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Mosul e i dubbi sull’invio dei militari italiani a difesa della diga

Asia/Difesa di

È la più grande dell’Iraq e la quarta in tutto il Medio Oriente. Stiamo parlando della ormai famosa diga di Mosul, emblema, da mesi, di un eventuale nuovo intervento militare da parte dell’Italia sul territorio iracheno.

Lo scorso dicembre, infatti, il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha dichiarato che lo stato attuale della diga è seriamente compromesso e dal momento che l’appalto per la rimessa in sicurezza sembrerebbe vinto da un’azienda italiana, la Trevi S.p.a., l’unica ad aver presentato l’offerta economica per la manutenzione della diga, il governo sarebbe disposto ad inviare 450/500 militari a difesa dei tecnici che lavoreranno sul posto. L’annuncio di Renzi fa eco su tutti i giornali online e offline, alimentando anche perplessità sull’impiego strategico di un contingente sul posto. Generalmente, infatti, le grandi aziende che operano in aree di crisi, si autofinanziano per la propria sicurezza attraverso agenzie di contractors che vengono ingaggiati per la sicurezza dei propri dipendenti.

Quale obiettivo strategico si nasconde dietro alle parole del Presidente del Consiglio? Ancora non è chiaro e in risposta alle dichiarazioni di Renzi, c’è subito la contropartita del Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, che ha assicurato che i militari italiani interverranno solo ed esclusivamente a protezione del sito. Ricordiamo che Mosul è la seconda città dell’Iraq e che ha visto l’avanzata del sedicente Stato islamico per poi essere riconquistata dai combattenti peshmerga che controllano tuttora la zona. Ma Mosul, definita anche attuale capitale del califfato nel nord dell’Iraq, oggi è anche teatro dei raid americani. È solo di un paio di giorni fa infatti, la notizia del bombardamento del deposito di denaro dell’Isis.

Intanto, sull’ipotetico intervento militare italiano in Iraq, si esprime anche il ministro delle risorse idriche iracheno, Mushsin Al Shammary, che in un colloquio con l’ambasciatore italiano, ha affermato che l’Iraq “non ha bisogno di alcuna forza straniera per proteggere il suo territorio, i suoi impianti e la gente che ci lavora”, e che ogni eventuale dispiegamento di truppe italiane sul territorio iracheno, potrà avvenire solo ed esclusivamente attraverso intese con il governo locale. Allo stato attuale mancano le basi degli accordi internazionali tra i due governi e per la Trevi si allunga l’attesa, così come per la diga, la cui distruzione rischia di mettere in pericolo la popolazione delle province di Ninive, Kirkuk e Salahuddin, causando danni nella pianura dell’Eufrate fino a Baghdad, 350 chilometri a sud di Mosul.

Paola Longobardi

Redazione
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