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giacomo pratali - page 4

Siria: accordo USA-Russia necessario

Medio oriente – Africa di

Dopo l’inizio dei bombardamenti russi sul territorio siriano, l’appoggio al regime di Assad e la violazione dello spazio aereo turco, i rapporti tra Usa e Russia si sono fatti ancora più freddi. Tuttavia, l’intervento militare dell’Occidente in Siria e Iraq impongono un accordo di cooperazione tra le parti in gioco.

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Il Ministero della Difesa russo potrebbe accogliere la proposta del Pentagono sul coordinamento nella lotta all’Isis in Siria. Questo è quanto il Cremlino ha fatto trapelare mercoledì 7 ottobre, parlando di continui contatti a livello diplomatico con la Casa Bianca dopo il vertice Usa-Russia alle Nazioni Unite lo scorso 29 settembre.

Dal 30 settembre, data dell’inizio dell’intervento aereo russo in Siria, si è verificata una duplice escalation. Sul piano militare, con i caccia russi impegnati presso Palmira, nelle province di Aleppo e Hama, dove sono intervenuti spalleggiando l’offensiva contro i ribelli islamici, non appartenenti al Daesh, delle truppe del presidente Bashar al Assad. Proprio l’appoggio al regime siriano, contestato dagli Stati Uniti e dalla Nato, e la violazione dello spazio aereo turco hanno portato all’altra escalation, quella di tipo diplomatica.

Infatti, sono stati molti i botta e risposta tra l’Occidente, che accusa la Russia di colpire i ribelli siriani non fondamentalisti e di fare il gioco dei jihadisti, e il Cremlino, che ha bollato tali accuse come montature mediatiche.

“Respingiamo l’idea della Russia che tutti coloro che sono contro Assad siano terroristi”, ha tuonato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Mentre il ministro della Difesa britannico Micheal Fallon ha precisato che solo il 5% dei raid russi hanno come obiettivo il Califfato: “Le nostre prove indicano che stanno sganciando munizioni non guidate in aree civili, uccidendo civili, e contro l’ELS”. Percentuale in termini di vittime confermata anche dall’Osservatorio Nazionale per i Diritti Umani siriano (ONDUS).

“L’unico modo per combattere il terrorismo internazionale in Siria e nei Paesi limitrofi, è combattere i ribelli sul loro territorio”, ha invece affermato il presidente russo Vladimir Putin. Mentre il ministro degli Esteri Lavrov, rispondendo all’accusa di volere colpire tutti gli oppositori di Assad, ha ribadito che “noi combattiamo lo Stato Islamico, il Fronte al Nusra e i gruppi ad essi associati. Non consideriamol’Esercito Libero Siriano un gruppo terroristico, anzi pensiamo che dovrebbe essere parte della soluzione politica”. In aggiunta, i dati forniti dal Ministero della Difesa sui raid in territorio siriano sono di segno opposto.

Ma la tensione sul piano diplomatico riguarda anche i rapporti con la Turchia. La violazione dello spazio aereo turco, dovuta alle “pessime condizioni meteorologiche” secondo l’Amministrazione russa, ha aperto un fronte con il presidente turco Recep Erdogan, storicamente nemico di Assad e accusato di avere favorito l’ingresso in Siria dei foreign fighters andati a combattere tra le fila del Califfato.

Le giustificazioni del Cremlino sono state respinte sia da Erdogan sia dal segretario generale della NATO Jens Stoltenberg. Proprio una dichiarazione congiunta tra gli Stati membri dell’Alleanza Atlantica, pubblicata il 5 ottobre, ha chiesto “l’immediata cessazione degli attacchi aerei contro l’opposizione siriana e i civili” e ha condannato “la violazione dello spazio aereo turco”.

Questo scontro sul piano diplomatico, tuttavia, potrebbe essere mitigato da un eventuale accordo di cooperazione tra Washington e Mosca. Se la Russia ha deciso autonomamente di intervenire in Siria, l’Occidente, dal canto suo, non è restato fermo a guardare. Gli Stati Uniti sono impegnati nella riconquista militare delle città irachene cadute nelle mani dell’Isis: missione a cui potrebbe prendere parte anche l’Italia. Francia, Australia e Gran Bretagna (in attesa della ratifica del Parlamento) sono invece impegnate con le loro aviazioni militare sul territorio siriano.

