GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Demirtas

Braccio di ferro con il terrore

Medio oriente – Africa di

L’attentato contro il corteo pacifista che il 10 ottobre scorso ha provocato ad Ankara 95 morti e 246 feriti ha avuto un effetto importante: la sospensione da parte delle forze politiche curde di qualsiasi attività fino alle elezioni di domenica 1° novembre.

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Da quando l’appuntamento elettorale del giugno scorso ha restituito forza al partito curdo dell’Hdp e tolto la maggioranza assoluta all’AKP di Erdogan, la Turchia è divenuta teatro di episodi violenti, finalizzati a interrompere i colloqui di pace che dal 2012 erano in corso con il PKK, il Partito dei lavoratori curdi fondato da Ocalan e identificato come forza terroristica. L’impossibilità di formare un governo per il disaccordo maturato fra le parti ha volutamente motivato, da parte di Ergodan, il ritorno alle urne destabilizzando l’equilibrio interno. Il governo di Ankara ha stretto in una morsa di violenza le zone a maggioranza curda, provocando la dura risposta del PKK ritenuto responsabile di alcuni degli attentati che hanno insanguinato la Turchia.

Le conseguenze hanno oltrepassato i confini nazionali. Nella guerra contro Isis, le forze militari turche si sono accanite più contro i miliziani curdi, alleati Usa nella lotta contro il califfato, che verso i terroristi dello stato islamico. Nessuna ammissione era mai trapelata dal governo di Ankara fino alle recenti dichiarazioni del Primo Ministro turco, Ahmet Davutoglu, che ha confermato gli attacchi militari contro le forze curde nel nord della Siria.

La versione offerta alla platea internazionale racconta della necessità evidenziata dalla Turchia di proteggere i confini nella zona Ovest dell’Eufrante minacciati dai curdi dell’YPG, sigla che identifica le forze combattenti del PDK, il Partito Democratico curdo, alleate degli Stati Uniti. In realtà il doppio attacco subito dai curdi si è verificato nella città araba di Tal Abyad, strappata ai miliziani dell’Isis, nella zona ad Est del fiume, quindi esattamente all’opposto.

La situazione divenuta con l’avvicinarsi delle elezioni sempre più delicata, è stata affrontata dall’Hdp con estrema cautela. L’ufficio elettorale di Selahattin Demirtas, co-presidente del partito, è allestito in un piccolo locale della periferia popolare di Istanbul, privo di bandiere per evitare che la sede venga presa di mira e possa provocare conseguenze ai residenti. Il mese scorso, negozi gestiti da curdi e uffici dell’Hdp sono stati presi di mira da violenze e distruzioni di ogni genere.

La mano pesante di Erdogan ha colpito, nel tentativo di arrivare di nuovo alla maggioranza assoluta, tutte le possibili espressioni di critica nei confronti della politica dell’AKP. I media indipendenti hanno subito forti pressioni e ridimensionamenti se non la chiusura definitiva. I canali social sono regolarmente minacciati e ridotti. Tante, nella disperata corsa al potere, sono le cause giudiziarie intraprese nei confronti di quanti sono ritenuti responsabili di offese espresse, verbalmente o in qualsiasi altra modalità, contro Erdogan, come successo ad uno studente reo di aver pubblicato frasi non gradite sulla pagina di Facebook.

Il quotidiano turco Hürriyet è stato oggetto di violenze di massa dopo l’accusa di aver diffuso menzogne. L’elenco delle violenze rivolte alla stampa e ai suoi referenti si allungano includendo casi ancora da chiarire. Rientrano nella lista la morte di Jacky Sutton, ex inviata di guerra per la Bbc, trovata morta il 19 ottobre scorso nella toilette dell’aeroporto Ataturk di Istanbul dove stava aspettando il volo per Erbil, e la scomparsa di Serena Shim, giornalista trentenne, alle dipendenze di Press Tv, rimasta uccisa il giorno dopo, in Turchia, vicino al confine con la Siria a causa di incidente d’auto.

