GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Commissione Europea

Il Presidente Juncker in visita al porto spaziale europeo

Europe di

Nella giornata di venerdì 27 ottobre, il Presidente della Commissione europea Juncker, insieme al Presidente francese Macron, si recheranno in visita presso il Centro spaziale della Guyana, a Kourou. L’infrastruttura unica è nata per garantire all’Europa un accesso autonomo allo spazio, in linea con la strategia spaziale per l’Europa, presentata nell’ottobre del 2016.

La Commissione si sta impegnando nello sviluppo di progetti spaziali su larga scala, come il programma di osservazione della Terra Copernicus e i programmi di navigazione satellitare Galileo e EGNOS, per un investimento complessivo di oltre 12 miliardi di euro nel periodo 2014-2020.

La Strategia spaziale per l’Europa, approvata lo scorso anno, risponde alla crescente concorrenza globale, aumentando il coinvolgimento del settore privato e contribuendo alle principali evoluzioni tecnologiche. I programmi spaziali europei forniscono servizi che sono già diventati indispensabili nella vita di ogni giorno, dai dati che servono per l’utilizzo di apparecchi elettronici, fino alla protezione delle infrastrutture fondamentali, come le centrali elettriche. Inoltre contribuiscono alla gestione delle frontiere, ai controlli marittimi e ambientali, migliorano la risposta in caso di catastrofi naturali e servono nel controllo dei cambiamenti climatici.

Con l’approvazione da parte della Commissione della Strategia spaziale per l’Europa, sono stati previsti una serie di interventi che permetterebbero ai cittadini europei di beneficiare pienamente delle opportunità offerte dallo spazio. Ciò, di fatti, sta permettendo la creazione di un ecosistema ideale per la crescita delle start-up, il cui fine è quello di promuovere il primato dell’Europa nel settore e aumentare la sua quota sui mercati mondiali delle attività spaziali.

Per quanto riguarda i prodotti e i servizi offerti dai programmi spaziali dell’UE, sono disponibili un video e una scheda dettagliata in francese e inglese.
È possibile seguire la visita del Presidente Juncker in Guyana sul portale audiovisivo della Commissione europea.

Trasporto marittimo: navi passeggeri più sicure grazie all’UE

Europe di

La Commissione Europea ha accolto con favore l’adozione definitiva del Consiglio, la quale prevede una serie di testi giuridici in materia di sicurezza per i trasporti marittimi: navi e passeggeri.

Bruxelles – Il pacchetto normativo accolto dall’UNione Europea, come sostenuto dalla Commissaria per i Trasporti Violeta Bulc, rappresenta una chiara risposta alla necessità di maggiore protezione per tutti i cittadini, attraverso una serie di testi in materia di sicurezza delle navi passeggeri, volti ad assicurare un livello uniforme per tutti gli Stati membri.

Le norme adottate sono il risultato delle proposte avanzate dalla Commissione a giugno del 2016, attraverso le raccomandazioni formulate nell’ambito del programma di controllo dell’adeguatezza e dell’efficacia della regolamentazione (REFIT). Un quadro di regolamentazione per la sicurezza navale dei passeggeri nell’UE, che rappresentano una buona percentuale nell’ambito della mobilitazione e dei trasporti nel territorio comunitario. Di fatti, è stato stimato che, ogni anno, sono all’incirca 400 milioni coloro che scelgono il trasporto navale all’interno dell’Unione, di cui 120 milioni quelli che si spostano tra porti di uno stesso Stato Membro.

La normativa in ambito marittimo, divenne centrale per la Commissione a seguito degli incidenti che hanno coinvolto la Herald of Free Enterprise (1987), con 193 vite perse e, l’Estonia (1994). L’adozione di norme in materia, vedono una generale soddisfazione da parte dell’Unione Europea, in termini di controllo e di idoneità dei trasporti marittimi. Con eccezione fatta per i 408 incidenti sulle navigazioni interne, registrati negli ultimi 4 anni, dove, tuttavia, solamente in un caso si è verificata la morte di un passeggero. Dai dati europei, il risultato vede il 30% delle navi conforme agli standard di sicurezza: tale percentuale, inoltre, è speculare al 60% della capacità di trasporto passeggeri.

Le nuove norme accolte dalla Commissione entreranno in vigore dopo 20 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale e avranno validità di 15 anni, con possibilità di ammodernamento. Il monitoraggio dell’esecuzione e del funzionamento di queste è a garanzia dell’EMSA (Maritime Safety Agency).

Ulteriori informazioni in materia sono reperibili a questo link.

La Commissione invita a completare tutti gli aspetti dell’Unione bancaria entro il 2018

Europe di

Grazie ai piani della Commissione, i cittadini e le imprese europee potranno usufruire di un’integrazione finanziaria, volta ad accelerare l’Unione bancaria. Questa è di fondamentale importanza per rendere l’Unione economica più stabile e resistente alle crisi.

