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Le comunità Roma di Gjakove, Kosovo

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Giorno 2: le comunità Roma di Gjakove

Gjakove è una della città che più è stata colpita dalla guerra del ’98-’99. 1870 morti e 6500 case distrutte sono il risultato della ritorsione del governo di Milosevic contro una città quasi esclusivamente di origine albanese.

Oggi Gjakove conta una popolazione di 94.000 abitanti, quasi tutti di origine albanese, ma ai margini della città vivono più di 3000 persone di origini Roma. Il problema dell’integrazione per questa comunità, al suo stesso interno divisa in “Askhali”, “Egyptians” e “Rom”, è ancora una questione largamente irrisolta, nonostante l’amministrazione comunale, capeggiata dall’unica sindaca del Kosovo ed “egyptian” di origine, stia promuovendo iniziative culturali volte al riavvicinamento delle diverse comunità e la ricostruzione di interi quartieri residenziali.

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Nelle miniere di Trepča, 600 metri sotto terra

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Immaginatevi di sentirvi risucchiati verso il centro della terra, vi è mai capitata come sensazione? Lo stomaco raggiunge la gola in un balzo, sotto i piedi è come se si aprisse una voragine e nel frattempo una mosca immaginaria inizia a ronzare in circolo dentro la vostra testa.

Ci è capitato oggi, nelle miniere di Trepča, il complesso minerario più grande di tutta Europa ricchissimo in piombo e zinco. La proprietà delle miniere è contesa tra Serbia e Kosovo in una battaglia simbolica quanto politica che è finita sui tavoli negoziali a Bruxelles, diventando di fatto una delle priorità assolute nelle trattative Pristina-Belgrado portate avanti dall’Unione Europea.

Trepča si trova a Mitrovica, una città di confine divisa in due dal fiume Ibar: a nord la parte serba, a sud quella a maggioranza albanese. Un ponte divide due mondi paralleli e solo pochi fanno abitualmente avanti e indietro tra nord e sud. I pochi che per lavoro sono obbligati ad attraversare quotidianamente le due parti si riconoscono dalle loro macchine, tutte senza targa. Le ultime due guerre hanno fomentato un odio che non è ancora assopito, e in città la battaglia si consuma in piazze intitolate a partigiani di ciascuna parte, monumenti e bandiere, serbe e albanesi, che colorano diversamente le due sponde del fiume.

Arrivando da Belgrado in minibus, non appena valicato il “confine”, che per i serbi è un semplice posto di blocco, per le strade ci è capitato di vedere cartelloni enormi con scritte “Questa è Serbia” e gigantografie di Putin appese a ristoranti o stampate nei teloni posteriori dei camion.

Anche la lingua è una barriera non indifferente e sebbene ambo le parti non si distinguano poi più di tanto in quanto al bere fiumi di alcool tutto il giorno, bisogna stare ben attenti a che formula usare quando si brinda.

Così come Mitrovica, anche il complesso di Trepča è diviso, alcune parti addirittura con la Croazia. L’estrazione di minerali avviene in entrambe le parti, ma le raffinerie sono tutte a nord, in quella serba, sebbene la gigantesca ciminiera che sovrasta l’intera città sia spenta da diversi anni.

Stamattina, con gli occhi stropicciati dal sonno, ci siamo avviate verso sud per incontrare i minatori albanesi. Al valico della cancellata della miniera ci aspettava Mostafa, il portavoce del complesso di Trepča, che ci ha subito accompagnato a curiosare in giro per gli edifici e a fare alcune interviste, tra cui anche un rappresentante sindacale che ci ha parlato degli ultimi scioperi di gennaio, non contro l’amministrazione della miniera, ma contro la sua privatizzazione. Da che mondo e mondo, ci spiegava, le miniere sono tutte nazionalizzate, ed è nell’interesse dei minatori mantenerle pubbliche a tutti gli effetti, in modo che la sovranità del Kosovo sul complesso venga riconosciuto una volta per tutte. 3500 persone lavorano per mantenere la miniera attiva tutti i giorni dell’anno, 24 ore su 24 e alcuni di loro lavorano fino a 1100 metri di profondità.

Ma non si va a parlare con i minatori senza scendere in miniera. Così, munite di caschetti, torcia, stivaloni e divise da lavoro, siamo scese anche noi. Una affagottata a mo’ di omino michelin, l’altra che sembrava “appena uscita da un campo di concentramento” e l’altra ancora con uno stivale bucato, che da lì a poco avrebbe regalato grandi emozioni, ci siamo schiacciate dentro il gabbione-ascensore insieme a Mostafa, due minatori e il nostro Luli, l’interprete.

“Pronte alla discesa?”, Mostafa caccia un urlo all’uomo provvidenza, ovvero colui che passa otto ore della sua giornata dentro un gabbiotto a tirar su e giù i minatori dagli inferi.

Click, la gabbia inizia a cigolare, appena il tempo di accendere le lampade e…broooooooom! Veniamo tutti risucchiati.

Ci vogliono tre, forse cinque minuti ad arrivare alla nostra destinazione. Dopo i primi momenti di sconcerto si chiacchiera, qualcuno sfumacchia, finché finalmente non raggiungiamo i -600. Fuori dalla gabbia ci imbattiamo in uno dei carrelloni e varchiamo il portone d’accesso ai tunnel.

Meraviglia!

Tunnel dai soffitti altissimi illuminati solo dalle torce si spalancano davanti ai nostri occhi stupefatti. Prima un tratto di con rotaie e terra battuta, poi pantano e mano a mano quasi esclusivamente tratti completamente allagati.La luce fa brillare i minerali nel buio. Ad un certo punto ci travolge una zaffata di aria calda e l’umidità si fa davvero alta, per la gioia delle nostre reflex che si appannano in continuazione. Incontriamo due minatori che con un trivellatore – svedese, i migliori a quanto pare – bucano grandi X rosse segnate su una parete immensa. Lavorano con a disposizione un solo fascio di luce che proviene dal macchinario. Poi mano a mano incontriamo nuovi fasci di luci piccoli, altri minatori e altre macchine che per un momento illuminano un tratto di strada.

Ovunque nei tunnel ci sono segnali per non perdersi: bulloni montati al contrario negli innesti delle tubature dell’aria, frecce disegnate con gessi, lettere in vernice rossa…ma per chi lavora lì da una vita praticamente non ce n’è bisogno. Conoscono tutte le “vie” sotterranee a memoria, dal livello -60 al -1100 e potrebbero percorrerle a occhi chiusi.

E’ un mondo a parte, ci spiega un minatore piuttosto su con l’età, un signore con le rughe che ricoprono gran parte del viso e due occhi belli che raccontano tanto. Mentre lo intervistiamo cerca di farci capire quanto l’essere minatori sia una fierezza, della solidarietà sul lavoro e tra le famiglie, di quanto la vita dell’uno dipenda dalla collaborazione e dalle competenze di quella dell’altro.

Rimaniamo in tutto un’ora e mezza sottoterra, raccogliendo molto materiale, che se pazientate, vedrete rimaneggiato e pubblicato in diverse lingue tra qualche tempo.

Una volta riportate alla luce del giorno dall’uomo della provvidenza e la sua gabbia, ci fermiamo con i nostri compagni di esplorazione appena fuori dalla miniera e ci scattiamo una bella foto ricordo. Siamo sudate, luride e anche un po’ maleodoranti, ma molto, molto felici di aver fatto quest’esperienza.

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Costanza Spocci
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