GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Il braccio di ferro fra Erdogan e i curdi

Medio oriente – Africa di

La vita strappata il 13 marzo scorso a 37 persone dall’ennesimo attentato che ha colpito la capitale turca sembra pesare sul nome del gruppo TAK, sigla che indica i Falconi o le Aquile della Libertà curda. Sul sito del gruppo, nato nel 2004 e considerato come una sorta di braccio armato del PKK, il Partito dei Lavoratori Curdi guidato da Abdullah Ocalan, è apparsa la rivendicazione dell’attentato nella giornata del 16 marzo, a qualche giorno dallo scoppio provocato dall’attentatrice suicida.

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L’obiettivo dichiarato dai Falconi erano le forze di sicurezza governative, non i civili, considerati alla stregua di danni collaterali che potrebbero verificarsi nuovamente in vista dei nuovi attacchi promessi. Mentre le attenzioni del PKK sono rivolte ad obiettivi militari e di polizia turca nella parte sud-est del paese, TAK concentra il suo interesse al cuore della Turchia, ad Ankara, sede del potere politico.

Dal luglio 2015, da quando la tregua che nei precedenti due anni aveva reso “vivibili” i rapporti fra governo turco e minoranza curda è saltata dopo la perdita della maggioranza dell’Akp di Erdogan nelle penultime elezioni di giugno poi invalidate, continua a susseguirsi uno scambio di attentati e vittime. La situazione resa ancora più tesa dal coinvolgimento della forza armata dei Peshmarga curdi nella lotta contro Isis in Siria, si sta progressivamente aggravando.

L’attentato del 16 marzo scorso ha provocato, come reazione da parte del governo turco definito fascista dai Falconi della Libertà curdi, una serie di bombardamenti che hanno colpito il villaggio curdo, Sharanish, situato al confine con la regione autonoma del Kurdistan iracheno, nel quale vivono anche cristiani di confessione caldea e assira, e l’area dei monti Quandil a nord dell’Iraq, zona in cui già dal 2011 la Turchia interveniva con attacchi sporadici e nella quale si concentrano le principali postazioni del PKK. Inoltre ha dettato l’aggravarsi delle repressioni nella regione turca di Dyarbakir ad alta concentrazione curda. In totale sono state bombardate 18 postazioni curde mentre oltre 20.000 poliziotti turchi sono stati impiegati per portare avanti una operazione d’urto contro i militanti curdi di una città al confine fra Iran e Iraq, Yuksekova.

L’annuncio formalizzato da Ankara come rivalsa sul terrorismo dilagante è di 45 militanti uccisi e di due depositi di armi oltre a due lanciarazzi distrutti. In poco più di una manciata di giorni, sono in totale 37 più 45, quindi 82 le vittime, senza contare i feriti, provocati del braccio di ferro che oppone Erdogan ai curdi. Un tragico bilancio al quale vanno ad aggiungersi le integrazioni al reato di terrorismo che il premier turco ha annunciato per includere fra i destinatari del capo d’accusa non solo i militanti ma anche coloro che possono essere considerati sostenitori o simpatizzanti del PKK o dei gruppi collegati. Erdogan continua a osteggiare la minoranza curda per vanificare il suo grande timore, la nascita di una forte alleanza fra i curdi siriani e turchi che, forti della posizione raggiunta già da anni dalla componente irachena costituita in Regione Autonoma – il KRG, Kurdistan Regional Government- potrebbe esigere la costituzione di uno stato autonomo.

Una eventualità che andrebbe a contrapporsi al sogno, più grande del timore, di concretizzare rinascita di un Califfato sotto la sua guida.

 

Monia Savioli

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Terrore in Turchia: Curdi o Erdogan?

Medio oriente – Africa di

Due donne, verosimilmente appartenenti a gruppi di estrema sinistra, hanno aperto il fuoco ad Ankara uccidendo due vittime. La notizia è delle ultime ore. Qualche giorno prima, il 17 febbraio, un attentato terroristico ha provocato sempre ad Ankara l’uccisione di 28 persone, per lo più militari ed il ferimento di altre 64.

