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USA-Iran: petrolio e Venezuela fanno risalire la tensione

MEDIO ORIENTE di

Tra Iran e USA risale la tensione. Questa volta il motivo è il petrolio inviato da Teheran con destinazione Caracas. Una mossa vista come una provocazione per Washington.

Le cinque petroliere inviate dall’Iran con 1,5 milioni di litri di benzina stanno arrivando in Venezuela, violando l’embargo imposto dall’amministrazione a stelle e striscie, con lo scopo di aiutare  il Paese ad alleviare la carenza di carburante che ha sofferto in questi mesi, aggravata anche dall’emergenza sanitaria causata dalla pandemia di coronavirus. Fortuna, il nome della prima nave entrata in acque territoriali venezuelane, è arrivata nella mattinata di lunedì nei pressi della raffineria di El Palito, sulla costa centrale del Paese sudamericano. Le altre si stanno avvicinando alle strutture di Puerto La Cruz, a nord ovest, e Amuay, sul lato occidentale. L’operazione ha causato un aumento della tensione tra i due Paese “alleati” e gli Stati Uniti di Trump.

Il ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino Lopez, ha annunciato che le navi iraniane sarebbero state scortate da elicotteri e aerei delle forze armate fino a raggiungere i porti. Il ministro degli Esteri, Jorge Arreaza, il numero due del partito chavista Diosdado Cabello, e altri leader politici e militari hanno ringraziato il sostegno alle autorità iraniane e attribuiscono il risultato alla “diplomazia pacifica” condotta da Nicolas Maduro.

L’alleanza politica tra Teheran e Caracas risale ai tempi dell’amicizia tra gli ex presidenti di entrambe le nazioni, Hugo Chavez e Mahmud Ahmadineyad. Maduro aveva annunciato a inizi gennaio la sua solidarietà alle Repubblica islamica dopo che un attacco missilistico portato a segno dagli statunitensi aveva assassinato il leader della Guardia Rivoluzionaria iraniana Qasem Soleimani a Baghdad. Uno dei principali attori in campo della gestione ufficiale venezuelana per ottenere questo importante contributo petrolifero è stato l’attuale vicepresidente dell’Economia, Tareck El Aissami, venezuelano ma di origine libanese.

I settori radicalizzati dell’opposizione venezuelana al governo speravano che Trump avrebbe impedito il passaggio delle navi per colpire maggiormente Maduro in un momento di totale collasso dei servizi pubblici e dell’economia generale del Paese: non è successo, nonostante il dispiegamento militare statunitense nell’area dovuto alla battaglia sempre più intensa contro il narcotraffico. Da Teheran, invece, il Presidente Hassan Rouhani aveva avvertito gli Stati Uniti che un atto ostile nei confronti della flotta iraniana avrebbe avuto conseguenze gravi.

Da diversi mesi il governo Maduro sta lavorando con i tecnici di Petroleos de Venezuela (PDVSA), la compagnia petrolifera statale che prima della crisi era tra le principali esportatrici di benzina al mondo, per riparare le raffinerie di El Patito e Cardòn gravemente danneggiate. Per gestire al meglio il ripristino delle industrie, il Venezuela è stato assistito da tecnici iraniani arrivati nel Paese nelle ultime settimane. Sebbene i lavori di riparazione siano a buon punto, alcuni problemi tecnici  ne hanno ritardato la riapertura.

Il Venezuela, così come lo stesso Iran, è colpito da drastiche sanzioni decretate dagli Stati Uniti. Quelle contro la Repubblica islamica erano state parzialmente eliminate dall’amministrazione Obama per poi essere ripristinate dall’attuale Presidente Trump. Con l’embargo al Paese sudamericano, invece, si vuole mettere con le spalle al muro il governo di Maduro, considerato illegittimo e colpevole di abusi contro i diritti umani. Gli Stati Uniti continuano ufficialmente a riconoscere Juan Guaidò come rappresentante legittimo di Caracas. In preda a penurie di benzina, e di elettricità, il Venezuela aveva potuto contare fino a un paio di mesi fa sui fornitori russi della Rosneft, ma dopo le sanzioni inflitte alle filiali dell’azienda russa da parte di Washington il Cremlino sembra abbia affievolito il proprio sostegno al leader venezuelano.

