerenza tra il Trump di prima e di dopo l’elezione. Il suo obiettivo sempre dichiarato era di voler rivitalizzare l’economia interna americana e questa prima tappa del viaggio non l’ha dimenticato. Oltre alla netta scelta politica di campo, uno dei risultati di questi incontri è il volume di contratti firmati e la pioggia di denari (e, conseguentemente, di posti di lavoro) che dovrebbero riversarsi sugli USA. Com’è giusto che sia, politica ed economia camminano insieme e la volontà di rinforzare l’Arabia Saudita e i Paesi arabi contro la “minaccia” iraniana si traduce nella cessione ai sauditi e Paesi vicini di un’enorme quantità di armamenti di fabbricazione statunitense. Si ipotizza una cifra di circa 350 miliardi di dollari in dieci anni, di cui almeno un centinaio da spendersi immediatamente. Di questi ultimi, circa sessanta saranno destinati per l’acquisto di aerei, navi, bombe di precisione, munizioni e un sistema di modernizzazione della difesa cibernetica. Anche i missili THAAD (quelli che sono stati stanziati in Corea del Sud e che Trump vorrebbe fossero i riluttanti coreani a pagare) saranno parte del pacchetto. Della delegazione americana facevano parte, non a caso, rappresentanti di alcune grandi imprese americane, quali la Boeing, la Lockeed e la General Electric.  I sauditi, pur alle prese con un deficit interno di almeno 53 miliardi di dollari che li ha obbligati a tagliare i salari degli impiegati pubblici, hanno promesso investimenti, in partnership, nelle infrastrutture americane per un montante di 200 miliardi in quattro anni. Anche gli Usa hanno concesso qualcosa: 150 elicotteri della Lockeed saranno assemblati in Arabia Saudita creando 450 nuovi posti di lavoro e la società mista Aramco dovrebbe poter investire almeno 50 milioni in attività diversificate dal settore petrolifero.

Tornando all’aspetto più direttamente politico e di là dei discorsi ufficiali, è possibile ipotizzare che si sia cercato di stringere ulteriormente e allargare ad alcuni altri Paesi arabi la collaborazione (già esistente ma mai resa ufficiale) tra Israele e l’Arabia Saudita con una duplice funzione: anti iraniana da un lato e per la ricerca di un vero e duraturo accordo con i palestinesi dall’altro.

Come in tutte le circostanze simili, occorrerà vedere in seguito se quanto discusso e quanto annunciato si tradurranno veramente nella realtà. Gli ostacoli non mancano, a partire dal fatto che alcuni dei presenti hanno nutrito, e probabilmente continuano a sostenere, proprio quei gruppi estremisti e terroristici che sono stati identificati come il nemico comune. Oltre alla stessa Arabia Saudita, alludiamo al Qatar e al suo coinvolgimento con alcuni gruppi ribelli in Siria, con i Fratelli Musulmani e con Hamas nella striscia di Gaza. Né si possono nascondere gli interessi divergenti nello stesso mondo arabo, con relativi supporti a gruppi combattenti in Libia o in Egitto(vedi Fratelli Musulmani).

Infine, il coalizzarsi del mondo sunnita contro l‘Iran significa escludere dalla partita la Russia e, oltre a rendere impossibile una soluzione per la crisi siriana, non potrà certo essere facilitato il raggiungimento di una stabilizzazione della regione, dove gli sciiti sono pur sempre un numero rilevante e godono di posizioni geopoliticamente molto forti.

Dario Rivolta

 

 

Photo Credit: Per gentile concessione

Valentin Muriaru www.valentinmuriaru.com

 

Arabia Saudita: prima tappa del viaggio di Trump

Donald Trump ha inaugurato ieri il suo primo viaggio internazionale come Presidente degli Stati Uniti. L’agenda prevende un tour di nove giorni in Europa e Medio Oriente, con visite al Vaticano, in Israele e a Bruxelles. L’Arabia Saudita è la prima tappa di questo viaggio, una scelta ben calcolata che mostra chiaramente l’approccio adottato dalla nuova amministrazione verso uno dei più storici e strategicamente importanti alleati degli Stati Uniti.

Il viaggio internazionale del Presidente è un impegno politico molto importante, soprattutto per un presidente neo-eletto. Soprattutto per un presidente neo-eletto che sta già avendo scandali politici nel proprio paese. Questo viaggio rappresenta un’ottima opportunità per incontrare molteplici capi di stato e rappresentanti di governo in tutto il mondo, nonché un’occasione chiave per rafforzare le alleanze del paese e dare nuovo respiro alla posizione degli USA nell’arena politica internazionale.