La condotta provocatoria della Russia nei confronti di Stati Uniti e Nato celava probabilmente uno scopo: coinvolgere i partner occidentali nella lotta contro lo Stato Islamico. Pur con i distinguo, soprattutto in merito ad Assad, questo scopo sarà forse raggiunto nei prossimi giorni.
Giacomo Pratali

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Italia: pronta azione militare in Iraq?

Difesa/EUROPA di

“In merito a indiscrezioni di stampa su operazioni militari aeree italiane in Iraq, il Ministero della Difesa precisa che sono solo ipotesi da valutare assieme agli alleati e non decisioni prese che, in ogni caso, dovranno passare dal Parlamento”. Questa la nota pubblicata dal Ministero della Difesa italiano a seguito dell’indiscrezione, rilanciata da Il Corriere della Sera il 5 ottobre, in merito ad un presunto intervento dei propri Tornado a fianco della coalizione occidentale contro lo Stato Islamico.

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Se da un anno a questa parte, infatti, gli aerei italiani sono stati configurati per le ricognizioni sul territorio iracheno e in appoggio ai Peshmerga, adesso le regole d’ingaggio con il governo iracheno cambierebbero, così come avvenuto tra quello siriano e la Russia. Mentre sullo sfondo Nato, Francia e Gran Bretagna (in attesa del via libera da parte del Parlamento) operano militarmente in Siria.

Tornando al caso italiano, se da una parte il Ministero della Difesa ha smentito le indiscrezioni della stampa, dall’altra parte l’incontro tra il ministro Roberta Pinotti e il Segretario di Stato alla Difesa Ashton Baldwiin Carter, in programma a Roma il 7 ottobre, potrebbe essere un chiaro indizio sulla volontà italiana di partecipare ai bombardamenti contro le postazioni dell’Isis. E forse il prologo di una missione militare in Libia con l’Italia a capo di una coalizione internazionale.
Giacomo Pratali

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Kunduz, distruzione ospedale MSF: scuse e accuse

19 morti e circa 30 tra feriti e dispersi. È questo il bilancio del raid aereo condotto per errore sabato 3 ottobre dalla coalizione guidata dagli Usa contro l’ospedale di Kunduz, Afghanistan, dove aveva sede Msf. L’attacco segue altri interventi delle forze speciali Usa che, nel corso di questa settimana, sono riusciti ad uccidere 200 talebani di Mansour. Tuttavia, i jihadisti, scacciati dal centro cittadino, controllano ancora alcune zone periferiche.

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Medici Senza Frontiere, di cui 12 operatori sono rimasti uccisi, ha negato che dentro l’ospedale ci fossero talebani: “Tutte le parti in conflitto, comprese Kabul e Washington, erano perfettamente informate della posizione esatta delle strutture MSF  – ospedale, foresteria, uffici e unità di stabilizzazione medica a Chardara (a nord-ovest di Kunduz). Come in tutti i contesti di guerra, MSF ha comunicato le coordinate GPS a tutte le parti del conflitto in diverse occasioni negli ultimi mesi, la più recente il 29 settembre. Il bombardamento è continuato per più di 30 minuti da quando gli ufficiali militari americani e afghani, a Kabul e Washington, ne sono stati informati. MSF chiede urgentemente chiarezza per capire esattamente cosa sia successo e come sia potuto accadere un evento di questa gravità”, si legge nel comunicato diffuso dalla Ong.

Istituzioni, dunque, sotto accusa. In special modo, Stati Uniti e Nato: “Il ministero della Difesa ha lanciato un’inchiesta completa e aspetteremo i risultati prima di dare un giudizio definitivo sulle circostanze di questa tragedia – ha chiarito il presidente degli Usa Barck Obama -.  “Ho chiesto al dipartimento di tenermi al corrente delle indagini e mi aspetto un resoconto completo dei fatti e delle circostanze. Michelle e io preghiamo per tutti i civili colpiti da questo incidente, le loro famiglie e le persone care. Continueremo a lavorare a stretto contatto con il presidente Ghani, il governo afgano e i nostri partner internazionali per sostenere le forze di difesa nazionale afghane che lavorano per garantire la sicurezza al loro Paese”, ribadisce il capo della Casa Bianca.