Di Mario Savina

Il Senato USA approva il veto di Trump sull’Iran

MEDIO ORIENTE di

Una risoluzione del Congresso che cercava di limitare il potere presidenziale per attaccare la Repubblica islamica rimane paralizzata. 

Dopo il veto imposto mercoledì scorso da Donald Trump sulla risoluzione del Congresso che aveva limitato la sua capacità di usare la forza militare in Iran senza l’approvazione del Campidoglio, il Presidente degli Stati Uniti ha segnato una grande vittoria nella giornata di ieri grazie all’aiuto del Senato – a maggioranza repubblicana – che non è riuscito a bloccare quel veto. Il risultato del voto è stato di 49 voti contrari  e 44 a favore della risoluzione, quindi ben  lontano dai due terzi necessari per  scavalcare il veto presidenziale. L’iniziativa è stata promossa dai democratici e mirava a ridurre le tensioni politiche e militari tra Iran e USA. La risoluzione fallita chiedeva al Presidente di non mobilitare le forze armate  statunitensi contro la Repubblica islamica dell’Iran a meno che non fosse esplicitamente  autorizzato da una dichiarazione di guerra o da un’autorizzazione specifica per l’uso della forza militare.

Nei mesi di gennaio e febbraio, la Camera dei Rappresentati e il Senato avevano approvato una risoluzione che limitava la capacità del Presidente di usare la forza militare  in Iran senza l’esplicita approvazione  del Congresso. L’iniziativa legislativa è arrivata dopo il raid che ha portato all’omicidio del generale iraniano Qasem Soleimani. Trump ha quindi definito l’iniziativa “offensiva” e “parte di una strategia “ da parte dei democratici nella lotta per le elezioni presidenziali.

Soleimani, comandante dell’élite Al Quds della Guardia rivoluzionaria iraniana, l’unità responsabile delle operazioni all’estero, è stato ucciso il 3 gennaio in un attacco di droni, nei pressi dell’aeroporto della capitale irachena Baghdad, effettuato dall’esercito americano per ordine dello stesso Presidente. La morte dell’architetto dell’intelligence  e delle forze militari iraniane negli ultimi vent’anni ha inferto un duro colpo a Teheran, che ha promesso vendetta e scatenato drammaticamente la tensione nella regione. L’Iran ha risposto giorni dopo la morte di Soleimani con un attacco missilistico contro due basi militari statunitensi in Iraq.

La decisione adottata a febbraio dal Senato, ricordiamo a maggioranza repubblicana, rappresentava un severo rimprovero per Trump che aveva dato il via libera all’attacco contro Soleimani senza consultare il Congresso, creando un pericoloso precedente che avrebbe significato troppa autonomia da parte del Presidente in alcune decisioni che potrebbero portare alla guerra.

Finora, Trump ha posto il veto per due volte alla restrizioni del Congresso sulle sue iniziative militari. Il precedente è stato contro una risoluzione per porre fine al sostegno degli Stati Uniti all’offensiva dell’Arabia Saudita nello Yemen.

Di Mario Savina

La visita di Mattarella in Qatar e in Israele

MEDIO ORIENTE/POLITICA di

La settimana appena trascorsa è stata per il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricca di appuntamenti istituzionali per lo più centrati sui nodi del Medio Oriente e della questione libica. 

 

IL SUMMIT IN QATAR
Il Capo di Stato dopo aver ricevuto nel 2018 al Quirinale il sovrano del Qatar, l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani, si è recato a Doha lunedì 20 gennaio per sostenere dei colloqui assieme a quest’ultimo. Nei due giorni di permanenza sono stati toccati numerosi temi, dai problemi che affliggono la comunità internazionale e la stabilità della regione fino alle fruttuose relazioni economiche tra i due paesi, che negli ultimi anni hanno registrato 2 miliardi di euro in interscambio, ovvero nell’insieme di importazioni ed esportazioni, di cui uno per le esportazioni italiane; a testimonianza del rapporto saldo in materia economica tra Italia e Qatar erano presenti al vertice gli amministratori delegati di numerose aziende italiane, tra cui Eni, Fincantieri, Leonardo e Cassa depositi e prestiti.