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Nella mattinata a Diyarbakir, principale città curda nel sud-est della Turchia, un’altra esplosione ha freddato 7 soldati turchi. La paternità, come annunciato direttamente attraverso il sito portavoce, è stata rivendicata dal Kurdistan Freedom Hawks (Tak), gruppo militare curdo. L’attentato suicida organizzato dai Falconi della libertà è stato organizzato per osteggiare quella che viene definita “repubblica turca fascista” e per contrastare le politiche anti curde del presidente Recep Tayyip Erdogan. Il Kurdistan Freedom Hawks si è allontanato nel 2005 dal Pkk, il partito dei lavoratori curdi fondato da Ocalan che, dall’estate scorsa, ha rotto la tregua fino a quel momento stabilita con Ankara.

Il gioco delle elezioni, organizzate a giugno e poi ripetute qualche mese dopo per volere Erdogan, orfano della maggioranza persa grazie all’impennata del partito curdo Hdp di Selahattin Demirtas, ha provocato una nuova frattura. Attentati, persecuzioni, tentativi, riusciti, di imbavagliare la stampa nazionale hanno devastato il paese e confuso la comunità internazionale a proposito della paternità degli stessi. I curdi si dichiarano per lo più estranei, pronti a scaricare la responsabilità degli attacchi a Erdogan che a sua volta li rimbalza su di loro.

Il primo ministro turco Ahmet Davutoğlu ha coinvolto nelle attribuzioni di responsabilità relative all’attentato anche le Unità di Difesa del Popolo curde, le YPG operative in Siria, che prontamente si sono definite estranee. A parere del Comando Generale delle YPG, l’accusa serve ad Ankara per aprire la strada a un’offensiva nel Rojava e in Siria, dove le forze delle Unità di Difesa del Popolo stanno difendendo i curdi da ISIS e Al-Nusra. Sicuramente l’ attentato del 17 febbraio, ha offerto la possibilità a Erdogan di ribadire ancora una volta ad Obama le sue convinzioni, relative al profilo terroristico del Partito siriano dell’Unione democratica curda (Pyd), al quale l’YPG è legato, insinuando che le armi a loro fornite dalla coalizione vengano prontamente consegnate a Isis. Ciò che in pratica il governo di Ankara pare faccia da mesi. Erdogan vorrebbe che il Pyd fosse inserito da Washington nella lista delle organizzazioni terroristiche. Ma Washington tiene duro e non si piega ai desideri di Erdogan. I curdi, vessati dalla Turchia, sono ora al centro della crisi che sta sconvolgendo il Medio Oriente. La regione autonoma del Kurdistan iracheno vive ancora in uno stato di grazia mentre attorno si sta scatenando l’inferno. Le milizie curde sono impegnate in Siria contro Isis e la coalizione internazionale continua a dare loro fiducia anche per ragioni logistico e tattiche.

