GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Il referendum in Catalogna, un precedente che preoccupa l’Europa

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Il referendum sull’indipendenza della Catalogna potrebbe costituire un efficace incentivo al rilancio di aneliti autonomisti presenti, in misura più o meno accentuata, in diverse parti d’Europa. Ragioni storiche, conflittualità e incomprensioni antiche,

specificità etniche e culturali e, talvolta, anche ingiustizie e persecuzioni, hanno determinato in alcune aree del Vecchio Continente – come, peraltro, nel resto del mondo – un forte sentimento identitario che, a volte, viene percepito quale segno di contraddizione, rispetto alla condizione di appartenenza nazionale, secondo gli assetti statuali predefiniti.   Anziché costituire una risorsa aggiuntiva della cittadinanza di uno Stato, diventa fattore di contrasto con quella stessa appartenenza.   Nella stessa Spagna fenomeni di questo tipo li troviamo anche in altre comunità regionali (baschi, galiziani), così come in Scozia, nelle Fiandre, in alcuni fermenti del nostro nord est italiano, dove, a breve, verrà celebrato un referendum per ottenere maggiore autonomia dallo Stato centrale.

Tensioni e sentimenti antichi, legati spesso a ferite profonde e dolorose, ma che devono essere ricomposti dalla politica, possibilmente quella di largo respiro, o, come si dice, con la “P” maiuscola.   E’ la politica che deve evitare il caos derivante dalla disgregazione degli Stati e dalla proliferazione dei particolarismi e conciliare la stabilità con le istanze autonomistiche.   In alcuni casi questo equilibrio è stato raggiunto con saggezza illuminata, come in quello dell’Alto Adige (ma anche delle altre regioni italiane a statuto speciale), del federalismo dei Lander, in Germania, della convivenza della comunità fiamminga e di quella vallone nel Regno del Belgio.

La composizione delle differenze etniche, linguistiche, culturali avrebbe poi dovuto trovare la sua massima realizzazione nel disegno di integrazione europea che, tuttavia, negli ultimi anni, ha mostrato qualche esitazione nella definizione della natura dell’Unione, incerta tra la fisionomia di una sorta di super stato sovraordinato ad altri stati, sia pure dotati di propria sovranità, o una federazione di stati.   In tal modo è stata sempre più percepita, anziché come ulteriore strumento di tutela e valorizzazione delle autonomie locali, in virtù del principio di sussidiarietà (a lungo si è vagheggiata l’Europa delle regioni, anche da parte dei leghisti di casa nostra), come sovrastruttura burocratica e opprimente, insensibile alle istanze legate alle peculiarità locali.

Questa sensazione ha alimentato i movimenti sovranisti, autonomisti e anti euro che tanta preoccupazione hanno suscitato negli ultimi mesi a Bruxelles e nelle cancellerie europee.     Ma ha anche attenuato la fiducia nella capacità dell’integrazione europea di favorire il superamento di alcuni momenti di più sensibile criticità tra governi nazionali e autonomie locali.   E il caso emblematico è proprio quello della Catalogna: come possono, le autorità comunitarie di Bruxelles, assistere inerti a quanto sta accadendo ?   E’ necessaria una moral suasion assai più forte ed efficace per sedare il conflitto, a fronte di due parti in causa che hanno preferito, alla fine, un muro contro muro che ha provocato ulteriori tensioni e violenze e che appare, al momento, privo di sbocchi costruttivi e rassicuranti.   Come uscire dalla crisi ? La secessione di una regione da uno Stato nazionale, in forma pacifica, può verificarsi solo in base ad un accordo, con il consenso di entrambe le parti, o grazie alla passiva desistenza dello Stato nazionale che subisce la dissociazione.   Quella tra cechi e slovacchi si rivelò certamente indolore, ma ogni caso ha una sua storia peculiare.

In quello della Catalogna l’esempio ceco appare difficilmente applicabile, le autorità di Madrid sembrano irriducibili a rassegnarsi alla perdita della regione più ricca del Paese.   Rischiando poi nuovi fermenti secessionistici, in una nazione che ancora serba in sé le ferite causate da una sanguinosa guerra civile e da una pesante dittatura che hanno lasciato inevitabilmente una lunga scia di diffidenze e conflittualità. Occorre, tuttavia, rilevare come questi quarant’anni di democrazia abbiano determinato processi di integrazione, di collaborazione e di solidarietà, uniti a momenti di crescita e di successi economici e prodotto un sistema più avanzato di decentramento e di autonomia regionale che hanno certamente contribuito ad una intensificazione dello spirito di unità nazionale.

Per questo, nel pieno rispetto degli orientamenti espressi con il referendum, trovo difficile sottrarmi alla sensazione di una certa esasperazione del dissenso degli indipendentisti, così come appare eccessiva la reazione repressiva del governo centrale.   Deve peraltro rilevarsi che se il 92% dei votanti si è espresso a favore dell’indipendenza, più della metà degli elettori catalani non ha partecipato alla consultazione.   E anche questo dato ha un suo valore e un suo significato.     L’unica via d’uscita è quindi rappresentata dall’abbandono del muro contro muro e degli atteggiamenti muscolari e dal ritorno alla “Politica”, al negoziato, con il supporto, finalmente, delle autorità dell’Unione Europea, per arrivare ad una forma più avanzata di statuto autonomo della Generalitat e ad una ripartizione dei poteri più aderente alle specifiche esigenze di una popolazione che, per ragioni storiche, si sente nazione.

