GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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I vertici della Croce Rossa Italiana all’Assemblea Generale della Nazioni Unite

AMERICHE di

Dal 23 al 29 settembre a New York parteciperanno all’Assemblea  Generale delle Nazioni Unite Francesco Rocca, in qualità di Presidente della Croce Rossa Italiana e della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC) e Rosario Valastro, Vicepresidente nazionale Croce Rossa Italiana. Tanti sono i temi sul tavolo: Il Global Compact, la prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili (come il diabete), la necessità di maggiori investimenti per contrastare le epidemie locali e migliorare la risposta alle catastrofi, le crisi umanitarie protratte nel tempo, l’aggravamento dell’epidemia da tubercolosi e infine i cambiamenti climatici.

Il Movimento della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa intende sensibilizzare i governi a impegnarsi per una migrazione sicura, organizzata e che garantisca i diritti umani. Per questo particolare attenzione sarà riservata al “Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare affinché il documento sia adottato nella conferenza che si terrà a Marrakech il prossimo dicembre. Nel rapporto della International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies (IFRC) intitolato “Il nuovo ordine murato. Come le barriere all’assistenza minima trasformano la migrazione in crisi umanitaria” vengono identificati i fattori che impediscono ai migranti vulnerabili di avere accesso all’aiuto di cui hanno bisogno. Tali fattori variano da quelli più evidenti – incluso il timore di essere perseguiti, arrestati o deportati – a quelli meno ovvi, che possono comprendere costi proibitivi, barriere culturali e linguistiche e la scarsa informazione in merito ai propri diritti. Lo scopo del report è quello di sottolineare che non è necessario maltrattare le persone per assicurare il controllo delle frontiere poiché ogni essere umano deve avere accesso ai servizi e all’assistenza umanitaria di base come un adeguata alimentazione, essenziali cure mediche e giusta informazione legale sui propri diritti. Gli incontri si svolgono in un periodo in cui  i governi stanno implementando leggi che criminalizzano l’assistenza umanitaria, comprese le operazioni di ricerca e salvataggio e l’assistenza di emergenza a migranti privi di documenti di identità. In questo momento occorre combattere l’idea che la prospettiva di ottenere una elementare assistenza o l’attività di ricerca e soccorso possano agire come incentivi per la migrazione poiché è semplicemente errato e  le persone prendono la decisione di migrare per ragioni molto più profonde di queste. Lo scopo di IFRC è quello di chiedere ai governi di assicurarsi che le loro leggi, politiche, procedure e pratiche nazionali siano conformi agli obblighi già esistenti in base alle leggi internazionali e vadano incontro alle necessità e ai bisogni di assistenza e protezione dei migranti. Nell’ambito di questo argomento verrà affrontato il tema delle cure specialistiche per i bambini migranti.

Altra questione importante sarà quella delle crisi umanitarie protratte nel tempo, come in Siria, Bangladesh, nella Repubblica Democratica del Congo, in America Latina e tutti gli altri Paesi e regioni in cui lo staff e i volontari della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa stanno fornendo assistenza.  Solo il conflitto armato siriano dura da sette anni e tutte le parti coinvolte nel conflitto hanno commesso impunemente crimini di guerra, altre gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e violazioni dei diritti umani. Per esempio, anche le forze governative e le forze loro alleate, comprese quelle russe, han­no compiuto attacchi indiscriminati e attacchi diretti contro la popolazione civile e obiettivi civili, effettuando bombardamenti aerei e lanci di artiglieria, anche con armi chimiche e di altro genere vietate dal diritto internazionale, provocando centinaia di morti e feriti. Inoltre, hanno mantenuto lunghi assedi su aree densamente popolate, limitando l’accesso di migliaia di civili agli aiuti umanitari e ai soccorsi medici. Questa situazione ha fatto si che non ci sono più posti “sicuri” per bambini e civili dato che vengono colpite  arbitrariamente scuole, ospedali o mercati. Recentemente moltissimi bambini, che hanno già subito traumi e sofferenze durante i precedenti attacchi nella Ghouta orientale, nell’area est di Aleppo e in altre zone, hanno cercato rifugio a Idlib, per trovarsi nuovamente esposti al rischio mortale di una escalation del conflitto. Secondo dati recenti, l’80% dei bambini siriani che sono all’interno del paese vive stati d’ansia, di preoccupazione o di forte stress, e questo dà l’idea dell’impatto delle continue violenze sui bambini. Gli stessi bambini che dovrebbero ricevere riparo e protezione nella provincia nord-occidentale di Idlib stanno invece subendo di nuovo attacchi aerei e violenze nel preludio della possibile offensiva. In questo e altre contesti suscita preoccupazione anche il fatto che operatori umanitari vengono presi di mira e rischiano la vita ogni giorno.

