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Indagini CAR svelano traffico di armi tra Iran e Yemen

Medio oriente – Africa di

Secondo il rapporto pubblicato il 29 novembre scorso dal Conflict Armament Research (CAR), istituto di ricerca britannico finanziato prevalentemente dall’Unione Europea, risulta evidente il ruolo dell’Iran nell’approvvigionamento di armi ai ribelli Houthi in Yemen. L’analisi si basa sulla confisca di armi da imbarcazioni in transito nel mare arabico condotta nei mesi di febbraio e marzo dalla nave da guerra australiana HMAS Darwin e dalla fregata francese FS Provence, entrambe parte della Joint International Task Force operativa nel Corno d’Africa in azione antiterroristica e antipirateria. La task force agisce indipendentemente e separatamente dalla coalizione militare a guida saudita operativa nelle stesse acque.

Secondo i dati riportati, la HMAS Darwin avrebbe sequestrato più di 2.000 armi, tra cui mitragliatrici modello AK e 100 lanciarazzi di fabbricazione iraniana da un sambuco diretto verso la Somalia. I sequestri della fregata francese includono altri 2.000 mitragliatori, anche questi con caratteristiche tipiche della produzione iraniana e 64 fucili di precisione Hoshdar-M, made in Iran. Sono stati rinvenuti, inoltre, nove missili guidati anticarro Kornet, di produzione russa. Un ulteriore Kornet intercettato in Yemen dalle forze della coalizione saudita apparterrebbe alla stessa serie di produzione di quelli confiscati dalla FS Provence.

Il rapporto cita, inoltre, il sequestro da parte della USS Sirocco -guardacoste della marina militare statunitense- di mitragliatrici AK, lanciarazzi e mitra a bordo di un altro sambuco in transito nella regione. A detta statunitense, le armi proverrebbero dall’Iran e sarebbero destinate allo Yemen. Tuttavia, ad oggi, gli Stati Uniti non hanno condiviso informazioni aggiuntive con il CAR.

Gli armamenti confiscati a bordo sembrerebbero coincidere con quelli sequestrati ai ribelli Houthi in Yemen. Incrociando numeri di serie e modello delle armi, il CAR ha sottolineato tre conclusioni principali riguardo l’origine delle stesse.

In primis, i lanciamissili RPG di produzione iraniana -facilmente identificabili dal colore verde olivastro delle componenti, la forma cilindrica dell’impugnatura posteriore e il numero di serie giallo – sono stati ritrovati a bordo di numerosi vasselli, tra cui quelli intercettati dalla HMAS Darwin e dalla Sirocco. Secondariamente, i fucili di precisione potrebbero provenire dalle riserve iraniane. Infatti, un così significativo numero di armi con numeri in sequenza fa pensare ad uno stock proveniente dalle riserve nazionali più che da molteplici fonti non statali. Infine, l’Iran potrebbe aver fornito missili guidati anticarro sia di produzione propria che russa.

Considerando la quantità di armi ritrovate a bordo, molte delle quali di provenienza iraniana, gli investigatori parlano, dunque, dell’esistenza di una “pipeline” tra Iran e Yemen. I carichi di armi sarebbero inizialmente destinati ai mercati locali di armi della Somalia (nella regione settentrionale del Puntland) per poi continuare il tragitto verso lo Yemen, dove andrebbero ad armare i ribelli Houthi, in lotta da ormai 20 mesi contro il governo internazionalmente riconosciuto del Presidente Hadi.

Il coinvolgimento dell’Iran in un simile traffico rappresenta -sostiene il CAR- una grave violazione dell’embargo posto dalle Nazioni Unite sul trasferimento di armi ai ribelli. In particolar modo le risoluzioni del CdS (Consiglio di Sicurezza) n° 2140 (febbraio 2014), n° 2216 (aprile 2015), e n° 2266 (febbraio 2016), che invitano i paesi membri ad adottare tutte le misure necessarie per prevenire questo tipo di trasferimenti.

