GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Giornalista uccisa a Malta: l’OSCE e l’UE impegnati nei diritti umani, nella libertà di stampa e di espressione.

È stato comunicato ufficialmente oggi dall’OSCE che la 19esima conferenza sull’Open Journalism in Asia Centrale (che si terrà a Tashkent dal 17 al 19 ottobre), verrà presieduta dal Rappresentante dell’OSCE per la libertà di stampa, Harlem Désir, che ricopre questo incarico dal luglio scorso. La conferenza sull’Open journalism nell’Asia Centrale si tiene ogni anno e garantisce un form per la discussione di questioni relative alla libertà di espressione ed integrai

(fonte www.osce.org)

doveri istituzionali dell’OSCE nello specifico settore, ovviamente in territorio centroasiatico. Désir incontrerà nella circostanza alti funzionari degli Stati aderenti e rappresentanti della società civile e dei media per discutere, in particolare, dello stato della libertà di stampa in Uzbekistan ed in tutte le aree di competenza dell’OSCE. Ma oltre alla rappresentativa uzbeka, lo stato dell’arte in materia verrà discusso in questi due giorni da oltre 100 partecipanti, tra cui attori istituzionali, giornalisti ed accademici provenienti da Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan e Turkmenistan, con rappresentanti provenienti persino dalla Mongolia ed altri esperti internazionali. Il Rappresentante OSCE ha il compito di monitorare gli sviluppi della libertà di stampa e di espressione presso i 57 Stati membri dell’OSCE e di denunciare le violazioni in tali settori, indicando anche quali siano le prescrizioni dell’OSCE in materia. E proprio oggi, per esempio, ha chiesto alle autorità maltesi di indagare velocemente sull’omicidio di Daphne Caruana Galizia, giornalista uccisa in questi giorni sull’isola. Nel formulare le sue condoglianze alla famiglia, Désir si è detto “profondamente scioccato ed offeso dall’omicidio” della giornalista, che ha definito “fiera, investigatrice e coraggiosa”, ed ha chiesto che tutto il mondo conosca chi ne ha cagionato la morte.

Daphne Caruana Galizia (fonte www.wikipedia.it)

La collega era infatti autrice su Malta Indipendent, e scriveva su un suo blog personale. È  morta questo lunedì (16 ottobre) pomeriggio in una macchina appena noleggiata, che è esplosa con lei a bordo: aveva denunciato di essere stata minacciata di morte due settimane prima. Già da febbraio – si legge in una nota dell’OSCE – l’ufficio del Rappresentante per la libertà di stampa aveva invitato le autorità maltesi a proteggere la giornalista e la libertà di stampa, in generale. È pur vero che lo stesso Rappresentante – cha ribadito come “silenziare i giornalisti uccidendoli sia un fatto inaccettabile” ha apprezzato sin da subito le indagini immediatamente avviate dagli inquirenti della polizia maltese ed ha ulteriormente espresso apprezzamento per il fatto che il Primo Ministro Muscat e le altre autorità abbiano immediatamente condannato l’attacco. Non esistono delle stime ufficiali e universalmente condivise sullo stato della libertà di stampa nel mondo. Annualmente l’organizzazione Reporters san frontières stila una classifica di 180 Paesi: quest’anno l’Italia si è classificata solamente al 52° posto. Ma come vengono compilati questi elenchi? Ce lo spiega in un suo articolo di aprile u. s. la giornalista de La Stampa Nadia Ferrigo. L’ONG per giornalisti invia ai suoi partners dei questionari da compilare in merito a  “pluralismo, indipendenza dei media, contesto e autocensura, legislatura, trasparenza, infrastrutture e abusi”. All’ultimo posto? Ovviamente la Corea del Nord, di cui abbiamo svariate volte esaltato le prodezze geopolitiche su questa rivista. Ma come mai l’Italia è in una zona quasi di pericolo? Parrebbe che i giornalisti si sentano in parte minacciati dalla pressioni politiche, ed optino talvolta per non esprimersi. La colpa, sembrerebbe, è da attribuirsi ad alcuni partiti populisti, che hanno assunto talvolta posizioni anti-media. Ma per correttezza (e non per paura) preferiamo non entrare nella discussione politica.

