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Crimini di guerra nello Yemen Meridionale, sparizioni e torture nei centri di detenzione

MEDIO ORIENTE di

Nello Yemen meridionale vige ancora un sistema impunito di sparizioni forzate e torture, questa è la denuncia del nuovo rapporto di Amnesty International intitolato “Se è ancora vivo lo sa solo Dio”. Ad essere coinvolti sono decine di uomini arrestati dalle forze degli Emirati Arabi Uniti e forze locali che agiscono fuori dal controllo del governo yemenita. Molti sono stati torturati e si teme che alcuni siano morti durante la detenzione. Amnesty International ha svolto ricerche su 51 uomini arrestati da tali forze tra marzo 2016 e maggio 2018 nelle provincie di Aden, Lahj, Abyan, Hadramawt e Shabwa. Molti di essi hanno trascorso periodi di sparizione forzata e 19 di essi risultano tuttora scomparsi. Per la stesura del suo rapporto, l’organizzazione per i diritti umani ha intervistato 75 persone, tra le quali ex detenuti, parenti di persone scomparse, attivisti e rappresentanti del governo.

     Le famiglie dei detenuti stanno vivendo un incubo senza fine in cui ad ogni richiesta di informazione la risposta consiste nel silenzio o nelle intimidazioni. Madri, mogli e sorelle degli scomparsi svolgono regolari proteste da quasi due anni lungo un percorso che vede gli uffici governativi e della procura, le sedi dei servizi di sicurezza, le prigioni, le basi della coalizione a guida saudita e vari altri luoghi per presentare denunce relative ai loro cari. Le stesse famiglie hanno riferito di essere state avvicinate da persone che le hanno avvisate della morte in carcere di un loro parente, però quando sono andate a chiedere conferma alle forze yemenite sostenute dagli emirati queste hanno negato tutto. I familiari vivono nell’incertezza e nel dubbio che i loro cari siano ancora vivi, le parole della sorella di un uomo arrestato ad Aden alla fine del 2016 sono: “Non abbiamo la minima idea di dove sia, se è ancora vivo lo sa solo Dio. Nostro padre è morto d’infarto un mese fa, senza sapere dove fosse suo figlio. Vogliamo solo sapere che fine ha fatto nostro fratello, sentire la sua voce, sapere dove di trova. Se ha fatto qualcosa, non c’è un tribunale per processarlo? Almeno lo portassero a processo, almeno ce lo facessero visitare. Che senso hanno i tribunali allora? Perché li fanno sparire in questo modo?”. Nelle prigioni gestite dalle forze emiratine e yemenite vi è un uso massiccio dei maltrattamenti e della tortura. Detenuti ed ex detenuti hanno riferito di scariche elettriche, pestaggi e violenze sessuali, uno di questi inoltre ha visto un compagno di prigionia venir portato via in un sacco da cadavere dopo essere stato ripetutamente torturato. Un altro ex detenuto ha raccontato che i soldati degli Emirati di stanza nella base di Aden gli hanno inserito più volte un oggetto nell’ano, fino a farlo sanguinare e lo hanno tenuto in una buca nel terreno con la sola testa fuori dalla superficie, lasciandolo defecare e urinare in quel modo. Un altro caso ancora vede un uomo arrestato nella sua abitazione e rilasciato ore dopo con visibili segni di tortura per poi morire dopo il ricovero in ospedale. Tirana Hassan, direttrice di Amnesty International per la risposta alle crisi, ha commentato la situazione dicendo che “Gli Emirati, col loro modo di operate nell’ombra, hanno creato nello Yemen meridionale una sorta di struttura di sicurezza al di fuori della legge che compie gravi violazioni dei diritti umani senza pagarne le conseguenze”. La mancanza di un sistema cui rendere conto rende ancora più difficile alle famiglie contestare la legalità della detenzione dei loro congiunti. Anche quando alcuni magistrati yemeniti hanno cercato di prendere il controllo su alcune prigioni, i loro tentativi sono stati del tutto ignorati dalle forze degli Emirati e in diverse occasioni i loro provvedimenti di rilascio di detenuti sono stati ritardati”.

     Da quando, nel marzo 2015, hanno aderito alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, gli Emirati hanno creato, addestrato, equipaggiato e finanziato varie forze di sicurezza locali, tra cui la Cintura di sicurezza e la Forza di élite, e costruito alleanze con singoli responsabili della sicurezza yemeniti, aggirando il governo locale. Da allora sono un alleato chiave della coalizione guidata dall’Arabia Saudita che dal marzo 2015 prende parte al conflitto armato dello Yemen. Il loro ruolo nella creazione della Cintura di sicurezza e delle Forze di élite ha ufficialmente l’obiettivo di combattere il terrorismo, dando la caccia ai membri di al-Qaeda nella Penisola araba e del gruppo denominatosi Stato islamico.  Però molti degli arresti sembrano basati su sospetti infondati poiché tra le persone prese di mira figurano coloro che hanno espresso critiche nei confronti della coalizione a guida saudita e dell’operato delle forze di sicurezza appoggiate dagli Emirati, nonché leader locali, attivisti, giornalisti e simpatizzanti e militanti del partito al-Islah, sezione yemenita della Fratellanza musulmana. Queste denunce non sono nuove e Tawakkol Karman, premio nobel e attivista yemenita esule in Turchia, ha dichiarato che una sfida importante per gli attivisti è rappresentata dai regimi repressivi che hanno un ruolo importante nel diffamarli a livello nazionale e internazionale. In contesti ostili, gli attivisti spesso vengono identificati come coloro che seguono istruzioni da altri paesi per cospirare contro il proprio paese e vengono accusati di terrorismo, con questa scusa sono soggetti ad abusi, torture e sparizioni forzate. Risultano colpiti anche i parenti di presunti membri di al-Qaeda e dello Stato islamico così come persone che inizialmente avevano aiutato la coalizione a guida saudita contro gli huthi e che adesso sono viste con sospetto. Secondo testimonianze oculari, gli arresti avvengono in mezzo alla strada, sul posto di lavoro, durante terrificanti raid notturni nelle abitazioni e sono condotti da persone dal volto travisato e pesantemente armati noti come “quelli mascherati”. Gli arrestati vengono talvolta picchiati sul posto fino a perdere conoscenza. Gli Emirati negano costantemente di essere coinvolti in pratiche detentive illegali, nonostante ogni prova dimostri il contrario. Il governo yemenita ha dichiarato a un panel di esperti delle Nazioni Unite di non avere il controllo sulle forze di sicurezza addestrate e sostenute dagli Emirati. “Queste violazioni, che si verificano nel contesto del conflitto armato dello Yemen, dovrebbero essere indagate come crimini di guerra. Sia il governo dello Yemen che quello degli Emirati dovrebbero prendere misure immediate per porvi fine e per dare risposte alle famiglie degli scomparsi. I partner degli Emirati nella lotta al terrorismo, tra cui gli Usa, dovrebbero prendere una chiara posizione sulle denunce di tortura, indagando anche sul ruolo del personale statunitense nelle violazioni che hanno luogo nei centri di detenzione yemeniti e rifiutando di utilizzare informazioni estorte con ogni probabilità mediante maltrattamenti e torture”, ha concluso Hassan.

Mappa dei centri di detenzione

La guerra in Yemen e l’Italia

     Lo Yemen è una realtà di cui spesso si tace, è una realtà che vive la più grande catastrofe umanitaria della storia. Lo Yemen è una realtà che vive di carestia, di colera, di malattia, di scarsità di acqua, di scarsità di farmaci, di mancanza di servizi sanitari e di base. Lo Yemen è una realtà in cui muoiono giornalmente bambini, uomini e donne sia per la guerra, sia per le malattie, sia perché spesso viene impedito ai soccorsi di arrivare nelle zone di emergenze. Tutte le parti impegnate nel conflitto armato in corso hanno commesso crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale, in un contesto in cui mancavano strumenti adeguati di accertamento delle responsabilità in grado di assicurare giustizia e riparazione per le vittime. La coalizione a guida saudita, intervenuta a sostegno del governo dello Yemen internazionalmente riconosciuto, ha continuato a bombardare infrastrutture civili e a compiere attacchi indiscriminati, uccidendo e ferendo i civili. Le forze dell’alleanza militare formata dagli Huthi e dalle truppe vicine all’ex presidente Saleh (huthi-Saleh) hanno bombardato indiscriminatamente aree abitate da civili nella città di Ta’iz e lanciato attacchi indiscriminati di artiglieria pesante ol­tre il confine con l’Arabia Saudita, provocando morti e feriti tra i civili. In questo contesto di violenza generalizzata le donne e le ragazze hanno continuato ad affrontare una radicata discriminazione e altri abusi, come matrimoni forzati e precoci e violenza domestica. Le divisioni interne allo Yemen e la frammentazione del controllo sul territorio sono diventate ancor più radicate con il protrarsi del conflitto armato. Le autorità dell’alleanza huthi-Saleh hanno mantenuto il controllo su vaste aree del paese, compresa la capitale Sana’a, mentre il governo del presidente Hadi controllava ufficialmente il sud del paese, compresi i gover­natorati di Lahj e Aden. Da sottolineare è il decesso di Ali Abdullah Saleh che il 4 dicembre è stato ucciso dalle stesse forze huthi, che hanno così consolidato il loro controllo su Sana’a. Saleh è salito al potere nel 1978 inizialmente come presidente dello Yemen del Nord, stato indipendente fino alla riunificazione con lo Yemen del Sud dopo una lunga guerra civile. Governò lo Yemen unito fino a che non è stato costretto a lasciare l’incarico nel 2012 durante le proteste e lo scoppio di una nuova lotta civile nel 2011. Lo scontro è stato interpretato da alcuni commentatori con un fronte a guida della tribù Huthi (a maggioranza Zaidita, vicino allo Sciismo) contro il fronte delle tribù sunnite. Nel 2015 è intervenuta l’Arabia Saudita che ha mosso guerra contro gli Huthi. C’è chi ha fatto notare che l’Arabia saudita è governata da una famiglia facente parte del terzo gruppo religioso del paese, ovvero i Wahabiti (sunniti) che rappresentano il 29% del paese, con al primo posto i sunniti non wahabiti che rappresentano anche loro il 29%. Il problema consisterebbe nel fatto che il secondo gruppo è rappresentato da gruppi vicini allo Sciismo e che si dividono in due gruppi stanziati uno sui giacimenti di petrolio del golfo persico e l’altro al confine con lo Yemen, quindi al confine con gli Houthi (che sono stanziati nello Yemen del Nord). La paura quindi consisterebbe nelle pressioni geopolitiche dell’Iran e nella paura di perdere potere nella regione. Durante il conflitto, l’Arabia Saudita ha più volte accusato l’Iran di finanziare con armi e denaro gli Huthi.  Tramite il proprio consiglio politico supremo, l’alleanza huthi-Saleh ha assunto, nelle aree sotto il suo controllo, le funzioni e le responsabilità dello stato. Queste comprendevano la formazione di un esecutivo, la nomina dei governatori e l’emanazione di decreti ministeriali. La situazione si è ulteriormente frammentata quando, a maggio 2017, il governatore di Aden, Aidarous al-Zubaydi, e Hani bin Brik, un ex ministro di stato, hanno formato un consiglio di transizione del sud, composto da 26 membri. Il nuovo consiglio, che ha espresso l’intenzione di creare uno Yemen del Sud indipendente e che godeva del favore della popolazione, si è riunito in varie sessioni, stabilendo la propria sede nella città di Aden. Il protrarsi del conflitto ha portato a un vuoto politico e alla mancanza di sicurezza e ha creato terreno fertile per il proliferare di gruppi armati e milizie, che avevano il sostegno di altri stati. Alcune di queste forze erano addestrate, finanziate e supportate dagli Emirati Arabi Uniri e dall’Arabia Saudita. La frammentazione tribale e territoriale dello Yemen ha avuto la conseguenza che molti capi tribù hanno sposato la causa di Al Qaeda, infatti si rilevano numerosi casi di terrorismo e ciò rende ancora più complessa la realtà del conflitto. Il gruppo armato al-Qaeda nella penisola araba (Aqap) ha mantenuto il controllo di parte del sud dello Yemen e ha continuato a com­piere attentati dinamitardi nei governatorati di Aden, Abyan, Lahj e al-Bayda.