Non sarebbe il primo episodio di violazione delle direttive del CdS da parte della Repubblica Islamica. Il 23 gennaio 2013, infatti, la USS Farragut intercetta un carico di missili Katyusha da 122 mm, sistemi radar, missili antiaereo cinesi QW-1M, and 2.6 tonnellate di esplosivo RDX a bordo della nave Jihan 1, al largo delle coste yemenita. L’episodio violava l’allora più restrittiva UNSCR 1747 (2007), secondo la quale “Iran shall not supply, sell, or transfer directly or indirectly from its territory or by its nationals or using its flag vessels or aircraft any arms or related materiel.”

Come già avvenuto in passato, l’Iran ha nuovamente negato il proprio coinvolgimento in queste attività, sottolineando come il proprio sostegno ai ribelli Houthi sia meramente di natura politico-diplomatica.

Tuttavia, fonti di diversi porti somali confermano che le armi arrivano da grandi imbarcazioni provenienti dall’Iran che o giungono fino al molo o ancorano a largo delle coste, dove vengono raggiunte da barche più piccole che trasportano, poi, parte del carico illecito ad altri porti della regione. Il resto prosegue verso lo Yemen, in particolare il porto di Ash Shihr, a est di Mukalla, dove si camuffano nell’intenso traffico marittimo che caratterizza quest’area. Ulteriore elemento a sostegno delle ipotesi del CAR è la natura stessa delle armi ritrovate, poco comuni nel mercato di armi somalo.

In conclusione, pare evidente il sostegno anche militare dell’Iran ai ribelli Houthi, nonostante i diversi appelli e avvertimenti ricevuti sia in sede ONU che in altri forum regionali. Continueranno le operazioni di pattugliamento nelle acque del Corno d’Africa con lo scopo di ostacolare l’approvvigionamento di armi ai ribelli, alimentando ulteriormente la già critica situazione in Yemen. Sarebbe, tuttavia, auspicabile per il futuro un maggior coordinamento e una più intensa condivisione delle informazioni da parte dei vari attori operativi in campo, in modo da poter avere una visione più completa dei traffici iraniani e poter così rispondere in modo più efficace alla minaccia che gli stessi rappresentano per la stabilità della regione.

 

Paola Fratantoni

Il caso Hamedan e il decision-making iraniano: una possibilità di cambiamento?