Bruxelles – In data 11 ottobre 2017, la Commissione ha pubblicato una comunicazione che definisce un percorso che porti ad un accordo su tutti gli elementi in sospeso dell’Unione bancaria. La comunicazione prelude al vertice euro di dicembre in formato inclusivo, durante il quale si discuterà dell’Unione bancaria completa, da affiancare all’Unione dei mercati dei capitali, per promuovere un sistema finanziario stabile e integrato nell’UE.

Nel 2012 la Commissione ha proposto di creare tale Unione bancaria per consentire un rinsaldamento delle basi del settore bancario e ripristinare la fiducia nell’euro. L’Unione bancaria consiste nella vigilanza bancaria, in norme per la gestione delle banche in dissesto e in una maggiore protezione per i titolari di depositi. I primi due pilastri sono stati realizzati con l’istituzione del meccanismo di vigilanza unico (SSM) e del meccanismo di risoluzione unico (SRM). Tuttavia, non è stato ancora istituito un sistema comune di protezione dei depositi.

L’Unione bancaria potrà avere successo nel momento in cui verranno ridotti i rischi, secondo le misure proposte dalla Commissione attraverso la comunicazione dell’11 ottobre, per la riduzione dei crediti e aiuti per le banche a rischio. Inoltre, la comunicazione, traccia un percorso fine alla predisposizione di un dispositivo di sostegno comune di bilancio, per il quale gli Stati membri si sono già impegnati nel 2013, volto a garantire la solidità del sistema e la disponibilità sufficiente di risorse per il Fondo di risoluzione unico (SRF).

La Commissione invita il Parlamento europeo e gli Stati membri ad adottare quanto prima le manovre proposte, al fine di trovare in tempi brevi un accordo sul pacchetto per il settore bancario, presentato nel novembre del 2016. Questo include proposte riguardo gli elementi restanti delle norme concordate in seno al Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria (CBVB) e al Consiglio per la stabilità finanziaria (FSB). Tali suggerimenti mirano a completare il programma legislativo post-crisi, garantendo che le norme affrontino le rimanenti sfide per la stabilità finanziaria, dove la riforma consentirà alle banche di continuare a finanziare l’economia reale.

Nella comunicazione, tra i punti salienti, vengono sollecitati progressi sul sistema europeo di assicurazioni dei depositi, in modo da garantire a tutti i titolari di questi di godere dello stesso livello di protezione. La Commissione ha proposto anche alcune misure, già avanzate nel 2015, per la creazione di un unico sistema europeo di assicurazione dei depositi (EDIS), come risposta alle preoccupazioni sollevate in sede di Parlamento europeo e Consiglio. Ciò prevedrebbe due fasi: la prima di riassicurazione, in cui l’EDIS fornirebbe la copertura della liquidità solo ai sistemi di garanzia dei depositi (SGD) nazionali. La seconda fase fa capo alla coassicurazione, dove l’EDIS coprirebbe progressivamente le eventuali perdite.

Altro passaggio chiave, in riferimento alla stabilità finanziaria è necessità di un sostegno di bilancio per l’Unione bancaria. Gli Stati membri hanno già convenuto sull’importanza di un meccanismo comune di sostegno per il Fondo di risoluzione unico, che ha portato all’istituzione del meccanismo di risoluzione unico (SRM). Ciò per offrire la garanzia di disponibilità di fondi per risoluzioni bancarie, nei casi di perdite conseguenti ai bail-in di investitori privati, dove gli eventuali costi verranno recuperati dal settore bancario in modo da garantire la neutralità di bilancio a medio termine. In tal senso, l’opzione più efficace individuata è quella del meccanismo europeo di stabilità (MES), contenuta nel documento di riflessione della Commissione sull’approfondimento dell’Unione economica e monetaria. Soluzione da raccordare con l’approfondimento dell’Unione economica e monetaria dell’Europa, che includerà la proposta di conversione di tale meccanismo in un Fondo monetario europeo.

Allo stesso modo, la Commissione sta già operando per un pacchetto di misure complete per la riduzione dei crediti deteriorati esistenti, evitandone l’accumulo futuro (sede di Consiglio 11 luglio 2017). Il pacchetto, la cui approvazione è prevista per la primavera 2018, comprenderà:
·         un progetto in materia di società di gestione patrimoniale nazionali;

  • misure legislative volte a sviluppare ulteriormente i mercati secondari per i crediti deteriorati e ad accrescere la capacità dei creditori di recuperare il valore dei prestiti garantiti;
  • una relazione contenente la valutazione della possibilità di una proposta legislativa volta a introdurre misure di sostegno prudenziali di natura regolamentare per ovviare all’insufficienza degli accantonamenti a fronte di nuovi crediti deteriorati; e
  • l’indicazione della via da seguire per promuovere la trasparenza in materia di crediti deteriorati in Europa.