La scelta dell’Arabia Saudita come tappa inaugurale è, perciò, un segno abbastanza inequivocabile del percorso che il Presidente Trump desidera intraprendere. L’Arabia Saudita è sempre stata uno degli alleati statunitensi più importanti nella regione e i due paesi condividono interessi economici, politici e strategici. I loro rapporti sono stati solitamente molto stretti e amichevoli, mostrando un’intesa reciproca nonché la volontà di cooperare in diversi settori. Tuttavia, durante l’amministrazione Obama, questo matrimonio felice ha attraversato un periodo piuttosto difficile, spesso descritto dai rappresentanti sauditi come il peggiore nella storia delle relazioni tra i due paesi. La decisione di Trump sembra, quindi, essere una mossa intelligente per mostrare all’Arabia Saudita e al mondo interno l’intento della nuova amministrazione di ripristinare quel rapporto solido e leale tra le due nazioni, dopo i tempi critici di Obama.

Diverse motivazioni si celano dietro questa scelta, che possono essere lette sia nel quadro delle relazioni USA-Arabia Saudita, ma anche nel più ampio contesto della strategia statunitense in Medio Oriente.

Considerando i rapporti bilaterali, interessi economici e di sicurezza sono i temi più importanti in tavola. Si parla nuovamente di accordi economici per la vendita di armi e sistemi di difesa, interrotti in passato da Obama, preoccupato che la monarchia saudita potesse influenzare -o per meglio dire supportare militarmente in modo significativo- la guerra in Yemen (ricordiamo che l’Arabia Saudita è a guida di una coalizione internazionale a sostegno del governo yemenita contro i ribelli Houthi). Trump non sembra condividere le stesse preoccupazioni: proprio ieri è stato firmato un contratto del valore di 350 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni, 110 miliardi con effetto immediato. Tali accordi prevedono un sistema di difesa missilistica, il Terminal High Altitude Area Defence (THAAD), un software per i centri di comando, controllo e comunicazione, il C2BMC, nonché diversi satelliti, tutto fornito dalla Lockheed. È al vaglio anche la fornitura di veicoli da combattimento prodotti dalla BAE Systems PLC, incluso il Bradley e l’M109. Contrariamente alla precedente amministrazione, gli USA sembrano supportare un ruolo saudita più interventista nella regione. Accanto agli accordi commerciali, Washington e Riad intendono promuovere “best practices” nel settore della sicurezza marittima, aerea e ai confini.

 

Se guardiamo alla strategia statunitense in Medio Oriente, la visita in Arabia Saudita appare ancora più logica.

Sin dal suo insediamento, Trump ha definito la lotta contro lo Stato Islamico (ISIS) come la priorità numero uno per la sicurezza nazionale. Come il presidente ha reso ben chiaro, l’ISIS -e il terrorismo in genere- non è un problema unicamente regionale, bensì una piaga che colpisce l’intera comunità internazionale, andando, perciò, a danneggiare anche gli interessi statunitensi sia in patria che oltreoceano. Simili considerazioni emergono relativamente alle condizioni di sicurezza in Medio Oriente, essenziali per proteggere gli interessi economici e strategici della potenza americana nella regione. Questi motivi hanno portato Trump a riconsiderare il ruolo degli USA in Medio Oriente. Se Obama aveva fatto un passo indietro, cercando di mettere distanza tra la politica statunitense e gli affari mediorientali, dando così l’impressione che gli USA stessere voltando le spalle ai propri alleati nella regione, il Presidente Trump ha chiaramente mostrato intenzioni opposte.

Gli Stati Uniti intendono ripristinare la propria posizione nel Medio Oriente, forse mirando proprio a quel ruolo di garante della sicurezza che ha svolto per anni, con la missione di portare sicurezza e stabilità nella regione e, di conseguenza, a livello globale. La linea dura assunta con l’Iran e i tentativi di riassicurare gli alleati nel Golfo possono chiaramente essere letti in quest’ottica.

Ma cosa significa tutto ciò in termini di sicurezza regionale e di giochi politici internazionali?

