GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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esplosioni

Nigeria: l’assordante silenzio della comunità internazionale

Cinque ragazzine si sono fatte esplodere a Maiduguri, capitale dello Stato di Borno, provocando 14 morti (tra cui loro stesse) e 41 feriti. Le azioni suicide sono avvenute nei pressi di una moschea, a margine della preghiera serale, e di un edificio di vigilantes. Seppure non sia ancora stato rivendicato, gli attacchi portano inequivocabilmente a firma Boko Haram. In più, non è la prima volta che l’organizzazione jihadista si avvale di bambine plagiate per colpire i centri abitati della regione.

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Se Siria e Libia sono sotto i riflettori della comunità internazionale, altrettanto non si può dire per la Nigeria, come testimoniato dal rifiuto di aiuti militare da parte degli Stati Uniti lo scorso luglio. Già nel mese di settembre, la regione nord-est del Paese ha visto oltre 100 vittime causate dalla furia di Boko Haram. Il rafforzamento degli avamposti dell’esercito nigeriano a Maiduguri e la creazione di una forza militare africana assieme a Camerun, Ciad, Nigeria e Benin non hanno portato ai risultati sperati, se non la liberazione di qualche ostaggio nel nord della Nigeria.

In più, a peggiorare il contesto, è la situazione igienico-sanitaria della capitale dello Stato di Borno a destare ancora più preoccupazione. Come testimoniato da MSF, nel conteggio del 16 settembre, sono stati riscontrati 16 decessi e 172 casi di colera nei campi presso Maiduguri. Gli sfollati presso queste strutture sarebbero 1,6 milioni, troppi per i posti letto disponibili: “Ancora una volta, MSF e il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) si ritrovano da sole sul campo”, afferma il capomissione MSF in Nigeria Ghada Hatim.

La notizia dell’arrivo di miliziani di Boko Haram in Libia e l’emergenza migratoria dovuta alla fuga di centinaia di migliaia di nigeriani e ciadiani non possono più passare sotto silenzio. Infine, la divisione della Nigeria tra un sud sviluppato e un nord sotto assedio, rende al momento quasi impossibile, da parte dei Paesi europei, concedere lo stato di rifugiato ad un nigeriano, considerato, invece, migrante economico clandestino.

Giacomo Pratali

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Egitto: esplosione autobombe, almeno 30 feriti

Almeno 30 feriti, di cui 6 poliziotti, a seguito di tre autobombe esplose davanti al Palazzo di Sicurezza e ad un tribunale de Il Cairo: “Un uomo ha improvvisamente arrestato la propria vettura davanti all’edificio della Sicurezza nazionale, è saltato fuori ed è fuggito a bordo di una motocicletta che seguiva il veicolo”, ha riferito il Ministro degli Interni egiziano.

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A sorpresa, la natura di questa azione terrorista potrebbe non essere jihadista. Il gruppo Black bloc ha infatti rivendicato l’attentato. “Annunciamo la nostra completa responsabilità per le esplosioni di poche ore fa”, hanno affermato i responsabili dell’organizzazione tramite il proprio profilo Facebook. Essi ha inoltre spiegato che questa è una risposta all’arresto di molte persone trattenute in prigione per reati politici e di opinione.

Dopo le leggi antiterrorismo approvate da al Sisi appena tre giorni fa, questo atto terroristico è una chiara denuncia della linea dura e illiberale intrapresa dal governo egiziano.Infine, potrebbe essere la prima azione violenta di matrice antiislamista nel Paese, se le responsabilità del gruppo Black bloc venissero accertate.
Giacomo Pratali

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La Turchia che cambia fra Hdp e liberazione di Ocalan