Pubblicata sempre nella giornata dell’11 ottobre è la relazione di esame del meccanismo di vigilanza unico, che valuta positivamente i primi anni di funzionamento di questo sistema, nonché offre chiarimenti da parte della Commissione sui poteri di vigilanza.

I questo quadro generale, inoltre, al fine di trovare soluzioni pratiche per allentare la spirale banche-emittente sovrano, la Commissione rammenta i lavori in corso del comitato europeo per il rischio sistemico sui titoli garantiti da obbligazioni sovrane. La valutazione dei risultati, dovrebbe portare alla proposta che consentirebbe lo sviluppo di tali titoli, i quali consentirebbero alle banche di diversificare le obbligazioni sovrane in loro possesso.

Allo stesso modo, la Commissione, per continuare a garantire una vigilanza di alta qualità, proporrà di considerare alla stregua di enti creditizi le grandi imprese di investimento che svolgono attività analoghe a quelle bancarie, rendendole così soggette alla vigilanza bancaria. Nell’Unione bancaria la vigilanza su tali imprese, anche da parte della Banca centrale europea, sarebbe esercitata nel quadro del meccanismo di vigilanza unico (SSM).

Il futuro delle finanze dell’UE: una nuova relazione sulle politiche di coesione alimenta la discussione sui fondi UE dopo il 2020

Europe di

Bruxelles – In data 9 ottobre 2017, la Commissione Europea ha pubblicato la relazione sulla coesione. Il documento tende a mettere in chiaro la condizione economica, sociale e territoriale attuale degli Stati membri dell’UE, prendendo le mosse dai risultati ottenuti grazie allo stanziamento dei fondi per la coesione, durante gli anni della crisi.

L’economia europea, seppur in ripresa, è tuttora affetta da disuguaglianze tra le varie regioni appartenenti all’Unione, nonché da differenze interne agli stessi territori. Inoltre, a livello di investimenti pubblici, questi risultano inferiori rispetto al periodo antecedente la crisi e, con riferimento al documento di riflessione sul futuro delle finanze europee, è stata evidenziata la necessità di maggiori incentivi da parte dell’UE.

La relazione non ha lo scopo di condizionare la proposta definitiva della Commissione, ma alimenta la discussione sulla politica di coesione dopo il 2020, suggerendo una politica di respiro europeo.

In generale, la politica di coesione dell’Unione ha registrato successi concreti in molte regioni, costituendo un’importante fonte di investimenti e creando 1,2 milioni di posti di lavoro negli ultimi dieci anni, ma allo stesso tempo, altri Stati hanno registrato un crollo degli investimenti pubblici che avrebbero dovuto sostenere la crescita.

Nonostante una riduzione graduale del divario economico tra i diversi paesi, il documento di riflessione poneva il quesito secondo cui fosse o meno necessario concentrare la politica di coesione sulle regioni meno sviluppate.

La crescita degli Stati è un fatto innegabile, ma questa risulta essere tutt’altro che omogenea, in quanto molti rimangono nella fascia del “reddito medio”. Queste regioni avranno sicuramente bisogno di ulteriori sostegni finanziari per creare posti di lavoro e promuovere i cambiamenti strutturali necessari, anche in termini di perseguimento degli obiettivi di produzione energetica a partire da fonti rinnovabili e di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra fissati per il 2030.

La politica di respiro europeo, si pone tre obiettivi principali: gestire la globalizzazione, non lasciare nessuno indietro e sostenere le riforme strutturali.

Gestire la globalizzazione, nel panorama europeo, significa modernizzare le economie dei paesi e creare valore. Sono necessari nuovi investimenti volti all’innovazione, in quanto solo alcuni paesi svolgono un ruolo trainante nell’ambito della modernizzazione, della digitalizzazione e della decarbonizzazione.

Il secondo obiettivo, non lasciare nessuno indietro, fa riferimento alla realtà che vede molte regioni soggette alla perdita di popolazione, al contrario di altre che non riescono a gestire la pressione demografica e i flussi migratori. Allo stesso tempo, mentre da una parte l’occupazione nell’UE ha registrato una crescita, dall’altro resta alto il livello di disoccupazione, specie tra i giovani.
Una risposta a tale fenomeno la si trova nell’incentivo dei finanziamenti, volti a combattere l’esclusione e la discriminazione, per una maggiore coesione sociale all’interno dell’Unione.

Sostenere riforme strutturali, migliorando la pubblica amministrazione, per una crescita della competitività e una massimizzazione dell’impatto degli investimenti. La relazione sulla coesione, tende a riconoscere la necessità di rafforzare il collegamento tra la politica e la governance economica, per sostenere riforme che creino un ambiente urbano favorevole alla crescita.