  • Con l’appoggio degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, le monarchie del Golfo possono rafforzare la propria posizione dinnanzi allo Stato Islamico e agi altri gruppi terroristici. Questi, infatti, hanno cercato nel tempo di destabilizzare tali monarchie. Da un lato, sfruttando le minoranze religiose e le differenze sociali interne ai paesi; dall’altro, beneficiando di una strategia europea inconsistente ed inefficace e di un’amministrazione americana più concentrata sui problemi di autoritarismo e sul mancato rispetto dei diritti umani all’interno di tali monarchie, piuttosto che sull’obiettivo finale della loro azione, ovvero la lotta all’ISIS. Trump sembra aver stabilito -e voler rispettare- priorità e confini: combattere l’ISIS e il terrorismo è l’obiettivo principale; democrazia e tendenze autoritarie sono problemi domestici dei quali gli Stati Uniti non devono necessariamente occuparsi ora. Per sconfiggere l’Islamic State servono paesi stabili, punto. Come lo stesso Segretario di Stato Rex Tillerson ha recentemente affermato “When everything is a priority, nothing is a priority. We must continue to keep our focus on the most urgent matter at hand.”
  • Un più arido rapport con l’Iran. Se l’amministrazione Obama verrà ricordata su tutti i libri di storia per l’accordo multilaterale sul nucleare stretto con la Repubblica Islamica, è abbastanza improbabile che quella Trump segua la stessa direzione. Come primo passo, Trump ha, infatti, intensificato le sanzioni contro l’Iran, mandando così un chiaro messaggio che i tempi sono cambiati e sarà bene che l’Iran si comporti a dovere. Diversi comunicati stampa hanno denunciato il comportamento ostile di Teheran, definendo il paese come una piaga per il Medio Oriente e per gli interessi statunitensi nella regione. Nessuna sorpresa, dunque, se l’atteggiamento di intesa e conciliazione di Obama lascerà il posto all’approccio duro e allo scontro, senz’altro ben accolto dai paesi arabi.
  • Firmando nuovi accordi per la fornitura di armi a Riad, gli Stati Uniti mostrano indirettamente di appoggiare la coalizione a guida saudita impegnata nella guerra in Yemen, un conflitto che coinvolge anche l’Iran. La Repubblica Islamica fornisce, infatti, supporto militare ai ribelli Houthi contro il governo yemenita. Come accennato sopra, l’Iran è considerato una minaccia reale per la stabilità del Medio Oriente.
  • Un impegno più consistente in Medio Oriente non può omettere il conflitto arabo-israeliano. Trump sostiene l’importanza di proseguire le trattative di pace tra Israele e Palestina nell’ottica di raggiungere un accordo stabile e duraturo. La soluzione a due stati-ovvero uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, in cambio della stabilità e la sicurezza di Israele- è stata la colonna portante della politica estera statunitense per decenni. Tuttavia, Trump si dichiara ora disponibile ad accettare anche un accordo diverso, dove Israele sarebbe l’unico stato indipendente e sovrano e i Palestinesi diventerebbero cittadini israeliani o sarebberro condannati ad una condizione di occupazione perenne senza godere del diritto di voto. “I’m happy with the one they [Israelis and Palestinians] like the best” ha affermato il Presidente. Difficile capire, tuttavia, come i Palestinesi possano mai accettare la seconda.
  • La visita di Trump in Arabia Saudita, non solo un paese musulmano ma anche la sede di alcuni tra i più simbolici siti religiosi islamici, può essere letta come una mossa strumentale per il ruolo che gli Stati Uniti mirano ad esercitare nel Medio Oriente. Con l’implementazione delle politiche immigratorie negli USA e diverse dichiarazioni contro i Musulmani, Trump ha attirato critiche molto severe, che descrivono il presidente e le sue politiche come anti-musulmane. Di certo non la miglior premessa per qualcuno che intende svolgere un maggior ruolo di garante della sicurezza nella regione. Iniziare il tour diplomatico nella monarchia saudita vuole mostrare come gli USA e gli arabi musulmani possano in realtà formare una parrtnership, cooperando in diverse aree.
  • A primo impatto, si può pensare che una politica americana più interventista nella regione possa in qualche modo infastidire la Russia. Su diversi argomenti-come Yemen e Siria- Russia e USA hanno visioni notoriamente divergenti e si posizionano ai fronti opposti dello scontro. Un’amministrazione americana desiderosa di assumere il ruolo di “poliziotto” nella regione e -magari- intervenire con forze militari on the ground non è esattamente ciò che il Cremlino vorrebbe vedere. Tuttavia, lo scandalo che ha recentemente colpito la Casa Bianca-relativo alla condivisioni di importanti informazioni classificate con i Russi- pone diverse domande su quali siano i reali rapporti tra Mosca e Washington.

 

In conclusione, l’incontro di Trump con i leader sauditi va al di là delle visite diplomatiche di routine, in quanto contiene anche un forte messaggio politico per i paesi arabi ed il mondo intero. Si apre una nuova pagina nella politica estera statunitense, che ha l’obiettivo di recuperare la gloria passata e la leadership nel Medio Oriente. Sembrerebbe che la nuova amministrazione abbia una strategia chiara e precisa alle spalle; ciò nonostante, su alcuni argomenti pare quasi che Trump stia procedendo un po’ “a tentoni”, reagendo giorno per giorno ai fatti che si verificano. Sorge, dunque, spontanea una domanda: Trump ha realmente una strategia? Gli Stati Uniti sono una nazione molto potente e -volenti o nolenti-le loro azioni hanno un impatto rilevante in tutto il mondo. Ci auguriamo che ci sia qualche asso nascosto nella manica: l’ultima cosa che il mondo vorrebbe vedere sono gli Stati Uniti vagare senza avere una chiara idea su cosa fare. È il momento di assumere una posizione, di prendere decisioni e Trump sembra abbastanza a suo agio nel farlo. Tuttavia, decisioni e azioni devono essere indirizzate: serve una strategia, un progetto a lungo termine che abbia un obiettivo ben specifico. Ci auguriamo che l’amministrazione americana ne abbia effettivamente una.