Medio oriente – Africa di

La folla acclamava festante i candidati del partito curdo HDP guidato dal suo presidente Salahattin Demirtas quando il 5 giugno scorso si sono presentati agli abitanti di Diyarbakir, città della Turchia meridionale. Poi, ad un tratto lo scoppio. Una detonazione principale e tre minori che hanno provocato morti e soprattutto feriti. “Gli occhi bruciano, l’aria è irrespirabile, corrode la gola – scrive pochi minuti dopo la fuga Fulgida Barattoni, presidente di IPB-Italia, presente al comizio dopo la mattinata trascorsa in compagnia di Demirtas ed altre associazioni e sindacati nell’ambito dell’evento dedicato alle componenti della società civile. “La pelle delle braccia “brucia”, c’è tanto fumo. Scendiamo dal palco attorniati da un cordone di sicurezza che gradualmente diventa sempre più debole. Un altro scoppio, altro fumo, feriti a terra. Tutti su buttano sul terreno, il mio gruppo salta un muro di 4 metri. Sotto c’è un prato ma io ho i tacchi alti. Vanno veloci e non posso perdere il gruppo ed essere inghiottita dalla folla. Tolgo le scarpe e mi butto su una siepe per attutire la caduta. Mi afferro alla punta di un albero e mi butto. Corro per raggiungere il gruppo mentre altro fumo denso di gas acido si spande. Non riesco a tenere gli occhi aperti. Ci confondiamo alla folla che scappa mentre le ambulanze vanno e vengono. Sono tutta sporca e la pelle brucia”. Attimi intensi, drammatici, pieni di tensione, paura. L’attentato non è stato rivendicato ma imputato allo scoppio di un generatore . Le elezioni si sono svolte due giorni dopo decretando il successo della minoranza curda che è riuscita a superare la soglia sbarramento del 10% delle preferenze imposta dal governo Erdogan entrando per la prima volta in Parlamento. Una vittoria significativa che si riflette sul movimento che invoca la liberazione di Ocalan, vera anima del partito. Dal carcere di Imrali nel mar di Marmara, dove è detenuto dal 2002 (ed in isolamento fino al 2013), quando la pena di morte alla quale era stato condannato nel 1999, anno dell’ arresto avvenuto a Nairobi, è stata tramutata in ergastolo, Ocalan non ha mai smesso di sostenere la lotta per l’affermazione del popolo curdo, condensata nell’ideologia e nella lotta condotta dal PKK, il partito dei lavoratori curdi, di cui è stato fondatore. L’Hdp, il partito democratico del popolo guidato da Demirtas, rappresenta una nuova corrente del partito che affonda le radici nell’ideologia di sinistra e propone un processo pacifico di affermazione della minoranza curda. Trattative in tal senso erano state già avviate da Ocalan con l’ex premier Erdogan, al fine di intraprendere un percorso di pace, ancora in corso, in grado di chiudere il conflitto in corso da 30 anni che ha provocato ben 40.000 morti. Dal settembre 2012 la liberazione di Ocalan è sostenuta dalla comunità internazionale curda con il sostegno di vari movimenti di solidarietà europei. La campagna di raccolta firme organizzata ha permesso di consegnare il 13 febbraio 2015 ben 10.328.623 firme al Consiglio d’Europa a Strasburgo raccolte nei vari paesi. Per comprendere i sentimenti del popolo curdo nei confronti di Ocalan, basta leggere quando riportato dal sito www.retekurdistan.it. ” Nonostante le gravi condizioni di isolamento – si legge – la sua capacità di vedere in avanti e di prendere decisioni che rafforzano la posizione del popolo curdo e l’amicizia tra i popoli hanno ulteriormente rafforzato l’accettazione del popolo curdo che ha abbracciato Öcalan come proprio leader. La sua rigida carcerazione non ha impedito al suo prestigio e alla sua statura di crescere e di guadagnare forza. Il motivo è così semplice, e deve essere ricercato nella sua leadership messa alla prova nel corso degli anni, nonostante le gravi e mutevoli condizioni politiche. Il fatto che Öcalan e il movimento di liberazione siano stati in grado di condurre il popolo curdo dal punto della “non esistenza” e da ostacoli che mettevano in pericolo la vita fino alla ricerca di un modo alternativo di vivere, è ciò che ha reso la fiducia in lui incrollabile. Le sbarre della prigione- conclude l’autore – non sono mai diventate per lui un ostacolo per superare la colonizzazione e aumentare le richieste di libertà. Ha ispirato e continua ad ispirare la domanda di libertà del popolo curdo. Öcalan è il simbolo della lotta del popolo curdo contro la negazione e il colonialismo, e la maggior parte dei curdi lo vede come la garanzia della pace e della democrazia

Monia Savioli
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