GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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ONU: Il lavoro della Croce Rossa e di Villa Maraini come modello nella lotta alle malattie mortali

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Alle Nazioni Unite si è concluso il tavolo per avviare una strategia collettiva finalizzata ad aggredire le cause di malattie mortali come l’HIV, le epatiti virali, la tubercolosi, e le conseguenze sociali, a livello mondiale, come lo stigma e l’emarginazione. Malattie cardiache, ictus, cancro, diabete, malattia cronica di Lyme, depressione sono solo alcune delle malattie prevenibili delineate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e che ogni anno uccidono prematuramente 41 milioni di persone, di questi l’85% sono in Paesi in via di sviluppo. Viviamo in un mondo sempre più globalizzato, con un’aspettativa di vita più lunga, un clima in rapido mutamento e con livelli crescenti di urbanizzazione. Viviamo in un mondo che vede cambiamenti di ogni tipo e che vede aumentare il numero delle malattie croniche in tutte le nazioni. Occorre affrontare il cambiamento climatico e l’inquinamento per i loro effetti sulla salute pubblica, occorre affrontare i problemi di salute mentale anche attraverso la prevenzione del suicidio, occorre affrontare l’uso dannoso di alcool e droghe, occorre affrontate i problemi di sotto- e sovra- nutrizione. “Ma possiamo cambiare rotta, potremmo prevenire 10 milioni di questi decessi entro il 2025” ha dichiarato Tedros Adhanom, direttore generale dell’OMS.  Il riferimento è ai “Best Buys” dell’OMS, una serie di 16 interventi pratici che sono “convenienti e fattibili per tutti i paesi compresi i paesi a basso e medio reddito“. L’elenco prevede misure di controllo del tabacco, campagne di vaccinazione e produzione di alimenti che contengono meno zucchero, sale e grassi. I benefici inoltre andrebbero oltre la salute: ogni dollaro investito nei “Best buy”, produrrebbe un rendimento di almeno sette dollari.

Il problema ha assunto un’importanza tale che ora è uno dei principali obiettivi degli “Obiettivi di sviluppo sostenibile” con l’Obiettivo 3.4 . Per raggiungere lo sviluppo sostenibile è fondamentale garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età. Sono stati fatti grandi progressi per quanto riguarda l’aumento dell’aspettativa di vita e la riduzione di alcune delle cause di morte più comuni legate alla mortalità infantile e materna. Sono stati compiuti  significativi progressi nell’accesso all’acqua pulita e all’igiene, nella riduzione della malaria, della tubercolosi, della poliomielite e della diffusione dell’HIV/AIDS. Nonostante ciò, sono necessari molti altri sforzi per sradicare completamente un’ampia varietà di malattie e affrontare numerose e diverse questioni relative alla salute, siano esse recenti o persistenti nel tempo.

     Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Italiana e della Federazione Internazionale delle società della Croce rossa e Mezzaluna rossa, ha detto alle autorità presenti: “Dobbiamo riconoscere i progressi compiuti nella lotta contro queste terribili patologie a livello globale e, in particolare, in Europa. Si tratta del risultato di sforzi congiunti, programmi nazionali e internazionali. La Croce Rossa sostiene la strategia “End TB” e quella per porre fine all’epidemia di AIDS entro il 2030. Tuttavia, questi obiettivi saranno pienamente raggiunti solo se arriviamo davvero ai più vulnerabili: penso a tutte quelle persone che vivono in comunità remote o in ambienti affollati e scarsamente ventilati come le persone migranti, i prigionieri, i rifugiati o le persone che fanno uso di sostanze stupefacenti. Sono quelle che, oltre a pagare il prezzo della sofferenza della malattia, vivono anche lo stigma e la discriminazione. Non abbiamo più scuse. Le nuove tecnologie e le cure mediche possono debellare definitivamente queste patologie. La diagnosi e il trattamento, una volta più complicati, oggi sono possibili anche solo con un semplice kit da utilizzare direttamente nelle comunità o addirittura nelle abitazioni. Ma, mentre si compie questo cammino tecnologico, non dobbiamo sottovalutare il potere del ‘tocco umano’.

Uno degli esempi operativi forniti da Rocca è la Fondazione Villa Maraini, l’Agenzia Nazionale per le tossicodipendenze della Croce Rossa Italiana fondata da Massimo Barra nel 1976. La fondazione offre un insieme di servizi per la cura e la riabilitazione dalle tossicodipendenze, abuso di alcol e gioco d’azzardo, articolati su diversi livelli di soglia: bassa, media e alta, a seconda della motivazione che l’utente deve avere per poter affrontare la terapia proposta. La strategia terapeutica dell’Agenzia è adattare la terapia al soggetto e non viceversa. Qui la Croce Rossa, insieme alla Fondazione Villa Maraini, offre l’opportunità di test gratuiti per la diagnosi immediata dell’HIV e dell’epatite C, nell’ambito della campagna ‘Meet, Test & Treat’. Con questa attività è aumentato significativamente il rilevamento e il trattamento tempestivo dell’HIV e dell’epatite C. Questo è solo uno degli esempi di progetti avviati in tutto il mondo. Le Società Nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa hanno avviato progetti in tutto il mondo per sostenere questo percorso, come la Croce Rossa bielorussa o la Mezzaluna Rossa del Kyrgyzstan.

I vertici della Croce Rossa Italiana all’Assemblea Generale della Nazioni Unite

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Dal 23 al 29 settembre a New York parteciperanno all’Assemblea  Generale delle Nazioni Unite Francesco Rocca, in qualità di Presidente della Croce Rossa Italiana e della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC) e Rosario Valastro, Vicepresidente nazionale Croce Rossa Italiana. Tanti sono i temi sul tavolo: Il Global Compact, la prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili (come il diabete), la necessità di maggiori investimenti per contrastare le epidemie locali e migliorare la risposta alle catastrofi, le crisi umanitarie protratte nel tempo, l’aggravamento dell’epidemia da tubercolosi e infine i cambiamenti climatici.

Il Movimento della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa intende sensibilizzare i governi a impegnarsi per una migrazione sicura, organizzata e che garantisca i diritti umani. Per questo particolare attenzione sarà riservata al “Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare affinché il documento sia adottato nella conferenza che si terrà a Marrakech il prossimo dicembre. Nel rapporto della International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies (IFRC) intitolato “Il nuovo ordine murato. Come le barriere all’assistenza minima trasformano la migrazione in crisi umanitaria” vengono identificati i fattori che impediscono ai migranti vulnerabili di avere accesso all’aiuto di cui hanno bisogno. Tali fattori variano da quelli più evidenti – incluso il timore di essere perseguiti, arrestati o deportati – a quelli meno ovvi, che possono comprendere costi proibitivi, barriere culturali e linguistiche e la scarsa informazione in merito ai propri diritti. Lo scopo del report è quello di sottolineare che non è necessario maltrattare le persone per assicurare il controllo delle frontiere poiché ogni essere umano deve avere accesso ai servizi e all’assistenza umanitaria di base come un adeguata alimentazione, essenziali cure mediche e giusta informazione legale sui propri diritti. Gli incontri si svolgono in un periodo in cui  i governi stanno implementando leggi che criminalizzano l’assistenza umanitaria, comprese le operazioni di ricerca e salvataggio e l’assistenza di emergenza a migranti privi di documenti di identità. In questo momento occorre combattere l’idea che la prospettiva di ottenere una elementare assistenza o l’attività di ricerca e soccorso possano agire come incentivi per la migrazione poiché è semplicemente errato e  le persone prendono la decisione di migrare per ragioni molto più profonde di queste. Lo scopo di IFRC è quello di chiedere ai governi di assicurarsi che le loro leggi, politiche, procedure e pratiche nazionali siano conformi agli obblighi già esistenti in base alle leggi internazionali e vadano incontro alle necessità e ai bisogni di assistenza e protezione dei migranti. Nell’ambito di questo argomento verrà affrontato il tema delle cure specialistiche per i bambini migranti.

Altra questione importante sarà quella delle crisi umanitarie protratte nel tempo, come in Siria, Bangladesh, nella Repubblica Democratica del Congo, in America Latina e tutti gli altri Paesi e regioni in cui lo staff e i volontari della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa stanno fornendo assistenza.  Solo il conflitto armato siriano dura da sette anni e tutte le parti coinvolte nel conflitto hanno commesso impunemente crimini di guerra, altre gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e violazioni dei diritti umani. Per esempio, anche le forze governative e le forze loro alleate, comprese quelle russe, han­no compiuto attacchi indiscriminati e attacchi diretti contro la popolazione civile e obiettivi civili, effettuando bombardamenti aerei e lanci di artiglieria, anche con armi chimiche e di altro genere vietate dal diritto internazionale, provocando centinaia di morti e feriti. Inoltre, hanno mantenuto lunghi assedi su aree densamente popolate, limitando l’accesso di migliaia di civili agli aiuti umanitari e ai soccorsi medici. Questa situazione ha fatto si che non ci sono più posti “sicuri” per bambini e civili dato che vengono colpite  arbitrariamente scuole, ospedali o mercati. Recentemente moltissimi bambini, che hanno già subito traumi e sofferenze durante i precedenti attacchi nella Ghouta orientale, nell’area est di Aleppo e in altre zone, hanno cercato rifugio a Idlib, per trovarsi nuovamente esposti al rischio mortale di una escalation del conflitto. Secondo dati recenti, l’80% dei bambini siriani che sono all’interno del paese vive stati d’ansia, di preoccupazione o di forte stress, e questo dà l’idea dell’impatto delle continue violenze sui bambini. Gli stessi bambini che dovrebbero ricevere riparo e protezione nella provincia nord-occidentale di Idlib stanno invece subendo di nuovo attacchi aerei e violenze nel preludio della possibile offensiva. In questo e altre contesti suscita preoccupazione anche il fatto che operatori umanitari vengono presi di mira e rischiano la vita ogni giorno.

Ci sarà anche un focus sull’aggravamento dell’epidemia da tubercolosi, con riferimento a come combattere la malattia e il suo stigma. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) recentemente ha pubblicato il suo Rapporto Globale sulla Tubercolosi definito da Medici Senza Frontiere un quadro vergognoso sull’incapacità del mondo di affrontare la malattia infettiva più mortale, che pur essendo curabile uccide ogni anno oltre un milione e mezzo di persone. Il rapporto evidenzia infatti i deboli progressi fatti a livello internazionale sulla Tubercolosi, sottolineando che a un ritmo così lento i paesi non riusciranno a raggiungere gli obiettivi prefissati dalla strategia “End TB”. La preoccupazione è che i governi stiano affrontando la malattia infettiva più mortale al mondo con pericolosa mediocrità dato che è il settimo anno consecutivo che circa il 40% dei casi di Tubercolosi non viene diagnosticato. Stando al rapporto OMS, la Tubercolosi resta la malattia infettiva più mortale al mondo, con 1,6 milioni di decessi nel 2017 (rispetto a 1,7 milioni nel 2016) e 10 milioni di persone che hanno sviluppato la malattia nel 2017 (rispetto ai circa 10,4 milioni nel 2016). Particolarmente preoccupanti le forti lacune nella diagnosi e nel trattamento: nel 2017, il 64% dei casi di Tubercolosi è stato diagnosticato e rendicontato (rispetto al 61% nel 2016). Tra le persone affette da Tubercolosi resistente ai farmaci (DR-TB), il 25% delle persone diagnosticate è stato anche trattato (rispetto al 22% nel 2016).

