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Preoccupazione di Save the Children nella Repubblica democratica del Congo: nuovi casi di Ebola in un paese già segnato dalla guerra

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Diamanti, Coltan, Oro, Cobalto, Rame, Niobio, risorse minerarie preziose nel sottosuolo, legni pregiati, risorse naturali del suolo, la seconda foresta più estesa del mondo e tanta tantissima terra coltivabile. Questo è ciò che possiede la Repubblica Democratica del Congo, questo scatena gli appetiti internazionali e questo sta alla base delle lotte interne di potere. Nella regione del Kivu sono all’ordine del giorno i conflitti “tutti contro tutti” fra l’esercito e il centinaio di bande armate e gruppi ribelli, inoltre si è registrata un impennata dei rapimenti; nella regione di Kinshasa si ripetono gli scontri fra i soldati e i militanti della setta mistico-politica Bundu dia Kongo; nella Provincia di Tanganyika e nell’Alto Katanga sono riprese le tensioni e le violenze fra etnie; nel Kasai è esploso un ulteriore conflitto fra i militari governativi e le milizie del gruppo Kamwina Nsapu che ha provocato centinaia di vittime; nella regione di Beni i civili sono stati presi di mira e uccisi, il 7 ottobre degli uomini armati hanno ucciso 22 persone. Ai conflitti si aggiunge il traffico di risorse del paese e lo sfruttamento da parte delle altre nazioni. Emblematico, curioso e controverso è il sequestro nel 2017 da parte delle autorità dello Zambia di 499 camion di proprietà dell’esercito congolese. I camion contenevano il cosiddetto “legno rosso”, chiamato cosi perché una volta tagliato assume una colorazione rosso sangue, ed è così emerso lo scandalo del traffico illegale di questo legname pregiato che finisce perlopiù in Cina, dove viene impiegato per la fabbricazione di mobili di lusso. È un attività illegale poiché è una specie arborea protetta che si stima porta l’abbattimento di 150 alberi nella sola Repubblica democratica del Congo, ciò simboleggia lo sfruttamento delle risorse del paese e un disastro ambientale. A ciò si aggiunge che questo clima di totale e diffusa instabilità e conflitto ha contributo al verificarsi di violazioni dei diritti umani, di abusi e di enormi crisi umanitarie.

     La situazione a marzo 2018 contava 2,2 milioni di bambini gravemente malnutriti; 13,1 milioni di persone bisognose di aiuti per sopravvivere e oltre 4 milioni di civili sfollati a causa del conflitto. Recentemente Save the Children ha espresso forte preoccupazione per la conferma di cinque nuovi casi di Ebola identificati negli ultimi giorni nella Repubblica Democratica del Congo, due dei quali localizzati nella zona di Tchomia, nella provincia di Ituri, vicino al confine con l’Uganda. Tchomia, situata sul lago Alberto, si trova 62 km a sud del capoluogo di provincia di Bunia, a circa 200 chilometri da Beni, in Nord Kivu, l’area in cui si è sviluppato il decimo focolaio di Ebola in Repubblica Democratica del Congo. In queste zone nell’ultimo anno decine di gruppi armati e le forze di sicurezza hanno continuato a compiere omicidi, stupri, estorsioni e a saccheggiare illegalmente il territorio, allo scopo di sfruttarne le risorse naturali. Il conflitto in corso tra hutu e nande nel Nord Kivu ha causato morti, sfollati e distruzione d’infrastrutture, specialmente nelle aree di Rutshuru e Lubero. Save the Children sta lavorando in stretto coordinamento con il governo della Repubblica democratica del congo, le agenzie delle Nazioni Unite, le organizzazioni umanitarie internazionali e i servizi sanitari locali per contenere la diffusione del virus Ebola. L’Organizzazione, inoltre, è impegnata nella sensibilizzazione della comunità locali per ridurre la paura della malattia, offrendo informazioni e tecniche su come le famiglie possono proteggersi dal virus. Nell’ambito della sua risposta al virus Ebola, Save the Children sta fornendo supporto anche alle comunità e alle autorità ugandesi, in modo da essere pronte nel caso in cui l’Ebola dovesse diffondersi oltre il confine, formando i team sanitari nei villaggi e predisponendo strutture per il lavaggio delle mani. Alla situazione si aggiunge che i forti timori della popolazione riguardo al virus Ebola hanno reso difficile l’accettazione da parte della comunità di organizzazioni umanitarie. Heather Kerr, direttore di Save the Children nella Repubblica Democratica del Congo, ha dichiarato “I nostri operatori sanitari stanno svolgendo un lavoro straordinario visitando le famiglie porta a porta e alleviando la paura riguardo all’Ebola. Se le persone arrivano in tempo in un centro di trattamento hanno buone possibilità di sopravvivere. Ma le famiglie hanno visto alcuni pazienti entrare nei centri e non uscirne e questo può scatenare la paura tra la comunità, causando anche la fuga di persone che presentano sintomi. Gli ultimi casi identificati rafforzano ancora di più la convinzione che in questo momento il nostro lavoro dentro e fuori Beni è particolarmente cruciale”.