Ci sarà anche un focus sull’aggravamento dell’epidemia da tubercolosi, con riferimento a come combattere la malattia e il suo stigma. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) recentemente ha pubblicato il suo Rapporto Globale sulla Tubercolosi definito da Medici Senza Frontiere un quadro vergognoso sull’incapacità del mondo di affrontare la malattia infettiva più mortale, che pur essendo curabile uccide ogni anno oltre un milione e mezzo di persone. Il rapporto evidenzia infatti i deboli progressi fatti a livello internazionale sulla Tubercolosi, sottolineando che a un ritmo così lento i paesi non riusciranno a raggiungere gli obiettivi prefissati dalla strategia “End TB”. La preoccupazione è che i governi stiano affrontando la malattia infettiva più mortale al mondo con pericolosa mediocrità dato che è il settimo anno consecutivo che circa il 40% dei casi di Tubercolosi non viene diagnosticato. Stando al rapporto OMS, la Tubercolosi resta la malattia infettiva più mortale al mondo, con 1,6 milioni di decessi nel 2017 (rispetto a 1,7 milioni nel 2016) e 10 milioni di persone che hanno sviluppato la malattia nel 2017 (rispetto ai circa 10,4 milioni nel 2016). Particolarmente preoccupanti le forti lacune nella diagnosi e nel trattamento: nel 2017, il 64% dei casi di Tubercolosi è stato diagnosticato e rendicontato (rispetto al 61% nel 2016). Tra le persone affette da Tubercolosi resistente ai farmaci (DR-TB), il 25% delle persone diagnosticate è stato anche trattato (rispetto al 22% nel 2016).

Infine, si discuterà dei cambiamenti climatici, per concentrarsi di conseguenza sul rafforzamento della resilienza delle comunità. I cambiamenti climatici stanno diventando sempre di più la causa di vaste crisi umanitarie che stanno cambiando il modo di vivere il nostro pianeta. Per esempio la siccità in Africa Orientale ha messo in ginocchio paesi già colpiti da guerre, crisi politiche e scontri etnici, ciò ha generato crisi umanitarie profonde in paesi come il Sud Sudan, l’Etiopia, l’Eritrea, il Burundi, il Kenya e la Somalia. Di conseguenza in questi paesi vi sono Insicurezza alimentare acuta (l’impossibilità di consumare cibo adeguato mette direttamente in pericolo le vite e i mezzi di sostentamento delle persone) e Fame Cronica (una situazione nella quale una persona non è in grado di consumare cibo sufficiente a mantenere uno stile di vita normale e attivo per un periodo prolungato) che rappresentano una piaga per milioni di persone nel mondo. A livello mondiale le situazioni di conflitto rimangono il fattore principale alla base della grave insicurezza alimentare in 18 paesi, 15 dei quali in Africa e Medio Oriente. Mentre I disastri climatici hanno provocato crisi alimentari in 23 paesi, due terzi dei quali in Africa. Conflitti, disastri climatici e altri fattori spesso contribuiscono a crisi complesse che hanno ripercussioni devastanti e durature sui mezzi di sostentamento delle persone. Per secoli, le popolazioni dell’Africa Orientale hanno dovuto affrontare fenomeni di questo tipo con una cadenza di cinque o sei anni. Recentemente, però, si è assistito a un’accelerazione di questa periodicità a causa del surriscaldamento globale. L’aumento delle temperature ha portato a un progressivo inaridimento delle fonti idriche con un conseguente calo della produzione agricola e un impoverimento dei pascoli. Il caldo e le eccessive distanze per procurarsi l’acqua mettono a repentaglio vite umane e bestiame. In Africa la frequenza delle siccità si sta intensificando fin dagli anni Novanta. Secondo degli studi ciò è dovuto in parte agli effetti del ciclo di El Niño e La Niña, i periodici fenomeni di riscaldamento e raffreddamento delle acque del Pacifico. I cambiamenti climatici esasperano questi effetti, spingendo verso l’alto le temperature e causando aridità.