Il rapporto tra i due paesi non è solo di cooperazione economica, difatti sia l’Italia che il Qatar nella questione libica appoggiano il governo di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj, nell’ultimo periodo sotto l’attacco del Generale Haftar, comandante dell’Esercito Nazionale Libico, che sta conducendo una grave offensiva sulla capitale nonostante le richieste di tregua avanzate sia dalla Conferenza di Berlino che dalla Russia e la Turchia, principali alleati delle rispettive compagini libiche.
Il presidente Mattarella non ha nascosto all’emiro al-Thani la sua preoccupazione per questa grave escalation di violenze, soprattutto alla luce dell’invio da parte del presidente turco Erdogan di un contingente militare in supporto di Tripoli sulla base di un accordo trovato tra Anakara e il Governo di Accordo Nazionale libico lo scorso 27 novembre. Tra i paesi che hanno condannato quest’intromissione, che sembra aver colpito l’intera comunità internazionale, c’è l’Italia. Il Presidente Mattarella ha definito la situazione preoccupante ed ha auspicato una maggiore saggezza; la crisi libica deve essere risolta tramite la mediazione poiché un ulteriore conflitto sarebbe devastante per un paese che dal 2011 ha perso la propria stabilità; è per questo che l’Italia, ha continuato il Capo di Stato, appoggia l’azione multilaterale dell’ONU e del suo alto rappresentante Ghassan Salamé.
Da parte sua l’emiro qatariota al-Thani supporta il governo di al-Serraj ed è al contempo stretto alleato di Ankara, da quando nel 2017 Erdogan supportò il Qatar a fronte di un blocco commerciale che altri Stati vicini come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, l’Egitto, lo Yemen e il Barhein gli imposero a seguito di accuse di finanziamento allo Stato Islamico; aiuto per cui la Turchia sta ora beneficiando di un piano d’investimenti pari a 15 bilioni di dollari da parte di Doha per contrastare la forte svalutazione della lira turca. L’incontro di Doha è stato quindi salutato con esito positivo,nonostante restino alcuni interrogativi circa il futuro della Libia; il multilateralismo e le richieste di tregua restano al contempo strumenti tanto solenni quanto poco efficaci, tant’è che il generale Haftar oltre a violare la tregua auspicata a Berlino sta limitando fortemente la produzione di greggio negli impianti sotto suo controllo, recando danni ingenti a compagnie come la NOC e l’Eni.

 

LA VISITA IN ISRAELE
Dopo gli incontri tenuti in Qatar per il Presidente Mattarella è stata la volta di Gerusalemme, invitato lì il 24 gennaio assieme agli altri capi di stato dal Presidente israeliano Reuven Rivlin per commemorare il 75imo anniversario della liberazione di Auschwitz-Birkenau al memoriale della Shoah Yad Vashem. Il Presidente Rivlin per l’occasione si è voluto congratulare con l’Italia per il suo impegno in prima fila nella lotta contro l’antisemitismo, testimoniato anche dalla nomina di Liliana Segre a senatrice a vita nel 2018, a 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali. L’evento di commemorazione si è svolto linearmente; hanno preso parola molti capi di stato tra cui il Presidente russo Vladimir Putin, che anche se con un leggero ritardo ha voluto ringraziare Israele per conservare tutt’oggi la memoria dei tragici eventi legati al nazismo, eventi che uniscono il popolo russo a quello ebraico, e Mike Pence, vice-presidente statunitense, il quale ha rivolto l’attenzione dei partecipanti verso gli attuali nemici del popolo ebraico, prima fra tutti Teheran.
IL VICE USA AL QUIRINALE

All’indomani della commemorazione che si è svolta a Gerusalemme il Presidente Mattarella ha accolto venerdì 24 gennaio, presso il Quirinale, proprio il vice-presidente USA Mike Pence. Le buone relazioni che intercorrono fra Stati Uniti e Italia sono dato certo; le situazioni di crisi nella politica internazionale non ne hanno scalfito l’intesa sebbene l’Italia, come confermato dalle parole dello stesso Presidente, sia preoccupata dal graduale disimpegno americano in Siria e in Libia, oltre che dall’applicazione di dazi nei confronti del nostro paese.