In questa prospettiva, tra le prossime tappe della Commissione, vi sarà quella che vede il lancio di una consultazione pubblica, all’inizio del 2018, attraverso la quale verrà proposto il quadro finanziario pluriennale (QFP), al cui seguito vi saranno le proposte per la politica di coesione dopo il 2020.

 

Per ulteriori informazioni:

Settima relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale

Memo – Il futuro delle finanze dell’UE: settima relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale

Scheda informativa: la coesione nell’Unione

Scheda informativa: la politica di coesione in azione e i suoi effetti in tutte le regioni dell’UE

Inforegio – mappe interattive

BREXIT, The day after

EUROPA di

Il voto sulla Brexit del 23 giugno costituisce una sorta di elettroshock nel processo di integrazione europea, che, sia pure tra rallentamenti, stop and go e sensibili contraddizioni, non ha mai smesso di procedere verso gli obiettivi fissati dai padri fondatori.   Questo complesso cammino aveva subìto già un vulnus di una certa rilevanza, con la mancata approvazione del Trattato Costituzionale di Roma, nei referendum popolari di Francia e Paesi Bassi della tarda primavera del 2005. Parziale rimedio fu costituito, poi, dal Trattato di Lisbona del 2007.

Ma questa volta gli effetti, politici, prima ancora che economici o giuridici, appaiono ancor più dirompenti.

Per la prima volta, uno Stato sovrano lascia l’Unione.   Una possibilità contemplata dall’ordinamento comunitario, ma finora mai sperimentata, tanto che si era ormai ingenerata una sensazione di irreversibilità della scelta di adesione di un singolo paese. E parliamo poi, nel caso di Brexit, di un paese importante, una grande potenza.   Oltre quarant’anni fa, pochi giorni prima di un altro referendum britannico, quello del 5 giugno 1975, indetto per convalidare o annullare l’allora recente adesione alla Comunità Europea, Alberto Ronchey, sul Corriere della Sera (31 maggio 1975), sottolineava come al di fuori di quello che allora si chiamava il MEC, l’Inghilterra era “un mercato angusto, un muro tariffario la separava dell’Europa” e come versasse in quel momento nella crisi economica peggiore degli ultimi trent’anni, da quando cioè aveva vinto la guerra, ma perduto il suo Impero coloniale.   Dopo trent’anni di faticosa transizione dall’economia imperiale a quella competitiva, i fautori dell’ingresso nella Comunità si aggrappavano all’opzione europea come a un’ancora di salvezza, confidando nella stessa – rilevava sempre Ronchey – come “garanzia contro l’isolamento fra i grandi mercati” e di recupero di slancio competitivo.   E ancora oggi, gli operatori economico-finanziari credono all’Europa come ineludibile opportunità per il Regno, come ha dimostrato la decisa opzione anti-Brexit dell’establishment e degli ambienti della City.

Ma nella popolazione sono prevalsi gli impulsi di fuga, di isolazionismo, di recupero della piena sovranità nazionale, nonostante tutti gli appelli degli europeisti e del premier Cameron che evocavano i rischi di regressione in termini di opportunità, di formazione dei giovani e di welfare.     Difficile, dunque, cogliere le motivazioni della vittoria di “leave”, in presenza di tante controindicazioni e senza grandi vantaggi evidenti.   Si avverte la sensazione di un disagio profondo, di una sfiducia crescente, di una mancata immedesimazione nel disegno europeista che ha radici psicologiche ed emotive, ma non per questo meno importanti e meritevoli di un’analisi attenta.   Uno stato d’animo che non investe soltanto quella che è stata per secoli la più prestigiosa potenza marittima e commerciale, ma pervade tutta l’area comunitaria, paesi con storie e tradizioni molto diverse e con diversa “anzianità” di appartenenza all’Unione, o alle comunità che l’hanno preceduta.   L’esito del voto costituisce un campanello d’allarme, rispetto a un’insofferenza diffusa nei confronti del disegno di integrazione, non tanto sotto il profilo dell’ideale, quanto rispetto al concreto svolgimento storico del disegno stesso, almeno con riguardo agli ultimi quindici-venti anni.

Una progressiva insoddisfazione che ha ingenerato diffidenza anche nelle forze tradizionalmente favorevoli all’Europa e ha alimentato la diffusione di movimenti contrari all’integrazione, incrementandone i consensi.   Burocratizzazione delle istituzioni di Bruxelles, direttive troppo invasive e vincolistiche, percepite come eccessive compressioni delle sovranità nazionali (di prassi ormai, la giustificazione di politici di livello nazionale, rispetto a misure contestate o impopolari: “ce lo chiede l’Europa !!”), oneri spesso ritenuti difficilmente sostenibili per i singoli paesi membri.   A fronte di tutto questo, l’incapacità e l’inconcludenza, rispetto ai temi che veramente, nell’immaginario collettivo, dovrebbero ascriversi alle competenze di istituzioni comunitarie sovranazionali, come la politica estera, la sicurezza, la difesa comune, le politiche sui flussi migratori, il completamento dell’unione bancaria e la garanzia sui depositi.   Carenze, esitazioni, divisioni e contraddizioni, coperte da reiterate ed estenuanti riaffermazioni retoriche sempre meno convincenti, che hanno smorzato nei cittadini europei l’ideale comunitario e offerto nuove motivazioni a quelle forze populiste e nazionaliste. Motivazioni che i vertici europei hanno a lungo sottovalutato o evitato di approfondire tempestivamente. Le forze antieuropee ora raddoppiano il loro vigore, chiedono nuovi referendum, cercano di solcare tempestivamente la scia lasciata dalla svolta britannica.