Infine, si discuterà dei cambiamenti climatici, per concentrarsi di conseguenza sul rafforzamento della resilienza delle comunità. I cambiamenti climatici stanno diventando sempre di più la causa di vaste crisi umanitarie che stanno cambiando il modo di vivere il nostro pianeta. Per esempio la siccità in Africa Orientale ha messo in ginocchio paesi già colpiti da guerre, crisi politiche e scontri etnici, ciò ha generato crisi umanitarie profonde in paesi come il Sud Sudan, l’Etiopia, l’Eritrea, il Burundi, il Kenya e la Somalia. Di conseguenza in questi paesi vi sono Insicurezza alimentare acuta (l’impossibilità di consumare cibo adeguato mette direttamente in pericolo le vite e i mezzi di sostentamento delle persone) e Fame Cronica (una situazione nella quale una persona non è in grado di consumare cibo sufficiente a mantenere uno stile di vita normale e attivo per un periodo prolungato) che rappresentano una piaga per milioni di persone nel mondo. A livello mondiale le situazioni di conflitto rimangono il fattore principale alla base della grave insicurezza alimentare in 18 paesi, 15 dei quali in Africa e Medio Oriente. Mentre I disastri climatici hanno provocato crisi alimentari in 23 paesi, due terzi dei quali in Africa. Conflitti, disastri climatici e altri fattori spesso contribuiscono a crisi complesse che hanno ripercussioni devastanti e durature sui mezzi di sostentamento delle persone. Per secoli, le popolazioni dell’Africa Orientale hanno dovuto affrontare fenomeni di questo tipo con una cadenza di cinque o sei anni. Recentemente, però, si è assistito a un’accelerazione di questa periodicità a causa del surriscaldamento globale. L’aumento delle temperature ha portato a un progressivo inaridimento delle fonti idriche con un conseguente calo della produzione agricola e un impoverimento dei pascoli. Il caldo e le eccessive distanze per procurarsi l’acqua mettono a repentaglio vite umane e bestiame. In Africa la frequenza delle siccità si sta intensificando fin dagli anni Novanta. Secondo degli studi ciò è dovuto in parte agli effetti del ciclo di El Niño e La Niña, i periodici fenomeni di riscaldamento e raffreddamento delle acque del Pacifico. I cambiamenti climatici esasperano questi effetti, spingendo verso l’alto le temperature e causando aridità.

Il 26 settembre si celebra, tra l’altro, la “Giornata Mondiale per l’eliminazione totale delle armi nucleari”, voluta proprio dall’ONU come condizione essenziale per garantire la pace e la sicurezza internazionali. L’Assemblea Generale, perciò, sarà l’importante occasione e vetrina per rilanciare e ribadire l’appello della Croce Rossa Italiana. Il raggiungimento del disarmo nucleare mondiale è da sempre un obiettivo prioritario delle Nazioni Unite. Già nel 1946 fu l’oggetto della prima risoluzione dell’Assemblea Generale, che consentì l’istituzione di una Commissione per l’utilizzo pacifico dell’energia atomica. Nel 1959 il disarmo è stato inserito nel programma dell’Assemblea Generale, nel 1975 è stato il tema delle conferenze di riesame del Trattato di non proliferazione nucleare e nel 1978 la prima sessione speciale dell’Assemblea Generale sul disarmo ha riaffermato la sua massima priorità. Mentre dopo la guerra fredda si è assistito a drastiche riduzioni nel dispiegamento di armi nucleari, ad oggi non è stata distrutta una sola testata sulla base di un trattato, bilaterale o multilaterale, e non sono in corso negoziati per il disarmo nucleare. La dottrina della deterrenza nucleare continua ad avere un ruolo centrale nelle politiche di sicurezza di tutti gli Stati che possiedono armi nucleari e dei loro alleati. Ma le sfide legate alla sicurezza non possono rappresentare una scusa per continuare la corsa agli armamenti nucleari, né una giustificazione per declinare la responsabilità condivisa di costruire la pace nel mondo. La giornata del 26 settembre per l’eliminazione totale delle armi nucleari, istituita nel 2013 con la Risoluzione A/RES/68/32, è stata designata dalle Nazioni Unite per ricordare la necessità di questo impegno comune: raggiungere la pace e la sicurezza in un mondo libero da armi nucleari. Lo scorso anno, dopo una mobilitazione mondiale 120 Paesi membri dell’Onu hanno firmato un Trattato per il divieto dell’utilizzo delle armi nucleari. La Croce Rossa italiana e la Federazione internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, hanno sollecitato tutti i governi ad aderire a questo impegno, ma molti non hanno risposto alla chiamata. Tra questi, il precedente governo italiano.

Ripartire dalle persone per tutelare i diritti umani

EUROPA di

Il 18 giugno il Centro studio Roma 3000 ha tenuto il convegno “La tutela dei diritti Umani nelle Aree di Crisi” ed è stata l’occasione per riflettere con ospiti importanti su ciò che succede e su cosa occorrerebbe fare. Le aree di crisi sono ovunque e di molti tipi. Possiamo pensare ai conflitti armati che si svolgono nel mondo, agli scenari dovuti all’economia e alle crisi economiche o a ciò che succede dopo i disastri ambientali. Il filo conduttore vede disagi, necessità di assistenza, diritti negati che hanno bisogno di tutela per uomini, donne e bambini.

     Alessandro Forlani (esperto di diritti umani e affari internazionali), ha sottolineato che ormai nella nostra società è sempre più importante e inevitabile porre l’attenzione alle relazioni internazionali e ai fenomeni collegati. A ciò si collega la necessità di coinvolgere e rendere partecipe l’opinione pubblica poiché certi fenomeni, come i conflitti che cadono in larga misura nel nord africa e nel Medioriente, assumono carattere di cronicità. Nella maggior parte dei casi vi sono attori che hanno interesse a mantenere il caos in casi come quelli del conflitto arabo-israeliano, quello siriano e quello libico. In questi contesti, come ha evidenziato Rosario Valastro (vicepresidente Croce Rossa Italiana), si aggiungono questioni come la pericolosità per gli operatori umanitari. A riguardo abbiamo scambiato qualche rapida domanda:

EA: ultimamente viene messo in risalto la sicurezza degli operatori sanitari, cosa sta accadendo?

Rosario Valastro: ci troviamo in un periodo in cui veramente sembra che le norme del vivere civile abbiano avuto un’involuzione clamorosa di oltre un secolo e mezzo. Abbiamo delle problematiche di pericolo di tutela degli operatori sanitari dove esistono dei conflitti in questo momento. La Siria è quella che purtroppo va alla ribalta per la quantità dei numeri, abbiamo circa 90 tra volontari e operatori che hanno perso la vita in questi anni. Anni in cui anche l’ONU ha perso il conto di quanti civili sono stati uccisi durante la guerra. Ma quello della Siria, ripeto, è alla ribalta per l’enormità dei numeri ma questo accade anche in Yemen, accade anche altrove e pone un serio problema circa la reale volontà delle parti di tutelare la popolazione civile. Noi sappiamo che la tutela degli operati sanitari, delle strutture sanitarie e del materiale sanitario è funzionale alla cura della popolazione civile e alla cura dei soldati feriti. Per questo le strutture sanitarie di per sé sono riconosciute come neutrali, non sono riconosciute come parti del conflitto e vanno tutelate. Se viene a mancare, come sta venendo a mancare, con gli esempi che ho fatto e con altri che si possono fare, allora anche la guerra diventa qualcosa di non più governabile nei confronti delle popolazioni inermi.

EA: può dirci a cosa può essere legata questa escalation?

Rosario Valastro: certamente c’è una mancanza di rispetto per quelle che sono le convenzioni internazionali che hanno fondato il vivere civile delle nazioni. Cioè la guerra, chiunque parli della guerra, ha nel suo immaginario qualcosa che non ha delle regole. In realtà, la guerra ha delle regole che sono state costruite nel corso di questo secolo e mezzo dalle convenzioni di Ginevra in poi. Se questo non è più considerato prioritario, se il rispetto della vita umana viene in secondo luogo rispetto a tutto il resto, e quindi comunque l’obiettivo è vincere a discapito dei morti che riesco a fare, allora queste escalation producono un ulteriore disumanizzazione della guerra, un ulteriore aumento non solo di vittime, quindi morti, ma anche di persone che perdono le case e di persone le cui famiglie vengono separate a forza. Un aumento esponenziale di vulnerabilità che ben poco ha a che vedere con la guerra. La guerra è, come noi sappiamo, colpisci le zone strategiche del nemico, colpisci i depositi di armamenti, colpisci quartier generali. Non colpisci la popolazione civile che non partecipa alle operazioni di guerra. Se tu lo fai, come è stato anche fatto durante alcuni conflitti in Europa negli anni ’90, lo fai con delle idee di genocidio, di pulizia etnica, che sono fuori dall’orbita umanitaria.

 

Nel corso dell’intervento ha poi sottolineato che il diritto internazionale umanitario è nato per garantire l’incolumità di operatori umanitari, civili e feriti di guerra ma ad oggi sembra essere ritornati a quei tempi in cui tutto ciò non era garantito. È messo tutto in discussione e stiamo registrando l’imbarbarimento delle condizioni di vita dei civili nelle zone di guerra. Dobbiamo ricordarci che senza gli operatori umanitari si indeboliscono i civili poiché viene meno il rispetto della vita umana, ovvero la condizione principe per il rispetto del diritto dell’uomo.

Grazie all’intervento di padre Mussie Zerai (direttore agenzia di stampa Habeshia) è stato possibile approfondire la questione e affrontare il tema delle migrazioni di cui noi assistiamo solo il fenomeno più visibile, quello degli sbarchi. Il tema degli sbarchi è un tema divisivo della politica e dei rapporti tra stati e all’interno degli stati. È un tema che richiama la necessità di adeguate misure di accoglienza per persone che altrimenti rimangono senza futuro, senza storia e senza la possibilità di dare un futuro ai propri figli. A questo proposito abbiamo potuto chiedere un commento sui recenti fatti dell’Aquarius:

EA: può dirci, secondo lei, cosa può significare quello che è successo con la nave Aquarius?

Padre Mussie Zerai: La settimana appena trascorsa, il fatto che l’Aquarius con tutto il suo carico umano è stata respinta, non è un segnale positivo. Non era il modo di gestire o di fare un braccio di ferro con l’unione europea o con malta per arrivare a una soluzione perché usare persone già provate dal viaggio, persone in cerca di protezione e di sicurezza, usate come “armi di ricatto” verso l’Europa non è il modo di fare politica, non è il modo gestire le cose umanamente e civilmente. Io spero che sia una forma provocatoria e isolata che però al tavolo dell’unione europea alla fine mese, in cui i vari paesi o ministri che si incontreranno, troveranno una soluzione complessiva e basata soprattutto sulla solidarietà e non sulle chiusure ed esternalizzazione delle frontiere o su tentativi di scaricare il peso su paesi già fragili sia economicamente che politicamente. Perché scaricare tutto sui paesi del nord africa o dell’africa subsahariana, pesa in tutti i sensi perché quei paesi sono già democraticamente fragili e alcuni addirittura non garantiscono il minimo standard del rispetto dei diritti umani. Vuol dire consegnare queste persone nelle mani di chi violerà questi diritti. Abbiamo visto anche gli accordi fatti con la Libia e i Lager che ci sono nella Libia, sono la chiara testimonianza.

EA: Tramite questa criminalizzazione delle ong e con questo gioco di forza su associazioni che non rappresentano un governo, viene messo in dubbio quel principio di sussidiarietà del privato, ovvero viene messa in discussione anche la nostra capacità di portare il nostro contributo li dove lo stato non riesce o non aiuta dove mette in difficoltà le stesse associazioni?

