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Il piano di Francia e Germania per la ripresa dell’economia europea

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Il 18 maggio, i governi di Francia e Germania hanno presentato un ambizioso piano congiunto per la condivisione in Europa dei costi della crisi dovuta alla diffusione del Covid-19. In una videoconferenza la Cancelliera tedesca, Angela Merkel ed il Presidente francese, Emmanuel Macron, hanno annunciato varie proposte per aiutare l’UE ad uscire dalla crisi attuale, la più importante delle quali è la creazione di un “fondo per la ripresa” europeo-Recovery fund- dal valore di 500 miliardi di euro, finanziato da emissioni di debito comune. Dopo mesi di negoziazioni difficili in cui la posizione del blocco di paesi dell’Europa settentrionale, guidati dalla Germania, si opponeva a quella dei Paesi dell’Europa meridionale, guidati dalla Francia, si aprono nuovi scenari.

Un compromesso concreto

Quello raggiunto da Francia e Germania è il primo compromesso concreto per la condivisione del debito europeo, dopo le varie proposte circolate nelle ultime settimane e parzialmente discusse in seno all’ultimo Consiglio europeo, l’organo dell’Unione Europea che comprende i capi di stato e di governo degli Stati membri. Si tratta di un passo importante per la tanto discussa creazione degli eurobond, nonché del tentativo più significativo di affrontare la crisi economica congiuntamente a livello europeo e non unilateralmente da parte dei singoli stati.

La Cancelliera tedesca, Angela Merkel ed il Presidente francese, Emmanuel Macron hanno presentato il piano in una videoconferenza in cui hanno sottolineato la necessità di aiutare i paesi ed i settori economici maggiormente colpiti dalla crisi e l’importanza di farlo rafforzando l’Unione europea, creando un’unione più forte e coesa. Le proposte riguardano la creazione di un fondo per la ripresa europeo, una maggiore cooperazione tra i Paesi dell’UE in ambito sanitario, al fine di avere strategie comuni in caso di emergenza e una maggiore collaborazione nella ricerca e nella produzione di vaccini, maggiori investimenti per la digitalizzazione e per il rilancio del Green Deal europeo, nonché uno sforzo congiunto per rafforzare il mercato unico europeo e la libera circolazione tra i Paesi membri.

Il fondo per la ripresa

Il fondo per la ripresa, con un valore di 500 miliardi di euro, finanziato da emissioni di debito comune, rappresenta la proposta più rilevante del piano Merkel-Macron. Il fondo permetterebbe all’UE di avere uno strumento da poter impiegare a breve termine per sostenere la ripresa dall’attuale crisi dovuta al coronavirus ed al contempo pone al centro il bilancio settennale dell’UE per il 2021-2027.

A differenza del MES, il fondo proposto dalla Francia e dalla Germania, non prevederebbe prestiti da parte dell’Unione ai paesi in maggiore difficoltà, bensì sussidi a fondo perduto, da impiegare direttamente per sollevare l’economia europea. Affidato alla Commissione europea e finanziato a partire dai mercati finanziari a nome dell’Unione europea-costituendo dunque un debito pubblico comune- il fondo sarebbe ripagato equamente da tutti gli Stati membri negli anni successivi. Il meccanismo di finanziamento sarebbe così simile a quello discusso per i cosiddetti eurobond-i “titoli di stato europei” invocati dai paesi dell’Europa meridionale per aiutare le economie dei paesi più colpiti dalla pandemia- che aveva trovato, tuttavia, l’opposizione da parte dei paesi dell’Europa settentrionale, Germania compresa. Si tratta, infatti, della prima volta in cui la Germania sostiene la possibilità di creare debito pubblico comunitario. Infine, rileva che il fondo proposto da Merkel e Macron avrebbe un valore minore rispetto a quanto chiesto in passato- si era, infatti, parlato di 2.000 miliardi di euro- e nella nuova proposta la gestione spetterebbe alla Commissione europea e non direttamente agli stati membri, come ipotizzato inizialmente.

La Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha accolto con interesse la proposta: “Accolgo con favore la proposta costruttiva fatta da Francia e Germania. Riconosce la portata e le dimensioni della sfida economica che l’Europa deve affrontare e giustamente pone l’accento sulla necessità di lavorare su una soluzione con il bilancio europeo al centro” ha dichiarato.

La controproposta dei “frugal four”

I due leader hanno dichiarato di essere giunti alla proposta dopo aver discusso a lungo sia con i Paesi dell’Europa meridionale che con quelli dell’Europa settentrionale. In tale ottica, il fondo si pone come un compromesso da cui partire per trovare un accordo tra tutti gli Stati membri dell’UE: il passaggio dal meccanismo di prestiti a quello dei sussidi dovrebbe trovare l’approvazione di paesi come Italia e Spagna, mentre le dimensioni ridotte del fondo per la ripresa e la gestione da parte della Commissione europea rappresenteranno una garanzia per i paesi scettici agli eurobond come Olanda ed Austria. Tuttavia, dopo la proposta franco-tedesca, proprio l’Austria si è posta come leader dell’opposizione dei “frugal four”- Austria, Danimarca, Olanda e Svezia- mostrando ostilità al piano di Merkel e Macron e con l’obiettivo di tornare all’originaria proposta del meccanismo di prestiti e scongiurare l’allargamento del budget europeo 2021-2027. Il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, ha, così, annunciato che lavorerà ad una controproposta rispetto al piano franco-tedesco insieme agli altri paesi del “club dei frugali”. La proposta dovrebbe essere presentata in tempi stretti e comunque prima del 27 maggio, la data di presentazione del “vero” fondo per la ripresa da parte della Commissione, l’istituzione incaricata di fare sintesi fra le posizioni dei vari paesi in un’unica proposta.

La posizione dell’Italia e dell’Europa meridionale

All’estremo opposto dei “frugal four” vi sono i Paesi che invocano proprio la misura più avversata dal gruppo guidato da Kurz: uno sforzo comune per l’Unione europea, che si concretizza nel sostegno alla mutualizzazione del debito sotto forma di bond emessi a livello comunitario. Tra questi, l’Italia, tramite il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha ricordato di aver inviato una lettera al Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in favore dei cosiddetti coronabond e di aver ottenuto l’adesione di otto paesi: Belgio, Francia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna. Conte ha invitato la Commissione europea a dar vita ad un piano ancora più ambizioso di quello prospettato da Merkel e Macron, in quanto la loro proposta non esplicita la dimensione attesa per il recovery fund. Quanto alla modalità di erogazione degli aiuti, il Presidente del Consiglio italiano ha insistito sul ricorso ai “grants”, le sovvenzioni, criticando gli stereotipi sulla spaccatura Nord-Sud Europa ed evidenziando come la caduta verticale dell’economia Ue richieda una risposta congiunta ed immediata dei 27.

 

 

 

 

 

 

Francia: lo stato di emergenza sanitaria e le nuove misure restrittive

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La Francia ha decretato ufficialmente lo stato di emergenza sanitaria per due mesi, eliminando così la prospettiva di uscire alla fine di marzo dal confinamento imposto dal coronavirus. La pandemia continua a diffondersi nell’ Hexagone ed a sottoporre il sistema sanitario del Paese ad una dura prova.

La Legge d’emergenza e le misure annunciate da Philippe

L’Assemblea nazionale francese ha adottato la Legge “d’emergenza per fronteggiare l’epidemia del Covid-19” domenica 22 marzo, dopo quattro giorni di intenso lavoro da parte del Comitato Misto Congiunto (CMP), composto da sette deputati e sette senatori.

Pubblicato martedì 24 marzo nella Gazzetta ufficiale, il testo della legge prevede il nuovo regime di “stato di emergenza sanitaria”, sul modello dello stato di emergenza previsto da una Legge del 1955 ed attivato dopo gli attacchi terroristici del 2015. Viene fornito, così, un quadro giuridico per le disposizioni di emergenza che hanno iniziato ad essere attuate dal 16 marzo.