Aree di controllo a dicembre 2017

     Durante l’anno non sono stati compiuti passi avanti nei negoziati politici o verso una cessazione delle ostilità. Mentre nelle aree circostanti le città portuali di Mokha e Hodeidah proseguivano le operazioni militari e i combattimenti, tutte le parti in conflitto si sono rifiutate di partecipare al processo guidato dalle Nazioni Unite, in tempi diversi a seconda delle conquiste militari ottenute sul terreno. Secondo l’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, dall’inizio del conflitto armato, a marzo 2015, fino ad agosto 2017, erano stati uccisi 5.144 civili, di cui almeno 1.184 bambini, mentre più di 8.749 erano rimasti feriti. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – Ocha) ha stimato che più di due terzi della popolazione necessitava di aiuti umanitari e che almeno 2,9 milioni di persone erano state costrette a fuggire dalle loro abitazioni. Il Who ha dichiarato che i sospetti casi di colera causati dalla mancanza di acqua potabile e dall’impossibilità di accedere a strutture mediche erano più di 500.000. Dall’insorgenza dell’epidemia nel 2016, i decessi a causa dell’infezione sono stati quasi 2.000. Il protrarsi del conflitto è stato uno dei fattori che avevano maggiormente contribuito alla diffusione del colera nello Yemen. Di fatto il paese più ricco del mondo arabo, l’Arabia Saudita, è in guerra con il paese più povero. Dall’inizio del conflitto lo Yemen, con una popolazione di 25 milioni di abitanti, è stato sostanzialmente distrutto. Le Nazioni Unite hanno rilevato passo passo la portata della tragedia che vede la morte di più di 20mila persone, di cui almeno la metà civili. Il numero dei feriti non può essere precisato perché metà gli ospedali e centri medici dello Yemen non sono operativi. Questo significa che non è possibile stabilire quante persone si sono presentate per farsi curare. Per i sopravvissuti la vita non è facile. È come se per loro il tempo si trascinasse senza senso, in una guerra senza fine. Il dolore aumenta. Vecchie malattie riappaiono e anche la fame. La maggior parte della popolazione non ha quasi accesso ad acqua, cibo, prodotti per l’igiene, raccolta dei rifiuti. Sette milioni di yemeniti, tra cui 2,3 milioni di bambini con meno di cinque anni, sono costretti alla fame. Le Nazioni Unite sono riuscite a raccogliere appena il 43 per cento dei fondi necessari per la crisi umanitaria. Gli Stati Uniti hanno versato 1,9 miliardi di dollari, ma si tratta di una minima parte della cifra che l’industria degli armamenti americana guadagna vendendo armi all’Arabia Saudita, rifornendola mentre bombarda lo Yemen e affama i suoi abitanti. Ma il fenomeno della vendita di armi riguarda anche il nostro paese. Amnesty International denuncia che dall’Italia continuano a partire carichi di bombe aeree per rifornire la Royal Saudi Air Force. L’ultimo carico, con migliaia di bombe, è partito in gran segreto da Cagliari. L’associazione ritiene che si tratti anche questa volta di bombe aeree del tipo MK80 prodotte dalla RWM Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall, con sede legale a Ghedi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas in Sardegna. La conferma dell’utilizzo delle bombe italiane nel conflitto in Yemen arriva anche dal “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, trasmesso il 27 gennaio 2017 al Presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcune organizzazioni specializzate, riportano la possibilità concreta di almeno sei invii di carichi di bombe dall’Italia verso l’Arabia Saudita. Nell’ottobre 2016 l’allora Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni per la prima volta ammetteva, in risposta ad una interrogazione parlamentare, che alla RWM Italia sono state rilasciate licenze di esportazione per l’Arabia Saudita. La responsabilità del rilascio delle licenze di esportazione ricade sull’Unità per le Autorizzazioni di Materiali d’Armamento (UAMA), incardinata presso il Ministero degli Esteri e della Cooperazione e che fa riferimento direttamente al Ministro. Ma nel percorso di valutazione per tale rilascio incidono con ruoli stabiliti dalla legge i pareri di vari Ministeri, tra cui soprattutto il Ministero della Difesa. Va inoltre ricordata la presenza di un accordo di cooperazione militare sottoscritto dall’Italia con l’Arabia Saudita (firmato nel 2007 e ratificato con la Legge 97/09 del 10 luglio 2009) che prevede un rinnovo tacito ogni 5 anni, e grazie al quale si garantisce una via preferenziale di collaborazione tra i due Paesi in questo settore, comprese le forniture di armi. La legge italiana 185 del 1990 che regolamenta questa materia afferma infatti che le esportazioni di armamenti sono vietate non solo come è già automatico verso le nazioni sotto embargo internazionale ma anche ai Paesi in stato di conflitto armato e la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione della Repubblica. Il 22 giugno 2017, l’associazione ha presentato una proposta di Mozione parlamentare alla Camera insieme ad alcune organizzazioni e reti della società civile italiana. Il 19 settembre 2017, con 301 voti contrari e 120 a favore, la Camera dei deputati ha respinto la mozione che chiedeva al governo di bloccare la vendita di armi a paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani come disposto dalla legge 185/1990, dalla Costituzione italiana e dal Trattato internazionale sul commercio delle armi.

Amnesty International chiede al governo di intraprendere un percorso nuovo nella difesa dei diritti umani e del rispetto del diritto internazionale sospendendo l’invio di materiali militari all’Arabia Saudita, come fatto recentemente dalla Svezia.

Per partecipare alla raccolta firme di Amnesty International “clicca qui

L’8 MAGGIO CROCE ROSSA FESTEGGIA LA GIORNATA MONDIALE: i motivi per cui festeggiamo

EUROPA/Senza categoria di

C’era una volta, molto tempo fa un giovane signore di nome Henry Dunant che viveva in Svizzera e lavorava in una banca a Ginevra. Una mattina di fine giugno Henry partì per un viaggio verso il nord Italia per incontrare il re Napoleone III. Nel corso del suo viaggio, si ritrovò su un campo di battaglia con tantissime persone ferite, sole, bisognose di aiuto e di cure mediche. Decise con l’aiuto di alcune signore e del parroco Don Barzizza di creare un gruppo di soccorritori per aiutare i feriti, curandoli e aiutandoli a tornare dalle loro famiglie. Tornato a casa, in Svizzera, si ricordò del suo viaggio in Italia e decise di creare un’associazione per sostenere tutte le persone bisognose di aiuto. Raccolse tutta la sua storia in un libro, “Un ricordo di Solferino”, che inviò a tutti i capi di stato del mondo”.

Così inizia il racconto della Croce Rossa in un libro illustrato dai bambini della Scuola materna equiparata La Clarina e dalla Scuola materna canossiane di Trento. È una storia che inizia il 24 giugno 1859, durante la 2° guerra di indipendenza italiana, una delle battaglie più sanguinose del 1800 che si consumò sulle colline a sud del Lago di Garda, sulle colline di San Martino e Solferino. Fu una battaglia che lasciò circa centomila fra morti, feriti e dispersi. A questo orribile scenario, aggravato dall’inefficienza della sanità militare, assistette il protagonista della storia, il Signor Dunant, che descrisse il tutto in un libro tradotto in più di 20 lingue. Dall’orribile spettacolo nacque l’idea di creare una squadra di infermieri volontari preparati, la cui opera potesse dare un apporto fondamentale alla sanità militare: la Croce Rossa. Dal Convegno di Ginevra del 1863 (26-29 ottobre) nacquero le società nazionali di Croce Rossa, la quinta a formarsi fu quella italiana. Nella 1° Conferenza diplomatica di Ginevra, che terminò con la firma della Prima Convenzione di Ginevra (8-22 agosto 1864), fu sancita la neutralità delle strutture e del personale sanitario. Dal 1965 la conferenza internazionale della Croce Rossa ha adottato i sette principi fondamentali del Movimento Internazionale di Croce Rossa che ne costituiscono lo spirito e l’etica e che sono garanzia e guida delle azioni del movimento. Il movimento si impegna nel portare soccorso senza discriminazioni ai feriti sui campi di battaglia e si adopera per prevenire e lenire in ogni circostanza le sofferenze degli uomini, per far rispettare la persona umana e proteggerne la vita e la salute in modo da favorire la comprensione reciproca, l’amicizia, la cooperazione e la pace duratura fra tutti i popoli (Principio di Umanità). Il movimento non fa distinzione di nazionalità, razza, religione, classe o opinioni politiche e si impegna ad aiutare in base ai bisogni e all’urgenza (Principio di Imparzialità). Il movimento si astiene dal partecipare a qualsiasi ostilità o alle controversie politiche, razziali e religiose (Principio di Neutralità). Il movimento si impegna ad essere indipendente e a mantenere la propria autonomia per poter agire in conformità con i propri principi (Principio di Indipendenza). È un’istituzione di soccorso volontario non guidato dal desiderio di guadagno (Principio di Volontarietà). Nel territorio nazionale ci può essere una sola associazione di Croce Rossa, aperta a tutti e con estensione della sua azione umanitaria all’intero territorio nazionale (Principio di Unità). Inoltre, tutte le società nazionali hanno uguali diritti in seno al Movimento internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa e hanno il dovere di aiutarsi reciprocamente (Principio di Universalità). Per operare in maniera più efficiente, la Croce Rossa Italiana ha basato gli obiettivi strategici 2020 sull’analisi delle necessità e delle vulnerabilità delle comunità aiutate quotidianamente. Questi obiettivi identificano le priorità umanitarie dell’Associazione, a tutti i livelli, e riflettono l’impegno di soci, volontari ed operatori Croce Rossa Italiana a prevenire e alleviare la sofferenza umana, contribuire al mantenimento e alla promozione della dignità umana e di una cultura della non violenza e della pace. Gli obiettivi, formulati in linea con la Strategia 2020 della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, forniscono il quadro strategico di riferimento che guiderà l’azione della Croce Rossa Italiana verso il 2020. L’adozione dei sei Obiettivi Strategici 2020 s’inserisce nell’ambito del processo di costruzione di una Società Nazionale più forte. L’organizzazione intende tutelare e proteggere la salute e la vita; favorire il supporto e l’inclusione sociale; preparare le comunità e dare risposta alle emergenze; disseminare il diritto internazionale umanitario; promuovere attivamente lo sviluppo dei giovani e una cultura della cittadinanza attiva; agire con una struttura capillare, efficace e trasparente, facendo tesoro dell’opera del volontariato.

