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Bonatti, vertici accusati di omicidio colposo

Difesa/EUROPA di

Un anno fa la morte di Fausto Piano e Salvatore Failla, dipendenti della ditta affermata nel business dell’oil&gas in Libia. Pm Colaiocco «Ignorato l’allarme pericolo diramato dalla Farnesina, management colpevole di non aver tutelato i lavoratori»

Prosegue con l’iscrizione dei vertici della Bonatti sul registro degli indagati l’inchiesta sull’uccisione di Fausto Piano e Salvatore Failla, tecnici della ditta rimasti vittime di una sparatoria in Libia lo scorso anno. Una decisione – quella della Procura di Roma – unica nel suo genere, che in un primo momento sembrava non dover colpire i manager della società di Parma, operante nel petrolifero e avvezza a lavorare in quelle zone con i più grandi big di settore. Invece quella contestata a quattro componenti del consiglio d’amministrazione della Bonatti, compreso il Presidente Paolo Ghirelli, e al loro dirigente in Libia Dennis Morson, già indagato anche per violazione delle norme di sicurezza sul lavoro, è un’accusa di omicidio colposo.

114629512-04f3e6f1-ebe1-4458-b76d-cdc9bc86f7e9Piano e Failla furono sequestrati da gruppi armati libici il 19 luglio del 2015, insieme ai colleghi Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, nel corso di uno spostamento verso la zona più interna di Mellitah, sede dei cantieri Eni e di alcune attività della Bonatti. Il trasferimento sarebbe dovuto avvenire – come di consueto – via nave dalla Tunisia, mentre in quella circostanza si contravvenne ai protocolli depositati presso la Farnesina per optare su un viaggio in macchina con autista. Un cambio di programma fatale, che ad oggi sembra accreditare l’ipotesi di un tradimento da parte del conducente, di cui si è persa ogni traccia.

I 4 dipendenti della Bonatti sarebbero dovuti arrivare all’impianto di trattamento del metano di Mellitah via mare e non via terra, essendo le strade interne della Tripolitania particolarmente pericolose perché battute da milizie filo-islamiste. Partiti dall’Italia alla volta di Gerba, in Tunisia, dopo tre giorni avrebbero preso una chiatta che li avrebbe portati a destinazione. Due di loro, tuttavia, avrebbero dovuto recarsi al giacimento di Wafa, al confine con l’Algeria, a bordo di un aereo che effettua un solo volo settimanale di mercoledì mattina. Un aereo che avrebbero sicuramente perso, rimandando così di 7 giorni l’arrivo ai pozzi di estrazione del metano. Per questo Morson decise di rivolgersi ad un service privato che lui stesso aveva già utilizzato in precedenza, e che riteneva pertanto della massima affidabilità.

«A Gerba abbiamo trovato il minivan con l’autista libico – hanno raccontato al rientro in Italia Pollicardo e Calcagno, liberatisi dopo 8 mesi di prigionia – e dopo due check point siamo stati sequestrati, tra Zuara e Mellitah. I banditi credevano fossimo dell’Eni, sono rimasti delusi quando hanno capito che eravamo della Bonatti».

Un rapimento di cui la Procura di Roma ritiene responsabile il management aziendale, colpevole di aver trascurato la tutela dei suoi lavoratori.  La ditta – incalza il pm Sergio Colaiocco – era perfettamente a conoscenza del drammatico peggioramento delle condizioni di sicurezza in Libia, tanto da spingere la Farnesina a diramare l’allarme a tutte le società italiane impegnate in loco, che venivano invitate ad andarsene, o comunque a proteggere con ogni mezzo i propri lavoratori. I vertici della Bonatti avrebbero dunque sottostimato il rischio di reale pericolo ignorando un’allerta istituzionale, e incorrendo nell’illecito amministrativo sulla responsabilità degli enti di cui al Dlgs 231/2001.

 

 

 

Libia: le divisioni interne e lo scenario politico italiano

Le divisioni interne libiche e la realpolitik di casa nostra. La vicenda legata alla liberazione dei due ostaggi italiani Filippo Calcagno e Gino Pollicardo, rapiti in Libia lo scorso 20 luglio, si è intrecciata infatti attorno alle divisioni tribali del Paese nordafricano e alla reazione del premier Matteo Renzi nei confronti della stampa nazionale e degli alleati internazionali, in particolar modo degli Stati Uniti.

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La notizia della liberazione e le congetture

La notizia della scomparsa di Salvatore Failla e Fausto Piano (le due salme saranno sottoposte ad autopsia a Tripoli e non in Italia) di giovedì 3 marzo è stata seguita, il giorno successivo, da quella della liberazione degli altri due italiani e colleghi Filippo Calcagno e Gino Pollicardo. Una concomitanza particolare dopo gli scontri tra le milizie di Sabrata e i jihadisti dell’Isis e la notizia della liberazione nella stessa località quasi preannunciata dal presidente del Copasir Marco Minniti nella giornata di giovedì, quando ha assicurato che gli altri due italiani erano “in vita”.