Padre Mussie Zerai: questo è il tentativo di scaricare le proprie responsabilità perché le ong sono intervenute li dove gli stati hanno lasciato un vuoto. Dopo la chiusura di mare nostrum, si è creato un vuoto da colmare perché la gente continuava a morire. Ecco, la società civile, anche con la presenza delle ong, è venuta in soccorso. Anche tramite l’aiuto delle ong che hanno soccorso, l’Italia, oltre che ha potuto continuare a salvare le vite umane, ha anche risparmiato un miliardo di euro che altrimenti avrebbe dovuto spendere per sforzarsi a salvare vite umane se non si vuole lasciar morire queste persone. Quindi sia sull’aspetto morale etico e civile ma anche sull’aspetto economico, la presenza delle ong per l’Italia e l’Europa è stato di grande aiuto. Criminalizzarli vuol dire scaricare su di loro le proprie responsabilità. Bisognerebbe chiedere agli stati perché hanno lasciato quel vuoto, perché nessun altro programma simile al mare nostrum è subentrato a fare quel lavoro che mare nostrum faceva. Ricordiamo che mare nostrum è nato dopo due grandi tragedie successe a distanza di una settimana nel 2013, il 3 ottobre e successivamente l’11 di ottobre. Che cosa si doveva continuare a vedere? Si voleva continuare a raccogliere cadaveri? Non è quello status che l’Unione Europea, la sua fondazione e i suoi valori  gridati corrispondevano a quella realtà che stavamo assistendo per cui il mediterraneo è diventato un cimitero a cielo aperto e quindi le ong hanno salvato la faccia e l’onore di tutta l’Europa. Criminalizzarli significa essere responsabili.

Padre Mussie Zerai ha poi sottolineato che il diritto dei deboli è di fatto un diritto debole perché non viene rispettato tanto che oggi parliamo di dover tutelare le leggi e le convenzioni. 27 anni fa padre Mussie è arrivato come minore non accompagnato e venne affidato al comune di Roma ma ricevette aiuti non previsti dalla legge. Ad oggi molti minori scappano dai centri perché si sentono in gabbia e non vedono una prospettiva per il proprio futuro, in molti spariscono e non si sa che fine fanno. È quello che succede a chi arriva per mare nei casi di respingimento, soprattutto nei casi di respingimento in Libia dove non sono assicurati i diritti umano e dove le persone (soprattutto chi migra) possono essere soggette a trattamenti inumani e degradanti. A ciò si aggiunge che la corte internazionale dovrebbe pronunciarsi dato che l’ONU ha recentemente condannato uno di quei comandanti con cui ci si sono fatti accordi per contenere i flussi migratori. È una di quelle persone che di giorno indossano la divisa e di notte lavorano con e come trafficanti. È un fenomeno che per poter essere risolto ha bisogno di prevenzione e lavoro costante nel lungo termine. L’Eritrea è l’esempio che anche la dittatura crea dei rifugiati. Una dittatura che usa la presenza di un vicino scomodo come giustificazione per costringere i giovani a una leva obbligatoria indeterminata che non dà futuro. In Eritrea non vi è una costituzione che tutela i cittadini, non vi è una stampa libera, non vi è libertà di movimento o libertà religiosa. Tutto questo produce una fuga di massa verso il paese più vicino ma spesso trovano condizioni peggiori e, non potendo tornare a casa, proseguono il viaggio. Una delle poche soluzioni perseguibili è quello di risolvere, certamente nel lungo termine, i conflitti ma spesso vi è un’immobilità politica. Per esempio, l’Etiopia ha comunicato di voler fare pace con l’Eritrea ma l’Italia, che è tra i garanti per la pace di Algeri, non ha fatto alcuna mossa. Se si facesse questa pace cadrebbe ogni alibi del regime e finirebbe l’esodo di giovani e giovanissimi che scappano prima che scatti l’obbligo della leva. Ultimamente si parla di istituire degli Hotspot dell’Unione Europea in Africa, campi di identificazione, ma non si tiene conto che ci sono tanti campi rifugiati che hanno un problema di sicurezza. Anzi, gli stessi campi sono il centro del traffico degli esseri umani come accade tra il Sudan e il Sinai: il campo era sotto gestione dell’UNHCR ma i militari sudanesi, addetti alla sicurezza, erano pagati dai trafficanti. I militari la notte facevano entrare i trafficanti che sceglievano le persone da vendere o a cui togliere gli organi per il traffico di organi. Le prove si hanno grazie al lavoro di BBC e CNN che ha documentato il ritrovamento dei corpi abbandonati nel deserto e che, dopo un’attenta autopsia, riportavano l’estrazione di organi.

L’Africa non ha bisogno di aiuto in denaro, è ricco di risorse già di suo, ma serve aiuto per trasformare la ricchezza in democrazia e diritti. L’Africa perde 190 miliardi in risorse naturali e umane ogni anno e ne riceve 30 dai donatori. Il vero peso delle migrazioni è quindi nei paesi di partenza poiché il costo del viaggio può essere sostenuto solo da pochi. Per esempio, in Etiopia un visto per l’Italia costa 10.000 dollari, un visto Schengen costa 15.000 dollari, mentre la tratta che fanno milioni di persone per arrivare da noi costa 5.000 dollari. Occorre che quei 190 miliardi siano trasformati in dignità, diritti e futuro. Occorre, poi, ricordare che la guerra in Libia non è stata una guerra libica ma una guerra tra stati dell’Europa, i libici sono stati sotto Gheddafi per 42 anni. Lo stesso vale per la guerra in Sud Sudan in cui combatte chi ha investito nelle pipeline per portarle nel Mar Rosso o nel Mar Indiano. Ciò che va sottolineato è che nessuno paese africano produce armi e che queste vengono comprate da paesi come la Russia, la Germania, la Cina, gli Stati Uniti e dalla stessa Italia (solo per citarne alcuni) e che andrebbe vietata la vendita di armi in queste zone.

     Yehven Perelygin (ambasciatore della Repubblica di Ucraina in Italia) ha portato sul piatto della discussione anche i conflitti che sono ancora aperti nella nostra Europa e di cui si parla troppo poco come quello in Ucraina e nella regione del Donbass (a riguardo il Centro Studi Roma 3000 ha tenuto un convegno a novembre). L’ambasciatore spera che quella che viene chiamata “guerra silenziosa” non diventi la “guerra dimenticata” poiché sono state riscontrate gravi violazioni di diritti umani nella penisola della Crimea dove avvengono sistematiche restrizioni alle libertà di espressione, di credo, di riunione e di partecipazione. In questo senso vi è un’impossibilità di avere un’educazione o una formazione nella propria lingua (tataro o ucraino), vi è la chiusura dei mezzi di informazione e vi sono 64 cittadini prigionieri politici tra tatari e registi e scrittori ucraini che dal 2014 sono in condizioni paragonabili ai Gulag sovietici. Oltre a questo vi è il reclutamento di giovani ucraini da parte dei russi. Il 14 giugno il parlamento europeo ha votato una risoluzione per cui chiede il rispetto dei principi democratici e la libertà per Oleg Sentsov e tutti gli altri cittadini ucraini detenuti illegalmente in Russia.

In tutti queste problematiche vi sono anche i bambini, come l’intervento di Daniela Fatarella (vicedirettore generale “Save the Children”) ha sottolineato. Un miliardo e 500 mila bambini ad oggi non hanno una protezione, cioè più della metà dei bambini al mondo, e 357 milioni di bambini vivono in aree di conflitto (1 bambino su 6), ciò rappresenta un aumento del 75% dagli anni Novanta. Queste guerre lunghe e croniche colpiscono i bambini e spesso vengono colpiti volontariamente per tattica. Colpire loro vuol dire colpire l’infanzia, le famiglie, la comunità e il futuro. Le guerre vedono concentrare i propri obiettivi sulle scuole e gli ospedali, quelli che una volta erano i luoghi sacri di protezione e assistenza a civili e ai feriti. La relatrice recentemente è stata nel campo profughi di “Zaatari” dove si sono rifugiati i bambini o dove sono nati. Solo in questo campo nascono 80 bambini a settimana e la permanenza media è di 15 anni. Le persone che vi ci sono rifugiate all’inizio pensavano di tornare in Siria in breve tempo, poi sono state prese dallo sconforto e infine hanno sviluppato la resilienza. I genitori intervistati nei campi pensano che dare un’educazione ai bambini è un’arma per poter tornare a casa, in Siria, dove il sistema scolastico e quello sanitario è collassato completamente. In questo senso è importante lavorare anche dopo la guerra dato che deve essere stimolata e assistita la resilienza delle persone in modo da poter avere un futuro e una prospettiva.

Nei contesti di crisi, come evidenziato da Cristina Nasini (componente del direttivo di “Vivere Impresa”) nel suo intervento, può essere importante l’apporto delle aziende. In questo senso è importante l’aspetto privatistico che emerge nel rapporto “datore di lavoro – lavoratore”: i datori di lavoro, ancora prima del rapporto stesso, non devono avere una condotta discriminatoria verso le persone per etnia, religione o orientamento sessuale. Tutto ciò rientra anche a livello internazionale tramite l’impegno dell’ILO nel dettare linee guida per le aziende come quella che riguarda la tutela e la libertà di associazione e sindacati in quanto necessari per tutelare i propri diritti. Nelle linee guida vengono prese in considerazioni tematiche quali il lavoro minorile e le categorie vulnerabili come migranti, donne incinte o donne di ritorno dalla maternità. Inoltre, è importante l’aspetto pubblicistico rappresentato dal rapporto “Azienda – Stato”. In questo senso deve esserci una responsabilità sociale delle imprese che da una parte, tramite l’esportazione di lavoro all’estero, hanno opportunità di business e dall’altra possono portare forme di sviluppo economico per quei paesi in via di sviluppo o in crisi. L’apporto di imprese rispettose dei diritti umani è importante per evitare quei fenomeni che vanno dal disastro del Rana Plaza ai campi di Rosarno, in cui lo sfruttamento e la violazione dei diritti umani viene fatta in nome del profitto. Oltre a questi aspetti le imprese che lavorano in aree di crisi, magari essendo imprese di ricostruzione edile o di ristorazione, possono apportare il proprio sostegno alle varie Ong.

In Afghanistan sono morti 10.000 civili, in Yemen 50.000, in Siria non ci sono dati ufficiali dell’ONU ma la Croce Rossa Italiana conta la morte di 70 operatori umanitari, nel 2017 Save the Children ha perso 4 persone in un attacco kamikaze nel centro operativo in Afghanistan, in Donbass negli ultimi 3 anni si contano più di 10.000 vittime e di 1 milione e 700 mila persone spostane nel proprio paese. A questi numeri si aggiungono quelli che vedono la nascita, solo quest’anno, di 18.000 bambini nei campi profughi e nelle pessime condizioni dei campi. Questi sono numeri ma i vari interventi hanno trovato un punto fondamentale di incontro, dietro a questi numeri ci sono le storie di persone, di uomini, di donne, di bambini e di famiglie. Dall’incontro esce la volontà di voler parlare innanzitutto delle persone e delle vite delle persone e si ricorda che l’assistenza ai più deboli è richiesta degli stessi pilastri dell’unione europea e della nostra cultura. Questi pilastri ci impongono di aiutare chi è in difficoltà, di mettere le persone al centro del dibattito, di mettere il singolo con la propria storia di fronte all’enormità del numero e di mettere al centro le persone e non il profitto. Parlare di persone nei vari casi dibattuti ci permette di lottare la disumanizzazione che spesso viene fatta anche involontariamente e di tutelare il diritto dei più deboli per renderlo il diritto più forte perché spesso si fa abuso della parola sicurezza ma sono i più vulnerabili ad averne bisogno. Occorre ripartire dalle persone per tutelare i diritti umani e rispettare la vita, perché tutte le vittime che abbiamo ricordato sono vittime della mancanza di rispetto alla vita.

 

Durante il convegno sono intervenuti: Alessandro Conte (presidente Centro Studi Roma 3000), Alessandro Forlani (esperto di diritti umani e affari internazionali), Rosario Valastro (vicepresidente Croce Rossa Italiana), Daniela Fatarella (vicedirettore generale “Save the Children”), Yehven Perelygin (ambasciatore della Repubblica di Ucraina in Italia), Mussie Zerai (direttore agenzia di stampa Habeshia), Cristina Nasini (componente del direttivo di “Vivere Impresa”).