Difesa/Medio oriente – Africa di
I processi decisionali del sistema democratico-teocratico iraniano sono al centro dell’ultima analisi pubblicata dall’editore americano Strategic Forecast (Stratfor), nonché di un dibattito mai completamente sopito e, anzi, riacceso negli ultimi giorni dal caso della base aerea di Hamedan.
Dal 15 agosto, infatti, i caccia bombardieri Tu-22M3 dell’esercito russo hanno iniziato ad operare dal complesso militare dell’Iran centro-orientale – con scopi e obiettivi al momento non definiti pubblicamente dall’amministrazione Putin. Una prova di forza non indifferente da parte del Cremlino riguardo all’influenza in Medio Oriente in questo momento così delicato, da una parte; dall’altra, la scintilla che potrebbe innescare un dibattito quanto mai delicato nella scena politico-istituzionale della Repubblica Islamica.
4_142015_mideast-iran-nuclear-118201In questo come nella grande maggioranza dei casi, la chiamata a Mosca è stata effettuata direttamente dal Leader Supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, previa consultazione dei più stretti consiglieri militari, scelti e nominati in prima persona. L’intricato e sentito dibattito sulla questione della base di Hamedan segue, dunque, paradossalmente una decisione già presa e difficilmente revocabile, a meno di dietrofront della Guida Suprema iraniana. Proprio per questo, venti membri dell’attuale legislatura – tra cui un conservatore, ben più moderato di Khamenei, di indiscutibile caratura politica come il presidente Hassan Rouhani – hanno chiesto quanto prima una sessione di aggiornamento a porte chiuse per porre all’ayatollah numerose domande su questa situazione.
Come evidente da questa vicenda, che già ha destato clamore e sollevato malumori nel paese, il dibattito politico-parlamentare e in particolare la forza dell’organo legislativo iraniano sono facilmente scavalcabili da parte dell’Ayatollah. Il parlamento dell’Iran (Majils), nonostante una storia ultra-centenaria e ricca di successi (come l’Oil Nationalization Bill del 1951 nel settore petrolifero e il ben più recente JCPOA, l’accordo sul nucleare del luglio 2015 con l’Occidente), è in declino dalla Rivoluzione Islamica del 1979, così come lo sono i suoi poteri decisionali e di influenza.
Con il contraddittorio nelle aule di rappresentanza del Majils – arena politica molto importante per il popolo iraniano – ridotto a mera formalità, dilaga il potere del Leader Supremo e degli organi da esso direttamente composti, come il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, lo Staff Generale dell’esercito e, soprattutto, il discusso Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione. Proprio con quest’ultima istituzione, composta da dodici membri di fatto nominati – direttamente i sei religiosi, indirettamente i sei giuristi – dalla Guida, il parlamento iraniano ha avuto di recente rilevanti frizioni.
Il pomo della discordia tra Majils e Consiglio è la proposta, approvata la scorsa settimana dalla camera legislativa, di limitare il potere di veto dei “dodici” nei confronti dei vincitori delle elezioni, i futuri parlamentari eletti dal voto popolare – tema assai spinoso soprattutto durante la tornata elettorale del febbraio scorso per il parziale rinnovamento del parlamento. Ironicamente, e in maniera emblematica sui rapporti di potere in Iran, per entrare in vigore la coraggiosa proposta legislativa del Majils deve essere approvata dallo stesso Consiglio dei Guardiani.
La Repubblica Islamica dell’Iran è, formalmente, una repubblica presidenziale islamica: più calzante sembra, però, essere la definizione di teocrazia. Il suo, paradossale, sistema politico-istituzionale ha tuttavia finora trovato regolarmente, pur nello sbilanciamento dei poteri, situazioni di equilibrio – talvolta solide, talvolta meno. L’ultima parola è sempre del Leader Supremo, in questo momento un integralista sciita dalle posizioni spesso estreme come Khamenei – dichiaratosi nemico dell’Occidente, degli USA e di Israele e fautore della propria forma di “jihad”; a poco valgono in interni, esteri e difesa gli sforzi profusi dal presidente Rouhani e da un altro leader prominente come il portavoce del Majils Ali Larijani – il quale, come volevasi dimostrare, ha glissato con un “no comment” sul caso-Hamedan.
Tuttavia, proprio la portata della questione e la determinazione della fascia più moderata della politica iraniana potrebbero rivelarsi foriere di una possibilità di cambiamento. Khamenei, scrive Stratfor, potrebbe ritrovarsi, dopo il confronto lontano dai riflettori con Rouhani e gli altri esponenti politici, nella posizione di non poter più ignorare la pressante opinione popolare, rappresentata e mediata dal Majils, sulla presenza dei caccia russi a Hamedan. Si tratta, indubbiamente, di un banco di prova importante per i paradossali processi di decision-making dell’Iran, nonchè per gli equilibri interni e della regione mediorientale. Sarà dunque, fondamentale, capire i prossimi sviluppi della vicenda.
Di Federico Trastulli
Centro Studi Roma 3000

Iran: nessuna negoziazione sulla difesa

Difesa/Medio oriente – Africa di

Chiunque pensasse che l’Iran, dopo la firma dell’accordo sul nucleare e il ritiro di alcune sanzioni internazionali, si sarebbe trasformato in un docile alleato pronto a sottostare ai desideri delle potenze occidentali, probabilmente ha fatto male i suoi conti. Ciò che stiamo vedendo nelle ultime settimane, invece, è una nazione decisa e resoluta, votata a riprendersi la scena internazionale e a perseguire i propri interessi, no matter what!

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Riflettori puntati sulla Repubblica Islamica in particolare per quanto riguarda i recenti test di missili balistici, che hanno destato nuovamente timori e preoccupazioni tra i paesi occidentali e le monarchie del Golfo. Il mese scorso, infatti, durante un’esercitazione militare –nome in codice Eqtedar-e-Velayet-, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha testato due missili balistici modello Qadr, il Qadr-H e il Qadr-F. Entrambi i missili sono stati lanciati dai massicci montuosi situati nella regione settentrionale dell’Iran, le East Alborz Mountains, colpendo obiettivi collocati lungo le coste sudorientali del paese. Secondo i report, i missili avrebbero una gittata rispettivamente di 1.700 e 2.000 km.

