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Le condannate Irachene: il rapporto di Amnesty International denuncia lo sfruttamento sessuale di donne e bambine

Diritti umani/MEDIO ORIENTE di

Fin dall’apparizione dello “Stato Islamico”, Amnesty International ha documentato i crimini di guerra e contro l’umanità del gruppo armato e rilevato le violazioni del diritto umanitario internazionale da parte della coalizione che lotta contro lo “Stato Islamico”. Amnesty International ha diffuso un rapporto intitolato “Le condannate: donne e bambine isolate, intrappolate e sfruttate in Iraq” che rivela la discriminazione praticata dalle forze di sicurezza, dal personale dei campi rifugiati e dalle autorità locali nei confronti delle donne e delle bambine sospettate di essere affiliate allo “Stato islamico”. Il rapporto è il risultato di interviste a 92 donne presenti in otto campi rifugiati delle provincie di Ninive e Salah al-Din. Gli operatori hanno rilevato lo sfruttamento sessuale in tutti i campi visitati.

Le donne intervistate sono alla disperata ricerca di qualsiasi informazione su mariti e figli che sono stati arrestati mentre fuggivano dalle forze irachene e curde e dalle aree controllate dallo stato islamico. La maggior parte delle donne ha riferito che agenti statali hanno negato di tenere i loro parenti o si sono rifiutati di fornire informazioni sulla loro ubicazione. In tali casi, gli uomini e i ragazzi interessati sono stati sottoposti alla cosiddetta “sparizione forzata” ovvero quando una persona viene arrestata, detenuta o rapita da uno stato o da agenti dello stato, che negano che la persona sia trattenuta o che nascondano la loro ubicazione, ponendoli al di fuori della protezione della legge. La sparizione forzata è di per sé un crimine ai sensi del diritto internazionale e pone gli individui a grave rischio di esecuzione extragiudiziale, tortura e altre gravi violazioni dei diritti umani. Di conseguenza sono donne costrette a badare a sé stesse, e spesso ai loro figli, dopo che i loro parenti maschi sono stati uccisi, sottoposti ad arresti arbitrari o fatti sparire durante la fuga dalle zone controllate dallo “stato islamico” a Mosul e nei dintorni. Nella maggior parte dei casi il “reato” sarebbe stato quello di fuggire dalle roccaforti dello “Stato islamico”, di avere un nome simile a quelli presenti nelle discutibili liste dei ricercati o di aver lavorato come cuoco o autista per conto dello “stato islamico”.  Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International ha dichiarato: “La guerra contro lo ‘Stato islamico’ sarà pure finita ma la sofferenza dei civili iracheni no. Donne e bambine sospettate di avere legami con lo ‘Stato islamico’ vengono punite per reati che non hanno commesso. Cacciate dalle loro comunità, queste persone non sanno dove andare e a chi rivolgersi. Sono intrappolate nei campi, ostracizzate e private di cibo, acqua e altri aiuti essenziali. Questa umiliante punizione collettiva rischia di gettare le basi per ulteriore violenza e non aiuta in alcun modo a costruire quella pace giusta e duratura che gli iracheni desiderano disperatamente”.

Tra disperazione e isolamento queste donne corrono elevati rischi di essere sfruttate sessualmente da parte delle forze di sicurezza, del personale armato dei campi e da miliziani presenti all’interno e all’esterno di quelle strutture. In ciascuno degli otto campi visitati, Amnesty International ha incontrato donne costrette o spinte ad avere rapporti sessuali in cambio di denaro, aiuti e protezione. Sono donne rischiano di essere stuprate e la testimonianza di quattro di loro rivela che le donne hanno assistito a stupri o che hanno sentito le urla di una donna, in una tenda vicina, stuprata a turno. Le testimoni hanno poi descritto l’esistenza di un complesso sistema di sfruttamento che variava da campo a campo. In alcuni campi le donne venivano messe in un’area speciale in cui gli uomini sarebbero venuti a cercare donne single e per sfruttarle sessualmente. Altre donne hanno raccontato di relazioni sessuali organizzate da attori armati, membri dell’amministrazione del campo o altri che fungevano da “protettori”. Questi protettori, uomini o donne, costringevano con la tortura le donne ad avere rapporti sessuali con gli uomini. Poiché lo sfruttamento sessuale è così diffuso nei campi, gli operatori umanitari sono ora preoccupati che le infezioni trasmesse sessualmente, le gravidanze indesiderate e gli aborti non sicuri emergeranno come le prossime sfide nei campi rifugiati.