Da oltre 150 anni il motto è “Ovunque e per chiunque” si trovi in una condizione di vulnerabilità: questo è lo spirito che anima milioni di volontari che contribuiscono quotidianamente alla crescita della più grande organizzazione umanitaria del mondo. Questo impegno si festeggia ogni anno grazie alla Giornata Mondiale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, istituita l’8 maggio, in occasione dell’anniversario della nascita del fondatore.

Il lavoro sul territorio

Tutti conoscono la Croce Rossa Italiana (CRI) per l’impegno nei servizi di ambulanza e nell’operazione di soccorso durante calamità ed emergenze (tutti ricordiamo i difficili giorni successivi al terremoto in centro Italia), però l’attività per lo sviluppo e l’aiuto dell’individuo si estende in altri servizi. Le azioni vanno dai corsi di primo soccorso alle attività rivolte ai giovani, come le campagne contro il bullismo e le malattie sessualmente trasmissibili, dall’invecchiamento attivo alla prevenzione delle dipendenze, dai clown di corsia negli ospedali all’empowerment delle persone diversamente abili, fino all’inclusione sociale dei migranti, e molto altro ancora. Le attività della Croce Rossa si intrecciano con le storie dei vari volontari che vi lavorano. Emblematica è la storia di Giuseppe Schifone, originario della provincia di Taranto, che ora vive a Perugia e che dal 2013 e volontario della Croce Rossa Italiana. Giuseppe aveva diciassette anni quando gli hanno detto che avrebbe perso la vista ma non per questo si è tirato indietro. “Sono felice di fare parte di questa famiglia. Erano i miei primi periodi in Umbria e desideravo essere utile al prossimo. Volevo dare una mano e il Comitato territoriale di Perugia era proprio quello che cercavo. Mi trovo benissimo con tutti. Poco alla volta sono riuscito a trasformare il mio limite in una forza e mi sono messo a disposizione degli altri”. Giuseppe lavora come centralinista ed è parte attiva di numerose iniziative promosse dal Comitato del capoluogo umbro, tra cui la raccolta alimentare e la distribuzione di viveri ai bisognosi. È soprattutto nell’ambito del rapporto con le disabilità che Giuseppe offre il suo prezioso contributo come l’iniziativa dell’aperitivo al buio, l’iniziativa che a più riprese il Comitato CRI organizza nel corso di eventi pubblici: “In questa occasione sono io a guidare gli altri. La persona che accetta di mettersi in gioco viene bendata e portata in un bar per ordinare qualcosa da bere. L’orientamento, il riconoscimento dei suoni, le relazioni con il prossimo: sono tanti gli aspetti da valutare quando non si può fare affidamento sulla vista. Tuttavia, la cosa più importante e difficile in queste esperienze, che consentono di poter toccare con mano ciò che io e le persone come me affrontiamo ogni giorno, è imparare a fidarsi dell’altro soltanto attraverso la voce. La fiducia: ecco il traguardo più grande da raggiungere quando non si è in grado di vedere”. Per Giuseppe essere volontario CRI significafare del bene e sentirsi bene”. È così, da esempio vivente per gli altri, che Giuseppe vive al massimo la sua vita e porta avanti il suo messaggio più profondo: Cadere è facile ma, per quanto difficoltoso, bisogna sapersi rialzare.

 

Il 2017 ha visto la croce rossa italiana impegnata su vari fronti come la partenza del progetto ad Amatrice di un nuovo centro Polifunzionale, un luogo di cultura e aggregazione da dove ripartire per ritrovarsi e ricostruire il tessuto sociale in un territorio così duramente colpito dal sisma, o le chiamate andate a buon fine effettuate dal Tracing Bus, la cabina telefonica mobile della Croce Rossa Italiana, che ha percorso tutta Italia dando la possibilità a tantissime persone di parlare con la propria famiglia e i propri cari dopo aver perso i contatti con loro. Inoltre, a luglio, Come ogni anno nei mesi estivi, vi è stato un considerevole arrivo di persone migranti nel nostro Paese e la Croce Rossa è sempre stati lì, a ogni sbarco, accogliendoli, e prestando la prima assistenza.

A questo punto non possiamo dimenticare l’emergenza neve e il terremoto nel Centro Italia. Sono stati giorni difficili e intensi per gli operatori coinvolti nelle operazioni di ricerca dei dispersi e delle persone isolate, con la consegna dei pacchi viveri, l’assistenza sanitaria e psicologica. La tragedia dell’hotel Rigopiano, poi, ha spezzato le vite di 29 persone e tra loro anche Gabriele D’Angelo, che lavorava in quell’hotel ed era volontario della Croce Rossa Italiana. La tragedia di Rigopiano ha visto bambini che hanno perso entrambi i genitori e comunità che hanno perso familiari e amici. Un anno dopo i fatti sembra tutto fermo in un silenzio intriso di ricordi, vi è una stasi surreale li nel resort nel cuore del parco nazionale del Gran Sasso. La tragedia di Rigopiano rimane nel cuore degli abitanti dei paesi limitrofi (Farindola e Penne) che in occasione delle proprie feste portano la maglietta con sopra un cuore che ricorda le vittime. Ad oggi c’è chi va a pregare in ginocchio davanti alla statua in legno di San Gabriele dell’addolorata, il santo che dà il nome al santuario ai piedi del Gran Sasso. La statua è vicino al resort ma non è stata sfiorata dalla furia della valanga. La Croce Rossa, fino ad oggi, ha continuato a non lasciare nessuno solo. Hanno continuato a rafforzare i servizi sanitari nelle località gravemente colpite dal terremoto, continuando le attività volte alla costruzione di punti di aggregazione, strutture sanitarie, centri polivalenti. Prevenzione e ricostruzione del tessuto sociale sono dunque i cardini attorno a cui si sta sviluppando l’intervento della Croce Rossa in Centro Italia. In quest’ottica sono stati attivati percorsi specifici per fornire alla popolazione gli strumenti per rispondere con efficacia a un eventuale futura emergenza. CRI parte dai giovani, protagonisti del progetto CRI SUMMER CAMP che ha dato la possibilità a tanti ragazzi e bambini tra gli 8 e i 20 anni, provenienti dai Comuni del cratere sismico, di passare gratuitamente una settimana in uno dei campi estivi attivati dai Comitati CRI, vivendo momenti di svago e relax, alternati a formazione specifica sulle emergenze e a percorsi di superamento dello shock vissuto.

Scenari interconnessi

Il lavoro della Croce Rossa italiana interessa sia l’Italia che il bacino del mediterraneo se pensiamo al fenomeno della migrazione. Nei primi sei mesi del 2017 la Croce Rossa ha accolto 83.360 persone migranti nei porti di Sicilia, Calabria, Puglia, Sardegna e Campania, garantendo la presenza di oltre 500 operatori e volontari in 191 sbarchi. Da giugno a dicembre 2016 la CRI è stata impegnata anche in una missione umanitaria congiunta con MOAS (Migrant Offshore Aid Station) per la ricerca, il salvataggio e l’assistenza sanitaria in favore delle persone migranti nel Mar Mediterraneo. La maggior parte dei morti in mare si sono verificate sulla rotta del mediterraneo centrale che va dalla Libia verso l’Italia. I volontari sono saliti a bordo della Phoenix e della Responder per poter dare il primo soccorso e l’assistenza medica. Non dobbiamo dimenticare che questo è il tentativo di persone di raggiungere l’Europa nella speranza di un futuro più sicuro, in un altro paese con lingua e cultura differenti. È un salto nel buio per poter sperare in un futuro migliore. I volontari lavorano per salvare tante vite ma hanno la consapevolezza che non è una soluzione per la crisi in atto, è dovere dei governi affrontare le cause profonde di questa crisi. Attualmente, sul territorio italiano la Croce Rossa accoglie migranti in 94 strutture per una capienza totale di circa 9500 posti letto. In ogni struttura vengono garantiti vitto, alloggio, assistenza sanitaria e psicologica, supporto legale e corsi di italiano. Inoltre, per favorire una migliore inclusione sociale degli ospiti, i Comitati organizzano attività sportive, ludico-ricreative e provvedono, sempre in maggior numero, a formare le persone accolte con lezioni di primo soccorso.

Rimane attivo in 190 Paesi nel mondo il servizio RFL (Restoring Family Links). Si tratta di un’attività nata in tempo di guerra per cercare di ristabilire i legami familiari interrotti da un conflitto, ma che negli anni si è evoluta trovando applicazione anche in situazioni come quelle emerse con il fenomeno migratorio. La CRI ha portato il servizio direttamente sul molo, nei presidi umanitari e nei luoghi di transito (come Ventimiglia), grazie anche al Tracing Bus: una cabina telefonica a quattro ruote che ha viaggiato lungo tutto lo Stivale, permettendo a rifugiati, richiedenti asilo e persone migranti di ristabilire un collegamento con i propri familiari, usufruendo di una telefonata di tre minuti e del supporto di operatori e volontari della CRI. Il tentativo è quello di ristabilire i contatti, dare vita ai ricongiungimenti familiari o almeno chiarire le sorti dei dispersi. La Croce Rossa vuole quantomeno difendere la sofferenza di persone che non hanno notizie. Di persone che si chiedono dove sono e se sono al sicuro i propri cari.