Una concomitanza che ha lasciato scettici alcuni osservatori italiani e la vedova di Failla: “Lo Stato italiano ha fallito: la liberazione dei due ostaggi è stata pagata con il sangue di mio marito”, ha affermato.

Le difficili trattative per il rientro dei due dipendenti della Bonatti

Aldilà delle congetture, i fatti della giornata di sabato 5 marzo sono stati convulsi. Dapprima, con il presidente del Consiglio Renzi che aveva preannunciato il rientro dei due italiani entro la serata. Poi, con il complicarsi del ritorno a casa dei due italiani.

Infatti, il governo italiano aveva inviato a Sabrata, luogo dove i due dipendenti della Bonatti sono stati liberati, due funzionari. Ma le autorità della città, in aperto contrasto con Tripoli, hanno richiesto, e ottenuto, che Filippo Calcagno e Gino Pollicardo venissero prelevati anche dalla delegazioni ufficiale del governo della capitale libica: “Non siamo rispettati come doveroso – ha dichiarato al Corriere della Sera Taher Algribli, uno dei capi militari che partecipato alle operazioni militari contro il Daesh -. Vogliamo delegazioni ufficiali del Ministro degli Esteri libico. Dopotutto, i ragazzi hanno combattuto e sono morti per battere l’Isis”.

Una volta risolta la questione, l’unità di crisi della Farnesina ha dovuto gestire il difficile spostamento di Calcagno e Pollicardo, attesi domenica in Italia dopo essere transitati dalla difficile rotta da Sabrata a Mellitah, per poi essere trasportati in elicottero a Tripoli, da dove un aereo li riporterà a Roma.

Divisioni interne alla Libia

Una questione, quello dello scontro tra Tripoli e Sabrata, a testimonianza delle divisioni interne al tessuto sociale, politico e militare della Libia. Oltre alla crescente radicalizzazione dello Stato Islamico in più zone del Paese, quello che preoccupa gli osservatori internazionali è il contrasto non solo tra i governi di Tripoli e Tobruk, ma anche tra le tante fazioni e tribù locali. Un ostacolo, innanzitutto, alla formazione del governo di unità nazionale caldeggiato dalle Nazioni Unite, giudicato, con ogni probabilità, un corpo estraneo da gran parte della popolazione libica.

Raffreddamento dell’asse Roma-Washington

Oltre ad avere preannunciato il rientro di Calcagno e Pollicardo, Renzi, nella mattinata di sabato 5 marzo, si è rivolto in modo stizzito ai media e, seppur non citandoli, agli Stati Uniti, dopo le pressioni ricevute in merito ad un intervento militare italiano a breve e con un contingente significativo: “I media si affannano ad immaginare scenari di guerra in Libia che non corrispondono alla realtà. Questo non è il tempo delle forzature, ma del buon senso e dell’equilibrio”. E ancora: “Il coinvolgimento militare avverrà assieme a tutti gli alleati, americani compresi”.

Una chiara risposta all’ambasciatore statunitense John R. Philips, che aveva chiesto all’Italia un coinvolgimento attivo nella sempre più papabile azione militare in Libia, ma aveva anche escluso un impiego diretto di forze americane sul campo. E una replica alle pressioni di Francia e Regno Unito, già attive in Libia da qualche settimana.

Le ripercussioni sulla politica interna italiana

Come già accaduto a Hollande a novembre, anche Renzi deve rapportarsi con la popolarità delle scelte del suo governo in materia di politica estera. La scelta di entrare in guerra in Libia, seppur subordinata ad una richiesta del governo di unità nazionale, potrebbe portare ripercussioni sulla tenuta dell’esecutivo.

Ci sono tre ragioni a testimoniarlo. Il primo, la modalità d’intervento in Libia: ovvero, se a pieno regime o se solo come supporto agli alleati e alle forze di sicurezza locali. Il secondo, già intravisto negli effetti con la notizia della scomparsa dei due dipendenti della Bonatti: le ripercussioni della morte di soldati italiani inviati sul campo di battaglia. Il terzo, le Amministrative alle porte.

In definitiva, sul piano internazionale, oltre ad aspettare la formazione del governo d’unità nazionale libico, gli Stati Uniti vogliono accertarsi che l’Italia assuma il ruolo guida nell’operazione militare in Libia.

D’altro canto, questo contesto s’intreccia con il piano nazionale, dove dalla partita libica dipendono le sorti del governo Renzi.
Giacomo Pratali

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Giacomo Pratali
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