GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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francesco danzi

Ripensare l’Islam attraverso l’economia

L’emergere di un vecchio modo di pensare la finanza, in accordo con la legge del Profeta, rimodella l’homo economicus affiancando il suo operato ai precetti del Corano. Nonostante i dubbi sull’effettiva corrispondenza tra teoria e pratica, la guida dei principi religiosi e una combinazione di volontà politica (e favorevoli condizioni economiche) sembrano aver fatto breccia nel capitalismo occidentale.

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[level-european-affairs]L’esplosione delle economie islamiche sembra solo apparentemente legata al sapiente uso che i governi fanno delle indispensabili risorse minerarie che giacciono nel sottosuolo, senza le quali (questo è quasi certo) nessuno avrebbe sentito la necessità di considerare tanto e tanto approfonditamente gli avvenimenti politici ed economici mediorientali. Un altro fattore, sicuramente più nascosto ma altrettanto importante, ha segnato i passi, da qualche decennio, della cavalcata delle economie degli emiri. Si tratta di un sistema di gestione del denaro in primis e dei flussi di capitali poi che fa combaciare etica ed economia e che, stando ai dati attuali sembra aver dato i suoi frutti. Sebbene, occorre precisarlo, non vi sia dietro nessuna teoria economica ma solo una rigorosa gestione ed interpretazione dell’uso e del significato del denaro e sebbene i tempi siano troppo poco maturi per poter tirare le somme, non si può non riconoscere che l’attenzione prestata a questo modello finanziario da privati ed istituzioni (vedi la BCE) sia importante e meritevole di attenzioni.

Solo apparentemente qualcosa di lontano dall’economia capitalista, si rivela al contrario un diverso e probabilmente più accorto modello di gestione finanziaria. L’attenzione al benessere della comunità propria del Corano e alla percezione comunitaria dei fedeli da cui deriva l’utilizzo consapevole del denaro, sembra essere la guida fondante e l’elemento pregnante della finanza islamica, tanto che i precetti religiosi del Profeta devono esserne continuo richiamo e regola. La sua natura è legata sostanzialmente alla stretta osservanza di poche ma ferme regole: dettami religiosi provenienti direttamente dal Corano o dalla Sunna, disposizioni legali che si sono rese necessarie vanno a colmare le ovvie lacune presenti nel testo sacro e principi giurisprudenziali interpretativi legati alle scuole di pensiero. Unico dubbio, ma non per questo di poco conto, è come possano coesistere tanti diversi livelli di interpretazione in una così sensibile materia.
Chiarire un equivoco di fondo è d’obbligo: si crede che abolire gli interessi sui prestiti di denaro sia la premessa base per chiunque voglia adottare il sistema della finanza islamica. In poche parole, basandosi su principi di carità e cooperazione, spesso si è portati ad identificare questo genere di attività economiche come totalmente mancanti dell’obiettivo della ricerca di utili, perché in accordo con la legge del profeta. In realtà, questo modo di intender la finanza islamica è errato, in quanto non rappresenta la differenza tra attività caritatevoli e commerciali: d’accordo con la Shari’ah l’applicazione del tasso d’interesse è da ritenersi esclusa su operazioni di carattere caritatevole, ma assolutamente il contrario avviene riguardo le transazioni commerciali. Le operazioni finanziarie, proprio in ragione della loro diversa natura, sono libere da questo vincolo: “”The principle is that the person extending money to another person must decide whether he wishes to help the opposite party or he wants to share his profits. If he wants to help the borrower, he must rescind from any claim to any additional amount. His principal will be secured and guaranteed, but no return over and above the principal amount is legitimate. But if he is advancing money to share the profits earned by the other party, he can claim a stipulated proportion of profit actually earned by him, and must share his loss also, if he suffers a loss.” (Mufti Muhammad Taqui Usmani, An introduction to Islamic Finance). L’errore potrebbe essere chiarito in questi termini: la dipendenza dell’economia capitalistica da una mancanza di regole rispetto all’arricchimento giudicato eccessivo e dannoso a volte per la comunità che l’investitore o l’operatore trae, viene ad essere limitato nella finanza islamica da una serie di principi religiosi (la pervasività della religione si dimostra anche in questi particolari, nulla di cui meravigliarsi).