Harlem Désir, rappresentante OSCE per la libetà di stampa (fonte www.OSCE.org)

Apprezziamo invece il lavoro dell’OSCE e ci rammarichiamo davvero per la scomparsa di una collega, vittima della sopraffazione e dell’ignoranza che, purtroppo, non hanno bandiera e non hanno colore. Anzi: forse hanno proprio tutte le bandiere e tutti i colori. Alla sua famiglia ed ai suoi colleghi, le espressioni più sentite della redazione di European Affairs.

Ci fa piacere e ci entusiasma, invece, come proprio oggi anche l’UE abbia ribadito l’importanza dei diritti umani e, tra questi, quello ad esprimersi liberamente. Il Consiglio “Affari esteri”, in data odierna, ha discusso infatti della politica dell’UE in materia di diritti umani e delle modalità migliori per promuoverli nei contesti bilaterali e multilaterali. L’Istituzione europea ha ribadito l’impegno dell’UE a promuovere e proteggere i diritti umani ovunque nel mondo, adottando conclusioni sulla revisione intermedia del piano d’azione per i diritti umani e la democrazia. Ha adottato anche la sua relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2016. Ma questa è (anche) un’altra storia.

Nessun pericolo per le reti informatiche della Difesa

Difesa/Varie di

La Difesa con un comunicato risponde a quanto riportato oggi da un quotidiano italiano sul tema della sicurezza cibernetica affermando  che non corrisponde a realtà la descrizione di quanto e accaduto e della attuale condizione di sicurezza delle reti informatiche delle Forze Armate.

Innanzi tutto, la problematica riguarda il controllo delle reti “aperte”- viene specificato nella nota inviata oggi- (per capire meglio, quelle con accesso ad internet), che, per quanto attiene alla Difesa, sono fisicamente separate da quei sistemi informatici, dedicati alla trattazione degli argomenti classificati, i quali sono invece collegati tra loro tramite “reti chiuse”. Pertanto, non esiste alcun rischio di compromissione di dati e informazioni di natura riservata.

Il software obsoleto dall’Esercito citato nell’articolo è, di fatto, una sorta di “sentinella” che rileva eventuali anomalie nel traffico dati. Il suo mancato aggiornamento non è un problema, perché si sta già provvedendo alla sua sostituzione nel pieno rispetto dei tempi tecnico-amministrativi necessari, ma soprattutto perché nella sua attività è affiancato da altre “sentinelle” (altri software e applicativi) che svolgono appieno il loro compito in maniera ridondante.

Tutti questi sistemi devono essere costantemente rivisti e, quando necessario, cambiati per poter fronteggiare efficacemente una minaccia, quella cibernetica, che è mutevole e in continua evoluzione.

Con le direttive impartite dal Libro Bianco, la Difesa sta realizzando un ambizioso progetto di governance di sicurezza unica delle reti con il potenziamento del C4 Difesa (il Comando preposto alla gestione e alla sicurezza delle reti informatiche della Difesa) e con la creazione del Comando Interforze per le Operazioni Cibernetiche. Stupisce perciò leggere l’affermazione che tale comando sarà operativo solo nel 2019. La struttura è già in funzione e opera con pienezza già da tempo, come peraltro documentato in numerose attività mediatiche di cui è stato protagonista.

Nel 2019, invece, gli saranno affiancate due strutture: il cyber-range, un poligono virtuale in cui addestrare il personale non solo della Difesa ma anche di altre Amministrazioni dello stato che ne faranno richiesta, e il cyber-lab, un laboratorio in cui studiare le minacce e mettere a punto le relative contromisure. Tale progetto consentirà, infatti, di gestire e controllare unitariamente tutte le reti della Difesa e delle singole Forze Armate, andando ad eliminare proprio quelle possibili problematiche che potrebbero insorgere dall’impiego di sistemi e software differenti.

Peraltro, vale la pena ricordare che – viene spiegato nel comunicato – il software citato nell’articolo nulla ha a che vedere con le capacità di risposta cibernetica alle minacce in senso stretto, affidata invece al giusto mix di tecnologia – attraverso programmi antivirus costantemente aggiornati e pienamente validi, come testimonia il fatto che ormai da molto tempo pur a fronte di numerosi tentativi, le reti della Difesa non hanno registrato alcuna intrusione – e di professionalità del personale tecnico.

In quest’ultimo settore, la Difesa sta investendo particolarmente anche attraverso specifici bandi di concorso, per avere sempre le migliori risorse, umane e materiali, al fine di garantire al meglio la sicurezza delle proprie reti e, con essa, di quelle del Paese.

È anche utile sottolineare che le reti della Difesa non sono in connessione con le altre reti ministeriali e pertanto non esiste alcun rischio di compromissione di dati e di informazioni di natura riservata.