In questa situazione vivono ragazze come “Dana” (20 anni), ragazze che hanno subito numerosi tentativi di stupro o che hanno ricevuto pressioni per rapporti sessuali dagli uomini della sicurezza. Sono ragazze che vengono considerate alla stregua di un combattente dello “Stato islamico”, che verranno stuprate e rimandate nella propria tenda. Sono ragazze umiliate. Sono storie che portano “Dana” a dire: “Vogliono far vedere a tutti quello che possono farmi, privarmi dell’onore. Non mi sento al sicuro nella tenda. Vorrei una porta da poter chiudere e delle pareti intorno a me. Ogni notte dico a me stessa che è la notte in cui morirò”. E cosi ancora anche il racconto di “Maha”: “A volte mi chiedo: perché non sono morta in un attacco aereo? Ho cercato di suicidarmi, mi sono versata addosso del cherosene ma prima di darmi fuoco ho pensato a mio figlio. Sono come in una prigione, completamente sola, senza mio marito, senza mio padre, senza più nessuno”. Maha ha poi aggiunto di sentirsi come se si fosse appena svegliata da un brutto sogno, ma ciò che la circonda ora è anche peggio. “A causa della loro presunta affiliazione allo ‘Stato islamico’ queste donne stanno subendo trattamenti discriminatori e disumanizzanti da parte di personale armato che opera nei campi. In altre parole, coloro che dovrebbero proteggerle diventano predatori”, ha commentato Maalouf. Inoltre, questi gruppi familiari non ottengono i documenti necessari per lavorare o muoversi liberamente, rendendo il campo un centro di detenzione. Il problema è aggravato dal fatto che, in diverse parti dell’Iraq, le autorità locali e tribali hanno vietato il ritorno delle donne e dei propri figli per un sospetto legame allo “Stato islamico”. Coloro che sono riuscite a tornare a casa rischiano sgomberi forzati, sfollamenti, saccheggi, intimidazioni, molestie e minacce sessuali e, in alcuni casi, le loro abitazioni sono state marchiate con la scritta “Daeshi” (il nome arabo dello “Stato islamico”). In seguito, sono state distrutte o non hanno più ricevuto elettricità, acqua e ulteriori forniture.

La situazione rischia persino di peggiorare dato che i finanziamenti internazionali per la crisi umanitaria in Iraq si stanno riducendo notevolmente e con l’approssimarsi delle elezioni parlamentari di maggio, le persone presenti nei campi profughi sono sollecitate ad andarsene per l’intenzione del governo iracheno di chiuderli e ristrutturarli. Maalouf ha sottolineato che il governo iracheno deve fare sul serio quando parla di porre fine alle violenze contro le donne nei campi rifugiati e che deve processare i responsabili. Le autorità devono assicurare che le famiglie sospettate di legami con lo “Stato islamico” abbiano uguale accesso agli aiuti umanitari, alle cure mediche, ai documenti d’identità e che possano ritornare alle proprie abitazioni senza il rischio di persecuzioni. Ha concluso dicendo: “Per porre fine al velenoso ciclo di emarginazione e violenza che piaga l’Iraq da decenni, il governo iracheno e la comunità internazionale devono impegnarsi a rispettare i diritti di tutti gli iracheni e di tutte le irachene senza discriminare. Altrimenti, non potranno esserci le condizioni per la riconciliazione nazionale e per una pace duratura”. L’Iraq è stato parte di molti dei principali trattati internazionali sui diritti umani, tra cui il Patto internazionale sui diritti civili e politici, la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti, la Convenzione sui diritti dell’infanzia, la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone contro le sparizioni forzate e la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. L’Iraq ha il dovere di rispettare, proteggere e rispettare i diritti alla vita, alla libertà dalla tortura e altri maltrattamenti, alla libertà e alla sicurezza della persona e ad un giusto processo. Non riuscendo a prevenire e rimediare esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e torture da parte delle forze irachene e altre milizie allineate al governo, l’Iraq sta violando i suoi obblighi legali e può essere ritenuta responsabile di queste gravi violazioni dei diritti umani.

