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Arabia Saudita: verso la diversificazione economica

SA

 

Nelle scorse settimane, l’Arabia Saudita è stata al centro di intense trattative diplomatiche, rivolte prevalentemente a stringere importanti accordi economici per il paese. Non è una coincidenza, infatti, che alcuni degli attori coinvolti in queste trattative siano proprio le tre più forti economie mondiali: Stati Uniti, Cina e Giappone. Infatti, mentre Re Salman bin Abdulaziz Al Saud ha intrapreso un viaggio di sei settimane in Asia, il suo Ministro dell’Energia Khalid Al-Falih si è recato a Washington, dove ha incontrato il Presidente americano Donald Trump.

Una così intensa attività va al di là delle normali “routine” diplomatiche, soprattutto se si considera che la visita del monarca saudita in Giappone rappresenta la prima visita di un sovrano del Medio Oriente negli ultimi cinquant’anni. Cosa si cela, perciò, dietro questa agenda ricca di appuntamenti? Sicuramente il petrolio. Per decenni, la vasta disponibilità di petrolio unita alle rigide regolamentazioni imposte dalla monarchia saudita -che hanno ripetutamente scoraggiato gli investimenti stranieri nei mercati del regno- hanno fatto del petrolio l’unica e sola fonte di entrate del regno.

Tuttavia, il recente crollo del prezzo del petrolio ha preoccupato Riad. E le previsioni del Fondo Monetario Internazionale non hanno rincuorato particolarmente: si prevede, infatti, un calo della crescita economica della monarchia dal 4% allo 0,4% nel corso del anno corrente. Di conseguenza, l’Arabia Saudita sta esplorando nuovi sentieri economici, non ultimo attirare capitali stranieri e sviluppare diversi settori industriali. La strategia di breve termine prevede, infatti, investimenti e sviluppo delle infrastrutture, in particolare elettricità e trasporti. Nel lungo termine, invece, il progetto “Vision 2030” presenta obiettivi e aspettative basati su tre pilastri principali: mantenere un ruolo di leadership nel mondo arabo e musulmano, diventare un centro di investimenti a livello globale e un ponte di collegamento tra Asia, Europa e Africa.

Date queste premesse, diventa più comprensibile l’intenso sforzo condotto dalla monarchia saudita per diversificare la propria economia. Tuttavia, è bene analizzare anche le implicazioni politiche che tali visite diplomatiche e accordi commerciali possono avere.

Iniziamo dal Giappone, la prima tappa di re Salman. Come accennato prima, l’arrivo del re saudita nell’isola giapponese non è un evento così frequente, malgrado i paesi godano di buoni rapporti e la monarchia saudita sia il maggiore fornitore di petrolio del paese. Questa volta re Salman ha, però, deciso di recarsi personalmente a Tokyo, dove ha incontrato il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe. I due leader hanno, così, firmato l’accordo “Saudi-Japan Vision 2030”, un progetto governativo che mira a rafforzare la cooperazione economica tra i due paesi.

L’implementazione del progetto porterà Arabia Saudita e Giappone ad essere partner strategici eguali, e assicurerà alle compagnie nipponiche una zona economica protetta nel regno saudita, in modo da facilitare i flussi in entrata nel regno e le partnership commerciali. I progetti di sviluppo presentati nel documento sono legati sia al settore pubblico che privato.

Quest’ultimo vede coinvolti nomi importanti. Toyota sta valutando la possibilità di produrre automobili e componenti meccaniche in Arabia Saudita; Toyobo, invece, collaborerà nello sviluppo di tecnologie per la desalinizzazione delle acque. Diverse banche -tra cui la Mitsubishi Tokyo UFJ Bank- promuoveranno investimenti nel regno, mentre il Softbank Group prevede la creazione di un fondo di investimenti nel settore tecnologico del valore di 25 miliardi di dollari.

Il Giappone si pone, dunque, come attore chiave per la diversificazione economica della monarchia saudita. Tuttavia, a supportare queste più intense relazioni tra i due paesi vi sono anche motivazioni politiche. Il governo nipponico cerca, infatti, di sostenere la stabilità economica e politica dell’Arabia Saudita, in quanto fattore chiave per mantenere la stabilità nella regione. La competizione tra Arabia Saudita ed Iran per la leadership nel Medio Oriente sta deteriorando la sicurezza e la stabilità della regione ormai da decenni. Il Giappone possiede relazioni amichevoli con entrambi i paesi e invita gli stessi ad intraprendere un dialogo produttivo che possa portare ad una pacifica soluzione delle loro controversie. Aiutare l’Arabia Saudita a rafforzare la propria economia, specialmente in un momento così critico per il mercato dell’oro nero, è essenziale al fine di mantenere una sorta di equilibrio tra le due potenze mediorientali, considerando, inoltre, come i rapporti con gli Stati Uniti -storico alleato e colonna portante della politica estera saudita- abbiano recentemente attraversato un periodo piuttosto difficile.

Proseguendo verso ovest, re Salman ha raggiunto la Cina, com’è noto secondo maggior importatore del petrolio saudita e terza maggiore economia mondiale. Come per il Giappone, la monarchia saudita è la fonte primaria per il fabbisogno energetico della Repubblica. Le due nazioni hanno ampliamente rafforzato i propri rapporti firmando accordi economici e commerciali per un valore di circa 65 miliardi di dollari. All’interno di questa partnership troviamo investimenti nei settori manifatturiero ed energetico, nonché nelle attività petrolifere. Inoltre, tali accordi includono anche un Memorandum of Understanding (MoU) tra la compagnia petrolifera Saudi Aramco e la Cina North Industries Group Corp (Norinco) per quanto riguarda la costruzione di impianti chimici e di raffinazione in Cina. Sinopec e Saudi Basic Industries Corp (SABIC) hanno stretto un accordo per lo sviluppo dell’industria petrolchimica sia in Arabia Saudita che in Cina.