Il 26 settembre si celebra, tra l’altro, la “Giornata Mondiale per l’eliminazione totale delle armi nucleari”, voluta proprio dall’ONU come condizione essenziale per garantire la pace e la sicurezza internazionali. L’Assemblea Generale, perciò, sarà l’importante occasione e vetrina per rilanciare e ribadire l’appello della Croce Rossa Italiana. Il raggiungimento del disarmo nucleare mondiale è da sempre un obiettivo prioritario delle Nazioni Unite. Già nel 1946 fu l’oggetto della prima risoluzione dell’Assemblea Generale, che consentì l’istituzione di una Commissione per l’utilizzo pacifico dell’energia atomica. Nel 1959 il disarmo è stato inserito nel programma dell’Assemblea Generale, nel 1975 è stato il tema delle conferenze di riesame del Trattato di non proliferazione nucleare e nel 1978 la prima sessione speciale dell’Assemblea Generale sul disarmo ha riaffermato la sua massima priorità. Mentre dopo la guerra fredda si è assistito a drastiche riduzioni nel dispiegamento di armi nucleari, ad oggi non è stata distrutta una sola testata sulla base di un trattato, bilaterale o multilaterale, e non sono in corso negoziati per il disarmo nucleare. La dottrina della deterrenza nucleare continua ad avere un ruolo centrale nelle politiche di sicurezza di tutti gli Stati che possiedono armi nucleari e dei loro alleati. Ma le sfide legate alla sicurezza non possono rappresentare una scusa per continuare la corsa agli armamenti nucleari, né una giustificazione per declinare la responsabilità condivisa di costruire la pace nel mondo. La giornata del 26 settembre per l’eliminazione totale delle armi nucleari, istituita nel 2013 con la Risoluzione A/RES/68/32, è stata designata dalle Nazioni Unite per ricordare la necessità di questo impegno comune: raggiungere la pace e la sicurezza in un mondo libero da armi nucleari. Lo scorso anno, dopo una mobilitazione mondiale 120 Paesi membri dell’Onu hanno firmato un Trattato per il divieto dell’utilizzo delle armi nucleari. La Croce Rossa italiana e la Federazione internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, hanno sollecitato tutti i governi ad aderire a questo impegno, ma molti non hanno risposto alla chiamata. Tra questi, il precedente governo italiano.

La Croce Rossa incontra Paolo Nespoli e l’equipaggio della missione “Vita”

EUROPA di

È una grande gioia ritrovarmi qui insieme a voi. Grazie per avermi dato la possibilità di esservi vicino, di far volare con me la vostra bandiera e di inviarvi un messaggio che mi ha emozionato e mi emoziona ancora adesso”. Con queste parole, l’astronauta Paolo Nespoli ha voluto ringraziare la folta rappresentanza dei volontari della Croce Rossa Italiana, guidata dal Presidente Nazionale Francesco Rocca, in occasione della cerimonia di riconsegna della bandiera con l’emblema dell’Associazione che ha viaggiato con lui fino alla Stazione Spaziale Internazionale nell’ultima missione targata ASI ed ESA. All’auditorium del Museo MAXXI di Roma e in compagnia dell’equipaggio della missione VITA, ha raccontato le emozioni vissute durante il lungo viaggio, illustrato ai presenti i laboriosi preparativi da affrontare prima della partenza per lo spazio e mostrato suggestive foto scattate dalla Stazione Spaziale che mostrano la Terra, le sue fragilità e il concreto effetto dell’opera dell’uomo su di essa. Il Presidente Rocca ha ricordato la commozione dopo la prima pubblicazione del videomessaggio spaziale di Nespoli e ha ricordato le lacrime del pubblico dovute all’importanza di quel messaggio.