Anche il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg esprime cordoglio: “Sono profondamente amareggiato per i tragici eventi che hanno coinvolto la struttura di Medici Senza Frontiere a Kunduz. Rivolgo le mie condoglianze a tutti coloro che ne sono rimasti coinvolti. Il lavoro di Msf in tutto il mondo è straordinario, incluso in Afghanistan. Essi giocano un ruolo importante nella creazione di un futuro migliore per la popolazione afghana”.

Mentre l’Onu è decisa ad aprire un’inchiesta, la Ong è stata costretta a spostarsi in altre strutture cittadine. Tuttavia, le spiegazioni e le inchieste annunciate dalla varie autorità non bastano a dare una spiegazione di quanto successo: “Questo attacco è ripugnante ed è una grave violazione del Diritto Internazionale Umanitario” ha detto Meinie Nicolai, presidente di MSF che oggi si trova in Italia. “Chiediamo alle forze della Coalizione completa trasparenza. Non possiamo accettare che questa terribile perdita di vite umane venga liquidata semplicemente come un ‘effetto collaterale’.”

Se l’intervento militare russo in Siria e il sostegno al presidente Assad hanno incontrato il dissenso di Washington, l’errore umano che ha portato alla morte di numerosi pazienti e operatori di Msf mettono gli Stati Uniti in grave imbarazzo di fronte alla comunità internazionale, soprattutto dopo i gravi fatti dello Yemen in cui, le bombe sunnite contro i campi profughi, di qualche mese fa, provenivano dall’equipaggiamento dell’esercito americano.

Giacomo Pratali

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Nigeria: l’assordante silenzio della comunità internazionale

Cinque ragazzine si sono fatte esplodere a Maiduguri, capitale dello Stato di Borno, provocando 14 morti (tra cui loro stesse) e 41 feriti. Le azioni suicide sono avvenute nei pressi di una moschea, a margine della preghiera serale, e di un edificio di vigilantes. Seppure non sia ancora stato rivendicato, gli attacchi portano inequivocabilmente a firma Boko Haram. In più, non è la prima volta che l’organizzazione jihadista si avvale di bambine plagiate per colpire i centri abitati della regione.

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Se Siria e Libia sono sotto i riflettori della comunità internazionale, altrettanto non si può dire per la Nigeria, come testimoniato dal rifiuto di aiuti militare da parte degli Stati Uniti lo scorso luglio. Già nel mese di settembre, la regione nord-est del Paese ha visto oltre 100 vittime causate dalla furia di Boko Haram. Il rafforzamento degli avamposti dell’esercito nigeriano a Maiduguri e la creazione di una forza militare africana assieme a Camerun, Ciad, Nigeria e Benin non hanno portato ai risultati sperati, se non la liberazione di qualche ostaggio nel nord della Nigeria.

In più, a peggiorare il contesto, è la situazione igienico-sanitaria della capitale dello Stato di Borno a destare ancora più preoccupazione. Come testimoniato da MSF, nel conteggio del 16 settembre, sono stati riscontrati 16 decessi e 172 casi di colera nei campi presso Maiduguri. Gli sfollati presso queste strutture sarebbero 1,6 milioni, troppi per i posti letto disponibili: “Ancora una volta, MSF e il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) si ritrovano da sole sul campo”, afferma il capomissione MSF in Nigeria Ghada Hatim.

La notizia dell’arrivo di miliziani di Boko Haram in Libia e l’emergenza migratoria dovuta alla fuga di centinaia di migliaia di nigeriani e ciadiani non possono più passare sotto silenzio. Infine, la divisione della Nigeria tra un sud sviluppato e un nord sotto assedio, rende al momento quasi impossibile, da parte dei Paesi europei, concedere lo stato di rifugiato ad un nigeriano, considerato, invece, migrante economico clandestino.

Giacomo Pratali

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UE, quote e hotspot: un via libera forzato

EUROPA/POLITICA di

I Paesi occidentali votano sì alla redistribuzione di 120mila rifugiati arrivati in Italia e Grecia, le quali dovranno rendere efficienti i centri d’identificazione entro novembre. Ostruzionismo degli Stati dell’Est. Via libera ai raid contro gli scafisti.

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Via libera alla quota di 120mila rifugiati, alla creazione di hotspot entro novembre, ai raid contro gli scafisti. Tra il 22 e 24 settembre, durante la riunione straordinaria dei ministri degli Interni della Ue e il Consiglio Europeo, il pacchetto di proposte della Commissione Europea sull’immigrazione è stato accolto nelle sue linee guida. Come prevedibile e già manifestato in più occasioni nel corso di questo 2015, lo schieramento di Paesi dell’Est (“Visegrad”), composto da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia più la Romania, ha votato contro la ripartizione dei profughi.