 

Paola Fratantoni

Arabia Saudita: verso la diversificazione economica

SA

 

Nelle scorse settimane, l’Arabia Saudita è stata al centro di intense trattative diplomatiche, rivolte prevalentemente a stringere importanti accordi economici per il paese. Non è una coincidenza, infatti, che alcuni degli attori coinvolti in queste trattative siano proprio le tre più forti economie mondiali: Stati Uniti, Cina e Giappone. Infatti, mentre Re Salman bin Abdulaziz Al Saud ha intrapreso un viaggio di sei settimane in Asia, il suo Ministro dell’Energia Khalid Al-Falih si è recato a Washington, dove ha incontrato il Presidente americano Donald Trump.

Una così intensa attività va al di là delle normali “routine” diplomatiche, soprattutto se si considera che la visita del monarca saudita in Giappone rappresenta la prima visita di un sovrano del Medio Oriente negli ultimi cinquant’anni. Cosa si cela, perciò, dietro questa agenda ricca di appuntamenti? Sicuramente il petrolio. Per decenni, la vasta disponibilità di petrolio unita alle rigide regolamentazioni imposte dalla monarchia saudita -che hanno ripetutamente scoraggiato gli investimenti stranieri nei mercati del regno- hanno fatto del petrolio l’unica e sola fonte di entrate del regno.

Tuttavia, il recente crollo del prezzo del petrolio ha preoccupato Riad. E le previsioni del Fondo Monetario Internazionale non hanno rincuorato particolarmente: si prevede, infatti, un calo della crescita economica della monarchia dal 4% allo 0,4% nel corso del anno corrente. Di conseguenza, l’Arabia Saudita sta esplorando nuovi sentieri economici, non ultimo attirare capitali stranieri e sviluppare diversi settori industriali. La strategia di breve termine prevede, infatti, investimenti e sviluppo delle infrastrutture, in particolare elettricità e trasporti. Nel lungo termine, invece, il progetto “Vision 2030” presenta obiettivi e aspettative basati su tre pilastri principali: mantenere un ruolo di leadership nel mondo arabo e musulmano, diventare un centro di investimenti a livello globale e un ponte di collegamento tra Asia, Europa e Africa.

Date queste premesse, diventa più comprensibile l’intenso sforzo condotto dalla monarchia saudita per diversificare la propria economia. Tuttavia, è bene analizzare anche le implicazioni politiche che tali visite diplomatiche e accordi commerciali possono avere.

Iniziamo dal Giappone, la prima tappa di re Salman. Come accennato prima, l’arrivo del re saudita nell’isola giapponese non è un evento così frequente, malgrado i paesi godano di buoni rapporti e la monarchia saudita sia il maggiore fornitore di petrolio del paese. Questa volta re Salman ha, però, deciso di recarsi personalmente a Tokyo, dove ha incontrato il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe. I due leader hanno, così, firmato l’accordo “Saudi-Japan Vision 2030”, un progetto governativo che mira a rafforzare la cooperazione economica tra i due paesi.

L’implementazione del progetto porterà Arabia Saudita e Giappone ad essere partner strategici eguali, e assicurerà alle compagnie nipponiche una zona economica protetta nel regno saudita, in modo da facilitare i flussi in entrata nel regno e le partnership commerciali. I progetti di sviluppo presentati nel documento sono legati sia al settore pubblico che privato.

Quest’ultimo vede coinvolti nomi importanti. Toyota sta valutando la possibilità di produrre automobili e componenti meccaniche in Arabia Saudita; Toyobo, invece, collaborerà nello sviluppo di tecnologie per la desalinizzazione delle acque. Diverse banche -tra cui la Mitsubishi Tokyo UFJ Bank- promuoveranno investimenti nel regno, mentre il Softbank Group prevede la creazione di un fondo di investimenti nel settore tecnologico del valore di 25 miliardi di dollari.

Il Giappone si pone, dunque, come attore chiave per la diversificazione economica della monarchia saudita. Tuttavia, a supportare queste più intense relazioni tra i due paesi vi sono anche motivazioni politiche. Il governo nipponico cerca, infatti, di sostenere la stabilità economica e politica dell’Arabia Saudita, in quanto fattore chiave per mantenere la stabilità nella regione. La competizione tra Arabia Saudita ed Iran per la leadership nel Medio Oriente sta deteriorando la sicurezza e la stabilità della regione ormai da decenni. Il Giappone possiede relazioni amichevoli con entrambi i paesi e invita gli stessi ad intraprendere un dialogo produttivo che possa portare ad una pacifica soluzione delle loro controversie. Aiutare l’Arabia Saudita a rafforzare la propria economia, specialmente in un momento così critico per il mercato dell’oro nero, è essenziale al fine di mantenere una sorta di equilibrio tra le due potenze mediorientali, considerando, inoltre, come i rapporti con gli Stati Uniti -storico alleato e colonna portante della politica estera saudita- abbiano recentemente attraversato un periodo piuttosto difficile.