A “ripensare” l’economia hanno dimostrato di essere in tanti. In effetti a giudicare da un primo approccio sembra che questo genere di teoria d’impiego del denaro sia sotto una sorveglianza religiosa speciale, in qualche modo simile a quella che noi definiremmo “responsabilità sociale d’impresa”, con le dovute differenze. Il numero di banche che operano attraverso i principi della Finanza Islamica e che ne hanno introdotto gli strumenti finanziari sono cresciute molto negli ultimi anni, così come è cresciuta l’ importanza dei fondi di investimento sovrani. A differenza dell’economia “capitalistica” nella finanza islamica il denaro non possiede un valore intrinseco: eccetto in determinati casi, esso è legato al bene oggetto della transazione, o al profitto generato attraverso lo scambio di divise con differente valore relativo. Stando alla teoria, ogni transazione è consentita solamente nel caso in cui questa generi o abbia come partenza risorse o beni. A giudicare dalle crisi che si sono susseguite ed alla sempre maggiore dipendenza dalle monete cosiddette elettroniche, oltre che da flussi di denaro che generano profitti pur essendo inesistenti, forse potremmo imparare molto dalla Finanza Islamica.

Francesco Danzi

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Cina, controllo dei mari e sicurezza nazionale

Asia di

Da molti ritenuta l’avversario più temibile per gli Stati Uniti, da altri il suo erede, la Cina ha subito profonde rivoluzioni sociali, economiche, nelle corporations. La prossima frontiera di competizione saranno i mari – in cui rischia la collisione con gli Stati Uniti – il controllo delle rotte commerciali e la sicurezza degli approvvigionamenti da cui dipende la sopravvivenza della nazione.

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Per difendere i suoi interessi commerciali e competere con potenze vecchie e nuove (Giappone, India, Stati Uniti ecc) la Cina ha da anni avviato un processo di rinascita e riammodernamento della propria flotta navale militare in parallelo con la sua crescita economica. La difesa degli interessi nazionali viaggia anche attraverso il potenziamento del potere navale, declinato anch’esso in soft e hard power. Contratti commerciali, joint ventures, porti ed infrastrutture in grado di contenere e sopportare il peso di flussi sempre più intensi ma soprattutto una politica di vicinato che sarà supportata da una flotta sempre più ricca e tecnologicamente avanzata. La prima portaerei cinese, la Liaoling, è stato il primo grande passo verso la riappropriazione e riaffermazione nel Mar Giallo, nel Mar Orientale Cinese e in quello Meridionale e la difesa di un’area che ha incontrato già le prime opposizioni.

La Cina si affaccia sul mare per oltre 14.000 km ed ha pretese su una superficie molto vasta dei mari che la circondano (circa il 90% del mare Cinese Meridionale), compresi alcuni arcipelaghi che le garantirebbero di estendere la propria sovranità in maniera considerevole (sarebbero comprese anche le isole Senkaku, Paracel e le Spratly). Le ragioni risiedono nella presenza di ricchi giacimenti off-shore di petrolio e gas, ricche riserve di pesca, possibilità di estendere la sua influenza su superfici che pur non essendo popolabili (se sei escludono alcune isole naturali e le isole artificiali) sono però la rappresentazione pratica di una volontà politica che è volontà di potenza (in questo caso una rinata potenza). Insomma, le acque territoriali arriverebbero a lambire le coste di Vietnam, Malesia, Brunei, Filippine e Giappone: la Cina così facendo creerebbe una sorta di piscina privata di fronte le sue coste.

Per garantire una presenza ed una sicurezza costanti è interessante notare come l’uso di soft e hard power si sia fatto sempre più complesso: forza economica, forza lavoro da esportare, trattati commerciali e flussi di merci da un lato, gara all’innovazione tecnologica civile e militare, presenza nei mercati energetici dall’altro). Le basi navali cinesi, infatti, ne sono dimostrazione. Osservando la loro dislocazione si può capire in che modo la proiezione dell’interesse nazionale cinese sulle acque del mare Cinese Meridionale possa essere una potenziale fonte di tensione e scontro con i Paesi che si affacciano sullo stesso mare e con gli Stati Uniti. Esse sono dislocate a nord ed a sud della nazione: a nord quelle di Qingdao e Dinghai proprio in corrispondenza di Korea del Sud e Giappone (dove sono presenti le basi navali statunitensi di Chinhae, Sasebo, Okinawa e la settima flotta navale), a sud in prossimità delle installazioni navali americane di Cam Ranh Port in Vietnam e la più lontana Singapore. E’ chiaro che una presenza nell’area sarebbe in grado di ottenere effetti positivi per la sicurezza cinese non tanto in vista di un confronto militare (che per quanto improbabile ed altamente sconsigliabile non può essere escluso a priori) quanto per una più sicura proiezione temporale che vedrebbe la sua crescita economica beneficiarne direttamente. Non si tratta, qui, di gareggiare contro rivali ormai noti. Si tratta invece di garantire un futuro sicuro alla nazione: la riformulazione del diritto per l’adeguamento agli standard internazionali, la rivoluzione sociale e culturale e la riconversione delle aziende devono necessariamente essere sostenute da una visione che, senza un continuo afflusso di energia, non potrebbe essere perseguita.