Dalla Francia, dove riprende vigore il lepenismo, dopo la sconfitta nelle elezioni regionali, in vista delle politiche del prossimo anno, ai Paesi Bassi, fino all’Ungheria di Orbàn, alla Polonia guidata dal partito di Kakzynski, alle repubbliche ceca e slovacca.   Con l’incognita delle imminenti elezioni in Spagna e gli entusiasmi emulativi di Salvini a casa nostra.   Emerge poi prorompente il destino della Scozia, in cui prevale l’opzione europea e si profila dunque un contrasto che investe il tema dell’unità del Regno. La risposta dei fautori dell’Europa deve mostrarsi equilibrata, scevra di animosità verso gli “uscenti” – e questo mi è parso emergere dalla dichiarazione congiunta rilasciata, a caldo, dai presidenti delle quattro istituzioni centrali europee – univoca nelle finalità e nelle priorità.     E soprattutto la palla deve essere rimessa in campo dai paesi fondatori, cui spetta, moralmente, l’indicazione di un nuovo percorso, più bilanciato sull’integrazione politica, sulla coesione sociale, sulla solidarietà e la crescita, sul superamento delle diseguaglianze

Nessun incontro tra Rivlin e Abbas, entrambi a Bruxelles

EUROPA di

Non c’è stato alcun incontro bilaterale tra il presidente israeliano Reuven Rivlin e quello dell’Autorità nazionale palestinese Mahmud Abbas. Entrambi i leader in visita ufficiale a Bruxelles per dialogare con i vertici Ue riguardo lo stallo del processo di pace in Terra Santa.

“Ero contento dell’iniziativa lanciata dai rappresentanti europei di fissare un incontro con il Presidente Abbas” – ha detto ieri Rivlin – “Che in queste stesse ore si trova come me a Bruxelles. Mi è dispiaciuto che abbia rifiutato. Non saremo in grado di costruire la fiducia tra le due parti se non iniziamo a parlarci in modo diretto”.

“Noi siamo favorevoli ad un accordo riguardo i due Stati. In questo momento, però, le circostanze geopolitiche per raggiungerlo non ci sono”, ha spigato il presidente israeliano, prendendo la parola nell’emiciclo dell’Europarlamento.

“No” ai nuovi negoziati di pace chiesti da Parigi

“Il tentativo della Francia di creare un tavolo negoziale non è la giusta soluzione. Cercare di trovare una soluzione permanente adesso è impossibile. Se la comunità internazionale vuole davvero diventare attrice costruttiva sui negoziati, dovrebbe cercare di creare più fiducia fra le due parti, creando i presupposti per i negoziati”.

 

Sicurezza ed investimenti

“Per creare i presupposti di pace è necessaria una leadership palestinese unica e forte. E, purtroppo, oggi al suo interno si cela anche Hamas. E con loro non possiamo dialogare – ha continuato Rivlin- Inoltre, è necessario che in Palestina si crei una infrastruttura economica stabile. E in questo è fondamentale il ruolo dell’Europa che dovrebbe investire di più in Giordania e Sammaria, in modo da aumentare l’occupazione palestinese e diminuire le differenze tra i nostri due popoli. Ritengo, che l’economia in Palestina si possa sviluppare anche con investimenti comuni tra israeliani e palestinesi attraverso joint venture, nel turismoe nelle energie rinnovabili”.

La questione dei confini

“Attualmente l’instabilità dei nostri confini non ci permette di essere completamente sicuri. Pensate ad Hezbollah. Lo stesso per quanto riguarda la Cisgiordania e la Sammaria. Noi stiamo facendo sforzi per la stabilità in questi territori, anche mettendo in gioco la nostra stessa sicurezza”.

La mancanza di fiducia degli uni con gli altri

“Bisogna considerare che esiste, tra israeliani e palestinesi, tra politici e popolazione, mancanza di fiducia. Eppure noi siamo favorevoli alla soluzione dei due Stati dal 1993 con l’accordo di Oslo, come abbiamo ribadito più volte nelle Knesset”.