Ministro Pinotti: “Dimezzare il contingente in Iraq, aumentare l’impegno in Africa”

Difesa di

L’Italia invierà circa 500 soldati per una missione in Niger. Non si tratterà di un nuovo dispiegamento di forze militari, bensì, come ha dichiarato il ministro della Difesa Roberta Pinotti, verrà attuato un ricollocamento di una parte dei soldati impegnati in Iraq nella missione di contrasto all’Isis.  Questa decisione deriva dalla recente sconfitta di Daesh in Iraq e in Siria. Sicuramente non si può affermare  di aver debellato la minaccia terroristica derivante dall’ Isis, tuttavia, lo Stato Islamico, inteso nei termini della sanguinosa occupazione in Medio Oriente, durata quasi tre anni, e che aveva costituito un vero e proprio stato, oggi, non esiste più.

In un intervista rilasciata il 17 dicembre 2017, al quotidiano “La Repubblica”, il ministro Pinotti, esterna la propria soddisfazione per il lavoro svolto nel territorio del Medio Oriente. “l’Isis è stato sconfitto in Siria e in Iraq, Paese dove il nostro impegno è stato forte con circa 1.500 militari. Andremo a dimezzare la nostra presenza, riducendo il contingente che coopera nei pressi della diga di Mosul”. Il principio è che la Difesa deve intervenire su minacce che riguardano il paese e credo che sia importante una ricollocazione delle missioni che vada a prevenire gli effetti più diretti nell’area che chiamiamo il ‘Mediterraneo allargato’. L’operazione in Niger è frutto di questa strategia, come lo sono la missione in Libano e quella per il contrasto dell’Isis in Iraq”.  Il ministro parla anche della riduzione in Afghanistan e della missione in Niger.

L’annuncio della missione in Niger è arrivato al termine del G5 Sahel, un incontro che si è tenuto a Parigi tra i capi di stato e di governo di Italia, Francia, Germania e quelli dei cinque paesi del Sahel, la nuova coalizione sostenuta dall’Onu, formata da Burkina Faso, Chad, Mauri, Mauritana e Niger.  I militari italiani all’inizio opereranno con quelli francesi, in una zona in cui è forte la presenza di miliziani e contrabbandieri.  L’obbiettivo non sarà solo quello di addestrare, bensì il contingente italiano dispiegato in quella zona si occuperà della stabilizzazione del territorio e di contrastare il traffico clandestino dei migranti verso la Libia. Più in generale la nuova coalizione Sahel, sarà fondamentale per la stabilità del mediterraneo e per contrastare i flussi irregolari gestiti dai trafficanti di esseri umani, oltre che la costante minaccia terroristica. Tale missione a detta della Pinotti rappresenta “il primo sviluppo di una concreta strategia di Difesa europea, soprattutto perché per l’Europa di oggi e per quella del futuro “l’Africa rappresenta una sfida fondamentale”

Per quanto riguarda l’Afghanistan il ministro Pinotti, sempre nell’intervista rilasciata a Repubblica, ha dichiarato che, seppur verrà ridotto, il comando presente resterà attivo; “Bisogna premettere che da anni l’Italia ha preso la guida del Prt, ossia del centro che coordina la ricostruzione, di tutta l’area sud occidentale. Non possiamo abbandonarlo perché sarebbe una dimostrazione di scarsa responsabilità. Quindi continueremo a tenere quel comando ma abbiamo chiesto agli alleati di integrare i nostri soldati con unità di altre nazioni, in modo da ridurre i 900 militari presenti ora”

La liberazione della città di Mosul dallo Stato Islamico è arrivata lo scorso mese di luglio, da quel momento il contingente ha operato per ristabilire la sicurezza nella zona dopo quasi 3 anni di occupazione. Qui, il contingente italiano si occupa di garantire la sicurezza della diga dal punto di vista ambientale, inoltre nell’ambito della missione Resolute Support conduce costantemente attività di addestramento nei confronti  dei militari iracheni, specialmente dell’unità anti-terrorismo.