     Nella Repubblica democratica del Congo i bambini sono i più colpiti e l’Unicef ha denunciato che solo nel corso del 2017 vi sono stati 800 casi di abuso sessuale e il reclutamento di circa 3 mila bambini soldato da parte delle milizie. A causa del conflitto armato migliaia di bambini hanno preso i loro genitori, sono stati reclutati nell’esercito e nelle milizie e sono in generale vittime di violenza. Inoltre, Devono affrontare stress e traumi del passato. La situazione generale ha portato 60 mila congolesi nei soli primi tre mesi del 2018 a passare il confine con l’Uganda per fuggire. Al 10 novembre 2017, l’Uganda ospitava circa 1.379.768 tra rifugiati e richiedenti asilo di varie nazionalità e circa il 61% era costituito da minori, prevalentemente non accompagnati o separati dai loro genitori. I richiedenti asilo provenienti Repubblica democratica del Congo hanno ottenuto il riconoscimento automatico dello status di rifugiati (prima facie) e quelli di altre nazionalità sono stati esaminati secondo il processo di determinazione individuale dello status di rifugiati, condotto dal comitato di eleggibilità dei rifugiati. Ai sensi della legge sui rifugiati del 2006 e del regolamento sui rifugiati del 2010, i rifugiati godevano di una relativa libertà di movimento, degli stessi diritti dei cittadini ugandesi di accedere ad alcuni servizi essenziali, come istruzione primaria e assistenza medica, e del diritto di lavorare e di avviare un’impresa. Il sistema è entrato però in crisi nel maggio 2017 poiché è stato costretto a dimezzare le razioni di cereali a oltre 800 mila rifugiati. A ciò sono seguiti appelli di richiesta di fondi ai donatori internazionali per affrontare la crisi regionale dei rifugiati ma non hanno ottenuto risultati sufficienti.

 

Alluvioni in Somalia: quasi mezzo milione di persone colpite, aumenta il rischio di malnutrizione ed epidemie

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Save the Children denuncia il peggioramento di una situazione umanitaria già fragile. Le persone colpite dall’alluvione in Somalia sono 427.000 e di queste 175.000, già sfollate l’anno scorso a causa della siccità e della fame, sono state costrette a spostarsi nuovamente. Tra le famiglie colpite dall’alluvione sono già alti i tassi di malnutrizione a causa di una siccità di due anni, che ha devastato le colture e ucciso il bestiame. Inoltre, circa 2.000 contadini lungo il fiume Juba hanno perso campi, sistemi di irrigazione e attrezzatura agricola: le comunità già afflitte da una grave insicurezza alimentare ora affrontano una accresciuta difficoltà nell’accesso al cibo, aumentando i rischi di malnutrizione e di malattie quali diarrea acuta e colera. Sono 5.4 milioni le persone che, in Somalia, sono in condizioni di bisogno; di queste 2.7 milioni richiedono assistenza salva-vita urgente e Save the Children sta dando tutto il proprio aiuto. A causare le alluvioni è lo straripamento dei due maggiori fiumi della Somalia e le piogge che, a una settimana dal loro inizio, non accennano a diminuire. Con le piogge pesanti negli altopiani etiopi che, secondo le previsioni, proseguiranno, il fiume Shebelle potrebbe continuare a causare caos. Molti dei luoghi maggiormente colpiti dalla recente siccità nel Corno d’Africa stanno vivendo gli allagamenti, incluso il Kenya, dove oltre 100 persone sono rimaste ferite. Save the children è presente in Somaliland da più di una decina di anni e collabora con il personale locale e fornisce assistenza, training, finanziamenti e l’equipaggiamento necessario. L’assistenza consiste nel sostegno alle strutture sanitare e la creazione di progetti di sviluppo. Inoltre, hanno unità sanitarie mobili con cui raggiungono i luoghi più remoti. Arrivano con l’ambulanza e si occupano dei casi più gravi trasportandoli in ospedale. Per conoscere meglio la situazione, la redazione di European Affairs Megazine ha intervistato il Dottor Filippo Ungaro.

EA: Benvenuto dottor ungaro dobbiamo parlare ancora una volta di emergenza, parliamo dell’emergenza alluvioni in Somalia. Più di 427 mila sono le persone colpite, che cosa sta succedendo laggiù?

FU: Si purtroppo quasi mezzo milione di persone sono state costrette da allagamenti terribili, catastrofici, a spostarsi. Sono state colpite, appunto, da queste piogge torrenziali che hanno colpito la Somalia. Oltretutto la Somalia è un paese molto povero, viene definito uno stato fallito perché è uno stato molto fragile e con fragilità enormi dove paradossalmente tantissime persone soffrono, continuano a soffrire e soffrivano per una siccità dovuta ai cambiamenti climatici micidiali. Siamo di fronte a una situazione terribile. I nostri operatori dal campo ci riferiscono di famiglie che si sono lamentate per tutto il corso della notte chiedendo aiuto, si sono bloccate dentro le proprie case con bambini sopra gli armadi per cercare di ripararsi dall’alluvione, dall’allagamento. In alcuni casi l’acqua ha invaso completamente le case arrivando a mezzo metro, un metro di altezza.

EA: Tra l’altro bisogna descrivere quella che è la situazione idrogeologica del territorio, il terreno in Somalia è molto secco e poco permeabile. Per cui queste piogge creano immediatamente dei grandi fiumi velocissimi che scorrono distruggendo tutto quello che incontrano. Abbiamo testimonianze che ci sono giunte nei giorni scorsi sia dal nord, dove appunto 450 mila persone circa sono state sfollate e di cui anche voi avete riscontrato che 420 mila erano già sfollate delle alluvioni precedenti, ma anche dal sud la situazione non è migliore dato che sono state riscontrate 130 mila sfollati. Che cosa è necessario chiedere, qual è l’appello di Save the Children all’opinione pubblica internazionale?