 

La tutela dei Diritti umani in aree di Crisi: il convegno di Roma 3000

CRONACA di

Il 18 giugno il Centro studi Roma 3000 terrà il convegno dal titolo “La tutela dei diritti Umani nelle Aree di Crisi”. Il convegno sarà l’occasione per riflettere, dibattere e scambiare esperienze sul tema dei diritti umani che in tutto il mondo sono in costante rischio. Le continue escalation nelle aree di crisi però rappresentano i luoghi in cui è maggiormente difficile la protezione di tali diritti. All’incontro saranno presenti esponenti di importanti associazioni che ci daranno la possibilità di analizzare la questione da diverse prospettive: la protezione dei civili e degli operatori, i diritti dell’infanzia, la protezione dei più vulnerabili e la tutela nel rapporto di lavoro. Saranno presenti Croce Rossa, Save the Children, l’Agenzia Habeisha e Vivere Impresa. Il convegno sarà aperto da Alessandro Forlani, esperto di diritti umani e di relazioni internazionali che introdurrà i relatori ospiti del Centro Studi Roma 3000.

Croce Rossa è presente ovunque, dall’intervento a sostegno delle popolazioni nelle zone di guerra, alle emergenze dovute ai disastri naturali, fino all’aiuto nelle tante vulnerabilità quotidiane che non fanno notizia. È il simbolo di un’Italia che aiuta, che ascolta le richieste di aiuto, piccole o grandi, che sono ovunque. Nelle aree di crisi, chi va ad apportare il proprio aiuto o è lì a documentare, è costantemente a rischio. Negli ultimi 15 anni i giornalisti uccisi nell’esercizio del loro mestiere sono stati 1035, specialmente nei teatri di guerra. Allo stesso modo sono tanti gli operatori umanitari che diventano un “target” delle parti in conflitto. Ciò nonostante questi operatori sono sempre in prima linea per tamponare le gravi crisi umanitarie. Allo stesso modo l’intervento nei luoghi in cui avvengono le calamità naturali risulta un rischio per operatori e civili. Per la Croce Rossa interverrà Rosario Valastro con l’intervento dal titolo “La protezione dei civili e degli operatori sanitari nelle zone a rischio: l’esperienza della Croce Rossa“.

Uno degli aspetti più devastanti della guerra è l’effetto che ha sulle vite dei bambini. Questi subiscono l’impatto del trauma e della violenza, subiscono minacce alla loro salute e alla loro felicità. Inoltre, non hanno la possibilità di sperimentare l’infanzia. Nelle aree di conflitto intere generazioni di bambini potrebbero avere conseguenze permanenti devastanti. In recenti ricerche nelle aree di crisi, nei bambini si sono riscontrate depressione, iperattività, predilezione per la solitudine e aggressività. A ciò si aggiunge la minaccia della guerra, la paura delle bombe, la costante insicurezza causata dall’instabilità e fenomeni come incubi e la difficoltà a dormire. Tutto ciò mette a dura prova la salute mentale dei bambini e costituisce una grave minaccia per i loro fragili meccanismi di difesa. Questo li espone a un alto rischio di stress tossico, la più pericolosa forma di risposta allo stress, provocata da una forte o prolungata esposizione alle avversità. L’esposizione agli eventi traumatici può portare a un aumento dei disturbi a lungo termine della salute mentale come il disturbo depressivo maggiore (MDD), il disturbo d’ansia da separazione (SAD), il disturbo overanxious (OAD) e il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) dopo la fine del conflitto. In particolare, l’attivazione prolungata degli ormoni dello stress nella prima infanzia può effettivamente ridurre le connessioni neurali in aree del cervello dedicate all’apprendimento e al ragionamento, influenzando le abilità dei bambini a svolgere attività accademiche e successive nella loro vita. Le avversità estreme nella prima infanzia possono ostacolare lo sviluppo sano dei bambini e la loro capacità di funzionare pienamente, anche quando la violenza è cessata. I bambini, non solo vedono negati il diritto al gioco, alla salute e allo studio ma vedono precludersi il futuro da guerra in cui non hanno nessuna responsabilità. Per Save The Children Interverrà Daniela Fatarella con l’intervento dal titolo “Le gravi violazioni dei diritti dei minori in conflitto”.

Padre Mussie è un attivista impegnato in azioni per salvare i migranti nel Mediterraneo, è il fondatore e il presidente dell’agenzia Habeshia e nel 2015 è stato nominato per il Nobel per la pace. Nato in Eritrea, ad Asmara, è espatriato fortunosamente in Italia nel 1992, appena diciassettenne, come rifugiato politico. Si è guadagnato l’appellativo “L’angelo dei profughi” in anni di attività in difesa dei diritti e della vita stessa dei richiedenti asilo e dei migranti in fuga dal Corno d’Africa e dai paesi dell’Africa sub sahariana verso l’Europa o verso Israele. Dopo aver preso i voti, in concomitanza con l’aggravarsi della vicenda dei profughi a causa di tutta una serie di situazioni di crisi esplose in Africa, è stato tra i primi, in quegli anni, a partire dalla tarda estate del 2010, a segnalare la tratta degli schiavi nel Sinai. Piaga tutt’ora aperta che vede centinaia di giovani catturati nel deserto, verso il confine di israele, da bande di predoni beduini collegate a organizzazioni criminali internazionali, che pretendono per ogni prigioniero pesanti riscatti, minacciano di consegnare chi non riesce a pagare al mercato degli organi per i trapianti clandestini. Le sue denunce, fatte attraverso l’agenzia di assistenza Habeshia, da lui stesso fondata, insieme a quelle di altre organizzazioni umanitarie, hanno destato sensazione in tutto il mondo, ma l’eco si è spenta in poche settimane, senza che la comunità internazionale si sia mai fatta davvero carico di quella che appare un’autentica emergenza umanitaria. Da allora è stata una escalation di orrore. Il traffico di schiavi nel Sinai non è mai cessato. Anzi la mafia dei trafficanti ha esteso e radicato il proprio operato lungo le vie di fuga dei migranti, sia nei paesi di transito verso l’Europa che in quelli di prima accoglienza: Etiopia, Sudan, Egitto, Libia. Mentre le crisi, le rivolte, le guerre, la carestia continuano a produrre fuggiaschi e richiedenti asilo e, dunque, “materiale umano” da sfruttare per i trafficanti. Padre Mussie è diventato un punto di riferimento per le vittime di tutto questo: prima a Roma, dove ha esercitato la prima fase del suo sacerdozio, ed ora in Svizzera, dove si è trasferito come responsabile nazionale per la pastorale degli Eritrei e degli Etiopi residenti nella Repubblica Elvetica. Il titolo del suo intervento sarà “il diritto dei deboli non è un diritto debole“.

L’avvocato Cristina Nasini è membro del direttivo dell’associazione “Vivere Impresa No-Profit” con delega agli Aspetti giuridici. Avvocato civilista, svolge la libera professione sia per attività giudiziale nell’ambito del diritto di famiglia, del lavoro, societario, fallimentare e contrattualistica, sia per attività di consulenza. Si è occupata di amministrazioni di sostegno e segue Fondazioni e Onlus che operano nel Terzo settore. Il titolo del suo intervento sarà “La tutela dei diritti umani nel rapporto di lavoro internazionale. L’impegno delle aziende”.

Il dibattito sarà moderato da Alessandro Conte, giornalista e presidente del Centro Studi Roma 3000

 

L’evento si terra presso la Camera dei Deputati, Palazzo San Macuto, Sala del refettorio il 18 giugno 2018 alle ore 17.00 in via del seminario 76 a Roma. Per partecipare e per motivi legati alle norme di sicurezza della Camera Dei Deputati è necessario confermare la presenza inviando una mail a registrazione@roma3000.it entro il 15 giugno 2018, ricordiamo che il regolamento della Camera dei Deputati prevede l’obbligo di giacca e cravatta per l’accesso alla sala del convegno.

La Croce Rossa incontra Paolo Nespoli e l’equipaggio della missione “Vita”

EUROPA di

È una grande gioia ritrovarmi qui insieme a voi. Grazie per avermi dato la possibilità di esservi vicino, di far volare con me la vostra bandiera e di inviarvi un messaggio che mi ha emozionato e mi emoziona ancora adesso”. Con queste parole, l’astronauta Paolo Nespoli ha voluto ringraziare la folta rappresentanza dei volontari della Croce Rossa Italiana, guidata dal Presidente Nazionale Francesco Rocca, in occasione della cerimonia di riconsegna della bandiera con l’emblema dell’Associazione che ha viaggiato con lui fino alla Stazione Spaziale Internazionale nell’ultima missione targata ASI ed ESA. All’auditorium del Museo MAXXI di Roma e in compagnia dell’equipaggio della missione VITA, ha raccontato le emozioni vissute durante il lungo viaggio, illustrato ai presenti i laboriosi preparativi da affrontare prima della partenza per lo spazio e mostrato suggestive foto scattate dalla Stazione Spaziale che mostrano la Terra, le sue fragilità e il concreto effetto dell’opera dell’uomo su di essa. Il Presidente Rocca ha ricordato la commozione dopo la prima pubblicazione del videomessaggio spaziale di Nespoli e ha ricordato le lacrime del pubblico dovute all’importanza di quel messaggio.

Quel messaggio dallo spazio ricordava l’impegno mondiale della Croce Rossa italiana nonostante gli attacchi al personale, gli attacchi agli ospedali, le difficoltà delle situazioni e i rischi che affrontano ogni giorno. “Grazie a Paolo Nespoli e all’equipaggio della missione per l’incredibile emozione che ci hanno regalato. Il videomessaggio che hai voluto indirizzarci – ha detto il Presidente Rocca rivolgendosi all’astronauta – racchiude in poche parole la nostra storia e la nostra vera essenza. Avere avuto l’opportunità di vedere nello spazio l’emblema della Croce Rossa, riconoscibile in tutto il mondo, ha significato toccare con mano l’ampiezza del nostro intervento e la capacità di essere sempre decisivi. Ci ha anche dato modo di riflettere su quanto questo emblema sia oggetto, ancora oggi, di attacchi in molte zone del mondo e, quindi, di quanto sia importante proteggerlo”. Il messaggio ricordava che l’essere umano è attratto dalle distanze per accorciarle e raggiungerle, per rendere visibile ciò che è invisibile.

Per avere una visione di insieme senza pregiudizio. Per guardare le cose a distanza in modo da essere vicino. Ed è questo che rappresenta il lavoro di Croce Rossa, quello di essere più vicini a chi ha bisogno, e questo dovrebbe, un giorno, poter rappresentare tutto il mondo. Da li su, in alto tra le stelle, Paolo ha potuto osservare quella bella sfera blu dove viviamo. Ha potuto vedere lo spettacolo della natura e dell’infinito. Ha potuto cogliere la visione d’insieme. Ma questo comporta anche quello che stiamo facendo noi a questo pianeta e di cui spesso non abbiamo coscienza. Paolo ha visto l’ampiezza degli uragani, immaginandone solo la potenza. Ha visto l’estuario del fiume Betsiboka, un fiume nel centro-nord del Madagascar. Un fiume circondato da mangrovie e caratteristico per la sua acqua di colore rosso ma che è anche la prova drammatica della catastrofica deforestazione intensiva del Madagascar. La rimozione della foresta nativa per la coltivazione e i pascoli negli ultimi 50 anni ha portato a massicce perdite annuali di terreno che si avvicinano a 250 tonnellate metriche per ettaro (112 tonnellate per ettaro) in alcune regioni dell’isola, la più grande quantità registrata in qualsiasi parte del mondo.

Il cambiamento climatico, dovuto alla mano dell’uomo, ogni giorno dà luogo a fenomeni più vari. Si pensi alla Somalia che ha dovuto affrontare il problema della siccità, che ha resto il terreno ulteriormente secco e poco permeabile, e delle alluvioni, che hanno portato morte e malattie. La siccità in Africa Orientale ha messo in ginocchio paesi già colpiti da guerre, crisi politiche e scontri etnici, ciò ha generato crisi umanitarie profonde in paesi come il Sud Sudan, l’Etiopia, l’Eritrea, il Burundi, il Kenya e, appunto, la Somalia. In questi paesi si alternano siccità ed alluvioni. Per secoli, le popolazioni dell’Africa Orientale hanno dovuto affrontare fenomeni di questo tipo con una cadenza di cinque o sei anni. Recentemente, però, si è assistito a un’accelerazione di questa periodicità a causa del surriscaldamento globale. L’aumento delle temperature ha portato a un progressivo inaridimento delle fonti idriche con un conseguente calo della produzione agricola e un impoverimento dei pascoli. Ne consegue la rarità dei terreni fertili: assistiamo alla desertificazione, la riduzione di spazi coltivabili, e la Desertizzazione, il terreno che diventa deserto. Per esempio, Il Sahel si sta sempre più desertificando ma anche altre aree del mondo soffrono di desertificazione come in Sud America (ad esempio l’Argentina) e in Europa, con la Spagna che ha più del 12% di territorio che è soggetto a processi di desertificazione.