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In questo campo la Cina ha scoperto che per continuare la sua inarrestabile crescita economica ha bisogno di ancora più energia (i trend di crescita che lasciavano sgomenti alcuni anni addietro saranno probabilmente in calo nel prossimo futuro ma tenderanno a rimanere su valori comunque superiori a quelli di molta parte del cosiddetto mondo sviluppato): la popolazione negli ultimi decenni ha fatto registrare flussi sempre maggiori in direzione delle grandi metropoli che, quindi, per poter reggere gli stress sociali ed industriali necessitano di approvvigionamenti e disponibilità continua di energia. La modernizzazione ha fatto i conti con un impianto industriale basato su produzioni non adeguate alle sfide della globalizzazione (economia pianificata, accentramento del potere e del decisionismo governativo), assenza di compagnie private in grado di portare valore aggiunto alla diversificazione del sistema nel complesso, una classe politica ancorata a vecchi schemi. Ma una volta tornata sullo scenario mondiale la Cina (tra sottosviluppo rurale, povertà, crescita demografica, forza lavoro competitiva, economia sommersa) ha dovuto recuperare un gap enorme accumulato durante decenni in cui, per potersi risollevare internamente e costruire un sistema nazione autosufficiente, ha lasciato da parte il mondo che la circondava. Ora, però, quella striscia di mare che lambisce le coste di Cambogia, Filippine, Malesia va in qualche modo blindata attraverso la presenza di sottomarini (meglio se capaci di lanciare missili con testate nucleari), navi, portaerei; va rivendicata territorialmente, anche se ciò cozza con le limitazioni stabilite dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che prevede un intricato sistema di spartizione delle zone economiche esclusive dei vari Paesi rivieraschi e all’interno della quale le rivendicazioni cinesi si allargherebbero rendendola carta straccia. Ciò che è importante riportare è che buona parte del commercio mondiale attraversa queste acque connettendo lo stretto di Aden con l’Oceano Indiano, passando attraverso lo stretto di Malacca (500 miglia nautiche di percorrenza lo rendono lo stretto più lungo del mondo utilizzato per la navigazione commerciale) per trasportare merci e petrolio fino ai porti cinesi e viceversa.

 

L’intera zona è, a ragione delle rivendicazioni cinesi (forse non abbastanza per sovvertire l’attuale stato delle cose) interessata storicamente dai traffici navali dell’ex impero, che hanno sviluppato assieme al commercio della Cina anche i porti dei Paesi vicini e fatto di questa rotta una delle più trafficate al mondo. Una delle tecniche che il governo cinese sta utilizzando per assicurarsi una predominanza sui mari è quello della costruzione di isole artificiali. Queste infrastrutture costituiscono una sorta di intermezzo momentaneo che separa la loro nazione dal controllo del mare Cinese Meridionale e che sono un’estensione del territorio della Repubblica Popolare. Vengono costruite attraverso materiale incanalato in condotte apposite che per mezzo di numerose draghe esportano sedimenti dal sottosuolo per poi depositarli ove il fondale consente un rapido accumulo degli stessi. Numerose sono le affermazioni succedutesi da Washington e dai governi interessati affinché il governo cinese limiti queste operazioni. Sin dalle pronunce di Hillary Clinton gli Stati Uniti, coscienti della distanza geografica che li separa da questo quadrante sempre più caldo, hanno approcciato la questione seguendo una politica il cui obiettivo è quello di coinvolgere tutte le parti interessate. Questo significa coinvolgere anche gli Stati Uniti, che hanno una forte presenza nell’area. Si è quindi più volte parlato di “multilateralismo”, ma il governo di Pechino sembra rigettare al mittente la proposta. L’impressione è che agendo singolarmente, cercando quindi di gestire le dispute volta per volta (con Stati che a volte soffrono di un certo timore nei confronti di Pechino) e lasciando la proposta negoziale da parte, si cerche di arrivare ad una soluzione più equa e ovviamente più congeniale al volere cinese.