Proseguendo verso ovest, re Salman ha raggiunto la Cina, com’è noto secondo maggior importatore del petrolio saudita e terza maggiore economia mondiale. Come per il Giappone, la monarchia saudita è la fonte primaria per il fabbisogno energetico della Repubblica. Le due nazioni hanno ampliamente rafforzato i propri rapporti firmando accordi economici e commerciali per un valore di circa 65 miliardi di dollari. All’interno di questa partnership troviamo investimenti nei settori manifatturiero ed energetico, nonché nelle attività petrolifere. Inoltre, tali accordi includono anche un Memorandum of Understanding (MoU) tra la compagnia petrolifera Saudi Aramco e la Cina North Industries Group Corp (Norinco) per quanto riguarda la costruzione di impianti chimici e di raffinazione in Cina. Sinopec e Saudi Basic Industries Corp (SABIC) hanno stretto un accordo per lo sviluppo dell’industria petrolchimica sia in Arabia Saudita che in Cina.

Bisogna sottolineare che una più stretta relazione economica tra la monarchia saudita e la Cina giochi a beneficio di entrambi i paesi. Da un lato, infatti, l’Arabia Saudita può intravedere nuove opportunità di commercio in settori diversi da quello petrolifero, pur confermando il suo ruolo di maggior partner energetico della Cina; dall’altro lato, il mercato cinese può godere degli ulteriori investimenti arabi, nonché della posizione strategica dell’Arabia Saudita nel Medio Oriente. Infatti, l’influenza politica, religiosa ed economica della monarchia saudita nel mondo arabo è fattore fondamentale per l’iniziativa cinese “One belt, one road”, che mira a rafforzare la cooperazione tra Eurasia e Cina.

Anche l’Arabia Saudita, però, ottiene i vantaggi strategici desiderati. Limitatamente alla sua sicurezza nazionale, la monarchia ha sempre fatto un forte affidamento sull’alleanza con la potenza americana e la presenza militare di questa nel Golfo. Tuttavia, durante l’amministrazione Obama, i rapporti tra i due paesi si sono progressivamente incrinati. Motivo principale la mancanza -ad occhi di Riad- di determinazione nel gestire i tentativi dell’Iran di potenziare le proprie capacità nucleari, mettendo, così, ulteriormente a rischio la stabilità della regione. In passato la Cina ha sempre evitato di interferire nelle dinamiche mediorientali, cercando di mantenere una posizione neutrale tra i due rivali -Arabia Saudita e Iran- e sottolineando la necessità di un dialogo tra questi. Tuttavia, ci sono stati alcuni cambiamenti.

Nel 2016, la Cina ha offerto la propria cooperazione militare al regime di Bashar al-Assad e supportato il governo yemenita contro i ribelli Houthi, sostenuti a loro volta dall’Iran (l’Arabia Saudita è, inoltre, a guida di una coalizione militare a favore del governo). Infine, il governo cinese ha recentemente firmato un accordo per la creazione di una fabbrica di droni “hunter-killer” (cacciatore-assassino) in Arabia Saudita, tra l’altro la prima in Medio Oriente.

Vedremo, dunque, progressivamente la Cina rimpiazzare gli Stati Uniti in Medio Oriente? Ancora presto per dirlo, soprattutto dati gli ultimi avvenimenti in Siria. In ogni caso, sembra evidente che Pechino abbia tutto l’interesse ad assumere un ruolo preponderante nella promozione della sicurezza e della stabilità della regione, forte delle capacità militari ed economiche che consentono di poterlo fare.

E giungiamo dunque, all’ultimo grande pezzo di questo puzzle: gli Stati Uniti. Come citato precedentemente, l’amministrazione Obama ha messo a dura prova i rapporti tra la potenza occidentale e la monarchia saudita. Il nodo centrale delle tensioni riguarda la firma con l’Iran dell’accordo multilaterale sul nucleare, che consente alla Repubblica Islamica di vendere petrolio potendo controllarne più liberamente il prezzo, nonché di attirare investimenti nel settore energetico, alimentando, così, la competizione con il maggiore esportatore, ovvero l’Arabia Saudita. È vero, altresì, che la nuova presidenza ha mostrato da subito un approccio piuttosto diverso verso l’Iran, imponendo immediatamente sanzioni contro alcune entità coinvolte nel programma nucleare.