Questo, se si pensa al Lago di Aral, è dovuto anche allo sfruttamento non adeguato delle risorse da parte dell’uomo. Di conseguenza la terra coltivabile diventa un bene prezioso ed entrata in scena il Land-grabbing. Quando parliamo di Land-grabbing, possiamo parlare di un neocolonialismo agricolo messo in luce dai movimenti finanziari ad opera di alcuni paesi ricchi di capitale che affittano o acquistano grandi appezzamenti di terre fertili all’estero. Si può pensare a una nazione come l’Arabia Saudita che, poiché poco fertile, è dipendente dalle importazioni di prodotto finito e non controlla il processo di produzione. Per cui questo paese, andando a fare affari con governi facilmente corrompibili o con governi non ufficiali, acquista grandi appezzamenti di terreno e manda a lavorare cittadini del proprio territorio. Il problema è che i soggetti che affittano, nella grandissima parte dei casi, sono i paesi più poveri e con gravi problemi istituzionali.

Questo fenomeno nasce dalla necessità di acquistare o affittare terreno fertile perché non lo si ha a disposizione ma crea povertà e insicurezza alimentare in quei paesi poveri che li affittano. Alla fine, la somma di questi problemi porta alla necessità di associazioni come la Croce Rossa in grado di portare aiuti alle crisi umanitarie. Ma c’è anche la possibilità di un’altra strada. La ricerca spaziale potrebbe dare una risposta. Missioni come la missione VITA, come quella umana e come Vitality, Innovation, Technology, Ability, portano grande innovazione. Nella missione sono stati portati avanti molti progetti ed esperimenti scientifici come quelli mirati ad analizzare i danni subiti dalla retina in microgravità che possono portare a sviluppi negli studi per curare il glaucoma e la degenerazione maculare senile, o ad altri esperimenti per distinguere le cause della degenerazione cellulare di chi è affetto da atrofia muscolare, o per chi soffre di osteoporosi ma anche lo studio di nuovi metodi di analisi. Tra questi, vi è per esempio, lo studio Multi-Trop (dell’Università Federico II di Napoli con la partecipazione degli studenti di un liceo scientifico di Portici) un esperimento educational, studierà dove si dirigono le radici delle piante una volta germinate da un seme, se crescono in microgravità che potrebbe rivelarsi fondamentale in vista di future coltivazioni su Marte. Oltre a questo vi sono stati altri esperimenti che hanno testato la possibilità di coltivare in ambienti estremi anche con temperature rigide e terreni poco ricchi di nutrimenti.

Lo sforzo di Paolo Nespoli si inserisce nel contesto di Expedition 53, che ha visto coinvolti anche astronauti americani e russi che hanno svolto a loro volta centinaia di esperimenti di biologia, biotecnologia, osservazione della Terra e fisica nelle speciali condizioni di microgravità offerte dalla ISS. Nella spedizione, Randy Bresnik è stato protagonista di ben tre attività extraveicolari, durante le quali insieme ai colleghi Mark Vande Hei e Joe Acaba ha sostituito alcune parti del braccio robotico della Stazione, Canadarm2. Ryazanskiy ha a sua volta partecipato ad un’EVA insieme al cosmonauta Fyodor Yurchikhin, che lo scorso agosto hanno rilasciato alcuni nanosatelliti e raccolti campioni di materiali dall’esterno della ISS, oltre ad effettuare alcune attività di manutenzione del segmento russo. Questi sono solo pochi esempi del perché la ricerca spaziale è importante per la cura del nostro pianeta e con le parole di Paolo possiamo dire “essere vivi non vuol dire solo avere un cuore che batte, ma anche un cervello che funziona e mani che lavorano; vivere insieme, credere nello sviluppo, gestire correttamente le risorse, usare l’innovazione per portare questa vita su altri pianeti e migliorarla sulla Terra”.

Accorciare le distanze però vuol dire, nella corsa spaziale, anche accorciare le distanze verso Marte. Ciò sta creando una nuova economia che vede le maggiori potenze del mondo in cooperazione. Obama annunciò di voler portare l’uomo su Marte entro il 2030, Elon Musk vuole portarci “uomini pronti a morire” entro 10 anni, abbiamo assistito alle vicende del lander italiano Schiaparelli precipitato sul pianeta rosso a “pochi” centinaia di km dall’approdo. Oggi, abbandonato il bipolarismo, alla Nasa e alla Roscosmos si sono affiancate Bric Economy come Cina e India, e nuovi attori regionali, dall’Europa all’Asia, che lanciano le loro sfide agli astri e testano la loro sapienza tecnologica. Quella che sembra la novità più rilevante e destinata a cambiare gli equilibri è l’entrata in campo di soggetti privati come Elon Musk, Jeff Bezos di Amazon, Branson di Virgin, player della new economy come Google e Facebook, e venture capital. Sono molti gli attori in campo, dunque. In ciò si 53 paesi ormai dispongono di satelliti operativi e circa 60 paesi hanno in corso di realizzazione propri investimenti in ambito spaziale e il numero totale sale a circa 80 se si aggiungono i Paesi che progettano di partire a breve termine. Per capire come il settore sia in ascesa, basta pensare che è stato uno dei pochi a non essere intaccato dalla crisi finanziaria globale del 2007.

 Assistiamo alla nascita della Space economy su cui gli osservatori e i player si confrontano, organizzano convegni, pianificano gli interventi. Lo spazio rappresenta un comparto di grande valenza economica, è un elemento abilitante di un numero sempre più rilevante di reti e piattaforme applicative nei più diversi settori di attività. L’espressione “Space Economy” cattura questa dimensione pervasiva delle attività spaziali, che si integrano con le tecnologie digitali, contribuendo in modo sempre più diffuso e crescente all’economia di un paese avanzato. La nuova Space Economy è un mix tra budget istituzionali e commerciali, diversi contractor in competizione e una crescita esponenziale in cui fanno l’ingresso i grandi investitori privati in un settore tradizionalmente chiuso come quello spaziale. La Space Economy, che secondo l’ultimo report dell’Agenzia spaziale europea nel 2015 ha fatturato globalmente 291,4 miliardi di euro (+1% rispetto al 2014) ridefinisce i rapporti di forza: anche se lontani dagli USA, il tema ha bussato con forza alla porta dell’Agenzia Spaziale Europea con un mondo ricco di scienza e tecnologia di primissimo livello che ha avuto grandi successi negli ultimi anni ma che agisce con i tempi lunghi tipici delle organizzazioni multilaterali. Dall’economia alla politica il passo è breve. Lo spazio era e resta un ambito strategico poiché è uno degli strumenti più efficaci a supporto della proiezione geopolitica di un Paese, sia a livello globale che regionale. La particolarità consiste nel fatto che le infrastrutture spaziali amplificano le capacità operative e di intelligence, come avviene per il cyberspace. Inoltre, la geopolitica dello spazio si fa sulla Terra e, per il momento, non c’è collisione di interessi poiché la collaborazione è necessaria soprattutto nello sviluppo e nella ricerca per i costi e per le tecnologie che impongono sinergie. La corsa allo spazio, iniziata con fini politici e militari, è diventata, attraverso le complicate orbite della storia, un viaggio di uomini che cooperano insieme per studiare lo spazio e ciò che esso può dare all’umanità.

Oggi la collaborazione spaziale internazionale è un sistema, sempre in bilico tra competizione e collaborazione, dove nuove potenze emergenti come Cina e India stanno cambiando gli equilibri. In questo contesto l’Italia è leader di moduli spaziali abitabili, lanciatori, sensoristica, fotonica, tecnologia dei satelliti SAR (radar) che possono vedere con qualsiasi tipo di condizioni metereologiche. La nostra costellazione di questo tipo di satelliti, CosmoSkymed, è un’eccellenza che nel mondo ci invidiano. Sul lato della Governance il nostro paese sta facendo passi importanti con l’approvazione di qualche anno fa di un piano stralcio Space Economy che è stato finanziato con 350 milioni euro di fondi richiesti al CIPE sul fondo sviluppo e coesione (FSC). Uno degli obiettivi del piano Space Economy del governo è la completa automazione dei mezzi di trasporto aerei, marittimi e terrestri nel prossimo trentennio (2015-2045).

Nella Space Economy i numeri sono ancora piccoli, in Italia vale circa 1,6 miliardi di fatturato per 6.000 addetti ma siamo un’eccellenza di livello mondiale grazie agli accordi con ESA e NASA che hanno portato il volume di affari spaziale negli Stati Uniti tra il 2001 e il 2019 a valere circa un miliardo di euro. Occorre ricordare che l’Italia è tra i fondatori dell’ESA e il terzo contributore dopo Germania e Francia. Il nostro paese ha ruoli di primo piano tecnologico e scientifico e le nostre aziende che lavorano per l’ESA sono di primissimo ordine. Basti pensare che il lanciatore Vega di Avio, realizzato a Colleferro, è una parte fondamentale delle politiche di accesso indipendente allo spazio, ed è anche un caposaldo dei lanciatori Ariane 6. Inoltre, quasi 50% dei moduli abitabili della stazione spaziale internazionale, sono stati realizzati a Torino da Thales Alenia Space Italia, joint venture tra Leonardo Finmeccanica e i francesi di Thales.

Dietro a tutto questo si deve ricordare che vi è la storia di uomini e di donne che hanno lavorato duro per seguire i propri sogni e per apportare un cambiamento alle nostre vite. Sogni che passano attraverso la preparazione in ambienti angusti o in situazioni estreme, attraverso simulazioni come il freddo russo che tocca i meno 30 gradi o come ammaraggi nell’oceano dove si deve sopravvivere per 3 giorni ma anche attraverso la scienza in cui i nostri astronauti sono le braccia degli scienziati o addirittura le cavie. Sono storie che passano anche attraverso rituali come quello russo di andare sulla tomba di Gagarin prima delle partenze e attraverso viaggi lunghissimi come quello che va da Huston al Cosmodromo Kazako (dove vanno 12 giorni prima in isolamento per evitare contaminazioni). Questo viaggio è iniziato con la partenza della Sojuz dalla stessa rampa di lancio usata da Gagarin e ha regalato l’emozione di per poter vedere “il mondo che ti passa sotto a 8 km/h al secondo” o anche la bellezza di momenti conviviali come la preparazione della prima pizza spaziale, dell’Aloha Friday spaziale oppure i momenti importanti di comunicazione con la propria famiglia. È il ritorno a terra è solamente un’altra emozione che si aggiunge, forse l’emozione più forte di tutte. È l’emozione di chi torna a casa e può sentire di nuovo gli odori della terra, è l’emozione di tornare ad essere umani.

Al termine dell’incontro e una volta riconsegnata la bandiera della Croce Rossa Italiana che ha viaggiato nello spazio, Paolo Nespoli ha ricevuto dalle mani del Presidente Rocca la Medaglia d’Oro al Merito della Croce Rossa Italiana “per aver dimostrato come volontà, passione e curiosità verso l’altro siano motori imprescindibili per il progresso umano. Per aver lanciato, da quel punto privilegiato in cui si è trovato per ben tre volte nella sua vita a osservare la Terra, un messaggio di umanità e di speranza, privo di pregiudizio e diffidenza. Per aver colto e saputo raccontare l’abnegazione, l’umana solidarietà e lo spirito di sacrificio che contraddistinguono l’operato dei 17 milioni di volontari della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, in grado di raggiungere ogni angolo del mondo per essere più vicini a chi ha più bisogno. Per aver portato anche nello spazio il nostro emblema, riconosciuto già in tutto il pianeta come simbolo di umana solidarietà, soccorso e aiuto”. Al resto dell’equipaggio della missione VITA, inoltre, consegnato il Diploma di benemerenza con Medaglia di Prima Classe.