Sulla distribuzione dei 120mila rifugiati giunti in Italia e Grecia, infatti, è stato necessario il ricorso alla maggioranza qualificata, data l’impossibilità di raggiungere l’unanimità. A loro volta, i due Stati del Mediterraneo si sono impegnati al rafforzamento dei centri d’identificazione, i quali dovrebbero essere pronti entro novembre, come deciso dal Consiglio Europeo.

L’obiettivo è snellire le procedure di rimpatrio per chi non detiene il diritto d’asilo e facilitare lo smistamento di tutti coloro che invece ne posseggono i requisiti. È una misura di valore storico poiché di fatto annulla la norma comunitaria del Trattato di Dublino che consente al rifugiato di potere risiedere solo presso lo Stato nel quale ha fatto domanda d’asilo.

Il Consiglio Europeo che ha poi detto sì ai raid contro gli scafisti provenienti dalla Libia. Tale operazione navale, attiva dal prossimo 7 ottobre, rientra nella seconda fase della EunavFor e prevede l’abbordaggio, la perquisizione e il sequestro delle imbarcazioni con a bordo migranti.

Piccolo passo in avanti anche nei rapporti con gli enti internazionali e i Paesi vicini. La Ue ha infatti predisposto un piano di aiuti del valore di 1 miliardo di euro a favore delle agenzie Onu che aiutano i profughi. Mentre, sul fronte del trust fund, l’Europa ha chiesto un maggiore sforzo agli Stati membri, visto che i fondi per i Paesi esposti alle crisi, Siria e Iraq in primis, non sono sufficienti.

Le decisioni prese in questi due vertici sono state salutate positivamente da una parte d’Europa. Dai vertice dell’Unione Europea, passando per Italia e Francia, fino ad arrivare alla Germania, con la cancelliera Angela Merkel che ha parlato di “passo in avanti decisivo”.

Dichiarazioni a cui ha fatto seguito la replica, di certo non conciliante, del premier ungherese Orban, che ha parlato di “moralismo imperialista”. E sono proprio queste parole che evidenziano al meglio il clima che si respira tra i leader dell’Est Europa. A partire dal primo ministro slovacco Robert Fico il quale, in rappresentanza del gruppo Visegrad, ha annunciato di un’azione legale contro la norma sulla ripartizione dei rifugiati.

Ma ciò che evidenzia ancora di più la spaccatura è il comportamento dell’Ungheria. Dopo le leggi antiimmigrazione e la costruzione del muro al confine con la Serbia, il governo ha annunciato di volere innalzare un’ulteriore barriera al confine con la Croazia. Notizia che, aggiunta alle migliaia di profughi arrivati in Serbia, stanno riportando a galla le antiche ruggini tra Belgrado e Zagabria.

Sulle politiche immigratorie, così come già dimostrato sul versante economico, l’Europa viaggia a doppia velocità. Nella fattispecie, la spaccatura tra Ovest ed Est affonda le sue radici nella storia moderna e contemporanea europea. Più che il Comunismo, gli Stati orientali, come evidenziato da più fonti internazionali, sono contrari all’accoglienza perché la loro indipendenza reale è stata raggiunta recentemente, con il ricordo ancora presente del sangue versato per la propria patria. Questo divario tra le due aree dell’Unione Europea sottolinea quanto l’unità politica continentale sia ancora molto distante.
Giacomo Pratali

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Ue, immigrazione: quale piano comune?

EUROPA di

Terminato il muro sul confine con la Serbia, in Ungheria è scattata la legge sull’immigrazione clandestina. Gli Stati Ue bocciano il piano Juncker sulla redistribuzione dei migranti, ferma a 40mila. Il fatto che la Germania sia al primo posto delle richieste d’asilo nel 2015, rende indispensabile il corretto funzionamento dei centri d’identificazione lungo le frontiere europee.