Oltre alle disposizioni relative allo stato di emergenza sanitaria ed al sostegno economico, è stato previsto che, se il secondo turno delle elezioni comunali non potesse svolgersi prima della fine di giugno, nei comuni i cui sindaci non sono stati forniti dal primo turno, gli elettori saranno convocati per entrambi i turni; il primo turno sarebbe quindi cancellato solo per questi comuni.

Il confinamento durerà “qualche settimana in più” stando alle parole del Primo Ministro, Edouard Philippe. “Molti dei nostri concittadini vorrebbero tornare al periodo precedente, alla normalità, ma non avverrà domani”, ha avvertito Philippe, annunciando un inasprimento delle misure di contenimento. In Francia non sarà più possibile praticare sport lontano da casa e per tutto il tempo che si desidera: sarà possibile uscire a fare una passeggiata con i bambini o fare sport in solitaria nel raggio di 1 km da casa, per massimo un’ora ed una volta al giorno. Per coloro che non rispettano queste istruzioni sono state inasprite le sanzioni: l’ammenda forfettaria di 135 euro aumenta a 1.500 euro in caso di recidiva “entro quindici giorni” e “quattro violazioni entro trenta giorni” possono valere fino a 3.700 euro in multa e sei mesi di carcere. Sono stati, inoltre, vietati i mercati all’aperto “Ma i prefetti saranno autorizzati, su consiglio dei sindaci, a derogare a questo divieto” nei casi in cui il mercato è l’unico ad avere accesso a prodotti freschi. A livello locale, alcuni sindaci hanno anche adottato misure più drastiche: ad esempio, nel dipartimento di Drôme, a Valence, è stato imposto il coprifuoco dalle 21:00 alle 6:00, fino al 31 marzo. Più di 30 città sono sotto coprifuoco. Il Presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, tuttavia, si oppone al contenimento totale, come alcuni vorrebbero.

Il personale sanitario e l’opposizione al contenimento totale di Macron

In prima linea nella guerra contro l’epidemia vi è il personale sanitario, che, tuttavia, non è estraneo al contagio: due nuovi medici, provenienti da Haut-Rhin e Haute-Saône, sono morti il 22 marzo a causa del coronavirus, portando a cinque il bilancio dei medici morti a causa del virus. Molte iniziative sono fiorite per aiutare i medici a far fronte all’emergenza, come le donazioni di mascherine da parte di privati ed aziende.

Tuttavia, ciò non è sufficiente agli occhi del sindacato Médecin généraliste (MG) France: la distribuzione di mascherine da parte delle farmacie è limitata a 18 unità a settimana per medici ed infermieri. Per tutti coloro che si ammalano, il coronavirus sarà riconosciuto come una malattia professionale: “non ci sarà alcun dibattito al riguardo”, ha affermato il Ministro della Salute.

Si segnalano continuamente nuovi casi di contagio. Ad esempio, vi sono “alcune centinaia” di persone impegnate nel sistema sanitario nell’Ile-de-France che sono positive al Covid-19, come dichiarato da Philippe Juvin, capo del dipartimento di emergenza dell’ospedale Georges-Pompidou di Parigi.

Il contenimento totale è richiesto proprio dalla professione medica, che incontra la già citata opposizione del Presidente della Repubblica, il quale ritiene necessaria, piuttosto, un’osservanza più rigorosa delle attuali misure. A tal proposito, il Consiglio di Stato ha rifiutato di disporre urgentemente il “contenimento totale”, come richiesto da alcuni medici, imponendo al governo di riesaminare entro 48 ore le esenzioni dallo sfollamento, in particolare per motivi di salute o per l’attività fisica.

Tra le varie misure adottate, Emmanuel Macron ha riunito i rappresentanti delle religioni mediante audioconferenza ed ha già annunciato che le festività religiose di aprile (Pasqua ebraica e cristiana, inizio del Ramadan) dovranno svolgersi “senza raduni”.

Il Presidente della Repubblica francese, inoltre, dovrebbe istituire un nuovo comitato di analisi, ricerca e competenza, che riunisce 12 ricercatori e medici, per consigliare al meglio il governo in materia di trattamenti e test. Sul lato del trattamento, una sperimentazione clinica europea è stata avviata il 22 marzo in almeno sette paesi, con riguardo a quattro trattamenti sperimentali. Per quanto riguarda la clorochina, uno di questi trattamenti testati – che si presenta come controverso – questo può essere somministrato a pazienti affetti da “forme gravi” di coronavirus, ma non dovrebbe essere usato per forme meno gravi, come dichiarato dall’Alto Consiglio della sanità pubblica e riportato dal Ministro della sanità. Un decreto che definirà l’uso di questo trattamento verrà emanato nelle prossime ore.

L’appello del Ministro dell’Agricoltura

Il ministro dell’Agricoltura, Didier Guillaume, ha lanciato un appello a coloro che hanno smesso di lavorare a causa della crisi del coronavirus per unirsi al “grande esercito dell’agricoltura francese”,

“Oggi esiste la possibilità di avere 200.000 posti di lavoro diretti nelle attività agricole”, privati della forza lavoro, in particolare dei lavoratori stranieri, ha spiegato Didier Guillaume, chiedendo a coloro che lo desiderano di andare “nei campi”.

Christiane Lambert, capo dell’Unione agricola della FNSEA- Fédération nationale des syndicats d’exploitants agricoles, ha dato sostanza a questo appello. “Con i confini chiusi, i polacchi, i rumeni e gli spagnoli non saranno lì per il raccolto. A marzo sono necessari 45.000 lavoratori stagionali, 80.000 in aprile e 80.000 in maggio”, ha dichiarato.

È stato creato un sito Web per collegare domanda e offerta. Inoltre, gli agricoltori hanno negoziato con il governo in modo che i volontari possano combinare i salari dei lavoratori a tempo ridotto e quelli stagionali.

Francia, primo turno delle elezioni municipali: al voto con il COVID-19

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Domenica 15 marzo, in Francia, nonostante l’emergenza COVID-19, si è svolto il primo turno delle elezioni municipali in circa 35.000 comuni. L’affluenza è stata molto bassa ed al centro della giornata elettorale vi è stata la polemica relativa all’opportunità o meno di tenere le elezioni. In generale si è confermato un esito positivo per i Verdi ed a Parigi è stata premiata la sindaca uscente, Anne Hidalgo.

Coronavirus e la carta dell’astensione

Tra i 35.000 comuni, al voto importanti città come Bordeaux, Marsiglia, Nizza, Lione, Tolosa, Lille, Montpellier, e la capitale Parigi.

Il 15 marzo l’affluenza si è attestata al 44,64%, in calo di 20 punti rispetto all’ultima elezione svoltasi nel 2014. Per la prima volta dall’inizio della Quinta Repubblica, meno della metà dei francesi iscritti nelle liste elettorali si è recata alle urne per le elezioni municipali. Questo forte calo della partecipazione è quasi generalizzato in tutto il territorio metropolitano, ad eccezione di alcuni piccoli comuni. Tra le principali città, Nizza ha vissuto la più forte spinta astensionista: solo il 29% degli elettori è andato alle urne, rispetto al 54% di sei anni fa. A Parigi l’affluenza è intorno al 43 per cento, contro il 56,27 per cento del 2014. “L’alto tasso di astensione testimonia la crescente preoccupazione dei nostri concittadini di fronte all’epidemia che ci sta colpendo”, ha dichiarato il Primo Ministro francese, Edouard Philippe-candidato a Le Havre- spiegando che comunque il voto si è svolto nel rispetto delle norme sanitarie. Pulizie dei locali e delle attrezzature necessarie, segnalazioni a terra per mantenere la distanza tra gli elettori, punti di distribuzioni di gel idroalcolico: queste alcune delle misure adottate nella giornata di domenica.