 

L’8 MAGGIO CROCE ROSSA FESTEGGIA LA GIORNATA MONDIALE: i motivi per cui festeggiamo

EUROPA/Senza categoria di

C’era una volta, molto tempo fa un giovane signore di nome Henry Dunant che viveva in Svizzera e lavorava in una banca a Ginevra. Una mattina di fine giugno Henry partì per un viaggio verso il nord Italia per incontrare il re Napoleone III. Nel corso del suo viaggio, si ritrovò su un campo di battaglia con tantissime persone ferite, sole, bisognose di aiuto e di cure mediche. Decise con l’aiuto di alcune signore e del parroco Don Barzizza di creare un gruppo di soccorritori per aiutare i feriti, curandoli e aiutandoli a tornare dalle loro famiglie. Tornato a casa, in Svizzera, si ricordò del suo viaggio in Italia e decise di creare un’associazione per sostenere tutte le persone bisognose di aiuto. Raccolse tutta la sua storia in un libro, “Un ricordo di Solferino”, che inviò a tutti i capi di stato del mondo”.

Così inizia il racconto della Croce Rossa in un libro illustrato dai bambini della Scuola materna equiparata La Clarina e dalla Scuola materna canossiane di Trento. È una storia che inizia il 24 giugno 1859, durante la 2° guerra di indipendenza italiana, una delle battaglie più sanguinose del 1800 che si consumò sulle colline a sud del Lago di Garda, sulle colline di San Martino e Solferino. Fu una battaglia che lasciò circa centomila fra morti, feriti e dispersi. A questo orribile scenario, aggravato dall’inefficienza della sanità militare, assistette il protagonista della storia, il Signor Dunant, che descrisse il tutto in un libro tradotto in più di 20 lingue. Dall’orribile spettacolo nacque l’idea di creare una squadra di infermieri volontari preparati, la cui opera potesse dare un apporto fondamentale alla sanità militare: la Croce Rossa. Dal Convegno di Ginevra del 1863 (26-29 ottobre) nacquero le società nazionali di Croce Rossa, la quinta a formarsi fu quella italiana. Nella 1° Conferenza diplomatica di Ginevra, che terminò con la firma della Prima Convenzione di Ginevra (8-22 agosto 1864), fu sancita la neutralità delle strutture e del personale sanitario. Dal 1965 la conferenza internazionale della Croce Rossa ha adottato i sette principi fondamentali del Movimento Internazionale di Croce Rossa che ne costituiscono lo spirito e l’etica e che sono garanzia e guida delle azioni del movimento. Il movimento si impegna nel portare soccorso senza discriminazioni ai feriti sui campi di battaglia e si adopera per prevenire e lenire in ogni circostanza le sofferenze degli uomini, per far rispettare la persona umana e proteggerne la vita e la salute in modo da favorire la comprensione reciproca, l’amicizia, la cooperazione e la pace duratura fra tutti i popoli (Principio di Umanità). Il movimento non fa distinzione di nazionalità, razza, religione, classe o opinioni politiche e si impegna ad aiutare in base ai bisogni e all’urgenza (Principio di Imparzialità). Il movimento si astiene dal partecipare a qualsiasi ostilità o alle controversie politiche, razziali e religiose (Principio di Neutralità). Il movimento si impegna ad essere indipendente e a mantenere la propria autonomia per poter agire in conformità con i propri principi (Principio di Indipendenza). È un’istituzione di soccorso volontario non guidato dal desiderio di guadagno (Principio di Volontarietà). Nel territorio nazionale ci può essere una sola associazione di Croce Rossa, aperta a tutti e con estensione della sua azione umanitaria all’intero territorio nazionale (Principio di Unità). Inoltre, tutte le società nazionali hanno uguali diritti in seno al Movimento internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa e hanno il dovere di aiutarsi reciprocamente (Principio di Universalità). Per operare in maniera più efficiente, la Croce Rossa Italiana ha basato gli obiettivi strategici 2020 sull’analisi delle necessità e delle vulnerabilità delle comunità aiutate quotidianamente. Questi obiettivi identificano le priorità umanitarie dell’Associazione, a tutti i livelli, e riflettono l’impegno di soci, volontari ed operatori Croce Rossa Italiana a prevenire e alleviare la sofferenza umana, contribuire al mantenimento e alla promozione della dignità umana e di una cultura della non violenza e della pace. Gli obiettivi, formulati in linea con la Strategia 2020 della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, forniscono il quadro strategico di riferimento che guiderà l’azione della Croce Rossa Italiana verso il 2020. L’adozione dei sei Obiettivi Strategici 2020 s’inserisce nell’ambito del processo di costruzione di una Società Nazionale più forte. L’organizzazione intende tutelare e proteggere la salute e la vita; favorire il supporto e l’inclusione sociale; preparare le comunità e dare risposta alle emergenze; disseminare il diritto internazionale umanitario; promuovere attivamente lo sviluppo dei giovani e una cultura della cittadinanza attiva; agire con una struttura capillare, efficace e trasparente, facendo tesoro dell’opera del volontariato.

Da oltre 150 anni il motto è “Ovunque e per chiunque” si trovi in una condizione di vulnerabilità: questo è lo spirito che anima milioni di volontari che contribuiscono quotidianamente alla crescita della più grande organizzazione umanitaria del mondo. Questo impegno si festeggia ogni anno grazie alla Giornata Mondiale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, istituita l’8 maggio, in occasione dell’anniversario della nascita del fondatore.

Il lavoro sul territorio

Tutti conoscono la Croce Rossa Italiana (CRI) per l’impegno nei servizi di ambulanza e nell’operazione di soccorso durante calamità ed emergenze (tutti ricordiamo i difficili giorni successivi al terremoto in centro Italia), però l’attività per lo sviluppo e l’aiuto dell’individuo si estende in altri servizi. Le azioni vanno dai corsi di primo soccorso alle attività rivolte ai giovani, come le campagne contro il bullismo e le malattie sessualmente trasmissibili, dall’invecchiamento attivo alla prevenzione delle dipendenze, dai clown di corsia negli ospedali all’empowerment delle persone diversamente abili, fino all’inclusione sociale dei migranti, e molto altro ancora. Le attività della Croce Rossa si intrecciano con le storie dei vari volontari che vi lavorano. Emblematica è la storia di Giuseppe Schifone, originario della provincia di Taranto, che ora vive a Perugia e che dal 2013 e volontario della Croce Rossa Italiana. Giuseppe aveva diciassette anni quando gli hanno detto che avrebbe perso la vista ma non per questo si è tirato indietro. “Sono felice di fare parte di questa famiglia. Erano i miei primi periodi in Umbria e desideravo essere utile al prossimo. Volevo dare una mano e il Comitato territoriale di Perugia era proprio quello che cercavo. Mi trovo benissimo con tutti. Poco alla volta sono riuscito a trasformare il mio limite in una forza e mi sono messo a disposizione degli altri”. Giuseppe lavora come centralinista ed è parte attiva di numerose iniziative promosse dal Comitato del capoluogo umbro, tra cui la raccolta alimentare e la distribuzione di viveri ai bisognosi. È soprattutto nell’ambito del rapporto con le disabilità che Giuseppe offre il suo prezioso contributo come l’iniziativa dell’aperitivo al buio, l’iniziativa che a più riprese il Comitato CRI organizza nel corso di eventi pubblici: “In questa occasione sono io a guidare gli altri. La persona che accetta di mettersi in gioco viene bendata e portata in un bar per ordinare qualcosa da bere. L’orientamento, il riconoscimento dei suoni, le relazioni con il prossimo: sono tanti gli aspetti da valutare quando non si può fare affidamento sulla vista. Tuttavia, la cosa più importante e difficile in queste esperienze, che consentono di poter toccare con mano ciò che io e le persone come me affrontiamo ogni giorno, è imparare a fidarsi dell’altro soltanto attraverso la voce. La fiducia: ecco il traguardo più grande da raggiungere quando non si è in grado di vedere”. Per Giuseppe essere volontario CRI significafare del bene e sentirsi bene”. È così, da esempio vivente per gli altri, che Giuseppe vive al massimo la sua vita e porta avanti il suo messaggio più profondo: Cadere è facile ma, per quanto difficoltoso, bisogna sapersi rialzare.

 

Il 2017 ha visto la croce rossa italiana impegnata su vari fronti come la partenza del progetto ad Amatrice di un nuovo centro Polifunzionale, un luogo di cultura e aggregazione da dove ripartire per ritrovarsi e ricostruire il tessuto sociale in un territorio così duramente colpito dal sisma, o le chiamate andate a buon fine effettuate dal Tracing Bus, la cabina telefonica mobile della Croce Rossa Italiana, che ha percorso tutta Italia dando la possibilità a tantissime persone di parlare con la propria famiglia e i propri cari dopo aver perso i contatti con loro. Inoltre, a luglio, Come ogni anno nei mesi estivi, vi è stato un considerevole arrivo di persone migranti nel nostro Paese e la Croce Rossa è sempre stati lì, a ogni sbarco, accogliendoli, e prestando la prima assistenza.

A questo punto non possiamo dimenticare l’emergenza neve e il terremoto nel Centro Italia. Sono stati giorni difficili e intensi per gli operatori coinvolti nelle operazioni di ricerca dei dispersi e delle persone isolate, con la consegna dei pacchi viveri, l’assistenza sanitaria e psicologica. La tragedia dell’hotel Rigopiano, poi, ha spezzato le vite di 29 persone e tra loro anche Gabriele D’Angelo, che lavorava in quell’hotel ed era volontario della Croce Rossa Italiana. La tragedia di Rigopiano ha visto bambini che hanno perso entrambi i genitori e comunità che hanno perso familiari e amici. Un anno dopo i fatti sembra tutto fermo in un silenzio intriso di ricordi, vi è una stasi surreale li nel resort nel cuore del parco nazionale del Gran Sasso. La tragedia di Rigopiano rimane nel cuore degli abitanti dei paesi limitrofi (Farindola e Penne) che in occasione delle proprie feste portano la maglietta con sopra un cuore che ricorda le vittime. Ad oggi c’è chi va a pregare in ginocchio davanti alla statua in legno di San Gabriele dell’addolorata, il santo che dà il nome al santuario ai piedi del Gran Sasso. La statua è vicino al resort ma non è stata sfiorata dalla furia della valanga. La Croce Rossa, fino ad oggi, ha continuato a non lasciare nessuno solo. Hanno continuato a rafforzare i servizi sanitari nelle località gravemente colpite dal terremoto, continuando le attività volte alla costruzione di punti di aggregazione, strutture sanitarie, centri polivalenti. Prevenzione e ricostruzione del tessuto sociale sono dunque i cardini attorno a cui si sta sviluppando l’intervento della Croce Rossa in Centro Italia. In quest’ottica sono stati attivati percorsi specifici per fornire alla popolazione gli strumenti per rispondere con efficacia a un eventuale futura emergenza. CRI parte dai giovani, protagonisti del progetto CRI SUMMER CAMP che ha dato la possibilità a tanti ragazzi e bambini tra gli 8 e i 20 anni, provenienti dai Comuni del cratere sismico, di passare gratuitamente una settimana in uno dei campi estivi attivati dai Comitati CRI, vivendo momenti di svago e relax, alternati a formazione specifica sulle emergenze e a percorsi di superamento dello shock vissuto.