Nell’agosto 2017, il Presidente Nazionale Francesco Rocca ha incontrato il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, ed è stato accolto nel Palazzo di vetro a New York. L’incontro è stata l’occasione per discutere delle priorità umanitarie sulle due sponde del Mediterraneo. L’incontro è stato voluto in estate proprio per il momento delicato, questo perché aumentano i flussi migratori e le polemiche politiche. In questa occasione è stato possibile fare un punto della situazione e riflettere su come intervenire al meglio. Si è parlato della questione Libica e, in particolare, sull’appropriazione da parte della guardia costiera libica di 70 miglia marittime, dove sono comprese anche le acque internazionali. In pratica, le navi delle Ong e la guardia costiera italiana non possono più intervenire in uno dei luoghi dove si verificano il più grande numero di tragedie: l’unico risultato saranno più morti e un aumento del costo dei viaggi. Inoltre, migliaia di persone vengono riportare in una zona di guerra, contro ogni regola del diritto internazionale. Altro tema sensibile affrontato è stato quello del processo di criminalizzazione delle organizzazioni umanitarie che, in realtà, si occupano soltanto di salvare vite umane. L’incontro è stato importante per stabile un punto di partenza per mobilitare le nazioni unite e la comunità internazionale.


Tra le storie delle persone migranti ricordiamo l’esperienza di John Ogah, che sembra una favola e che, come per ogni racconto che si rispetti, da iniziali peripezie giunge al riscatto e al tanto agognato “lieto fine”. Lo scorso 26 settembre l’uomo, che per vivere chiedeva l’elemosina davanti a un supermercato di Centocelle, nella periferia di Roma, ha affrontato un uomo armato di mannaia che aveva appena rapinato il negozio. Ogah lo ha disarmato e poi seguito fino allo scooter con cui stava per darsi alla fuga, bloccandolo e permettendo alle Forze dell’Ordine di arrestarlo. Dopo avere affrontato il rapinatore però si era dileguato, perché non perfettamente in regola con i documenti, ma i Carabinieri del Comando Provinciale di Roma lo hanno rintracciato e il suo gesto eroico è stato premiato con l’ottenimento del permesso di soggiorno per un anno. Da lì la sua vita è cambiata. Da qualche mese ha un lavoro stabile presso la Croce Rossa Italiana. Inoltre, ha una casa e, sempre grazie all’Associazione, sta perfezionando lo studio dell’italiano. La sera di Pasqua, il trentunenne nigeriano migrante è stato battezzato nella Basilica di San Pietro da Papa Francesco, il quale ha voluto accogliere il suo desiderio: il sogno di un ragazzo credente che ha vissuto le difficoltà della fuga dal suo paese dove era perseguitato nel 2014 e il dramma di un viaggio che molti non riescono a portare a compimento. Francesco Rocca ha commentato dicendo: “Sono orgoglioso di John e felice che lavori per la nostra Associazione. E sono lieto che, ogni tanto, le difficili storie delle persone migranti siano narrate senza strumentalizzazioni e nella modalità giusta: quella di percorsi umani fatti di difficoltà, ma anche di riscatto e speranza. Perché dietro a coloro i quali si vogliono far passare soltanto come scomodi “numeri” ci sono persone e, talvolta, anche eroi!”.

 

Il lavoro senza limiti della Croce Rossa Italiana

Il lavoro della Croce Rossa Italiana sembra non avere limiti e si estende ancora più in la dell’Italia e del Mediterraneo. La Croce Rossa ha portato il proprio impegno con due missioni a Cox’s Bazar, in Bangladesh, per dare supporto alle altre organizzazioni impegnate in una delle più grandi crisi umanitarie in corso. L’organizzazione si sta impegnando a ridare speranza e alleviare la sofferenza di più di 700.000 persone fuggite dal Myanmar nel corso dell’estate.

L’esperienza della prima missione iniziata ad ottobre viene raccontata da Erika Della valle, medico specializzato in psicoterapia e medicina interna. La missione si è svolta in tre settimane di lavoro nella clinica mobile in compagnia dell’infermiere Fabio Antonucci e con la collaborazione del team della Mezzaluna Rossa Bengalese. Erika racconta: “Abbiamo visitato ogni giorno tra i 110 e i 170 pazienti. Numeri molto alti che rendono l’idea di quanto sia stata intensa la nostra attività di equipe. Molto spesso ci siamo anche recati direttamente nelle tende per effettuare diagnosi o cure particolari”. Tra le difficoltà maggiori ci sono quelle incontrate in occasione dei trasferimenti in ospedale. I trasferimenti non potevano avvenire se non tramite lunghi percorsi a piedi in cui, per esempio, gli operatori si sono trovati a trasportare un bambino di pochi mesi in crisi respiratoria per 40 minuti. Erika parla delle persone che ha incontrato nel corso della missione: “Il contatto umano con questa gente ci ha arricchito tantissimo non solo come professionisti, ma soprattutto come individui. A Cox’s Bazar ci sono persone che, nonostante la grande sofferenza e le incredibili difficoltà incontrate, mantengono la loro dignità e continuano a guardare speranzosi al futuro. La loro forza d’animo è stata un esempio per tutti noi. Esiste tra di noi la barriera linguistica, questo è vero, ma è stata superata dal linguaggio non verbale. Ci siamo sentiti accolti e la loro riconoscenza nei nostri confronti è stata una costante”.

Altra testimone e operatrice della prima missione è Rosaria Domenella, psicologa e psicoterapeuta della Croce Rossa Italiana, volontaria dal 2008 che ha l’obiettivo di rafforzare la resilienza delle persone e aiutarle a ritrovare una strada per il futuro. Rosaria lavora in stretto contatto con il team giapponese e con i volontari del Bangladesh, coordinando le attività del servizio di supporto psicosociale. Rosaria dice che “è importante concentrarsi non solo sulle sofferenze fisiche delle persone, ma anche sui dolori dell’animo. Sono in molti ad andare dal dottore e a lamentare sintomi o malanni, ma alla fine si scopre che c’è solo il bisogno di parlare, di raccontare e condividere la propria storia”. Nella missione in Bangladesh sono stati organizzati spazi protetti, momenti ricreativi, focus group e peer session. Vengono fatte anche attività di “outreach”, ovvero uno sforzo per portare servizi alle persone dove vivono o trascorrono del tempo, in questo modo gli operatori si sono recati di persona nelle tende. Ogni nucleo familiare ha una storia di lutti e sofferenze e, dopo i primi giorni di ambientamento, ora sono le stesse persone ad andare incontro al personale con la voglia di parlare. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, sono soprattutto gli uomini ad avere bisogno di particolare assistenza e supporto. A proposito Rosaria dice: “È forse la categoria che necessita di maggiore aiuto. Nella loro cultura, l’uomo è abituato a farsi carico totalmente dei bisogni e delle necessità della famiglia di cui è responsabile. Ora, queste persone si ritrovano del tutto private della loro prerogativa. Un ruolo, quello di ‘sostenitore economico’ che è stato annientato dagli eventi e che bisogna in qualche modo ricostruire. Attraverso degli incontri appositamente dedicati, cerchiamo di riorientarli al presente e di aiutarli a capire le necessità del momento, come la tutela dei più deboli, dei bambini e dei disabili. Da parte loro, noto un interesse sempre maggiore. Comunico con il prezioso aiuto di un interprete e non sono per nulla intimiditi dal fatto che io sia una donna. Parliamo dei loro incubi, delle paure e di tutte le difficoltà che incontrano ogni giorno”. In oltre tre settimane, Rosaria ha incontrato migliaia di persone: “Fra le tante esperienze vissute, penso ai due fratelli orfani di 16 e 10 anni. Durante il nostro primo incontro sono rimasta in silenzio per diversi minuti, cercando di capire in che modo aprire un canale di confronto. La seconda volta ho portato un fischietto al bambino e li ho invitati a venire nei nostri spazi ricreativi. È stato bellissimo, qualche giorno dopo, vederli arrivare da soli nel ‘child friendly space’. Eravamo riusciti a stabilire un contatto”.
Negli ultimi mesi vi è stata la seconda missione, visto dall’alto il mega campo, a un’ora dai resort di Cox’s Bazar, assomiglia a un grande formicaio dove migliaia di persone, ormai vicine a toccare quota 1 milione, si adoperano tra le capanne di plastica e bambù, in un intreccio informe di stradine che salgono e che scendono. Sono state settimane di grande lavoro per prepararsi ad affrontare, in una già precaria situazione, il grande incubo della stagione delle piogge. La preoccupazione, infatti, era che smottamenti e frane potessero investire il campo creando danni alle infrastrutture idriche, igieniche e sanitarie e provocando epidemie, e ciò ha mobilitato tutta la comunità residente che ha collaborato alla messa in sicurezza del territorio e all’attuazione del piano di contingenza preparato dalle agenzie internazionali e dalle organizzazioni umanitarie. Le persone sono preoccupate, ma molto consapevoli e questo le rende più resilienti e pronte a reagire. Spesso, nelle ultime settimane, molte tende sono state abbattute per far spazio a una strada più robusta o anche per trasferire le abitazioni in zone più alte, al riparo da eventuali inondazioni. Nelle ultime settimane purtroppo la situazione è peggiorata con l’arrivo delle violente piogge che precedono la stagione dei monsoni. L’allerta è arrivata da Save the Children che ha dichiarato: “I bambini sono i soggetti più vulnerabili e rischiano di separarsi dalle proprie famiglie e di ammalarsi gravemente”. Le zone più basse dei campi rifugiati si sono immediatamente allagate rendendo difficoltoso l’accesso, dove il fango ha invaso molti spazi e dove si sono formate enormi pozze d’acqua. La situazione vede enormi difficoltà per le famiglie Rohingya rifugiatesi nei campi per fuggire dalle brutali violenze in Myanmar. Le famiglie devono vivere in campi sovraffollati dove dipendono unicamente dalle razioni di cibo per la sopravvivenza ma dove si trovano, ora, anche esposti alle tempeste, che provocano allagamenti e smottamenti. C’è anche il rischio che diventi più difficile l’accesso a servizi vitali come le cliniche mediche, i centri per la nutrizione e gli spazi protetti per i bambini, che sono l’unico luogo tranquillo e felice per loro.