Bisogna sottolineare che una più stretta relazione economica tra la monarchia saudita e la Cina giochi a beneficio di entrambi i paesi. Da un lato, infatti, l’Arabia Saudita può intravedere nuove opportunità di commercio in settori diversi da quello petrolifero, pur confermando il suo ruolo di maggior partner energetico della Cina; dall’altro lato, il mercato cinese può godere degli ulteriori investimenti arabi, nonché della posizione strategica dell’Arabia Saudita nel Medio Oriente. Infatti, l’influenza politica, religiosa ed economica della monarchia saudita nel mondo arabo è fattore fondamentale per l’iniziativa cinese “One belt, one road”, che mira a rafforzare la cooperazione tra Eurasia e Cina.

Anche l’Arabia Saudita, però, ottiene i vantaggi strategici desiderati. Limitatamente alla sua sicurezza nazionale, la monarchia ha sempre fatto un forte affidamento sull’alleanza con la potenza americana e la presenza militare di questa nel Golfo. Tuttavia, durante l’amministrazione Obama, i rapporti tra i due paesi si sono progressivamente incrinati. Motivo principale la mancanza -ad occhi di Riad- di determinazione nel gestire i tentativi dell’Iran di potenziare le proprie capacità nucleari, mettendo, così, ulteriormente a rischio la stabilità della regione. In passato la Cina ha sempre evitato di interferire nelle dinamiche mediorientali, cercando di mantenere una posizione neutrale tra i due rivali -Arabia Saudita e Iran- e sottolineando la necessità di un dialogo tra questi. Tuttavia, ci sono stati alcuni cambiamenti.

Nel 2016, la Cina ha offerto la propria cooperazione militare al regime di Bashar al-Assad e supportato il governo yemenita contro i ribelli Houthi, sostenuti a loro volta dall’Iran (l’Arabia Saudita è, inoltre, a guida di una coalizione militare a favore del governo). Infine, il governo cinese ha recentemente firmato un accordo per la creazione di una fabbrica di droni “hunter-killer” (cacciatore-assassino) in Arabia Saudita, tra l’altro la prima in Medio Oriente.

Vedremo, dunque, progressivamente la Cina rimpiazzare gli Stati Uniti in Medio Oriente? Ancora presto per dirlo, soprattutto dati gli ultimi avvenimenti in Siria. In ogni caso, sembra evidente che Pechino abbia tutto l’interesse ad assumere un ruolo preponderante nella promozione della sicurezza e della stabilità della regione, forte delle capacità militari ed economiche che consentono di poterlo fare.

E giungiamo dunque, all’ultimo grande pezzo di questo puzzle: gli Stati Uniti. Come citato precedentemente, l’amministrazione Obama ha messo a dura prova i rapporti tra la potenza occidentale e la monarchia saudita. Il nodo centrale delle tensioni riguarda la firma con l’Iran dell’accordo multilaterale sul nucleare, che consente alla Repubblica Islamica di vendere petrolio potendo controllarne più liberamente il prezzo, nonché di attirare investimenti nel settore energetico, alimentando, così, la competizione con il maggiore esportatore, ovvero l’Arabia Saudita. È vero, altresì, che la nuova presidenza ha mostrato da subito un approccio piuttosto diverso verso l’Iran, imponendo immediatamente sanzioni contro alcune entità coinvolte nel programma nucleare.

La visita del ministro saudita a Washington sembra, infatti, aprire una nuova fase nei rapporti USA-Arabia Saudita. Il Ministro dell’Energia Khalid Al’Falih e il vice principe ereditario Mohammed bin Salman hanno incontrato il Presidente Trump alla Casa Bianca. Come ribadito dal ministro saudita, le relazioni tra USA e la monarchia sono essenziali per la stabilità a livello globale, e sembrano ora ad un ottimo livello, come mai raggiunto in passato. Infatti, i due paesi sono allineati sui temi di maggiore importanza, come affrontare l’aggressione iraniana e combattere l’ISIS, ma godono, inoltre, dei benefici derivanti dai buoni rapporti personali che intercorrono tra il presidente e il vice principe ereditario.

A livello economico, si prospettano nuovi investimenti nel settore energetico, industriale, tecnologico e delle infrastrutture. Secondo quanto riportato dal Financial Times, l’Arabia Saudita sarebbe pronta ad investire fino a 200 miliardi di dollari nell’infrastruttura americana, pilastro fondamentale dell’agenda politica di Trump. “Il programma infrastrutturale di Trump e della sua amministrazione-spiega Falih- ci interessa molto, in quanto allarga il nostro portfolio di attività e apre nuovi canali per investimenti sicuri, a basso rischio ma con un cospicuo ritorno economico, esattamente ciò che stiamo cercando”.

 

Queste sono soltanto alcuni degli accordi e trattative commerciali che l’Arabia Saudita sta al momento conducendo, ma aiutano a capire il nuovo corso economico del paese. Tali accordi rappresentano, infatti, un “piano B” contro il crollo del reddito derivante dal petrolio, nonché la possibilità di rafforzare e diversificare le capacità economiche del paese, che può contare non solo sul greggio, ma anche su altre risorse, tra cui il fosfato, l’oro, l’uranio ed altri minerali. Sviluppare nuovi settori permette, inoltre, di attirare investimenti stranieri e di creare opportunità di lavoro per la popolazione locale giovane ed ambiziosa.

Uno dei maggiori rischi di un così vasto network di trattative economiche è chiaramente la reazione che i diversi partner posso avere in relazione ad accordi stipulati con altri paesi. È risaputo che gli accordi commerciali abbiano ripercussioni anche a livello politico. Di conseguenza, una delle maggiori sfide per i leader sauditi consiste proprio nel perseguire i propri obiettivi in campo economico, cercando, tuttavia, di mantenere una posizione di equilibrio nei rapporti con i suoi alleati e nazioni amiche, soprattutto lì dove alcuni di questi partner non godono di relazioni troppo amichevoli.

Un chiaro esempio è la Cina. Nonostante il decennale mancato interesse per le questioni mediorientali, la Cina si pone ora come attore chiave nella regione, come mostra il supporto offerto in Yemen e Siria, ma anche il tour condotto da una nave da guerra cinese nelle acque del Golfo (gennaio 2017). Ovviamente, l’Arabia Saudita accoglie in modo positivo un tale supporto, in quanto può aiutare a contenere l’influenza dell’Iran. È, tuttavia, importante non creare attriti con lo storico alleato USA. La nuova amministrazione ha mostrato, infatti, un approccio totalmente opposto ai problemi della regione -Siria ed Iran- e potrebbe essere un grave errore strategico avvicinarsi eccessivamente ad un nuovo alleato. Un simile atteggiamento potrebbe dare l’impressione che un nuovo garante della sicurezza della regione abbia rimpiazzato gli Stati Uniti, un cambiamento che il Presidente Trump potrebbe non accettare facilmente.