L’ultimo bilancio comunicato nella giornata elettorale parla di 127 morti (+36 rispetto al giorno precedente) e 5423 contagiati confermati (+900). Alla vigilia del voto, il Governo francese ha decretato il passaggio alla cosiddetta Fase 3 nella gestione della pandemia, che comporta la chiusura di scuole, università, ristoranti e di tutti i luoghi che non comportano servizi essenziali, fatta eccezione quindi dei negozi di alimentari, delle farmacie, delle banche, delle tabaccherie e dei distributori di benzina. All’indomani del voto, il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha disposto una nuova e più incisiva riduzione degli spostamenti dei suoi concittadini: assembramenti e riunioni con familiari ed amici non sono più permessi; ovunque nel territorio francese sono ridotti i contatti; si può uscire soltanto per fare la spesa; sono interdetti i viaggi lunghi; l’attività fisica all’aperto è lecita soltanto se da soli ed a distanza.

Emmanuel Macron, ha annunciato, altresì, il rinvio del secondo turno delle elezioni municipali e lo stop alla riforma delle pensioni. Secondo molti costituzionalisti francesi ciò comporta la necessità di ricominciare da capo l’intero processo elettorale: ai sensi della legge francese, il secondo turno deve svolgersi la domenica seguente al primo, pertanto, gli elettori potrebbero tornare a votare anche per il primo turno. In particolare, il Codice elettorale, all’Art. 56, dispone che le elezioni municipali si svolgono la domenica, “in caso di un secondo scrutinio, ciò avviene la domenica successiva al primo scrutinio”. La situazione è, tuttavia, senza precedenti.

I risultati

In questo scenario è piuttosto difficile trarre delle conclusioni dai risultati elettorali del 15 marzo.

Vi sono, tuttavia, due tendenze da segnalare: in primo luogo i Verdi hanno confermato l’ascesa, avviata con le elezioni europee dello scorso maggio in diversi Stati membri dell’UE; questi, sono andati bene a Grenoble (44 %), Lione (29 %), Strasburgo (26,7 %), Besançon sono in prima posizione anche a Bordeaux (34 %), Tolosa e Tours. In secondo luogo, ad ottenere buoni risultati al primo turno è Rassemblement national, Partito di estrema destra di Marine Le Pen, che ha confermato il proprio radicamento in alcuni comuni francesi in cui aveva registrato la vittoria nel 2014 – Hénin-Beaumont, Villers-Cotterêts, Beaucaire, Fréjus, Hayange e Béziers.

Il Partito Socialista, dopo anni di difficoltà, è andato bene a Lille, Nantes, Rennes, Le Mans, Clermont-Ferrand, Brest e soprattutto nella capitale. Qui, la sindaca uscente Anne Hidalgo – eletta con il Partito Socialista nel 2014 e sostenuta dalla lista “Paris en commun” di cui fa parte anche il Partito Comunista francese – è al 29,33% dei voti: otto punti di vantaggio su Rachida Dati – ex ministra della Giustizia nel governo di Nicolas Sarkozy e candidata con Les Républicains, al 22,72 % – e più di dodici su Agnès Buzyn- precedentemente Ministra della Sanità, candidata per il Partito di Emmanuel Macron, al 17,26 %. Hidalgo ha affermato: “Chiedo ora unità e la convergenza di ecologisti, progressisti, umanisti, di tutte le donne e gli uomini di buona volontà, affinché trionfino l’ecologia, i valori della solidarietà e dell’aiuto reciproco”. Ma, a differenza di altri candidati, Hidalgo non ha ufficialmente chiesto lo slittamento del secondo turno. A Parigi sembra improbabile una vittoria della destra: nonostante il buon risultato di Dati, non vi sono riserve di voto a cui attingere e fino ad ora non vi sono segnali di una possibile alleanza con Buzyn. Tra gli altri candidati, David Belliard dei Verdi è al 10,79%, davanti a Cédric Villani, dissidente del partito di Macron, al 7,88 % e Danielle Simonnet, candidata dell’estrema sinistra, al 4,59%.

Relativamente al Partito di Macron, La République en Marche, questo non è riuscito, come previsto, ad ottenere risultati significativi: le scelte politiche adottate negli ultimi mesi (come la riforma delle pensioni) e la mancanza di un radicamento locale, sono le cause alla base del risultato. Edouard Philippe, a Le Havre è intorno al 43,6 per cento, andrà al ballottaggio con il comunista Jean-Paul Lecoq (al 35,9 %), che probabilmente riuscirà a presentarsi con una coalizione ampia che comprenderà anche le liste dei Verdi. Tra gli altri membri del governo che si sono candidati alle municipali, Gérald Darmanin, Ministro dell’Azione e dei Conti pubblici, è stato rieletto al primo turno a Tourcoing, così come Franck Riester, Ministro della Cultura, a Coulommiers. Tuttavia, nonostante questi successi isolati, il Partito del Presidente francese mostra difficoltà nel vincere in una grande città.

Infine, con riguardo al partito Les Républicains, è stata registrata una vittoria al primo turno a Calais. A Marsiglia, invece, andranno al ballottaggio contro la sinistra, sperando di conquistare anche Tolosa dove, in alleanza con il partito di Macron, è stato ottenuto per ora circa il 36%.

 

 

 

 

European Space Conference: allo spazio nuovi investimenti per 200 milioni di €

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Il 21 e 22 gennaio si è tenuta a Bruxelles l’European Space Conference. Giunta alla dodicesima edizione, tale conferenza è una piattaforma per le analisi e gli approfondimenti della politica spaziale europea, i suoi programmi, le sue missioni e le questioni chiave del futuro.

Vi prendono parte i rappresentanti delle istituzioni europee ma anche i CEO delle società e i rappresentanti del mondo scientifico e della società civile. Al centro dei dibattiti vi sono stati argomenti quali il futuro dello spazio europeo, il rafforzamento dell’industria spaziale europeo, il rispetto dell’European Green Deal in questo ambito, le numerose nuove sfide di spazio e difesa, le cooperazioni internazionali, le future partnership e così via.

200 milioni di € dall’UE

L’Unione Europea è un attore molto importante nell’industria spaziale globale, tuttavia non è di certo il principale: gli Stati Uniti mantengono il ruolo di leader per spese e per la presenza; la Cina spende quanto l’UE, ovvero la metà rispetto agli USA. Le istituzioni europee hanno dunque deciso di potenziare l’industria spaziale europea. La Commissione europea, in collaborazione con la Banca Europea per gli Investimenti, a seguito dell’European Space Conference, ha proposto investimenti per 200 milioni di € nel settore spaziale. In particolare, un investimento di 100 milioni di € per il nuovo programma Ariane 6 – un programma dell’Agenzia spaziale europea – e 100 milioni di € nell’ambito di InnovFin, per sostenere l’innovazione e la crescita delle società europee di tecnologia spaziale. Gli investimenti sono sostenuti dal Fondo europeo per gli investimenti strategici, il pilastro finanziario del piano di investimenti per l’Europa. Inoltre, la Commissione e la BEI stanno annunciando il primo InnovFin Space Equity Pilot impegnandosi in fondi di investimento, sia interamente focalizzati sulle attività spaziali, sia su fondi che perseguono opportunità nel settore.

Il commissario per il mercato interno, Thierry Breton, ha dichiarato: “I due annunci di oggi rappresentano un punto di svolta per l’Europa a sostegno dell’industria spaziale europea. In primo luogo, accolgo con grande favore il prestito concesso dalla BEI per il progetto Ariane 6, che è al centro dell’obiettivo di garantire un accesso autonomo europeo allo spazio. In secondo luogo, con InnovFin Space, stiamo inviando un chiaro segnale che il business spaziale in Europa è un’opportunità interessante”.

Ariane 6

Ariane 6 è un lanciatore sviluppato da ArianeGroup con la collaborazione dell’ESA, nell’ambito del programma pluriennale dell’agenzia per una nuova famiglia europea di lanciatori, con l’obiettivo di rispondere alle ultime tendenze del mercato dei satelliti. Ariane 6 continuerà a consentire all’Europa di offrire le sue attività di lancio per le missioni a tutte le orbite, dai satelliti geostazionari alle missioni in orbita terrestre media e bassa e affrontare le dinamiche di mercato per i grandi satelliti e le costellazioni satellitari. Il finanziamento da 100 milioni di euro sosterrà parzialmente la quota di ArianeGroup dei costi di sviluppo attraverso una struttura di finanziamento innovativa che dipenderà dal successo commerciale di Ariane 6, una volta operativo.