A tal proposito Mattarella ha esortato gli Stati Uniti ad applicare il proprio peso poltico specialmente in Libia, dove l’Italia conserva numerosi interessi, al fine di dare efficacia alla tregua chiesta dalla Conferenza di Berlino. Sulla questione dazi il Presidente ha richiamato il concetto di alleanza come “comunità di valori”, la stessa che lega i due paesi nell’alleanza trans-atlantica, e che rischia però di essere indebolita dall’intromissione di strumenti commerciali nocivi come i dazi commerciali. Dopo il colloquio avuto al Quirinale il vice USA Mike Pence si è diretto a Palazzo Chigi dal premier Conte ma, prima di lasciare il Colle, questo si è voluto complimentare con il Presidente Mattarella per la sua forte leadership.

Terremoto Iraq-Iran; Primi soccorsi umanitari dall’Italia, il bilancio delle vittime è disastroso

MEDIO ORIENTE di

Un bilancio sempre più aggravato quello che va registrandosi a causa della potente scossa sismica di 7.3 gradi magnitudo al confine tra Iran e Iraq. Il numero delle vittime sale costantemente giorno dopo giorno, le ultime notizie fornite dall’istituto di medicina legale Iraniano parlano di 400 morti e circa 7000 feriti. Numeri agghiaccianti che hanno spinto anche le autorità italiane a compiere azioni concrete in questo senso. Nei giorni scorsi il premier Paolo Gentiloni, con un “Tweet”, si era detto “pronto a offrire aiuti ai paesi colpiti”. “Un volo cargo boeing 767 dell’Aeronautica militare è decollato dall’aeroporto militare di Pratica di Mare per Brindisi, da dove è ripartito con un carico di 15 tonnellate tra tende, coperte, kit cucina e igienico-sanitari, destinato alle popolazioni irachene colpite dal sisma”. Così recita un comunicato stampa del dipartimento della Protezione Civile, intervenuto col ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale insieme al Comando operativo di vertice interforze, alle dipendenze del ministero della Difesa, per “contribuire all’assistenza delle popolazioni colpite dal forte terremoto in Iran e Iraq”. “Con lo stesso volo , si legge nella nota, è partito anche un team di esperti delle amministrazioni coinvolte che, attraverso il personale diplomatico italiano presente sul posto, provvederà alla consegna dei materiali alle autorità locali”. Il ministro degli Esteri Angelino Alfano, annunciando anche lui la notizia del “volo umanitario” ha aggiunto ; “stiamo valutando la concessione di un aiuto finanziario sul canale multilaterale a favore dell’Iran, attraverso un finanziamento alla Mezza Luna rossa iraniana”. Anche Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza ha speso parole di solidarietà per le popolazioni in difficoltà.  Il sisma ha registrato il suo epicentro vicino la città di Halabja nel Kurdistan Iracheno, che fu teatro nel 1988 degli attacchi con il gas ordinati da Saddam Hussein. Le vittime si sono tuttavia registrate, nella maggior parte, dall’altro lato del confine, dove anche il numero delle persone che hanno perso la casa si fatica a stimare, sono decine di migliaia. Il terremoto ,registrato a 23,2 km sotto terra, è stato avvertito fino a Baghdad, ma anche in Turchia e negli Emirati. Le zone che ne hanno risentito maggiormente sono quelle della città di Kermanshah, a ovest dell’Iran a pochi km dalla frontiera con l’Iraq. Qui si sono registrate la maggior parte delle vittime tanto da dichiarare il lutto cittadino per tre giorni. Inoltre secondo quanto riportato dal responsabile dei servizi di emergenza iraniani, Pirhossein Koulivand, l’ospedale principale è stato gravemente danneggiato e non può prestare cure alle centinaia di feriti. Sono da poco arrivate le prime rassicurazioni dal parte del presidente iraniano Hassan Rohani, giunto Kermanshah; “Voglio assicurare tutti coloro che soffrono che il governo ha cominciato ad agire con tutto il suo potere e che si sforza di risolvere il problema il più velocemente possibile”.