 

In conclusione, la diversificazione dell’economia saudita è senza dubbio una mossa intelligente e necessaria. Tuttavia, essa si proietta al di là della mera sfera economica, andando a definire la posizione politica della nazione, come potenza regionale ma anche nei suoi rapporti con gli altri attori stranieri coinvolti nelle vicende politiche del Medio Oriente. Sembra che Riad stia cercando di stringere i legami proprio con quei paesi che hanno maggiore interesse -ma anche capacità economiche e militari- a contribuire alla stabilità regionale, cercando, altresì, di ottenere da questi il maggior supporto possibile contro il nemico numero uno, l’Iran. Cina e Stati Uniti sono in primo piano, ma non bisogna dimenticare la Russia, che negli ultimi anni ha ampliamente sviluppato i suoi rapporti con l’Arabia Saudita e possiede, inoltre, forti interessi politici e strategici in Medio Oriente Da monitorare, infine, lo sviluppo della guerra in Siria, soprattutto dopo il lancio del missile americano Tomahawk sulla base aerea siriana, particolarmente gradito da Riad.

È probabile che la futura strategia economica del Regno seguirà le necessità politiche e strategiche del paese, confermando ancora una volta la forte correlazione tra la dimensione economica e politica, ma anche l’importanza che un’economia forte ed indipendente ha nel mantenere un ruolo leader nella regione.

 

Paola Fratantoni

Perché Shinzo Abe renderà omaggio alle vittime di Pearl Harbour

AMERICHE/Asia di

L’alleanza tra Usa e Giappone sembra destinata a rafforzarsi ulteriormente nel prossimo futuro. Il primo segnale era stato l’incontro “franco e cordiale” tra il presidente eletto Trump ed il premier nipponico Shinzo Abe dello scorso 17 novembre, primo meeting informale per l’amministrazione entrante con un capo di governo straniero. Il secondo passo, ben più significativo sul piano simbolico e politico, è l’annuncio della visita di Abe a Pearl Harbour, in concomitanza con le celebrazioni in memoria dell’attacco aereo giapponese sul porto statunitense delle Hawaii, che causò 2400 vittime e spinse gli Usa ad entrare in guerra 75 anni fa, il 7 dicembre del 1941.

La visita, programmata per la fine di Dicembre, si preannuncia come un gesto di portata storica che punta a rafforzare il legame tra i due paesi e ad inaugurare un nuova fase nelle relazioni bilaterali tra le sponde del pacifico. Gli aspetti più concreti e terreni riguardano la necessità giapponese di ridurre le incertezze riguardanti la futura politica statunitense nei confronti del Sol Levante, alimentate dalla sregolata campagna presidenziale di Trump che, tra le altre cose, aveva esortato Tokio a contribuire maggiormente alle spese per le basi militari americane sul suolo giapponese.

La visita culminerà con un incontro al vertice tra il premier nipponico ed il presidente uscente Obama, i prossimi 26 e 27 dicembre, recapitando un chiaro messaggio alla nuova amministrazione: l’alleanza funziona così com’è e non deve essere messa in discussione. Obama e Abe hanno infatti contribuito in modo convinto, in diverse occasioni, a cementare la cooperazione strategica tra i rispettivi paesi. Nel 2015 le linee guida di difesa comune sono state aggiornate e le Forze di Auto-Difesa giapponesi sono state autorizzate ad intervenire a fianco dell’esercito americano nell’ambito di un limitato numero di scenari.

Trump, invece, non è stato tenero con il Giappone durante la recente campagna presidenziale. Dopo aver chiesto più soldi per continuare a garantire la presenza delle basi militari americane nell’arcipelago, il candidato Trump aveva criticato Obama per aver fatto visita ad Hiroshima, nel ruolo di primo presidente americano a rendere omaggio alle vittime del bombardamento nucleare che pose fine alla guerra mondiale nel Pacifico. Secondo Trump, in quell’occasione Obama avrebbe dovuto ricordare anche le vittime dell’attacco giapponese a Pearl Harbour dove “migliaia di vite americane sono andate perdute”.

La prossima visita di Abe servirebbe dunque a compensare il gesto di apertura di Obama e a offrire alla nuova amministrazione l’immagine di un Giappone disposto a guardare al passato con occhi diversi. Secondo l’analista Kent Calder della John Hopkins University, la visita di Abe renderà l’alleanza col Giappone più digeribile per i sostenitori di Trump, facilitando le relazioni future.

Sul fronte nipponico, Abe è sempre sembrato disposto a mettere in discussione quella pagina della storia nazionale, riconoscendo almeno in parte le responsabilità del suo paese. Durante una sessione congiunta del Congresso, lo scorso anno, il primo ministro del Sol Levante ha fatto espresso riferimento, per la prima volta, all’attacco di Pearl Harbour, pur senza offrire scuse ufficiali. Anche in previsione della visita di fine dicembre, la questione delle scuse rimarrà sospesa. Abe intende portare “conforto” alle vittime dell’attacco giapponese di 75 anni fa e rendere omaggio alla loro memoria, ma non è lecito attendersi l’uso di un linguaggio diretto che possa essere letto in patria come la formulazione di scuse pubbliche nei confronti del nemico di allora.

Sul fronte americano, la visita di Abe potrebbe urtare i sentimenti dei reduci e dei parenti delle vittime, una preoccupazione cui l’amministrazione entrante è certamente molto sensibile. Anche Josh Earnest, l’attuale Press Secretary della Casa Bianca, non esclude che la visita giapponese possa amareggiare le vittime dell’attacco, anche a distanza di così tanto tempo. Earnest si dice però fiducioso che in molti metteranno da parte la propria dose di amarezza, riconoscendo la portata storica dell’evento.