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I motivi di questo decisionismo (che ha però radici storiche ben piantate nella cultura cinese) sono vari. Proviamo a delinearne alcuni:

  • Ritorno sulla scena internazionale dopo un lungo periodo di isolazionismo (oltre alla mai sopita competizione con l’Impero del Sol Levante e l’ingombrante presenza statunitense).
  • Nelle zone contese si incrociano non solo le volontà di potenza dei Paesi ma, più pragmaticamente a sovrapporsi sono le zone di identificazione degli spazi aerei e le zone economiche esclusive di Cina e Giappone (oltre che delle altre nazioni). Proprio il giacimento di gas di Chunxiao è situato all’interno delle due aree. Il problema che si pone è dunque non solo di tipo navale, marittimo, ma anche relativo agli spazi aerei. Qui la questione della rivendicazione di sovranità è affrontata anche attraverso una corsa alla supremazia dell’aria.
  • La Cina è attualmente una potenza non in grado di sfidare gli Stati Uniti a viso aperto. Deve quindi rafforzare la propria struttura interna sociale ed economica (il che, però, prevede ulteriori investimenti interni per la lotta contro la povertà diffusa ad esempio) e per farlo ha bisogno di una sistema Paese che al momento è ancora in fase di costruzione. Internamente è un Paese diviso e quindi debole.
  • Presenza di risorse energetiche diffuse nelle regioni su cui vanta sovranità. Questo vorrebbe dire diversificare provenienza e rotte per la fornitura di petrolio e gas, quindi una minore dipendenza dalla Russia e dal medio Oriente (in questo caso bilanciata da un maggiore controllo commerciale e militare delle rotte navali).
  • Disporre di una vasta superficie su cui effettuare addestramenti ed operazioni congiunte, oppure testare le proprie armi. Una presenza militare servirebbe indubbiamente a garantire una cornice di difesa e sicurezza maggiore sotto due aspetti: garantirebbe maggiore presenza e peso politico/militare nell’area; garantirebbe le rotte commerciali che trasportano il petrolio del medio Oriente e costituiscono la linfa vitale del commercio da e per la Cina.
  • Le riserve di pesca presenti nelle acque del Mare Cinese fornirebbero sussistenza ad una parte significativa della popolazione, prevenendo così possibili rivolte e tensioni sociali dovute all’eccessivo sfruttamento e quindi alla riduzione delle riserve presenti.

 

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Francesco Danzi

Prospettive di in-sicurezza energetica in Europa

Energia di

L’impegno politico europeo per una maggiore diversificazione energetica delle fonti e delle vie di distribuzione poco ha potuto di fronte alla dipendenza che ancora il continente mostra. Percepito inizialmente come inevitabile dipendenza energetica, il rapporto tra alcuni Stati ha rivelato una vera e propria suggestione geopolitica, aggravata da perturbazioni sociali ed economiche (quando non da conflitti armati).

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In seguito ai recenti sviluppi delle crisi in Ucraina e Libia, il tema della dipendenza energetica è apparso in tutta la sua importanza come uno degli aspetti principali di cui tenere conto tanto nella politica interna quanto in quella estera europea. Non solo abbiamo scoperto quanto siamo dipendenti dall’estero, ma ci siamo resi conto di quanto siamo esposti ad eventi che, pur non minacciando direttamente il nostro territorio minacciano la qualità delle nostre vite. E’ data per scontata la possibilità di usufruire di un numero di servizi caratterizzanti la domanda interna nazionale, i quali però presentano relazioni di tipo politico, geografico ed economico su vasta scala che ne determinano disponibilità ed utilizzabilità. L’insieme di politiche adottate negli ultimi anni ha permesso al sistema energetico europeo di costruire una rete interdipendente di rifornimento e scambio aumentandone la competitività, creando e finanziando nuovi mercati dell’energia e diversificando provenienza e tipo di risorse. Tutto per far fronte ad una forte domanda interna in previsto aumento e mantenere la continuità delle forniture impedendo ai prezzi di crescere eccessivamente. In alcuni Paesi la differenziazione dei mercati e delle importazioni si è affiancata ad una riduzione della produzione di energia nucleare (Francia, Germania, Bulgaria, Olanda e Spagna hanno sensibilmente ridotto la loro produzione tra il 2012 ed il 2013 secondo i dati del BP Statistical Overview of World Energy 2014), un aumento di investimenti in termini di sostenibilità e di politiche ambientali, industriali ed energetiche in un’ottica di riconversione generale del sistema nazione. Il mercato dell’energia è infatti caratterizzato da numerosi sotto mercati che, in un regime di politiche coordinate, dovrebbe essere in grado di dimostrarsi resiliente rispetto a situazioni di insicurezza o stress sistemici.