 

di Alessandro Forlani

Il Regno Unito, dopo le elezioni che non rafforzano la May

EUROPA di

Il ricorso alle elezioni anticipate, per la premier britannica Theresa May, si è rivelato un boomerang.   Il 18 aprile aveva annunciato la sua decisione sul voto, nonostante la legislatura fosse iniziata soltanto due anni fa e i Tories avessero ancora numeri sufficienti per governare, proprio nell’intento di ottenere una maggioranza ancora più ampia che le consentisse di affrontare il negoziato di uscita dall’Unione Europea in una posizione più forte, per ottenere condizioni più favorevoli.   Ha ottenuto, invece, un risultato esattamente contrario.   I Tories hanno vinto, sì, ma di stretta misura e senza ottenere la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Comuni. Né possono contare, al momento, su un possibile sostegno dei liberaldemocratici – di cui a suo tempo si era giovato Cameron – che hanno visto aumentare i propri seggi, ma non sembrerebbero più disponibili ad un’alleanza con i Tories.

May si trova oggi con una maggioranza relativa che, teoricamente, non le consentirebbe di governare e anche se qualche alchimia parlamentare rendesse possibile l’insediamento di un nuovo esecutivo a guida Tory, questo sarebbe probabilmente soggetto a continui e stringenti condizionamenti parlamentari e dovrebbe sottoporsi a frequenti ed estenuanti negoziazioni interne, anche per la definizione di termini e condizioni delle trattative “esterne” per l’uscita dall’Unione Europea.   E quest’ultimo negoziato appare, già di per se stesso, assai complicato, considerando l’atteggiamento in qualche modo “risentito” ” – in termini politici, naturalmente – che Brexit sembra, talvolta, aver suscitato nei vecchi partners europei e nelle leadership di Bruxelles.

Quindi la May si verrebbe a trovare, di fronte alle autorità dell’Unione Europea e ai governi dei paesi membri, proprio nella condizione opposta a quella vagheggiata, al momento di decidere il ritorno alle urne. Una condizione di complessiva debolezza, con margini limitati di discrezionalità politica, tanto nei confronti degli ex partners europei, tanto di fronte all’opinione pubblica di casa sua, spaccatasi prima sulla Brexit e ora sulle consultazioni politiche.   Il voto si è svolto, peraltro, in un’atmosfera di tensione e preoccupazione innescata dalla vittoria della Brexit stessa nel referendum di un anno fa e dai recenti drammatici episodi di terrorismo che hanno colpito il Paese.

Lo psicodramma indotto dalla storica decisione popolare di abbandonare l’Unione Europea si rivela tuttora incombente e alimenta le incognite sui destini economico-finanziari del Paese e, più in generale, sul suo ruolo futuro nello scacchiere internazionale e nei rapporti con l’Unione Europea.   Permane, probabilmente, in larga parte dell’opinione pubblica, la sensazione del salto nel buio, di un azzardo che, ancorché agevolare la soluzione dei nodi più insidiosi, abbia posto il Paese di fronte a nuove sfide e nuove insidie.    Ed è su questo scenario di persistente attenuazione di equilibri e di certezze che è calato di nuovo, sul Paese e sulla sua Capitale, l’incubo della minaccia terroristica e della sfida dell’estremismo fondamentalista, riflesso dei tormentati conflitti mediorientali, ma anche delle insufficienze rivelate dai processi di integrazione delle comunità di immigrati di più generazioni.

In questo scenario, tra i più cupi nella storia recente dell’isola che in passato ha esercitato un ampio dominio sui mari e su molte popolazioni del mondo, la risposta del Paese all’appello del Primo Ministro ad una investitura popolare che ne consolidasse la delicata missione si è rivelata alquanto tiepida, confermando la condizione di netta frattura politica, già evidenziata dal voto su Brexit.   Anzi, forse il trauma della Brexit ha alimentato la freddezza verso la leadership della May che, dopo un tiepido consenso al “remain” durante la campagna referendaria, è ora decisa fautrice di una “hard Brexit”.

In un’epoca di pesanti incognite sul fronte dello sviluppo economico, della conservazione del welfare e delle diseguaglianze sociali, il rischio di desertificazione della City e di perdita di quel ruolo di massimo crocevia della finanza internazionale rappresentato da Londra, ha indotto parte della popolazione e molti giovani, in particolare, a rifuggire quell’attrazione dell’euroscetticismo che nel Regno Unito sembrava irresistibile e riscoprire quelle istanze di solidarietà e di condivisione che sembrano incarnate proprio dal principale avversario della May, il leader laburista Jeremy Corbyn. Con il suo programma, nettamente distinto e contrapposto a quello conservatore,   che segna una sorta di discontinuità rispetto alla linea tendenzialmente centrista dei laburisti, inaugurata da Blair negli Anni Novanta, Corbyn rilancia i temi originari della sinistra radicale, propugnando la nazionalizzazione delle imprese operanti in determinati settori di pubblico interesse (energia e trasporti), l’imposta patrimoniale sui grandi redditi, imposte più alte per le società e pesanti stanziamenti per la spesa sociale e per l’edilizia popolare.

Particolare attenzione ha suscitato nei giovani, in particolare, il proposito di questo “New Old Labour” di eliminare la retta per l’iscrizione all’Università e ridurne comunque i costi assai elevati.   Questo programma ha consentito al partito di Corbyn di recuperare terreno, rispetto ai Tories, nei sondaggi delle ultime settimane che hanno preceduto il voto.     Il risultato elettorale però ha superato i sondaggi più favorevoli al Labour, piazzandolo due punti di percentuale al di sotto dei conservatori.   Il recupero, realizzatosi in seguito alla divulgazione di un programma che potremmo definire, appunto, di sinistra radicale, può ritenersi rivelatore di una diffusa stanchezza del Paese, rispetto alle politiche di questi anni e, in particolare, all’involuzione indotta dalla Brexit che a molti settori della società e, in particolare, ai giovani, è apparsa come un fenomeno di retroguardia e di potenziale decadenza.