La visita si prospetta dunque come un successo per Obama, che cerca di consolidare la propria legacy con una vittoria simbolica e diplomatica nel momento in cui le sue principali conquiste sul fronte internazionale, l’accordo sul nucleare iraniano e il riavvicinamento tra Washington e La Havana, rischiano di essere travolti dall’onda della nuova amministrazione Trump.

A raccoglierne i frutti migliori sarà però Shinzo Abe. La visita servirà al primo ministro per scrollarsi di dosso l’etichetta del revisionista storico, che lo accompagna dal momento della sua elezione e che ne offusca l’immagine in patria e sopratutto all’estero. Fumiaky Kubo, uno storico interpellato dal Japan Time, sostiene che Abe, nonostante la cattiva fama, abbia fatto “più progressi nel percorso di riconciliazione bellica di qualunque altro primo ministro. Questo potrebbe essere un modello di riconciliazione su cui entrambe le parti potrebbero basare i propri sforzi”.

Nel momento in cui il TPP (Partenariato Trans Pacifico) sembra destinato al fallimento e la disputa territoriale sulle isole tra Kamcatka e Hokkaido che contrappone il Giappone alla Russia è ferma su un binario morto, un rafforzamento della partnership con gli USA potrebbe essere quello di cui Abe ha bisogno per rilanciare la sua azione di governo sul teatro internazionale. Anche a costo di annacquare la verve nazionalistica che lo ha sempre caratterizzato.

Il premier Giapponese si fida di Trump

AMERICHE/Asia di

“Sono convinto che Trump sia un leader affidabile”. Dopo l’incontro di giovedì nella Trump Tower di Manhattan, il premier giapponese Shinzo Abe, primo leader mondiale ad incontrare il presidente-eletto Trump, si è detto certo che la nuova amministrazione americana si dimostrerà un partner affidabile per il suo paese. Di fronte ai cronisti il premier giapponese ha definito come “franco e sincero” il suo incontro con Trump.  “Il colloquio – ha dichiarato – mi ha convinto che possiamo costruire una relazione di fiducia reciproca.”

Probabilmente il governo giapponese sperava in una vittoria di Hillary Clinton alle elezioni americane dello scorso 8 novembre, anche in ragione delle dichiarazioni poco rassicuranti fatte da Trump in campagna elettorale. Abe aveva registrato con un certo allarme alcune affermazioni del candidato Trump circa la necessità per il Giappone di contribuire maggiormente, in termini economici, all’assistenza delle truppe americane sul suolo nipponico e di dotarsi di un arsenale nucleare come deterrente alle minacce della Corea del Nord. Un altro punto problematico emerso durante la campagna elettorale riguarda l’opposizione dichiarata da Trump all’accordo commerciale di Partnership Trans-Pacifica, su cui invece il governo giapponese ha fortemente puntato. Abe ha dunque voluto incontrare Trump per esprimere le proprie preoccupazioni e, al contempo, ribadire l’impegno del suo governo per rafforzare l’alleanza con gli USA, oggi più che mai centrale per il Giappone in termini diplomatici e strategici, soprattutto per contenere la Cina e le sue mire egemoniche sull’area del pacifico.

Il premier Abe non ha però fornito troppi particolari sui contenuti del colloquio. Sostanzialmente si è trattato di un incontro preliminare, di reciproca conoscenza, nel quale i due leader hanno evitato di scendere nel dettaglio. E’ stato però concordato che dopo il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, verrà concordato un nuovo incontro per “coprire un’area più vasta di questioni in modo più approfondito”. “Ogni ulteriore approfondimento – ha ribadito Kellyanne Conway, influente membro del team elettorale di Trump – circa le relazioni politiche tra Giappone e Stati uniti dovrà attendere fino al momento dell’inaugurazione (della nuova amministrazione)”.

Sembra comunque che l’incontro sia servito a ridimensionare le preoccupazioni giapponesi sulle future iniziative del nuovo presidente USA sullo scacchiere asiatico. Katsuyuki Kawai, consigliere del presidente Abe, ha incontrato a Washington diversi membri del transition team e alcuni legislatori, ricevendo rassicurazioni sul futuro delle relazioni USA-Giappone. “Non dobbiamo prendere ogni parola pronunciata pubblicamente dal sig. Trump in senso letterale”, ha dichiarato dopo il tour di colloqui.

L’incontro, nelle dichiarazioni dei protagonisti, è dunque servito a ribadire la solidità del legame tra i due alleati. Alcuni analisti considerano però prematura l’iniziativa del primo ministro giapponese, dal momento che Trump non ha ancora assunto ufficialmente la presidenza ed è completamento assorbito dalla formazione della propria squadra di governo. Koichi Nakano, politologo della Sophia Univesrity intervistato dalla CNN, ha espresso il suo scetticismo sulla mossa di Abe: “Cosa ci vuole guadagnare? Non ne ho idea. Non ha neanche parlato con un vero presidente, allo stato attuale”.

Meno categorico Jeffrey Kingston, direttore del dipartimento di Studi Asiatici alla Japan’s Temple University, che, interpellato nuovamente dalla CNN, ha dato una lettura positiva del colloquio, quanto meno dal punto di vista del primo ministro giapponese. Secondo Kingston infatti, Abe avrebbe una particolare simpatia per una certa categoria di leader, alla quale lo stesso Trump rischia di appartenere. “Se guardiamo alle figure che Abe ammira, a livello mondiale, vediamo che gli piacciono i leader forti come Putin, Modi e Erdogan, quelli che anno tendenze dispotiche”.

Al di là delle simpatie personali, la nuova amministrazione Trump dovrà guardare con grande attenzione all’Asia nei prossimi anni e si troverà a fronteggiare una Cina sempre più forte. In tale contesto l’alleanza col Giappone rivestirà un ruolo strategico ed imprescindibile.

Mitsubishi: dati emissioni truccate

Asia di

Un nuovo “caso VolksWagen” si profila sull’orizzonte del sol Levante, seppur su scala minore. E’ di ieri la notizia che la Mitsubishi Motors, storica casa giapponese di automobili (e non solo), ha ammesso di aver truccato i dati relativi all’efficienza energetica di alcuni suoi veicoli.