 

Iraq: La Task Force Praesidium conclude il primo ciclo di addestramento delle forze di sicurezza irachene

Difesa/SICUREZZA di

Le forze armate italiane della Task Force Praesidium hanno concluso un primo ciclo di addestramento nei confronti della Polizia irachena e delle Unità del Counter Terrorism, impiegate dal governo di Baghdad presso la diga di Mosul.

Poligoni, superamento di pareti verticali in assetto “full equipped” e combined urban warfare training sono le attività ritenute determinanti dai vertici delle Forze di Sicurezza Irachene e condotte a favore e con il Counter Terrorism Service. Quest’ultima è un’unità di altissimo livello, già impiegata in questa zona nei mesi precedenti, nell’attività di liberazione da Daesh, avvenuta nel mese di luglio 2017.

In particolare, grazie ai Team di Istruttori di alpinismo, sono state sviluppate differenti sessioni addestrative per il superamento di ostacoli verticali e di arrampicata in assetto operativo, fornendo alla componente delle forze speciali nuove conoscenze nell’ambito del più specifico “Mountain Warfare”.

Diverse invece le attività di addestramento svolte nei confronti delle forze di Polizia. L’insieme delle lezioni si chiama Wide Area Security Force Course. L’obiettivo è fornire alle ISF (la polizia federale in questo caso) le capacità per incrementare la sicurezza di siti sensibili e attuare le diverse misure di protezione contro possibili atti ostili. Sono state aumentate la dimestichezza e la sicurezza nell’uso delle armi in dotazione, oltre che integrate le procedure di primo soccorso e di controllo dei Check Point, con un occhio di riguardo rispetto all’attività di individuazione e di riconoscimento degli “ Improvised Explosive Device”(Ordigni Esplosivi Improvvisati).

Questi ordigni sono difficilmente riconoscibili, non hanno forme e dimensioni definite. La potenza in alcuni casi può essere anche di gran lunga superiore ad una mina anti-carro di produzione industriale. Gli “IED” vengono spesso usati in situazione di guerriglia o dalle organizzazioni terroristiche.

In questa zona, inoltre, le forze italiane stanno lavorando a stretto contatto con quelle irachene per la stabilizzazione del paese dopo il periodo di occupazione dell’Isis. In questo ambito è stato creato un “Civil Affair Team” della Task Force Praesidium. Quest’unità lavora per la ricostruzione e per lo sviluppo socio-economico delle aree che erano sotto il controllo del Daesh

 

Iraq: Nasce a Mosul il primo Team Joint per la stabilizzazione.

Difesa/SICUREZZA di

Nasce a Mosul il Civil Affair Team della Task Force Praesidium. L’obbiettivo  è quello di supportare la ricostruzione e lo sviluppo socio-economico del territorio recentemente liberato dal Daesh . Il Team nasce dalla volontà di implementare le attività legate alla stabilizzazione dell’area attraverso il supporto diretto alla popolazione ed è costituito dai rappresentati del Counter-Terrorism Service e del National Security Service, supportati da personale della Praesidium.

Tra le iniziative che possano rispondere adeguatamente alle esigenze dei villaggi, il Civil Affair Team ha costituito, nel vasto distretto di Wanà, a pochi chilometri dalla Diga, un tavolo di incontro settimanale con il Manager della Municipalità. Tra i principali scopi del tavolo di lavoro è prevista sicuramente la realizzazione di progetti caratterizzati da una maggiore presenza sul territorio da parte di Organizzazioni Umanitarie, in grado di conseguire attività a lungo termine a favore della popolazione.

Il team è già a lavoro. Nella prima settimana di attività sono stati donati arredi scolastici alla scuola primaria del vicino villaggio di Babinet. Quotidianamente il team si incontra con le autorità locali per discutere e pianificare i progetti di sviluppo e di implementazione di settori fondamentali quali l’istruzione, la sanità e dell’agricoltura.