Quel messaggio dallo spazio ricordava l’impegno mondiale della Croce Rossa italiana nonostante gli attacchi al personale, gli attacchi agli ospedali, le difficoltà delle situazioni e i rischi che affrontano ogni giorno. “Grazie a Paolo Nespoli e all’equipaggio della missione per l’incredibile emozione che ci hanno regalato. Il videomessaggio che hai voluto indirizzarci – ha detto il Presidente Rocca rivolgendosi all’astronauta – racchiude in poche parole la nostra storia e la nostra vera essenza. Avere avuto l’opportunità di vedere nello spazio l’emblema della Croce Rossa, riconoscibile in tutto il mondo, ha significato toccare con mano l’ampiezza del nostro intervento e la capacità di essere sempre decisivi. Ci ha anche dato modo di riflettere su quanto questo emblema sia oggetto, ancora oggi, di attacchi in molte zone del mondo e, quindi, di quanto sia importante proteggerlo”. Il messaggio ricordava che l’essere umano è attratto dalle distanze per accorciarle e raggiungerle, per rendere visibile ciò che è invisibile.

Per avere una visione di insieme senza pregiudizio. Per guardare le cose a distanza in modo da essere vicino. Ed è questo che rappresenta il lavoro di Croce Rossa, quello di essere più vicini a chi ha bisogno, e questo dovrebbe, un giorno, poter rappresentare tutto il mondo. Da li su, in alto tra le stelle, Paolo ha potuto osservare quella bella sfera blu dove viviamo. Ha potuto vedere lo spettacolo della natura e dell’infinito. Ha potuto cogliere la visione d’insieme. Ma questo comporta anche quello che stiamo facendo noi a questo pianeta e di cui spesso non abbiamo coscienza. Paolo ha visto l’ampiezza degli uragani, immaginandone solo la potenza. Ha visto l’estuario del fiume Betsiboka, un fiume nel centro-nord del Madagascar. Un fiume circondato da mangrovie e caratteristico per la sua acqua di colore rosso ma che è anche la prova drammatica della catastrofica deforestazione intensiva del Madagascar. La rimozione della foresta nativa per la coltivazione e i pascoli negli ultimi 50 anni ha portato a massicce perdite annuali di terreno che si avvicinano a 250 tonnellate metriche per ettaro (112 tonnellate per ettaro) in alcune regioni dell’isola, la più grande quantità registrata in qualsiasi parte del mondo.

Il cambiamento climatico, dovuto alla mano dell’uomo, ogni giorno dà luogo a fenomeni più vari. Si pensi alla Somalia che ha dovuto affrontare il problema della siccità, che ha resto il terreno ulteriormente secco e poco permeabile, e delle alluvioni, che hanno portato morte e malattie. La siccità in Africa Orientale ha messo in ginocchio paesi già colpiti da guerre, crisi politiche e scontri etnici, ciò ha generato crisi umanitarie profonde in paesi come il Sud Sudan, l’Etiopia, l’Eritrea, il Burundi, il Kenya e, appunto, la Somalia. In questi paesi si alternano siccità ed alluvioni. Per secoli, le popolazioni dell’Africa Orientale hanno dovuto affrontare fenomeni di questo tipo con una cadenza di cinque o sei anni. Recentemente, però, si è assistito a un’accelerazione di questa periodicità a causa del surriscaldamento globale. L’aumento delle temperature ha portato a un progressivo inaridimento delle fonti idriche con un conseguente calo della produzione agricola e un impoverimento dei pascoli. Ne consegue la rarità dei terreni fertili: assistiamo alla desertificazione, la riduzione di spazi coltivabili, e la Desertizzazione, il terreno che diventa deserto. Per esempio, Il Sahel si sta sempre più desertificando ma anche altre aree del mondo soffrono di desertificazione come in Sud America (ad esempio l’Argentina) e in Europa, con la Spagna che ha più del 12% di territorio che è soggetto a processi di desertificazione.