I gruppi curdi presenti e operativi in Turchia sono diversi. La sigla più nota è quella del PKK, il partito dei lavoratori curdi e simbolo del movimento separatista che Abdullah Ocalan ha fondato in Turchia. Il Pkk è considerato a tutti gli effetti gruppo terroristico per Stati Uniti, Unione Europea e Turchia. La lotta contro il governo di Ankara ha provocato dal 1980 circa 40.000 vittime. Il testimone è passato oggi a due organizzazioni, il Movimento Patriottico Giovanile, organizzazione paramilitare formata da simpatizzanti del PKK e le Unità di Protezione Civile. Al loro fianco si schierano i Falconi della Libertà, i Tak, un tempo ramo del PKK. A livello politico, i curdi sono rappresentati dall’HDP di Demirtas, il Partito Democratico Popolare, coalizione di sinistra nella quale si riconoscono anche altre minoranze turche, le stesse che hanno decretato il suo successo durante le elezioni, poi invalidate, del giugno scorso nel quale l’AKP di Erdogan ha perso la maggioranza. Gli attentati che hanno insanguinato la Turchia nel periodo trascorso fra i due appuntamenti elettorali, e che Erdogan ha prontamente attribuito ai curdi, ha permesso all’AKP di impossessarsi nuovamente della maggioranza.
In Siria i curdi sono rappresentati dall’Unione Democratica curda, il PYD, che ha ritagliato nel nord del paese una porzione di territorio, il Rojava. I turchi considerano il PYD come il ramo siriano del PKK e sono contrari alla creazione di un corridoio curdo in Siria. Usa e Russia, al contrario, hanno fino ad ora sostenuto l’operato del PYD, che si è rivelato uno degli strumenti più efficaci nella lotta contro i crimini compiuti dallo Stato Islamico. Le Unità di Difesa del Popolo curde, le YPG sono le milizie associate al PYD nelle quali è inserito anche una componente femminile, definite YPJ. Le YPG hanno attirato centinaia di giovani curdi dalle città della Turchia pronte a difendere le roccaforti curde in Siria. E’ su di loro che Ankara ha cercato di attirare le accuse dell’attentato del 17 febbraio scorso poi smentite dallo stesso movimento. Ed è su di loro che i militari turchi dirigono gli attacchi che ufficialmente dovrebbero essere rivolti ai terroristi dell’Isis.
In Iraq i Peshmerga, l’esercito ufficioso della Regione Autonoma del Kurdistan iracheno, hanno svolto un ruolo fondamentale nel tentativo di contrastare la penetrazione dello Stato Islamico. In questa porzione eletta di territorio curdo, continuano a rivaleggiare i due partiti di punta, il democratico PDK e il patriottico PUK. Sulla bilancia degli interessi, i piatti – curdi da un lato e turchi dall’altro – continuano a danzare. La speranza curda è di ottenere vantaggi per coronare il sogno, mai svanito, di riconquistare una patria. La speranza turca è di arrivare a resuscitare i fasti dell’antico impero ottomano. Ma se da un lato i curdi stanno guadagnando con il sangue la fiducia della comunità internazionale, i turchi fanno di tutto per demolire agli occhi della stessa la credibilità curda. In questo clima è lecito pensare a reazioni violente da parte dei curdi, da anni oppressi, ma non esclusive. Erdogan è abituato a costringere quando non riesce a ottenere spontaneamente. E la situazione che in Turchia sta diventando sempre più drastica ne è una prova.

 

Monia Savioli

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Colloqui Usa-Turchia: accordo su tutta la linea

Medio oriente – Africa di

La visita del vice presidente statunitense Joe Biden a Ankara, ha offerto, nei giorni scorsi, una ulteriore conferma a quello che la comunità internazionale aveva già intuito da tempo. I rapporti fra Usa e Turchia sono più che mai solidi. Quello che in parte sfugge è l’operatività che i due stati hanno intenzione di intraprendere verso quello che ufficialmente viene considerato una forza nemica.

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Parliamo ovviamente di Isis. Biden, giunto in Turchia per affrontare con Erdogan proprio il tema delle azioni da intraprendere in Siria per osteggiare il Califfato, ha glissato sulla questione curda, dando di fatto ad Ankara la libertà di adottare le misure ritenute più adeguate, denunciate da un appello sottoscritto da accademici turchi.