La delicata situazione sanitaria ha infatti spinto la Praesidium a realizzare un progetto congiunto con il reparto del Counter-Terrorism per il supporto alla locale Clinica pubblica, attraverso un’assistenza settimanale fornita da medici italiani e iracheni in rinforzo al personale della struttura

Il territorio; Il distretto conta oltre 30 villaggi ed una popolazione di circa 30mila abitanti. Questo numero è però in forte crescita dopo che l’area è ritornata sotto il controllo delle Forze Irachene. Infatti, in queste ore, molte famiglie, che avevano abbandonato l’area durante la presenza dell’Isis, stanno facendo ritorno dai campi profughi o dalle altre zone dove avevano trovato riparo.

 

Referendum Kurdistan: La corte suprema di Baghdad lo dichiara incostituzionale

MEDIO ORIENTE di

Il Kurdistan non otterrà l’indipendenza dall’Iraq. Da Baghdad arriva infatti la conferma delle impressioni che aleggiavano intorno al referendum curdo del 25 settembre scorso. La corte suprema lo dichiara incostituzionale. Verranno dunque cancellati i risultati della votazione, che avevano sicuramente fornito un verdetto chiarissimo. Il 93% della popolazione curda aveva votato per l’indipendenza da Baghdad.

Il nodo per cui si è arrivati alla bocciatura, da parte del governo centrale,  ruota intorno all’ articolo 1 della Costituzione irachena, la quale sancisce che “lo Stato federale è pienamente sovrano, la cui forma di governo garantisce l’unità dell’Iraq”. La Corte suprema ha poi sottolineato che oltre l’articolo 1 vi è il 109 ad essere contraddetto, dal momento che “impone il mantenimento dell’unità nazionale da parte di tutte le autorità federali”. L’ alto tribunale ha dunque sancito che la carta costituzionale non consente nessuna separazione.

Il 6 novembre scorso la corte aveva già emesso una sentenza su richiesta del governo centrale di Baghdad secondo cui nessuna provincia o regione irachena avrebbe potuto rendersi indipendente. Il 14 novembre era arrivata da Erbil la notizia per cui il governo curdo avrebbe accettato la decisione della corte.

La sentenza era arrivata in seguito al rifiuto, da parte del presidente iracheno Haider Al Abadi, di congelare l’esito del referendum. L’unica condizione sufficiente per riaprire i negoziati con Erbil era l’annullamento dei risultati

L’area geografica interessata è la regione che si trova a nord dell’Iraq, confina con Iran, Turchia e Siria. Il Kurdistan Iracheno fu istituito nel 1991 ma solo dal 2005 assume le attuali caratteristiche da regione autonoma, il suo capoluogo è Erbil.

Dalla data del referendum ad oggi, per il Kurdistan, che tenta di creare un proprio stato dipendente da sempre, le ripercussioni sono state molteplici. Tutti i paesi confinanti si sono opposti all’indipendenza. Turchia e Iran avevano minacciato di chiudere i loro confini e di cancellare gli accordi commerciali e sulla sicurezza con il governo di Erbil.

Il Parlamento di Bagdad aveva chiesto al suo Presidente di bloccare le frontiere tra l’Iraq e la Regione autonoma a partire dalle 6 del pomeriggio di venerdì 29 settembre. Via terra e via cielo. Passa poco più di un giorno e il sito ufficiale dell’aeroporto di Erbil comunica che; “La no flight zone durerà sino al prossimo 29 dicembre”.

Un altro motivo di discussione tra Baghdad ed Erbil è sicuramente la contesa, per via delle sue ampie riserve di petrolio, del territorio della provincia di Kirkurk. La sicurezza di questa zona è garantita  dai peshmerga curdi, ma è il governo di Baghdad che fa le leggi; il suo governatore è curdo, ma la maggior parte dei funzionari della provincia è araba.