FU: C’è senz’altro bisogno di maggiore supporto, la risposta alla crisi umanitaria in Somalia è finanziata soltanto per il 18%. È una quota del tutto insufficiente naturalmente. Save the Children, come altre organizzazioni umanitarie, sta cercando di fare il massimo. Noi come Save the Children abbiamo distribuito decine di migliaia di sacchi di sabbia, stiamo fornendo acqua potabile, stiamo cercando di intervenire in qualche modo anche sul sistema fognario ma tutto questo ovviamente non basta. Parliamo di un paese dove oltre 5 milioni di persone sono in condizione di estremo bisogno, dove c’è un livello di malnutrizione altissimo, soprattutto infantile, e quando un bambino è malnutrito è molto debole, quindi è soggetto a ogni tipo di malattia o epidemia. Chiaramente con l’alluvione, l’allagamento, il sistema fognario viene ancor più messo a rischio e a repentaglio. Il diffondersi di malattie e il rischio del diffondersi di malattie è molto alto. Quindi c’è bisogno sicuramente di maggior supporto e, come diceva lei prima, io sono stato in Somaliland, che fa parte della Somalia anche se si è dichiarata indipendente l’anno scorso, parliamo veramente di un terreno assolutamente arido e secco dove la vegetazione non esiste o quasi e quindi è assolutamente insufficiente per mantenere il terreno, per riuscire ad assorbire l’acqua che ancora una volta, anche in questo caso, viene causato dai cambiamenti climatici. Tutti questi fenomeni sono causati dai cambiamenti climatici. Quindi nel breve periodo c’è bisogno rispondere alla crisi umanitaria con un maggiore finanziamento nel lungo periodo bisogna pensare a uno sviluppo sostenibile. Appunto a uno sviluppo sostenibile adeguato.

EA: riprendendo anche quello che abbiamo detto prima, non solo l’emergenza immediata per la tragedia dei villaggi spazzati via, delle famiglie bloccate, dei feriti ma siccome queste alluvioni hanno colpito anche le colture che erano pronte per essere vendute, ci sarà anche nel medio termine il pericolo di una crisi economica e soprattutto alimentare o no?

FU: Assolutamente, assolutamente. Questo pericolo già c’era prima con la siccità per cui le colture erano messe in pericolo e anche l’allevamento. Perché l’economia della Somalia è basata intanto su un’economia di sussistenza che si regge soprattutto sull’allevamento del bestiame. Quindi le persone, le famiglie, già avevano perso a causa della siccità moltissimi capi di bestiame. Questa alluvione non fa altro che peggiorare le cose. La conta degli animali persi a seguito di questa alluvione ancora non è cominciata ma siamo certi che sarà drammatica. Inoltre, si unisce al fatto della perdita dei raccolti. Questo porterà a dei livelli di crisi economica e a livelli di necessità e di bisogno di assistenza umanitaria da parte della popolazione in Somalia molto ma molto alta, direi drammatica.

Vi sono altre testimonianze come quella di Jalafay Isak, membro del team di risposta all’emergenza di Save the Children operativo a Belet Weyne (la città più colpita), che racconta: “Durante la notte si sentiva il pianto ininterrotto delle famiglie che chiedevano aiuto: bloccate dentro alle case, coi bambini sopra agli armadi o sulle più alte superfici disponibili, avevano la paura costante di essere spazzate via dal fiume. Hanno provato a scappare, ma questo richiedeva di guadare l’acqua lì dove arrivava fino al petto ed era troppo pericoloso”. Questo è il racconto di chi ha assistito alle terrificanti scene di cui sono protagoniste famiglie intente a cercare la salvezza poiché il fiume Shebelle è esondato. L’esondazione ha colpito anche l’ufficio di Save the Children e lo staff è stato personalmente colpito dalla crisi, però continuano a rispondere ai bisogni della comunità. Gli agricoltori hanno perso le colture destinate al commercio, quasi pronte per essere raccolte, mentre le rudimentali rete fognarie sono state spazzate via. Alcune scuole sono state allagate e chiuse e il rischio di epidemie di colera è alto. A questo proposito Save the Children ha condotto di recente una campagna di vaccinazione per prevenire il colera in alcune delle aree più difficilmente raggiungibili della Somalia meridionale, già colpite dalla siccità e che, di conseguenza, pativano la mancanza di condizioni igienico-sanitarie adeguate. L’organizzazione inoltre ha distribuito 12.000 sacchi di sabbia questa settimana e sta fornendo acqua potabile sicura a 7.000 nuclei familiari. Poi sta preparando 90 latrine d’emergenza per far fronte alla mancanza di servizi sanitari e prevenire lo scoppio di epidemie nell’area. Poiché gli allagamenti potrebbero impiegare settimane a ritirarsi sono necessarie barche a motore per raggiungere le persone che si trovano in luoghi isolati. Il presidente somalo ha chiesto supporto urgente all’Unione Africana, la quale ha risposto schierando membri dell’esercito, tuttavia molte aree restano tagliate fuori.