Nel documento si fa cenno a persecuzioni e violazioni dei diritti umani inferti agli appartenenti all’etnia curda. I firmatari sono ora soggetti a indagini, controlli e persecuzioni condannati da Biden come attività antidemocratiche, ma in realtà ignorate. Come il traffico illegale continuo di petrolio iracheno e siriano fornito da Isis alla Turchia che raggiunge, sulle navi di proprietà del figlio del leader turco i mercati mondiali per sovvenzionare le attività terroristiche del Califfato. Che la Turchia sostenga il potere conquistato da Isis viene confermato dalle parole pronunciate dal capo dei servizi segreti turchi Hakan Fidan che in una intervista rilasciata il 18 ottobre scorso all’agenzia di stampa turca, Anadoly, ha dichiarato: “L’Emirato Islamico è una realtà e dobbiamo accettare. Non possiamo debellare una istituzione popolare e ben organizzata come lo Stato islamico. Pertanto, esorto i miei colleghi in Occidente a rivedere il proprio modo di pensare a proposito delle correnti politiche islamiche, a mettere da parte la loro mentalità cinica e contrastare Putin che prevede di schiacciare i rivoluzionari siriani islamisti”.

Il prossimo aprile Erdogan riceverà la guida dell’Oic, Organizzazione per la Cooperazione Islamica, fondata nel 1969 da 57 Stati membri, considerata “la voce collettiva del mondo musulmano”. Al momento sono 56 gli associati, gli stessi che hanno formato la “coalizione islamica antiterroristica” spinti dal principe saudita Salman. Tutto fa pensare che Erdogan continui, sempre con maggiore caparbietà, a perseguire il sogno di rifondare il vecchio impero ottomano. Sul suo cammino “il musulmano delle Nazioni Unite” sembra non trovare al momento ostacoli particolari. Non certamente dagli Stati Uniti, interessati più a scalzare Bashar Al Assad, premier siriano, che a contrastare efficacemente il califfato.

 

Monia Savioli

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I curdi all’Europa: riabilitate Ocalan e il Pkk

Medio oriente – Africa di

Un duplice richiamo alla Turchia, affinchè modifichi l’atteggiamento assunto sino ad ora e all’Europa, per invitarla a considerare la questione curda come politica e non terroristica. Il rapporto fra Turchia ed etnia curda è tornato alla ribalta nelle due giornate organizzate a Bruxelles nell’ambito della 12a conferenza internazionale dal titolo “Vecchia crisi-nuove soluzioni. L’Europa, la Turchia, il Medio Oriente e i Curdi” organizzata dalla Turkey Civic Commission in collaborazione con il Kurdish Institute of Brussels nella sede del Parlamento Europeo, a Bruxelles, il 26 e 27 gennaio scorso.

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Il documento di sintesi proposto al termine della due giorni in cui si sono confrontati i vari protagonisti, dal Premio Nobel iraniano Shirin Ebadi, al leader dell’Hdp curdo e membro del parlamento turco Selahattin Demirtas, ha posto l’accento su responsabilità vecchie e future. E, soprattutto, sulla questione curda, ancora drammaticamente aperta unitamente a quella degli orrori causati dalle orde del Califfato.

Il dopo elezioni di giugno in Turchia, si legge nel documento, ha riproposto gli stessi abusi inferti ai diritti umani dei curdi negli anni ’90. Un ritorno al passato sottolineato dall’introduzione di coprifuoco illegali, privazione di acqua, cibo, elettricità e medicine e dall’uccisione di civili scomodi. “Queste misure – si sottolinea nel documento – mostrano un completo disprezzo della volontà democratica del popolo”. L’appello lanciato a “movimenti sociali, sindacati, associazioni professionali, organizzazioni non governative, alleate di governo e governative, istituzioni” riguarda la chiusura delle ostilità fra curdi e turchi, riaccesasi nell’estate scorsa, attraverso la fine di assedi e coprifuoco, l’esclusione di civili e aree residenziali dagli scontri fra forze turche e membri del partito dei lavoratori di Ocalan, il PKK, il rientro di quanti sono stati costretti a fuggire e la condanna dei colpevoli delle violazioni perpetrate a danno dei diritti umani.