Cosa celebriamo l’8 maggio

In onore di queste storie di lotta e speranza, l’8 maggio è un’occasione di festa per celebrare l’idea di Dunant e lo spirito di sacrifico e abnegazione dei 17 milioni di volontari, di cui oltre 160 mila in Italia, delle Società nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Senza il volontariato, nulla sarebbe possibile: dall’intervento a sostegno delle popolazioni nelle zone di guerra, durante le emergenze dovute ai disastri naturali, fino all’aiuto nelle tante vulnerabilità quotidiane che non fanno notizia. L’8 maggio è anche il giorno in cui Croce Rossa vuole ricordare l’importanza e l’attualità dei propri Principi Fondamentali. E ancora, è il giorno in cui vuole rilanciare il proprio appello per la protezione e il rispetto di tutti i soccorritori e delle strutture sanitarie. La Croce Rossa è il simbolo di un’Italia che aiuta, che ascolta le richieste di aiuto, piccole o grandi, che sono ovunque. Possiamo ricordare la recente celebrazione della “Giornata mondiale della libertà di stampa” per comprendere tra quali rischi si muove il movimento per ascoltare le richieste di aiuto. Negli ultimi 15 anni i giornalisti uccisi nell’esercizio del loro mestiere sono stati 1035, specialmente nei teatri di guerra. “Esattamente come i tanti operatori umanitari del Movimento Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa – spiega Francesco Rocca sul Sito Ufficiale – che diventano un “target” delle parti in conflitto, ormai troppo spesso. Martiri moderni della Verità e dell’Umanità”.

Croce Rossa Italiana, quest’anno, ha deciso di celebrare l’8 maggio attraverso un “doppio binario”, da un lato portando il bagaglio umano dell’Associazione al Quirinale, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e, parallelamente, nelle scuole di tutto il Paese, con iniziative di sensibilizzazione ed educazione, seguendo l’invito della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC), che ha lanciato una campagna di comunicazione incentrata sul sorriso e sulla diffusione di storie positive di cambiamento e di speranza: “condividi cosa ti fa sorridere”. Oggi la Croce Rossa la vediamo sulle ambulanze, per aiutare le persone che hanno avuto un grave problema di salute. Ma la troviamo anche nell’aiutare i più poveri e bisognosi, al fianco delle persone colpite da alluvioni, terremoti, nell’insegnare la storia del diritto umanitario a grandi e piccini, nell’aiutare i giovani nella loro crescita e nel comunicare al mondo che se facciamo del bene ci sentiamo meglio e diventiamo tutti amici e felici. Perché la missione dei volontari di Croce Rossa Italiana è essere presenti, appunto, “ovunque, per chiunque”.

Approvato bando permanente in UE per tre neonicotinoidi dannosi per le api. Greenpeace: “ottima notizia”

EUROPA di

A febbraio un rapporto della European food Safety authority (EFSA) ha confermato la pericolosità per le api di tre insetticidi neonicotinoidi largamente utilizzati, sulla base di una revisione di oltre 700 studi è stato confermato che queste sostanze comportano rischi elevati per le api e che le restrizioni imposte nel 2013 non erano sufficienti. La revisione delle evidenze scientifiche è stata possibile grazie a queste restrizioni parziali e questa pubblicazione è arrivata dopo altre cinque relazioni dell’EFSA, nel 2015 e nel 2016, che evidenziano costantemente i pericoli che queste sostanze rappresentano per api mellifere e api selvatiche.

Il 27 aprile i paesi membri dell’Unione Europea hanno approvato la proposta della Commissione europea che introduce il divieto di utilizzo all’aperto dei tre insetticidi incriminati. Il bando estende quello parziale già in essere dal 2013 e l’impiego dei principi attivi imidacloprid, clothianidin (entrambi della Bayer) e thiamethoxam (della Syngenta) sarà consentito solo all’interno di serre permanenti.

Greenpeace ha accolto con grande soddisfazione il bando permanente e quasi totale dei tre insetticidi, secondo l’organizzazione si tratta di una “grande giornata per il futuro dell’agricoltura europea”. Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia, ha dichiarato: «Questa è una notizia importante per le api, l’ambiente e tutti noi. Il voto a favore dell’Italia certifica l’attenzione dei cittadini italiani per la protezione degli impollinatori. I danni di questi neonicotinoidi sono ormai incontestabili. Bandire questi insetticidi è un passo necessario e importante, il primo verso una riduzione dell’uso di pesticidi sintetici e a sostegno della transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti».

Gli impollinatori (fra questi api mellifere, api selvatiche e altri insetti), svolgono un ruolo cruciale per la nostra alimentazione e per la produzione agricola. Tre quarti delle colture commerciali a livello globale dipendono, in una certa misura, dagli impollinatori che sono sistematicamente esposti a sostanze chimiche tossiche come insetticidi, erbicidi e fungicidi. L’evidenza scientifica mostra che determinati insetticidi hanno un effetto negativo diretto sulla salute degli impollinatori, colpendo sia singoli individui sia intere colonie. Oltre ai 3 insetticidi in discussione, ce ne sono altri che continuano a costituire una minaccia per le api e altri insetti benefici. Tra questi ci sono quattro neonicotinoidi, il cui uso è attualmente permesso nell’Unione Europea: acetamiprid, thiacloprid, sulfoxaflor e flupyradifurone. Inoltre, vi sono altre sostanze quali cipermetrina, deltametrina e il clorpirifos che sono ugualmente dannose. Per evitare che gli insetticidi vietati vengano sostituiti con altre sostanze chimiche altrettanto dannose, Greenpeace ritiene che l’Unione Europea debba bandire l’uso di tutti i neonicotinoidi, come la Francia sta già considerando di fare. Ad ulteriore tutela è necessario applicare gli stessi rigidi standard di valutazione di questi pesticidi a tutti i pesticidi e ridurre l’utilizzo di pesticidi sintetici. In questo senso occorre sostenere la transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti.

In questo senso Greenpeace International ha pubblicato un rapporto intitolato “Ecological Farming”, l’intento è quello di proporre una strada verso un modello di agricoltura che garantisca un equilibrio tra il sostentamento degli agricoltori e la tutela dell’ambiente. Nel rapporto vengono individuati sette principi per un’agricoltura sostenibile con cui è possibile produrre alimenti sani lavorando con la natura e non contro di essa. Per Greenpeace occorre restituire il controllo sulla filiera alimentare a chi produce e chi consuma (strappando la filiera alle multinazionali dell’agrochimica); restituire la sovranità alimentare in quanto l’agricoltura sostenibile contribuisce allo sviluppo rurale e alla lotta a fame e povertà; produrre e consumare senza impattare sull’ambiente e la salute ma garantendo la sicurezza alimentare (ciò passa anche nella diminuzione del consumo di carne e suolo per la produzione di agro-energia, ricordiamo che recentemente vi è stata l’inchiesta di Greenpeace sugli allevamenti in Europa); incoraggiare la biodiversità lungo tutta la filiera; proteggere e aumentare la fertilità del suolo; consentire agli agricoltori di tenere sotto controllo parassiti e piante infestanti senza l’impiego di pesticidi chimici che possono danneggiare suolo, acqua ed ecosistemi; infine, rafforzare la nostra agricoltura, perché si adatti in maniera efficace il sistema di produzione del cibo in un contesto di cambiamenti climatici e di instabilità economica.
Greenpeace ci ricorda che decisioni come quelle del 27 aprile sono importanti per la biodiversità, per la produzione alimentare e l’ambiente. Decisioni del genere vanno in accordo con l’impegno della comunità internazionale intrapreso con “l’agenda 2030” dell’ONU e i “Sustainable Development Goals”; per fare ciò è importante ragionare in una “logica sistemica” che tiene d’occhio cause ed effetti nell’ambiente in cui viviamo, nell’economia, nella società e nelle istituzioni.

I Paesi che hanno votato a favore del divieto sono: Italia, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Grecia, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Estonia, Cipro, Lussemburgo, Malta, che rappresentano il 76,1% della popolazione dell’Ue. Quattro i Paesi contrari al divieto: Romania, Repubblica Ceca, Ungheria e Danimarca. Otto gli astenuti: Polonia, Belgio, Slovacchia, Finlandia, Bulgaria, Croazia, Lettonia e Lituania.

 

INCHIESTA DI GREENPEACE: i fondi comunitari finanziano alcuni degli allevamenti più inquinanti in UE

EUROPA di

La Politica Agricola Comune (PAC) svolge un ruolo essenziale per il settore agricolo in Europa e distribuisce agli agricoltori circa 59 miliardi di euro, quasi il 40 percento del bilancio dell’Unione europea. La PAC definisce come distribuire questo denaro tra gli agricoltori di tutta Europa. Uno degli obiettivi dichiarati della policy europea è migliorare l’ambiente, ma l’attuale PAC raggiunge effettivamente questo obiettivo? «La tutela ambientale dovrebbe essere uno degli obiettivi della Politica Agricola Europea (PAC), ma i fatti certificano che i comportamenti sbagliati vengono costantemente premiati. E l’inquinamento da ammoniaca è solo la punta dell’iceberg. La PAC continua a finanziare gli allevamenti intensivi nonostante gli impatti disastrosi che questi hanno sull’ambiente, sul clima e sulla salute pubblica, mentre dovrebbe promuovere invece l’agricoltura che rispetta la natura e il benessere di tutti» sono le parole di Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia.

In un’inchiesta condotta da Greenpeace, sono stati incrociati i dati dei finanziamenti diretti nell’ambito della Politica Agricola Comune (PAC) e il Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR). Ciò rivela come i sussidi comunitari finanzino alcuni tra gli allevamenti più inquinanti d’Europa. Oltre la metà (51%) degli allevamenti esaminati in sette diversi Paesi dell’Ue ha ricevuto infatti fondi per un totale di 104 milioni di euro, nonostante si tratti di alcuni tra i maggiori emettitori di ammoniaca nei rispettivi Paesi. L’indagine è stata commissionata da Greenpeace Francia, ma è stata svolta in modo indipendente da otto giornalisti tra dicembre 2017 e aprile 2018. La ricerca si è concentrata sul settore dell’allevamento intensivo, poiché l’impatto ecologico di questo settore è particolarmente alto. La ricerca ha inoltre evidenziato la mancanza di un adeguato sistema di monitoraggio e trasmissione dei dati relativi all’inquinamento agricolo in Europa. L’ammoniaca (NH3) è il solo inquinante costantemente riportato nel Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR), e solo le aziende con spazio per oltre 40 mila polli, 2 mila maiali o 750 scrofe sono obbligate a comunicare i dati a questo registro. Il rilascio di ammoniaca da fertilizzanti o liquami può causare fenomeni di eutrofizzazione (ovvero l’eccessivo accrescimento degli organismi vegetali e il conseguente degrado dell’ambiente divenuto poco rigoglioso) in fiumi, laghi e mari per l’eccessivo arricchimento di sostanze nutritive. L’ammoniaca è causa inoltre di inquinamento atmosferico da particolato fine, con conseguenti impatti sulla salute umana e può influire negativamente sulle vie respiratorie. Questo è un problema serio per le persone che lavorano nel settore agricolo, dato che possono sviluppare asma e altre malattie croniche e una ricerca ha mostrato che il semplice vivere in prossimità di allevamenti intensivi potrebbe influire negativamente sull’apparato respiratorio. Chi vive nelle vicinanze di allevamenti industriali potrebbe subire le conseguenze anche dal punto di vista economico. In Polonia, ad esempio, i ricercatori hanno verificato che in alcune aree il valore delle proprietà residenziali nelle vicinanze degli allevamenti intensivi di pollame è diminuito significativamente.