Paradossalmente, nonostante l’aumento di richiesta di energia sarà pressoché una costante ed il perfezionamento della tecnologia e quindi lo sfruttamento di risorse energetiche cresceranno a loro volta, i trend mostrano una diversificazione verso fonti rinnovabili in grado di incidere sulle politiche economiche, energetiche nonché sugli stili di vita delle comunità. L’aumento del consumo di energia potrebbe coincidere, come hanno dimostrato le recenti crisi, con una parallela riduzione del consumo di greggio e la modifica di abitudini nelle grandi città, la nascita di sistemi alternativi di trasporto urbano aggiunti a standard di efficienza energetica sempre più elevati, che potrebbero agire da elemento riduttore delle richieste energetiche o di slittamento nelle preferenze dei cittadini europei.

Il continente europeo importa infatti circa il 50% dell’energia che utilizza e questa percentuale pesa per un quinto sul totale delle importazioni. Dati recenti della Commissione Europea certificano che un terzo dei circa 300 000 milioni di euro relativi alle importazioni energetiche di greggio e prodotti petroliferi provengono dalla Russia. In quest’ottica le proposte di diversificazione delle tratte di rifornimento di petrolio come il progetto South Stream offrirebbero un’ottima alternativa, sebbene anche in questo caso si ripropongono problematiche relative non solo a costi economici ma anche ad accordi bilaterali e multilaterali, continui smussamenti politici per mantenere una proficua pax internazionale con i partner storici, carenza di infrastrutture. La Commissione calcola inoltre che la bolletta energetica europea costi 1000 milioni al giorno, per una cifra corrispondente, relativamente all’anno 2013, di 400 000 milioni di euro. Attualmente, nella Strategia per la sicurezza energetica europea, c’è da tenere conto di alcuni fattori in apparente contrasto con quelle che sono invece le previsioni nel medio – lungo termine per il continente. La domanda totale di energia risulta inferiore rispetto al picco del 2006 (complici la crisi finanziaria, l’aumento del prezzo del petrolio, investimenti sulle energie rinnovabili) ma dipende sempre più dalle importazioni: cali di produzione interna hanno aumentato le richieste della stesa energia dall’esterno. I dati aggregati più attendibili risalgono al 2012. La situazione di dipendenza europea viaggia su questi fattori di importazione: il 90% del greggio, il 66% del gas, il 60% di carbone.

 

Prospettive e sicurezza regionale

Nuove prospettive energetiche spinte dallo sviluppo di potenzialità territoriali autoctone o made in Europe, sarebbero in grado di deviare parte della produzione interna incanalandola in settori legati all’energia e quindi all’aumento dell’indotto facendo affidamento su una produzione europea che potrebbe sostituire, anche se in minima parte, l’importazione di energia dall’esterno. Questo discorso varrebbe anche per le importazioni di gas, di cui l’Europa è grande acquirente (i Paesi Baltici, in particolare, soffrono della dipendenza da un unico canale di rifornimento della risorsa). Le infrastrutture, le vie di rifornimento, la flessibilità del mercato e la polifunzionalità dei gasdotti (nell’operatività delle linee in più direzioni), le riserve sotterranee, rappresentano senza dubbio elementi imprescindibili per aumentare la resilienza del sistema europeo. Il documento della Commissione fa esplicito riferimento all’alternanza dei flussi per la mitigazione degli eventi critici. La bilancia delle importazioni continuerà ad essere piuttosto importante sotto questo versante per sopportare l’aumento di richiesta (il che significa che l’Europa continuerà a risentire delle fluttuazioni dei mercati cui è esposta) ma allo stesso tempo è previsto un calo nei consumi e nella domanda di alcune fonti di energia, come effettivamente successo con il calo di consumi di gas rilevato da alcuni anni (ad eccezione di Stati Uniti e Cina che hanno registrato un aumento). Sotto una prospettiva di sicurezza regionale, alcune previsioni danno per stabile la richiesta di petrolio così come quella di gas, mentre prevedono un calo per le importazioni di carbone. Il consumo di energia elettrica è destinato ad aumentare a causa del maggiore numero di apparecchiature elettriche che saranno rese disponibili, alla digitalizzazione dei servizi ed al contempo la qualità della produzione ridurrà lo spreco dell’energia stessa, d’accordo con un aumento della competitività e dell’utilizzo di fonti rinnovabili. L’aumento di diversificazione energetica potrebbe risultare in una maggiore sicurezza dalle importazioni estere (che potrebbero essere bilanciate da una rete di fonti energetiche sostenibili). Ruolo importante è quello che giocano l’energia nucleare (il cui utilizzo ha fatto registrare a livello globale un aumento di un solo 0.9%) e le energie rinnovabili che hanno visto un contribuzione nella fornitura di energia di oltre il 5% a livello globale e, seppure in forma molto differenziata, una crescita positiva anche in Europa.