E’ in Calabria il primo vero master universitario in Intelligence

Varie di

E’ ormai prossimo alla settima edizione il master di II livello in intelligence dell’Università della Calabria. Unico nel suo genere, è il primo percorso formativo – non necessariamente indirizzato agli esperti del settore – che rappresenta il primo vero esperimento ben riuscito di far assurgere l’intelligence e le sue sottodiscipline al rango di insegnamento universitario. In realtà, le scuole di intelligence, i corsi di intelligence ed i percorsi di formazione, più o meno “alta”, sono numerosi in Italia, e non sempre – o quasi mai – vengono somministrati da atenei che a giusto titolo possano fregiarsi di tale appellativo. Nessuno di questi percorsi formativi, ad eccezione di quello che ci accingiamo a descrivere, è però a nostro parere valido: molti sono i punti di vista personali, moltissimi i contenuti parziali, troppi gli elementi informativi che fanno pensare più ad approfondimenti giornalistici che ad un approccio scientifico e metodologico.

Il master in intelligence dell’Università della Calabria, voluto dal compianto Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga – appassionato di intelligence e di forze armate – e diretto dal prof. Mario Caligiuri, annovera invece tra i suoi docenti politici, diplomatici, security manager delle più affermate multinazionali italiane, ufficiali e funzionari delle forze di polizia; nelle scorse edizioni, hanno preso parte alle lezioni i direttori delle Agenzie di Informazioni e Sicurezza e del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza della Presidenza del Consiglio, oltre che studiosi e teorici dell’analisi criminale e di intelligence.

Non è nostro intento pubblicizzare un corso di studi, per quanto lo stesso sia validissimo, ma cercare di far comprendere ai lettori l’importanza dell’approccio all’intelligence in quanto scienza sociale a pieno titolo.inteligence

Sinora l’intelligence è stato confinata, in un’atmosfera quasi da romanzo noir o da cronaca complottista o scandalistica, in un mondo per i soli addetti ai lavori: militari, sbirri, americani, gladio, la NATO e chi più ne ha più ne metta…. ma non è così. Lo scopo del master (e del presente articolo) è quello di far comprendere che l’intelligence dovrebbe essere pane quotidiano per tutti e non solo per un’indecifrabile intellighenzia. Mi spiego: non affermo che informazioni riservate o documenti protetti dal segreto di stato dovrebbero essere accessibili a tutti. Tutt’altro. Esattamente l’opposto. La popolazione dovrebbe capire che esiste l’intelligence, e che se esiste la segretezza è proprio perché informazioni e documenti riservati, apparati ed agenti sotto copertura servono a tutelare prima di tutto la sicurezza della Repubblica. La sicurezza di tutti.

UnicalSarebbe importante capire in maniera più diffusa come operano i servizi segreti, conoscere approfonditamente le leggi che ne regolano inflessibilmente il funzionamento e comprendere, prima di tutto, che non sono uno strumento politico utile alle campagne elettorali, ma che se il loro operato sfugge – solo in parte – al controllo della magistratura è perché le decisioni emergenziali (come sempre sono quelle relative alla sicurezza) sono proprie del potere politico. C’è sempre tempo, come è giusto che sia in ogni democrazia, in fase di discussione parlamentare e di dibattimento giudiziario, per capire se è stato fatto tutto ciò che andava fatto e per accertare eventuali omissioni o responsabilità. Ma davanti ad un rischio od un pericolo, o per arginare un danno (tutti concetti apparentemente sinonimi, ma totalmente diversi, ben noti a chi studia queste materie) una decisione va presa, giusta o sbagliata che sia. L’intelligence è anche questo: una breve e minima deroga alla democrazia, per decidere con rapidità ed efficacia il da farsi quando la sicurezza esterna ed interna del nostro Paese, dei suoi cittadini e dei suoi interessi militari od economici sono minacciati.