Questo, se si pensa al Lago di Aral, è dovuto anche allo sfruttamento non adeguato delle risorse da parte dell’uomo. Di conseguenza la terra coltivabile diventa un bene prezioso ed entrata in scena il Land-grabbing. Quando parliamo di Land-grabbing, possiamo parlare di un neocolonialismo agricolo messo in luce dai movimenti finanziari ad opera di alcuni paesi ricchi di capitale che affittano o acquistano grandi appezzamenti di terre fertili all’estero. Si può pensare a una nazione come l’Arabia Saudita che, poiché poco fertile, è dipendente dalle importazioni di prodotto finito e non controlla il processo di produzione. Per cui questo paese, andando a fare affari con governi facilmente corrompibili o con governi non ufficiali, acquista grandi appezzamenti di terreno e manda a lavorare cittadini del proprio territorio. Il problema è che i soggetti che affittano, nella grandissima parte dei casi, sono i paesi più poveri e con gravi problemi istituzionali.

Questo fenomeno nasce dalla necessità di acquistare o affittare terreno fertile perché non lo si ha a disposizione ma crea povertà e insicurezza alimentare in quei paesi poveri che li affittano. Alla fine, la somma di questi problemi porta alla necessità di associazioni come la Croce Rossa in grado di portare aiuti alle crisi umanitarie. Ma c’è anche la possibilità di un’altra strada. La ricerca spaziale potrebbe dare una risposta. Missioni come la missione VITA, come quella umana e come Vitality, Innovation, Technology, Ability, portano grande innovazione. Nella missione sono stati portati avanti molti progetti ed esperimenti scientifici come quelli mirati ad analizzare i danni subiti dalla retina in microgravità che possono portare a sviluppi negli studi per curare il glaucoma e la degenerazione maculare senile, o ad altri esperimenti per distinguere le cause della degenerazione cellulare di chi è affetto da atrofia muscolare, o per chi soffre di osteoporosi ma anche lo studio di nuovi metodi di analisi. Tra questi, vi è per esempio, lo studio Multi-Trop (dell’Università Federico II di Napoli con la partecipazione degli studenti di un liceo scientifico di Portici) un esperimento educational, studierà dove si dirigono le radici delle piante una volta germinate da un seme, se crescono in microgravità che potrebbe rivelarsi fondamentale in vista di future coltivazioni su Marte. Oltre a questo vi sono stati altri esperimenti che hanno testato la possibilità di coltivare in ambienti estremi anche con temperature rigide e terreni poco ricchi di nutrimenti.

Lo sforzo di Paolo Nespoli si inserisce nel contesto di Expedition 53, che ha visto coinvolti anche astronauti americani e russi che hanno svolto a loro volta centinaia di esperimenti di biologia, biotecnologia, osservazione della Terra e fisica nelle speciali condizioni di microgravità offerte dalla ISS. Nella spedizione, Randy Bresnik è stato protagonista di ben tre attività extraveicolari, durante le quali insieme ai colleghi Mark Vande Hei e Joe Acaba ha sostituito alcune parti del braccio robotico della Stazione, Canadarm2. Ryazanskiy ha a sua volta partecipato ad un’EVA insieme al cosmonauta Fyodor Yurchikhin, che lo scorso agosto hanno rilasciato alcuni nanosatelliti e raccolti campioni di materiali dall’esterno della ISS, oltre ad effettuare alcune attività di manutenzione del segmento russo. Questi sono solo pochi esempi del perché la ricerca spaziale è importante per la cura del nostro pianeta e con le parole di Paolo possiamo dire “essere vivi non vuol dire solo avere un cuore che batte, ma anche un cervello che funziona e mani che lavorano; vivere insieme, credere nello sviluppo, gestire correttamente le risorse, usare l’innovazione per portare questa vita su altri pianeti e migliorarla sulla Terra”.

