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Egitto: torture e sparizioni, la denuncia di Amnesty

Medio oriente – Africa/Report di

L’eco della vicenda legata a Giulio Regeni non si è ancora spenta. La sorte dello studente italiano, torturato e ucciso ad inizio 2016 dalle forze di polizia egiziane, è solo la punta dell’iceberg di un sistema che ha cambiato presidente, da Mubarak ad al Sisi, ma non è cambiato nella sostanza. Arresti arbitrari, detenzioni, sparizioni forzate persino di minori, torture con la complicità dei pubblici ministeri: è questo l’esito del report “Ufficialmente non esisti” pubblicato da Amnesty International il 13 luglio 2016.

Il rapporto di Amnesty si sofferma sulla escalation della repressione da parte del presidente al Sisi a partire dalla defenestrazione di Morsi nel luglio 2013: “Decine di migliaia di persone sono state detenute senza processo o condannate a pene detentive o di morte, molte dopo processi gravemente iniqui – si legge nel rapporto -. L’organizzazione della Fratellanza musulmana (MB), precedentemente messa al bando da Hosni Mubarak e strettamente legata al Partito della libertà e della giustizia (il ramo politico della MB in Egitto), è stata bandita e riconosciuta come organizzazione “terroristica” da parte delle autorità”.

“Negli ultimi diciotto mesi un nuovo modello di violazione dei diritti umani è diventato sempre più evidente in Egitto. Centinaia di attivisti e manifestanti politici, tra cui studenti, bambini e altri, sono stati arbitrariamente arrestati o rapiti dalle loro case o dalle strade e sottoposti a periodi di sparizione forzata da parte di agenti statali”.

 
Da SSI a NSA: nulla cambia con al Sisi
La violenta ascesa al potere di al Sisi coincide con il ripristino delle vecchie abitudini di persecuzione portate avanti dal predecessore Mubarak. Gli agenti del SSI (Servizi d’indagine per la sicurezza dello stato), bersaglio della Rivoluzione Egiziana del 2011, passano in larga parte alla NSA (Agenzia per la sicurezza nazionale): “La NSA è diventata la principale agenzia responsabile di arresti illegittimi o arbitrari, detenzioni e sparizioni forzate da quando il presidente al-Sisi ha nominato Magdy Abdel-Ghaffar, un ex alto ufficiale sia ai SSI sia alla NSA, ministro dell’Interno nel marzo del 201512 . Secondo gli avvocati delle vittime di sparizioni forzate e altri crimini, il ministro dell’Interno sembra aver adottato quella che essi descrivono come ‘una mentalità da NSA’ in virtù della quale la NSA ha praticamente carta bianca nel prendere di mira coloro che ritiene siano collegati alla Fratellanza musulmana o simpatizzanti di Mohamed Morsi e che potrebbero organizzare proteste o altre azioni contro il governo e di fatto le è consentito di non rispettare la legge e di commettere abusi impunemente”.

 
Arresti e detenzioni: le cifre
“Secondo il governo, le forze di sicurezza hanno arrestato quasi 22.00013 sospetti nel 2013 e nel 2014, compresi circa 3.000 leader e membri della Fratellanza musulmana di livello alto e intermedio14. Nel 2015, secondo il ministero dell’interno, le forze di sicurezza hanno arrestato quasi altri 12.000 sospetti,15 per lo più membri della Fratellanza musulmana e sostenitori di Mohamed Morsi, compresi studenti, accademici, ingegneri, medici, operatori sanitari e altri. Altre centinaia di persone sono detenute dopo essere state condannate a morte, tra cui l’ex-Presidente Mohamed Morsi, i suoi sostenitori e capi della Fratellanza musulmana”.

Ma un capitolo a parte è da riservare alle sparizioni forzate, definitE dalla Convenzione ONU del dicembre 2006 come “l’arresto, la detenzione, il sequestro o qualsiasi altra forma di privazione della libertà che sia opera di agenti dello Stato o di persone o di gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, l’appoggio o la acquiescenza dello Stato, seguita dal rifiuto di riconoscere tale privazione della libertà o dall’occultamento della sorte riservata alla persona scomparsa e del luogo in cui questa si trova, sottraendola così alla protezione della legge”.
Il tema delle sparizioni forzate ha coinvolto sia maggiorenni sia minorenni, sottratti, in alcuni casi, anche due volte dalle loro famiglie.