La fine del conflitto fra turchi e curdi può tradursi, secondo la risoluzione individuata dalla conferenza, in “un impatto positivo sulla lotta nella regione contro i gruppi jihadisti, come ISIS”. “La Turchia – si legge nel documento – deve smettere di appoggiare i gruppi jihadisti in Siria e deve impegnarsi ad essere un efficace membro della coalizione internazionale contro ISIS. Deve abbandonare le politiche anticurde e lavorare al fianco dei curdi e dell’opposizione democratica siriana per arrivare ad una soluzione politica”. L’Europa viene chiamata in causa e spronata a considerare la questione curda da un punto di vista che escluda la matrice terrorista con cui l’opera del PKK e del suo leader Ocalan è stata bollata.

“L’Unione europea – viene sottolineato – non deve limitarsi a semplici richieste di un cessate il fuoco, ma deve anche essere proattiva nel definire il percorso verso una soluzione pacifica. A questo fine, il PKK, quale parte attiva della soluzione, non deve più considerato come organizzazione terroristica”. Fra le altre richieste individuate anche il rinnovo della Costituzione turca votata nel 1980 a seguito del colpo di Stato militare, la garanzia dei diritti legati alla libertà di pensiero e di espressione, la liberazione dei civili imprigionati e la realizzazione di un corridoio umanitario al confine tra Turchia e Siria.

 

Monia Savioli

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Erdogan e il sogno dell’impero

Medio oriente – Africa di

Si è chiuso così, con un richiamo “mondiale” di Erdogan al rispetto dei risultati raggiunti, il secondo capitolo delle elezioni turche consumato il 1° di novembre. Il clima di terrore innescato dal premier a partire dal 7 giugno, data delle precedenti elezioni annullate per l’impossibilità di creare una coalizione di governo, ha premiato l’AKP tornato in possesso della maggioranza.

 

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Il partito di Erdogan ha ottenuto il 49,4% delle preferenze conquistando 315 seggi su 550, quaranta in più rispetto alla soglia richiesta per governare in autonomia. Il principale partito di opposizione, il CHP, ha terminato la corsa con il favore del 25,4% dei votanti pari a 134 seggi, il nazionalista Mhp con il 12%, equivalenti a 41 seggi mentre l’HDP curdo di Salahattin Demirtas, è riuscito, nonostante le violente interferenze inflitte dal governo, a riconfermare la sua presenza in Parlamento superando, anche se di poco, la soglia del 10% imposta.

 

Nei cinque mesi intercorsi fra i due richiami alle urne, il clima interno del paese è stato messo a dura prova dal braccio di ferro fra AKP e il PKK, il partito dei lavoratori curdi guidato da Ocalan, di cui l’HDP rappresenta il braccio politico. A Diyarbakir, capitale della regione turca a maggioranza curda e roccaforte dell’HDP, si sono consumati attentati e scontri che hanno avuto l’effetto di annullare, per scelta da parte dei vertici del partito, ogni tipo di campagna elettorale. Una decisione sofferta, presa per proteggere le minoranze curde, destinatarie delle repressioni.

 

Correlare quindi i risultati delle ultime elezioni ad una libera scelta di unità nazionale, come sostiene Erdogan, rappresenta una forzatura sulla quale gravano altre tensioni, dal flusso di profughi dalla Siria, alla chiusura di canali televisivi e giornali di opposizione decisa dal premier per reprimere evidentemente la diffusione di opinioni contrastanti. L’ultimo “slogan” politico è stato diffuso subito dopo l’apertura delle urne, quando il governo ha lanciato la notizia dell’uccisione da parte dell’esercito turco di 50 membri dell’Isis in Siria e della distruzione di ben 8 delle loro postazioni. L’intenzione, evidente, era di impressionare in termini positivi non solo l’elettorato ma anche la comunità internazionale, dopo la diffusione, nei mesi scorsi, di ben altre informazioni legate al traffico delle armi dirette al Califfato gestito con leggerezza al confine turco e agli attacchi ufficialmente diretti a Isis ma in realtà concentrati sulle forze combattenti curde opposte ai terroristi.