Non si è fatta attendere la reazione internazionale, ancora una volta profondamente divisa. Da un lato la condanna di Stati Uniti e Europa, che hanno visto i test come una violazione della risoluzione ONU 2231; dall’altro la Russia, che, invece, sostiene come le esercitazioni condotte non violino in alcun modo i dettami del documento. È fallito, infatti, il tentativo delle potenze occidentali di sollevare, proprio in sede ONU, azioni contro l’Iran. Sembra, inoltre, che Washington stessa abbia fatto marcia indietro sulle prime dichiarazioni circa i test, confermando che questi non rappresentino nei fatti alcuna infrazione alla risoluzione.

Stando al testo di quest’ultima, infatti, “Iran is called upon not to undertake any activity related to ballistic missiles designated to be capable of delivering nuclear weapons, including launches using such ballistic missile technology…”. Il problema nasce qualora tali tecnologie –come Israele sostiene- siano potenzialmente in grado di trasportare testate nucleari. Tuttavia, le dichiarazioni rilasciate dal Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ribadiscono come il paese non sia attualmente dotato di missili in grado di trasportare tali testate.

Diversi sono gli esponenti iraniani che si sono espressi  sull’argomento. Il Segretario dell’Expediency Council (EC) Mohsen Rezaei ha ribadito che il programma missilistico iraniano è esclusivamente a scopo deterrente e rientra a pieno titolo nel diritto all’autodifesa del paese in caso di attacco armato. Secondo il Segretario è facilmente comprensibile come il disarmo non sia una via percorribile per l’Iran: qualora si abbandonasse l’investimento nella difesa, infatti, il paese diventerebbe facilmente attaccabile e sono numerosi i nemici che ne potrebbero approfittare.

Più rigida la posizione del generale Amir Ali Hajizadeh, comandante delle forze aeree delle IRGC. La Repubblica Islamica continuerà a potenziare le sue capacità difensive e missilistiche, che servono a garantire la sicurezza del paese e a dissuadere i nemici dall’attaccare l’Iran. Sono proprio questi nemici ad aver cercato di minare il sistema di difesa iraniano per più di 30 anni e le stesse sanzioni approvate dagli USA all’indomani dei test ne sono una costante conferma. Le capacità missilistiche sono una questione di sicurezza nazionale e l’Iran mette in chiaro come non vi sia spazio per negoziazione o compromesso. “Nessuna persona saggia negozierebbe sulla sicurezza del proprio paese” ha affermato il Vice Ministro degli Esteri per gli Affari Legali ed Internazionali Abbas Araqchi.

È chiaro che simili dichiarazioni possano destare particolari timori specialmente tra paesi come Israele e le monarchie del Golfo. Il primo, infatti, è nel mirino di Teheran sin dai tempi dell’Ayatollah Khomeini e la stessa retorica dell’annientamento del paese ebraico viene spesso riproposta. I paesi del Golfo non vedono di buon occhio la crescita (economica e militare) di un paese che non solo mira all’egemonia della regione, ma supporta ed alimenta diversi gruppi fondamentalisti, fattori destabilizzanti della sicurezza regionale. Tensioni e attriti sono altamente probabili nei prossimi mesi: resta, infatti, da vedere come i vari stati arabi risponderanno ad un Iran poco incline alla cooperazione e propenso a raggiungere i propri obiettivi nazionali, le ripercussioni che ciò può avere nelle relazioni tra i vari attori ed il ruolo che potenze come Stati Uniti o Russia possono giocare nel favorire o ostacolare questi rapporti.