Amnesty International “non è in grado di stabilire il numero esatto di vittime di sparizioni forzate ad opera delle autorità egiziane dall’inizio del 2015, né è possibile specificarne la cifra attuale. Per loro natura, i casi di sparizioni forzate sono particolarmente difficili da identificare e documentare a causa del segreto d’ufficio che li circonda e per il timore di alcune famiglie di esporre involontariamente i detenuti a un pericolo maggiore denunciandone la sparizione forzata a Ong per i diritti umani, ai media o ad altri. Tuttavia, alla luce della documentazione e dei dati forniti da diverse Ong e gruppi per i diritti egiziani, è evidente che diverse centinaia di egiziani siano stati vittime di questa pratica fin dall’inizio del 2015, con una media di tre-quattro persone oggetto di sparizione forzata ogni giorno a partire dall’inizio del 2015. L’NSA generalmente prende di mira presunti sostenitori di Morsi e/o della Fratellanza musulmana; la maggior parte dei quali di sesso maschile, con età compresa tra i 50 e i 14 anni. Si tratta principalmente di studenti, accademici, attivisti, critici pacifici e manifestanti, ma anche familiari di persone che vengono considerate ostili al governo. Diversi avvocati hanno riferito ad Amnesty International che quasi il 90% di chi scompare alla fine viene processato attraverso il sistema di giustizia penale”.

Tra i molti casi denunciati all’interno del report, uno dei più emblematici riguarda la famiglia Farag, dove padre e figlio sono stati sequestrati per oltre 150 giorni: “Dopo aver bendato e ammanettato Atef Farag e quattro dei suoi figli che erano in casa, gli agenti della Nsa interrogarono i figli sulle loro attività religiose, chiedendo tra l’altro quali moschee frequentassero, e quindi fecero salire Atef Farag e suo figlio Yehia su un pulmino bianco senza targa e partirono verso una destinazione che si rifiutarono di rivelare”.

E ancora: “In una comunicazione del 16 novembre 2015, la polizia rese noto al procuratore che Atef e Yehia Farag erano trattenuti dalla Nsa, eppure il rapporto investigativo ufficiale della Nsa presentato quando i due uomini apparvero per la prima volta dinanzi al procuratore per la sicurezza di stato il 3 gennaio 2016 indicava come data di arresto il 2 gennaio 2016, affermando che essi avevano trascorso solo 24 ore in stato di detenzione prima dell’interrogatorio del procuratore, mentre in realtà erano nelle mani della Nsa da più di 150 giorni. Dopo averli interrogati, il procuratore per la sicurezza di stato li ha formalmente accusati e ne ha autorizzato la detenzione per 15 giorni, in seguito più volte rinnovata. A luglio 2016, sono entrambi rinchiusi nel carcere di Tora Istiqbal in attesa di giudizio”.

 
Ripetute violazioni dei diritti umani
“Diversi metodi di tortura vengono descritti dalle vittime e dai testimoni, tra cui l’applicazione di scariche elettriche sulle aree sensibili del corpo, come genitali, labbra, orecchie e denti, la sospensione prolungata per gli arti, abusi sessuali, tra cui stupro, percosse e minacce. Alcuni detenuti hanno descritto di essere stati sottoposti alla posizione della “griglia”: fatti ruotare mentre avevano una barra inserita tra le braccia e le gambe legate, tenuti in equilibrio tra due sedie. Molti di questi metodi di tortura sono gli stessi o simili a quelli usati dai Ssi contro i detenuti durante gli anni di Mubarak”.

 
Conclusioni
Quello che è evidente è che esiste un sistema, quello giuridico-istituzionale, ben lontano non solo da quella secolarizzazione chiesta da gran parte della popolazione nel 2011, ma dal rispetto dei più basilari diritti sanciti a livello internazionale. Così come la separazione tra il potere esecutivo e quello giudiziario, messa nero su bianco sulla costituzione, ma smentita nei fatti: “L’insabbiamento da parte dei procuratori delle violazioni commesse dalla NSA è dovuta alla mancanza di indipendenza dell’ufficio del Pubblico ministero dal potere esecutivo”.