Le condizioni per l’accordo

“Per noi è fondamentale la cooperazione con Egitto e Giordania. – ha concluso Rivlin – La comunità internazionale deve evitare qualsiasi attacco contro di noi. E’ necessario oggi trovare una soluzione per Gaza, dove 1 milione e mezzo di abitanti è sotto ricatto di Hamas. La pace si fa tra i leader, ma si esegue tra le popolazioni. Se l’Europa è interessata a tutto ciò dipende dalle vostre volontà”.

Di Fabrizio Ciannamea

 

 

 

Panama Papers: il Parlamento Europeo istituisce una commissione d’inchiesta

EUROPA di

Con una delibera datata 8 giugno 2016 il Parlamento Europeo ha deciso di istituire una commissione di inchiesta che si occuperà di indagare sul caso “Panama Papers”. Ricordiamo che questi documenti hanno svelato l’esistenza di circa più di 214.000 compagnie offshore elencate dal celebre studio di avvocati panamense Mossak – Fonseca in una lista che include nomi di partecipanti e dirigenti di queste società. Ovviamente il chiaro fine di queste attività erano quelle di nascondere i redditi di facoltosi personaggi alle singole fiscalità di appartenenza, creando così un giro di evasione fiscale per miliardi: euro o dollari che dir si voglia, trattandosi di una lista piuttosto variegata ed eterogenea per provenienza geografica ed attività principale svolta.


In questo lungo elenco figurano moltissimi cittadini europei, con nomi di spicco del mondo della politica, dello sport e anche del cinema. Per il caso italiano basti pensare a Luca Cordero di Montezemolo o Carlo Verdone, tuttavia i nomi presenti non costituiscono forzatamente una partecipazioni in attività atte a frodare la legge, pertanto é giustificata l’azione del Parlamento Europeo che a come obbiettivo quello della chiarezza e quindi di assicurare i colpevoli (reali) alla giustizia. Inizialmente il caso scoperto dall’Associazione Internazionale di Giornalismo investigativo è stato sottoposto all’attenzione della “Special Commettee for Tax Ruling”, ma con la decisione presa l’8 giugno gli approfondimenti della vicenda saranno affidati ad un’apposita commissione d’inchiesta.

Il Parlamento ha scelto 65 membri che entro un periodo di 12 mesi dovranno presentare una relazione chiarificatrice su responsabilità individuali, danni e frodi nei confronti del fisco. Il mandato della commissione d’inchiesta, approvato dall’Aula per levata di mano, è stato concordato giovedì 2 giugno dalla Conferenza dei Presidenti del Parlamento europeo (il Presidente del Parlamento e i leader dei gruppi politici). Tra i punti più importanti del documento approvato troviamo : “indagare circa la potenziale violazione del dovere di leale collaborazione (…) da parte di qualsiasi Stato membro e dei relativi territori associati e dipendenti, purché pertinente all’ambito dell’inchiesta di cui alla presente decisione; a tal fine, valutare in particolare se un’eventuale violazione di questo tipo sia imputabile alla presunta mancata adozione di misure appropriate per evitare l’impiego di veicoli che consentano ai loro titolari finali effettivi di essere celati alle istituzioni finanziarie e ad altri intermediari, avvocati, prestatori di servizi relativi a società e trust o l’impiego di qualsiasi altro veicolo o intermediario che faciliti il riciclaggio di danaro, nonché l’elusione e l’evasione fiscali in altri Stati membri (tra cui l’esame del ruolo dei trust e delle società a responsabilità limitata con un unico socio e delle valute virtuali), tenendo conto nel contempo anche degli attuali programmi di lavoro predisposti a livello di Stati membri e intesi ad affrontare siffatte questioni e ad attenuarne gli effetti”.

Le linee direttive della delibera istitutiva si concludono con la precisazione che questa inchiesta dovrà anche essere creatrice delle “linee guida” per una buona governance fiscale all’interno dei singoli stati membri al fine che queste manovre di elusione ed evasione fiscale non si verifichino in altro modo, riportando così i patrimoni all’interno del territorio UE, e degli stati membri del G20.
da Parigi Laura Laportella

Abuso di posizione dominante nei trasporti marittimi italiani

ECONOMIA/EUROPA di

In commissione Europea è stata presentata una interrogazione parlamentare per spingere l’autorità a verificare se il mercato italiano del trasporto marittimo sia effettivamente equilibrato.

L’interrogazione è stata presentata dall’Europarlamentare Maullu di Forza Italia che ha voluto sottolineare come le recenti operazioni di acquisizione verificatesi in Italia possano danneggiare i cittadini, “L’interrogazione che ho depositato – ha dichiarato Maullu –  chiede alla Commissione europea di attivarsi per vietare atteggiamenti di abuso della posizione dominante sul mercato interno. Il libero mercato deve sempre garantire una sana concorrenza, con il miglioramento dei servizi, l’affidabilità delle linee e l’equilibrio delle tariffe”

La stessa  l’Autorità Garante per la Concorrenza e il mercato italiana  ha rilevato come l’acquisizione della società Moby da parte della Compagnia Italiana Navigazione che fa’ riferimento al Gruppo Onorato Navigazione, sia di fatto un aggregazione superiore al massimo consentito.