Scenari interconnessi

Il lavoro della Croce Rossa italiana interessa sia l’Italia che il bacino del mediterraneo se pensiamo al fenomeno della migrazione. Nei primi sei mesi del 2017 la Croce Rossa ha accolto 83.360 persone migranti nei porti di Sicilia, Calabria, Puglia, Sardegna e Campania, garantendo la presenza di oltre 500 operatori e volontari in 191 sbarchi. Da giugno a dicembre 2016 la CRI è stata impegnata anche in una missione umanitaria congiunta con MOAS (Migrant Offshore Aid Station) per la ricerca, il salvataggio e l’assistenza sanitaria in favore delle persone migranti nel Mar Mediterraneo. La maggior parte dei morti in mare si sono verificate sulla rotta del mediterraneo centrale che va dalla Libia verso l’Italia. I volontari sono saliti a bordo della Phoenix e della Responder per poter dare il primo soccorso e l’assistenza medica. Non dobbiamo dimenticare che questo è il tentativo di persone di raggiungere l’Europa nella speranza di un futuro più sicuro, in un altro paese con lingua e cultura differenti. È un salto nel buio per poter sperare in un futuro migliore. I volontari lavorano per salvare tante vite ma hanno la consapevolezza che non è una soluzione per la crisi in atto, è dovere dei governi affrontare le cause profonde di questa crisi. Attualmente, sul territorio italiano la Croce Rossa accoglie migranti in 94 strutture per una capienza totale di circa 9500 posti letto. In ogni struttura vengono garantiti vitto, alloggio, assistenza sanitaria e psicologica, supporto legale e corsi di italiano. Inoltre, per favorire una migliore inclusione sociale degli ospiti, i Comitati organizzano attività sportive, ludico-ricreative e provvedono, sempre in maggior numero, a formare le persone accolte con lezioni di primo soccorso.

Rimane attivo in 190 Paesi nel mondo il servizio RFL (Restoring Family Links). Si tratta di un’attività nata in tempo di guerra per cercare di ristabilire i legami familiari interrotti da un conflitto, ma che negli anni si è evoluta trovando applicazione anche in situazioni come quelle emerse con il fenomeno migratorio. La CRI ha portato il servizio direttamente sul molo, nei presidi umanitari e nei luoghi di transito (come Ventimiglia), grazie anche al Tracing Bus: una cabina telefonica a quattro ruote che ha viaggiato lungo tutto lo Stivale, permettendo a rifugiati, richiedenti asilo e persone migranti di ristabilire un collegamento con i propri familiari, usufruendo di una telefonata di tre minuti e del supporto di operatori e volontari della CRI. Il tentativo è quello di ristabilire i contatti, dare vita ai ricongiungimenti familiari o almeno chiarire le sorti dei dispersi. La Croce Rossa vuole quantomeno difendere la sofferenza di persone che non hanno notizie. Di persone che si chiedono dove sono e se sono al sicuro i propri cari.

Nell’agosto 2017, il Presidente Nazionale Francesco Rocca ha incontrato il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, ed è stato accolto nel Palazzo di vetro a New York. L’incontro è stata l’occasione per discutere delle priorità umanitarie sulle due sponde del Mediterraneo. L’incontro è stato voluto in estate proprio per il momento delicato, questo perché aumentano i flussi migratori e le polemiche politiche. In questa occasione è stato possibile fare un punto della situazione e riflettere su come intervenire al meglio. Si è parlato della questione Libica e, in particolare, sull’appropriazione da parte della guardia costiera libica di 70 miglia marittime, dove sono comprese anche le acque internazionali. In pratica, le navi delle Ong e la guardia costiera italiana non possono più intervenire in uno dei luoghi dove si verificano il più grande numero di tragedie: l’unico risultato saranno più morti e un aumento del costo dei viaggi. Inoltre, migliaia di persone vengono riportare in una zona di guerra, contro ogni regola del diritto internazionale. Altro tema sensibile affrontato è stato quello del processo di criminalizzazione delle organizzazioni umanitarie che, in realtà, si occupano soltanto di salvare vite umane. L’incontro è stato importante per stabile un punto di partenza per mobilitare le nazioni unite e la comunità internazionale.


Tra le storie delle persone migranti ricordiamo l’esperienza di John Ogah, che sembra una favola e che, come per ogni racconto che si rispetti, da iniziali peripezie giunge al riscatto e al tanto agognato “lieto fine”. Lo scorso 26 settembre l’uomo, che per vivere chiedeva l’elemosina davanti a un supermercato di Centocelle, nella periferia di Roma, ha affrontato un uomo armato di mannaia che aveva appena rapinato il negozio. Ogah lo ha disarmato e poi seguito fino allo scooter con cui stava per darsi alla fuga, bloccandolo e permettendo alle Forze dell’Ordine di arrestarlo. Dopo avere affrontato il rapinatore però si era dileguato, perché non perfettamente in regola con i documenti, ma i Carabinieri del Comando Provinciale di Roma lo hanno rintracciato e il suo gesto eroico è stato premiato con l’ottenimento del permesso di soggiorno per un anno. Da lì la sua vita è cambiata. Da qualche mese ha un lavoro stabile presso la Croce Rossa Italiana. Inoltre, ha una casa e, sempre grazie all’Associazione, sta perfezionando lo studio dell’italiano. La sera di Pasqua, il trentunenne nigeriano migrante è stato battezzato nella Basilica di San Pietro da Papa Francesco, il quale ha voluto accogliere il suo desiderio: il sogno di un ragazzo credente che ha vissuto le difficoltà della fuga dal suo paese dove era perseguitato nel 2014 e il dramma di un viaggio che molti non riescono a portare a compimento. Francesco Rocca ha commentato dicendo: “Sono orgoglioso di John e felice che lavori per la nostra Associazione. E sono lieto che, ogni tanto, le difficili storie delle persone migranti siano narrate senza strumentalizzazioni e nella modalità giusta: quella di percorsi umani fatti di difficoltà, ma anche di riscatto e speranza. Perché dietro a coloro i quali si vogliono far passare soltanto come scomodi “numeri” ci sono persone e, talvolta, anche eroi!”.

 

Il lavoro senza limiti della Croce Rossa Italiana

Il lavoro della Croce Rossa Italiana sembra non avere limiti e si estende ancora più in la dell’Italia e del Mediterraneo. La Croce Rossa ha portato il proprio impegno con due missioni a Cox’s Bazar, in Bangladesh, per dare supporto alle altre organizzazioni impegnate in una delle più grandi crisi umanitarie in corso. L’organizzazione si sta impegnando a ridare speranza e alleviare la sofferenza di più di 700.000 persone fuggite dal Myanmar nel corso dell’estate.

L’esperienza della prima missione iniziata ad ottobre viene raccontata da Erika Della valle, medico specializzato in psicoterapia e medicina interna. La missione si è svolta in tre settimane di lavoro nella clinica mobile in compagnia dell’infermiere Fabio Antonucci e con la collaborazione del team della Mezzaluna Rossa Bengalese. Erika racconta: “Abbiamo visitato ogni giorno tra i 110 e i 170 pazienti. Numeri molto alti che rendono l’idea di quanto sia stata intensa la nostra attività di equipe. Molto spesso ci siamo anche recati direttamente nelle tende per effettuare diagnosi o cure particolari”. Tra le difficoltà maggiori ci sono quelle incontrate in occasione dei trasferimenti in ospedale. I trasferimenti non potevano avvenire se non tramite lunghi percorsi a piedi in cui, per esempio, gli operatori si sono trovati a trasportare un bambino di pochi mesi in crisi respiratoria per 40 minuti. Erika parla delle persone che ha incontrato nel corso della missione: “Il contatto umano con questa gente ci ha arricchito tantissimo non solo come professionisti, ma soprattutto come individui. A Cox’s Bazar ci sono persone che, nonostante la grande sofferenza e le incredibili difficoltà incontrate, mantengono la loro dignità e continuano a guardare speranzosi al futuro. La loro forza d’animo è stata un esempio per tutti noi. Esiste tra di noi la barriera linguistica, questo è vero, ma è stata superata dal linguaggio non verbale. Ci siamo sentiti accolti e la loro riconoscenza nei nostri confronti è stata una costante”.

Altra testimone e operatrice della prima missione è Rosaria Domenella, psicologa e psicoterapeuta della Croce Rossa Italiana, volontaria dal 2008 che ha l’obiettivo di rafforzare la resilienza delle persone e aiutarle a ritrovare una strada per il futuro. Rosaria lavora in stretto contatto con il team giapponese e con i volontari del Bangladesh, coordinando le attività del servizio di supporto psicosociale. Rosaria dice che “è importante concentrarsi non solo sulle sofferenze fisiche delle persone, ma anche sui dolori dell’animo. Sono in molti ad andare dal dottore e a lamentare sintomi o malanni, ma alla fine si scopre che c’è solo il bisogno di parlare, di raccontare e condividere la propria storia”. Nella missione in Bangladesh sono stati organizzati spazi protetti, momenti ricreativi, focus group e peer session. Vengono fatte anche attività di “outreach”, ovvero uno sforzo per portare servizi alle persone dove vivono o trascorrono del tempo, in questo modo gli operatori si sono recati di persona nelle tende. Ogni nucleo familiare ha una storia di lutti e sofferenze e, dopo i primi giorni di ambientamento, ora sono le stesse persone ad andare incontro al personale con la voglia di parlare. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, sono soprattutto gli uomini ad avere bisogno di particolare assistenza e supporto. A proposito Rosaria dice: “È forse la categoria che necessita di maggiore aiuto. Nella loro cultura, l’uomo è abituato a farsi carico totalmente dei bisogni e delle necessità della famiglia di cui è responsabile. Ora, queste persone si ritrovano del tutto private della loro prerogativa. Un ruolo, quello di ‘sostenitore economico’ che è stato annientato dagli eventi e che bisogna in qualche modo ricostruire. Attraverso degli incontri appositamente dedicati, cerchiamo di riorientarli al presente e di aiutarli a capire le necessità del momento, come la tutela dei più deboli, dei bambini e dei disabili. Da parte loro, noto un interesse sempre maggiore. Comunico con il prezioso aiuto di un interprete e non sono per nulla intimiditi dal fatto che io sia una donna. Parliamo dei loro incubi, delle paure e di tutte le difficoltà che incontrano ogni giorno”. In oltre tre settimane, Rosaria ha incontrato migliaia di persone: “Fra le tante esperienze vissute, penso ai due fratelli orfani di 16 e 10 anni. Durante il nostro primo incontro sono rimasta in silenzio per diversi minuti, cercando di capire in che modo aprire un canale di confronto. La seconda volta ho portato un fischietto al bambino e li ho invitati a venire nei nostri spazi ricreativi. È stato bellissimo, qualche giorno dopo, vederli arrivare da soli nel ‘child friendly space’. Eravamo riusciti a stabilire un contatto”.
Negli ultimi mesi vi è stata la seconda missione, visto dall’alto il mega campo, a un’ora dai resort di Cox’s Bazar, assomiglia a un grande formicaio dove migliaia di persone, ormai vicine a toccare quota 1 milione, si adoperano tra le capanne di plastica e bambù, in un intreccio informe di stradine che salgono e che scendono. Sono state settimane di grande lavoro per prepararsi ad affrontare, in una già precaria situazione, il grande incubo della stagione delle piogge. La preoccupazione, infatti, era che smottamenti e frane potessero investire il campo creando danni alle infrastrutture idriche, igieniche e sanitarie e provocando epidemie, e ciò ha mobilitato tutta la comunità residente che ha collaborato alla messa in sicurezza del territorio e all’attuazione del piano di contingenza preparato dalle agenzie internazionali e dalle organizzazioni umanitarie. Le persone sono preoccupate, ma molto consapevoli e questo le rende più resilienti e pronte a reagire. Spesso, nelle ultime settimane, molte tende sono state abbattute per far spazio a una strada più robusta o anche per trasferire le abitazioni in zone più alte, al riparo da eventuali inondazioni. Nelle ultime settimane purtroppo la situazione è peggiorata con l’arrivo delle violente piogge che precedono la stagione dei monsoni. L’allerta è arrivata da Save the Children che ha dichiarato: “I bambini sono i soggetti più vulnerabili e rischiano di separarsi dalle proprie famiglie e di ammalarsi gravemente”. Le zone più basse dei campi rifugiati si sono immediatamente allagate rendendo difficoltoso l’accesso, dove il fango ha invaso molti spazi e dove si sono formate enormi pozze d’acqua. La situazione vede enormi difficoltà per le famiglie Rohingya rifugiatesi nei campi per fuggire dalle brutali violenze in Myanmar. Le famiglie devono vivere in campi sovraffollati dove dipendono unicamente dalle razioni di cibo per la sopravvivenza ma dove si trovano, ora, anche esposti alle tempeste, che provocano allagamenti e smottamenti. C’è anche il rischio che diventi più difficile l’accesso a servizi vitali come le cliniche mediche, i centri per la nutrizione e gli spazi protetti per i bambini, che sono l’unico luogo tranquillo e felice per loro.