La visita del ministro saudita a Washington sembra, infatti, aprire una nuova fase nei rapporti USA-Arabia Saudita. Il Ministro dell’Energia Khalid Al’Falih e il vice principe ereditario Mohammed bin Salman hanno incontrato il Presidente Trump alla Casa Bianca. Come ribadito dal ministro saudita, le relazioni tra USA e la monarchia sono essenziali per la stabilità a livello globale, e sembrano ora ad un ottimo livello, come mai raggiunto in passato. Infatti, i due paesi sono allineati sui temi di maggiore importanza, come affrontare l’aggressione iraniana e combattere l’ISIS, ma godono, inoltre, dei benefici derivanti dai buoni rapporti personali che intercorrono tra il presidente e il vice principe ereditario.

A livello economico, si prospettano nuovi investimenti nel settore energetico, industriale, tecnologico e delle infrastrutture. Secondo quanto riportato dal Financial Times, l’Arabia Saudita sarebbe pronta ad investire fino a 200 miliardi di dollari nell’infrastruttura americana, pilastro fondamentale dell’agenda politica di Trump. “Il programma infrastrutturale di Trump e della sua amministrazione-spiega Falih- ci interessa molto, in quanto allarga il nostro portfolio di attività e apre nuovi canali per investimenti sicuri, a basso rischio ma con un cospicuo ritorno economico, esattamente ciò che stiamo cercando”.

 

Queste sono soltanto alcuni degli accordi e trattative commerciali che l’Arabia Saudita sta al momento conducendo, ma aiutano a capire il nuovo corso economico del paese. Tali accordi rappresentano, infatti, un “piano B” contro il crollo del reddito derivante dal petrolio, nonché la possibilità di rafforzare e diversificare le capacità economiche del paese, che può contare non solo sul greggio, ma anche su altre risorse, tra cui il fosfato, l’oro, l’uranio ed altri minerali. Sviluppare nuovi settori permette, inoltre, di attirare investimenti stranieri e di creare opportunità di lavoro per la popolazione locale giovane ed ambiziosa.

Uno dei maggiori rischi di un così vasto network di trattative economiche è chiaramente la reazione che i diversi partner posso avere in relazione ad accordi stipulati con altri paesi. È risaputo che gli accordi commerciali abbiano ripercussioni anche a livello politico. Di conseguenza, una delle maggiori sfide per i leader sauditi consiste proprio nel perseguire i propri obiettivi in campo economico, cercando, tuttavia, di mantenere una posizione di equilibrio nei rapporti con i suoi alleati e nazioni amiche, soprattutto lì dove alcuni di questi partner non godono di relazioni troppo amichevoli.

Un chiaro esempio è la Cina. Nonostante il decennale mancato interesse per le questioni mediorientali, la Cina si pone ora come attore chiave nella regione, come mostra il supporto offerto in Yemen e Siria, ma anche il tour condotto da una nave da guerra cinese nelle acque del Golfo (gennaio 2017). Ovviamente, l’Arabia Saudita accoglie in modo positivo un tale supporto, in quanto può aiutare a contenere l’influenza dell’Iran. È, tuttavia, importante non creare attriti con lo storico alleato USA. La nuova amministrazione ha mostrato, infatti, un approccio totalmente opposto ai problemi della regione -Siria ed Iran- e potrebbe essere un grave errore strategico avvicinarsi eccessivamente ad un nuovo alleato. Un simile atteggiamento potrebbe dare l’impressione che un nuovo garante della sicurezza della regione abbia rimpiazzato gli Stati Uniti, un cambiamento che il Presidente Trump potrebbe non accettare facilmente.

 

In conclusione, la diversificazione dell’economia saudita è senza dubbio una mossa intelligente e necessaria. Tuttavia, essa si proietta al di là della mera sfera economica, andando a definire la posizione politica della nazione, come potenza regionale ma anche nei suoi rapporti con gli altri attori stranieri coinvolti nelle vicende politiche del Medio Oriente. Sembra che Riad stia cercando di stringere i legami proprio con quei paesi che hanno maggiore interesse -ma anche capacità economiche e militari- a contribuire alla stabilità regionale, cercando, altresì, di ottenere da questi il maggior supporto possibile contro il nemico numero uno, l’Iran. Cina e Stati Uniti sono in primo piano, ma non bisogna dimenticare la Russia, che negli ultimi anni ha ampliamente sviluppato i suoi rapporti con l’Arabia Saudita e possiede, inoltre, forti interessi politici e strategici in Medio Oriente Da monitorare, infine, lo sviluppo della guerra in Siria, soprattutto dopo il lancio del missile americano Tomahawk sulla base aerea siriana, particolarmente gradito da Riad.