La richiesta di Amnesty International e di altre ONG al presidente egiziano al Sisi di fermare il ricorso alle sparizioni forzate e alle torture probabilmente non troverà riscontro. Il ruolo geopoliticamente cruciale de Il Cairo, storico sul fronte israeliano, di stretta attualità sul fronte libico, ha influenzato e continuerà ad influenzare gli attori internazionali, in primis quelli europei.

Se il caso Regeni ha raffreddato i rapporti con Roma, con Parigi, in questa prima parte di 2016, i rapporti economici e militari si sono più che rafforzati, anche e soprattutto in chiave libica: il sostegno francese ufficiale al governo Serraj va di pari passo con l’appoggio di una parte delle forze speciali transalpine all’azione del generale Haftar e del suo partner estero principale, l’Egitto, contro lo Stato Islamico.

Egitto: il caso Regeni e gli strascichi libici

La questione dei diritti umani. Il comportamento ambiguo della Francia. La Libia. L’uccisione di Giulio Regeni e lo scontro diplomatico tra Roma e Il Cairo sulle dinamiche legate alla morte del ricercatore italiano si legano ad altre questioni geopolitiche.

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“Abbiamo una visione diversa dei diritti umani rispetto all’Unione Europea. Non potete immaginare cosa succederebbe al mondo intero se questo Paese cadesse. Ciò che sta avvenendo in Egitto è un tentativo di spaccare le istituzioni dello Stato. Siamo sempre pronti a ricevere gli inquirenti italiani affinché si assicurino di tutte le misure che stiamo attivando a questo proposito”.

Queste le parole del presidente egiziano Al Sisi nel corso della conferenza stampa congiunta del 17 aprile con il suo omologo francese Francois Hollande al termine del bilaterale tra i due Paesi. Parole di facciata, volte a ricucire lo strappo con l’Italia, a seguito delle imbarazzanti indagini sulla morte di Regeni, e a rifarsi un’immagine compatibile con l’opinione pubblica internazionale, viste le continue violazioni dei diritti umani in Egitto svelate dalle varie ONG e messe in evidenza proprio dopo le torture subite dal dottorando italiano.

I rapporti tra Italia ed Egitto sono al minimo storico. Lo dimostra il richiamo dell’ambasciatore Maurizio Massari, lo dimostrano i pochi stralci messi a disposizione della Procura di Roma, incredula di fronte al fatto che la Procura Generale de Il Cairo stia insistendo sull’omicidio ad opera della banda criminale.

“In base a tali sviluppi, si rende necessaria una valutazione urgente delle iniziative più opportune per rilanciare l’impegno volto ad accertare la verità sul barbaro omicidio di Giulio Regeni”, si legge nel comunicato pubblicato dalla Farnesina venerdì 8 aprile.

Parole che fanno seguito alle tante denunce fatte in particolar modo da Amnesty International, che smentiscono le parole di Al Sisi e la versione fornita dalle autorità egiziane: “Secondo gli ultimi dati forniti dall’organizzazione egiziana “El Nadim”, che il Governo ha per altro minacciato di chiudere, dall’inizio di quest’anno i casi accertati di tortura in danno di cittadini egiziani sono stati 88 e in 8 casi c’è stato il morto – afferma il portavoce italiano di Amnesty International Riccardo Noury in un’intervista a La Repubblica -. Ora, è vero che in questo momento non esistono prove in grado di sostenere che Giulio Regeni sia stato torturato da apparati dello Stato per ordine delle autorità di quello Stato. Ma è altrettanto vero che questo sospetto esiste, è legittimo, è sostenuto dagli esiti dell’autopsia sul cadavere di Giulio, dagli elementi indiziari emersi sin qui dall’indagine e dunque bisogna che questo sospetto il governo egiziano ce lo tolga”.