 

La posizione cruciale occupata oggi dalla Turchia non soltanto per la sua collocazione geografica ma per il ruolo esercitato a livello politico permette a Erdogan quell’ampia possibilità di manovra avallata dai paesi occidentali, Usa in prima fila. La maggioranza ora riconquistata rappresenta per il premier un ulteriore lasciapassare per concretizzare i cambiamenti voluti a livello costituzionale. Erdogan vorrebbe modificare la costituzione dello stato principalmente per riconoscere al presidente poteri più ampi di quelli attuali. Il sogno è di rinverdire gli antichi fasti dell’impero Ottomano.

 

Un piano ambizioso, fermato al momento dalla necessità di trovare alleati che possano affiancare Erdogan nell’impresa. Per cambiare la carta infatti serve l’avvallo di 367 seggi, 52 in più di quanti l’AKP disponga. Dovesse non riuscirci, Erdogan passerà alle consultazioni referendarie aprendo nuovi dubbi a proposito della regolarità delle procedure. Poco importa se gli osservatori europei hanno pesantemente criticato il 1° novembre scorso l’intero processo elettivo dichiarandolo ingiusto.

 

L’Osce, Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa” e l’Assemblea parlamentare del consiglio d’Europa, hanno denunciato le violenze e messo in dubbio la liceità del percorso. Erdogan ha reagito chiedendo riconoscimento globale dei risultati ottenuti alla urne e inneggiando contro i ribelli del PKK. I primi effetti delle elezioni sono stati intanto assorbiti dal mercato azionario di Istanbul, salito bruscamente, insieme alle quotazioni della lira turca, dopo i risultati delle urne.

 

Monia Savioli

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Turchia-Usa: accordi paravento

Medio oriente – Africa di

Sono almeno 75 i combattenti addestrati da Stati Uniti, forze britanniche e turche, entrati in Siria e collocati nelle zone a nord della città di Aleppo. A sostenerlo, l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani con sede a Londra. La nuova immissione di combattenti è conseguente alla presa di coscienza da parte degli Usa del fallimento del programma di addestramento rivolto ai ribelli siriani moderati “arruolati” nella cosiddetta “Divisione 30” per contrastare il governo Assad ed ora i terroristi dell’Isis. I 15.000 uomini che la dovevano comporre, una sorta di filiale Usa in Siria, si sono via via disgregati. La convinzione che servano uomini e sicuramente in numero maggiore di quanti non ne siano rimasti ora è supportata da una altra presa di coscienza che coinvolge direttamente i rapporti con la Turchia. Il 22 luglio scorso, gli Usa hanno firmato con lo stato guidato dal presidente Erdogan un accordo di cooperazione militare nel quale emerge la possibilità da parte degli americani di utilizzare la base aerea di Incirlik, a nord del confine con la Siria, possibilità fino a quel momento preclusa. Sensazioni e risultati stanno convincendo la comunità internazionale che l’ago della bilancia di Ankara viri verso la repressione destinata principalmente non a Isis, come dovrebbe, ma ai curdi, considerati i reali oppositori del Califatto. A dimostrarlo, i 300 attacchi inferti dai Turchi alle basi del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan fondato da Ocalan, rispetto ai 3 indirizzati contro Isis. La Turchia avrebbe concesso una maggiore collaborazione spinta dal desiderio, alimentato dall’avanzata dei curdi siriani, di sbagliare coscientemente mira e colpire, fra i pochi sgherri del Califfato, molti curdi, soprattutto dopo la vittoria, alle elezioni di giugno, dell’Hdp di Salahattin Demirtas, evoluzione moderata del PKK e restare comunque impunita. Anche gli Stati Uniti stanno giungendo a questa convinzione. La volontà di salvaguardare le strette relazioni con gli stati sunniti di Arabia Saudita, Pakistan, monarchie del Golfo e la stessa Turchia, conservata fin da quando, dopo l’11 settembre, è iniziata l’offensiva contro Al Qaeda, sta giocando un ruolo decisivo perchè sono quegli stessi Stati ora che favoriscono o comunque tollerano la presenza di Isis. Per non giocarsi alleanze preziose, gli Stati Uniti fingono di non vedere. E la Turchia continua a “giocare” offrendo concessioni per evitare interferenze.

