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Turchia, golpe militare fallito, regime di Erdogan rafforzato

BreakingNews/EUROPA di

Con una velocità di esecuzione, che denota un’ organizzazione complessa ed efficiente, le forze armate hanno preso possesso delle infrastrutture critiche nelle principali città della Turchia.

Molti sono gli indizi che fanno pensare ad una componente Gulanista interna alle forze armate alla guida del colpo di mano. I Gulenisti sono un movimento islamista che ha accumulato notevole influenza in Turchia dal 1970 e che è ispirata a Fethullah Gülen, che però dal suo esilio americano condanna fermamente il golpe.

I gulenisti hanno cominciato con infiltrarsi nella gendarmeria, contando sui scarsi controlli di sicurezza sui dipendenti per poi aumentare la propria influenza nella catena di comando militare.

Quando il presidente Recep Tayyip Erdogan ha ritenuto che il movimento Gulen era diventato troppo potente i rapporti con la componente politica dei Gulenisti e il partito di governo cominciano a logorarsi.

Cosi a partire dal 2014 il governo ha messo in atto una metodica stategia di epurazione dei gulenisti dagli incarichi di carattere pubblico per cercare di ridurre la loro influenza e dalle Forze Armate.

In campo militare questa operazione di pulizia politica non ha avuto gli effetti desiderati e non sono riusciti ad eliminare completamente la loro presenza nella gerarchia.

Il tentativo di putsch è stato bloccato da una rapida reazione di un certo numero di comandanti militari lealisti e dalla polizia nazionale che appoggiata dalla popolazione che è scesa in strada contro i carri armati ha sicuramente deciso le sorti dell’attacco alle istituzioni.

Come abbiamo visto con le elezioni del 2015, quando il Partito di erdogan ha vinto con il 49,5 per cento dei voti, il paese è profondamente polarizzato tra laicisti, islamici, curdi e nazionalisti.

Cosa succederà alla Turchia ora?

L’analista turco Yavuz Baydar ha esposto la sua teoria in un’intervista a “La Stampa” dichiarando che le forze armate sono stanche delle perdite subite sia sul fronte interno che nelle operazioni “oltre confine”, incolpando chiaramente la politica estera di Erdogan. Nella sua analisi l’instabilità in cui versa il paese potrebbe portare la Turchia nella guerra civile.

In ogni caso la figura del presidente Erdogan al momento ne esce rafforzata, incassando l’appoggio degli Stati Uniti che per primi si sono schierato al suo fianco apertamente, al contrario delle istituzioni europee che hanno fatto dichiarazioni di appoggio al “governo democratico”, NATO compresa.

Alessandro Conte
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