 

Paola Fratantoni

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Al via l’offensiva economica di Teheran

L’accordo sul nucleare, reso esecutivo nel mese di gennaio, ha visto terminare molte delle sanzioni economiche che da decenni gravavano sulla Repubblica Islamica, decretando così il suo ufficiale reinserimento nella competizione economica internazionale. Tuttavia, come riferisce il Consiglio per il Discernimento, l’ostilità di molti paesi è ancora viva, così come la volontà di frenare la ripresa economica del paese. Parallelamente, la stessa fiducia dell’Iran nei confronti, ad esempio, di alcuni partner europei, dovrà essere riconquistata gradatamente. In altre parole, la scelta di Teheran verte ancora sull’ormai decennale strategia dell’economia di resistenza, che ha insegnato al paese a migliorare lo sfruttamento delle risorse interne e minimizzare la vulnerabilità e i danni derivanti dalle misure sanzionatorie. È proprio questa politica, infatti, che ha permesso all’economia iraniana di sopravvivere a decenni di isolamento, rimanendo (in termini di PIL) la seconda del Medio Oriente e la settima in Asia.

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L’apertura verso l’estero sarà, dunque, molto mirata: l’obiettivo è potenziare i settori chiave, continuando a sfruttare il patrimonio interno che ad oggi ha garantito buoni frutti, come ad esempio le infrastrutture industriali e l’industria petrolchimica. Priorità è data, perciò, agli investimenti dall’estero, all’aumento delle esportazioni di prodotti non petroliferi e al come ovviare al problema delle riserve di valuta estera ancora congelate dalle sanzioni. Nel momento in cui l’attenzione internazionale è concentrata sulla lotta all’ISIS, Teheran inizia la propria “offensiva” economica, gettando le basi per intese commerciali soprattutto con paesi asiatici e africani.

Per quanto concerne l’import-export, Iran e Russia stanno studiando la creazione di una zona di libero scambio, come ha affermato il ministro dell’Energia russo Alexsandr Novak. La prima bozza del progetto indica prodotti metallici e chimici come oggetto principale dell’export russo verso l’Iran; dall’Iran, invece, arriverebbero rifornimenti di frutta e verdure per un ammontare annuo di un miliardo di dollari, una crescita rilevante rispetto ai circa 194 milioni attuali.

Accordi significativi anche con il Vietnam. I due paesi mirano a incrementare il volume dei rapporti commerciali da 350 milioni a 2 miliardi di dollari nell’arco di cinque anni, con progetti in diversi settori, dall’agricoltura, al turismo, all’energia alle innovazioni tecnologiche. Al fine di favorire la cooperazione, è stato siglato anche un Memorandum of Understanding tra le rispettive banche centrali. Trattative in corso anche con la Turchia di Erdogan, la Costa d’Avorio e diversi paesi africani, che si dichiarano propensi a potenziare i rapporti economici con la Repubblica Islamica. I progressi compiuti da quest’ultima nel settore energetico, sanitario, tecnologico e delle infrastrutture la rende, infatti, un partner ideale per soddisfare le diverse esigenze del continente nero.

Per quanto riguarda il settore energetico, due i progetti principali in ballo. Il primo riguarda la costruzione di un gasdotto sottomarino che colleghi l’Iran all’India: 1.400 km di infrastruttura che permetterà di aggirare la zona economica esclusiva pakistana, portando in India fino a 31,5 milioni di metri cubi di gas al giorno. Un investimento importante, circa 4,5 miliardi di dollari, che conferma –e premia- le buone relazioni mantenute tra le due nazioni anche durante il regime delle sanzioni. La seconda novità riguarda una collaborazione scientifica e tecnologica tra l’Elettra Sincrotone di Trieste e l’Institute for Research in Fundamental Sciences di Teheran. Punti nevralgici la formazione del personale tecnico scientifico iraniano e la progettazione congiunta di una nuova linea di luce, da impiegare sia nello studio di fenomeni chimici e biologici, ma anche nel settore industriale.

Dal Pakistan arriva una svolta importante nel settore bancario. Essendo alcune sanzioni ancora vigenti, il pagamento in dollari dei prodotti importati dall’Iran non risulta ancora fattibile. Da qui la decisione da parte degli imprenditori pakistani di aprire lettere di credito (LC) in euro, anziché nella valuta americana. In questo modo, non saranno più le banche americane ad essere le intermediare, bensì quelle europee, che non avranno dunque motivo di non autorizzare il pagamento.