La Shim stava rientrando in albergo dopo aver lavorato a Suruc, nella provincia turca di Sanliurfa, consapevole di essere nel mirino dell’intelligence turca in riferimento ad alcuni reportage dedicati all’ambigua posizione turca nei confronti della lotta all’ Isis nella zona di Kobane. I sondaggi prodotti fino ad ora non lasciano apparentemente molte possibilità all’AKP di rientrare in possesso della maggioranza assoluta. Gli esiti del 1° novembre ci riveleranno il vero peso del terrore.
Monia Savioli

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La Turchia che cambia fra Hdp e liberazione di Ocalan

Medio oriente – Africa di

La folla acclamava festante i candidati del partito curdo HDP guidato dal suo presidente Salahattin Demirtas quando il 5 giugno scorso si sono presentati agli abitanti di Diyarbakir, città della Turchia meridionale. Poi, ad un tratto lo scoppio. Una detonazione principale e tre minori che hanno provocato morti e soprattutto feriti. “Gli occhi bruciano, l’aria è irrespirabile, corrode la gola – scrive pochi minuti dopo la fuga Fulgida Barattoni, presidente di IPB-Italia, presente al comizio dopo la mattinata trascorsa in compagnia di Demirtas ed altre associazioni e sindacati nell’ambito dell’evento dedicato alle componenti della società civile. “La pelle delle braccia “brucia”, c’è tanto fumo. Scendiamo dal palco attorniati da un cordone di sicurezza che gradualmente diventa sempre più debole. Un altro scoppio, altro fumo, feriti a terra. Tutti su buttano sul terreno, il mio gruppo salta un muro di 4 metri. Sotto c’è un prato ma io ho i tacchi alti. Vanno veloci e non posso perdere il gruppo ed essere inghiottita dalla folla. Tolgo le scarpe e mi butto su una siepe per attutire la caduta. Mi afferro alla punta di un albero e mi butto. Corro per raggiungere il gruppo mentre altro fumo denso di gas acido si spande. Non riesco a tenere gli occhi aperti. Ci confondiamo alla folla che scappa mentre le ambulanze vanno e vengono. Sono tutta sporca e la pelle brucia”. Attimi intensi, drammatici, pieni di tensione, paura. L’attentato non è stato rivendicato ma imputato allo scoppio di un generatore . Le elezioni si sono svolte due giorni dopo decretando il successo della minoranza curda che è riuscita a superare la soglia sbarramento del 10% delle preferenze imposta dal governo Erdogan entrando per la prima volta in Parlamento. Una vittoria significativa che si riflette sul movimento che invoca la liberazione di Ocalan, vera anima del partito. Dal carcere di Imrali nel mar di Marmara, dove è detenuto dal 2002 (ed in isolamento fino al 2013), quando la pena di morte alla quale era stato condannato nel 1999, anno dell’ arresto avvenuto a Nairobi, è stata tramutata in ergastolo, Ocalan non ha mai smesso di sostenere la lotta per l’affermazione del popolo curdo, condensata nell’ideologia e nella lotta condotta dal PKK, il partito dei lavoratori curdi, di cui è stato fondatore. L’Hdp, il partito democratico del popolo guidato da Demirtas, rappresenta una nuova corrente del partito che affonda le radici nell’ideologia di sinistra e propone un processo pacifico di affermazione della minoranza curda. Trattative in tal senso erano state già avviate da Ocalan con l’ex premier Erdogan, al fine di intraprendere un percorso di pace, ancora in corso, in grado di chiudere il conflitto in corso da 30 anni che ha provocato ben 40.000 morti. Dal settembre 2012 la liberazione di Ocalan è sostenuta dalla comunità internazionale curda con il sostegno di vari movimenti di solidarietà europei. La campagna di raccolta firme organizzata ha permesso di consegnare il 13 febbraio 2015 ben 10.328.623 firme al Consiglio d’Europa a Strasburgo raccolte nei vari paesi. Per comprendere i sentimenti del popolo curdo nei confronti di Ocalan, basta leggere quando riportato dal sito www.retekurdistan.it. ” Nonostante le gravi condizioni di isolamento – si legge – la sua capacità di vedere in avanti e di prendere decisioni che rafforzano la posizione del popolo curdo e l’amicizia tra i popoli hanno ulteriormente rafforzato l’accettazione del popolo curdo che ha abbracciato Öcalan come proprio leader. La sua rigida carcerazione non ha impedito al suo prestigio e alla sua statura di crescere e di guadagnare forza. Il motivo è così semplice, e deve essere ricercato nella sua leadership messa alla prova nel corso degli anni, nonostante le gravi e mutevoli condizioni politiche. Il fatto che Öcalan e il movimento di liberazione siano stati in grado di condurre il popolo curdo dal punto della “non esistenza” e da ostacoli che mettevano in pericolo la vita fino alla ricerca di un modo alternativo di vivere, è ciò che ha reso la fiducia in lui incrollabile. Le sbarre della prigione- conclude l’autore – non sono mai diventate per lui un ostacolo per superare la colonizzazione e aumentare le richieste di libertà. Ha ispirato e continua ad ispirare la domanda di libertà del popolo curdo. Öcalan è il simbolo della lotta del popolo curdo contro la negazione e il colonialismo, e la maggior parte dei curdi lo vede come la garanzia della pace e della democrazia

Monia Savioli
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