Cyber Intelligence: tra libertà e sicurezza“, “Intelligence e Magistratura” “Intelligence e Scienze Sociali” “Cossiga e l’Intelligence” “Intelligence e ‘Ndrangheta“, sono solo alcuni titoli dei tantissimi volumi scritti dal prof. Mario Caligiuri, direttore del master ed accademico, che per primo ha dimostrato nel nostro paese la validità di un approccio scientifico, universitario e sistematico all’intelligence. Con un occhio di riguardo per la sua regione, nella quale ha ricoperto in varie vesti ed in differenti periodi anche ruoli politici ed amministrativi, egli ha sviscerato e sta sviscerando ogni singolo aspetto della (nuova?) disciplina universitaria in relazione ad ogni materia delle scienze sociali, senza trascurare la modernità, la contemporaneità e le insidie del cybercrime e del cyberterrorismo. Non a caso, la necessità di conformarsi ai tempi moderni, di velocizzare e meglio veicolare le informazioni attraverso il web hanno trovato anche espressione in una rivista on-line, curata dall’Ateneo e denominata IntelligenceLab.

Insomma, l’intelligence – che è un termine intraducibile in italiano – è una disciplina aperta e fruibile a tutti e, almeno come metodo, tutti dovrebbero accrescere la loro consapevolezza al riguardo.

Europeanaffairs.media ha sempre avuto a cuore l’argomento intelligence, specie per gli aspetti strategici e geopolitici ad esso contigui e con esso interdipendenti. La nostra speranza è quella di far comprendere, con queste poche righe, che un mondo costituito da persone più consapevoli, senza riserve e con il desiderio di approfondire anche tematiche spesso più ostiche o meno frequenti nella vita di tutti i giorni, può essere un mondo più sicuro.

Lo studio dell’intelligence – senza riserve e senza cercare ovunque complotti e macchinazioni – se condotto con un approccio interdisciplinare (in cui la psicologia, l’informatica, il diritto, l’ingegneria, la geopolitica e la religione, e non solo, si intrecciano) può contribuire a creare un mondo migliore. E’ non è sterile romanticismo. Basta leggere i giornali per capire quanto la sicurezza sia un bene sempre più prezioso, di cui tutti hanno fame e sete. 

Cominciamo dall’Italia.

14 giugno giornata mondiale per la donazione del sangue

EUROPA/Varie di

I giovani della Croce Rossa Italiana hanno  organizzato  una “Caccia al tesoro” nazionale per sensibilizzare gli under 32 sul tema della donazione del sangue, un opera di bene necessaria per poter affrontare le emergenze ematiche a livello nazionale.

“La donazione del sangue è un momento fondamentale per salvare vite e attivarsi in prima persona per la propria comunità e per chi ha bisogno. In ogni emergenza nazionale, i terremoti per esempio, ci sono tantissime persone che sono pronte ad andare a donare il sangue: quello che dobbiamo far capire a tutti è che c’è bisogno di lavorare quotidianamente sulla cultura della donazione che deve essere sostenibile e continua nel tempo. La Croce Rossa Italiana ha una lunga storia di promozione della donazione del sangue e di educazione alla salute: come ogni 14 giugno, in occasione della giornata mondiale del donatore di sangue, vogliamo rilanciare il messaggio dell’importanza della cultura del dono, periodico, volontario e non remunerato, e della sensibilizzazione delle nostre comunità locali”, ha dichiarato il Presidente nazionale della Croce Rossa Italiana, Francesco Rocca, in occasione del lancio dell’iniziativa.

I giovani della Croce Rossa Italiana hanno organizzato un “caccia al tesoro” nazionale per avvicinare i ragazzi alla donazione di sangue attraverso il gioco, con le persone con le quali condividono avventure, giochi, sport, musica e divertimento. In questo modo la donazione diventa un gesto normale di cui non aver paura ed un utile strumento per salvare delle vite e adottare uno stile di vita sano e sicuro con i propri amici. Per raggiungere questo obiettivo la sensibilizzazione deve coinvolgere i giovani stessi, partendo da chi sono e cosa vogliono, cosa amano fare e come pensano di realizzarlo. In questo modo, Croce Rossa li incoraggia ad affermare loro stessi, condividendo obiettivi ed esperienze, e ponendo le basi affinché si crei una rete di ragazzi consapevoli e protagonisti della propria vita e della società di cui fanno parte. L’evento coinvolgerà tantissimi ragazzi tra i 14 e i 32 anni.

A partire dal 2004, la Giornata Mondiale del Donatore di Sangue viene celebrata in tutto il mondo il 14 giugno di ogni anno per ricordare la nascita di Karl Landsteiner, scopritore dei gruppi sanguigni AB0 e coscopritore del fattore sanguigno Rh. “Che cosa puoi fare? Dona sangue. Dona ora. Dona spesso” è lo slogan scelto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che vuole rimarcare l’importanza di una adeguata disponibilità di sangue durante le emergenze, attraverso un Sistema trasfusionale ben organizzato e su una popolazione di donatori volontari, periodici e non remunerati.

