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FILIPPINE: DUERTE ACCUSATO DI ESSERE IL MANDANTE DI CENTINAIA DI OMICIDI

Asia/BreakingNews di

 

Rodrigo Roa Duerte, classe 1945, nel maggio del 2016 vince le elezioni presidenziali delle Filippine dopo una campagna elettorale dai toni esaltati nella quale spende la propria reputazione di uomo forte e inarrestabile, costruita dal 1988 in poi occupando la poltrona di Sindaco di Davao, Capitale della grande isola di Mindanao, nel sud dell’Arcipelago.

Oggi, la dichiarazione rilasciata davanti all’assemblea legislativa del Senato da parte di un ex-appartenente ad uno squadrone della morte lo chiamano in causa come ispiratore e mandante di centinaia di uccisioni, durante gli anni in cui ha ricoperto la carica di Primo cittadino di Davao.

Salito al potere con il 39% delle preferenze, Duerte non ha mai rinnegato i soprannomi che la stampa gli aveva attribuito: Giustiziere, Punisher ed altri appellativi da B movie americano facevano evidentemente riferimento ad i metodi brutali e arbitrari con i quali l’ex sindaco Duerte aveva condotto la sua personale battaglia contro la corruzione e la droga. In diverse occasioni le organizzazioni per i diritti umani locali e internazionali avevano espresso sconcerto e preoccupazione per le centinaia di esecuzioni extragiudiziarie condotte nella città di Davao durante i lunghi anni del suo governo, delle quali erano rimasti vittima pusher, consumatori di stupefacenti, ma anche semplici cittadini.

Nonostante fossero giunte critiche addirittura dal Vaticano, i Filippini, profondamente cattolici, hanno deciso di concedere la propria fiducia a Duerte, il cui cavallo di battaglia in campagna elettorale è stata la promessa di uccidere 100 mila spacciatori e malviventi nel corso dei primi sei mesi di presidenza. A cinque mesi dalle elezioni, la quota 100 mila è ancora molto lontana ma le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato l’uccisione di circa 3 mila persone ed una sostanziale sospensione dello stato di diritto in ampie zone del paese. La polizia, che sembra ormai godere di un’impunità quasi totale, ha di fatto confermato queste cifre.

La popolarità di Duerte, durante questi cinque mesi di sangue e violenza, ha continuato a crescere, impermeabile alle denunce delle ONG e alle tante testimonianze che dimostrerebbero l’uccisione di civili incensurati, compresi alcuni bambini, nel corso delle operazioni condotte dalle autorità di pubblica sicurezza.

Oggi, però, la testimonianza rilasciata di fronte al senato da Edgar Matobato, ex-membro di uno squadrone della morte Di Davao, apre scenari ancora più inquietanti e mette il presidente Duerte in una posizione estremamente scomoda.

I Lambada Boys, come si faceva chiamare il gruppo di sicari di cui era membro Matobato, 57 anni e cinquanta omicidi all’attivo, sarebbero responsabili di centinaia di esecuzioni mirate, perpetrate a Davao nel corso degli ultimi decenni. Il testimone, chiamato a parlare di fronte all’aula riunita dalla senatrice Leila de Lima, ex direttrice della commissione per i Diritti Umani delle Filippine, ha dichiarato che Duerte sarebbe stato il mandante di queste esecuzioni, di cui sarebbero rimasti vittime sia molti esponenti della malavita locale che oppositori politici dell’allora sindaco. Matobato ha parlato di corpi dati in pasto ai coccodrilli, di ventri squarciati per non far riemergere i cadaveri sepolti in mare e di altre brutalità riconducibili agli ordini impartiti direttamente da Duerte, la cui immagine appare oggi più vicina a quella di un gangster che a quella di un politico di successo.

Leila de Lima, grande oppositrice del Presidente e, secondo Matobato, bersaglio mancato nel 2009, quando la squadra di sicari non riuscì a portare a termine il suo omicidio, intende utilizzare la testimonianza per mettere sotto accusa Duerte e per creare un legame logico e simbolico tra la violenza che ha insanguinato la città di Davao durante il suo mandato, tra il 1988 ed il 2013, e l’odierna sospensione dei più basilari diritti umani, alla base della guerra voluta dal Presidente per estirpare il narcotraffico e sterminare gli esponenti della piccola criminalità legata al mondo dello spaccio di stupefacenti.

Duerte per ora non ha voluto rispondere alle accuse, ma i suoi portavoce hanno già iniziato ad erigere un muro difensivo, mettendo in dubbio la credibilità di Matobato e sostenendo che de Lima, che dovrà presto presentarsi di fronte ad una commissione di inchiesta parlamentare, sia invischiata in attività illecite legate al traffico di droga.