 

Sull’Iran USA e UE sono destinati alla rottura?

AMERICHE/EUROPA/SICUREZZA di

Il dossier iraniano dividerà il fronte trans-atlantico. Le dichiarazioni dei leader europei e dell’Alto Rappresentante seguite alla decisione del Presidente americano Donald Trump di interrompere la certificazione presso il Congresso del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), dimostrano una divaricazione con Washington già in atto ma che rischia di consumarsi più aspramente quando (verosimilmente) il Congresso boccerà definitivamente l’accordo. Le posizioni emerse sembrano ispirarsi, a monte, a concezioni di sicurezza e stabilità divenute quasi antitetiche oltre che ad interessi nazionali e collettivi diversi.

La posizione di Donald Trump (e del Gabinetto?) sembra improntata ad una visione circoscritta della sicurezza e della stabilità del Medio Oriente, come assenza di minacce e rischi per gli interessi di Washington e dei (pochi) alleati regionali. Una concezione “negativa” della sicurezza, un “non facere”.

La conferenza stampa del Presidente Donald Trump sul cambio di strategia in Iran:

 

La posizione di Federica Mogherini e, in sfumature diverse, dei leader europei confermerebbe l’adesione ad una visione integrata (integrated approach) interessata alla promozione di stabilità, sicurezza, prosperità economica, salvaguardia dei diritti umani, in cui ruolo fondamentale è rivestito dalla negoziazione multilaterale. Una concezione “positiva” della sicurezza.

La conferenza stampa dell’Alto Rappresentante dell’UE Federica Mogherini sull’Iran Deal:

Oggi il punto di disaccordo è, sostanzialmente, questo: Donald Trump propone la rottamazione dell’accordo perchè lo considera non esaustivo e svantaggioso non annoverando misure di contro-proliferazione missilistica e di altri sistemi d’arma. Gli Europei, pur condividendone le preoccupazioni, non ritengono essenziale la dismissione del JCPOA che è ritenuto un valido punto di partenza per  più ampi negoziati multilaterali che affrontino i nodi irrisolti.

Dal canto suo, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA), deputata alla verifica del rispetto dell’accordo, ha certificato che Teheran ha onorato tutte le condizioni ed è pienamente in regola con il JCPOA.

Negli ultimi 2 anni, l’Unione Europea si è fatta promotrice, inoltre, tramite la “Iran Task Force” di una crescente cooperazione con Teheran su un vasto numero di materie. Le frizioni, , chiaramente rimangono preponderanti: il supporto iraniano delle milizie Houthi in Yemen e di Hezbollah in Libano, il massiccio programma missilistico di Teheran, le posizioni su Israele, le violazioni di diritti umani e civili, sono solo alcuni dei punti di contrasto. Non è un caso, infatti, che le sanzioni UE all’Iran per le violazioni dei diritti umani siano rimaste in vigore nonostante le proteste di Teheran.

Teheran è, paradossalmente, l’unica che potrebbe guadagnare qualcosa da questa frattura: i top officials iraniani, infatti, non hanno mai nascosto che un fronte atlantico fiaccato sarebbe un vantaggio per gli interessi regionali dell’Iran. In caso di uscita americana dall’accordo, l’Iran potrebbe continuare a supportare l’accordo avvicinando UE e Russia oppure dichiararne la fine per sopraggiunta violazione da parte degli USA che, verosimilmente, riapplicherebbero il set di sanzioni contro Teheran a cui avevano rinunciato con il JCPOA.