Il risultato deludente della May, il sensibile incremento di un Labour tornato su posizioni di sinistra tradizionale, l’avanzata dei liberali – come Corbyn, contrari alla scelta del “leave” -, il totale insuccesso dell’UKIP, il partito che dell’uscita dall’Unione aveva fatto la sua ragion d’essere, evidenziano una ricerca di certezze, di soluzioni positive, di costruzione di un futuro che non possa esaurirsi nei muri, nelle regressioni, nelle discriminazioni, nelle chiusure.   Il voto evidenzia un’aspirazione a riforme migliorative ed inclusive che garantiscano un futuro ed esorcizzino gli incubi dello scenario presente.   Non sappiamo se le ricette prospettate dal New Old Labour siano quelle risolutive per il Paese, ma almeno hanno suscitato delle speranze in aree sfiduciate del tessuto sociale.

Si pone ora un serio problema di governabilità.   Theresa May ha voluto le elezioni per trattare una “Hard Brexit”, per la quale si sentiva troppo debole e precaria con i suoi 15 deputati di maggioranza.   Ora non ha più nemmeno una maggioranza parlamentare. Difficilmente potrà insistere per una “Hard Brexit”.     La mancata acquisizione di quella maggiore legittimazione popolare per una dura trattativa dovrebbe spingere la leader ad un negoziato che prescinda da atteggiamenti rivendicativi o di rivalsa, o da striscianti risentimenti ed ostilità – e questo vale, naturalmente, anche per le controparti di Bruxelles, che, a volte, tradiscono un’inutile e controproducente “reattività”, nei confronti degli ex partners che hanno dato forfait (per ora) dal disegno europeo – ma persegua un accordo equo che, comunque, garantisca libero scambio e cooperazione sui grandi temi della sicurezza, delle migrazioni, della formazione e della cultura, senza inutili e anacronistiche penalizzazioni, dall’una e dall’altra parte, lasciando che la grande isola continui a rappresentare un’opportunità per tanti cittadini del continente e non solo e l’Europa, nel suo complesso, resti anch’essa un’occasione preziosa per i cittadini britannici.

Brexit, quale Europa ci Attende dopo l’uscita della Gran Bretagna

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Ne parliamo nella terza puntata di “Area di Crisi” con l’avvocato Alessandro Forlani.

Durante la campagna elettorale del 2015 l’ex premier David Cameron ha inserito nel suo programma la possibilità di indire un referendum con cui gli inglesi potessero esprimersi sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea.

Al referendum il  51,9 per cento dei britannici, ha detto sì all’uscita dall’Unione Europea e si è dato avvio alle pratiche.

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Con il  voto di 8 giudici su 3, la Corte Suprema ha deciso il  necessario  voto della camera dei Comuni e della camera dei Lord che ha approvato a larghissima maggioranza  il testo di legge presentato dal neo governo conservatore di Theresa May.

Ma Prima di dare avvio ufficialmente al divorzio,  il Parlamento dovrà ratificare l’esito del referendum, solo dopo potranno iniziare i negoziati a Bruxelles ma già da ora molti si interrogano su quali potrebbero essere gli esiti di questo divorzio.

“Area di crisi” è un settimanale di approfondimento di
EUROPEAN AFFAIRS MAGAZINE
www.europeanaffairs.it

Conduce Alessandro Conte

Redazione
Aurora Venia
Giovanna Ferrara
Giorgia Corbucci

Produzione
Regia : Tino Franco
Post Produzione : Daniele Cerquetti
Riprese: Nel Blu Studios

Autore: Alessandro Conte

Turchia:  dopo il tentato  “golpe”, le prospettive politiche

EUROPA di

Le conseguenze del fallito colpo di Stato in Turchia suscitano pesanti interrogativi sul futuro di quel grande paese, sul piano interno e internazionale.   L’azione di destabilizzazione è stata stroncata in poche ore, ma ha prodotto effetti particolarmente cruenti, con 271 morti.    Le sue dinamiche e il suo rapido fallimento hanno evidenziato limiti organizzativi sensibili e carenze e approssimazioni nell’attuazione del piano.

Buona parte delle alte sfere delle forze armate sono risultate estranee al tentato golpe, condannato da larga parte dell’opinione pubblica e dalla stampa che hanno espresso piena solidarietà e sostegno al Presidente Erdogan.    Le stesse opposizioni parlamentari hanno preso nettamente le distanze dall’iniziativa eversiva, pur esprimendo caute preoccupazioni sulla reazione repressiva posta in essere dal governo.  Almeno 70.000 sospensioni dal lavoro o dalle cariche, circa 18.000 arresti, passaporti ritirati, sanzioni e misure cautelari assunte con criteri che appaiono fin troppo generalizzati e indiscriminati.

Troppe persone sono state colpite in pochissime ore e pochissimi giorni – con modalità talvolta raccapriccianti, per gli aspetti degradanti e lesivi della dignità umana – perché sospettate di collusione con la fallita cospirazione.