Lo scontro si sposta dunque in campo aperto e sono in molti a temere che un Duerte ferito, ma ancora forte del sostegno popolare, possa reagire in modo scomposto, trascinando il paese con se in una nuova stagione di violenza e sospensione dei diritti.

Gli Usa mettono in guardia la Cina

Asia/BreakingNews di

Gli Stati Uniti hanno deciso di mostrare i muscoli nel Mar Cinese Meridionale per rassicurare gli alleati regionali e lanciare un chiaro messaggio alla Cina, le cui mire sull’area appaiono sempre più esplicite.

Due Carrier Strike Group americani, composti ognuno da una portaerei e diverse navi militari di grandi dimensioni, hanno iniziato sabato scorso una serie di esercitazioni militari nelle acque territoriali delle Filippine, alleato chiave nella disputa per il controllo dei mari asiatici meridionali.

I drill hanno coinvolto le portaerei a propulsione nucleare Ronald Reagan e John C. Stennis, 12 mila marinai, 140 velivoli e altre sei navi da battaglia, a pochi giorni dalla sentenza che una corte internazionale si appresta a emettere in merito alle rivendicazioni cinesi sul tratto di mare conteso. Il messaggio è chiaro: gli USA non intendono lasciare campo all’avversario cinese e gli alleati regionali, a partire dalle Filippine, non saranno lasciati soli di fronte alle pressioni di Pechino.

Le navi americane hanno iniziato a svolgere esercitazioni di difesa aerea, sorveglianza marittima e attacco a lungo raggio, mettendo in mostra la propria potenza di fuoco a poca distanza dalle acque contese, nelle quali la Cina continua le proprie attività costruttive di atolli artificiali a scopo civile e militare.

L’intento delle esercitazioni, nel linguaggio formale dei bollettini informativi della marina militare, sarebbe quello di promuovere la libertà di navigazione e di sorvolo nelle acque e nei cieli dell’area. Le dichiarazioni che giungono dai comandi chiariscono meglio lo scopo dei drill: “Questa è per noi una grande opportunità, per prepararci ad operare con CSG (Carrier Strike Group) multipli all’interno di un ambiente conteso”, ha spiegato l’ammiraglio John Alexander.

Da parte filippina, la mobilitazione militare è la dimostrazione lampante che gli Stati Uniti sono determinati a prestare fede all’”impegno corazzato”, ribadito in più occasioni, in favore dell’alleato asiatico. “Accogliamo con favore la cooperazione e la forte partnership con i nostri amici ed alleati, alla luce della disputa nella quale i nostri legittimi diritti sono stati oltrepassati”, ha affermato Peter Galvez, portavoce del Dipartimento di Difesa filippino.

Il riferimento è alla sentenza, attesa nel giro di poche settimane, con cui la Corte di Arbitrato Permanente dell’Aia dovrà esprimersi sulla legittimità delle rivendicazioni di Pechino nei confronti delle acque del Mar Cinese Meridionale, una delle aree navigabili più importanti del mondo, sotto il profilo economico e strategico, sulla quale affacciano anche Vietnam, Malesia, Brunei e Taiwan e su cui convergono gli interessi di Cina, USA e Giappone.

La sentenza sarà probabilmente favorevole alle Filippine, che si erano rivolte al tribunale internazionale per tentare di contrastare l’espansionismo cinese. La Cina, dal canto suo, ha deciso di ignorare la corte, alla quale non riconosce alcuna giurisdizione sulla materia, e non ha preso parte al dibattimento.

 

Luca Marchesini

 

Mar Cinese Meridionale: la grande disputa

Asia/Sud Asia di

Gli attori principali di questa storia sono 4: La Cina, le Filippine, gli USA e il Giappone. La posta in gioco è enorme: il controllo delle acque del Mar Cinese Meridionale, dove si incrociano gli interessi delle potenze in gioco.

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Ormai da mesi, gli Stati uniti sono impegnati in una escalation verbale con la Cina. Pechino, infatti, non nasconde le proprie mire espansionistiche sulla porzione di oceano che bagna le sue coste meridionali e sta costruendo isole artificiali per spostare in avanti di alcune decine di chilometri i limiti delle proprie acque territoriali. Un allargamento forzato dei confini che mette in agitazione anche Vietnam, Filippine e Malesia, che su quello stesso tratto di mare avanzano le proprie rivendicazioni.

La Cina ha più volte intimato agli USA di non esacerbare il clima sorvolando gli isolotti artificiali con i propri apparecchi e portando le navi della flotta a navigare in prossimità delle loro coste. Gli Stati Uniti hanno risposto seccamente, appellandosi al diritto marittimo internazionale, ed hanno assicurato ai propri alleati regionali la collaborazione della marina americana per il controllo delle posizioni cinesi.

