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Approvato bando permanente in UE per tre neonicotinoidi dannosi per le api. Greenpeace: “ottima notizia”

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A febbraio un rapporto della European food Safety authority (EFSA) ha confermato la pericolosità per le api di tre insetticidi neonicotinoidi largamente utilizzati, sulla base di una revisione di oltre 700 studi è stato confermato che queste sostanze comportano rischi elevati per le api e che le restrizioni imposte nel 2013 non erano sufficienti. La revisione delle evidenze scientifiche è stata possibile grazie a queste restrizioni parziali e questa pubblicazione è arrivata dopo altre cinque relazioni dell’EFSA, nel 2015 e nel 2016, che evidenziano costantemente i pericoli che queste sostanze rappresentano per api mellifere e api selvatiche.

Il 27 aprile i paesi membri dell’Unione Europea hanno approvato la proposta della Commissione europea che introduce il divieto di utilizzo all’aperto dei tre insetticidi incriminati. Il bando estende quello parziale già in essere dal 2013 e l’impiego dei principi attivi imidacloprid, clothianidin (entrambi della Bayer) e thiamethoxam (della Syngenta) sarà consentito solo all’interno di serre permanenti.

Greenpeace ha accolto con grande soddisfazione il bando permanente e quasi totale dei tre insetticidi, secondo l’organizzazione si tratta di una “grande giornata per il futuro dell’agricoltura europea”. Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia, ha dichiarato: «Questa è una notizia importante per le api, l’ambiente e tutti noi. Il voto a favore dell’Italia certifica l’attenzione dei cittadini italiani per la protezione degli impollinatori. I danni di questi neonicotinoidi sono ormai incontestabili. Bandire questi insetticidi è un passo necessario e importante, il primo verso una riduzione dell’uso di pesticidi sintetici e a sostegno della transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti».

Gli impollinatori (fra questi api mellifere, api selvatiche e altri insetti), svolgono un ruolo cruciale per la nostra alimentazione e per la produzione agricola. Tre quarti delle colture commerciali a livello globale dipendono, in una certa misura, dagli impollinatori che sono sistematicamente esposti a sostanze chimiche tossiche come insetticidi, erbicidi e fungicidi. L’evidenza scientifica mostra che determinati insetticidi hanno un effetto negativo diretto sulla salute degli impollinatori, colpendo sia singoli individui sia intere colonie. Oltre ai 3 insetticidi in discussione, ce ne sono altri che continuano a costituire una minaccia per le api e altri insetti benefici. Tra questi ci sono quattro neonicotinoidi, il cui uso è attualmente permesso nell’Unione Europea: acetamiprid, thiacloprid, sulfoxaflor e flupyradifurone. Inoltre, vi sono altre sostanze quali cipermetrina, deltametrina e il clorpirifos che sono ugualmente dannose. Per evitare che gli insetticidi vietati vengano sostituiti con altre sostanze chimiche altrettanto dannose, Greenpeace ritiene che l’Unione Europea debba bandire l’uso di tutti i neonicotinoidi, come la Francia sta già considerando di fare. Ad ulteriore tutela è necessario applicare gli stessi rigidi standard di valutazione di questi pesticidi a tutti i pesticidi e ridurre l’utilizzo di pesticidi sintetici. In questo senso occorre sostenere la transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti.

In questo senso Greenpeace International ha pubblicato un rapporto intitolato “Ecological Farming”, l’intento è quello di proporre una strada verso un modello di agricoltura che garantisca un equilibrio tra il sostentamento degli agricoltori e la tutela dell’ambiente. Nel rapporto vengono individuati sette principi per un’agricoltura sostenibile con cui è possibile produrre alimenti sani lavorando con la natura e non contro di essa. Per Greenpeace occorre restituire il controllo sulla filiera alimentare a chi produce e chi consuma (strappando la filiera alle multinazionali dell’agrochimica); restituire la sovranità alimentare in quanto l’agricoltura sostenibile contribuisce allo sviluppo rurale e alla lotta a fame e povertà; produrre e consumare senza impattare sull’ambiente e la salute ma garantendo la sicurezza alimentare (ciò passa anche nella diminuzione del consumo di carne e suolo per la produzione di agro-energia, ricordiamo che recentemente vi è stata l’inchiesta di Greenpeace sugli allevamenti in Europa); incoraggiare la biodiversità lungo tutta la filiera; proteggere e aumentare la fertilità del suolo; consentire agli agricoltori di tenere sotto controllo parassiti e piante infestanti senza l’impiego di pesticidi chimici che possono danneggiare suolo, acqua ed ecosistemi; infine, rafforzare la nostra agricoltura, perché si adatti in maniera efficace il sistema di produzione del cibo in un contesto di cambiamenti climatici e di instabilità economica.
Greenpeace ci ricorda che decisioni come quelle del 27 aprile sono importanti per la biodiversità, per la produzione alimentare e l’ambiente. Decisioni del genere vanno in accordo con l’impegno della comunità internazionale intrapreso con “l’agenda 2030” dell’ONU e i “Sustainable Development Goals”; per fare ciò è importante ragionare in una “logica sistemica” che tiene d’occhio cause ed effetti nell’ambiente in cui viviamo, nell’economia, nella società e nelle istituzioni.