Sembra, dunque, che l’Iran abbia una chiara strategia economica in mente. Da un lato puntare sulle ricchezze interne, come ad esempio il petrolio – l’Iran inizierà a collaborare con gli altri paesi produttori circa il congelamento della produzione soltanto quando l’output iraniano raggiungerà la quota di 4 milioni di barili al giorno; dall’altro, potenziare settori economici chiave, intensificando i rapporti con le medie e grandi potenze asiatiche, privilegiandole sui paesi del Medio Oriente ed occidentali, segno evidente che la diffidenza nei confronti di chi più ha beneficiato delle sanzioni è lungi dall’essere superata.

 

Paola Fratantoni

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Iran: corsa alle urne nel paese degli Ayatollah

26 febbraio 2016. Data storica per l’Iran che per la prima volta dopo la fine delle sanzioni internazionali chiama i suoi cittadini alle urne per una doppia votazione, Parlamento e Assemblea degli Esperti. Il voto è un test per la popolarità del Presidente Hassan Rouhani, dal 2013 impegnato in riforme politiche e sociali di apertura verso l’Occidente. L’esito del voto, infatti, serve a capire quanto la linea riformista del presidente si sia radicata nella società e quali possano essere i futuri sviluppi per la Repubblica.

La prima votazione riguarda il Parlamento nazionale, Majlis, composto da 290 seggi, di cui soltanto 5 destinanti ad esponenti delle minoranze religiose non musulmane. Il Parlamento è l’organo legislativo del paese, cui spetta il compito di approvare le leggi, il budget annuale e i trattati internazionali. Fino ad oggi, la maggioranza, conservatrice e fondamentalista, è stata in netto contrasto con le politiche avanzate da Rouhani. È chiaro come un nuovo assetto possa influenzare le future azioni del paese, nonché la sua posizione nei giochi internazionali. “Avete creato una nuova atmosfera con il vostro voto” ha twittato il presidente dopo l’esito delle votazioni.

L’Assemblea degli esperti, invece, è composta da 88 membri, esclusivamente accademici islamici, in carica per otto anni. È di fatto l’organo più significativo in quanto elegge la Guida Suprema del paese, la figura politica e religiosa con maggior potere. Considerando le cattive condizioni di salute dell’attuale leader, l’Ayatollah Ali Khamenei, è altamente probabile che sarà la neo-eletta Assemblea a scegliere il suo successore.

Non si tratta, dunque, solo di una nomina di consiglieri, ma di una scelta tra due linee politiche opposte. La prima fa capo all’attuale presidente Rouhani ed è caratterizzata da un’apertura, soprattutto economica, verso l’Occidente ed un tentativo di promuovere un’immagine positiva del paese fondamendalista. Dall’altro lato, invece, troviamo la Guida Suprema Khamenei, conservatore ed apertamente anti-occidentale, portavoce di una politica che mira a perseguire un’economia di resistenza ed un sistema politico basato sul potere delle Guardie Rivoluzionarie.

Il risultato delle elezioni, cui ha partecipato il 60% dell’elettorato (circa 33 milioni di persone) potrebbe avere risvolti significativi per il futuro della Repubblica Islamica. La vittoria è andata ai riformisti, con 96 seggi vinti in Parlamento, contro i 91 dei fondamentalisti e i 25 degli indipendenti. Bisogna, tuttavia, sottolineare due aspetti: in primis, il concetto di “riformisti” va letto alla luce dei parametri iraniani. Il riformismo di cui si parla è lungi da essere il nostro riformismo. Si tratta sempre di fondamentalismo, seppur mascherato da una forma di apertura verso le democrazie occidentali. Basti pensare che i veri riformisti sono stati esclusi dalla lista dei candidati eleggibili sia nell’Assemblea che al Parlamento.