Proprio l’ Europa è al centro di uno studio elaborato dalla Vienna University of Technology, che mette a confronto i dati relativi agli ultimi anni con una previsione fino al 2020. I ricercatori hanno calcolato che nel nostro continente la domanda di energia “lorda” registrerà un andamento altalenante che, anche a causa della crisi finanziaria, inizialmente farà registrare un ribasso per poi attestarsi su livelli moderatamente superiori a quelli registrati prima della crisi, per poi in pochi anni tornare a decrescere. La domanda di energia elettrica, al contrario, crescerà sensibilmente ed a ritmi sostenuti nei prossimi anni anche grazie a quella che lo studio definisce una “sostituzione infra-settoriale”, cioè una situazione in cui l’accesso e la distribuzione dell’energia elettrica diverranno fondamentali anche in settori come quello dei trasporti. Collegato all’elemento della infrasettorialità vi è quello del “portfolio delle forniture convenzionali”. Il rateo di crescita di domanda di energia per alcuni Paesi, che fa da contrappeso a quello del previsto calo di domanda di energia per altri, sarà determinato anche dal fattore di conversione industriale delle singole realtà nazionali. La realtà del settore elettrico, inoltre, è differente dai precedenti (diverrà con molta probabilità la fonte di energia dalla quale dipenderemo maggiormente per far fronte ai bisogni più diversi).

Questo genere di prospettive potranno avverarsi solamente in caso di un rafforzamento delle relative infrastrutture e di un piano di sviluppo nazionale che si sposi con un relativo piano di sviluppo strategico europeo. I vari Paesi europei infatti differiscono molto in termini di infrastrutture sotto il profilo della presenza e della funzionalità delle stesse. Al fine di rendere il settore energetico resiliente e reattivo senza però privarlo dell’efficienza che deve assicurare, si dovrebbero incrementare sistemi inter europei di condivisione di energia e di mobilità di risorse. Lo stoccaggio e le riserve nazionali potrebbero essere affiancate da riserve europee crescenti, sebbene qui bisognerebbe affrontare il problema del contributo economico e di investimenti in reti, infrastrutture, monitoraggio dei vari Paesi. Una maggiore cooperazione nella consapevolezza di vivere su un territorio, quello europeo, con elevate riserve di carbone, che in periodi di stagnazione economica e ricadute negative sul prezzo di altri combustibili è ancora l’alternativa di più immediato utilizzo (sebbene dannosa in termini di impatto ambientale). Giungere ad una Europa autosufficiente non è immaginabile alle attuali condizioni e per via di un processo di unificazione che pare non essere ancora terminato e per ragioni di diversità di necessità all’interno dell’area europea stessa. E’ auspicabile che si compiano sforzi per procedere verso una completa riorganizzazione in chiave continentale del settore, con l’obiettivo di costruire un’Europa sistematicamente resiliente. I fattori di vulnerabilità sono infatti diversi e tra questi nel nostro continente si rilevano una difficoltà di accesso alla fonte, una carenza di infrastrutture o mancanza di adeguata manutenzione (sotto il profilo qualitativo e quantitativo), una carenza di integrazione politica ed economica (vedi i Paesi del Baltico e quelli dell’Europa Orientale), situazioni politiche instabili o mancanza di investimenti, un unico canale di rifornimento.

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Francesco Danzi
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