I Paesi che hanno votato a favore del divieto sono: Italia, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Grecia, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Estonia, Cipro, Lussemburgo, Malta, che rappresentano il 76,1% della popolazione dell’Ue. Quattro i Paesi contrari al divieto: Romania, Repubblica Ceca, Ungheria e Danimarca. Otto gli astenuti: Polonia, Belgio, Slovacchia, Finlandia, Bulgaria, Croazia, Lettonia e Lituania.

 

INCHIESTA DI GREENPEACE: i fondi comunitari finanziano alcuni degli allevamenti più inquinanti in UE

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La Politica Agricola Comune (PAC) svolge un ruolo essenziale per il settore agricolo in Europa e distribuisce agli agricoltori circa 59 miliardi di euro, quasi il 40 percento del bilancio dell’Unione europea. La PAC definisce come distribuire questo denaro tra gli agricoltori di tutta Europa. Uno degli obiettivi dichiarati della policy europea è migliorare l’ambiente, ma l’attuale PAC raggiunge effettivamente questo obiettivo? «La tutela ambientale dovrebbe essere uno degli obiettivi della Politica Agricola Europea (PAC), ma i fatti certificano che i comportamenti sbagliati vengono costantemente premiati. E l’inquinamento da ammoniaca è solo la punta dell’iceberg. La PAC continua a finanziare gli allevamenti intensivi nonostante gli impatti disastrosi che questi hanno sull’ambiente, sul clima e sulla salute pubblica, mentre dovrebbe promuovere invece l’agricoltura che rispetta la natura e il benessere di tutti» sono le parole di Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia.

In un’inchiesta condotta da Greenpeace, sono stati incrociati i dati dei finanziamenti diretti nell’ambito della Politica Agricola Comune (PAC) e il Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR). Ciò rivela come i sussidi comunitari finanzino alcuni tra gli allevamenti più inquinanti d’Europa. Oltre la metà (51%) degli allevamenti esaminati in sette diversi Paesi dell’Ue ha ricevuto infatti fondi per un totale di 104 milioni di euro, nonostante si tratti di alcuni tra i maggiori emettitori di ammoniaca nei rispettivi Paesi. L’indagine è stata commissionata da Greenpeace Francia, ma è stata svolta in modo indipendente da otto giornalisti tra dicembre 2017 e aprile 2018. La ricerca si è concentrata sul settore dell’allevamento intensivo, poiché l’impatto ecologico di questo settore è particolarmente alto. La ricerca ha inoltre evidenziato la mancanza di un adeguato sistema di monitoraggio e trasmissione dei dati relativi all’inquinamento agricolo in Europa. L’ammoniaca (NH3) è il solo inquinante costantemente riportato nel Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR), e solo le aziende con spazio per oltre 40 mila polli, 2 mila maiali o 750 scrofe sono obbligate a comunicare i dati a questo registro. Il rilascio di ammoniaca da fertilizzanti o liquami può causare fenomeni di eutrofizzazione (ovvero l’eccessivo accrescimento degli organismi vegetali e il conseguente degrado dell’ambiente divenuto poco rigoglioso) in fiumi, laghi e mari per l’eccessivo arricchimento di sostanze nutritive. L’ammoniaca è causa inoltre di inquinamento atmosferico da particolato fine, con conseguenti impatti sulla salute umana e può influire negativamente sulle vie respiratorie. Questo è un problema serio per le persone che lavorano nel settore agricolo, dato che possono sviluppare asma e altre malattie croniche e una ricerca ha mostrato che il semplice vivere in prossimità di allevamenti intensivi potrebbe influire negativamente sull’apparato respiratorio. Chi vive nelle vicinanze di allevamenti industriali potrebbe subire le conseguenze anche dal punto di vista economico. In Polonia, ad esempio, i ricercatori hanno verificato che in alcune aree il valore delle proprietà residenziali nelle vicinanze degli allevamenti intensivi di pollame è diminuito significativamente.