Tra siccità e alluvioni

Recentemente la Somalia ha dovuto affrontare il problema della siccità, questo ha resto il terreno ulteriormente secco e poco permeabile. La siccità in Africa Orientale ha messo in ginocchio paesi già colpiti da guerre, crisi politiche e scontri etnici, ciò ha generato crisi umanitarie profonde in paesi come il Sud Sudan, l’Etiopia, l’Eritrea, il Burundi, il Kenya e, appunto, la Somalia. Di conseguenza in questi paesi vi sono Insicurezza alimentare acuta (l’impossibilità di consumare cibo adeguato mette direttamente in pericolo le vite e i mezzi di sostentamento delle persone) e Fame Cronica (una situazione nella quale una persona non è in grado di consumare cibo sufficiente a mantenere uno stile di vita normale e attivo per un periodo prolungato) che rappresentano una piaga per milioni di persone nel mondo. A livello mondiale le situazioni di conflitto rimangono il fattore principale alla base della grave insicurezza alimentare in 18 paesi, 15 dei quali in Africa e Medio Oriente. Mentre I disastri climatici hanno provocato crisi alimentari in 23 paesi, due terzi dei quali in Africa. Conflitti, disastri climatici e altri fattori spesso contribuiscono a crisi complesse che hanno ripercussioni devastanti e durature sui mezzi di sostentamento delle persone. Per secoli, le popolazioni dell’Africa Orientale hanno dovuto affrontare fenomeni di questo tipo con una cadenza di cinque o sei anni. Recentemente, però, si è assistito a un’accelerazione di questa periodicità a causa del surriscaldamento globale. L’aumento delle temperature ha portato a un progressivo inaridimento delle fonti idriche con un conseguente calo della produzione agricola e un impoverimento dei pascoli. Il caldo e le eccessive distanze per procurarsi l’acqua mettono a repentaglio vite umane e bestiame. Bradfield Lyon, professore associato al Climate Change Institute della University of Maine, ha detto che, nella regione dell’Africa Orientale, l’insicurezza alimentare è cronica per cui anche i cambiamenti climatici possono avere impatti enormi. In Africa la frequenza delle siccità si sta intensificando fin dagli anni Novanta. Secondo gli studi di Lyon, ciò è dovuto in parte agli effetti del ciclo di El Niño e La Niña, i periodici fenomeni di riscaldamento e raffreddamento delle acque del Pacifico. I cambiamenti climatici esasperano questi effetti, spingendo verso l’alto le temperature e causando aridità. In più, la presenza delle milizie islamiste di al Shabaab non permette alle organizzazioni umanitarie di raggiungere le regioni più bisognose e operare al meglio contro la crisi. I fenomeni ambientali ormai hanno conseguenze anche sulle migrazioni. I grandi eventi meteorologici estremi in passato hanno portato a notevoli spostamenti di popolazione e i cambiamenti nell’incidenza amplificheranno le sfide umanitarie e i rischi di tali spostamenti. Questo perché molti gruppi vulnerabili non dispongono delle risorse per poter migrare e poter evitare gli impatti dei cambiamenti climatici ma anche perché gli stessi migranti possono essere vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici nelle aree di destinazione, in particolare nei centri urbani dei paesi in via di sviluppo. Inoltre, alcuni dei fattori che aumentano il rischio di conflitti violenti all’interno degli Stati sono sensibili ai cambiamenti climatici (ad esempio bassi redditi pro-capite, contrazione economica e istituzioni statali incoerenti). Occorre pensare poi che le persone che vivono in luoghi colpiti da violenti conflitti sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici. Ad esempio, il maggior afflusso di somali in Kenya (altro paese che oggi è profondamente colpito dai problemi delle alluvioni) nel 2012 e nel 2013 è stato motivato tanto dalla siccità e dalla carestia che hanno colpito la Somalia quanto dalle azioni di Al Shabaab e dei gruppi armati.

Per questi motivi è importante l’operato delle organizzazioni umanitarie che ogni giorno affrontano queste e altre problematiche ed è ancora più importante sostenerle. Ciò è legato al fatto che se non è presente una rete di assistenza che possa attivarsi per rispondere all’emergenza, il fenomeno si intensifica. Occorre ricordare che se non si affronta la crisi, si ha una tragedia. Tragedia che pagano donne, uomini e bambini.

Ministro Pinotti: “Dimezzare il contingente in Iraq, aumentare l’impegno in Africa”

Difesa di

L’Italia invierà circa 500 soldati per una missione in Niger. Non si tratterà di un nuovo dispiegamento di forze militari, bensì, come ha dichiarato il ministro della Difesa Roberta Pinotti, verrà attuato un ricollocamento di una parte dei soldati impegnati in Iraq nella missione di contrasto all’Isis.  Questa decisione deriva dalla recente sconfitta di Daesh in Iraq e in Siria. Sicuramente non si può affermare  di aver debellato la minaccia terroristica derivante dall’ Isis, tuttavia, lo Stato Islamico, inteso nei termini della sanguinosa occupazione in Medio Oriente, durata quasi tre anni, e che aveva costituito un vero e proprio stato, oggi, non esiste più.

In un intervista rilasciata il 17 dicembre 2017, al quotidiano “La Repubblica”, il ministro Pinotti, esterna la propria soddisfazione per il lavoro svolto nel territorio del Medio Oriente. “l’Isis è stato sconfitto in Siria e in Iraq, Paese dove il nostro impegno è stato forte con circa 1.500 militari. Andremo a dimezzare la nostra presenza, riducendo il contingente che coopera nei pressi della diga di Mosul”. Il principio è che la Difesa deve intervenire su minacce che riguardano il paese e credo che sia importante una ricollocazione delle missioni che vada a prevenire gli effetti più diretti nell’area che chiamiamo il ‘Mediterraneo allargato’. L’operazione in Niger è frutto di questa strategia, come lo sono la missione in Libano e quella per il contrasto dell’Isis in Iraq”.  Il ministro parla anche della riduzione in Afghanistan e della missione in Niger.