Difficile evitare, quindi, almeno il sospetto di una resa dei conti generalizzata, a prescindere dalle responsabilità, in ordine al tentato putsch.    E da tempo, peraltro, gli osservatori più attenti segnalano ombre e ambiguità nel regime guidato dal leader dell’AKP, il partito per la Giustizia e per lo Sviluppo, affacciatosi sulla scena politica come promotore di un islamismo moderato e democratico, aperto all’Occidente e alla prospettiva di integrazione nell’Unione Europea.    Questa linea è stata poi ribadita dal suo leader Erdogan, dopo la prima vittoria elettorale del 2002 e l’insediamento come Primo Ministro nel 2003 (dal 2014 è Presidente della Repubblica, eletto dal popolo, dopo l’introduzione dell’elezione diretta).   L’AKP ha cercato di apparire, fin dall’inizio, come il baluardo della moderna democrazia liberale nel Medio Oriente.    Ma sull’indirizzo politico impresso dalla leadership di Erdogan, negli ultimi tre lustri, affiorano, da anni, fondate perplessità, in considerazione delle repressioni e dei processi a carico di dissidenti e cronisti, delle persistenti penalizzazioni dell’etnia curda, delle ribadite posizioni negazioniste sul genocidio armeno, dei violenti interventi della polizia nei confronti dei manifestanti di Piazza Taksim, nel 2013, delle ambiguità evidenziate nel contrasto della minaccia Isis.   All’immagine di baluardo ed esempio di democrazia e di modernità nel Medio Oriente, si è gradualmente sostituita quella di un aspirante sultanato, con connotazioni di inquietante autoritarismo.   Un’immagine che trova conferma nelle drastiche misure repressive assunte dopo il golpe, nella tentazione di ripristinare la pena di morte, nell’atteggiamento di sfida assunto nei confronti degli alleati occidentali (Europa e Stati Uniti).   Non è semplice, al momento, cogliere le motivazioni di scelte e posizioni così drastiche ed estreme.

La Turchia è collocata in un’area investita da conflitti e tensioni che rendono il ruolo del Paese particolarmente strategico, ai fini della composizione degli stessi e, al tempo stesso, espongono la nazione al continuo rischio di subirne i riflessi, in termini di stabilità e di sicurezza.    Alle porte c’è la complicata guerra civile siriana, anzi siro-irachena e l’assedio alla roccaforte del Califfato, ormai in evidente affanno.

Un conflitto dalle imponenti conseguenze in termini di barbarie, devastazioni, pulizia etnica e migrazioni di massa, che deve essere superato al più presto, per fermare la catastrofe umanitaria.  Alla realizzazione di questo intento non può mancare il contributo di una nazione come la Turchia, per la sua posizione geografica, la sua forza militare, il ruolo politico rivestito nello scacchiere mediorientale.

Negli ultimi tempi, prima del golpe, Erdogan si era mostrato, dopo le iniziali ambiguità, più collaborativo nei confronti di Usa e Russia, nella lotta contro lo Stato Islamico e aveva ristabilito relazioni più distese con gli israeliani.   Con l’UE aveva concluso il noto accordo sui flussi migratori, in grado di alleggerire la pressione verso l’Europa stessa delle moltitudini in fuga dai conflitti.   Ora però il Presidente appare sempre più solo nello scenario internazionale, le repressioni indiscriminate e brutali, tipiche dei regimi totalitari e le dure polemiche contro Stati Uniti ed Europa provocano il suo crescente isolamento.   Forte nel Paese, sostenuto ancora dai mezzi di informazione e dai militari rimasti in servizio, con un consenso popolare forse addirittura più esteso, dopo la tentata deposizione, rischia di diventare il classico “paria”, tra i grandi della Terra.  E’ vero, l’Europa ha bisogno di lui per i migranti, Usa e Russia forse non possono prescinderne, ai fini di un efficace contrasto del Califfato, ma tirando troppo la corda sui diritti umani e sulle accuse agli alleati (di scarsa solidarietà agli europei, addirittura di complicità con i golpisti agli americani), la collaborazione potrebbe diventare troppo imbarazzante per gli occidentali.   E la stessa appartenenza alla Nato potrebbe essere messa in discussione.

Quindi la deriva intrapresa tende a provocare seri rischi di isolamento e incrinare, nel corso del tempo, anche quel consenso di cui ancora può giovarsi il Presidente, nel popolo, nei media e nelle forze armate, potenziando il dissenso di quei partiti minoritari che oggi appaiono deboli, irrilevanti e intimiditi, ma potrebbero crescere, se si sviluppasse l’esigenza di un’alternativa a un regime sempre più oppressivo ed autoritario.   Regime che, accentuando questi aspetti, potrebbe provocare l’allontanamento di turisti e investitori, con conseguenti penalizzazioni economiche per il Paese, considerando che proprio l’economia viene ritenuta il fiore all’occhiello di Erdogan, sotto i cui governi il benessere dei ceti medi sarebbe cresciuto e si sarebbe registrata una migliore distribuzione della ricchezza.

Di fronte a sé il Presidente ha una sola prospettiva ragionevole: l’inversione di rotta, il ripristino delle garanzie e delle libertà proprie di uno Stato di diritto e la distensione nei rapporti con gli alleati americani ed europei.    Tentando di nuovo di pervenire agli accordi di pace con i curdi e collaborando con gli alleati nella lotta al terrorismo del Califfato e nella ricerca di una soluzione politica per la vicina Siria, la cui deflagrazione minaccia la stabilità di tutta l’area e anche della Turchia.

 

 

BREXIT, The day after

EUROPA di

Il voto sulla Brexit del 23 giugno costituisce una sorta di elettroshock nel processo di integrazione europea, che, sia pure tra rallentamenti, stop and go e sensibili contraddizioni, non ha mai smesso di procedere verso gli obiettivi fissati dai padri fondatori.   Questo complesso cammino aveva subìto già un vulnus di una certa rilevanza, con la mancata approvazione del Trattato Costituzionale di Roma, nei referendum popolari di Francia e Paesi Bassi della tarda primavera del 2005. Parziale rimedio fu costituito, poi, dal Trattato di Lisbona del 2007.

