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La battaglia di Mosul e il dibattito sull'unita nazionale irachena

Asia/Difesa di

Le dichiarazioni e le denunce da parte di diversi attori internazionali riguardo le numerose vittime civili causate dai bombardamenti statunitensi su Mosul, hanno inevitabilmente rallentato l’avanzata nella Città Vecchia. Ad oggi le forze dell’esercito nazionale iracheno sono rallentate dai militanti dello Stato Islamico nei pressi della Grande Moschea di al-Nuri. Si valuta che circa 300.000 persone siano ancora presenti nei quartieri della Città Vecchia di Mosul, e ciò induce ad una necessaria pazienza da parte dei militari iracheni. Tuttavia la sconfitta dei terroristi e la liberazione della Moschea avrebbe una portata simbolica enorme: proprio qui infatti nel 2014 Abu Bakr al-Baghdadi proclamava la nascita di Daesh.

Alla rallentata offensiva sul fronte Ovest, fa da contraltare una accelerazione verso la normalità nella parte Orientale della città. Secondo fonti governative irachene nell’ultima settimana circa il 90% dei rifugiati sono potuti tornare nelle loro abitazioni nella parte liberata, contraddette però dal Commissario ONU per i Rifugiati secondo cui ci sono ancora 400.000 internally displaced persons (IDP).

Resta tuttavia ancora al centro del dibattito, la prospettiva politica di un Iraq unito e compatto attorno ad un governo nazionale. In particolare sul fronte curdo, vi sono state dichiarazioni che rendono nuovamente difficile pensare ad un futuro pacifico per il Paese, anche dopo la sconfitta dello Stato Islamico. Dopo la decisione del governo regionale di Barzani di issare la bandiera curda sugli edifici pubblici nella città di Kirkuk, il consiglio cittadino si è proclamato a favore di un referendum per decidere sul suo futuro: aderire alla regione autonoma curda oppure rimanere legata a Baghdad. Le reazioni contro tale votazione non si sono fatte attendere, non solo da parte del governo centrale iracheno. Ankara e Teheran si sono prontamente dichiarate contrarie alla possibilità di una eventuale adesione di Kirkuk alla regione curda: il Primo Ministro turco Yildrim ha dichiarato che Kirkuk “è una città turkmena”. Anche l’Iran si è pronunciato contro il possibile referendum. Gli interessi iraniani riguardano innanzitutto l’accordo firmato recentemente tra Baghdad e Teheran riguardo la distribuzione del petrolio proveniente dai ricchi giacimenti della provincia di Kirkuk. Ma nel quadro politico generale, né Erdoğan né Rouhani possono permettersi un Kurdistan iracheno indipendente e forte, dal momento che sia in Turchia che in Iran vi sono delle importanti minoranze curde, che potrebbero guardare ad Erbil come a un modello di ispirazione politica.

Non a caso dopo la conclusione dell’operazione turca Euphrates Shield in Siria, in molti hanno analizzato la possibilità di un rafforzato impegno di Ankara in Iraq, con particolare attenzione nell’area di Shingal e Tel Afar, dove la presenza del Parito Curdo dei Lavoratori (PKK) pone rischi per tutti gli attori regionali. A tal proposito risuonano minacciose le parole del Presidente Erdoğan: operazioni militari nella regione non si possono infatti escludere.

Continua ad esserci grande incertezza sulla stabilità di un governo nazionale anche però internamente ai partiti politici ed alla corrente maggioritaria sciita. Tra questi occupa un ruolo prominente il leader del Supremo Consiglio Islamico Iracheno (ISCI), Ammar al-Hakim. Egli ha incontrato il Rappresentante dell’ONU Jan Kubiš, sottolineando l’importanza di evitare le divisioni e i conflitti interni; tuttavia ha anche rifiutato la proposta di per la “riconciliazione nazionale”, criticata e ritenuta inaccettabile dal partito sciita.

È proprio riguardo il dialogo tra questi due attori che si concentra la pubblicazione del Middle East Research Institute: il blocco sciita rivestirà un ruolo decisivo per una riconciliazione politica in Iraq, eppure le differenze tra al-Hakim e al-Sadr sembrano ancora una volta irrisolvibili. Alla proposta di Historical Settlement da parte del primo, ha fatto seguito la controproposta da parte del secondo di una tabella di marcia comprendente diversi punti critici. Nonostante entrambi si dichiarino favorevolmente all’unità politica del Paese, persistono dunque degli elementi di scontro. Uno di questi riguarda certamente il rapporto con Teheran: il sostegno iraniano al partito di al-Hakim è storico. Diversamente al-Sadr ha usato spesso toni aspri verso il paese vicino, ed è il primo leader sciita a pronunciarsi contro il regime di Assad in Siria, invitandolo a farsi da parte per il bene del suo popolo. Contemporaneamente però, un punto centrale del suo “roadmap”, si basa sul ritiro immediato di tutte le forze militari straniere dal suolo iracheno.

Di certo la situazione di instabilità in Iraq non si può ritenere facilitata dalla recente decisione del Presidente Trump di intervenire con decisione nel conflitto siriano. Gli attori in gioco in Siria sono gli stessi in Iraq, ed una escalation di tensione tra Washington e Teheran, che possa coinvolgere pure Ankara e Mosca, sarebbe certamente distruttiva per ogni ipotesi di tavolo di pacificazione nazionale. Ancora una volta è necessario sottolineare l’importante ruolo che Trump deve affidare al suo Segretario di Stato Rex Tillerson e alla diplomazia statunitense.

Di Adriano Cerquetti

Redazione
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