L’annuncio della missione in Niger è arrivato al termine del G5 Sahel, un incontro che si è tenuto a Parigi tra i capi di stato e di governo di Italia, Francia, Germania e quelli dei cinque paesi del Sahel, la nuova coalizione sostenuta dall’Onu, formata da Burkina Faso, Chad, Mauri, Mauritana e Niger.  I militari italiani all’inizio opereranno con quelli francesi, in una zona in cui è forte la presenza di miliziani e contrabbandieri.  L’obbiettivo non sarà solo quello di addestrare, bensì il contingente italiano dispiegato in quella zona si occuperà della stabilizzazione del territorio e di contrastare il traffico clandestino dei migranti verso la Libia. Più in generale la nuova coalizione Sahel, sarà fondamentale per la stabilità del mediterraneo e per contrastare i flussi irregolari gestiti dai trafficanti di esseri umani, oltre che la costante minaccia terroristica. Tale missione a detta della Pinotti rappresenta “il primo sviluppo di una concreta strategia di Difesa europea, soprattutto perché per l’Europa di oggi e per quella del futuro “l’Africa rappresenta una sfida fondamentale”

Per quanto riguarda l’Afghanistan il ministro Pinotti, sempre nell’intervista rilasciata a Repubblica, ha dichiarato che, seppur verrà ridotto, il comando presente resterà attivo; “Bisogna premettere che da anni l’Italia ha preso la guida del Prt, ossia del centro che coordina la ricostruzione, di tutta l’area sud occidentale. Non possiamo abbandonarlo perché sarebbe una dimostrazione di scarsa responsabilità. Quindi continueremo a tenere quel comando ma abbiamo chiesto agli alleati di integrare i nostri soldati con unità di altre nazioni, in modo da ridurre i 900 militari presenti ora”

La liberazione della città di Mosul dallo Stato Islamico è arrivata lo scorso mese di luglio, da quel momento il contingente ha operato per ristabilire la sicurezza nella zona dopo quasi 3 anni di occupazione. Qui, il contingente italiano si occupa di garantire la sicurezza della diga dal punto di vista ambientale, inoltre nell’ambito della missione Resolute Support conduce costantemente attività di addestramento nei confronti  dei militari iracheni, specialmente dell’unità anti-terrorismo.

 

Congo: attaccata base Onu, è strage di caschi blu, 15 morti e più di 50 feriti

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Almeno 15 uomini dei caschi blu dell’Onu sono rimasti uccisi in un violentissimo attacco, avvenuto lo scorso 7 dicembre nella provincia del Kivu Nord, nella Repubblica democratica del Congo. Il numero dei feriti è ancora da stabilire, stando alle dichiarazioni rilasciate dal direttore delle operazioni dell’ONU, Ian Sinclair, sarebbero circa 53 uomini. Sinclair ha inoltre identificato la provenienza delle vittime, erano soldati della Tanzania. Il segretario generale ONU, Antonio Guterres definisce l’attacco come “il peggiore della storia recente”.

Il Consiglio di Sicurezza ha condannato con forza l’”efferato attacco”, ribadendo il proprio pieno sostegno nei confronti delle istituzioni della missione di pace. ”Questi attacchi intenzionali contro le forze di pace delle Nazioni Unite sono inaccettabili e costituiscono un crimine di guerra” ha detto il Segretario generale António Guterres, aggiungendo: “condanno questo attacco in modo inequivocabile.”

Inoltre, esortando le autorità della RDC a indagare sull’incidente e a portare rapidamente i colpevoli alla giustizia, il capo delle Nazioni Unite ha sottolineato: “non ci deve essere impunità per tali assalti, qui o in qualsiasi altro luogo.”

Sebbene non si abbiano ancora certezze sui responsabili, in queste ore si sta indagando su quanto accaduto. Un comunicato della “Monusco” ha riferito che ad attaccare sono stati “sospetti elementi delle Allied Democratic Force(ADF)”. Il riferimento è nei confronti di un gruppo di ribelli attivi , sin dagli anni novanta, nelle zone tra Congo e Uganda. Il loro obbiettivo dichiarato è quello di sconfiggere il presidente dell’Uganda, Yoweri Musuveni, ma attualmente costituisce il maggior pericolo nazionale anche per la Repubblica Democratica del Congo. Inoltre questo gruppo di miliziani, che tuttavia non sarebbe legato alle formazioni Jihadiste africane, si è reso protegonista di diversi attacchi nei confronti dei caschi blu dell’Onu, già in passato. Lo scorso ottobre, infatti, un attacco ad una base operativa, sempre nell’instabile regione del Kivu Nord, ha causato 2 morti e 18 feriti.

Missione Monusco. La missione di pace delle Nazioni Unite in Congo, conosciuta con l’acronimo di Monusco, ha l’obbiettivo di stabilizzare il territorio del paese centroafricano, che per via delle sue caratteristiche, con ampie risorse minerarie, oggi è teatro di contesa tra vari gruppi armati, che negli ultimi anni si sono resi protagonisti di diversi conflitti. La missione, come riportato dal sito ufficiale, è in corso dal 2010.

Somalia: Un comunicato del Comando americano in Africa smentisce il coinvolgimento di 10 civili in un attacco aereo ad Agosto

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Secondo quanto riportato da un comunicato stampa del U.S Africa Command datato 29 novembre 2017, il raid aereo avvenuto il 25 agosto scorso per mano delle forze armate congiunte somalo-americane, non avrebbe causato la morte di nessun civile. In quella data fu effettuato un attacco nei pressi di Bariire, in Somalia, con l’intento di colpire il gruppo terroristico Al-Shaabab.

Diverse notizie, uscite nei giorni successivi, parlavano dell’uccisione di almeno 10 civili. Un articolo pubblicato dall’Ansa, il 26 agosto 2017, riporta le dichiarazioni del capo dei militari somali, affermando che il blitz mirato in Somalia, in quello che credevano fosse un campo di addestramento dei terroristi islamici di Al-Shaabab, era invece una tranquilla fattoria, ed ha causato la morte di 10 civili, tra cui tre bambini. La notizia in quei giorni fu confermata da diverse agenzie di stampa e testate,  nazionali ed internazionali. Reuters ha fatto riferimento ad alcune testimonianze oculari sull’accaduto, riportando anche le parole di cordoglio del parlamentare Mohamed Ahmed Abtidon, verso le famiglie delle vittime.  “I dieci civili sono stati uccisi accidentalmente, il governo e i parenti adesso discuteranno del risarcimento. Inviamo le condoglianze alle famiglie”.