In entrambi i casi, l’Unione e gli Stati membri saranno obbligati a prendere decisioni fondamentali sull’Iran e sul rapporto con gli USA nel settore medio-orientale, che potrebbero segnare un punto di svolta della Politica Estera e di Sicurezza Comune. Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha in programma una visita a Washington nei primi giorni di novembre. Cercherà di ricucire la ferita? Quale sarà la risposta del Presidente americano?

Lorenzo Termine

Bookreporter, in questa puntata parliamo di Iran

BOOKREPORTER di

In questa puntata di Bookreporter con Laura, Alessandro e Aurora, ospite Esamil Mohades, autore iraniano, originario di Teheran e da sempre attivista politico per la difesa dei diritti umani con il quale parleremo del suo libro ” Una voce in capitolo”. Conosceremo meglio la figura del presidente Hassan Rouhani e per il cinema racconteremo del premio oscar “Argo” film di Ben Affleck del 2012. Buon ascolto!

 

Trump e l’Europa, prove generali dello scontro?

AMERICHE/EUROPA/POLITICA/SICUREZZA di

Rilevata l’importanza dell’asse Francia-Germania all’interno dell’Unione Europea (https://goo.gl/fU4azs) e quanto dipenderà soprattutto da esso lo sviluppo dell’integrazione in materia di Difesa e Sicurezza, è necessario sottolineare che la relazione tra l’UE e il partner transatlantico continua e continuerà ad influenzare i progressi comunitari in ambito di “hard policies” sia agendo che non agendo.

Lungi dal voler ridurre il rapporto tra NATO e Difesa UE ad una mera compensazione per cui se la NATO difetta, gli alleati europei danno nuovo impulso all’integrazione UE di Difesa e Sicurezza, e viceversa, è, però, da notare come negli ultimi mesi la retorica europea abbia evidenziato la necessità di maggiore integrazione UE proprio a causa di una sopraggiunta inaffidabilità del partner americano (in particolare si rimanda alla dichiarazione della Cancelliera Merkel “The times in which we could rely fully on others — they are somewhat over”, a margine del summit NATO a Bruxelles).

Neanche dopo 5 mesi dal summit NATO di Bruxelles, il rapporto UE-NATO sembra essere messo alla prova su un dossier scottante, l’Iran. Durante la conferenza stampa del 13 ottobre, il Presidente americano Donald Trump ha annunciato una nuova strategia USA per l’Iran che si fonderà su:

  1. Un lavoro congiunto con gli alleati per lottare contro il ruolo destabilizzante di Teheran.
  2. Un nuovo regime di sanzioni contro il paese.
  3. Nuove azioni per contrastare non più solo la corsa al nucleare, ma la proliferazione missilistica e di armi che possano minacciare la regione, il commercio internazionale e la libertà di navigazione.
  4. Un rinnovato impegno contro ogni possibile percorso iraniano verso il nucleare.

Concludendo, il Presidente Trump ha annunciato che non certificherà più l’effettivo rispetto dell’accordo da parte iraniana presso il Congresso, de facto delegando ad esso la stesura di un nuovo set di requisiti per l’Iran che comprenda anche misure di contro-proliferazione missilistica. Nel caso in cui il Congresso non riuscisse nel suo intento, il Presidente si riserva di “terminare l’accordo”.

Quello che Trump sembra proporre più che una nuova strategia sembra un ritorno all’approccio pre-2015 e in maniera neanche troppo radicale. Le uniche due manovre dichiarate, nuove sanzioni contro le Guardie della Rivoluzione Islamica e la non-certificazione, non implicano l’uscita degli USA dall’accordo. Ci si chiede se, quindi, le discussioni in Congresso siano un pro-forma e il Partito Repubblicano, facendo fallire qualsiasi compromesso, voglia appoggiare il Presidente (che ha criticato aspramente l’Iran Deal) permettendogli, così, di tirare fuori gli Stati Uniti dall’accordo, oppure se, effettivamente, Trump abbia delegato al Congresso la gestione di un dossier così importante come quello dell’accordo iraniano.