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Arresto e detenzione fino a tre anni per chiunque entri in Ungheria non munito della domanda di asilo. Dalla mezzanotte del 15 settembre 2015 scatta la nuova legge sull’immigrazione clandestina varata dal governo Orban. Chiuso anche l’ultimo tratto di muro confinante con la Serbia. D’ora in poi si potrà passare solo dai due varchi ufficiali. Nella giornata di lunedì si era registrato il record di ingressi: 9380 migranti, poi bloccati dalla polizia ungherese. Arrestate già 16 persone, siriani e afghani, transitati dopo le 24.

Nel vertice a Bruxelles di lunedì 14 settembre, intanto, è stato momentaneamente bocciato l’aumento fino a 120mila migranti da ricollocare tra i Paesi Ue, che resta fermo a 40mila. I ministri degli Interni presenti, infatti, hanno detto sì al piano scritto ad inizio estate, ovvero 24mila dall’Italia e 16mila dalla Grecia (Ungheria esclusa). Mentre c’è stato consenso unanime sull’avvio della seconda fase della missione EuNavfor Med: le navi europee transitanti per il Mediterraneo hanno la possibilità di fermare i barconi, con la possibilità di sequestro e distruzione del mezzo stesso, avendo come priorità la salvaguardia della vita umana.

A fare blocco contro la proposta di innalzamento della quota di migranti da redistribuire, portata avanti dal presidente della Commissione Ue Juncker, sono stati i Paesi dell’Est, con Polonia, Slovacchia e Ungheria in testa. Pure gli Stati favorevoli all’accoglienza dei profughi, hanno deciso di intensificare i controlli alla frontiera: l’Austria manda l’esercito al confine con l’Ungheria; Francia e Germania ripristinano i controlli alle frontiere: “I controlli temporanei non significano chiudere la frontiera – ha precisato la cancelliera Merkel -. Continueremo ad accogliere i rifugiati in Germania, purché ci sia un processo ordinato”. Parole che, però, sono suonate come un mezzo passo indietro, dopo le critiche interne al suo Paese a seguito dei 60mila rifugiati arrivati in Baviera negli ultimi giorni.

Ma sono parole in realtà destinate a Italia, Grecia e Ungheria perchè è sulla sistematizzazione del controllo dei migranti in arrivo che si gioca la partita. L’apertura ai richiedenti asilo del governo tedesco ad inizio settembre passa dalla creazione dei centri hot spot sulle frontiere europee. L’identificazione delle persone arrivate è cruciale. Ma i rifugiati arrivati sinora non hanno avuto interesse, se non in misura minoritaria, alla richiesta d’asilo nei Paesi d’arrivo: il loro obiettivo è registrarsi direttamente in Germania, Svezia e Norvegia perché, secondo il Trattato di Dublino, si può rimanere solo nello Stato in cui tale richiesta è stata fatta. È per questo motivo che una deroga al tale accordo, trapelato da Bruxelles, può sbloccare la situazione.

I numeri, in questo senso, parlano chiaro. Gli arrivi registrati finora ammontano a più di 180000 per la Grecia, a circa 170000 per l’Ungheria e a 110000 per l’Italia. Ma la classifica di richieste d’asilo totale nel primo trimestre 2015 recita Germania, 73120; Ungheria, 32810; Italia (15250); Grecia (in fondo alla lista) 2615. Se si guarda, invece, ai siriani, il dato è ancora più in controtendenza, eccezion fatta per l’Ungheria, rispetto agli arrivi. Dal 1° gennaio al 31 agosto 2015, le statistiche Ue recitano Germania, 30120; Ungheria; 10855; Svezia 7250; Grecia (penultima), 1275; Italia, 155.

Dunque è chiara la rotta seguita dai migranti. Ed è chiaro quanto le politiche anti immigrazione del governo Orban siano autolesioniste e stiano sovraccaricando la stessa Ungheria, al primo posto nella classifica pro-capite con un migrante ogni 302 abitanti.

La necessità dell’identificazione sulle frontiere marittime e terrestri dell’Unione Europea appare quanto mai necessaria. Se è vero che, attraverso la promessa di posti di lavoro, la Germania strizza l’occhio ai rifugiati siriani, composti da laureati, professionisti e operai qualificati, è altrettanto vero che Italia e Grecia devono andare in contro alla tanto agognata presa di posizione europea sull’accoglienza e la ripartizione. Ma, nonostante l’emergenza profughi, stenta a decollare un piano sull’immigrazione a tinte europee.
Giacomo Pratali

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Ucraina, Kiev: almeno un morto e 90 feriti

BreakingNews/EUROPA di

Almeno un morto e circa 90 feriti, soprattutto poliziotti e volontari della Guardia Nazionale Ucraina, dopo una serie di ordigni fatti esplodere nella piazza antistante al Parlamento di Kiev da parte di manifestanti della destra nazionalista, in particolare riconducibili al partito Svoboda. La protesta è divampata a seguito dell’approvazione della prima bozza della riforma costituzionale sul decentramento istituzionale che, in linea con gli accordi di Minsk 2, prevede lo statuto speciale per le regioni di Donetsk e Lugansk.