André Hubert Roussel, CEO di ArianeGroup, ha dichiarato: “Attraverso questo finanziamento innovativo, la BEI, con il sostegno dell’Unione Europea attraverso il Fondo europeo per gli investimenti strategici e la condivisione del rischio InnovFin per la ricerca aziendale, promuove la competenza tecnologica consentendo all’industria europea dei lanciatori di rimanere sempre all’avanguardia, diventando ancora più innovativa e responsabile per l’ambiente”.

InnovFin Space Equity Pilot 

Il secondo investimento è indirizzato a InnovFin Space Equity Pilot: tale programma è sviluppato nell’ambito di InnovFin, dedicato a sostenere l’innovazione e la crescita delle PMI europee che operano nel settore delle tecnologie spaziali. Il programma investirà in fondi di capitale a sostegno delle società che commercializzano nuovi prodotti e servizi nel settore spaziale. L’economia spaziale europea ha già un valore di 50 miliardi di euro (a partire dal 2019) e la ricerca nelle tecnologie aerospaziali è una delle aree prioritarie coperte dalla leadership industriale e dalle sfide della società di Horizon 2020.

Unire le forze – l’appello ai governi

L’Agenzia spaziale europea ha senz’altro un ruolo fondamentale in questo ambito. Il segretario generale, Johann-Dietrich Woerner, ha voluto mandare un appello ai governi: “Lavoriamo insieme affinché siano confermati almeno i 16 miliardi di euro per il settore spaziale nel bilancio pluriennale dell’Ue 2021-2027, proposti dalla Commissione”. È necessario unire le forze per il segretario, e dello stesso avviso è Josep Borrel, l’Alto rappresentante dell’UE: “lo spazio è la nuova frontiera della politica globale. L’aumento delle tensioni geopolitiche sulla terra viene esteso e proiettato nello spazio” ha affermato in un tweet. Margrethe Vestager, vicepresidente esecutiva della Commissione UE, a margine della conferenza ha affermato che “avere i fondi da investire, nel programma InvestEU e nel nostro programma spaziale è molto importante non solo per ciò che succede nello spazio, ma anche per quello che succede a terra”

Nell’Unione Europea – con l’Agenzia Spaziale Europea – si hanno basi solide per agire insieme ed è dunque importante continuare ad investire nei programmi e nei sistemi europei.

I luoghi comuni. Perché in Europa ridono di noi (ogni tanto).