Cosa celebriamo l’8 maggio

In onore di queste storie di lotta e speranza, l’8 maggio è un’occasione di festa per celebrare l’idea di Dunant e lo spirito di sacrifico e abnegazione dei 17 milioni di volontari, di cui oltre 160 mila in Italia, delle Società nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Senza il volontariato, nulla sarebbe possibile: dall’intervento a sostegno delle popolazioni nelle zone di guerra, durante le emergenze dovute ai disastri naturali, fino all’aiuto nelle tante vulnerabilità quotidiane che non fanno notizia. L’8 maggio è anche il giorno in cui Croce Rossa vuole ricordare l’importanza e l’attualità dei propri Principi Fondamentali. E ancora, è il giorno in cui vuole rilanciare il proprio appello per la protezione e il rispetto di tutti i soccorritori e delle strutture sanitarie. La Croce Rossa è il simbolo di un’Italia che aiuta, che ascolta le richieste di aiuto, piccole o grandi, che sono ovunque. Possiamo ricordare la recente celebrazione della “Giornata mondiale della libertà di stampa” per comprendere tra quali rischi si muove il movimento per ascoltare le richieste di aiuto. Negli ultimi 15 anni i giornalisti uccisi nell’esercizio del loro mestiere sono stati 1035, specialmente nei teatri di guerra. “Esattamente come i tanti operatori umanitari del Movimento Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa – spiega Francesco Rocca sul Sito Ufficiale – che diventano un “target” delle parti in conflitto, ormai troppo spesso. Martiri moderni della Verità e dell’Umanità”.

Croce Rossa Italiana, quest’anno, ha deciso di celebrare l’8 maggio attraverso un “doppio binario”, da un lato portando il bagaglio umano dell’Associazione al Quirinale, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e, parallelamente, nelle scuole di tutto il Paese, con iniziative di sensibilizzazione ed educazione, seguendo l’invito della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC), che ha lanciato una campagna di comunicazione incentrata sul sorriso e sulla diffusione di storie positive di cambiamento e di speranza: “condividi cosa ti fa sorridere”. Oggi la Croce Rossa la vediamo sulle ambulanze, per aiutare le persone che hanno avuto un grave problema di salute. Ma la troviamo anche nell’aiutare i più poveri e bisognosi, al fianco delle persone colpite da alluvioni, terremoti, nell’insegnare la storia del diritto umanitario a grandi e piccini, nell’aiutare i giovani nella loro crescita e nel comunicare al mondo che se facciamo del bene ci sentiamo meglio e diventiamo tutti amici e felici. Perché la missione dei volontari di Croce Rossa Italiana è essere presenti, appunto, “ovunque, per chiunque”.

Stati Generali della Croce Rossa Italiana, si discute del futuro

POLITICA di

A Roma la tre giorni della Croce Rossa Italiana per discutere di associazionismo, del futuro dell’organizzazione ma anche dei grandi temi discussi anche all’ONU sulla messa al bando del Nucleare e della sensibilizzazione dei governi sulle troppe morti tra i volontari operatori umanitari. Intervistiamo il Presidente Francesco Rocca e il Vice Presidente Rosario Valastro.

 

Giornata per le vittime dell’immigrazione

EUROPA di

Il 3 ottobre è la giornata per le vittime dell’immigrazione, in ricordo di quel 3 ottobre 2013 in cui, a causa di un naufragio al largo delle coste di Lampedusa, persero la vita 368 persone, alcune delle quali sono tutt’ora disperse. Questa fu una delle più gravi tragedie avvenuta nel Mediterraneo. In occasione di questa giornata la Croce Rossa Italiana ha pubblicato un video, chiamato “Pioggia d’Agosto”, che raccoglie le testimonianze di alcuni volontari della CRI nella regione Sicilia.

Il video insiste sul lato umano di questa “migrazione disordinata”, come la definisce uno dei volontari. Il fenomeno migratorio perde infatti quei connotati di impersonalità e distanza se lo si vive in prima persona, assistendo i migranti e cercando di fornire loro servizi fondamentali come vitto, alloggio, alfabetizzazione, vestiti, tutela del diritto alla famiglia, solo alcuni dei campi in cui la Croce Rossa Italiana è attiva nei centri di accoglienza, porti e safe points italiani. Per i volontari del CRI non è più possibile dare una definizione di migrante; ciò che loro vedono e vivono sono storie di uomini che soffrono a causa di altri uomini, e che per scappare da questa sofferenza trovano spesso la morte in mare.
In occasione di questa giornata di ricordo, la Croce Rossa Italiana ha emesso anche un comunicato stampa, nel quale, oltre a rimandare al video, in cui si ricordano i punti fondamentali dell’organizzazione. Secondo le parole del Presidente nazionale della Croce Rossa Italiana, Francesco Rosi, è necessaria una maggiore partecipazione dell’Unione Europea dato che il 90% dei migranti che sbarcano in Italia non sono intenzionati a rimanervi.

Inoltre l’Italia si pone ancora a porte chiuse e con un piano di ricollocamento fallimentare, che ha toccato fino ad ora solo tremila dei trentamila rifugiati previsti. Le vie d’azione su cui l’Europa deve lavorare per il Presidente della CRI sono chiare: vie più sicure e legali per entrare in Europa e un’azione concreta che attacchi le cause dell’emigrazione. Ciò che l’Europa ha promosso fino ad ora invece è bloccare i migranti al di là del mare, come in Libia, in cambio di sovvenzioni e accordi monetari; una politica insomma che sembra più dilazionare e spostare il centro del problema che risolverlo.

 

Croce Rossa Italiana all’ONU per il trattato sul nucleare

EUROPA/SICUREZZA di

Può esistere un mondo senza il nucleare? E’ la domanda che in molti si stanno facendo e proprio in questi giorni a New York si discute il trattato di messa al bando del nucleare approvato da 120 paesi ma ancora ostacolato da molte potenze occidentali, nonostante gli evidenti rischi per la stabilità di certe aree come testimonia l’attuale crisi in Corea del Nord.

Tra i promotori di questo importante trattato anche la Croce Rossa che sin dalle sue prime fasi ha voluto fortemente promuovere una soluzione di questo tipo ed è per questo che è presente all’Assemblea Generale dell’ONU il Vice Presidente della Croce Rossa Italiana Rosario Valastro che ha partecipato in questo consesso a due importanti discussione, Nucleare e vittime tra gli operatori umanitari nelle aree di crisi.

Abbiamo raggiunto telefonicamente il Vice presidente a New York durante i lavori per sapere come si stanno svolgendo i lavori.

AC: “Dottor Valastro, la Croce Rossa Italiana oggi è all’ONU a New York per discutere due temi molto importanti. Il primo è il trattato sulla messa al bando del nucleare al livello mondiale e l’altro tema è purtroppo l’uccisione degli operatori umanitari durante le operazioni di soccorso. Per quanto riguarda il primo punto quanto è importante questo trattato per il futuro dell’umanità?”

V: “Si tratta di un trattato storico, direi, importante e vitale. Il comitato internazionale della croce rossa ha molto spinto sull’informazione relativa a questo trattato, che, salvo qualche notizia a luglio, è passato sotto silenzio, perché gli effetti delle bombe atomiche incidono sulle vite decine di migliaia di persone e si tutte le future generazioni. Quindi la croce rossa sotto il suo focus dell’attenzione all’ umanità e dell’assistere tutte le persone vulnerabili ha fatto leva sugli stati affinché se ne discutesse. A luglio c’è stata l’approvazione a due terzi, quindi il trattato è una trattato di cui si è aperto il processo di ratifica. Chiaramente tra tutti gli assenti pesano tanto le assenze di quelli che sono molti stati dell’unione europea oltre di quelle che sono le cosiddette potenze nucleari. Il lavoro è lungo; però riuscire a raggiungere un obiettivo di umanità è sicuramente una lotta che necessiterà del suo tempo ma noi non disperiamo.”

AC: “Qual è il polso della situazione secondo lei su queste assenze molto importanti. C’è speranza che queste nazioni prendano coscienza e aderiscano in un prossimo futuro ?”

V: “Ma guardi sicuramente c’è speranza, si tratta a mio avviso di un lavoro che va fatto su un duplice piano. Va fatto innanzitutto informando la cittadinanza su quelli che sono gli effetti dei danni nucleari e sul contenuto di questo trattato. E l’altro è un lavoro che riguarda le cancellerie, i ministeri degli Esteri di questi paesi che naturalmente potranno e dovranno agire nella maniera in cui possano raggiungere un accordo. Non è una cosa facile ma non era neanche facile ad esempio l’affermazione di umanità nelle convenzioni di Ginevra quando esse vennero firmate. Si tratta di una cosa che sta iniziando, vedremo nel prossimo futuro quali di questi 122 paesi inizieranno il processo di ratifica del trattato internazionale perché sicuramente se la risposta su questa sarà una risposta importante ci sarà allora la possibilità che altri si uniscano.”

AC: “Tra i grandi assenti anche l’Italia; come mai?”

V: “Quasi tutti i paesi dell’Ue hanno preso una posizione attendista su questo argomento. Noi contiamo di fare, come già qualche società di croce rossa in altri paesi ha fatto, contiamo di fare un’operazione di informazione, di incontro e di confronto per spingere il governo e il parlamento ad affrontare il tema. Comprendo anche che ci sono tutta una serie di rapporti fra stati che pesano molto su questa firma; però l’obiettivo dei 122 stati raggiunto a luglio, che ha aperto il processo di firma, è comunque un obiettivo importante che deve far riflettere tutte le nazioni.”

AC: “Certo questo è un momento particolare, perché con le frizioni del sud est asiatico, la paura del nucleare è tornata alla ribalta in maniera prepotente.”

V: “Si non c’è dubbio, così come non c’è dubbio che ci sono paesi che non vogliono ratificare il trattato perché per loro il nucleare esiste come un’arma di deterrenza verso chi minaccia di usarlo; come in un circolo viscoso che naturalmente spaventa un po’ tutti o comunque dà adito a non muoversi dalle proprie posizioni.”

AC: “L’altro tema invece sono le moltissime vittime tra gli operatori umanitari nelle zone di guerra mentre  portano soccorso; questa discussione come sta andando avanti all’Onu?”

V: “È un discussione che si inserisce in un dibattito più ampio che è iniziato oggi e si consoliderà domani, su quella che è la politica dell’Onu per combattere il traffico degli esseri umani. Si tratta di un argomento che sfocia in un documento che riafferma quelle che sono le politiche umanitarie anche in tal campo e all’interno di questo, quella che è la posizione della federazione internazionale della croce rossa dell’attenzione verso le persone migranti che sono molto spesso vittime della tratta così come le categorie più vulnerabili come donne e bambini e anche chiaramente di quella che è la situazione in cui restano gli operatori umanitari in generale, che spesso proprio per portare aiuto ai più vulnerabili, rischiano o hanno perso la loro vita.”

Il dibattito sul nucleare non si esaurirà molto presto purtroppo soprattutto in questo momento che ci vede spettatori di diverse crisi internazionali, sia nel quadrante del medio oriente che in quello dell’asia pacifico dove si fronteggiano le grandi potenze di questo secolo in cerca di un adeguato posizionamento nella geopolitica mondiale.

Alessandro Conte
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