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Un ritorno alle proteste di piazza nella capitale, dunque, ad un anno e mezzo dagli scontri di Maidan. Se gli accordi di Minsk 2 finora non erano stati rispettati per il susseguirsi degli scontri nel Donbass e il continuo rimbalzo di accuse tra Kiev e Mosca, adesso sono i gruppi nazisti a non volere cedere sul piano delle autonomie. La stessa parte politica che, negli ultimi mesi, ha visto arruolare il maggiore numero di volontari tra le brigate che combattono contro i separatisti filorussi.

Oltre alla questione dei jihadisti loro alleati in questa guerra civile, oltre alla crisi economica ucraina ormai endemica testimoniata da un debito pubblico fuori controllo, si pone il problema della collocazione nella società civile di alcuni soggetti politici sorti in difesa dei confini ucraini. La questione, infatti, non è più solo porre fine al conflitto interno al Paese e a quello internazionale che coinvolge Nato e Russia, ma il ritorno alla normalità di uno Stato che rischia di rimanere irrimediabilmente segnato al proprio interno: la destra nazista e miliziani islamisti potrebbero costituire un problema reale a due passi dall’Europa.
Giacomo Pratali

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Nigeria-Libia: viaggio di sola andata

Medio oriente – Africa di

La Multi National Joint Task Force ha annunciato il dispiegamento di quasi 9000 unità contro Boko Haram, dopo le 200 vittime nelle ultime due settimane. Lo stesso Boko Haram è pronto a supportare i miliziani del Daesh a Sirte.

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8700 soldati dispiegati contro Boko Haram. È quanto annunciato lo scorso 26 agosto dalla coalizione africana Multi National Joint Task Force, composta Nigeria, Camerun, Ciad, Niger e Benin. Soprattutto i primi tre Paesi, sono sempre più il bersaglio dell’organizzazione islamista affiliata all’Isis.

Un provvedimento che potrebbe essere tardivo. Nello Stato di Borno, tornato ad essere l’epicentro degli scontri tra milizie regolari e truppe islamiste, sono state oltre 200 le vittime civili nelle ultime due settimane. Una risposta alle altrettante persone liberate dall’esercito nigeriano nello stesso arco di tempo.

Ma c’è un altro fronte. Oltre ai profughi in fuga da questi continui massacri e diretti verso la Libia, c’è un’altra rotta che porta allo Stato nordafricano: quella dei combattenti di Boko Haram, arrivati a Sirte per dare manforte ai miliziani del Daesh. Come riportato da molti media internazionali, le fonti libiche hanno stimato che “200 combattenti nigeriani sarebbero pronti ad unirsi alle truppe dell’Isis”.

Dallo Stato di Borno, passando per il Lago Ciad e il sud del Camerun, fino ad arrivare a Sirte. La rete del Califfato si sta allargando a macchia d’olio e non appare più sporadica sulle carte geografiche. E la modalità del terrore, già testimoniata nei villaggi nigeriani, ciadiani e camerunensi, è la medesima a Sirte. Solo pochi giorni fa, il leader spirituale dello Stato Islamico Hassan al Karami aveva fatto il seguente annuncio choc nel corso di un sermone nella moschea di Rabat: “Decapiteremo i ribelli dell’opposizione dopo la preghiera del venerdì, gli abitanti di Sirte consegnino le loro figlie ai combattenti che le sposeranno”.