Lo scorso 25 febbraio 2016 è stata presentata la nuova compagine del gruppo Onorato Navigazione che ad oggi comprende le società Tirrenia, Toremar e Moby diventando il primo gruppo passeggeri del Mediterraneo con una flotta di 64 navi, 4.000 occupati, 6,2 milioni di passeggeri trasportati, 25 porti collegati, 33mila viaggi effettuati nell’ultimo anno.

A Brussels  l’on. Maullu ha presentato nei giorni scorsi l’ interrogazione parlamentare per spingere la commissione ad una valutazione delle condizioni di mercato dei trasporti marittimi in italia, “ C’è un’effettiva mancanza di sana concorrenza sulle rotte dei traghetti che collegano il continente alla Sardegna” ha dichiarato Maullu a seguito della sua iniziativa “ L’avvicinarsi dell’estate fa emergere questo problema con maggiore forza, i cittadini e i turisti che vogliono raggiungere l’isola si vedono applicate tariffe molto alte e condizioni poco vantaggiose rispetto ad altre mete turistiche”

Una situazione ben nota all’antitrust italiano che nel mese di aprile ha denunciato la CIN ( Compagnia italiana di Navigazione) di posizione dominante nei trasporti marittimi

L’analisi svolta dal AGCM  ha evidenziato che le rotte tra  Civitavecchia-Olbia e Genova-Olbia, hanno subito negli ultimi anni una forte contrazione, determinando l’uscita di tutti gli operatori ad eccezione di CIN e Moby che sono parte dello stesso gruppo.

In questo contesto, CIN, pur essendo partecipata per una quota del 40% da Moby, si è comportata nei confronti di quest’ultima come un operatore in concorrenza,  così acquisendo crescenti quote di mercato ai suoi danni nelle stagioni estive 2013 e 2014.

Il mercato di fatto non presenta un numero adeguato di concorrenti che possano permettere una offerta di prezzi  in competizione a favore dei clienti finali e soprattutto ai danni di quella che veniva considerata continuità territoriale per i residenti delle isole maggiori che si vedono oggi penalizzati negli spostamenti da e per il continente. Su questo tema le altre compagnie di navigazione mantengono il riserbo e non concedono interviste o dichiarazioni .

L’interrogazione dell’Europarlamentare sembra avere lo scopo di spingere le istituzioni comunitarie a vigiliare sull’effettivo rispetto delle norme garanti della concorrenza e che siano effettivamente applicate misure tali da favorire un libero mercato come indicato dall’ACGM italiana che ha sentenziato che  di l’acquisizione da parte di Onorato Partecipazioni S.r.l. del controllo esclusivo di Moby S.p.A. e di Compagnia Italiana di Navigazione S.p.A., sia determinante nella costituzione di una  posizione dominante nel mercato dei servizi di trasporto marittimo di passeggeri, autovetture e merci sulle rotte Genova – Olbia e Civitavecchia – Olbia.

Le isole maggiori affrontano così una nuova stagione turistica con un calo delle presenze costante negli ultimi anni causato in primis dai costi di trasporto marittimo, calo che danneggia l’economia della Sardegna già fortemente provata dalla crisi e che vede nel settore turistico la sua unica possibilità di resistere alla crisi.

Ue, relazione sulle rinnovabili: promossi gli Stati membri

BreakingNews di

Entro il 2014 è stata raggiunta la quota del 15,3. Il 20% entro il 2020 sembra essere alla portata.

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“La relazione indica ancora una volta che l’Europa crede nelle energie rinnovabili e che le energie rinnovabili fanno bene all’Europa”, è quanto dichiarato da Miguel Arias Cañete, Commissario responsabile per l’Azione per il clima e l’energia, a seguito della pubblicazione dei dati sulle energie rinnovabili in Europa. Numeri ottimistici, che pongono i Paesi Ue al 15,3% lordo delle energie rinnovabili entro il 2014 e ad un passo dal 20% (10% per i trasporti) programmato per il 2020 e deciso nel 2009.

“L’Europa può vantare tre volte più energia rinnovabile pro capite che qualunque altra parte del mondo e più di un milione di persone che lavorano nel settore delle energie rinnovabili, il cui valore supera i 130 miliardi di EUR all’anno. Ogni anno esportiamo energie rinnovabili per un valore di 35 miliardi di EUR”, ribadisce il rappresentante dell’Unione Europea.

In più, questi dati ecologici vanno, secondo l’Ue, di pari passo con il realismo economico. Gli obiettivi del 2020 sono infatti diventati un traino per i Paesi del Vecchio Continente, spinti ad investire di più sulle rinnovabili per rilanciare le proprie industrie e, di conseguenza, a collaborare tra loro e con gli Stati non-Ue.