Ma questa volta gli effetti, politici, prima ancora che economici o giuridici, appaiono ancor più dirompenti.

Per la prima volta, uno Stato sovrano lascia l’Unione.   Una possibilità contemplata dall’ordinamento comunitario, ma finora mai sperimentata, tanto che si era ormai ingenerata una sensazione di irreversibilità della scelta di adesione di un singolo paese. E parliamo poi, nel caso di Brexit, di un paese importante, una grande potenza.   Oltre quarant’anni fa, pochi giorni prima di un altro referendum britannico, quello del 5 giugno 1975, indetto per convalidare o annullare l’allora recente adesione alla Comunità Europea, Alberto Ronchey, sul Corriere della Sera (31 maggio 1975), sottolineava come al di fuori di quello che allora si chiamava il MEC, l’Inghilterra era “un mercato angusto, un muro tariffario la separava dell’Europa” e come versasse in quel momento nella crisi economica peggiore degli ultimi trent’anni, da quando cioè aveva vinto la guerra, ma perduto il suo Impero coloniale.   Dopo trent’anni di faticosa transizione dall’economia imperiale a quella competitiva, i fautori dell’ingresso nella Comunità si aggrappavano all’opzione europea come a un’ancora di salvezza, confidando nella stessa – rilevava sempre Ronchey – come “garanzia contro l’isolamento fra i grandi mercati” e di recupero di slancio competitivo.   E ancora oggi, gli operatori economico-finanziari credono all’Europa come ineludibile opportunità per il Regno, come ha dimostrato la decisa opzione anti-Brexit dell’establishment e degli ambienti della City.

Ma nella popolazione sono prevalsi gli impulsi di fuga, di isolazionismo, di recupero della piena sovranità nazionale, nonostante tutti gli appelli degli europeisti e del premier Cameron che evocavano i rischi di regressione in termini di opportunità, di formazione dei giovani e di welfare.     Difficile, dunque, cogliere le motivazioni della vittoria di “leave”, in presenza di tante controindicazioni e senza grandi vantaggi evidenti.   Si avverte la sensazione di un disagio profondo, di una sfiducia crescente, di una mancata immedesimazione nel disegno europeista che ha radici psicologiche ed emotive, ma non per questo meno importanti e meritevoli di un’analisi attenta.   Uno stato d’animo che non investe soltanto quella che è stata per secoli la più prestigiosa potenza marittima e commerciale, ma pervade tutta l’area comunitaria, paesi con storie e tradizioni molto diverse e con diversa “anzianità” di appartenenza all’Unione, o alle comunità che l’hanno preceduta.   L’esito del voto costituisce un campanello d’allarme, rispetto a un’insofferenza diffusa nei confronti del disegno di integrazione, non tanto sotto il profilo dell’ideale, quanto rispetto al concreto svolgimento storico del disegno stesso, almeno con riguardo agli ultimi quindici-venti anni.

Una progressiva insoddisfazione che ha ingenerato diffidenza anche nelle forze tradizionalmente favorevoli all’Europa e ha alimentato la diffusione di movimenti contrari all’integrazione, incrementandone i consensi.   Burocratizzazione delle istituzioni di Bruxelles, direttive troppo invasive e vincolistiche, percepite come eccessive compressioni delle sovranità nazionali (di prassi ormai, la giustificazione di politici di livello nazionale, rispetto a misure contestate o impopolari: “ce lo chiede l’Europa !!”), oneri spesso ritenuti difficilmente sostenibili per i singoli paesi membri.   A fronte di tutto questo, l’incapacità e l’inconcludenza, rispetto ai temi che veramente, nell’immaginario collettivo, dovrebbero ascriversi alle competenze di istituzioni comunitarie sovranazionali, come la politica estera, la sicurezza, la difesa comune, le politiche sui flussi migratori, il completamento dell’unione bancaria e la garanzia sui depositi.   Carenze, esitazioni, divisioni e contraddizioni, coperte da reiterate ed estenuanti riaffermazioni retoriche sempre meno convincenti, che hanno smorzato nei cittadini europei l’ideale comunitario e offerto nuove motivazioni a quelle forze populiste e nazionaliste. Motivazioni che i vertici europei hanno a lungo sottovalutato o evitato di approfondire tempestivamente. Le forze antieuropee ora raddoppiano il loro vigore, chiedono nuovi referendum, cercano di solcare tempestivamente la scia lasciata dalla svolta britannica.

Dalla Francia, dove riprende vigore il lepenismo, dopo la sconfitta nelle elezioni regionali, in vista delle politiche del prossimo anno, ai Paesi Bassi, fino all’Ungheria di Orbàn, alla Polonia guidata dal partito di Kakzynski, alle repubbliche ceca e slovacca.   Con l’incognita delle imminenti elezioni in Spagna e gli entusiasmi emulativi di Salvini a casa nostra.   Emerge poi prorompente il destino della Scozia, in cui prevale l’opzione europea e si profila dunque un contrasto che investe il tema dell’unità del Regno. La risposta dei fautori dell’Europa deve mostrarsi equilibrata, scevra di animosità verso gli “uscenti” – e questo mi è parso emergere dalla dichiarazione congiunta rilasciata, a caldo, dai presidenti delle quattro istituzioni centrali europee – univoca nelle finalità e nelle priorità.     E soprattutto la palla deve essere rimessa in campo dai paesi fondatori, cui spetta, moralmente, l’indicazione di un nuovo percorso, più bilanciato sull’integrazione politica, sulla coesione sociale, sulla solidarietà e la crescita, sul superamento delle diseguaglianze

Brexit: un test sull’Europa?