Secondo punto da non tralasciare riguarda la base elettorale dei voti. I riformisti hanno guadagnato terreno nelle aree metropolitane, mentre i fondamentalisti si sono affermati maggiormente nelle zone rurali, dove vive un terzo della popolazione. Tuttavia, le otto città principali, dove risiedono circa metà degli iraniani, hanno ottenuto soltanto 57 dei 290 seggi in Parlamento. Tenendo conto che 52 seggi verranno assegnati tramite ballottaggio a fine aprile, sembra che i giochi siano ancora aperti.

Cosa aspettarsi dunque?

Maggiore apertura probabilmente sì ma non significa, come alcuni pensano (o sperano), che l’Iran assumerà le sembianze di una democrazia occidentale. È probabile, nonché auspicabile, una distensione nei rapporti con il mondo occidentale. Rimane fermo il fatto che l’Iran è regime fondamentalista basato sulla Shri’a, dove ad oggi non è data voce alle correnti più riformiste, fautrici di cambiamenti significativi in senso opposto al sistema politico, economico e sociale vigente. Riformismo non è sinonimo di democrazia.

Inoltre, è difficile pensare che i fondamentalisti si arrendano facilmente a questi risultati. Come le percentuali mostrano, le loro idee sono prevalentemente radicate nella società rurale, che può influire considerevolmente sulla composizione finale del Parlamento. Non solo. Se Teheran ha festeggiato i risultati elettorali, diversa la reazione a Qom, il cuore sciita della Repubblica Islamica. “Le persone del vero Iran abitano qui, noi rispettiamo e seguiamo il sentiero dell’Ayatollah Khomeini e dobbiamo proteggere i nostri valori” afferma irremovibile un impiegato 23enne.

Gli interrogativi sul futuro del paese, dunque, rimangono. Nonostante la vittoria dei riformisti, forti correnti fondamentaliste permangano non soltanto tra l’élite politica ma anche tra la popolazione. Inevitabilmente, un cambiamento ci sarà ma è bene mantenere i piedi per terra. Resta da vedere, infatti, se ed in che termini la via del riformismo plasmerà un Iran effettivamente più vicino al mondo occidentale, o se il fondamentalismo hard-line troverà il modo di recuperare il terreno perso, frenando quel processo di apertura avviato negli ultimi anni da Rouhani.

Iran-Arabia Saudita: lo scontro più pericoloso

Medio oriente – Africa/POLITICA di

Il contrasto tra Iran e Arabia Saudita, da anni caratterizzato da una sorta di guerra fredda, rischia oggi di assumere dei risvolti piuttosto “caldi”. La rivalità tra i due big power del Medio Oriente non è un fatto nuovo. Tuttavia, gli avvenimenti recenti – l’uccisione del leader religioso Nimr al-Nimr, il crollo del prezzo del greggio e la fine delle sanzioni internazionali nei confronti dell’Iran- hanno gettato nuova benzina sul fuoco, destando preoccupazioni per l’equilibrio regionale e globale.

I perché delle tensioni

L’elemento religioso. L’Arabia Saudita, quasi totalmente musulmana, presenta una netta maggioranza della componente sunnita (la stessa famiglia regnante appartiene all’ideologia wahhabita, corrente minoritaria dell’Islam sunnita). Gli sciiti, circa il 15% della popolazione, sono concentrati nella provincia orientale di Al-Sharqiyya. Essi premono per l’autonomia della regione e la monarchia accusa proprio l’Iran di alimentare tali aspirazioni. La Repubblica Islamica rappresenta, invece, la corrente musulmana sciita, con una percentuale di fedeli superiore al 90%. Proclamatesi rispettivamente protettori della comunità sunnita e sciita, Arabia Saudita e Iran si fanno portavoce di tradizioni ed interessi opposti, che sfociano in un vero e proprio conflitto settario.

L’oro nero. L’Arabia Saudita è uno dei maggiori produttori di greggio e dal 2014 ha aumentato notevolmente la produzione, determinando un crollo del prezzo che aveva come obiettivo non solo colpire il mercato iraniano e le entrate di Mosca, ma anche rendere economicamente impraticabile per gli USA l’estrazione dello shale oil. Tuttavia, i piani di Riyadh non sono andati alla perfezione, con Stati Uniti e Russia che continuano a giocare un ruolo di punta nel mercato energetico. Uno smacco non indifferente per la monarchia saudita, proprio nel momento in cui la fine della sanzioni internazionali contro l’Iran rilancia nei giochi uno dei maggiori competitor.