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Il presidente del gruppo Tetsuro Aikawa ha indetto una conferenza stampa a Tokio per scusarsi con i clienti, e gli stakeholders della Mitshubishi, rivelando che i dati relativi a 625 mila veicoli sono stati manipolati in modo improprio per aumentare i valori del chilometraggio e simulare un minore consumo di carburante. 157 mila di questi sarebbero marchiati Mitsubishi, mentre i restanti 468 mila sarebbero stati prodotti per la Nissan. In tutti i casi si tratta di mini auto con una cilindrata di 660 cc, molto popolari sul mercato nipponico.

La compagnia ha inoltre ammesso di aver violato la legge nipponica, adottando metodologie di test irregolari sin dal 2002. La rivelazione ha spinto  Ministero dei trasporti giapponese ad avviare un’indagine giudiziaria per verificare l’effettiva portata della falsificazione e del danno relativo inflitto ai consumatori.

L’unica danno certo, per ora, è quello che la Mitsubishi ha inflitto al valore delle sue stesse azioni: dopo la conferenza stampa di Aikawa, infatti, il valore di capitalizzazione sulla borsa di Tokio è crollato del 15 per cento: una dura battuta di arresto per i profitti del sesto produttore giapponese di veicoli a motore, fino a quel momento sospinti dalla crescita della domanda globale di automobili.

I problemi, del resto, potrebbero non limitarsi ai veicoli fino ad ora identificati, poiché il gruppo sta svolgendo ulteriori indagini interne per stabilire se anche le macchine vendute fuori dal Giappone siano state testate con le stesse irregolari metodologie.

Secondo una prima stima fatta da un analista di JP Morgan, lo scandalo potrebbe costare alla holding circa 50 milioni di Yen (450 milioni di dollari), comprensivi dei risarcimenti e dei costi di sostituzione delle parti non a norma delle auto. Ma il vero danno, per la casa nipponica, potrebbe essere la compromissione dell’affidabilità del brand, le cui ricadute in termini economici non sono al momento quantificabili.

Le rivelazioni hanno prodotto un’immediata reazione da parte delle autorità giapponesi. La polizia ha condotto un blitz in una delle sedi principali della Mitsubishi Motors, nella città di Okazaki, per raccogliere documentazione ed ha intimato alla società di fornire, entro il limite tassativo del 27 aprile, un rapporto dettagliato sulla situazione e sui test fino ad ora condotti sui veicoli. Lo scopo delle autorità è capire come siano stati falsificati i test e verificare che lo scandalo non abbia proporzioni maggiori di quelle fino ad oggi emerse.

Non è la prima volta che la Mitsubishi si trova costretta a riconquistare la fiducia dei consumatori. All’inizio degli anni 2000 il colosso giapponese dovette affrontare un altro scandalo, quando emerse che alcune sue automobili presentavano una serie di gravi difetti, con freni e frizioni mal funzionanti e serbatoi che si staccavano dal veicolo durante la marcia.

Lo scandalo Walkswagen, costato alla casa di Wolfsburg 6,7 miliardi di dollari e la perdita di importanti quote di mercato, non è dunque rimasto un caso isolato e solo il futuro ci dirà quanti altri produttori hanno truccato i dati sulle emissioni, truffando i consumatori, per aggiungere qualche zero ai propri profitti.

 

Luca Marchesini

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Cina: missili su un’isola contesa

Asia/BreakingNews di

 

Il 14 febbraio scorso le immagini catturate da un satellite hanno mostrato la presenza di nuove installazioni di tipo militare su una piccola isola dell’arcipelago delle Paracels, nel Mar Cinese Meridionale, occupata dalla Cina e rivendicata dai suoi vicini, in particolare Taiwan e Vietnam. L’isola, un tempo denominata Woody sulle carte nautiche, venne annessa da Pechino nel 1956 con il nome di Yongxing.

Si tratta probabilmente di udue batterie HQ-9, capaci di armare otto missili terra aria-ciascuna, con un raggio di lancio che gli esperti stimano in circa 200 chilometri, in grado di colpire velivoli, missili da crociera e balistici. Il loro dispiegamento aggrava ulteriormente la tensione lungo le acque già agitate del Mar Cinese Meridionale, teatro da alcuni anni di una disputa territoriale su larga scala, con importanti risvolti politici, strategici ed economici, alla quale partecipano tutte le potenze della regione, Giappone compreso, e gli Stati Uniti, intenzionati a difendere  la propria libertà di navigazione militare e commerciale nell’area e a limitare le velleità espansionistiche di Pechino.

La rivelazione, diffusa ieri delle autorità di Taiwan, ha indispettito i cinesi che, in un primo momento, hanno tuonato contro le menzogne della propaganda filo-occidentale e, successivamente, hanno ribadito il proprio diritto ad installare armamenti di “auto-difesa” sulle isole abitate da personale civile e militare cinese, “secondo la legge internazionale”.

La preoccupazione maggiore, per gli americani ed i loro alleati nell’area, è che Pechino porti avanti un progetto unilaterale di militarizzazione nella regione, fortificando, ufficialmente a scopo difensivo, un numero sempre maggiore di isole e neo-isole artificiali, realizzate ex-novo dagli ingegneri cinesi attraverso massicce opere di drenaggio dei fondali sabbiosi, lì dove un tempo esistevano solo tratti semi-sommersi di barriera corallina.

L’isolotto di Yongxing in effetti già disponeva di una pista aerea e, nel novembre del 2015, i satelliti avevano catturato l’immagine di un jet militare cinese atterrato sull’avamposto. I missili terra area, secondo gli esperti interpellati dalla BBC, potrebbero essere un avvertimento rivolto al Vietnam, che continua a avanzare le proprie rivendicazioni sull’arcipelago, e agli Stati Uniti, dopo che, nel gennaio scorso, un incrociatore a stelle e strisce si era avvicinato alle coste dell’isola.

Per ora Pechino ha evitato di dispiegare installazioni militari sulle isole contese dell’arcipelago delle Spratly, molto lontano dalle acque territoriali cinesi  e incastonato tra Vietnam, Malesia e Filippine, che ne rivendicano a loro volta il possesso. Se l’escalation dovesse spingersi così a sud, quella cinese sarebbe percepita non più come una semplice provocazione ma come un atto ostile esplicito, con conseguenze difficili da prevedere.