EUROPA/POLITICA di

La campagna già intensa ed accesa sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea ha assunto connotati di cupa tragedia, con il barbaro delitto di cui è rimasta vittima la giovane deputata laburista ed europeista Jo Cox.   Il sangue innocente di una coraggiosa paladina dell’ideale europeo alimenta, da un lato, la carica emotiva che accompagna la consultazione referendaria, dall’altro dovrebbe indurre i sostenitori delle opzioni contrapposte a recuperare serenità di analisi e di giudizio.   Credo che, innanzitutto, debba essere sgomberato il campo dalle tinte fosche e dagli atteggiamenti ritorsivi che, pure, hanno contrassegnato, in ambito internazionale, la polemica sulla Brexit.

Come ci ha recentemente ricordato un esperto del calibro di Enzo Moavero Milanesi (Corriere della Sera del 17 giugno scorso), la Gran Bretagna ha sempre rivestito una sorta di “status” particolare, all’interno dell’Unione Europea.   Patria dell’euroscetticismo, è rimasta fuori dall’Unione monetaria, dal sistema Schengen sulla libera circolazione, da taluni vincoli in materia di diritti fondamentali e di giustizia. La sua resistenza alle forme più stringenti di integrazione non le ha tuttavia impedito di concorrere ai notevoli passi in avanti compiuti dai paesi europei nella prospettiva dell’unione politica, nell’ultimo quarto di secolo. E, come la campagna referendaria ha reso evidente, buona parte della sua popolazione, che forse giovedì si rivelerà la maggioranza, crede nella prospettiva dell’integrazione europea.   Pur dosando con attenzione il suo consenso, rispetto alle decisioni comuni e caratterizzandosi, in genere, nel contrasto delle politiche più restrittive delle sovranità nazionali, la Gran Bretagna partecipa alla politica estera e di sicurezza dell’Unione e costituisce una risorsa essenziale, ai fini di consolidare il ruolo dell’Europa nei delicati scenari globali.   Trovo dunque condivisibili gli appelli diffusi contro l’opzione Brexit, ma non gli accenti vagamente ritorsivi ed intimidatori che sembrino precludere nuovi accordi e trattati con il Regno Unito o gravi ripercussioni economiche e commerciali.

Proprio così si rafforzano nell’opinione pubblica britannica, a mio giudizio, le inclinazioni più ostili all’Europa.   Come rileva puntualmente Moavero nell’articolo citato, in caso di vittoria dei fautori della Brexit, la successiva adesione del Regno Unito allo Spazio Economico Europeo (SEE) e la rinnovata sottoscrizione degli accordi commerciali di cui ora è parte, quale membro UE, attenuerebbero sensibilmente i rischi di ricadute economiche negative.   Ancorché drammatizzare e intimidire, occorrerebbe sottolineare gli effetti benefici della permanenza del Regno nell’Unione.   Per l’uno e per l’altra.   Perché, se è vero, come ha rilevato il premier Cameron, che il suo paese perderebbe taluni benefici e opportunità – soprattutto in termini di welfare -, è altrettanto vero che, per la prima volta, in caso di Brexit, un Paese membro lascerebbe l’UE, creando un precedente che potrebbe rivelarsi contagioso.

In uno scenario in cui si rafforzano i populismi e i neonazionalismi antieuropei e sembra crescere l’insofferenza verso vincoli e oneri derivanti dall’appartenenza all’Unione – basti pensare al tema della gestione dei flussi migratori – si potrebbe innescare una deriva disgregativa dagli esiti imprevedibili.   Ci ritroveremmo un’Europa “a porte girevoli”, in cui si entra e si esce, a seconda delle opportunità e del gradimento delle politiche comunitarie.   Tale condizione favorirebbe, forse, la tendenza a promuovere le cosiddette “cooperazioni rafforzate” e a stimolare nuclei ristretti di paesi di più sicura “osservanza” europeista a realizzare modelli di più stringente integrazione, soprattutto su temi centrali, sotto il profilo politico, come le relazioni internazionali, la sicurezza e la difesa, i flussi migratori, la giustizia, i diritti civili, il welfare. Ma le “porte girevoli” determinerebbero anche una condizione di permanente precarietà del processo di integrazione, la possibilità di disertare in qualsiasi momento le intese intercorse e le obbligazioni assunte, poteri decisionali sempre più sbilanciati a favore degli Stati nazionali – , pronti magari a minacciare l’uscita, in caso di dissenso dalle politiche comuni – rispetto a quelli delle istituzioni comunitarie.

In definitiva, un cammino più incerto e discontinuo che potrebbe allentare il vincolo tra i paesi membri e indurre una condizione di complessiva debolezza dell’Europa nel suo complesso e, forse, dell’intero occidente, rispetto ai giganti emergenti, in particolare la Cina, come ha rilevato in questi giorni il Premio Nobel Shimon Peres.   Più che a un modello di federazione politica, rischieremmo di tendere verso quello della CSI, sorta per conservare una solidarietà tra le repubbliche ex sovietiche e ben lontana, nel suo concreto sviluppo storico, dal disegno di integrazione dei padri fondatori dell’Europa comunitaria.   Per questo il referendum su Brexit, nell’immaginario collettivo, al di là del quesito in se stesso, ha ingenerato la sensazione di una sorta di giudizio universale sulla tenuta dell’Unione.