Accorciare le distanze però vuol dire, nella corsa spaziale, anche accorciare le distanze verso Marte. Ciò sta creando una nuova economia che vede le maggiori potenze del mondo in cooperazione. Obama annunciò di voler portare l’uomo su Marte entro il 2030, Elon Musk vuole portarci “uomini pronti a morire” entro 10 anni, abbiamo assistito alle vicende del lander italiano Schiaparelli precipitato sul pianeta rosso a “pochi” centinaia di km dall’approdo. Oggi, abbandonato il bipolarismo, alla Nasa e alla Roscosmos si sono affiancate Bric Economy come Cina e India, e nuovi attori regionali, dall’Europa all’Asia, che lanciano le loro sfide agli astri e testano la loro sapienza tecnologica. Quella che sembra la novità più rilevante e destinata a cambiare gli equilibri è l’entrata in campo di soggetti privati come Elon Musk, Jeff Bezos di Amazon, Branson di Virgin, player della new economy come Google e Facebook, e venture capital. Sono molti gli attori in campo, dunque. In ciò si 53 paesi ormai dispongono di satelliti operativi e circa 60 paesi hanno in corso di realizzazione propri investimenti in ambito spaziale e il numero totale sale a circa 80 se si aggiungono i Paesi che progettano di partire a breve termine. Per capire come il settore sia in ascesa, basta pensare che è stato uno dei pochi a non essere intaccato dalla crisi finanziaria globale del 2007.

 Assistiamo alla nascita della Space economy su cui gli osservatori e i player si confrontano, organizzano convegni, pianificano gli interventi. Lo spazio rappresenta un comparto di grande valenza economica, è un elemento abilitante di un numero sempre più rilevante di reti e piattaforme applicative nei più diversi settori di attività. L’espressione “Space Economy” cattura questa dimensione pervasiva delle attività spaziali, che si integrano con le tecnologie digitali, contribuendo in modo sempre più diffuso e crescente all’economia di un paese avanzato. La nuova Space Economy è un mix tra budget istituzionali e commerciali, diversi contractor in competizione e una crescita esponenziale in cui fanno l’ingresso i grandi investitori privati in un settore tradizionalmente chiuso come quello spaziale. La Space Economy, che secondo l’ultimo report dell’Agenzia spaziale europea nel 2015 ha fatturato globalmente 291,4 miliardi di euro (+1% rispetto al 2014) ridefinisce i rapporti di forza: anche se lontani dagli USA, il tema ha bussato con forza alla porta dell’Agenzia Spaziale Europea con un mondo ricco di scienza e tecnologia di primissimo livello che ha avuto grandi successi negli ultimi anni ma che agisce con i tempi lunghi tipici delle organizzazioni multilaterali. Dall’economia alla politica il passo è breve. Lo spazio era e resta un ambito strategico poiché è uno degli strumenti più efficaci a supporto della proiezione geopolitica di un Paese, sia a livello globale che regionale. La particolarità consiste nel fatto che le infrastrutture spaziali amplificano le capacità operative e di intelligence, come avviene per il cyberspace. Inoltre, la geopolitica dello spazio si fa sulla Terra e, per il momento, non c’è collisione di interessi poiché la collaborazione è necessaria soprattutto nello sviluppo e nella ricerca per i costi e per le tecnologie che impongono sinergie. La corsa allo spazio, iniziata con fini politici e militari, è diventata, attraverso le complicate orbite della storia, un viaggio di uomini che cooperano insieme per studiare lo spazio e ciò che esso può dare all’umanità.

