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L’ombra lunga del neopresidente americano sulla politica italiana

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Le immagini in mondovisione del Campidoglio di Washington preso d’assalto lo scorso 6 gennaio hanno scosso le democrazie occidentali. A seguito degli eventi indecorosi di Capitol Hill, il cui mandante morale si materializza nella persona di Donald Trump, il mondo intero ha tirato un sospiro di sollievo all’insediamento del nuovo Presidente Joe Biden presso la Casa Bianca. La nuova era inaugurata da Biden e dalla sua vice, Kamala Harris, aleggia come un’ombra sulla politica italiana e ne influenza, direttamente e indirettamente, le dinamiche interne.  

“Non dobbiamo cancellare ciò che è successo, perché la democrazia non è un dono che viene dal cielo, la dobbiamo continuamente rinnovare, dobbiamo sempre investire nella democrazia”. Così il 44° Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha commentato l’assalto a Capitol Hill, ospite da Fabio Fazio su Rai3 nel suo programma a Che tempo Che Fa, ricordandoci che la democrazia non è qualcosa di scontato, ma è fragile e va tutelata dagli “impulsi di estrema destra”.

A poco più di un mese dal suo insediamento, a colpire di Joe Biden è sicuramente il punto di rottura col suo predecessore sul lato della comunicazione. Donald Trump passerà alla storia per essere stato il presidente americano che più di tutti ha fatto un uso spasmodico, controverso e molto personale dei social media. Lungo l’elenco dei tweet per attaccare gli oppositori politici, inveire verso altri Capi di Stato e condividere fake news.  L’atto finale della sua permanenza alla Casa Bianca, d’altronde, è stata una lunga campagna di delegittimazione delle elezioni presidenziali sui social, bollata come la miccia che ha scatenato l’assalto al Congresso e che ha dato avvio al suo secondo impeachment per “incitamento all’insurrezione”.

Ai tweet infuocati di Trump si è sostituita una comunicazione completamente opposta: istituzionale, formale e sobria. Nelle primissime ore del suo incarico, Joe Biden ha annunciato la firma di 17 ordini esecutivi volti a stigmatizzare molte delle politiche che hanno reso Trump così divisivo. Tra queste la reintegrazione degli Stati Uniti negli accordi di Parigi, il ritiro dell’uscita dall’OMS, lo stop alla costruzione del muro con il Messico e il ripristino della volontà dell’amministrazione di Barack Obama di promuovere la diversità all’interno del governo federale. Re-impegno sul clima, cambio di rotta sull’immigrazione, ripristino del multilateralismo, inclusività e diversità: difficile credere che l’Italia possa essere immune al cambiamento d’oltreoceano. Quello che succede negli Stati Uniti si lega in maniera speculare e condiziona, direttamente e indirettamente, le vicende italiane ormai da sempre. Una variante, tra le tante in gioco, di un certo spessore che compone il complesso quadro della politica nostrana.

Non possiamo non notare come all’insediamento di Biden coincida il ribaltamento operato da Matteo Renzi alla maggioranza giallo-rossa. Tra le varie dinamiche che hanno spinto il senatore a questa scelta, si vocifera abbia inciso anche la sua ambizione a ricoprire un incarico internazionale come segretario generale presso la NATO. Con Joe Biden alla guida del paese più influente del mondo, appare sicuramente una strada più percorribile rispetto al passato, alla luce della stima reciproca che Renzi può vantare con le amministrazioni dem statunitensi. Il ritiro delle ministre di IV che ha causato la crisi in seno all’ormai “fu governo Conte bis” ha portato alle dimissioni di Giuseppe Conte, riconfermato a Palazzo Chigi la scorsa estate anche grazie a seguito di un endorsement di Trump, giunto sotto forma di cinguettio e fonte della famosa storpiatura in “Giuseppi”.

Ed ecco che Biden diventa una figura a cui guardare al momento della ricerca dei numeri alle Camere. “L’agenda della nuova amministrazione Biden è la nostra agenda, condividiamo l’approccio del multilateralismo perché il bilateralismo non ha risolto e non può risolvere i problemi” Così Giuseppe Conte, citando il neopresidente americano nel suo intervento per chiedere la fiducia al Parlamento e convincere i cosiddetti costruttori a un voto di “responsabilità”.

Ancora più sorprendente il cambio di rotta del segretario della Lega, Matteo Salvini, da sempre tra i più aspri critici dell’europeismo, che nelle ultimissime ore si è dichiarato disponibile a sostenere un governo Draghi (d’altronde, difficile dire di no a una figura irreprensibile come quella dell’ex governatore della Bce). In parte, bisogna dirlo, sollecitato anche dalle forze economiche e produttrici del Nord, regione di natura sempre più europea sotto il punto di vista industriale e imprenditoriale. L’altro ieri, così, la Lega ha sostenuto Draghi, votando a favore del regolamento del Recovery plan al Parlamento europeo, quando soltanto un mese fa si era astenuta. Salvini ha rivisto anche la sua linea dura sull’immigrazione, una tematica che gli ha sempre assicurato un ampio bacino di consenso, dichiarando che “Proporremo l’adozione della legislazione europea. A noi va bene che il tema sia trattato come in Francia e Germania, con le stesse regole. Coinvolgendo la Ue”. Anche qui lo scostamento ricalca il passaggio avvenuto dall’amministrazione Trump a quella di Biden, da toni di chiusura, sovranisti e unilaterali a un’apertura verso temi di maggiore responsabilità e multilateralismo. Sull’atlantismo a cui Draghi aveva preliminarmente fatto riferimento, Salvini è netto: “Dobbiamo guardare alle democrazie, all’Occidente, alle libertà dell’Occidente, senza essere tifosi di altri regimi che di democratico non hanno nulla”. Una dichiarazione sbalorditiva per chi ha sempre strizzato l’occhio a regimi tutt’altro che democratici, quali quelli di Orbán, Morawiecki e Putin.

Insomma, la nuova fase inaugurata da Mario Draghi, la cui agenda ha definito essere atlantista e europeista, ha destabilizzato il sovranismo nostrano. Che sia pura tattica politica, le prossime mosse lo riveleranno. Fatto sta che non si può tralasciare l’influenza di uno scenario internazionale mutato, in cui i potenti interlocutori di una volta, sono o fuori gioco, vedasi Trump, o poco affidabili, come nel caso di Putin delegittimato dalla stampa estera sotto molti punti di vista, a fronte dello scandalo Navalny, della violenta repressione delle manifestazioni di piazza e la successiva decisione di espellere diplomatici Ue.

La crisi sanitaria ha mostrato l’inadeguatezza della retorica sovranista e messo in evidenza la necessità di una risposta multilaterale di fronte a una sfida di natura transfrontaliera come la pandemia. Sbandati dal mutamento dei punti di riferimento all’estero, i partiti italiani sembrano aver trovato rifugio sotto l’ombra di Joe Biden e della sua vice, Kamala Harris, verso posizioni più moderate e meno populiste “alla Trump”.

Serena Esposito
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