In Italia, secondo i dati E-PRTR, nel 2015 circa 874 allevamenti hanno emesso più di 10 tonnellate di ammoniaca (NH3). Il numero di società (alcune delle quali hanno riferito emissioni di ammoniaca per più di un allevamento) incluse nell’E-PRTR è di 739. In quell’anno queste aziende hanno emesso 46 mila tonnellate di ammoniaca. Ciò rappresenta il 12,8% delle emissioni totali di ammoniaca del comparto agricolo del Paese. In altre parole, l’87,2% delle emissioni di ammoniaca del comparto agricolo non viene registrato nell’E-PRTR. Il totale delle emissioni di ammoniaca del settore agricolo italiano nel 2015 ha raggiunto le 378 mila tonnellate, che rappresentano il 95% delle emissioni totali di ammoniaca dell’intero Paese. I sussidi alla PAC sono stati versati a circa il 67% delle 739 società inquinanti, ovvero a 495 aziende agricole. Queste aziende hanno ricevuto 25,64 milioni di euro in sussidi alla PAC.

“Il Pianeta nel piatto” (qui la petizione) è l’iniziativa di Greenpeace contro gli allevamenti intensivi che stanno divorando il pianeta. Per produrre e vendere sempre più carne si distruggono intere foreste, si sottopongono gli animali a trattamenti atroci e si inquinano acqua, suolo e aria. Gli impatti legati agli allevamenti intensivi sono insostenibili, perciò green peace chiede all’unione europea e al governo italiano di tagliare i sussidi agli allevamenti intensivi e sostenere aziende agricole che producono con metodi ecologici.  L’iniziativa di Greenpeace ci invita a riflettere su cosa mangiamo e la risposta a questo quesito determinerà il futuro dei nostri figli e di molte altre specie che abitano il pianeta. Gli allevamenti intensivi fanno sì che la carne arrivi a buon mercato sugli scaffali dei nostri supermercati ma il prezzo più alto lo paga il nostro pianeta in termini di deforestazione (per creare aree di pascolo e produrre mangimi), perdita di biodiversità, emissioni e inquinamento dell’acqua e del suolo.Inizio modulo Greenpeace chiede di cambiare le regole dei sussidi in quanto nel 2021 l’Europa applicherà la nuova “Politica Agricola Comune” (PAC) ovvero l’insieme di regole per l’assegnazione di sussidi e incentivi agli agricoltori e allevatori europei. Greenpeace avverte che la problematica consiste nel fatto che questi fondi non vengono assegnati in modo equo poiché la PAC sostiene in modo sproporzionato grandi aziende di stampo intensivo e industriale. Il risultato è quello di spingere verso un continuo accorpamento e intensificazione, contribuendo alla scomparsa delle aziende agricole di dimensioni minori e più sostenibili.  Lo scopo di Greenpeace è quello di sviluppare una coscienza alimentare globale e inclusiva, per questo richiede di: mettere fine a sussidi e politiche che sostengono la produzione intensiva di carne e prodotti lattiero-caseari; incrementare sussidi e adottare politiche che promuovano la produzione di alimenti da aziende agricole ecologiche e locali; adottare politiche che guidino il cambiamento delle abitudini alimentari e dei modelli di consumo, finalizzati a raggiungere l’obiettivo di ridurre del 50% il consumo di carne e prodotti lattiero-caseari, entro il 2050.

Il prossimo 2 maggio la Commissione europea dovrebbe pubblicare una bozza del prossimo bilancio Ue, a partire dal 2020, che includerà le spese della PAC. All’inizio di giugno, è attesa anche la pubblicazione della sua proposta di riforma della PAC.

Il futuro della Libia passa per la mediazione con Haftar

AFRICA di
La recente visita del Generale Haftar a Roma è solo l’ultimo passo di una lunga catena diplomatica e politica che vede l’Italia ritornare protagonista dei rapporti con la Libia e della proiezione nel Mediterraneo. Cio’ che la stampa ha trascurato è che questa azione diplomatica viene affiancata da una nuova fase di bombardamenti americani sulle postazioni dell’Isis in Libia. A dimostrazione di come quel fronte sia oggi il più problematico in prospettiva ora che lo Stato islamico ha perso le sue principali roccaforti in Siria e Iraq.
L’azione italiana è complessa e ambiziosa. Passa dal dialogo formale con il capo del governo riconosciuto, al Serraj, ma anche con l’imprescindibile generale Haftar, a capo di un esercito parallelo in Cirenaica e forte del sostegno di Egitto e Emirati Arabi.
L’Italia punta a rafforzare la legittimità del primo e includere il secondo in un dialogo di riconciliazione nazionale, al contempo stabilendo rapporti diretti con i capi tribù tuareg del sud della Libia, i padroni dei crocevia dei traffici di esseri umani. È la strategia giusta, che sta portando risultati evidenti sotto il profilo del contrasto al traffico di migranti.
Ma senza un accordo con le potenze regionali, il dialogo tra Tripoli e la Cirenaica rimarrà fragile. Sarà necessario convincere tutti gli interlocutori che una nuova guerra civile in Libia, accoppiata alla penetrazione di santuari dell’Isis, rischia di condurre al fallimento di quello Stato e ad un problema ben più grosso per la comunità internazionale.
Un passo necessario sembra essere un maggior impegno per rafforzare la legittimità e il controllo del territorio da parte di al-Serraj. L’italia, pur non sostituendosi all’iniziativa del negoziatore ONU, non può attendere i passi della lenta diplomazia onusiana. Per questo l’attivismo bilaterale – o meglio sarebbe dire, trilaterale- ha un suo senso profondo in questa fase. Non si potrà però scaricare tutto il peso della responsabilità sull’Italia.
E qui entra in gioco il ruolo troppo debole e defilato dell’Europa. È vero che la Francia percepisce un proprio impegno solo in termini di interesse nazionale, e dunque in potenziale contrasto con la paziente tessitura italiana. La Gran Bretagna è totalmente assorbita da questioni interne mentre la Germania mantiene la propria posizione di vigile neutralità. Non resta che l’Italia e il suo preminente interesse in Libia. Un interesse che viene riconosciuto e delegato al nostro Paese anche dagli Stati Uniti. Ma da soli non si potrà arrivare lontano. Le istituzioni europee devono continuare a fare la loro parte, come ha appena iniziato a fare la Commissione, garantendo fondi ai Paesi del Sahel per fermare i traffici di esseri umani.
L’Italia dovrà però multilatelarizzare la propria azione, allargandola a Egitto, Tunisia, paesi del Golfo. La ricerca condivisa di un progetto di medio termine che porti a conciliare gli interessi in campo è una necessità. Un nuovo fallimento sarebbe forse l’ultima spiaggia prima del baratro. Dell’implosione cioè di un Paese strategico per gli equilibri geopolitici e per la lotta al terrorismo integralista. Ne va del nostro interesse e della nostra sicurezza nazionale.
di Gianluca Ansalone

Cyber-security, il ruolo dell’Italia dopo il G7 – Convegno

INNOVAZIONE/Report di

La scorsa settimana un’importante convegno organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi si è tenuto al Centro Studi Americani. Il titolo dell’incontro era “Il ruolo dell’Italia nella Sicurezza Cibernetica dopo il G7” e vedeva un ricco panel di relatori, provenienti tanto dal settore privato quanto dal pubblico, che ha cercato di analizzare quale ruolo possa ritagliarsi il nostro paese nella cooperazione internazionale e quale sia lo stato dell’arte della Difesa nazionale in materia cyber. Si cercherà di riassumere in questo report le principali posizioni degli esperti.

 

PAOLO COCCIA – Vicedirettore del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza (DIS)

Il dott. Coccia ci ha fornito, nel suo intervento, una panoramica de:

  • L’architettura cyber nazionale dopo i recenti interventi legislativi
  • Il quadro internazionale (poi approfondito nei successivi interventi)

Per quanto riguarda il primo aspetto, Coccia menziona i due recenti aggiornamenti della disciplina occorsi con il DPCM Gentiloni (febbraio) e il nuovo Piano Nazionale (giugno). Il primo ha riformato la struttura istituzionale deputata alla difesa delle critical infrastructure nazionali semplificando le procedure e la catena di comando e chiarendo le competenze (per un’analisi più dettagliata del DPCM si veda http://www.europeanaffairs.media/it/2017/04/24/il-dpcm-gentiloni-un-passo-avanti-per-la-cyber-security-nazionale/). Il secondo è nato dalle osservazione delle criticità del primo Piano Nazionale e si concentra su attività specifiche per cui prevede un dettagliato piano d’azione.

Per quanto riguarda il secondo punto, il quadro internazionale, Coccia rileva un buon adattamento dell’Italia agli impegni presi nelle 3 sedi principali:

  • NATO – Cyber pledge
  • UE – Direttiva NIS
  • G7

 

LUIGI DE MARTINO – membro del gruppo cyber G7

L’intervento del dott. De Martino vuole spiegare quale sia il ruolo giocato dall’Italia nella cooperazione internazionale in materia di cyber, la c.d. cyber-diplomacy. L’Italia, secondo De Martino, si sta facendo promotrice di un negoziato multilaterale che crei un Quadro di Norme comuni a livello internazionale almeno in due sedi:

  • OSCE (Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa): l’approvazione di 2 set di Confidence Building Measures e la loro valutazione da parte dell’accademia italiana è, secondo il dott. De Martino, un’importante passo avanti.
  • G7: l’iniziativa italiana in ambito G7 nasceva con l’obiettivo di creare un codice di condotta comune per i paesi membri nel cyber-spazio. Tale obiettivo non è stato raggiunto a causa dell’opposizione in sede negoziale dei paesi che già vantano un vantaggio strategico cibernetico e che, ad oggi, non sono disposti a legarsi le mani. E’ stata approvata invece la Dichiarazione di Lucca (disponibile qui http://www.g7italy.it/it/news/i-documenti-del-g7-esteri-di-lucca), legalmente e politicamente non vincolante ma salutata come un importante primo passo internazionale.

GIULIO MASSUCCI – founder e managing director di AVENURE

Primo dei relatori a provenire dal settore privato, il dott. Massucci ci ha fornito una panoramica sull’attività della sua azienda nel cyber-spazio fatta, necessariamente, di defense e offense (hacking). Inoltre, il relatore ha sottolineato l’importanza di un’educazione e di una formazione capillare in materia cyber non solo di personale tecnico ma soprattutto della cittadinanza (giovani in primis) per sviluppare una maggiore awareness nazionale sul tema.