È probabile che la futura strategia economica del Regno seguirà le necessità politiche e strategiche del paese, confermando ancora una volta la forte correlazione tra la dimensione economica e politica, ma anche l’importanza che un’economia forte ed indipendente ha nel mantenere un ruolo leader nella regione.

 

Paola Fratantoni

La rappresaglia saudita: raid aerei colpiscono Sana’a

Varie di

Il 20 settembre scorso, le autorità saudita autorizzano attacchi aerei contro le postazioni dei ribelli Houthi nella capitale yemenita Sana’a. Circa una dozzina tra bombe e missili hanno colpito la sede del Dipartimento di Sicurezza Nazionale (National Security Bureau) – è la prima volta dall’inizio del conflitto- il ministero della difesa, un checkpoint nella periferia nord-ovest della città e due campi militari dei ribelli nel distretto sud-orientale di Sanhan.

L’attacco nasce come risposta ad un missile lanciato dai ribelli nella serata di lunedì. Secondo l’Arabia Saudita, il missile, modello Qaher-1, aveva come obiettivo la base aerea King Khalid, 60 km a nord del confine yemenita, nella città di Khamees Mushait. La monarchia saudita sostiene che il missile sia stato intercettato dalle difese aeree del regno prima di poter causare danni alla base stessa o alle zone limitrofe, mentre la Saba News Agency, controllata dai ribelli, dichiara che il missile abbia effettivamente colpito il bersaglio.

La monarchia saudita ha immediatamente reagito, causando -secondo le testimonianze raccolte- almeno una vittima tra i civili e alcuni feriti. Non è la prima volta che il conflitto provoca morti civili , dando adito ancora una volta alle pesanti critiche sollevate in diverse occasioni circa l’elevato numero di morti civili registrato dall’inizio della campagna aerea guidata dall’Arabia Saudita.

 

Gli scontri tra i ribelli Houthi e le forze governative risalgono già al 2004, ma è soltanto nel 2014 che scoppia una vera e propria guerra civile. Nel settembre del 2014, infatti, gli Houthi -un gruppo ribelle conosciuto come Ansar Allah (Partigiani di Dio) che aderisce alla branchia dell’Islam shiita chiamata Zaidismo- prende il controllo di Sana’a, capitale yemenita, costringendo il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi e il governo a rifuggiarsi temporaneamente a Riyhad.

Le forze di sicurezza del paese si schierano in due gruppi: chi a sostegno del governo di Hadi, riconosciuto internazionalmente, chi a favore dei ribelli. Lo scenario è aggravato ulteriormente dall’emergere di altri due attori. Da un lato, al-Qaeda nella penisola Arabica (AQAP), che guadagna terreno nella zona meridionale e sud-orientale del paese. Dall’altro, un gruppo yemenita affiliato allo Stato Islamico, che si contrappone allo stesso AQAP per il predominio sul territorio.

Il conflitto si intensifica a partire da marzo 2015, quando la monarchia saudita e i suoi alleati lanciano un’intensa campagna aerea in Yemen, con lo scopo di ripristinare il governo Hadi. Da allora, più di 6.600 persone sono rimaste uccise nel conflitto, mentre il numero degli sfollati ha raggiunto i 3 milioni.

Ad oggi, gli scontri continuano e la situazione in Yemen rimane instabile. Le Nazioni Unite hanno più volte pubblicato dati allarmanti in riferimento alle morti civili, recentemente accusando l’Arabia Saudita di aver provocato i 2/3 delle casualità, mentre gli Houthi sarebbero responsabili di uccisioni di massa legate all’assedio della città di Taiz.

Inoltre, molti paesi stranieri -seppur con modi e mezzi differenti- hanno progressivamente preso parte al conflitto. La coalizione internazionale vede schierati Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Egitto, Marocco, Giordania, Sudan e Senegal. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sostengono la coalizione in termini di armi e formazione delle milizie saudite, con la potenza americana impegnata altresì nei bombardamenti aerei contro ISIS e AQAP. Dall’altro lato, l’Iran è stato ripetutamente accusato di fornire armi ai ribelli Houthi, sebbene Tehran abbia sempre negato ogni tipo di coinvolgimento.

E’ bene sottolineare come lo scontro in Yemen non possa essere ridotto meramente ad una guerra civile o ad un teatro di scontro tra terroristi; bensì, si tratta del prodotto di dinamiche molteplici e conflittuali, che coinvolgono diversi attori e interessi spesso contrastanti. Infatti, al di là della guerra civile e della minaccia terroristica, lo Yemen è il teatro della guerra per procura in corso tra le due maggiori potenze del Medio Oriente, Arabia Saudita ed Iran, trascinando così sulla scena alleanze e giochi di potere che contribuiscono ad esacerbare tensioni ed alimentare l’instabilità nella regione.