La smentita. A distanza di tre mesi dal giorno del raid aereo il comando degli Stati Uniti in Africa smentisce il coinvolgimento di civili. Nel comunicato da cui si apprende la notizia si legge espressamente che; “ Una valutazione approfondita da parte delle forze ufficiali somale, a seguito delle indiscrezioni che parlavano dell’uccisione di 10 civili, nell’operazione guidata dall’esercito, lo scorso 25 agosto nei pressi di Bariire, ha portato alla conclusione che tutte le vittime facevano parte dei combattenti nemici armati” . Si tende a specificare inoltre che “prima di ogni operazione, si conduce una pianificazione dettagliata e un coordinamento per ridurre al minimo la probabilità di incidenti civili, e per garantire il rispetto della legge nel conflitto armato”.

Il contesto.   Al-Shabaab, fondato in Somalia nel 2006 e affiliata ad al-Qaeda, è una delle organizzazioni terroristiche più letali al mondo. Il gruppo mira a rovesciare il governo internazionalmente riconosciuto di Mogadiscio, per imporre la “Sharia”, la legge islamica, in tutto il paese.

Negli ultimi due anni, la cooperazione militare tra l’Unione Africana, le autorità locali e il governo americano, ha costretto i terroristi ad abbandonare importanti roccaforti urbane. Tuttavia, i militanti, attivi soprattutto nel sud della Somalia, continuano a compiere attacchi sistematici contro hotel, check-point militari e palazzi presidenziali, causando la morte di decine di civili.

Da quando il presidente americano Donald Trump è stato eletto alla Casa Bianca, il comando degli Stati Uniti in Africa ha intensificato i raid aerei nel territorio, con l’intento dichiarato di eliminare i miliziani di Al-Shaabab.

Somalia: Attacco aereo degli Stati Uniti contro l’ISIS

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Il 27 novembre scorso, un militante ISIS è stato ucciso in un attacco aereo degli Stati Uniti in Somalia. A renderlo noto , il Comando Militare Americano in Africa. “In coordinamento con il governo federale Somalo, le forze americane hanno condotto un attacco aereo contro l’ISIS, nel nord-est della Somalia il 27 novembre, uccidendo un terrorista”, questo è quanto si legge espressamente nel comunicato del “U.S. Africa Command”.  Il raid è avvenuto intorno alle 3 di pomeriggio, ora locale.

All’inizio di novembre, a seguito della volontà dell’amministrazione Trump di espandere la presenza militare nel Corno D’Africa per combattere il terrorismo Islamico, gli Stati Uniti hanno cominciato a prendere di mira le piccole cellule di jihadisti in continuo aumento nel Paese africano. Secondo quanto riportato dalla CNN, il 3 e il 4 novembre si sono verificati due attacchi aerei dislocati in zone differenti, causando la morte di, come si legge nell’articolo, “diversi” terroristi. Gli attacchi, in quel caso, sono stati perpetrati da un drone privo di equipaggio.

Negli ultimi anni le forze armate statunitensi, in collaborazione con quelle aeree, hanno periodicamente operato contro il gruppo terroristico Al-Shaabab, resosi protagonista di diversi attacchi nei confronti delle forze occidentali nei territori dell’Africa orientale. Ultimamente sembrerebbe che circa 200 estremisti abbiano disertato questo gruppo terroristico, cominciando ad organizzarsi in piccoli gruppi vicini all’ISIS.

Le volontà da parte degli Stati Uniti sono chiare. Nel comunicato da cui è stata appresa la notizia, si legge che; “Le forze statunitensi continueranno ad utilizzare tutte le misure autorizzate e appropriate per proteggere i propri cittadini  e per disabilitare la minaccia terroristica. I nostri obiettivi politici e di sicurezza prevedono la ricostituzione della pace interna in Somalia, rendendolo un paese in grado di affrontare tutte le minacce del suo territorio”. Si specifica che ciò prevede la collaborazione oltre che con le forze di sicurezza nazionali, anche con la Missione dell’Unione Africana in Somalia(AMISOM). Essa è stata autorizzata dall’Unione Africana e approvata dalle Nazioni Unite nel 2007, con l’obbiettivo di garantire un piano di sicurezza al paese.

 

Cina: sì a base navale nel Corno d’Africa

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Non solo infrastrutture civili per la Cina in Africa. Secondo quanto riportato il 25 febbraio scorso dalla Reuter, il gigante asiatico ha iniziato la costruzione di una base navale sulle coste del Gibuti la cui funzione, ufficialmente, sarà quella di supportare le missioni umanitarie, di peacekeeping, e di protezione nell’area del’Africa Orientale. Con questa operazione, la Cina diventerebbe il terzo paese, con Francia e Stati Uniti, ad avere una base militare navale a Gibuti, nella regione del Corno d’Africa, in posizione strategica sia dal punto di vista militare che da quello del controllo delle rotte commerciali. Ma al di là dell’ingranaggio, è il meccanismo complessivo quello che conta. La Cina vuole allargare progressivamente la propria sfera di influenza sullo scacchiere internazionale, mettendo in piedi un network di infrastrutture civili e militari che possano supportare operazioni su un piano che possa ben presto definirsi globale.

 

La nuova base, che dovrebbe nascere a Obock, sulle coste settentrionali di Gibuti, si troverà a 7700 chilometri da Pechino e sarà la prima installazione navale al di fuori dei confini nazionali. L’iniziativa dimostra come la Cina stia progressivamente calzando le scarpe della grande potenza e come la sua visione strategica si stia evolvendo, proiettandosi verso un futuro nel quale dovrà esercitare la sua leadership a livello mondiale.