 

ROBERTO BALDONI – direttore del Cyber-security National Laboratory

Il dott. Baldoni, voce autorevole dell’accademia cyber italiana, ci ha aggiornato su quali siano i principali progetti e le principali sfide per la formazione nazionale in cyber-security. I due progetti da lui coordinati, il CIS (Centro di Ricerca di Cyber Intelligence and Information Security) e il Cyber Security National Lab, sono due iniziative importanti a livello nazionale integrate da un percorso di Laurea in cyber-security e, recentemente, da una Cyber-challenge nazionale per la ricerca di eccellenze nel campo. Si segnala però una limitata diffusione sul territorio nazionale di iniziative del genere, per ora concentrate quasi esclusivamente nella capitale. L’accademia gioca un ruolo fondamentale per la creazione di un Ecosistema Cyber Nazionale, cioè un sistema di trasferimenti tecnologici tra accademia appunto, settore pubblico e industria senza soluzione di continuità.

 

PIERLUIGI PAGANINI – membro del gruppo cyber G7

Il dott. Paganini, rinomato esperto in materia cyber e autore del sito securityaffairs.co, ha fornito le basi per capire i cleavages più importanti in ambito di cyber-war. Le due sfide principali che oggi ci si pongono nel dominio cyber sono:

  • Il numero di minacce crescenti (aspetto quantitativo)
  • Il livello di sofisticazione crescente (aspetto qualitativo) per cui è sempre più difficile individuare effettivamente la minaccia (molte volte essa non viene neanche riconosciuta) e, successivamente, riuscire ad attribuirla ad un attore.

In sede G7, un passaggio fondamentale è stata la previsione di una possibile risposta bellica convenzionale ad un attacco cyber.

Per quanto riguarda le armi del dominio cibernetico (le cyber-weapons) Paganini nota come una loro definizione univoca non sia ancora stata data a livello internazionale creando confusione e ambiguità. Quelli che sono chiari invece sono i vantaggi nello sviluppo di una cyber-weapon per un attore statuale (e non):

  • Difficoltà nell’attribuzione
  • Costi minimizzati
  • Possibilità di sviluppo e armamento in maniera celata e segreta

A tali vantaggi, si aggiunge anche un aumento esponenziale dei soldati del dominio cyber, gli hacker, che oggi offrono le proprie competenze criminali al miglior offerente per un costo sempre più basso.

 

PIERLUIGI DAL PINO – direttore del Dipartimento Relazioni Istituzionali di Microsoft Italia

Secondo relatore dal settore privato, il dott. Dal Pino introduce un tema fondamentale: la partnership pubblico/privata e gli sforzi di un player rilevante come Microsoft per la propria e dei propri clienti sicurezza informatica. Un concetto sul quale il relatore si è concentrato è la c.d. Digital Geneva Convention, un’iniziativa proposta da Brad Smith, CEO di Microsoft con queste parole: “E’ giunto il momento di chiamare i governi di tutto il mondo a unirsi, ad affermare le norme internazionali sulla cybersicurezza che sono emerse negli ultimi anni, ad adottare norme nuove e vincolanti e a mettersi al lavoro per la loro attuazione”. Tale iniziativa poggia, secondo le parole di Dal Pino, su alcuni principi fondamentali:

  • Impegno degli Stati a rinunciare alle azioni offensive nel dominio cyber. Con questo impegno però gli Stati dovrebbero anche interrompere il finanziamento e il supporto dati a chi produce cyber-weapons.
  • Non proliferazione delle cyber-weapons
  • Impegno del settore privato (c.d. Tech-accord) per l’elaborazione di regole di cooperazione e norme di condotta delle aziende.
  • Nascita di un’organizzazione mondiale per la risoluzione delle controversie.

 

MARCO RAMILLI – founder di Yoroi

Il concetto su cui Marco Ramilli fonda il suo intervento (e ha fondato Yoroi) è quello di passaggio da Protezione a Difesa nel cyber-space. La Protezione è intesa come attività di salvaguardia di oggetti e soggetti in maniera reattiva, la Difesa come attività di salvaguardia di oggetti e soggetti in maniera proattiva. Tale cambiamento servirebbe a mettere in sicurezza le infrastrutture critiche di uno Stato come di un’impresa.

 

Uno scenario quindi che si trasforma vorticosamente e verso il quale l’Italia deve agire in maniera sincretica sul versante interno (aggiornando costantemente le proprie procedure) e sul versante esterno (promuovendo e adeguandosi alle iniziative internazionali di cooperazione) con la consapevolezza che altri stati, anche nostri alleati, hanno già sviluppato sistemi di arma cibernetici offensivi e difensivi.

 

Qui il video completo dell’iniziativa: https://www.radioradicale.it/scheda/511569/il-ruolo-dellitalia-nella-sicurezza-cibernetica-dopo-il-g7

 

Lorenzo Termine

L’incontro tra Obama e Renzi alla Casa Bianca

AMERICHE di

 

Il 18 ottobre il Presidente statunitense Barack Obama ha ricevuto il Presidente del Consiglio Matteo Renzi a Washington. L’incontro è iniziato con una cerimonia alla Casa Bianca ed un discorso pubblico di entrambi i leader. In seguito, Obama ha invitato Renzi ed altre importanti personalità italiane, all’ultima cena di Stato organizzata dalla sua amministrazione presso la Casa Bianca.

I due leader hanno espresso la volontà di rafforzare l’alleanza e la cooperazione in atto tra i due Paesi. L’Italia è infatti uno dei maggiori sostenitori in Europa degli accordi di libero scambio promossi dagli Stati Uniti e dal Canada, rispettivamente il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP) e l’Accordo economico e commerciale globale (CETA). In cambio, gli Stati Uniti hanno sostenuto la posizione italiana sulla crisi migratoria, affermando che i Paesi dell’Unione Europea dovrebbero condividere gli oneri derivanti dalla crisi in questione.

Inoltre, Obama ha espresso il suo sostegno alle riforme promosse dall’Italia ed ha, invece, criticato le politiche di austerity intraprese dalle istituzioni dell’Unione Europea. Il Presidente statunitense ha affermato che le misure economiche espansive adottate dal suo Paese in occasione della crisi del 2007 hanno ottenuto importanti successi nel permettere agli USA di superare la crisi economica. Al contrario, le misure economiche restrittive poste in essere dall’Europa hanno portato ad una lunga recessione e a gravi problemi sociali come la diffusa disoccupazione. Inoltre, Obama ha messo in guardia l’Europa sul fatto che la lunga crisi economica unita all’alto livello di disoccupazione hanno creato le condizioni per l’affermazione di movimenti populisti in numerosi Paesi.

Indubbiamente, gli Stati Uniti considerano l’Italia un importante membro della NATO ed un interlocutore privilegiato in Europa. Renzi, da parte sua, ha assicurato l’impegno italiano a sostenere la coalizione internazionale impegnata in Medio Oriente contro l’ISIS. Ricordiamo, inoltre, che l’Italia ha concesso agli Stati Uniti di utilizzare le proprie basi militari per portare a termine i raid aerei in Libia e che pochi giorni fa il governo italiano ha accettato di partecipare ad una missione NATO nell’Est Europa.

Infine, è importante evidenziare che l’incontro si è svolto a circa due mesi dal referendum costituzionale italiano promosso da Matteo Renzi. Per quanto riguarda il referendum fissato per il 4 dicembre prossimo, il Presidente Obama ha espresso il suo sostegno alle riforme costituzionali, così come aveva già fatto prima di lui l’Ambasciatore statunitense in Italia. Se da un lato tale sostegno ha rafforzato la credibilità internazionale del governo Renzi, dall’altro la presa di posizione degli Stati Uniti sulla riforma costituzionale ha provocato numerose critiche in Italia. Infatti, diversi partiti politici che si oppongono alla riforma, hanno definito la posizione statunitense come un’indebita ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano.

 

Posticipato contratto Eurofighter Italia-Kuwait

Difesa/Medio oriente – Africa di

 

Era prevista per il 31 gennaio la firma dell’accordo tra Italia e Kuwait per la fornitura di 28 Eurofighter al paese arabo. Secondo fonti interne del Ministero della Difesa, il Kuwait avrebbe rimandato la conclusione dell’accordo a causa di “ritardi procedurali”. Nessuna indiscrezione circa la data del nuovo incontro.

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Il contratto segue un memorandum of understanding siglato dal ministro della Difesa italiano Roberta Pinotti e il corrispettivo kuwaitiano Khaled al-Jarrah al-Sabah nel settembre 2015. In base al documento, il Kuwait si impegna all’acquisto di 28 Eurofighter Typhoon (22 modelli monoposto e 6 biposto) per un valore complessivo di circa 8 miliardi di euro. Arco temporale previsto 20 anni.

Il consorzio Eurofighter nasce dal lavoro delle industrie aerospaziali di quattro paesi europei: Germania e Spagna (Airbus), Gran Bretagna (BAE System) e Italia (Finmeccanica). Ma è proprio l’industria italiana ad assicurarsi il contratto con il Kuwait. Circa il 50% della commessa sarà, infatti, appannaggio di Finmeccanica, che si occuperà non solo di progettare, sviluppare e produrre il velivolo (Alenia Aermacchi), ma ne curerà anche l’avionica e l’elettronica di bordo, tramite la Selex ES.

L’accordo siglato con Finmeccanica conclude una negoziazione iniziata nel 2010, in seguito alla decisione del Kuwait di rimodernare la flotta di F-18 Hornet in dotazione alle proprie forze aeree. Inizialmente, la scelta era ricaduta sui nuovi F-18 Super Hornet di produzione statunitense; tuttavia, continui ritardi da parte degli USA nell’approvazione dell’acquisizione avevano indotto l’emirato ad optare per il programma Eurofighter. Scelta che, molto probabilmente, nasconde anche considerazioni di natura strategico-militare.

L’F-18 è un caccia da combattimento multiruolo, supersonico e bimotore, capace di trasportare bombe per combattimenti aria-aria e aria-terra. Nonostante venga impiegato per molteplici utilizzi (ricognizione aerea, supporto aereo ravvicinato, interdizione e scorta), l’F-18 si caratterizza principalmente come cacciabombardiere ed è stato introdotto nelle capacità del Kuwait dopo la guerra del Golfo.