L’iniziativa ha riscosso molto successo permettendo di raggiungere il cuore di tantissimi giovani che hanno partecipato.

kosovo: passaggio di comando al multinational battle group west di kfor

Difesa/Varie di

Si è svolta il 12 giugno 2017 presso Camp “Villaggio Italia”, la cerimonia di avvicendamento tra il 32° Reggimento Carri di Tauriano (PN) e il 3° Reggimento Artiglieria Terrestre (da montagna) di Remanzacco (UD).

Il Colonnello Stefano Imperia ha ceduto il comando del  Multinational Battle Group West (MNBG-W), l’unità multinazionale a leadership italiana che opera nel settore ovest del Kosovo nell’ambito della Kosovo Force (KFOR), al Colonnello Enzo Ceruzzi.  Nel periodo di permanenza in Teatro Operativo, i militari del 32° Reggimento Carri hanno effettuato 1463 pattuglie appiedate, 6475 posti di osservazione e 2917 pattuglie motorizzate, per un totale di circa 172.475 km percorsi. Il MNBG-W ha realizzato nel corso del mandato anche numerosi progetti di cooperazione civile-militare, volti a supportare e contribuire a migliorare le condizioni di vita della popolazione locale.

Oltre 109 sono stati i meetings con le autorità civili e religiose locali e numerose le donazioni di materiale ed attrezzature scolastiche, giochi per bambini e medicinali in collaborazione con alcuni “donors” italiani. Il passaggio di responsabilità è avvenuto alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia in Kosovo, S.E. Piero Cristoforo Sardi, del Comandante della Kosovo Force, Generale di Divisione Giovanni Fungo e del Capo di Stato Maggiore del Comando  Operativo di Vertice Interforze (COI), Generale di Divisione Gaetano Zauner, oltre a numerose autorità civili, militari e religiose convenute per l’occasione.

Il Generale Fungo nel suo intervento ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto dai carristi del 32° reggimento e ha augurato buon lavoro ai subentranti. Gli Artiglieri della Brigata Alpina Julia, ricevuto il testimone della missione, proseguiranno nello svolgimento dei compiti mantenendo la leadership dell’unità multinazionale che annovera tra le sue fila anche militari sloveni, austriaci e moldavi.

 

l’Isis attacca Teheran

Varie di

La coincidenza tra la decisione dei Sauditi e dei loro principali alleati di rompere le relazioni con il Qatar per un suo presunto avvicinamento all’Iran e i due attacchi terroristici avvenuti a Teheran ha spinto alcuni commentatori a legare i due fatti come conseguenza l’uno dell’altro. L’abbinamento è tuttavia particolarmente improbabile poiché gli attentati contro il mausoleo di Khomeini e il Majlis (Parlamento iraniano) sono stati così ben coordinati tra loro e tanto articolati nell’esecuzione da escludere che possano essere stati organizzati in pochi giorni. L’uso di fucili d’assalto, la scelta dei luoghi e del momento, la trasmissione via video in diretta degli avvenimenti da parte degli assalitori lasciano pensare a qualcosa in preparazione da qualche tempo, ben prima che Trump pianificasse il suo viaggio in Arabia Saudita e rilanciasse l’”asse” contro l’Iran.

Nonostante si ripeta continuamente che è la prima volta che la Repubblica degli Ayatollah sia oggetto di attacchi terroristici, ciò non corrisponde a verità. Seppur da alcuni anni non si registrassero eventi simili, episodi terroristici non sono nuovi in alcune parti del Paese e specialmente nel Kurdistan iraniano o e nella provincia del Sistan-Belucistan. L’ultimo attentato avvenuto nella capitale risale al 2001 e fu opera di un gruppo terroristico interno, i Mujahiddin- e- Khalq (conosciuti anche come Mujahiddin del Popolo facenti capo a Marjam Rajavi, autoesiliatasi in Francia).

Costoro sono un’organizzazione di militanti d’ispirazione islamico-comunista che partecipò alla rivoluzione contro lo Scià, ma fu poi emarginato da Khomeini e si dette alla macchia riunendo poi la maggior parte dei propri militanti nel vicino Iraq. Oggi, i suoi seguaci rimasti nel Paese sono pochi e la popolazione iraniana li disprezza come traditori per la collaborazione da loro data a Saddam Hussein durante gli otto anni di guerra tra i due vicini. Pur tuttavia sono ancora attivi, con una rete segreta di seguaci evidentemente ben introdotta in posti chiave dello Stato, tanto da essere stati loro a rendere noto alla comunità internazionale l’esistenza del progetto nucleare iraniano e provocare, di conseguenza, le reazioni che portarono dapprima alle sanzioni e poi all’accordo dei 5+1 sottoscritto durante la Presidenza Obama.