Ecco i risultati prodotti dalle direttive europee nel campo delle rinnovabili:
• circa 326 milioni di tonnellate lorde di emissioni di CO2 evitate nel 2012 e 388 milioni di tonnellate nel 2013,
• una riduzione della domanda di combustibili fossili in Europa pari a 116 mtep nel 2013.
Inoltre per quanto riguarda la sicurezza dell’approvvigionamento energetico nell’Unione:
• sul totale di combustibili fossili il cui uso è stato evitato nel 2013, il 30% è dovuto alla sostituzione del gas naturale con fonti rinnovabili
• quasi la metà degli Stati membri ha ridotto il consumo interno lordo di gas naturale di almeno il 7%.
Giacomo Pratali

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Ue: nuove proposte sulla sicurezza

EUROPA/POLITICA di

Al vaglio misure per aiutare gli Stati partner nella lotta al terrorismo e alla criminalità. All’orizzonte anche alcune manovre di bilancio per favorire i processi di pace in Africa.

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La Commissione Europea e l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Ue hanno recentemente diramato un comunicato in materia di sicurezza. Non è una novità: ma l’obiettivo stavolta è quello di aiutare i paesi partner e le organizzazioni regionali a prevenire crisi in materia di sicurezza utilizzando gli strumenti di cui l’Unione ed i singoli Stati Membri dispongono, sulla scorta delle lezioni apprese nei paesi terzi come le missioni di formazione in Mali o in Somalia o, più indietro nel tempo, in Bosnia e Congo (si pensi alle missioni sotto egida UE denominate “EUFOR Althea” ed “EUFOR RD Congo”, a cui hanno partecipato negli anni folti contingenti di militari e non provenienti dal nostro Paese).

La “comunicazione” congiunta, che suona come un’importante dichiarazione di intenti, svela quali siano ad oggi le criticità del sistema Europa in materia sicurezza e difesa ed illustra una serie di proposte anche economico – finanziarie per fronteggiare le minacce del terrorismo e della criminalità organizzata emergenti dentro i confini dell’Unione. Il tutto manifesta l’evidente intento di Junker e di Mogherini di attribuire una missione ancora più globale dell’Europa. Il documento è da ritenersi quale un vero e proprio libro bianco di livello strategico in materia di sicurezza; la stessa Mogherini ha dichiarato: “Con queste nuove proposte intendiamo aiutare i nostri partner ad affrontare le sfide connesse al terrorismo, ai conflitti, alla tratta di esseri umani e all’estremismo. Permettere ai partner di garantire la sicurezza e la stabilizzazione sul loro territorio non serve solo a favorire il loro sviluppo, ma è anche nell’interesse della stabilità internazionale, comprese la pace e la sicurezza in Europa”.

Alcuni manovre di bilancio illustrate nel documento per il raggiungimento dell’obiettivo prefissato dalle Istituzioni UE sono:
– adattare il Fondo per la pace in Africa per ovviare alle sue limitazioni;
– creare un nuovo fondo che colleghi pace, sicurezza e sviluppo nell’ambito di uno o più strumenti già esistenti;
– creare un nuovo strumento finanziario destinato specificamente a sviluppare la capacità dei paesi partner in materia di sicurezza.

Materialmente, il supporto che la Commissione vorrebbe fornire potrebbe consistere nella fornitura di ambulanze e materiale di protezione o mezzi di comunicazione alle forze militari nei paesi in cui le missioni della politica di sicurezza e di difesa comune stanno già assicurando formazione e consulenza, ma dove la loro efficacia risente della mancanza dei mezzi essenziali.

Il tutto assume una maggiore rilevanza se si pensa che proprio domani, 7 maggio, un’importante Comitato del Consiglio dell’Unione Europea, il COSI – Standing Committee on Internal Security, si riunirà in maniera informale a Riga, in Lettonia (che è il paese attualmente reggente la Presidenza del Consiglio): in quella sede si discuterà principalmente di terrorismo, di foreign fighters, di confini, di immigrazione e dell’operato delle numerose agenzie europee operanti nel settore JHA (Justice and Home Affairs).

Questi eventi, questi “atteggiamenti”, devono indurci a pensare che l’Europa, e le sue numerose Istituzioni, con uno sguardo all’interno ed all’esterno dei suoi confini stanno cercando di assumere un ruolo di sempre maggior rilievo nella gestione civile delle crisi e dei risvolti ad esse interconnessi. L’Europa, in sintesi, pur non abbandonando i suoi primigeni obbiettivi strategici di natura politico-economica, sta operando finalmente in maniera sempre più incisiva anche negli equilibri e negli assetti internazionali, valicando – e anche di molto – i suoi confini geografici ed assurgendo ad organizzazione internazionale sempre più “completa”.

Domenico Martinelli

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Redazione
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