Faccio una doverosa premessa: questo articolo sarà pieno di luoghi comuni. Oltre i classici “pizza, spaghetti, mandolino… e mafia”. Chi mi conosce sa che vado fiero dei miei pregiudizi. Il mio tentativo sarà non quello di sfatarli, bensì quello di confermarli e, forse spiegarli. Luoghi comuni sull’Italia e gli italiani, visti da Bruxelles. Non parlo solo delle Istituzioni europee… ma della gente, del sentire comune. Della proverbialità a cui è ormai assurto il nostro essere italiani. Eppure questi signori d’oltralpe (i nostri “fratelli” europei) hanno dimenticato che Roma, le istituzioni, il diritto, la civiltà, la religione, la cultura, li abbiamo inventati noi. No, non è così. Questo lo dicono tutti. Non è che all’estero non sappiano che l’Italia è l’artefice di tutto quanto di sensato sia oggi di uso comune nel continente: il fatto è che gli italiani fanno di tutto, ma proprio di tutto per far cadere il nostro glorioso passato nell’oblio. E forse nemmeno loro lo conoscono, il loro passato. Primo luogo comune.
Fermo subito qualunque scettico: non sono un auto-razzista (termine oggi molto in uso dai sovranisti per indicare sinistroidi estremisti, boldriniani e immigrazionisti vari). Se è per questo, non sono neppure un sovranista, o almeno non mi ritengo tale. O, almeno, non del tutto. Non secondo me, europeista convinto.
C’è un vecchio video di Bruno Bozzetto su Youtube (lo trovate a questo link), dedicato a tutti coloro che credono che gli Italiani siano uguali agli altri europei. Quel video, stupendo e geniale, riepiloga in pochi minuti le differenze tra noi e gli altri popoli europei sulla politica (le poltrone da cui i nostri leader non si staccano mai), il modo di parcheggiare, il modo di guidare il modo di prendere il caffè… E sapete una cosa? Quel video è azzeccatissimo. Purtroppo. Ricorda quanta poca sobrietà ci sia ormai da tempo nei nostri costumi, ahinoi non solo in contesti informali. Guardatelo. Adesso, però, vi do la mia versione.
Cominciamo dall’aereo: se prendete un volo da Bruxelles, della Brussels Airlines (la vecchia “Sabena”, per intenderci), partite ad un orario prestabilito: è puntale il boarding, un po’ meno la partenza (siamo comunque non oltre i 15 minuti) ed in linea di massima in un’ora e quaranta minuti siete a Roma (arrontondiamo pure a due ore, ma non per auto-piaggeria). Durante la fila nessuno fa il furbo: chi è in economy si mette in coda subito per cercare di prendere posto prima, chi è in business o flex si rilassa un po’ di più e si mette in una fila ordinata di poche persone. Le hostess (assolutamente non necessariamente statuarie, e non necessariamente belghe né belle – questi sono luoghi comuni) cominciano sin da subito a “bollare” anche i bagagli a mano che dovranno viaggiare comunque nella stiva. Chi tardi arriva, male alloggia. Anche in un regime di oligopolio, quale è quello della tratta tra la “Capitale d’Europa” e le capitali nazionali. Se qualcuno si mette in fila con la business, e all’atto dell’imbarco possiede un biglietto economy, viene gentilmente invitato a mettersi in coda alla fila. Per ultimo.
La stessa cosa non succede se viaggiate, sempre da Bruxelles, ma con altra compagnia aerea (non dirò quale, ma tanto avete capito, no? Sempre quella…). La fila si forma abbastanza puntualmente, ma non così ordinatamente. Il boarding è comunque molto puntuale, ma la fila per la business class è inspiegabilmente lunga e, peggio ancora, si allunga quando ormai è quasi esaurita. Così che qualche sedicente business man, di corsa, riesce casualmente ad infilarsi al momento giusto nella fila dei suoi presunti pari. Poi sfila e si imbarca l’economy. Ma con un piccolo problema: siccome c’è stato qualche furbacchione dell’economy che si è infilato nella coda della business, le signorine (che sfoggiano sempre i colori di quella compagnia aerea…sempre quella) sono costrette ad aumentare o ad anticipare la “bollinatura” dei bagagli a mano da portare nella stiva. E da dove cominciano? Non dagli ultimi, ovviamente, ma dai primi che si trovano davanti. Così funzionari ministeriali, professori universitari “smart”, politici grullini (e non è un errore di battitura) che fanno finta di viaggiare in economy, e turisti che si erano virtuosamente messi in coda per primi, dovranno aspettare a fine corsa il loro bagaglio in un famoso aeroporto italiano (sempre quello), mentre gli ultimi, i furbi, essendo ultimi, lasceranno per primi l’aeroporto, quando gli altri, gli scemi, sono ai nastri.
Tutto questo lascerebbe indifferente l’italiano medio, normalmente aduso ad essere sorpassato da consimili più furbi e a non protestare, quasi per quieto vivere. Bisognerebbe litigare veramente con tutti. Ma, ovviamente, tra i passeggeri di quel volo, talvolta c’è qualche erudito eurocrate, cresciuto a birra e crauti, o a birra e waffle, che storce il naso, ride, fa battute sull’Italia e gli Italiani. No: non è colpa sua. E’ colpa nostra. E questo è un luogo comune.
Vi tralascio i rimbrotti, le battute, i musi lunghi e gli sbuffamenti quando si parte dall’Italia, da quel famoso aeroporto italiano, verso Bruxelles. Indipendentemente dalla compagnia con cui viaggiate, dovete calcolare almeno 45 minuti di ritardo prima che l’aereo si sollevi. Nei casi peggiori (invero residuali) l’aereo si solleva quasi quando avrebbe dovuto atterrare dall’altra parte. Come mai si accumuli sempre questo ritardo, non è dato saperlo. Luoghi comuni.
Arriviamo a Bruxelles. Lì, in generale, l’accozzaglia di gente più o meno seria e più o meno sobria per le strade, e nei negozi e nei locali fa sì che la bestia italica si confonda abbastanza. C’è chi ride sguagliatamente, ma non è necessariamente appartenente a un gruppo di pugliesi o di napoletani. Potrebbero essere anche irlandesi (del resto simili a noi) o olandesi (essendo davvero uomini liberi, loro possono fare qualunque cosa). Più difficile che si tratti di francesi. Impossibile siano tedeschi. I nord africani ci guardano con circospezione, perché gli stranieri lì siamo noi, non loro. La città, in molti vicoli, è “aulente” di pipì e di fritto. Luoghi comuni.
La cucina non è un granché. Tranne la carne, il salmone, la birra e le verdure. Quindi niente di speciale. Anche le marche più pregiate di cioccolato hanno stabilimenti in Turchia. Non oso immaginare, se hanno lo stabilimento in Turchia, dove possano comprare le nocciole. Di certo non a Torino o a Viterbo. Luoghi comuni.
Entriamo nelle Istituzioni. Lì si apre un mondo. Chi è accreditato entra senza controlli velocemente, come è giusto che sia. Chi non lo è, passa solo dei controlli se è stata comunque confermata la sua presenza in precedenza e la sua identità è nota. Chi non è nemmeno atteso deve farsi identificare. E qui viene il bello. Di solito gli italiani non sanno che per entrare in questi edifici (che sono sacri, e non sono ironico!) occorre il passaporto o una carta di identità.
La patente? NO.
Ma è europea! NO.
Io sono un giornalista, ecco la tessera professionale! MI DISPIACE. NON E’ UN DOCUMENTO VALIDO (in Belgio, come in molti Paesi europei, non esiste un vero e proprio ordine dei giornalisti come da noi).
Ma in Italia è un documento valido! IN ITALIA. QUI NO.
E allora devo tornare in albergo a riprendere i documenti? OUI, JE SUIS DESOLE’ MONSIEUR.
Luoghi comuni? Non tanto. E intanto la fila dietro si accumula…. e si sente sottovoce, tra risatine soffocate e rabbia smorzata…  “Italians… Italienne… Italienisch….
Una volta dentro, ognuno sa quello che deve fare. E anche gli Italiani sanno farsi valere. Tutti sanno quello che devono dire. La differenza fondamentale, però, è che noi siamo tutti euroscettici. Questa è la verità. Anche gli europeisti italiani più convinti sono euroscettici. Noi in Europa ci andiamo, non ci siamo.  Non vogliamo fare e non facciamo mai brutta figura, specie a livello tecnico, e le amministrazioni, le aziende, le lobby, le autorità indipendenti e le ex partecipate inviano sempre funzionari svegli e di ottimo livello.
Ormai anche noi parliamo benissimo l’inglese ed il francese. E’ difficile che chi vada a quelle riunioni e non sia un buon english speaker non sia accompagnato almeno da qualcuno che si muove bene in quei corridoi. Ma se osserviamo il dossier dei nostri inviati, delegati, politici, etc. possiamo osservare dei veri e propri mattoni di carta, che spiegano per filo e per segno cosa dovranno dire, cosa probabilmente ci verrà detto, cosa è meglio per il Paese che quel delegato dica.
Gli altri… gli altri no. Gli altri conservano l’agenda dell’incontro, qualche altro documento magari proposto dal loro Paese e null’altro. Conoscono la materia. Hanno le idee chiare. Prevedono le strategie altrui. Sono comunque preparati a fronteggiare posizioni avverse, da Stati non sempre amici. Sfidano i rappresentanti della Commissione, quando non sanno già in anticipo come questi si comporteranno.
Per questo noi non siamo in Europa, ma andiamo in Europa. A mio parere, l’Europa per noi è un teatro, dove dobbiamo dimostrare qualcosa. Molte volte veniamo applauditi, non c’è che dire. Altre volte no. Ultimamente no. Ma invece quella è casa nostra. Non dovremmo nascondere nulla, dovremmo dire quello che pensiamo, fare quello che riteniamo più giusto fare. Sbuffare anche noi contro gli altri. Non limitarci a prendere per il culo qualche spilungone allampanato che snocciola numeri o consigli, solo perché non capisce l’italiano e magari ha pure il naso e le gote rosse (luogo comune!).
Siamo anche noi fondatori e fino a poco fa non ce lo ricordavamo. Perché non ce lo ricordavamo? Perché non ne abbiamo approfittato? Perché finora mai nessuno aveva osato fare la voce grossa, da parte italiana, nei corridoi e nelle aule di Bruxelles.
Non parlo del Parlamento europeo, dove qualche deputato più o meno stravagante, per toni o per contenuti, ha fatto talvolta parlare di sé. Italiani in primis.
Parlo del Consiglio dell’UE, del Consiglio Europeo e della Commissione europea. In questi consessi, diciamolo, prima dell’attuale governo, anche durante Presidenza italiana, nessuno aveva fatto parlare dell’Italia. La “Italian issue”, anzi le “Italian issues” sono cosa recente. Si può essere più o meno d’accordo con Salvini, per carità. Io sono d’accordo, per alcuni contenuti. Quello che mi è piaciuto – aldilà dei contenuti – è stata la pervicacia, l’insistenza, la coerenza e la forza con cui questi contenuti sono stati espressi.
Lasciate stare, solo per un attimo, se siete o meno d’accordo e se mi caverete o meno gli occhi per quanto vi ho appena detto. Praticamente Salvini ha avuto l’abilità di mettere i famosi puntini sugli “i” (luogo comune!) a quei Paesi che lo facevano prima con noi. La differenza è che mentre gli altri puntano e puntavano il ditino verso di noi perché magari non eravamo puntuali nell’implementazione di qualche normativa, perché magari rispondevamo in maniera vaga a domande precise o perché eravamo comunque troppo prolissi, adesso abbiamo puntato noi il dito verso di loro. Lasciatemelo dire… sui dossier migration, relocation, repatriation e altri simili, l’Europa aveva ed ha proprio toppato nei riguardi del nostro Paese. E, secondo me, non c’è nulla di inumano nel dire che ogni Stato membro dovrebbe fare la sua parte, che non possiamo essere – con la Grecia – gli unici Paesi in cui l’Europa debba esercitare l’accoglienza. Non è possibile, non ce la facciamo. E prima di Salvini, lo dicevano anche i governi di sinistra (ai governi di sinistra va comunque reso il merito – il grande merito – di aver notevolmente diminuito il numero delle procedure di infrazione nei differenti settori in cui l’Italia era indietro normativamente). Diciamo che Salvini ha fatto in modo che si passasse dalle parole ai fatti. Abbiamo dato effettivamente fastidio. Abbiamo semplicemente chiesto che tutti – e non solo noi – fossero chiamati ad applicare le regole. Oggi la maggior parte degli Italiani con un minimo di erudizione conosce meglio, di sicuro, il diritto comunitario (prima dato in pasto ai soli addetti ai lavori), Dublino (più o meno), Frontex (ovviamente non ne conosce lo stato giuridico.. e l’Agenzia non si chiama neanche più così) e via discorrendo. Credo che in questo, stavolta, sia stata – a ragione – l’Italia a puntare il dito, grazie a Salvini. Forse avrei urlato meno. Ma ognuno ha il suo stile. Luogo comune.
Ma cosa smonta tutto questo? Cosa fa ridere gli altri di noi? Il fatto che siamo deficitari su molti altri fronti. Otteniamo una vittoria e dieci sconfitte. Luogo comune. Non siamo eurocrati. Non lo saremo mai.
Il problema è che a una strategia ben precisa nel settore affari interni, corrispondono strategie fumose sugli altri tavoli. Primi tra tutti i tavoli economico-finanziari. E’ inutile commentare i fatti di questi giorni. La procedura di infrazione, la cena tra il Presidente Conte e Juncker, i commenti prima e dopo la cena, la quota 100 e il reddito di cittadinanza. Tutte cose trite e ritrite dalla stampa nazionale ed estera. Io, personalmente, reputo scellerata la gestione di questi dossier in campo nazionale… e credo sia pressoché impossibile far capire agli eurocrati la presunta ed asserita bontà di alcuni provvedimenti macroeconomici come questi (ma figuriamoci!).
Il problema è che, per fare la voce grossa, bisognerebbe avere tutte le carte in regola. Allora è fastidioso sentire Junker che – seppur in un clima almeno apparentemente amichevole – dice di amare l’Italia perché da giovane, in Lussemburgo, era circondato da immigrati italiani. Che cosa vuol dire? Perché questa sottolineatura? Non poteva dire solo di amare l’Italia perché è un paese bellissimo e ricco di monumenti? Non avrebbe potuto utilizzare un luogo comune positivo?
Allora quello che a me non va giù è che proprio perché noi non siamo perfetti a tutto tondo, in tutti i settori, gli altri approfittano delle sbavature. Proprio perché è un luogo comune che in Italia i controlli non siano rigidi. Allora i gendarmi francesi scaricano migranti sui nostri confini, come fossero immondizia (ma che umanità è questa?)… gli svizzeri approfittano della notte per non accogliere nemmeno donne e bambini (no comment).
Insomma: qual è la ricetta per evitare luoghi comuni e risatine su di noi? Basterebbe, davvero, che ognuno facesse bene quel poco che gli è richiesto di fare. Affrontare le sfide europee sicuramente con spirito critico, ma ben sapendo che il sistema non si può scardinare con alzate di testa o con proposte folli, che mai saranno accettate. Il sistema si può cambiare, osservando le regole, dall’interno. In maniera silenziosa e costante. Bisognerebbe formare una classe dirigente che sin dalle scuole superiori possa ambire a ricoprire ruoli di prim’ordine nelle istituzioni europee. Bisognerebbe far capire alla popolazione che l’Europa non è qualcosa di altro da noi, ma è qualcosa di cui anche noi facciamo parte.
E questo è un altro bug del nostro sistema. Gli italiani (pochissimi) che ricoprono ruoli anche non di spicco nelle istituzioni UE ci sono arrivati con le proprie gambe. Vincitori di concorso, davvero qualificatissimi, impossibili da scartare o da bocciare, sono arrivati a Bruxelles e lì hanno messo la loro bandierina. Ho conosciuto italiani, nelle istituzioni, che fingevano di non capire che in una sala ci fossero dei connazionali, e rivolgersi a loro in inglese. Ho visto e sentito italiani dire di essere “della Commisisone” e, quindi, non propriamente italiani, in quella veste. Ma non credo sia colpa dei diretti interessati. Sono italiani che non sono stati sostenuti dal Paese, per arrivare dove sono arrivati. Sono italiani che talvolta si sono sentiti in in imbarazzo per i ritardi del nostro Paese. Altri Paesi conoscono in anticipo le posizioni aperte nelle istituzioni e pianificano per tempo, con una formazione mirata, chi dei loro dovrà riempire quella casella. Nel nostro settore esiste una formazione “europea” adeguata soltanto nel comparto difesa e sicurezza. I militari che vanno all’estero sotto egida UE svolgono corsi di formazione per quanto più possibile omogenei e, infatti, nei teatri operativi gestiti dall’UE, nell’ambito della PESC e della PSDC, l’Italia ha sempre stra-ben-figurato. Capacity building, peace making, stability policing, sono cose che abbiamo letteralmente inventato noi.
Le altre compagini ministeriali, ahimé, conservano nicchie di eccellenza isolate, che viaggiano in Europa o fuori da essa, ma con le sue insegne, senza un “addestramento” omogeneo, che in Patria li abbia preparati insieme agli altri pari-ruolo o pari-qualifica. Magistrati, professori, cooperanti, funzionari dei trasporti, dell’istruzione, delle comunicazioni, conoscono l’inglese perché magari lo hanno sempre coltivato da soli, a loro spese, e si sono affacciati solitariamente agli impegni europei. Qualcuno è in missione. Qualcuno è in aspettativa. Qualcuno è fuori ruolo. Indennità diverse, compensi diversi, compiti diversi ed obiettivi (nazionali) poco chiari. Chiarissimi sono invece gli scopi della loro missione, per l’Europa.
Se ci sforzassimo di rendere univoci gli sforzi, di mettere a sistema la nostra pregiatissima cultura giuridica ed amministrativa, di addestrare tutti coloro che a vario titolo vanno all’estero (non solo in Europa), se facessimo leva non solo sull’orgoglio e sulla preparazione personali, ma fornissimo una omogenea preparazione italo-europea, sicuramente avremmo italiani più responsabili, che varcano i confini nazionali per entrare in quelli europei, davvero a testa alta. Ed il nostro Paese ne trarrebbe un vantaggio di immagine (e non solo) addirittura (ne sono sicuro!) superiore a quello di altri Paesi.
Sfatando, finalmente i luoghi comuni.