 

Iraq: Liberata Rawa, è la fine del “Califfato”

MEDIO ORIENTE di

Venerdì 17 novembre 2017 è la data che segna la fine dello Stato Islamico in Iraq. Le forze armate irachene e le milizie filo-Iraniane alleate hanno annunciato la liberazione dell’ultimo bastione di Daesh nella provincia dell’Anbar, Rawa. Le operazioni per liberare Rawa e Qaim erano state annunciate dal governo a settembre e hanno prese piede alla fine di ottobre. Le due città sono state liberate nell’arco di 20 giorni, considerando che la presa di Qaim è arrivata il 3 novembre 2017. Nei giorni scorsi sono stati liberati 12 villaggi nella stessa provincia, a nord del fiume Eufrate.    “La liberazione di Rawa in poche ore mostra il potere e la capacità delle nostre forze armate, nonché il successo dei nostri piani nelle battaglie” queste le dichiarazioni del premier Abadi, riportate da “Iraqi News”.

Il Califfato sta per finire. In un tweet di Brett McGurk, inviato dagli stati Uniti per la Coalizione internazionale anti-Isis, si legge espressamente che; “Le forze irachene, con il sostegno della coalizione, annunciano la liberazione di Rawa, tra le ultime aree popolate in Iraq ancora nelle mani dei terroristi dell’Isis. I giorni del suo falso ‘Califfato’ stanno per finire”.

Contemporaneamente alla liberazione di Rawa, la vittoria sembra essere vicina anche dall’altro lato del confine. Secondo quanto riportato  dall’emittente televisiva locale al Mayadin, nella città di Abukamal, precedentemente liberata ma poi riconquistata, le forze filo-Iraniane stanno combattendo a fianco di quelle siriane per sconfiggere Daesh. Qui i miliziani iracheni filo-iraniani presenti ad Abukamal hanno assicurato che «la vittoria è vicina».

La sconfitta di Daesh nei territori tra Iraq e Siria è arrivata anche grazie ad una coalizione internazionale specifica, in cui si sono stati fondamentali gli interventi da parte di due super-potenze mondiali quali Stati Uniti e Russia. Si sta mettendo fine a quello che è stato probabilmente il terrorismo più efferato degli ultimi anni. L’Isis, in queste zone, dal 2014 ha annunciato un “califfato” che ha preso le sembianze di un vero e proprio stato, arrivando a controllare circa 7,5 milioni di persone in un area grande quasi quanto la Gran Bretagna, causando la morte di migliaia di civili.

Iraq: liberati 13 villaggi e uccisi 45 militanti nella provincia dell’Anbar. Le forze di sicurezza irachene proseguono nell’avanzata verso Rawa.

MEDIO ORIENTE di

Liberati, negli ultimi tre giorni, 13 villaggi nella regione irachena dell’Anbar e uccisi 45 militanti dello Stato Islamico, queste le notizie riportate dal comunicato dell’ufficio stampa delle forze militari Irachene. Il resoconto riguarda le operazioni militari condotte nell’Iraq occidentale dal 12 al 15 novembre.  Secondo quanto riportato dal comandante delle forze speciali dell’antiterrorismo, Abdul Amir Rashid Yarallah, durante le operazioni sono stati disinnescati 100 ordigni, distrutte 16 autobombe e otto motocicli. Sono stati uccisi inoltre tre attentatori suicidi.

Numerose, in questi giorni, le operazioni da parte delle forze Irachene nella regione a nord dell’Eufrate, indirizzate a sconfiggere definitivamente lo Stato Islamico, che aveva proclamato il “califfato” nel 2014. I tredici villaggi liberati sono limitrofi alla città di Rawa, che rappresenta l’ultimo obiettivo per l’esercito Iracheno.

Queste azioni rientrano in quello che era stato annunciato dalle autorità irachene a settembre, ossia un’ operazione quasi fulminea per eliminare definitivamente l’Isis dal confine con la Siria. Lo scorso 3 novembre, il premier Haider al Abadi  ha annunciato la presa di Qaim “in tempo record”.

Il governatorato di Anbar è la più grande  regione dell’Iraq e comprende gran parte del territorio occidentale del paese. Le caratteristiche geografiche della provincia di Al-Qaim, caratterizzata da vasti deserti, l’hanno resa un luogo strategico per il califfato, permettendo il trasferimento di uomini attraverso il confine con la Siria.