 

Paola Fratantoni

 

 

 

Iran: nessuna negoziazione sulla difesa

Difesa/Medio oriente – Africa di

Chiunque pensasse che l’Iran, dopo la firma dell’accordo sul nucleare e il ritiro di alcune sanzioni internazionali, si sarebbe trasformato in un docile alleato pronto a sottostare ai desideri delle potenze occidentali, probabilmente ha fatto male i suoi conti. Ciò che stiamo vedendo nelle ultime settimane, invece, è una nazione decisa e resoluta, votata a riprendersi la scena internazionale e a perseguire i propri interessi, no matter what!

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Riflettori puntati sulla Repubblica Islamica in particolare per quanto riguarda i recenti test di missili balistici, che hanno destato nuovamente timori e preoccupazioni tra i paesi occidentali e le monarchie del Golfo. Il mese scorso, infatti, durante un’esercitazione militare –nome in codice Eqtedar-e-Velayet-, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha testato due missili balistici modello Qadr, il Qadr-H e il Qadr-F. Entrambi i missili sono stati lanciati dai massicci montuosi situati nella regione settentrionale dell’Iran, le East Alborz Mountains, colpendo obiettivi collocati lungo le coste sudorientali del paese. Secondo i report, i missili avrebbero una gittata rispettivamente di 1.700 e 2.000 km.

Non si è fatta attendere la reazione internazionale, ancora una volta profondamente divisa. Da un lato la condanna di Stati Uniti e Europa, che hanno visto i test come una violazione della risoluzione ONU 2231; dall’altro la Russia, che, invece, sostiene come le esercitazioni condotte non violino in alcun modo i dettami del documento. È fallito, infatti, il tentativo delle potenze occidentali di sollevare, proprio in sede ONU, azioni contro l’Iran. Sembra, inoltre, che Washington stessa abbia fatto marcia indietro sulle prime dichiarazioni circa i test, confermando che questi non rappresentino nei fatti alcuna infrazione alla risoluzione.

Stando al testo di quest’ultima, infatti, “Iran is called upon not to undertake any activity related to ballistic missiles designated to be capable of delivering nuclear weapons, including launches using such ballistic missile technology…”. Il problema nasce qualora tali tecnologie –come Israele sostiene- siano potenzialmente in grado di trasportare testate nucleari. Tuttavia, le dichiarazioni rilasciate dal Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ribadiscono come il paese non sia attualmente dotato di missili in grado di trasportare tali testate.

Diversi sono gli esponenti iraniani che si sono espressi  sull’argomento. Il Segretario dell’Expediency Council (EC) Mohsen Rezaei ha ribadito che il programma missilistico iraniano è esclusivamente a scopo deterrente e rientra a pieno titolo nel diritto all’autodifesa del paese in caso di attacco armato. Secondo il Segretario è facilmente comprensibile come il disarmo non sia una via percorribile per l’Iran: qualora si abbandonasse l’investimento nella difesa, infatti, il paese diventerebbe facilmente attaccabile e sono numerosi i nemici che ne potrebbero approfittare.

Più rigida la posizione del generale Amir Ali Hajizadeh, comandante delle forze aeree delle IRGC. La Repubblica Islamica continuerà a potenziare le sue capacità difensive e missilistiche, che servono a garantire la sicurezza del paese e a dissuadere i nemici dall’attaccare l’Iran. Sono proprio questi nemici ad aver cercato di minare il sistema di difesa iraniano per più di 30 anni e le stesse sanzioni approvate dagli USA all’indomani dei test ne sono una costante conferma. Le capacità missilistiche sono una questione di sicurezza nazionale e l’Iran mette in chiaro come non vi sia spazio per negoziazione o compromesso. “Nessuna persona saggia negozierebbe sulla sicurezza del proprio paese” ha affermato il Vice Ministro degli Esteri per gli Affari Legali ed Internazionali Abbas Araqchi.

È chiaro che simili dichiarazioni possano destare particolari timori specialmente tra paesi come Israele e le monarchie del Golfo. Il primo, infatti, è nel mirino di Teheran sin dai tempi dell’Ayatollah Khomeini e la stessa retorica dell’annientamento del paese ebraico viene spesso riproposta. I paesi del Golfo non vedono di buon occhio la crescita (economica e militare) di un paese che non solo mira all’egemonia della regione, ma supporta ed alimenta diversi gruppi fondamentalisti, fattori destabilizzanti della sicurezza regionale. Tensioni e attriti sono altamente probabili nei prossimi mesi: resta, infatti, da vedere come i vari stati arabi risponderanno ad un Iran poco incline alla cooperazione e propenso a raggiungere i propri obiettivi nazionali, le ripercussioni che ciò può avere nelle relazioni tra i vari attori ed il ruolo che potenze come Stati Uniti o Russia possono giocare nel favorire o ostacolare questi rapporti.

 

Paola Fratantoni

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Paola Fratantoni
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