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Libia: le divisioni interne e lo scenario politico italiano

Le divisioni interne libiche e la realpolitik di casa nostra. La vicenda legata alla liberazione dei due ostaggi italiani Filippo Calcagno e Gino Pollicardo, rapiti in Libia lo scorso 20 luglio, si è intrecciata infatti attorno alle divisioni tribali del Paese nordafricano e alla reazione del premier Matteo Renzi nei confronti della stampa nazionale e degli alleati internazionali, in particolar modo degli Stati Uniti.

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La notizia della liberazione e le congetture

La notizia della scomparsa di Salvatore Failla e Fausto Piano (le due salme saranno sottoposte ad autopsia a Tripoli e non in Italia) di giovedì 3 marzo è stata seguita, il giorno successivo, da quella della liberazione degli altri due italiani e colleghi Filippo Calcagno e Gino Pollicardo. Una concomitanza particolare dopo gli scontri tra le milizie di Sabrata e i jihadisti dell’Isis e la notizia della liberazione nella stessa località quasi preannunciata dal presidente del Copasir Marco Minniti nella giornata di giovedì, quando ha assicurato che gli altri due italiani erano “in vita”.

Una concomitanza che ha lasciato scettici alcuni osservatori italiani e la vedova di Failla: “Lo Stato italiano ha fallito: la liberazione dei due ostaggi è stata pagata con il sangue di mio marito”, ha affermato.

Le difficili trattative per il rientro dei due dipendenti della Bonatti

Aldilà delle congetture, i fatti della giornata di sabato 5 marzo sono stati convulsi. Dapprima, con il presidente del Consiglio Renzi che aveva preannunciato il rientro dei due italiani entro la serata. Poi, con il complicarsi del ritorno a casa dei due italiani.

Infatti, il governo italiano aveva inviato a Sabrata, luogo dove i due dipendenti della Bonatti sono stati liberati, due funzionari. Ma le autorità della città, in aperto contrasto con Tripoli, hanno richiesto, e ottenuto, che Filippo Calcagno e Gino Pollicardo venissero prelevati anche dalla delegazioni ufficiale del governo della capitale libica: “Non siamo rispettati come doveroso – ha dichiarato al Corriere della Sera Taher Algribli, uno dei capi militari che partecipato alle operazioni militari contro il Daesh -. Vogliamo delegazioni ufficiali del Ministro degli Esteri libico. Dopotutto, i ragazzi hanno combattuto e sono morti per battere l’Isis”.

Una volta risolta la questione, l’unità di crisi della Farnesina ha dovuto gestire il difficile spostamento di Calcagno e Pollicardo, attesi domenica in Italia dopo essere transitati dalla difficile rotta da Sabrata a Mellitah, per poi essere trasportati in elicottero a Tripoli, da dove un aereo li riporterà a Roma.

Divisioni interne alla Libia

Una questione, quello dello scontro tra Tripoli e Sabrata, a testimonianza delle divisioni interne al tessuto sociale, politico e militare della Libia. Oltre alla crescente radicalizzazione dello Stato Islamico in più zone del Paese, quello che preoccupa gli osservatori internazionali è il contrasto non solo tra i governi di Tripoli e Tobruk, ma anche tra le tante fazioni e tribù locali. Un ostacolo, innanzitutto, alla formazione del governo di unità nazionale caldeggiato dalle Nazioni Unite, giudicato, con ogni probabilità, un corpo estraneo da gran parte della popolazione libica.

Raffreddamento dell’asse Roma-Washington

Oltre ad avere preannunciato il rientro di Calcagno e Pollicardo, Renzi, nella mattinata di sabato 5 marzo, si è rivolto in modo stizzito ai media e, seppur non citandoli, agli Stati Uniti, dopo le pressioni ricevute in merito ad un intervento militare italiano a breve e con un contingente significativo: “I media si affannano ad immaginare scenari di guerra in Libia che non corrispondono alla realtà. Questo non è il tempo delle forzature, ma del buon senso e dell’equilibrio”. E ancora: “Il coinvolgimento militare avverrà assieme a tutti gli alleati, americani compresi”.

Una chiara risposta all’ambasciatore statunitense John R. Philips, che aveva chiesto all’Italia un coinvolgimento attivo nella sempre più papabile azione militare in Libia, ma aveva anche escluso un impiego diretto di forze americane sul campo. E una replica alle pressioni di Francia e Regno Unito, già attive in Libia da qualche settimana.

Le ripercussioni sulla politica interna italiana

Come già accaduto a Hollande a novembre, anche Renzi deve rapportarsi con la popolarità delle scelte del suo governo in materia di politica estera. La scelta di entrare in guerra in Libia, seppur subordinata ad una richiesta del governo di unità nazionale, potrebbe portare ripercussioni sulla tenuta dell’esecutivo.

Ci sono tre ragioni a testimoniarlo. Il primo, la modalità d’intervento in Libia: ovvero, se a pieno regime o se solo come supporto agli alleati e alle forze di sicurezza locali. Il secondo, già intravisto negli effetti con la notizia della scomparsa dei due dipendenti della Bonatti: le ripercussioni della morte di soldati italiani inviati sul campo di battaglia. Il terzo, le Amministrative alle porte.

In definitiva, sul piano internazionale, oltre ad aspettare la formazione del governo d’unità nazionale libico, gli Stati Uniti vogliono accertarsi che l’Italia assuma il ruolo guida nell’operazione militare in Libia.

D’altro canto, questo contesto s’intreccia con il piano nazionale, dove dalla partita libica dipendono le sorti del governo Renzi.
Giacomo Pratali

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Giacomo Pratali
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