Intanto nel corso del weekend, le forze di sicurezza nazionali hanno scoperto a Hawija, città nella provincia di Kirkurk, strappata allo Stato Islamico ad ottobre, diverse fosse comuni contenenti corpi di almeno 400 persone uccise dall’ ISIS.

Terremoto Iraq-Iran; Primi soccorsi umanitari dall’Italia, il bilancio delle vittime è disastroso

MEDIO ORIENTE di

Un bilancio sempre più aggravato quello che va registrandosi a causa della potente scossa sismica di 7.3 gradi magnitudo al confine tra Iran e Iraq. Il numero delle vittime sale costantemente giorno dopo giorno, le ultime notizie fornite dall’istituto di medicina legale Iraniano parlano di 400 morti e circa 7000 feriti. Numeri agghiaccianti che hanno spinto anche le autorità italiane a compiere azioni concrete in questo senso. Nei giorni scorsi il premier Paolo Gentiloni, con un “Tweet”, si era detto “pronto a offrire aiuti ai paesi colpiti”. “Un volo cargo boeing 767 dell’Aeronautica militare è decollato dall’aeroporto militare di Pratica di Mare per Brindisi, da dove è ripartito con un carico di 15 tonnellate tra tende, coperte, kit cucina e igienico-sanitari, destinato alle popolazioni irachene colpite dal sisma”. Così recita un comunicato stampa del dipartimento della Protezione Civile, intervenuto col ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale insieme al Comando operativo di vertice interforze, alle dipendenze del ministero della Difesa, per “contribuire all’assistenza delle popolazioni colpite dal forte terremoto in Iran e Iraq”. “Con lo stesso volo , si legge nella nota, è partito anche un team di esperti delle amministrazioni coinvolte che, attraverso il personale diplomatico italiano presente sul posto, provvederà alla consegna dei materiali alle autorità locali”. Il ministro degli Esteri Angelino Alfano, annunciando anche lui la notizia del “volo umanitario” ha aggiunto ; “stiamo valutando la concessione di un aiuto finanziario sul canale multilaterale a favore dell’Iran, attraverso un finanziamento alla Mezza Luna rossa iraniana”. Anche Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza ha speso parole di solidarietà per le popolazioni in difficoltà.  Il sisma ha registrato il suo epicentro vicino la città di Halabja nel Kurdistan Iracheno, che fu teatro nel 1988 degli attacchi con il gas ordinati da Saddam Hussein. Le vittime si sono tuttavia registrate, nella maggior parte, dall’altro lato del confine, dove anche il numero delle persone che hanno perso la casa si fatica a stimare, sono decine di migliaia. Il terremoto ,registrato a 23,2 km sotto terra, è stato avvertito fino a Baghdad, ma anche in Turchia e negli Emirati. Le zone che ne hanno risentito maggiormente sono quelle della città di Kermanshah, a ovest dell’Iran a pochi km dalla frontiera con l’Iraq. Qui si sono registrate la maggior parte delle vittime tanto da dichiarare il lutto cittadino per tre giorni. Inoltre secondo quanto riportato dal responsabile dei servizi di emergenza iraniani, Pirhossein Koulivand, l’ospedale principale è stato gravemente danneggiato e non può prestare cure alle centinaia di feriti. Sono da poco arrivate le prime rassicurazioni dal parte del presidente iraniano Hassan Rohani, giunto Kermanshah; “Voglio assicurare tutti coloro che soffrono che il governo ha cominciato ad agire con tutto il suo potere e che si sforza di risolvere il problema il più velocemente possibile”.

 

Iraq: un’esplosione causa diversi feriti nelle zone liberate nell’Anbar. Adesso la liberazione di Rawa segnerà la fine dello stato Islamico.