La disputa relativa al Mar Cinese Meridionale è stata affrontata anche durante il vertice, appena conclusosi in California, tra gli Stati Uniti ed i paesi dell’ASEAN, l’organizzazione che riunisce gli stati del sud-est asiatico. Solo ieri il Presidente Obama, alla conclusione del meeting, aveva ribadito l’appello americano ad interrompere ogni ulteriore “ rivendicazione, nuova costruzione e militarizzazione”, riferendosi indirettamente alle attività cinesi nell’area. Obama ha anche affermato che gli USA continueranno “a volare, navigare ed operare ovunque sia consentito dalle leggi internazionali”, aggiungendo che gli Stati Uniti forniranno il loro supporto agli alleati nella regione perché possano fare altrettanto. Un supporto che è stato invocato esplicitamente, in modo abbastanza sorprendente, dal Primo Ministro Vietnamita durante il vertice. Il premier Nguyen Tan Dung si è rivolto direttamente a Obama per chiedere che gli USA abbiano “una voce più forte e mettano in campo azioni maggiormente funzionali ed efficaci”per ottenere l’interruzione di tutte le iniziative volte a cambiare lo status quo, riferendosi chiaramente ala Cina ed alle sue attività costruttive nell’arcipelago Spratly.

Lo scopo del vertice era quello di trovare nove soluzioni comuni per contrastare l’espansionismo di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e preservare il diritto alla libera navigazione, interesse geopolitico prioritario per gli Stati Uniti in quella fetta di mondo. La scelta cinese di dispiegare di una batteria missilistica sull’isola di Yongxing in concomitanza con il vertice USA-ASEAN non è ovviamente casuale e tende a ribadire l’intenzione di Pechino di disporre come meglio crede dei territori sotto il suo controllo.

Per gli americani ed i suoi alleati l’escalation militare, anche se su scala ridotta, ha il sapore della provocazione. Un ufficiale americano ha dichiarato ai microfoni della CNN che il dispiegamento dei missili, avvenuto  a vertice in corso, è stato “un’ulteriore dimostrazione del tentativo unilaterale della Cina di cambiare lo status quo” nel Mar Cinese Meridionale. Sulla stessa linea il Giappone, che per bocca del Segretario Capo di Gabinetto Yoshihide Suga ha bollato come inaccettabile l’iniziativa di Pechino.

La disputa sembra destinata ad inasprirsi, soprattutto se la Cina deciderà di procedere nella creazione di infrastrutture militari sulle isole sotto il suo controllo, spingendosi ancora più a sud. Un’altra variabile in gioco riguarda le risorse energetiche e minerarie che potrebbero nascondersi sotto i fondali corallini. Le indagini geologiche e le trivellazioni non sono ancora iniziate, almeno ufficialmente, ma la scoperta di giacimenti di petrolio o gas naturali potrebbe compromettere ulteriormente i rapporti tra le potenze che si affacciano su quella fetta di oceano.

 

Luca Marchesini

 

Corea del Nord, e ora?

Asia di

All’indomani dell’annuncio trionfale di Pyongyang, che ha dichiarato di aver testato con successo la prima bomba all’idrogeno realizzata negli impianti nucleari della Corea del Nord, una domanda rimbalza tra le Nazioni Unite e le cancellerie delle principali potenze globali: cosa fare ora?

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Per adesso, va detto, prevale lo scetticismo, sulla reale portata della detonazione nucleare ottenuta dai tecnici di Pyongyang. L’esplosione, avvenuta nel nord del paese, non distante dal confine con la Cina, è stata registrata dai sismografi con una potenza compresa tra 4.8 e  5.1 sulla scala Richter. Secondo gli esperti sudcoreani, una simile risposta sismica potrebbe equivalere ad una potenza di sei kilotoni, circa un terzo di quella sprigionata della bomba sganciata su Hiroshima nel 1945 e sostanzialmente incompatibile con quella che sarebbe stata prodotta da un ordigno termonucleare, la cui potenza si calcola generalmente in centinaia di kilotoni. Per fare un raffronto, il test termonucleare condotto dagli Stati uniti, nel 1971, sull’isola di Amchitka in Alaska, produsse un terremoto di magnitudo 6.8, esponenzialmente superiore a quello registrato nella giornata di ieri.

Si è forse trattato di una bomba atomica dunque, e non all’idrogeno, per la quale è richiesta una tecnologia di cui il regime del presidente Kim Yong-Un probabilmente ancora non dispone. Ad ogni modo, quello di ieri è il quarto test nordcoreano, dopo quelli del 2006, 2009 e 2013; una provocazione esplicita nei confronti nel nemico americano, della Corea del Sud, del Giappone, dell’alleato cinese, sempre più frustrato dalle iniziative del regime e, in generale, della comunità internazionale. Una risposta appare inevitabile, mentre si studiano nuove strategie per contenere la minaccia coreana nel medio termine.

Il Concilio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha espresso immediatamente la sua ferma condanna, dichiarando che “continua ad esistere una chiara minaccia alla pace ed alla sicurezza internazionali” ed ha annunciato nuove misure contro Pyongyang per le quali si attende, a breve, una risoluzione.

Tra i più decisi, l’ambasciatore giapponese all’ONU, Motohide Yoshikawa, che ha invocato una risoluzione rapida e vigorosa. “L’autorità e la credibilità del Consiglio – ha detto – sarebbero messe in discussione se non prendesse queste misure”. Non è però ancora chiaro quale tipo di sanzioni dovrebbero essere adottate ed in quali tempi, mentre la Russia tira il freno, per bocca del suo ambasciatore, non garantendo al momento il sostegno di Mosca all’adozione di ulteriori sanzioni. In effetti Pyongyang sembra determinata ad andare avanti sulla strada del nucleare, nonostante le condanne internazionali e le sanzioni innescate dai precedenti test atomici. Perché dovrebbe essere diverso questa volta?