 

La Cina già da diversi anni mantiene una presenza costante nell’area dell’Oceano Indiano e del Golfo di Aden e fa parte della missione ONU contro la pirateria, avviata nel 2008. Da allora le navi da guerra cinesi hanno attraccato nei porti di Gibuti oltre 50 volte e la nuova installazione risponderebbe, in prima istanza, all’obiettivo di garantire un punto di attracco e rifornimento maggiormente organizzato. Ma gli interessi cinesi vanno ben al di là delle operazioni anti-pirateria. Oggi, la nuova base potrebbe servire da snodo della catena logistica di supporto alle operazioni di peacekeeping sotto bandiera ONU in Africa. Domani, potrebbe diventare la testa di ponte per ogni intervento cinese nel continente, in difesa dei propri interessi strategici nazionali. Intanto, rafforzerebbe l’influenza cinese sull’Oceano Indiano, permettendo di organizzare missioni con velivoli di pattugliamento marittimo direttamente dalle coste africane.

 

Nel corso degli ultimi anni, l’attivismo cinese all’estero ha prevalentemente riguardato la creazione di infrastrutture civili e commerciali, sulla base di accordi bilaterali di collaborazione e sviluppo. La componente militare è sempre esistita, ma è rimasta a lungo sotto traccia. Oggi questo approccio sta cambiando e Pechino è sempre più intenzionata a pubblicizzare il dispiegamento della propria flotta al di là del mare domestico, dimostrando minori reticenze ad assumere apertamente un ruolo internazionale, anche a livello militare.

 

La base navale di Gibuti non sarà un semplice approdo di rifornimento, ma offrirà alla marina cinese ampie capacità logistiche. Con essa aumenterà la presenza cinese a terra, sarà possibile operare, presumibilmente, una manutenzione completa delle navi, saranno incrementate le capacità di trasporto e stoccaggio di munizioni e pezzi di ricambio, al suo interno saranno costruite strutture per gli equipaggi ed infrastrutture per l’aeronautica.

 

L’espansione cinese nell’area dell’Oceano Indiano non dipende, ovviamente, solo dal futuro di Gibuti. Le navi cinesi approdano regolarmente  in molti porti disseminati tra Sri Lanka, Pakistan, Oman, Yemen e Seychelles e, per il futuro prossimo, Pechino sta valutando la possibilità di stringere nuovi accordi con Kenya, Tanzania e Namibia per rafforzare e differenziare ulteriormente le proprie opzioni logistiche. Creare hub logistici integrati per la marina, in questi paesi, non sarà semplice però, per ragioni, di volta in volta, politiche, di sicurezza o di eccessiva concorrenza.

 

Al di là del Corno d’Africa e dell’Oceano indiano, la marina di Pechino ha allungato negli ultimi anni la gittata delle sue incursioni, visitando gli Stati uniti e diversi paesi europei, africani e dell’America Latina. I vascelli cinesi hanno attraversato il Canale di Suez, quello di Panama ed hanno doppiato capo Horn e Capo di Buona Speranza, per spingersi poi nelle acque del Mar Nero, del Mare del Nord e di Bering. Mentre le missioni navali si protraggono fino ai limiti delle acque navigabili del globo, aumenta la necessità di nuovi approdi affidabili, per il rifornimento e la logistica. Un esigenza destinata a diventare sempre più importante nei prossimi anni.

 

Per ora, la marina cinese continua a fare ampio affidamento sulle navi di supporto, per operare rifornimenti in alto mare quando necessario o per reintegrare le scorte di armi e materiali. In questo campo, gli investimenti cinesi sono aumentati in modo massiccio e quest’anno la marina ha varato due nuovi vascelli per il rifornimento in navigazione Type 903A. E’ stata inoltre avviata la costruzione del nuovo Type 901nei cantieri di Guangzhou. La nave, una volta ultimata, sarà capace di trasportare 45 mila tonnellate, un valore di carico mai raggiunto prima.

 

Se paragonata agli Stati Uniti, la Cina sta ancora compiendo i primi passi sulla via della realizzazione di un network logistico globale per la sua marina. La supremazia americana non si basa solo sul numero di navi ma anche sulla vasta disponibilità di porti amici in cui attraccare per fare rifornimento ed operare interventi di manutenzione. La Cina, per continuare a crescere sui mari e cementare il suo status di nuova potenza globale, dovrà concentrare i suoi sforzi nel rafforzamento delle capacità di rifornimento in mare e nella realizzazione progressiva di una propria rete di attracchi sicuri.

 

Il mare, per Pechino, è ancora troppo grande.

 

Foto: Wikipedia Commons

Daesh: da Parigi a Maiduguri

EUROPA/Medio oriente – Africa di

L’attacco terroristico a Parigi del 13 novembre ha reso evidente come lo Stato Islamico sia un pericolo anche dentro i confini occidentali. Aldilà di Siria e Iraq, dove ha sede il Califfato, è l’Africa il luogo più colpito dal terrorismo islamico. I fatti degli ultimi quindici giorni ne sono l’ulteriore riprova.

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Sono oltre 83 gli attentati in tutto il mondo dal giugno 2014 ad oggi, riporta il quotidiano francese Le Monde. Oltre 1600 le vittime. Raqqa (Siria) e Maiduguri (Nigeria) le città più colpite. Dal marzo 2015, data dell’affiliazione del gruppo nigeriano Boko Haram al Califfato, le azioni terroristiche nel continente africano sono aumentate a dismisura. Così come le varie sigle che, dal Mali all’Egitto, colpiscono in nome dell’Isis.