Libia: Massolo, necessaria azione politica a guida internazionale

EUROPA di

Queste le conclusioni del convegno “Il conflitto in Libia e la stabilità del Mediterraneo: strategie interne ed esterne”

“Agevolare la costituzione di un governo sentito come proprio dai libici stessi”, “lavorare con le fondamenta di questa società, ovvero le tribù” e “limitare le attività migratorie e di tipo terroristico”. Con queste frasi, pronunciate a conclusione del proprio intervento dall’Ambasciatore Giampiero Massolo, Direttore Generale del Servizio Informazioni per la Sicurezza, si possono riassumere le conclusioni del convegno “Il conflitto in Libia e la stabilità del Mediterraneo: strategie interne ed esterne”, organizzato dal Centro Studi Roma 3000 e svoltosi presso il Circolo Ufficiali Forze Armate a Roma giovedì 23 aprile. Ad aprire i lavori è stato lo stesso presidente del Centro Studi Alessandro Conte, mentre gli intervenuti al dibattito sono stati Pino Scaccia, giornalista e già inviato del Tg1, Andrew Spannaus, analista di politica internazionale e Direttore di Transatlantico, Alessandro Forlani, ex parlamentare e Presidente della Commissione Studi di Geopolitica del Centro Studi Roma 3000. A moderare la discussione, Francesco De Leo, giornalista e Direttore di Oltreradio.

La necessità di una soluzione politica e non militare è stato il leitmotiv che ha contraddistinto gli interventi. Nella parte dedicata al “Mediterraneo e le sfide alla sicurezza”, l’Ambasciatore Giampiero Massolo ha delineato un nuovo quadro geopolitico per gli Stati africani e mediorientali: “In termini di sicurezza, si sono moltiplicate le zone fuori controllo: i confini da stato a stato sono divenuti porosi, i gruppi armati si sono moltiplicati, è avvenuta una commistione tra attività criminale e attività terroristica. Questo ha portato a due conseguenze. Per prima cosa – prosegue -, la regionalizzazione di Al Qaeda, ancora più parcellizzata dalla nascita delle varie Ansar locali. In più, con la cronicizzazione dei conflitti in aree come Iraq e Siria, è venuto fuori il Daesh, conosciuto come Isis, un’organizzazione che ha avuto l’ambizione, fin da subito, di farsi Stato o, meglio, Califfato. È una minaccia nuova perché è una sfida asimmetrica, che vede un’organizzazione contro organismi statuali già esistenti, e al contempo simmetrica, dato che, avendo l’ambizione di divenire Stato, riceve finanziamenti e commercia petrolio. Inoltre, è un’organizzazione che è riuscita ad utilizzare a proprio vantaggio il nostro modello di propaganda mediatica e marketing”.

Per capire il caso e caos libico, occorre un’analisi globale del mondo islamico e una distinzione tra lotta per il predominio nel contesto sunnita e quella tra gli stessi sunniti e gli sciiti. Partendo da questo assunto, “la Libia – afferma il Direttore Generale del Servizio Informazioni per la Sicurezza – si inserisce in un contesto emblematico per tre motivi. Il primo è che il luogo dello scontro tra gli Stati che concepiscono l’Islam come politico (Qatar, Turchia) e Stati che non hanno questa visione (Egitto, Arabia Saudita). Il secondo riguarda lo scenario interno, ovvero prendere in considerazione non solo le tribù, ma anche nuove formazioni, come le milizie di Misurata, nel futuro assetto politico del Paese. Il terzo, infine, il conflitto terroristico, in cui i protagonisti sono lo Stato Islamico e Ansar Al-Sharia. Senza considerare questi tre livelli, rischiamo di travisare il fenomeno Libia”, conclude l’Ambasciatore Massolo.

Nell’analisi sulla “Libia, prima e dopo Gheddafi, le responsabilità occidentali nell’islamizzazione dell’area”, Pino Scaccia tratteggia, in qualità di testimone sul campo, i tratti salienti della parte finale del regime del Colonnello: “Fino a quando Gheddafi è rimasto al potere, la Libia è sempre stato un Paese laico e, anche se la gente non navigava nell’oro, non c’era disperazione. Tuttavia, esisteva il problema delle risorse: infatti, la rivalità storica tra Cirenaica e Tripolitania era acuita dal fatto che la prima avesse le risorse petrolifere, ma era la seconda a dettare legge in campo economico”.

E ancora: “Sono stato ospite cinque volte di Gheddafi. Nel suo ultimo periodo, aveva riacquistato credibilità internazionale ed era riuscito a rilanciare il turismo grazie anche all’aiuto degli americani. In più, non si faceva più chiamare “colonnello”, ma “fratello leader”. Quando gli chiedevo cosa significasse per lui la democrazia e come mai, nonostante parlasse di una Libia libera, il popolo non votasse mai, egli rispondeva che non ce n’era bisogno, che era lui stesso a consultarsi con i cittadini prima di prendere una decisione. Ovviamente, era tutto una farsa”.

La rivolta del 2011, responsabile della caduta del Rais, è stata di fatto pilotata: “La rivolta è montata nel giro di un anno – dichiara il cronista -. Muri El Mishari, Generale dell’esercito a capo del cerimoniale, è stata la carta vincente per i francesi. Egli si è recato a Parigi nell’ottobre 2010, un anno prima dell’uccisione di Gheddafi, dicendo di dovere fare delle cure mediche: in realtà, non si è più spostato da lì e ha poi condotto la rivolta dall’esterno”.