Un dubbio che non viene coltivato dagli avversari storici del regime. Stati uniti, Corea del Sud e Giappone  hanno dichiarato di essere pronti ad una risposta unitaria nei confronti di Pyongyang. Il presidente Obama ha parlato sia con il premier Sudcoreano Park Geun-Hye che con il primo ministro giapponese Shinzo Abe ed ha poi dichiarato che tre leader hanno deciso di “lavorare insieme per forgiare una risposta forte e internazionale all’incosciente comportamento della Corea del Nord”. Gli ha fatto eco il Presidente Abe: “siamo d’accordo che la provocazione della Corea del Nord è inaccettabile… ci occuperemo della situazione in modo fermo, cooperando con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU”, aggiungendo però che il Giappone è intenzionato, se lo riterrà necessario, ad intraprendere misure unilaterali. Seul ha infine rilasciato un comunicato ufficiale, chiedendo alla comunità internazionale di “assicurare che la Corea del Nord paghi un prezzo adeguato” per i suoi test nucleari. Parallelamente, ha ristretto gli accessi al parco industriale di Kaesong, gestito congiuntamente dal Nord e dal Sud ed ha annunciato il ripristino delle trasmissioni propagandistiche verso il territorio nordcoreano, interrotte nel 2015 per allentare la tensione con il vicino.

Superata la fase delle reazioni a caldo, organizzato un nuovo pacchetto di sanzioni, resterà da capire cosa fare con un paese che dispone di un arsenale nucleare composto da una ventina di ordigni (atomici o all’idrogeno che siano) e che potrebbe essere in grado oggi, o nel breve termine, di montare una testata nucleare su un missile a medio raggio, capace di minacciare il Sud, il Giappone, le truppe americane stanziate nell’area e, forse, anche le coste occidentali degli Stati Uniti.

Le sanzioni Onu non hanno mai avuto effetti apprezzabili e la strategia della “pazienza strategica”, adottata dall’amministrazione americana, potrebbe essere venata di eccessivo ottimismo. L’idea cioè che bastino le sanzioni a far intraprendere al regime nordcoreano la strada della resa e del disarmo nucleare appare sempre meno convincente. Fino ad oggi, gli USA hanno rifiutato di negoziare, se non alle loro condizioni, con la Corea del Nord, scegliendo dunque una strategia diversa da quella adottata per l’Iran, che ha portato ad i recenti negoziati e al successivo accordo con Theran.

Come sostenuto recentemente da Stephen W. Bosworth, il primo inviato speciale di Obama per la Corea del Nord, “quali che siano i rischi associati a nuovi colloqui, saranno sempre minori di quelli provocati dal non fare nulla”. Poiché nessuna potenza sembra realmente intenzionata a sfidare sul piano militare un nemico temibile con la Corea del Nord, la partita dovrà necessariamente essere giocata sul campo della diplomazia, prima che l’arsenale di Pyongyang si rafforzi ulteriormente e la tecnologia di puntamento dei suoi missili sia portata ad un livello superiore.

La strategia di Kim Yong–Un è chiara: l’ arsenale nucleare è un assicurazione sulla vita del paese e i suoi nemici hanno solo da perdere, di fronte alla prospettiva drammatica di un conflitto. Che lo vogliano o meno, dovranno accettare di sedere al tavolo delle trattative riconoscendo alla Repubblica Democratica Popolare di Corea lo status di potenza nucleare. E’ presto per dire se i fatti gli daranno ragione ma il vento provocato dall’esplosione, per ora, sembra soffiare a suo favore.

 

Luca Marchesini

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Thailandia-Giappone: intesa sul terrorismo

Asia di

Lunedì 16 novembre, nell’ambito dei colloqui bilaterali al margine del Asia-Pacific Economic Cooperation Forum di Manila, il Ministro degli Esteri thailandese Don Pramudwinai e il suo collega giapponese Fumio Kishida hanno raggiunto un accordo preliminare di cooperazione sul fronte della lotta al terrorismo internazionale. L’intesa giunge in risposta agli attentati che hanno insanguinato Parigi nella notte di venerdì scorso e all’attacco subito dalla capitale tailandese nell’agosto di quest’anno, costato la vita a 20 persone.

 

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“La comunità internazionale – ha detto Kishida – dovrebbe essere unita nel condannare risolutamente gli atti di terrorismo”. I due ministri hanno dunque promesso una più stretta cooperazione tra i rispettivi paesi nella lotta alla minaccia terrorista.

4500 imprese e società giapponesi operano in Thailandia e sono oltre 60 mila i cittadini nipponici che vivono e lavorano nel paese. Il Ministro degli esteri Kishida ha dunque chiesto al governo thailandese di fare il possibile per garantire la sicurezza dei suoi concittadini e per proteggere gli investimenti nipponici. Al contempo, ha confermato il supporto del suo governo per lo sviluppo di nuove infrastrutture nel paese del sud-est asiatico, a partire dalla rete ferroviaria.

Il colloquio ha toccato anche il tema del Mar Cinese Meridionale e delle tensioni che coinvolgono le potenze dell’area, per il controllo delle vie di comunicazione marittime. Keshida auspica che l’ASEAN, l’Associazione delle Nazioni del sud-Est Asiatico, lanci un appello congiunto in occasione del prossimo vertice di Kuala Lumpur, per chiedere maggiore stabilità nella regione ed il rispetto dello stato di diritto.

Il Giappone, infatti, è direttamente interessato alla disputa. Benché non abbia rivendicazioni sul fronte territoriale, ritiene cruciale per la sua economia la libera navigazione lungo le acque del Mar Cinese Meridionale e sta esercitando pressione sui paesi del sud-est asiatico per creare un fronte congiunto che possa limitare l’espansionismo cinese. Un obiettivo difficile da raggiungere poiché Pechino agisce parallelamente, sul fronte diplomatico, per rafforzare le proprie posizioni e disinnescare le rivendicazioni dei paesi dell’ASEAN.

Anche le borse asiatiche hanno inizialmente subito gli effetti degli attentati di Parigi, con perdite consistenti all’apertura dei mercati, lunedì scorso. La paura, sulle piazze finanziarie, è durata poco e già da martedì i principali listini del continente sono tornati in territorio positivo, con guadagni superiori al punto percentuale, dopo che le borse europee e americane avevano fatto segnare un primo rimbalzo.