Intanto, le reazioni dei leader europei non si sono fatte attendere. Emmanuel Macron, Theresa May e Angela Merkel hanno preso parola congiuntamente con un comunicato stampa che recita:

We stand committed to the JCPoA and its full implementation by all sides. Preserving the JCPoA is in our shared national security interest. […] Therefore, we encourage the US Administration and Congress to consider the implications to the security of the US and its allies before taking any steps that might undermine the JCPoA, such as re-imposing sanctions on Iran lifted under the agreement.”

Simili le parole di Paolo Gentiloni:

L’Italia […] si unisce alla preoccupazione espressa dai Capi di Stato e di Governo di Francia, Germania e Regno Unito per le possibili conseguenze. Preservare l’accordo, unanimemente fatto proprio dal Consiglio di Sicurezza nella Risoluzione 2231, corrisponde a interessi di sicurezza nazionali condivisi.”

Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, in maniera più dura ha dichiarato che:

We cannot afford as the international community to dismantle a nuclear agreement that is working. This deal is not a bilateral agreement […] The international community, and the European Union with it, has clearly indicated that the deal is, and will, continue to be in place.”

Stiamo osservando una cristallizzazione delle posizioni transatlantiche sull’Iran che porterà a risultati incerti per quanto riguarda la tenuta dell’accordo. Quello che è chiaro è che lo scontro sull’accordo iraniano è stato semplicemente ritardato e che, quando sorgerà, avrà delle conseguenze anche sul ruolo della NATO in Europa.

Guarda anche “Sull’Iran, tutti contro Trump – Infografica

Lorenzo Termine

l’Isis attacca Teheran

Varie di

La coincidenza tra la decisione dei Sauditi e dei loro principali alleati di rompere le relazioni con il Qatar per un suo presunto avvicinamento all’Iran e i due attacchi terroristici avvenuti a Teheran ha spinto alcuni commentatori a legare i due fatti come conseguenza l’uno dell’altro. L’abbinamento è tuttavia particolarmente improbabile poiché gli attentati contro il mausoleo di Khomeini e il Majlis (Parlamento iraniano) sono stati così ben coordinati tra loro e tanto articolati nell’esecuzione da escludere che possano essere stati organizzati in pochi giorni. L’uso di fucili d’assalto, la scelta dei luoghi e del momento, la trasmissione via video in diretta degli avvenimenti da parte degli assalitori lasciano pensare a qualcosa in preparazione da qualche tempo, ben prima che Trump pianificasse il suo viaggio in Arabia Saudita e rilanciasse l’”asse” contro l’Iran.

Nonostante si ripeta continuamente che è la prima volta che la Repubblica degli Ayatollah sia oggetto di attacchi terroristici, ciò non corrisponde a verità. Seppur da alcuni anni non si registrassero eventi simili, episodi terroristici non sono nuovi in alcune parti del Paese e specialmente nel Kurdistan iraniano o e nella provincia del Sistan-Belucistan. L’ultimo attentato avvenuto nella capitale risale al 2001 e fu opera di un gruppo terroristico interno, i Mujahiddin- e- Khalq (conosciuti anche come Mujahiddin del Popolo facenti capo a Marjam Rajavi, autoesiliatasi in Francia).

Costoro sono un’organizzazione di militanti d’ispirazione islamico-comunista che partecipò alla rivoluzione contro lo Scià, ma fu poi emarginato da Khomeini e si dette alla macchia riunendo poi la maggior parte dei propri militanti nel vicino Iraq. Oggi, i suoi seguaci rimasti nel Paese sono pochi e la popolazione iraniana li disprezza come traditori per la collaborazione da loro data a Saddam Hussein durante gli otto anni di guerra tra i due vicini. Pur tuttavia sono ancora attivi, con una rete segreta di seguaci evidentemente ben introdotta in posti chiave dello Stato, tanto da essere stati loro a rendere noto alla comunità internazionale l’esistenza del progetto nucleare iraniano e provocare, di conseguenza, le reazioni che portarono dapprima alle sanzioni e poi all’accordo dei 5+1 sottoscritto durante la Presidenza Obama.