Dopo i 129 morti di Parigi, altri se ne sono aggiunti da novembre ad oggi:

Mali: Oltre 20 le persone uccise a seguito di un raid compiuto da un commando jihadista lo scorso 20 novembre all’hotel Radisson di Bamako. Un blitz delle forze speciali francesi e statunitensi ha permesso la liberazione dei circa 150 ostaggi sopravvissuti. Dopo l’arresto di due sospettati, la risposta delle cellule terroristiche locali non si è fatta attendere con l’attacco alla base ONU di Kidal nel nord del Paese, in cui sono morte 3 persone.

Egitto: Due azioni terroristiche. La prima, il 24 novembre, quando un doppio attacco kamikaze, compiuto in un hotel del Sinai del Nord che ospitava alcuni presidenti di seggio, ha portato all’uccisione di 4 persone. La seconda, il 28 novembre, a Giza, quando alcuni terroristi hanno sparato contro un checkpoint, uccidendo 4 poliziotti.

Nigeria: Prima una stazione dei camion, poi una processione sciita. Sono questi i due obiettivi presi di mira dai miliziani di Boko Haram nello Stato di Borno, vicino alla capitale Maiduguri. Rispettivamente oltre 35 e 32 i morti.

Camerun: Quattro differenti azioni kamikaze da parte di altrettante ragazze hanno portato all’uccisione di almeno 5 persone a Fotokol lo scorso 21 novembre.

Tunisia: 13 morti a seguito di un attacco bomba contro l’autobus della guardia presidenziale avvenuto lo scorso 24 novembre a Tunisi. Così come nelle azioni al Museo del Bardo e nella spiaggia di Sousse dello scorso giugno, lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato.

 

Giacomo Pratali

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Ue: nuove proposte sulla sicurezza

EUROPA/POLITICA di

Al vaglio misure per aiutare gli Stati partner nella lotta al terrorismo e alla criminalità. All’orizzonte anche alcune manovre di bilancio per favorire i processi di pace in Africa.

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La Commissione Europea e l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Ue hanno recentemente diramato un comunicato in materia di sicurezza. Non è una novità: ma l’obiettivo stavolta è quello di aiutare i paesi partner e le organizzazioni regionali a prevenire crisi in materia di sicurezza utilizzando gli strumenti di cui l’Unione ed i singoli Stati Membri dispongono, sulla scorta delle lezioni apprese nei paesi terzi come le missioni di formazione in Mali o in Somalia o, più indietro nel tempo, in Bosnia e Congo (si pensi alle missioni sotto egida UE denominate “EUFOR Althea” ed “EUFOR RD Congo”, a cui hanno partecipato negli anni folti contingenti di militari e non provenienti dal nostro Paese).

La “comunicazione” congiunta, che suona come un’importante dichiarazione di intenti, svela quali siano ad oggi le criticità del sistema Europa in materia sicurezza e difesa ed illustra una serie di proposte anche economico – finanziarie per fronteggiare le minacce del terrorismo e della criminalità organizzata emergenti dentro i confini dell’Unione. Il tutto manifesta l’evidente intento di Junker e di Mogherini di attribuire una missione ancora più globale dell’Europa. Il documento è da ritenersi quale un vero e proprio libro bianco di livello strategico in materia di sicurezza; la stessa Mogherini ha dichiarato: “Con queste nuove proposte intendiamo aiutare i nostri partner ad affrontare le sfide connesse al terrorismo, ai conflitti, alla tratta di esseri umani e all’estremismo. Permettere ai partner di garantire la sicurezza e la stabilizzazione sul loro territorio non serve solo a favorire il loro sviluppo, ma è anche nell’interesse della stabilità internazionale, comprese la pace e la sicurezza in Europa”.

Alcuni manovre di bilancio illustrate nel documento per il raggiungimento dell’obiettivo prefissato dalle Istituzioni UE sono:
– adattare il Fondo per la pace in Africa per ovviare alle sue limitazioni;
– creare un nuovo fondo che colleghi pace, sicurezza e sviluppo nell’ambito di uno o più strumenti già esistenti;
– creare un nuovo strumento finanziario destinato specificamente a sviluppare la capacità dei paesi partner in materia di sicurezza.

Materialmente, il supporto che la Commissione vorrebbe fornire potrebbe consistere nella fornitura di ambulanze e materiale di protezione o mezzi di comunicazione alle forze militari nei paesi in cui le missioni della politica di sicurezza e di difesa comune stanno già assicurando formazione e consulenza, ma dove la loro efficacia risente della mancanza dei mezzi essenziali.

Il tutto assume una maggiore rilevanza se si pensa che proprio domani, 7 maggio, un’importante Comitato del Consiglio dell’Unione Europea, il COSI – Standing Committee on Internal Security, si riunirà in maniera informale a Riga, in Lettonia (che è il paese attualmente reggente la Presidenza del Consiglio): in quella sede si discuterà principalmente di terrorismo, di foreign fighters, di confini, di immigrazione e dell’operato delle numerose agenzie europee operanti nel settore JHA (Justice and Home Affairs).

Questi eventi, questi “atteggiamenti”, devono indurci a pensare che l’Europa, e le sue numerose Istituzioni, con uno sguardo all’interno ed all’esterno dei suoi confini stanno cercando di assumere un ruolo di sempre maggior rilievo nella gestione civile delle crisi e dei risvolti ad esse interconnessi. L’Europa, in sintesi, pur non abbandonando i suoi primigeni obbiettivi strategici di natura politico-economica, sta operando finalmente in maniera sempre più incisiva anche negli equilibri e negli assetti internazionali, valicando – e anche di molto – i suoi confini geografici ed assurgendo ad organizzazione internazionale sempre più “completa”.

Domenico Martinelli

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Redazione
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