In Italia, secondo i dati E-PRTR, nel 2015 circa 874 allevamenti hanno emesso più di 10 tonnellate di ammoniaca (NH3). Il numero di società (alcune delle quali hanno riferito emissioni di ammoniaca per più di un allevamento) incluse nell’E-PRTR è di 739. In quell’anno queste aziende hanno emesso 46 mila tonnellate di ammoniaca. Ciò rappresenta il 12,8% delle emissioni totali di ammoniaca del comparto agricolo del Paese. In altre parole, l’87,2% delle emissioni di ammoniaca del comparto agricolo non viene registrato nell’E-PRTR. Il totale delle emissioni di ammoniaca del settore agricolo italiano nel 2015 ha raggiunto le 378 mila tonnellate, che rappresentano il 95% delle emissioni totali di ammoniaca dell’intero Paese. I sussidi alla PAC sono stati versati a circa il 67% delle 739 società inquinanti, ovvero a 495 aziende agricole. Queste aziende hanno ricevuto 25,64 milioni di euro in sussidi alla PAC.

“Il Pianeta nel piatto” (qui la petizione) è l’iniziativa di Greenpeace contro gli allevamenti intensivi che stanno divorando il pianeta. Per produrre e vendere sempre più carne si distruggono intere foreste, si sottopongono gli animali a trattamenti atroci e si inquinano acqua, suolo e aria. Gli impatti legati agli allevamenti intensivi sono insostenibili, perciò green peace chiede all’unione europea e al governo italiano di tagliare i sussidi agli allevamenti intensivi e sostenere aziende agricole che producono con metodi ecologici.  L’iniziativa di Greenpeace ci invita a riflettere su cosa mangiamo e la risposta a questo quesito determinerà il futuro dei nostri figli e di molte altre specie che abitano il pianeta. Gli allevamenti intensivi fanno sì che la carne arrivi a buon mercato sugli scaffali dei nostri supermercati ma il prezzo più alto lo paga il nostro pianeta in termini di deforestazione (per creare aree di pascolo e produrre mangimi), perdita di biodiversità, emissioni e inquinamento dell’acqua e del suolo.Inizio modulo Greenpeace chiede di cambiare le regole dei sussidi in quanto nel 2021 l’Europa applicherà la nuova “Politica Agricola Comune” (PAC) ovvero l’insieme di regole per l’assegnazione di sussidi e incentivi agli agricoltori e allevatori europei. Greenpeace avverte che la problematica consiste nel fatto che questi fondi non vengono assegnati in modo equo poiché la PAC sostiene in modo sproporzionato grandi aziende di stampo intensivo e industriale. Il risultato è quello di spingere verso un continuo accorpamento e intensificazione, contribuendo alla scomparsa delle aziende agricole di dimensioni minori e più sostenibili.  Lo scopo di Greenpeace è quello di sviluppare una coscienza alimentare globale e inclusiva, per questo richiede di: mettere fine a sussidi e politiche che sostengono la produzione intensiva di carne e prodotti lattiero-caseari; incrementare sussidi e adottare politiche che promuovano la produzione di alimenti da aziende agricole ecologiche e locali; adottare politiche che guidino il cambiamento delle abitudini alimentari e dei modelli di consumo, finalizzati a raggiungere l’obiettivo di ridurre del 50% il consumo di carne e prodotti lattiero-caseari, entro il 2050.

Il prossimo 2 maggio la Commissione europea dovrebbe pubblicare una bozza del prossimo bilancio Ue, a partire dal 2020, che includerà le spese della PAC. All’inizio di giugno, è attesa anche la pubblicazione della sua proposta di riforma della PAC.

Rainer Maria Baratti
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