MEDIO ORIENTE di

Un’esplosione nella regione dell’Anbar occidentale ha causato diversi feriti tra le forze di sicurezza Irachene. In questo momento le truppe si trovano a fare i conti con i resti delle battaglie contro lo stato islamico. L’esplosione causate dalle mine terrestri, piantate  precedentemente, hanno ferito diversi soldati nella zona di Al-Rayhana, a est della città di Annah. La fonte non ha fornito dati precisi riguardo i feriti, perciò è difficile in questo momento quantificarli. In questa regione è presente l’ultimo bastione del “califfato”, la città di  Rawa. Qui si ritiene che i combattenti dell’Isis stiano tenendo in ostaggio circa 10.000 civili. Nel mese di settembre è stata lanciata un’offensiva per riprendere il controlo di questa città e più in generale di tutte le zone occupate da Daesh nelle aree circostanti lungo il confine con la Siria. La scorsa settimana le forze irachene hanno riconquistato la città di al Qaim in quello che il premier Haider al Abadi ha definito “un tempo record”. Le forze governative e i combattenti paramilitari erano entrati la mattina del 3 novembre nel centro di Qaim, dove prima degli scontri vivevano circa 50 mila persone, per poi annunciarne la liberazione nel pomeriggio. La cacciata dello stato Islamico dalla città di Rawa segnerebbe la fine del dominio territoriale del gruppo jihadista che ha proclamato il califfato islamico in Iraq nel 2014, e che da allora ha causato la morte di migliaia di civili. L’Anbar è la provincia più grande dell’Iraq e comprende gran parte del territorio occidentale del paese. È considerata una roccaforte della minoranza sunnita irachena e durante i primi anni dell’operazione statunitense “Iraqi Freedom” ha rappresentato una base importante per al Qaeda e altri gruppi di insorti. Inoltre la sua conformazione geografica e la sua morfologia, caratterizzata da vasti deserti, l’ha resa un territorio ideale anche per lo Stato islamico, permettendo il trasferimento di uomini attraverso il confine con la Siria.

Mosul, gli alpini della Task Force Presidium addestrano le forze Curdo-irachene all’operatività in montagna

ASIA PACIFICO/SICUREZZA di

Presso la diga di  Mosul è stata inaugurata una nuova area addestrativa mirata ad aumentare la capacità operativa delle truppe Curdo –Irachene nel combattimento in quota.

La palestra di Roccia realizzata dalla Task Force Presidium e battezzata “Monte nero” in onore della battaglia del 3° Alpini nella prima Guerra Mondiale è in gardo di fornire un ampio ventaglio di scenrai utili alla formazione montana, la parete messa in sicurezza e dotata di 12 vie ferrate con difficoltà variabile sarà utilizzata per l’addestramento delle truppe operanti  nell’area.

La cerimonia è stata presieduta dal Comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze, Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, accompagnato dal Comandante del Contingente Italiano e Deputy Commanding General for Training presso il Combined Joint Force Land Component Command – Operation Inherent Resolve, Generale di Brigata Francesco Maria Ceravolo.

In questa area  sotto il  coordinamento del Kurdistan Training Coordination Center (KTCC), l’Unità addestrativa multinazionale a guida italiana, sarà avviato prossimamente il primo corso di di Mountain Warfare Basic Skills, svolto dagli istruttori alpini a favore del Battaglione Kommando degli Zaravani delle Forze di Sicurezza Kurde.

La missione italiana

L’Italia partecipa con la “Missione PrimaParthica, secondo contributore dopo gli USA, all’Operazione “Inherent Resolve” di contrasto al terrorismo internazionale”: 1500 militari appartenenti a tutte le Forze Armate, impiegati nelle sedi di Baghdad e Erbil nell’addestramento delle Forze di Sicurezza curde (Peshmerga) ed irachene, ed assicurando a tutta la Coalizione, con un Task Group aeromobile dislocato presso  l’aeroporto di Erbil, la capacità di Personal Recovery (PR) in tutto il quadrante settentrionale  del teatro iracheno.

Nell’ambito di tale missione, la Task Force “Praesidium”, con i suoi 500 uomini e donne dell’Esercito italiano, garantisce la sicurezza al sedime della diga dove la ditta italiana Trevi Spa sta operando per mettere in sicurezza l’infrastruttura idraulica e scongiurarne il rischio di una catastrofe ambientale.

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