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Il braccio di ferro tra Unione europea e Cina: le sanzioni reciproche

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Lo scorso 22 marzo, l’Unione europea ha approvato delle sanzioni indirizzate alla Cina a causa delle violazioni compiute nel paese nei confronti della minoranza musulmana degli Uiguri. Si tratta di una misura concordata con i partner occidentali che assume soprattutto un valore simbolico: sono le prime sanzioni che l’Unione Europea impone alla Cina dai fatti di Tienanmen del 1989. Come reazione, la Cina ha annunciato che sanzionerà importanti politici e accademici dell’Unione Europea, nonché quattro istituzioni. Finora, nei rapporti con Pechino, rivale sistemico ma anche uno dei principali partner commerciali dell’UE, Bruxelles aveva cercato di mantenere un difficile equilibrio, tra interessi e valori democratici. L’approvazione di sanzioni incrociate mostra come il clima sia decisamente cambiato nelle ultime settimane: ora a prevalere è una turbolenza politica.

Le violazioni nei confronti degli Uiguri

Gli Uiguri sono una minoranza etnica, prevalentemente di religione musulmana, insediatasi principalmente nella regione dello Xinjiang, nel nord ovest della Cina. Nella regione vive circa l’1,5% della popolazione cinese, ma secondo l’organizzazione Chinese Human Rights Defenders si verifica il 20 % degli arresti del paese. Diverse inchieste giornalistiche, testimonianze e rapporti delle Nazioni Unite hanno rivelato che la Cina ha detenuto e tuttora detiene milioni di Uiguri in campi di prigionia, definiti “di trasformazione attraverso l’educazione”. Il governo ha sempre negato la repressione sistematica contro tale minoranza, giustificandola come una campagna antiterroristica. Ciò che appare evidente è che l’autorità centrale cinese ha sempre mal sopportato gli Uiguri a causa delle loro antiche spinte indipendentiste, che portarono a repressioni già nell’epoca di Mao Zedong e che si sono inasprite negli ultimi vent’anni fino a far divenire la regione uno dei posti più sorvegliati al mondo. Nel dettaglio gli abitanti dello Xinjiang sono sottoposti a controlli di polizia quotidiani, a procedure di riconoscimento facciale e a intercettazioni telefoniche di massa. Queste forme di oppressione si configurano come gravi violazioni dei diritti umani che deteriorano il tessuto sociale locale, provocando profonde ferite nelle comunità e nelle famiglie.

Le sanzioni dell’UE

Le sanzioni approvate il 22 marzo da parte dell’Unione Europea sono rivolte a quattro funzionari di stato cinesi nonché ad un’istituzione del paese, ritenuti responsabili della repressione degli Uiguri. Le misure punitive prevedono divieti di viaggio verso l’Unione Europea nonché di ingresso per affari e hanno soprattutto un valore simbolico: si tratta, invero, delle prime sanzioni che l’Unione Europea impone alla Cina dal 1989, quando fu adottato un embargo di armi dopo la strage compiuta dal governo cinese nella manifestazione di piazza Tienanmen a Pechino, tuttora in vigore.

Le sanzioni europee – le prime nel quadro del cosiddetto “Magnitsky Act” approvato a fine 2020 – fanno parte di un pacchetto di misure approvate all’unanimità e indirizzate a vari paesi, teatro di violazioni dei diritti umani. Nel caso della Cina, i funzionari di alto rango selezionati includono Zhu Hailun, al vertice del programma su larga scala di sorveglianza, detenzione e indottrinamento degli uiguri. Gli altri tre sono Wang Junzheng, Wang Mingshan e Chen Mingguo, ritenuti responsabili di “detenzioni arbitrarie e trattamenti degradanti inflitti a uiguri e persone di altre minoranze etniche musulmane, nonché di violazioni sistematiche della loro libertà di religione o credo”.

“La decisione europea è basata su nient’altro che bugie e disinformazione” e “interferisce con gli affari interni della Cina” questo il commento di un portavoce del ministero degli affari esteri cinese, il quale ha invitato l’Unione europea “a tornare sui propri passi, ad affrontare apertamente la gravità del suo errore e rimediare”.

Rileva che le sanzioni in questione non sono il frutto di una mera escalation nelle relazioni bilaterali: la misura europea si inserisce, invero, nell’ambito di un’azione coordinata con Stati Uniti, Regno Unito e Canada, che a loro volta hanno annunciato misure punitive contro gli stessi cinque obiettivi cinesi e potrebbe segnare un significativo step nella creazione di un fronte internazionale volto a contrastare l’ascesa della Cina, uno dei principali obiettivi del neopresidente degli Stati Uniti, Joe Biden.

Le sanzioni della Cina

La risposta di Pechino alle sanzioni europee risulta essere particolarmente drastica, a dimostrazione di quanto il tema sia delicato per Pechino: 11 personalità sanzionate, tra cui parlamentari, accademici ed enti europei. Ai sanzionati, nonché alle loro famiglie, sarà proibito l’ingresso in Cina, Hong Kong e Macao, mentre alle aziende e alle istituzioni coinvolte sarà proibito di fare affari con la Cina stessa. Fra le persone colpite vi sono cinque parlamentari europei: Reinhard Butikofer dei Verdi, Michael Gahler e Miriam Lexmann del PPe, Raphael Glucksmann dei Socialisti e Democratici e Ilhan Kyuchyuk adi Renew Europe. Ma anche un politico olandese, Sjoerd Wiemer Sjoerdsma, un deputato del parlamento belga di origine italiana, Samuel Cogolati, e una di quello lituano, Dovile Sakaliene, insieme al ricercatore tedesco Adrian Zenz e allo svedese Bjorn Jerden. Tutti colpevoli di «aver seriamente danneggiato la sovranità e gli interessi della Cina e volontariamente diffuso menzogne e disinformazione»

A circa tre mesi dalla firma della super intesa sugli investimenti – Comprehensive Investment Agreement  (CAI) – frutto di sette anni di complessi negoziati e presentata come una nuova, importante pagina nelle relazioni bilaterali, tra Bruxelles e Pechino il clima è decisamente cambiato.

Francesca Scalpelli
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