Oggi la collaborazione spaziale internazionale è un sistema, sempre in bilico tra competizione e collaborazione, dove nuove potenze emergenti come Cina e India stanno cambiando gli equilibri. In questo contesto l’Italia è leader di moduli spaziali abitabili, lanciatori, sensoristica, fotonica, tecnologia dei satelliti SAR (radar) che possono vedere con qualsiasi tipo di condizioni metereologiche. La nostra costellazione di questo tipo di satelliti, CosmoSkymed, è un’eccellenza che nel mondo ci invidiano. Sul lato della Governance il nostro paese sta facendo passi importanti con l’approvazione di qualche anno fa di un piano stralcio Space Economy che è stato finanziato con 350 milioni euro di fondi richiesti al CIPE sul fondo sviluppo e coesione (FSC). Uno degli obiettivi del piano Space Economy del governo è la completa automazione dei mezzi di trasporto aerei, marittimi e terrestri nel prossimo trentennio (2015-2045).

Nella Space Economy i numeri sono ancora piccoli, in Italia vale circa 1,6 miliardi di fatturato per 6.000 addetti ma siamo un’eccellenza di livello mondiale grazie agli accordi con ESA e NASA che hanno portato il volume di affari spaziale negli Stati Uniti tra il 2001 e il 2019 a valere circa un miliardo di euro. Occorre ricordare che l’Italia è tra i fondatori dell’ESA e il terzo contributore dopo Germania e Francia. Il nostro paese ha ruoli di primo piano tecnologico e scientifico e le nostre aziende che lavorano per l’ESA sono di primissimo ordine. Basti pensare che il lanciatore Vega di Avio, realizzato a Colleferro, è una parte fondamentale delle politiche di accesso indipendente allo spazio, ed è anche un caposaldo dei lanciatori Ariane 6. Inoltre, quasi 50% dei moduli abitabili della stazione spaziale internazionale, sono stati realizzati a Torino da Thales Alenia Space Italia, joint venture tra Leonardo Finmeccanica e i francesi di Thales.

Dietro a tutto questo si deve ricordare che vi è la storia di uomini e di donne che hanno lavorato duro per seguire i propri sogni e per apportare un cambiamento alle nostre vite. Sogni che passano attraverso la preparazione in ambienti angusti o in situazioni estreme, attraverso simulazioni come il freddo russo che tocca i meno 30 gradi o come ammaraggi nell’oceano dove si deve sopravvivere per 3 giorni ma anche attraverso la scienza in cui i nostri astronauti sono le braccia degli scienziati o addirittura le cavie. Sono storie che passano anche attraverso rituali come quello russo di andare sulla tomba di Gagarin prima delle partenze e attraverso viaggi lunghissimi come quello che va da Huston al Cosmodromo Kazako (dove vanno 12 giorni prima in isolamento per evitare contaminazioni). Questo viaggio è iniziato con la partenza della Sojuz dalla stessa rampa di lancio usata da Gagarin e ha regalato l’emozione di per poter vedere “il mondo che ti passa sotto a 8 km/h al secondo” o anche la bellezza di momenti conviviali come la preparazione della prima pizza spaziale, dell’Aloha Friday spaziale oppure i momenti importanti di comunicazione con la propria famiglia. È il ritorno a terra è solamente un’altra emozione che si aggiunge, forse l’emozione più forte di tutte. È l’emozione di chi torna a casa e può sentire di nuovo gli odori della terra, è l’emozione di tornare ad essere umani.

Al termine dell’incontro e una volta riconsegnata la bandiera della Croce Rossa Italiana che ha viaggiato nello spazio, Paolo Nespoli ha ricevuto dalle mani del Presidente Rocca la Medaglia d’Oro al Merito della Croce Rossa Italiana “per aver dimostrato come volontà, passione e curiosità verso l’altro siano motori imprescindibili per il progresso umano. Per aver lanciato, da quel punto privilegiato in cui si è trovato per ben tre volte nella sua vita a osservare la Terra, un messaggio di umanità e di speranza, privo di pregiudizio e diffidenza. Per aver colto e saputo raccontare l’abnegazione, l’umana solidarietà e lo spirito di sacrificio che contraddistinguono l’operato dei 17 milioni di volontari della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, in grado di raggiungere ogni angolo del mondo per essere più vicini a chi ha più bisogno. Per aver portato anche nello spazio il nostro emblema, riconosciuto già in tutto il pianeta come simbolo di umana solidarietà, soccorso e aiuto”. Al resto dell’equipaggio della missione VITA, inoltre, consegnato il Diploma di benemerenza con Medaglia di Prima Classe.