 

Luca Marchesini

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Mar Cinese Meridionale: la grande disputa

Asia/Sud Asia di

Gli attori principali di questa storia sono 4: La Cina, le Filippine, gli USA e il Giappone. La posta in gioco è enorme: il controllo delle acque del Mar Cinese Meridionale, dove si incrociano gli interessi delle potenze in gioco.

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Ormai da mesi, gli Stati uniti sono impegnati in una escalation verbale con la Cina. Pechino, infatti, non nasconde le proprie mire espansionistiche sulla porzione di oceano che bagna le sue coste meridionali e sta costruendo isole artificiali per spostare in avanti di alcune decine di chilometri i limiti delle proprie acque territoriali. Un allargamento forzato dei confini che mette in agitazione anche Vietnam, Filippine e Malesia, che su quello stesso tratto di mare avanzano le proprie rivendicazioni.

La Cina ha più volte intimato agli USA di non esacerbare il clima sorvolando gli isolotti artificiali con i propri apparecchi e portando le navi della flotta a navigare in prossimità delle loro coste. Gli Stati Uniti hanno risposto seccamente, appellandosi al diritto marittimo internazionale, ed hanno assicurato ai propri alleati regionali la collaborazione della marina americana per il controllo delle posizioni cinesi.

Va tenuto a mente che, in questa zona di mondo, il controllo delle acque e la possibilità di mettere i propri vessilli su porzioni anche piccolissime di terra galleggiante ha un valore tutt’altro che simbolico. Di fatto, assicurarsi la possibilità di pattugliare determinate vie di comunicazione marittime, attraverso la costruzione di basi militari, permette di controllare direttamente il commercio navale e le vie di accesso a risorse fondamentali sul piano economico e strategico. Dal controllo di uno scoglio isolato o di un tratto di barriera corallina possono scaturire serie ripercussioni sul fronte della crescita economica e della stabilità politica.

Per la Cina è, prima di tutto, una questione di sovranità regionale, con inevitabili ripercussioni globali. Per gli Stati Uniti, la preoccupazione principale è rappresentata dalla libertà di navigazione nel Pacifico, dove gli USA hanno costruito la propria supremazia, dopo la fine della Guerra Fredda, grazie anche all’aiuto degli alleati regionali, in primis Giappone e Corea del Sud. La Cina ha però da tempo messo in discussione questo assunto, emergendo come nuova potenza nel Mar Cinese Meridionale ed esplicitando le proprie mire egemoniche sull’area. Una ridefinizione degli equilibri che per Washington rappresenta un serio problema.

La supremazia sulle acque è da sempre un elemento fondamentale della strategia americana sul piano globale. Il controllo dei mari, assicurato dal primato militare della US Navy, garantisce vie di commercio rapide e sicure per i beni diretti o provenienti dai porti americani e permette di spostare rapidamente ingenti quantità di truppe in caso di necessità, anche a grande distanza. Ma queste stesse esigenze sono diventate ormai vitali anche per la Cina, una potenza globale la cui economia è sempre più votata all’esportazione e che dunque necessita di un maggiore controllo sulle vie commerciali marittime, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale, ricco di risorse ittiche e di gas naturale. La Cina sta dunque tentando di rimodellare lo status quo, approfittando della debolezza degli avversari regionali, incapaci di fronteggiare il gigante asiatico sul piano militare e delle incertezze del rivale americano, che non sembra disposto ad usare la forza per contenere le sue mire espansionistiche.

Ad ogni modo, le attività costruttive cinesi nel mezzo del Mar Meridionale hanno provocato la fortissima irritazione dei vicini del sud-est asiatico, a partire dalle Filippine che rivendicano la propria sovranità su molte delle piccole isole cementificate dalle attività costruttive cinesi. La Cina pensa però di poter tenere sotto controllo i paesi dell’ASEAN, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, agendo direttamente sull’organizzazione a livello politico ed azionando le proprie leve di influenza economica e militare nei confronti dei singoli interlocutori. Pechino confida altresì di poter gestire le reazioni di Washington, nella convinzione che gli USA eviteranno ogni escalation, temendo un conflitto diretto nelle acque del Mar Cinese Meridionale. I fatti, fino ad oggi gli anno dato ragione.

Resta da capire qual è la posizione del Giappone all’interno di questo puzzle. La potenza del Sol Levante è forse l’unico avversario che la Cina teme davvero, in questo momento. Per la prima volta dopo decenni, il Giappone sembra deciso ad assumere un ruolo più attivo nel pacifico e nel Mar Cinese Meridionale. Recentemente Tokio ha stretto nuovi accordi con Manila e con altri paesi dell’ASEAN per condurre operazioni congiunte e per facilitare le operazioni di rifornimento della sua flotta e dei suoi velivoli. Come contropartita, ha offerto alle Filippine e al Vietnam navi e velivoli per la marina e la guardia costiera. Il Giappone ha anche raggiunto un accordo con gli USA per svolgere operazioni congiunte di pattugliamento nel Mar Cinese Meridionale, a partire dal prossimo anno.

Perché questo inedito attivismo? Il Giappone è un isola e dispone di poca terra e di poche risorse naturali. Tokio deve dunque necessariamente salvaguardare i propri interessi sui mari, per garantire la sussistenza dell’economia nipponica, ed ha compreso che il nuovo espansionismo cinese rappresenta una minaccia che non può restare senza risposte.

Dal punto di vista di Pechino, la nuova politica di Tokio rappresenta un problema di difficile soluzione, sopratutto se il Giappone agisce in sinergia con gli Stati Uniti per la creazione di una forza congiunta nel Mar Cinese Meridionale. La risposta per ora è diplomatica. Attraverso diversi canali Pechino sta cercando di convincere Washington a non impegnarsi a fianco del Giappone, suggerendo che Tokio starebbe perseguendo unicamente i propri interessi nell’area. In prospettiva, la Cina paventa anche una possibile escalation militare con le Filippine, sostenute dal Giappone, per il controllo delle isole contese. Uno scenario che metterebbe gli USA nella spiacevole condizione di dover scegliere se intervenire o meno a fianco del proprio alleato, con tutte le conseguenze che la scelta comporterebbe sul piano militare e politico.
Luca Marchesini

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Luca Marchesini
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