Parole dure. Parole che sono la testimonianza di quanto l’organizzazione di al Baghdadi si sia radicata nella città di Sirte da giugno ad oggi. Moschee, istituzioni e media sono nelle loro mani. E le vittime, esponenti di Fajr Libia, delle Brigate di Misurata e di altri gruppi libici, testimoniano quanto la mancanza di unione nazionale alla Libia faccia il giorno dello Stato Islamico.
Giacomo Pratali

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Bielorussia: il doppio gioco di Lukashenko

EUROPA di

Rilasciati sei oppositori politici a pochi mesi dalle Presidenziali. Lukashenko tenta un timido riavvicinamento a Bruxelles, ma, temendo il ripetersi dei fatti di Maidan in casa propria, rafforza l’alleanza di tipo militare con Mosca.

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Il presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko ha decretato il rilascio di sei oppositori politici, tra cui Mykalai Statkevich, candidato alle Presidenziali del 2010: “Non pensavo che Lukashenko avrebbe avuto il coraggio di liberarmi prima delle elezioni (il prossimo 20 novembre, ndr) – afferma l’ormai ex detenuto -. Forse non avevano più soldi per il carcere. Ora per loro la situazione è ottimale. L’opposizione è in una situazione di stallo. Non può boicottare la consultazione e non è in grado di sostenere nemmeno un proprio candidato. Ecco perché mi hanno rilasciato”.

Oltre alle accuse in merito alla pesante situazione economica dello Stato ex sovietico, questi sei oppositori, così come gran parte degli attivisti presenti in Bielorussia, hanno sempre accusato Lukashenko di un eccessivo avvicinamento alla Russia e di un altrettanto forte allontamento rispetto a Bruxelles e alle democrazie europee.

La notizia del rilascio è stato accolto come “un grande passo in avanti” dall’alto rappresentante Ue Federica Mogherini, questa notizia potrebbe comportare “il miglioramento delle relazioni tra la Bielorussia e l’Unione Europea va nella auspicata direzione di un rafforzamento della tutela di diritti umani e libertà civili nel Paese. La liberazione dei sei prigionieri – osserva ancora Della Vedova – viene incontro alle aspettative che, sia bilateralmente che nel più ampio quadro del dialogo fra UE e Minsk, erano state a più riprese manifestate alle Autorità bielorusse”, afferma il sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova.

Considerato l’ultimo dittatore europeo, Lukashenko, in carica dal 1994, ha sempre mosso le proprie pedine in base alle convenienze politiche del momento. Come nel 1997, anno dell’accordo di “Unione Statale” con la Russia. Come oggi, con la decisione del rilascio dei sei detenuti come ramoscello d’ulivo verso Bruxelles, affinché ammorbidisca le sanzioni contro i patrimoni degli oligarchi bielorussi decretate nel 2004.

Di primaria importanza per la Bielorussia, inoltre, è anche la questione ucraina. Aldilà dell’accordo tra Ucraina, Russia, Germania e Francia sancito proprio nella capitale Minsk, Lukashenko teme in patria un possibile Maidan 2, anche in virtù della diffidenza di cui gode presso tutte le cancellerie europee. Conscio di questo rischio, il Presidente bielorusso ha messo nero su bianco, lo scorso 19 agosto, l’accordo con Putin che sancisce lo sviluppo di un comune spazio di difesa aerea a corto raggio.
Giacomo Pratali

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Egitto: esplosione autobombe, almeno 30 feriti

Almeno 30 feriti, di cui 6 poliziotti, a seguito di tre autobombe esplose davanti al Palazzo di Sicurezza e ad un tribunale de Il Cairo: “Un uomo ha improvvisamente arrestato la propria vettura davanti all’edificio della Sicurezza nazionale, è saltato fuori ed è fuggito a bordo di una motocicletta che seguiva il veicolo”, ha riferito il Ministro degli Interni egiziano.

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A sorpresa, la natura di questa azione terrorista potrebbe non essere jihadista. Il gruppo Black bloc ha infatti rivendicato l’attentato. “Annunciamo la nostra completa responsabilità per le esplosioni di poche ore fa”, hanno affermato i responsabili dell’organizzazione tramite il proprio profilo Facebook. Essi ha inoltre spiegato che questa è una risposta all’arresto di molte persone trattenute in prigione per reati politici e di opinione.

Dopo le leggi antiterrorismo approvate da al Sisi appena tre giorni fa, questo atto terroristico è una chiara denuncia della linea dura e illiberale intrapresa dal governo egiziano.Infine, potrebbe essere la prima azione violenta di matrice antiislamista nel Paese, se le responsabilità del gruppo Black bloc venissero accertate.
Giacomo Pratali

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Giacomo Pratali
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