 

 

Approvato bando permanente in UE per tre neonicotinoidi dannosi per le api. Greenpeace: “ottima notizia”

EUROPA di

A febbraio un rapporto della European food Safety authority (EFSA) ha confermato la pericolosità per le api di tre insetticidi neonicotinoidi largamente utilizzati, sulla base di una revisione di oltre 700 studi è stato confermato che queste sostanze comportano rischi elevati per le api e che le restrizioni imposte nel 2013 non erano sufficienti. La revisione delle evidenze scientifiche è stata possibile grazie a queste restrizioni parziali e questa pubblicazione è arrivata dopo altre cinque relazioni dell’EFSA, nel 2015 e nel 2016, che evidenziano costantemente i pericoli che queste sostanze rappresentano per api mellifere e api selvatiche.

Il 27 aprile i paesi membri dell’Unione Europea hanno approvato la proposta della Commissione europea che introduce il divieto di utilizzo all’aperto dei tre insetticidi incriminati. Il bando estende quello parziale già in essere dal 2013 e l’impiego dei principi attivi imidacloprid, clothianidin (entrambi della Bayer) e thiamethoxam (della Syngenta) sarà consentito solo all’interno di serre permanenti.

Greenpeace ha accolto con grande soddisfazione il bando permanente e quasi totale dei tre insetticidi, secondo l’organizzazione si tratta di una “grande giornata per il futuro dell’agricoltura europea”. Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia, ha dichiarato: «Questa è una notizia importante per le api, l’ambiente e tutti noi. Il voto a favore dell’Italia certifica l’attenzione dei cittadini italiani per la protezione degli impollinatori. I danni di questi neonicotinoidi sono ormai incontestabili. Bandire questi insetticidi è un passo necessario e importante, il primo verso una riduzione dell’uso di pesticidi sintetici e a sostegno della transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti».