“Gli Shabab (“giovani”) – prosegue – non avevano i mezzi sufficienti a condurre in porto la rivoluzione e a sconfiggere il regime di Gheddafi: essi ci sono riusciti perché dietro avevano già i jihadisti e i servizi segreti di tutto il mondo. Di fatto, la rivolta è stata guidata dall’Emiro del Qatar, il quale aspira alla creazione di un grande soggetto statuale islamico, e supportata dall’Occidente. A fronte dei 1000 morti che vedevo nel telegiornale, a Bengasi non c’erano spari: questa dicotomia è stata architettata da Al Jazeera, network qatariota, responsabile di avere costruito la rivolta a tavolino. Inoltre, Sarkozy ha voluto probabilmente iniziare la guerra per evitare che si venisse a sapere che Gheddafi era stato uno dei finanziatori della sua campagna elettorale”.

Adesso, la Libia si configura come un rebus per la comunità internazionale, in special modo per l’Italia. Alla minaccia terroristica, le cronache dell’ultimo mese raccontano di un esodo migratorio imponente proveniente da Tripoli e al quale era stato posto rimedio dal “Trattato di Amicizia” tra Italia e Libia, siglato da Berlusconi e Gheddafi: “Quell’accordo è stato spazzato via dalla rivoluzione del 2011 – afferma Scaccia -. Allo stato attuale, non sono a favore di interventi militare o di blocchi navali. L’unica soluzione possibile è un accordo politico con la Libia, ma la sua instabilità istituzionale complica notevolmente questa prospettiva”, conclude l’ex inviato del Tg1.

Nell’analisi della “Libia tra alleanze regionali ed equilibri geopolitici globali”, Andrew Spannaus tratteggia due modus operandi all’interno della comunità internazionale: “Il primo al fianco dei gruppi estremisti, il secondo favorevole all’unità del Paese ed contro i jihadisti. Nel 2010, Parigi diviene la cabina di regia dove viene organizzata la rivolta libica. Anche Obama prende parte al conflitto, convinto dal “right to protect” portato avanti da una parte della sua Amministrazione democratica, e sostenuto da Hillary Clinton. La decisione d’intervenire, benchè la risoluzione 1973 delle Nazione Unite parli di “no fly zone” in Libia, è andata di fatto contro la Costituzione statunitense perché si è trattata di un’azione di guerra di cui non è stato chiesto il permesso al Congresso”.

Il Direttore di Transatlantico delinea le differenti politiche internazionali in gioco: “La politica estera di Obama ha cambiato direzione dopo i casi Siria, dove l’eliminazione di Assad non è più una priorità, e Iran, con il quale è stato sottoscritto l’accordo sul nucleare. Sul fronte arabo, invece, c’è la volontà dell’Arabia Saudita di creare un’unione transnazionale sunnita in chiave anti Iran. Al contempo c’è l’Egitto, partner dei sauditi, che si è messo in una situazione particolare dopo la decisione di Al Sisi di bombardare subito i Fratelli Musulmani. Questo ha causato malumori presso la comunità interazionale. Le Nazioni Unite, infatti, vorrebbero creare una grande alleanza internazionale, mentre l’azione militare egiziana va in direzione opposta”.

Nella prospettiva di un intervento guidato dall’Onu dobbiamo “saper distinguere e poterci fidare dei diversi gruppi con cui siamo chiamati ad interagire e a chi o cosa sono legati. Questo è un grosso ostacolo al nostro intervento in Libia per riportare stabilità. In più, nel mondo cresce il numero dei Paesi che vogliono collaborare con i Brics perché non si fidano più dell’Occidente. Questa nuova condizione potrebbe delinearsi come un’occasione per Stati Uniti ed Unione Europea”, precisa Spannaus.

Le conclusioni dei lavori, affidate alle parole dell’ex parlamentare e presidente della Commissione Studi di Geopolitica Alessandro Forlani, riguardano il possibile piano d’azione odierno, ma anche le lezioni che possiamo trarre dal passato: “Io, visto la generazione a cui appartengo, non ho un ricordo favorevole di Gheddafi. Dall’espulsione traumatica di molti connazionali non militari, passando per gli attentati e le uccisioni a Roma dei dissidenti, fino ad arrivare al caso di Ustica e alle incursioni economiche nelle nostre industrie e partecipate statali. Tuttavia, questo era un regime di enorme importanza strategica per l’Italia: basti pensare, ad esempio, all’Eni, arrivata in Libia prima che il Rais salisse al potere”.

“È evidente – ribadisce l’Onorevole – che sia avvenuta una forzatura nella ribellione del 2011 per indurre le potenze occidentali ad intervenire. Il caso libico, così come l’Iraq, ci insegna che l’abbattimento di una dittatura, mediante l’intervento della comunità internazionale, deve portare con sé la previsione di un nuovo gruppo dirigente che sostituisca il vecchio regime. È chiaro che i due governi presenti adesso non esauriscono le componenti politiche e tribali del Paese. La Libia è uno Stato disgregato che sta purtroppo seguendo le orme della Somalia”.

Il contesto politico-istituzionale libico pongono l’Italia e l’Unione Europea di fronte ad una sfida complicata: “L’Europa deve mettere in campo un apparato repressivo, sul modello di quanto avvenuto con la pirateria, e un piano di aiuti verso i rifugiati. Tuttavia, questi tipi di intervento possono essere fatti solo se dall’altra parte c’è un interlocutore istituzionale chiaro e affidabile. Va rafforzata, quindi, l’azione portata avanti in questi mesi da Bernardino Leon per la costituzione di un governo di unità nazionale. Il processo di un accordo tra le diverse componenti del mondo islamico e della comunità internazionale sarebbe necessario, ma richiede troppo tempo. Fino da oggi ritengo che sia necessaria una presenza in loco in aiuto ai migranti”, conclude Forlani.

Giacomo Pratali

Giacomo Pratali
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