Anche nel 2008 Teheran fu colpita da un atto terrorista con un’esplosione in un sobborgo della città che causò almeno quindici morti. In quel caso non ci furono rivendicazioni e mai si scoprì la natura degli attentatori, ma i sospetti furono indirizzati verso Israele che avrebbe colpito un convoglio supposto trasportare armi destinate a Hezbollah libanese.

L’ISIS è un naturale nemico dell’Iran e il loro confronto diretto è sui campi di battaglia in Siria e Iraq ove, almeno ufficialmente, sono i Pasdaran e non l’esercito ufficiale a combattere. Per quanto le differenze religiose siano un puro pretesto per scopi più prettamente politici, la ragione formale dell’ostilità’ tra i due è l’”apostasia” del regime sciita degli Ayatollah contrapposto alla “purezza” sunnita del “califfato”. Agenti dello “Stato Islamico” avevano già cercato di agire nel passato contro il regime iraniano, ma un loro “emiro” nel Paese era stato identificato e ucciso mentre undici possibili terroristi erano stati arrestati nel settembre 2016 mentre facevano incetta di armi ed esplosivi, forse proprio per realizzare quanto poi verificatosi lo scorso 7 giugno. Nel marzo di quest’anno i media dell’ISIS diffusero un video in lingua farsi nel quale invitavano i sunniti iraniani (il Paese, seppur a maggioranza sciita, comprende minoranze di altre religioni tra cui sunniti, cristiani, ebrei e zoroastriani) a ribellarsi e colpire organi governativi.

Occorre qui aggiungere che la stragrande maggioranza della popolazione iraniana, pur divisa su varie etnie, nutre un forte sentimento patriottico d’identità nazionale e ogni tentativo esterno di fomentare divisioni tra i vari gruppi è sinora caduto nel vuoto.

L’attacco delle scorse settimane ha avuto il duplice effetto di rinsaldare i legami interni alla popolazione comune ma di accentuare le divisioni tra conservatori e moderati. Nonostante i terroristi fossero evidentemente seguaci dello Stato Islamico, il Governo del Presidente Rohani appena rieletto, per tacitare le proprie opposizioni, dovrà alzare i toni contro i vicini nemici sauditi e contro gli Stati Uniti. Infatti, la prima reazione di molti deputati, nonostante il Presidente del Parlamento Larjani cercasse di minimizzare, è stata il cantare “Morte all’America”.

Le Guardie Rivoluzionarie, uscite pesantemente sconfitte dalle ultime consultazioni elettorali, troveranno in questi attentati la scusa per rilanciare contro Rohani le accuse di troppa accondiscendenza verso i “nemici della rivoluzione”, per aver sottoscritto un patto che riduce la sovranità del Paese e aver così lasciato spazi ad azioni terroriste come quelle capitate. Poco importa che la sicurezza del Paese e i servizi d’informazione dipendano da loro e che quindi proprio ai Pasdaran andrebbe imputata l’incapacità di prevenire quei sanguinosi eventi.

La necessità di rispondere visibilmente all’attacco subito obbligherà il Governo ad aumentare l’impegno in Siria e in Iraq contro lo Stato Islamico e per farlo non potrà che appoggiarsi agli stessi Pasdaran, ridando loro uno spazio politico che sembrava in caduta libera. Che questo, cioè la maggior conflittualità politica interna, fosse uno degli obiettivi dei terroristi è probabile. Così com’è certo che il simbolismo dei luoghi scelti per gli attentati, la tomba del fondatore dell’attuale Repubblica e l’organo costituzionale più rappresentativo, servivano a mostrare la vulnerabilità dello Stato e rinfrancare le schiere dei guerriglieri del “califfato”demoralizzati dalle continue sconfitte sul campo di battaglia.

Dario Rivolta
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