Gli impollinatori (fra questi api mellifere, api selvatiche e altri insetti), svolgono un ruolo cruciale per la nostra alimentazione e per la produzione agricola. Tre quarti delle colture commerciali a livello globale dipendono, in una certa misura, dagli impollinatori che sono sistematicamente esposti a sostanze chimiche tossiche come insetticidi, erbicidi e fungicidi. L’evidenza scientifica mostra che determinati insetticidi hanno un effetto negativo diretto sulla salute degli impollinatori, colpendo sia singoli individui sia intere colonie. Oltre ai 3 insetticidi in discussione, ce ne sono altri che continuano a costituire una minaccia per le api e altri insetti benefici. Tra questi ci sono quattro neonicotinoidi, il cui uso è attualmente permesso nell’Unione Europea: acetamiprid, thiacloprid, sulfoxaflor e flupyradifurone. Inoltre, vi sono altre sostanze quali cipermetrina, deltametrina e il clorpirifos che sono ugualmente dannose. Per evitare che gli insetticidi vietati vengano sostituiti con altre sostanze chimiche altrettanto dannose, Greenpeace ritiene che l’Unione Europea debba bandire l’uso di tutti i neonicotinoidi, come la Francia sta già considerando di fare. Ad ulteriore tutela è necessario applicare gli stessi rigidi standard di valutazione di questi pesticidi a tutti i pesticidi e ridurre l’utilizzo di pesticidi sintetici. In questo senso occorre sostenere la transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti.

In questo senso Greenpeace International ha pubblicato un rapporto intitolato “Ecological Farming”, l’intento è quello di proporre una strada verso un modello di agricoltura che garantisca un equilibrio tra il sostentamento degli agricoltori e la tutela dell’ambiente. Nel rapporto vengono individuati sette principi per un’agricoltura sostenibile con cui è possibile produrre alimenti sani lavorando con la natura e non contro di essa. Per Greenpeace occorre restituire il controllo sulla filiera alimentare a chi produce e chi consuma (strappando la filiera alle multinazionali dell’agrochimica); restituire la sovranità alimentare in quanto l’agricoltura sostenibile contribuisce allo sviluppo rurale e alla lotta a fame e povertà; produrre e consumare senza impattare sull’ambiente e la salute ma garantendo la sicurezza alimentare (ciò passa anche nella diminuzione del consumo di carne e suolo per la produzione di agro-energia, ricordiamo che recentemente vi è stata l’inchiesta di Greenpeace sugli allevamenti in Europa); incoraggiare la biodiversità lungo tutta la filiera; proteggere e aumentare la fertilità del suolo; consentire agli agricoltori di tenere sotto controllo parassiti e piante infestanti senza l’impiego di pesticidi chimici che possono danneggiare suolo, acqua ed ecosistemi; infine, rafforzare la nostra agricoltura, perché si adatti in maniera efficace il sistema di produzione del cibo in un contesto di cambiamenti climatici e di instabilità economica.
Greenpeace ci ricorda che decisioni come quelle del 27 aprile sono importanti per la biodiversità, per la produzione alimentare e l’ambiente. Decisioni del genere vanno in accordo con l’impegno della comunità internazionale intrapreso con “l’agenda 2030” dell’ONU e i “Sustainable Development Goals”; per fare ciò è importante ragionare in una “logica sistemica” che tiene d’occhio cause ed effetti nell’ambiente in cui viviamo, nell’economia, nella società e nelle istituzioni.

I Paesi che hanno votato a favore del divieto sono: Italia, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Grecia, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Estonia, Cipro, Lussemburgo, Malta, che rappresentano il 76,1% della popolazione dell’Ue. Quattro i Paesi contrari al divieto: Romania, Repubblica Ceca, Ungheria e Danimarca. Otto gli astenuti: Polonia, Belgio, Slovacchia, Finlandia, Bulgaria, Croazia, Lettonia e Lituania.

 

INCHIESTA DI GREENPEACE: i fondi comunitari finanziano alcuni degli allevamenti più inquinanti in UE

EUROPA di

La Politica Agricola Comune (PAC) svolge un ruolo essenziale per il settore agricolo in Europa e distribuisce agli agricoltori circa 59 miliardi di euro, quasi il 40 percento del bilancio dell’Unione europea. La PAC definisce come distribuire questo denaro tra gli agricoltori di tutta Europa. Uno degli obiettivi dichiarati della policy europea è migliorare l’ambiente, ma l’attuale PAC raggiunge effettivamente questo obiettivo? «La tutela ambientale dovrebbe essere uno degli obiettivi della Politica Agricola Europea (PAC), ma i fatti certificano che i comportamenti sbagliati vengono costantemente premiati. E l’inquinamento da ammoniaca è solo la punta dell’iceberg. La PAC continua a finanziare gli allevamenti intensivi nonostante gli impatti disastrosi che questi hanno sull’ambiente, sul clima e sulla salute pubblica, mentre dovrebbe promuovere invece l’agricoltura che rispetta la natura e il benessere di tutti» sono le parole di Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia.

In un’inchiesta condotta da Greenpeace, sono stati incrociati i dati dei finanziamenti diretti nell’ambito della Politica Agricola Comune (PAC) e il Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR). Ciò rivela come i sussidi comunitari finanzino alcuni tra gli allevamenti più inquinanti d’Europa. Oltre la metà (51%) degli allevamenti esaminati in sette diversi Paesi dell’Ue ha ricevuto infatti fondi per un totale di 104 milioni di euro, nonostante si tratti di alcuni tra i maggiori emettitori di ammoniaca nei rispettivi Paesi. L’indagine è stata commissionata da Greenpeace Francia, ma è stata svolta in modo indipendente da otto giornalisti tra dicembre 2017 e aprile 2018. La ricerca si è concentrata sul settore dell’allevamento intensivo, poiché l’impatto ecologico di questo settore è particolarmente alto. La ricerca ha inoltre evidenziato la mancanza di un adeguato sistema di monitoraggio e trasmissione dei dati relativi all’inquinamento agricolo in Europa. L’ammoniaca (NH3) è il solo inquinante costantemente riportato nel Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR), e solo le aziende con spazio per oltre 40 mila polli, 2 mila maiali o 750 scrofe sono obbligate a comunicare i dati a questo registro. Il rilascio di ammoniaca da fertilizzanti o liquami può causare fenomeni di eutrofizzazione (ovvero l’eccessivo accrescimento degli organismi vegetali e il conseguente degrado dell’ambiente divenuto poco rigoglioso) in fiumi, laghi e mari per l’eccessivo arricchimento di sostanze nutritive. L’ammoniaca è causa inoltre di inquinamento atmosferico da particolato fine, con conseguenti impatti sulla salute umana e può influire negativamente sulle vie respiratorie. Questo è un problema serio per le persone che lavorano nel settore agricolo, dato che possono sviluppare asma e altre malattie croniche e una ricerca ha mostrato che il semplice vivere in prossimità di allevamenti intensivi potrebbe influire negativamente sull’apparato respiratorio. Chi vive nelle vicinanze di allevamenti industriali potrebbe subire le conseguenze anche dal punto di vista economico. In Polonia, ad esempio, i ricercatori hanno verificato che in alcune aree il valore delle proprietà residenziali nelle vicinanze degli allevamenti intensivi di pollame è diminuito significativamente.

In Italia, secondo i dati E-PRTR, nel 2015 circa 874 allevamenti hanno emesso più di 10 tonnellate di ammoniaca (NH3). Il numero di società (alcune delle quali hanno riferito emissioni di ammoniaca per più di un allevamento) incluse nell’E-PRTR è di 739. In quell’anno queste aziende hanno emesso 46 mila tonnellate di ammoniaca. Ciò rappresenta il 12,8% delle emissioni totali di ammoniaca del comparto agricolo del Paese. In altre parole, l’87,2% delle emissioni di ammoniaca del comparto agricolo non viene registrato nell’E-PRTR. Il totale delle emissioni di ammoniaca del settore agricolo italiano nel 2015 ha raggiunto le 378 mila tonnellate, che rappresentano il 95% delle emissioni totali di ammoniaca dell’intero Paese. I sussidi alla PAC sono stati versati a circa il 67% delle 739 società inquinanti, ovvero a 495 aziende agricole. Queste aziende hanno ricevuto 25,64 milioni di euro in sussidi alla PAC.