L’egemonia regionale. L’Arabia Saudita gode di un peso geopolitico notevole, dovuto sia alla sua forte partecipazione nelle dinamiche regionali e globali ma anche ai rapporti instaurati con i paesi del Golfo e l’alleato statunitense. Tale posizione si è spesso tradotta in tentativo di imporre la propria leadership politica e religiosa nella regione. Ciò non solo desta attriti all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC)-ad esempio con il Qatar- ma rende pressoché impossibile una pacifica convivenza con l’Iran. Dall’altro lato, infatti, la Repubblica Islamica, reduce da quarant’anni di isolamento internazionale, mira a stabilire la propria egemonia nel Medio Oriente, dove non vi è soltanto l’Arabia Saudita a frenare le sue aspirazioni ma anche Israele, paese ebraico nonché alleato degli USA.

Quale futuro?

Difficile pensare ad una qualche forma di cooperazione tra Iran e Arabia Saudita, soprattutto dopo l’uccisione da parte di quest’ultima di Nimr al-Nimr, leader sciita che aveva incoraggiato gli sciiti sauditi a schierarsi contro il proprio governo e accanto all’Iran. L’esecuzione del leader è un chiaro messaggio alla popolazione, così come la chiusura delle relazioni diplomatiche è un chiaro segnale politico. Le ripercussioni non sono tardate ad arrivare: Emirati Arabi, Kuwait, Sudan, Qatar e Bahrein cessano infatti i rapporti con la Repubblica Islamica.

Una guerra aperta appare altrettanto improbabile. Con un deficit di bilancio di circa 100 miliardi di dollari, sarebbe poco logico per la monarchia saudita intraprendere un conflitto armato. L’Iran si è appena liberato di pesanti sanzioni che da decenni bloccavano la prosperità del paese e sta dimostrando una certa apertura nei confronti degli USA. Dichiarare guerra all’Arabia Saudita potrebbe giocare contro i propri interessi, coinvolgendo inevitabilmente altre potenze –USA, Russia, Israele- e gettando nuova instabilità sui già volatili giochi di potere regionali.

Rimane più plausibile il perdurare di questo stato di “guerra fredda” con picchi di tensione tra la capitale iraniana e quella saudita, e scontri caldi confinati ai teatri periferici, come Yemen, Bahrein o Siria, dove Teheran e Riyadh, supportano rispettivamente fazioni sciite e sunnite.

C’è però un altro attore che gioca un ruolo capillare in questo contesto: l’Islamic State. L’ISIS sta prendendo sempre maggior piede tra la comunità sunnita, ponendo dunque in serio allarme Riyadh, intenta a salvaguardare la propria influenza tra la popolazione sunnita. Dall’altro lato, l’Iran sciita combatte sì le forze dell’ISIS ma fino ad un certo punto. L’Iran, infatti, può trarre vantaggio dallo scontro ISIS-Arabia Saudita in quanto il conflitto tra questi due attori può progressivamente indebolire entrambi, lasciando l’Iran libero di affermarsi come leader nella regione. Vi è, tuttavia, il rischio che un simile gioco finisca fuori controllo, soprattutto visto l’appoggio che l’ISIS continua ad ottenere sia localmente sia a livello globale.

Pare, dunque, che la condizione di instabilità in cui versa il Medio Oriente sia destinata a continuare. E sembra plausibile che le tensioni sfocino in un’esplosione di conflitti su diversa scala con una pluralità di attori e agende politiche coinvolte. Ci sarà un secondo Iraq, con un vuoto di potere dilagante e potenze straniere pronte a scendere in campo o sarà uno dei due pretendenti al dominio regionale ad avere la meglio? Oppure sarà l’attore più temuto a spuntarla e l’intero Medio Oriente finirà nel pugno armato del terrorismo islamico jihadista?

Giulia Bertoluzzi
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