Va tenuto a mente che, in questa zona di mondo, il controllo delle acque e la possibilità di mettere i propri vessilli su porzioni anche piccolissime di terra galleggiante ha un valore tutt’altro che simbolico. Di fatto, assicurarsi la possibilità di pattugliare determinate vie di comunicazione marittime, attraverso la costruzione di basi militari, permette di controllare direttamente il commercio navale e le vie di accesso a risorse fondamentali sul piano economico e strategico. Dal controllo di uno scoglio isolato o di un tratto di barriera corallina possono scaturire serie ripercussioni sul fronte della crescita economica e della stabilità politica.

Per la Cina è, prima di tutto, una questione di sovranità regionale, con inevitabili ripercussioni globali. Per gli Stati Uniti, la preoccupazione principale è rappresentata dalla libertà di navigazione nel Pacifico, dove gli USA hanno costruito la propria supremazia, dopo la fine della Guerra Fredda, grazie anche all’aiuto degli alleati regionali, in primis Giappone e Corea del Sud. La Cina ha però da tempo messo in discussione questo assunto, emergendo come nuova potenza nel Mar Cinese Meridionale ed esplicitando le proprie mire egemoniche sull’area. Una ridefinizione degli equilibri che per Washington rappresenta un serio problema.

La supremazia sulle acque è da sempre un elemento fondamentale della strategia americana sul piano globale. Il controllo dei mari, assicurato dal primato militare della US Navy, garantisce vie di commercio rapide e sicure per i beni diretti o provenienti dai porti americani e permette di spostare rapidamente ingenti quantità di truppe in caso di necessità, anche a grande distanza. Ma queste stesse esigenze sono diventate ormai vitali anche per la Cina, una potenza globale la cui economia è sempre più votata all’esportazione e che dunque necessita di un maggiore controllo sulle vie commerciali marittime, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale, ricco di risorse ittiche e di gas naturale. La Cina sta dunque tentando di rimodellare lo status quo, approfittando della debolezza degli avversari regionali, incapaci di fronteggiare il gigante asiatico sul piano militare e delle incertezze del rivale americano, che non sembra disposto ad usare la forza per contenere le sue mire espansionistiche.

Ad ogni modo, le attività costruttive cinesi nel mezzo del Mar Meridionale hanno provocato la fortissima irritazione dei vicini del sud-est asiatico, a partire dalle Filippine che rivendicano la propria sovranità su molte delle piccole isole cementificate dalle attività costruttive cinesi. La Cina pensa però di poter tenere sotto controllo i paesi dell’ASEAN, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, agendo direttamente sull’organizzazione a livello politico ed azionando le proprie leve di influenza economica e militare nei confronti dei singoli interlocutori. Pechino confida altresì di poter gestire le reazioni di Washington, nella convinzione che gli USA eviteranno ogni escalation, temendo un conflitto diretto nelle acque del Mar Cinese Meridionale. I fatti, fino ad oggi gli anno dato ragione.

Resta da capire qual è la posizione del Giappone all’interno di questo puzzle. La potenza del Sol Levante è forse l’unico avversario che la Cina teme davvero, in questo momento. Per la prima volta dopo decenni, il Giappone sembra deciso ad assumere un ruolo più attivo nel pacifico e nel Mar Cinese Meridionale. Recentemente Tokio ha stretto nuovi accordi con Manila e con altri paesi dell’ASEAN per condurre operazioni congiunte e per facilitare le operazioni di rifornimento della sua flotta e dei suoi velivoli. Come contropartita, ha offerto alle Filippine e al Vietnam navi e velivoli per la marina e la guardia costiera. Il Giappone ha anche raggiunto un accordo con gli USA per svolgere operazioni congiunte di pattugliamento nel Mar Cinese Meridionale, a partire dal prossimo anno.

Perché questo inedito attivismo? Il Giappone è un isola e dispone di poca terra e di poche risorse naturali. Tokio deve dunque necessariamente salvaguardare i propri interessi sui mari, per garantire la sussistenza dell’economia nipponica, ed ha compreso che il nuovo espansionismo cinese rappresenta una minaccia che non può restare senza risposte.

Dal punto di vista di Pechino, la nuova politica di Tokio rappresenta un problema di difficile soluzione, sopratutto se il Giappone agisce in sinergia con gli Stati Uniti per la creazione di una forza congiunta nel Mar Cinese Meridionale. La risposta per ora è diplomatica. Attraverso diversi canali Pechino sta cercando di convincere Washington a non impegnarsi a fianco del Giappone, suggerendo che Tokio starebbe perseguendo unicamente i propri interessi nell’area. In prospettiva, la Cina paventa anche una possibile escalation militare con le Filippine, sostenute dal Giappone, per il controllo delle isole contese. Uno scenario che metterebbe gli USA nella spiacevole condizione di dover scegliere se intervenire o meno a fianco del proprio alleato, con tutte le conseguenze che la scelta comporterebbe sul piano militare e politico.
Luca Marchesini

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Luca Marchesini
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