 

Monia Savioli

Terrorismo in Turchia: il cordoglio della Nato

BreakingNews di

L’ultimo degli attentati consumati in Turchia è datato un mese fa. Era il 10 agosto quando una raffica di esplosioni e scontri a fuoco ha provocato a Istanbul e nella provincia sudorientale di Sirnak alcuni morti fra poliziotti e militari. La paternità degli attacchi è stata attribuita ai seguaci del partito di opposizione curda PKK e ad alcuni esponenti del gruppo di estrema sinistra Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo Dhkp-c che hanno preso di mira, quale ultimo obiettivo, il consolato Usa di Istanbul provocando uno scontro a fuoco con la polizia, terminato senza alcuna perdita. E’ alle vittime di quella mattinata di terrore che è rivolto il messaggio di cordoglio diffuso dal Segretario Generale della Nato, Jeans Stoltenberg, che ha espresso parole di condanna contro gli attacchi terroristici più recenti e solidarietà per il popolo ed il governo turco. Parole simili erano state pronunciate anche a luglio, a seguito dell’esplosione che a Suruc, località ai confini con la Siria, aveva provocato 28 vittime, uccise mentre si trovavano al centro culturale della città per definire il supporto alla ricostruzione della città di Kobane. In quel caso, fra i possibili mandanti dell’attentato, erano stati identificati i terroristi dell’Isis. La rottura della tregua annunciata nel 2013 dal leader storico del PKK, Ocalan, si è definitivamente interrotta, come si legge nel comunicato lanciato dal Partito dei Lavoratori Curdi nel luglio scorso, “dopo gli intensi bombardamenti aerei da parte dell’esercito di occupazione turco”. L’annuncio è bastato ad Ankara e al leader dell’Akp, Recep Tayyip Erdogan, a sostenere con forza la necessità di tornare di nuovo alle urne dopo il trionfo che le forze politiche curde dell’Hdp, guidato da Selahattin Demirtaş, hanno ottenuto nel giugno scorso, superando la soglia del 10% imposta da Erdogan ed entrando, per la prima volta, in Parlamento. La stessa paternità degli attacchi terroristi di inizio agosto attribuiti al PKK sarebbe incerta al punto da ritenerla strumentale alla richiesta di elezioni anticipate lanciata da Erdogan ed ora accolta. La data delle nuove votazioni è stata fissata al 1° novembre. Nel frattempo si è formato un governo esecutivo ad interim che non esclude eccessive intromissioni, mancando precedenti, da parte di Erdogan.