 

Obama in Alaska alla conferenza sui cambiamenti climatici

AMERICHE/BreakingNews/ECONOMIA/Energia di

Il presidente Obama continua la sua azione di sensibilizzazione nei confronti dei problemi derivanti dai cambiamenti climatici che sono spesso causa di fenomeni meteorologici devastanti.

In Alaska per partecipare a una conferenza sui cambiamenti climatici organizzata dagli Stati Uniti, il presidente ha voluto lanciare i nuovi piani del governo per aumentare la riduzione delle emissioni di Carbonio.

Questa conferenza si svolge nel paese dove maggiormente è sentita la tensione tra la necessità di produrre energia  e  l’impatto ambientale.

Nel mese di agosto il Presidente Obama ha presentato una serie di regolamenti per accelerare la riduzione delle emissioni di carbonio dalle centrali elettriche  con il termine di un anno per avere dagli Stati Federati  le proposte per la  riduzione delle emissioni. L’occasione del viaggio in Alaska ha permesso al Presidente di annunciare  nuovi provvedimenti per aumentare l’accesso delle famiglie alle energie rinnovabili e incentivare l’efficienza energetica.

A partire da questa conferenza gli Stati Uniti si apprestano  ad attuare i programmi di contrasto ai  cambiamenti climatici che fanno parte del piano di  interventi preparato per la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici 2015, che si terrà dal  30 novembre all’ 11 dicembre a Parigi.

In questa occasione la comunità internazionale intende firmare patti vincolanti volti a combattere il cambiamento climatico. In vista del vertice, i paesi stanno finalizzando i piani che presenteranno al vertice. Gli Stati Uniti hanno fissato un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra del 26-28 per cento rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025. La Cina sta puntando a ridurre le emissioni per unità di prodotto interno lordo entro il 60-65 per cento rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030.

Il vertice di Parigi potrà far scaturire un accordo molto più completo e fattivo di quanto non sia il Protocollo di Kyoto. La portata del successo si potrà misurare sulle decisioni delle nazioni emergenti come Cina e Argentina che più necessitano di energia per il loro sviluppo.

Per i paesi in via di sviluppo purtroppo l’energia fossile sarà ancora l’unica vera risorsa per le sue caratteristiche di economicità, mentre fonti più costose inciderebbero troppo nel loro sviluppo.

Alaska è forse il luogo in cui questi interessi in conflitto sono più evidenti. L’amministrazione Obama ha permesso alla multinazionale petrolifera  Shell di  iniziare la perforazione nel Mare Glaciale Artico questa estate, e alcuni dei politici più importanti dell’Alaska sono stati fermi  sostenitori dell’industria del petrolio e del gas naturale.

L’industria del petrolio e del gas naturale rappresentano circa l’80 per cento delle imposte statali dell’Alaska. L’economia dell’Alaska si basa sostanzialmente  sulla produzione e la vendita di risorse naturali, tra cui le risorse energetiche che sono il prodotto  più importante e prezioso.

Tuttavia, il cambiamento climatico continuerà a sfidare anche  l’Alaska, la regione artica è una parte importante del sistema climatico della Terra.

Lo Scioglimento delle calotte polari e l’aumento del  deflusso di acqua dolce potrebbe influenzare la circolazione oceanica e l’assunzione di acqua dolce del Mar Glaciale Artico. Neve, vegetazione e ghiaccio  hanno anche un ruolo importante nel riflettere la luce e le radiazioni del sole.

 

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Alessandro Conte
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