L’Eurofighter, seppur presenti alcuni caratteri simili all’F-18 (multiruolo e bimotore), si afferma primariamente come caccia intercettore e da superiorità aerea. Più veloce e maneggevole, il velivolo è dotato di radar a scansione elettronica e avanzati sensori di navigazione, scoperta e attacco. Armamenti tecnologicamente avanzati, pensati prevalentemente per i combattimenti aria-aria, completano il profilo dell’aviogetto, che ha già dimostrato il proprio valore in diversi teatri operativi, come la Libia o i paesi baltici.

La scelta del governo kuwaitiano di puntare sugli Eurofighter sembra rispecchiare una strategia nazionale volta a rafforzare le capacità difensive delle forze armate piuttosto che puntare sugli armamenti offensivi. 28 caccia da superiorità aerea garantirebbero una maggiore sicurezza nei cieli kuwaitiani, data la capacità di intercettare velivoli nemici o illegalmente presenti nello spazio aereo del paese. Velocità e manovrabilità elevate rendono gli Eurofighter i candidati ideali per intervenire in caso di minacce imminenti provenienti dai paesi limitrofi. Considerando la posizione geografica del Kuwait e il livello di insicurezza che caratterizza il Medio Oriente oggi, la scelta di Kuwait City non sembra così inopportuna.

La fretta del governo kuwaitiano nel voler raggiungere un accordo con gli USA prima, con l’Italia poi, fa trapelare un senso di incertezza e la necessità di voler potenziare i propri armamenti nell’ottica di un peggioramento del contesto regionale. Dopo i rinvii degli ultimi mesi legati alle disposizioni circa l’addestramento dei piloti (il Kuwait ha accettato di formare i piloti in Italia e non in Inghilterra, come inizialmente richiesto), l’ultimo ostacolo da superare è l’approvazione della corte dei conti del Kuwait, che pare non abbia avuto sufficiente tempo per esaminare nel dettaglio i termini finali dell’accordo (Best and Final Offer, BAFO). Come ha sottolineato il ministro Pinotti, in un incontro tenutosi mercoledì scorso a Roma il ministro della Difesa del Kuwait ha ribadito la volontà di firmare l’accordo con l’Italia nel più breve tempo possibile.

Da canto suo, il Belpaese ha tutti motivi per tenersi stretto un simile impegno. In primo luogo, una commessa con un paese mediorientale della durata di 20 anni permette all’Italia di consolidare la propria presenza in un’area strategica e ricca di opportunità commerciali. Secondo, il contratto dona a Finmeccanica uno slancio economico non indifferente. Come sottolinea il generale Tricarico, ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, “la ​commessa è importante soprattutto perché consente di mantenere attive linee di produzione che invece nel tempo sarebbero andate in dismissione, consentendo di mantenere inalterati posti di lavoro e capacità di know how”. Infine, il ruolo guida giocato dall’Italia in questa sede può permettere al nostro paese da un lato di riguadagnare peso nel consorzio Eurofighter, dall’altro di sfruttare una ritrovata fiducia nelle proprie capacità per rivedere la propria posizione nei giochi internazionali.

 

Paola Fratantoni

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Libia: in attesa del via libera dell’ONU

Medio oriente – Africa/Varie di

Come annunciato a seguito della Conferenza Internazionale di Roma, le diverse fazioni libiche, Tripoli e Tobruk su tutti, hanno raggiunto a Skhirat (Marocco) l’accordo per il governo di unità nazionale. Il Consiglio di Presidenza, presieduto da Sarraj Fayez, dai tre vicepremier in rappresentanza di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, più altri rappresentanti hanno il compito, entro 40 giorni, di trovare i ministri e formare il nuovo governo. C’è attesa, intanto, per la risoluzione ONU, che dovrà definire i termini dell’intervento militare per mettere in sicurezza Tripoli e addestrare le forze di sicurezza locali: l’Italia è pronta ad assumere il ruolo di guida della coalizione internazionale, mentre la Gran Bretagna invierà circa mille uomini.

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Nella giornata di giovedì 17 dicembre, con un giorno di ritardo rispetto alla tabella di marcia, i 90 rappresentanti dell’Assemblea di Tobruk e i 27 del GNC di Tripoli hanno firmato l’accordo, frutto di un’estenuante trattativa durata un anno. Il Consiglio di Presidenza neoeletto, oltre a scegliere i rappresentanti del nuovo esecutivo, dovrà convincere i presidenti dei rispettivi parlamenti ad accettare l’accordo. Tra i nodi da sciogliere, anche la modalità dell’intervento della coalizione internazionale: le diverse fazioni, infatti, caldeggiano l’addestramento delle forze di polizia libiche, piuttosto che un intervento militare straniero classico.

Se le reazioni positive da parte delle più cariche istituzionali globali si sprecano, sul campo iniziano già a vedersi i primi effetti dell’accordo sotto l’egida dell’ONU. La presenza di un esecutivo unico a Tripoli consentirà, dopo la Siria, di aprire in Libia l’altro fronte per la lotta allo Stato Islamico, radicalizzatosi a Sirte e presente in maniera forte in centri importanti come Bengasi.

Un piccolo nucleo di truppe statunitensi è già presente in loco, come riportato da molti media internazionali. Così come Francia e Gran Bretagna sarebbero già arrivati in Libia attraverso i confini meridionali.

E l’Italia? Come trapelato da ambienti vicino alla Difesa, il non interventismo in Siria, l’apporto alla missione NATO in Iraq di 450 soldati a difesa dei lavori presso la strategica diga di Mosul, mostrano chiaramente la linea di Roma: riservare il massimo sforzo, in termini umani e logistici, alla più vicina, e per questo più cruciale, Libia.

La missione militare internazionale in Libia, dunque, è già alle porte.
Giacomo Pratali

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Armi occidentali e terrorismo jihadista

Varie di

Il quesito è aperto e si propone con urgenza quando il terrore colpisce nel cuore dei nostri paesi occidentali dove produzione e vendita dovrebbero essere regolamentate da ferree regole di controllo: il traffico internazionale illegale di armi.  Chi produce, chi vende, chi ne fruisce, chi perisce?

Un articolo de 2013 del New York Times rapportava uno schema allora consolidato di vendita di armi croate in Giordania, con un passaggio successivo in Siria e con i ribelli anti Assad come utilizzatori finali. Uno schema deliberato e acconsentito dalla stessa CIA, secondo il quotidiano statunitense. Cosa sono diventati gran parte di quei ribelli, lo sappiamo bene: esercito jihadista dell’autoproclamato Califfato.

Le lobby delle armi non conoscono crisi. Lungi da complesse tesi complotiste senza fondamenta investigative, un dato semplice e recentissimo ci da un segno da non trascurare: l’indomani della dichiarazione ufficiale di guerra contro il terrorismo jihadista da parte del Presidente della Repubblica francese, Hollande, le borse viaggiavano a gonfie vele. Fiducia cieca nell’intensificazione delle operazioni militari o cosa?

L’entrata della Russia nel conflitto indirizza ancora meglio la via delle armi. Uno studio internazionale del 2014, Conflict Armament Research, patrocinato dall’UE, illustrava come gran parte degli armamenti utilizzati nei conflitti in Medio Oriente sono di produzione USA, Russia e Cina. Armi che in caso di avanzata jihadista nei territori finiscono nelle mani dei terroristi. Per ora solo la Cina esporta ufficialmente armi ai regolari governi siriano e iracheno.

D’altra parte, una situazione estremamente complessa è quella del traffico illegale internazionale d’armi leggere. Facendo riferimendo all’ultimo rapporto Illicit Small Arms and Light Weapons elaborato dall’ European Parliamentary Research Service in collaborazione con le Nazioni Unite, si stimano in 875 milioni le armi leggere circolanti a livello mondiale ed appartenenti a privati cittadini.

Una delle vie più gettonate al traffico d’armi leggere è la rotta dei Balcani. Il dissolvimento delle ex Repubbliche jugoslave, la guerra in Bosnia, la crisi albanese del 1997, la guerra in Kosovo nel 1999, hanno facilitato il procuramento illecito da parte di privati o di bande criminali territoriali, dalle riserve degli eserciti governativi . Armi vendute in massa e di continuo alle grandi organizzazioni criminali e oggi anche ai jihadisti radicalizzati negli stessi paesi. V’è una produzione di alta qualità di armi nei Balcani, necessità degli anni della Guerra fredda. Calcolare oggi il numero esatto di armi in circolazione nel Sud Est europeo è difficilissimo. Nel 2012 si stimavano circa 4milioni di armi leggere illegalmente in mano ai privati, 80% delle quali provenienti dai conflitti degli anni ’90. Tuttavia, la continua produzione di armi prevista nei programmi di questi paesi non sono destinati al rafforzamento delle proprie forze armate, cosa che andrebbe a preoccupare seriamente l’UE viste le recenti adesioni di Croazia e Slovenia e delle prospettive future di stabilità nell’area, ma sono ufficialmente destinate all’export internazionale. Pertanto, aldilà di ogni proposito aconfittuale dei suddetti paesi, tali armi spesso finiscono in mani pericolose, com’è naturale che sia, potremmo ben dire. Nel 2013 armi provenienti dalla guerra bosniaca finirono nelle mani di Al-Qaeda vendute da scocietà serbe e montenegrine.

Quanto all’Italia, secondo ultimi rapporti stilati anche dalla Rete per il Disarmo, si stima che circa 28% delle armi italiane sono destinate in Nord Africa e in Medio Oriente a cavallo dell’exploit della crisi siriana. La L. 185/1990, che detta il Divieto di esportazione di armamenti verso quei Paesi in stato di conflitto armato, disciplina il traffico di armi definite “militari”: le armi staccate in pezzi, le munizioni e le armi in dotazione alle forze dell’ordine, che eludono qualsiasi controllo. Fuori da questa norma rimangono le armi leggere, che possono essere smontate e vendute al pezzo. Traffico che può essere effettuato trasportando armi smontabili con semplice bolla di accompagnamento.

Questo scenario sommerso e cruento continua a complicarsi e ad espandersi in più direzioni, anche prevedibili. Poche ore fa è stato bloccato un carico di 800 fucili al porto di Trieste proveniente dalla Turchia e destinato in Germania e forse, Belgio e Olanda.

Armi occidentali in mano ai jihadisti e poi Parigi. Colpita al petto per la seconda volta in 10 mesi, checché se ne dica, la ciptale francese scatena la nostra empatia europea e occidentale, naturale, immediata, senza filtri. Parigi forse ci chiede etica e coscienza; con ciclicità la Ville Lumiere, ogni tanto, ci chiede di illuminarci.
Lungi da ogni moralismo stagnante e retorica impoverita, un richiamo ai fatti: per “liberare” i paesi arabi dai loro carnefici, ne abbiamo sollecitato le primavere, lo abbiamo fatto con armi e denaro.

Voilà, cosa diavolo c’entrano armie denaro con la Primavera?!

Sabiena Stefanaj
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