“Il Pianeta nel piatto” (qui la petizione) è l’iniziativa di Greenpeace contro gli allevamenti intensivi che stanno divorando il pianeta. Per produrre e vendere sempre più carne si distruggono intere foreste, si sottopongono gli animali a trattamenti atroci e si inquinano acqua, suolo e aria. Gli impatti legati agli allevamenti intensivi sono insostenibili, perciò green peace chiede all’unione europea e al governo italiano di tagliare i sussidi agli allevamenti intensivi e sostenere aziende agricole che producono con metodi ecologici.  L’iniziativa di Greenpeace ci invita a riflettere su cosa mangiamo e la risposta a questo quesito determinerà il futuro dei nostri figli e di molte altre specie che abitano il pianeta. Gli allevamenti intensivi fanno sì che la carne arrivi a buon mercato sugli scaffali dei nostri supermercati ma il prezzo più alto lo paga il nostro pianeta in termini di deforestazione (per creare aree di pascolo e produrre mangimi), perdita di biodiversità, emissioni e inquinamento dell’acqua e del suolo.Inizio modulo Greenpeace chiede di cambiare le regole dei sussidi in quanto nel 2021 l’Europa applicherà la nuova “Politica Agricola Comune” (PAC) ovvero l’insieme di regole per l’assegnazione di sussidi e incentivi agli agricoltori e allevatori europei. Greenpeace avverte che la problematica consiste nel fatto che questi fondi non vengono assegnati in modo equo poiché la PAC sostiene in modo sproporzionato grandi aziende di stampo intensivo e industriale. Il risultato è quello di spingere verso un continuo accorpamento e intensificazione, contribuendo alla scomparsa delle aziende agricole di dimensioni minori e più sostenibili.  Lo scopo di Greenpeace è quello di sviluppare una coscienza alimentare globale e inclusiva, per questo richiede di: mettere fine a sussidi e politiche che sostengono la produzione intensiva di carne e prodotti lattiero-caseari; incrementare sussidi e adottare politiche che promuovano la produzione di alimenti da aziende agricole ecologiche e locali; adottare politiche che guidino il cambiamento delle abitudini alimentari e dei modelli di consumo, finalizzati a raggiungere l’obiettivo di ridurre del 50% il consumo di carne e prodotti lattiero-caseari, entro il 2050.

Il prossimo 2 maggio la Commissione europea dovrebbe pubblicare una bozza del prossimo bilancio Ue, a partire dal 2020, che includerà le spese della PAC. All’inizio di giugno, è attesa anche la pubblicazione della sua proposta di riforma della PAC.

Raggiunto l’accordo sulla Cooperazione Strutturata Permanente; Al via la costruzione della Difesa Europea

Difesa/EUROPA/SICUREZZA di

Ufficializzata la costruzione della Difesa Comune Europea. Dopo anni di confronti e dibattiti tra i maggiori attori europei, al summit del 14-15 dicembre 2017, si è siglato l’accordo tra i 27 capi di stato e di governo per la cosiddetta Cooperazione Strutturata Permanente(PESCO).  Essa è regolata dal Trattato di Lisbona e consente agli Stati membri, che intendano impegnarsi, di rafforzare la reciproca collaborazione nel settore della politica di sicurezza e di difesa.

La PESCO prevede che gli Stati si impegnino a rispettare delle tappe comuni. Alcuni temi saranno quelli riguardanti gli aumenti dei bilanci, da parte degli stati membri, con cadenza periodica e in tempi reali. Saranno effettuati, probabilmente, corsi di formazione per raggiungere obbiettivi che prevedono di rafforzare la disponibilità e l’interoperabilità delle forze impiegate. Gli Stati si sono anche impegnati in direzione di un programma industriale comune per il settore della difesa, nonché ad approvare entro la prossima primavera la creazione di uno strumento finanziario atto a garantire le coperture della Pesco.

La necessità di assumersi maggiori responsabilità, da parte dei leader dei paesi UE, per la sicurezza dei cittadini europei, è sorta nel corso del 2016. Da quel momento è stato dunque chiesto all’Alto Rappresentante, Federica Mogherini, di presentare proposte riguardanti anche la Pesco. Nel frattempo quest’ultima, attraverso la strategia globale per la politica estera e di sicurezza, aveva avviato un processo di cooperazione rafforzata in materia di sicurezza e difesa.

Il ruolo dell’Italia all’interno della Pesco è sicuramente di relativa importanza. L’Italia sarà infatti a capo di quatto dei 17 progetti concordati per il 2018. Il primo prevede la creazione di un centro di addestramento per le forze armate europee. Altri due progetti saranno, invece, tesi a sviluppare capacità militari di soccorso in caso di disastri naturali e di sorveglianza e protezione di aree marittime. Il quarto progetto riguarda l’implementazione di prototipi di veicoli per la fanteria leggera.

L’accordo del Consiglio europeo inaugura un processo istituzionale legalmente vincolante verso l’integrazione nell’ambito della sicurezza e difesa. Tale accordo risulta essere importante anche in chiave di relazioni con l’Alleanza Atlantica, un tema centrale nello sviluppo sia dell’UE che della Nato. È bene, inoltre, non dimenticarsi, che un progetto europeo per la Difesa, quale la Pesco, risponde alla necessità di ritrovare quello spirito europeista e rinsaldare la comunità di valori democratici su cui si fonda l’intera Unione Europea.

PMI DAY: l’iniziativa che promuove le aziende ed il made in Italy

INNOVAZIONE di

L’iniziativa del PMI DAY giunge alla sua ottava edizione, sostenuta e affiancata da “Industriamoci”.

Il Progetto ha visto coinvolti quest’anno a Bergamo, più di 1000 aziende, 79 istituti ed una visita di circa 41000 tra adulti e ragazzi.

Si è rivelato ,sin dal 2010, uno dei più significativi eventi proposti dal Comitato Piccola Industria: il grande successo è dovuto all’idea di mettere in mostra le piccole e medie imprese, orgoglio del “made in Italy”, con lo scopo di dar voce a quest’ ultime per metter in gioco la loro passione e talento da trasmettere agli spettatori .

Il PMI DAY è divenuto in questi anni, grazie al suo successo, sinonimo di fermezza e capacità del “fare impresa”.

Sintomatico, di questo grande consenso è, senza dubbio, l’idea di voler trasmettere, da parte delle aziende coinvolte, l’amore per il proprio lavoro e di far toccare con mano concreta i macchinari, cuori pulsanti delle imprese, oltre che la relativa spiegazione di ogni singolo passaggio del processo produttivo. Insegnamento che va ben aldilà dell’astrazione dei libri e che si rivela utile per i ragazzi che un giorno vorranno intraprendere lo stesso cammino.

Successo che sta spingendo questa iniziativa anche all’estero: oltre ai Balcani, quest’anno si prevede la partecipazione del Belgio e degli Stati uniti, dove in quest’ultimo, si lavorerà in sinergia con: Miami Scientific Italian Community , ISSNAF (Italian Scientists and Scholars of North America Foundation), ODLI (Organization for the Development of Italian Studies), SVIEC ( Silicon Valley Italian Executive Council), il Consorzio “Orgoglio Brescia” e con l’ambasciata d’Italia a Washington ed il Consolato Generale d’Italia a Miami.

Il PMI DAY sta, dunque, riuscendo ad acquisire un ampio successo ed ascolto anche a livello globale. L’intento è sempre quello di mostrare e far risaltare le capacità imprenditoriali per la quale l’Italia ha sempre avuto e deve continuare ad avere un grande vanto.

La Cooperazione Strutturata Permanente: un punto di svolta per la Difesa UE?

di

Negli ultimi due anni, le possibilità di integrazione aperte dal Trattato di Lisbona in ambito di azione esterna sembrano aver iniziato a concretizzarsi. Il varo della European Union Global Strategy nel giugno 2016, la Roadmap di Bratislava del settembre 2016, l’European Defence Action Plan del novembre 2016, la creazione del Fondo Europeo per la Difesa (EDF) e del Military Planning and Conduct Capability (MPCC) nel giugno 2017 sono testimonianze di un rinnovato interesse per una Difesa UE. Il paper analizza l’effettiva capacità trasformativa della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO) che dovrebbe essere lanciata entro la fine dell’anno.

di Lorenzo Termine

Lorenzo Termine
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