Monia Savioli

La Turchia che cambia fra Hdp e liberazione di Ocalan

Medio oriente – Africa di

La folla acclamava festante i candidati del partito curdo HDP guidato dal suo presidente Salahattin Demirtas quando il 5 giugno scorso si sono presentati agli abitanti di Diyarbakir, città della Turchia meridionale. Poi, ad un tratto lo scoppio. Una detonazione principale e tre minori che hanno provocato morti e soprattutto feriti. “Gli occhi bruciano, l’aria è irrespirabile, corrode la gola – scrive pochi minuti dopo la fuga Fulgida Barattoni, presidente di IPB-Italia, presente al comizio dopo la mattinata trascorsa in compagnia di Demirtas ed altre associazioni e sindacati nell’ambito dell’evento dedicato alle componenti della società civile. “La pelle delle braccia “brucia”, c’è tanto fumo. Scendiamo dal palco attorniati da un cordone di sicurezza che gradualmente diventa sempre più debole. Un altro scoppio, altro fumo, feriti a terra. Tutti su buttano sul terreno, il mio gruppo salta un muro di 4 metri. Sotto c’è un prato ma io ho i tacchi alti. Vanno veloci e non posso perdere il gruppo ed essere inghiottita dalla folla. Tolgo le scarpe e mi butto su una siepe per attutire la caduta. Mi afferro alla punta di un albero e mi butto. Corro per raggiungere il gruppo mentre altro fumo denso di gas acido si spande. Non riesco a tenere gli occhi aperti. Ci confondiamo alla folla che scappa mentre le ambulanze vanno e vengono. Sono tutta sporca e la pelle brucia”. Attimi intensi, drammatici, pieni di tensione, paura. L’attentato non è stato rivendicato ma imputato allo scoppio di un generatore . Le elezioni si sono svolte due giorni dopo decretando il successo della minoranza curda che è riuscita a superare la soglia sbarramento del 10% delle preferenze imposta dal governo Erdogan entrando per la prima volta in Parlamento. Una vittoria significativa che si riflette sul movimento che invoca la liberazione di Ocalan, vera anima del partito. Dal carcere di Imrali nel mar di Marmara, dove è detenuto dal 2002 (ed in isolamento fino al 2013), quando la pena di morte alla quale era stato condannato nel 1999, anno dell’ arresto avvenuto a Nairobi, è stata tramutata in ergastolo, Ocalan non ha mai smesso di sostenere la lotta per l’affermazione del popolo curdo, condensata nell’ideologia e nella lotta condotta dal PKK, il partito dei lavoratori curdi, di cui è stato fondatore. L’Hdp, il partito democratico del popolo guidato da Demirtas, rappresenta una nuova corrente del partito che affonda le radici nell’ideologia di sinistra e propone un processo pacifico di affermazione della minoranza curda. Trattative in tal senso erano state già avviate da Ocalan con l’ex premier Erdogan, al fine di intraprendere un percorso di pace, ancora in corso, in grado di chiudere il conflitto in corso da 30 anni che ha provocato ben 40.000 morti. Dal settembre 2012 la liberazione di Ocalan è sostenuta dalla comunità internazionale curda con il sostegno di vari movimenti di solidarietà europei. La campagna di raccolta firme organizzata ha permesso di consegnare il 13 febbraio 2015 ben 10.328.623 firme al Consiglio d’Europa a Strasburgo raccolte nei vari paesi. Per comprendere i sentimenti del popolo curdo nei confronti di Ocalan, basta leggere quando riportato dal sito www.retekurdistan.it. ” Nonostante le gravi condizioni di isolamento – si legge – la sua capacità di vedere in avanti e di prendere decisioni che rafforzano la posizione del popolo curdo e l’amicizia tra i popoli hanno ulteriormente rafforzato l’accettazione del popolo curdo che ha abbracciato Öcalan come proprio leader. La sua rigida carcerazione non ha impedito al suo prestigio e alla sua statura di crescere e di guadagnare forza. Il motivo è così semplice, e deve essere ricercato nella sua leadership messa alla prova nel corso degli anni, nonostante le gravi e mutevoli condizioni politiche. Il fatto che Öcalan e il movimento di liberazione siano stati in grado di condurre il popolo curdo dal punto della “non esistenza” e da ostacoli che mettevano in pericolo la vita fino alla ricerca di un modo alternativo di vivere, è ciò che ha reso la fiducia in lui incrollabile. Le sbarre della prigione- conclude l’autore – non sono mai diventate per lui un ostacolo per superare la colonizzazione e aumentare le richieste di libertà. Ha ispirato e continua ad ispirare la domanda di libertà del popolo curdo. Öcalan è il simbolo della lotta del popolo curdo contro la negazione e il colonialismo, e la maggior parte dei curdi lo vede come la garanzia della pace e della democrazia

Monia Savioli
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