Una battaglia, quella sui diritti umani e sulla tragica morte di Regeni, fatta propria dal New York Times: “Appoggiamo la battaglia dell’Italia. Gli abusi dei diritti umani in Egitto sotto il presidente Al Sisi hanno raggiunto nuovi picchi, e nonostante ciò, i governi che commerciano con l’Egitto e lo armano hanno continuato a fare affari come se niente fosse”.

Una dura reprimenda e un riferimento non celato alla Francia. L’incontro della scorsa settimana tra Hollande e Al Sisi, infatti, è servito a rinvigorire i legami commerciali tra i due Paesi, stimabili in 2,5 miliardi l’anno. Mentre le flebili denunce sui diritti umani da parte del presidente francese nel corso della conferenza stampa finale sembrano essere state fatte per salvare le apparenze.

Il gelo tra Italia ed Egitto potrebbe essere sfruttato a proprio vantaggio non solo dalla Francia, ma anche dalla Germania e dalla Gran Bretagna, nonostante il governo britannico abbia accolto la petizione di numerosi accademici e studenti e abbia chiesto “più trasparenza nelle indagini sulla morte di Giulio Regeni”.

Non solo motivi economici, ma anche risvolti geopolitici attinenti alla Libia. Se fino ad ora l’appoggio egiziano al generale Haftar e al governo di Tobruk a discapito del nuovo governo di Serraj era cosa palese, più fonti italiane ed internazionali rilanciano l’idea che anche la Francia appoggi segretamente l’esecutivo della Cirenaica a causa della presenza, in quella regione, di numerosi pozzi petroliferi.

La riconquista delle ultime ore di Bengasi da parte dell’esercito di Haftar pone ancora di più agli occhi delle potenze occidentali il tema delle alleanze trasversali internazionali al primo punto. L’Egitto, in questo senso, potrebbe divenire il pomo della discordia tra i partner internazionali impegnati a ricucire l’assetto istituzionale libico in nome della lotta al Daesh.
Giacomo Pratali

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Egitto: la non verità su Regeni

EUROPA di

“I documenti di Regeni stato stati trovati nella casa di una sorella di uno dei banditi uccisi”. Questa la dichiarazione del ministro degli Interni egiziano Magdi Abdel Ghaffar, corredata dalle foto del passaporto del ricercatore italiano postate su Facebook, che confermano che il dottorando di Cambridge sarebbe stato prima rapito e poi ucciso lo scorso 3 febbraio da una banda criminale specializzata in rapine a stranieri. Una conclusione, quella degli inquirenti egiziani, non convincente e somigliante ad un depistaggio dalla verità.

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Il blitz delle forze di polizia all’alba di giovedì 24 marzo e la conseguente uccisione dei cinque rapinatori della banda responsabili del rapimento, della tortura e dell’uccisione Giulio Regeni sono stati confermati solo nella serata dal Ministro degli Interni. La pistola fumante sarebbe la borsa del ricercatore trovata a casa della sorella di uno degli uccisi, contenente passaporto, portafoglio, carta di credito e due cellulari.

Secondo quanto evidenziato dagli investigatori egiziani, la banda agiva fingendo di appartenere alle forze dell’ordine indossando le divise. Una motivazione che vuole di fatto fare passare come fraintendimento la convinzione del governo italiano e dei media internazionali che, dietro la morte del ragazzo, ci siano forze di polizia o servizi legati al presidente Al Sisi.

Nonostante l’annuncio dell’arresto dei possibili responsabili del delitto, continua ad essere questa la convinzione diffusa presso le istituzioni e i media italiani e internazionali. Proprio le incongruenze evidenti delle motivazioni fornite dal Ministro degli Interni egiziano avvalorano la tesi che sia proprio il governo egiziano a volere sotterrare la verità.

Innanzitutto, perché i rapinatori non si sono sbarazzati della borsa di Regeni? E poi, perché il rapimento e l’uccisione sono avvenuti a chilometri di distanza da dove agiva solitamente la banda? Infine, perché Giulio Regeni è stato anche torturato?

Questi elementi fanno supporre che la verità sulla morte di Giulio Regeni, così come la tragica scomparsa di tantissimi oppositori al regime di Al Sisi, sia di tutt’altra natura.
Giacomo Pratali

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Giacomo Pratali
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