Anche nel 2008 Teheran fu colpita da un atto terrorista con un’esplosione in un sobborgo della città che causò almeno quindici morti. In quel caso non ci furono rivendicazioni e mai si scoprì la natura degli attentatori, ma i sospetti furono indirizzati verso Israele che avrebbe colpito un convoglio supposto trasportare armi destinate a Hezbollah libanese.

L’ISIS è un naturale nemico dell’Iran e il loro confronto diretto è sui campi di battaglia in Siria e Iraq ove, almeno ufficialmente, sono i Pasdaran e non l’esercito ufficiale a combattere. Per quanto le differenze religiose siano un puro pretesto per scopi più prettamente politici, la ragione formale dell’ostilità’ tra i due è l’”apostasia” del regime sciita degli Ayatollah contrapposto alla “purezza” sunnita del “califfato”. Agenti dello “Stato Islamico” avevano già cercato di agire nel passato contro il regime iraniano, ma un loro “emiro” nel Paese era stato identificato e ucciso mentre undici possibili terroristi erano stati arrestati nel settembre 2016 mentre facevano incetta di armi ed esplosivi, forse proprio per realizzare quanto poi verificatosi lo scorso 7 giugno. Nel marzo di quest’anno i media dell’ISIS diffusero un video in lingua farsi nel quale invitavano i sunniti iraniani (il Paese, seppur a maggioranza sciita, comprende minoranze di altre religioni tra cui sunniti, cristiani, ebrei e zoroastriani) a ribellarsi e colpire organi governativi.

Occorre qui aggiungere che la stragrande maggioranza della popolazione iraniana, pur divisa su varie etnie, nutre un forte sentimento patriottico d’identità nazionale e ogni tentativo esterno di fomentare divisioni tra i vari gruppi è sinora caduto nel vuoto.

L’attacco delle scorse settimane ha avuto il duplice effetto di rinsaldare i legami interni alla popolazione comune ma di accentuare le divisioni tra conservatori e moderati. Nonostante i terroristi fossero evidentemente seguaci dello Stato Islamico, il Governo del Presidente Rohani appena rieletto, per tacitare le proprie opposizioni, dovrà alzare i toni contro i vicini nemici sauditi e contro gli Stati Uniti. Infatti, la prima reazione di molti deputati, nonostante il Presidente del Parlamento Larjani cercasse di minimizzare, è stata il cantare “Morte all’America”.

Le Guardie Rivoluzionarie, uscite pesantemente sconfitte dalle ultime consultazioni elettorali, troveranno in questi attentati la scusa per rilanciare contro Rohani le accuse di troppa accondiscendenza verso i “nemici della rivoluzione”, per aver sottoscritto un patto che riduce la sovranità del Paese e aver così lasciato spazi ad azioni terroriste come quelle capitate. Poco importa che la sicurezza del Paese e i servizi d’informazione dipendano da loro e che quindi proprio ai Pasdaran andrebbe imputata l’incapacità di prevenire quei sanguinosi eventi.

La necessità di rispondere visibilmente all’attacco subito obbligherà il Governo ad aumentare l’impegno in Siria e in Iraq contro lo Stato Islamico e per farlo non potrà che appoggiarsi agli stessi Pasdaran, ridando loro uno spazio politico che sembrava in caduta libera. Che questo, cioè la maggior conflittualità politica interna, fosse uno degli obiettivi dei terroristi è probabile. Così com’è certo che il simbolismo dei luoghi scelti per gli attentati, la tomba del fondatore dell’attuale Repubblica e l’organo costituzionale più rappresentativo, servivano a mostrare la vulnerabilità dello Stato e rinfrancare le schiere dei guerriglieri del “califfato”demoralizzati dalle continue sconfitte sul campo di battaglia.

Sicurezza grandi eventi, il piano è attivo ?

Difesa/EUROPA/Varie di

Dopo l’attentato di Manchester si è parlato molto delle misure di sicurezza per gli eventi che accolgono grandi numeri di pubblico, limitazione, vie di fuga, piano operativi ma qual è lo stato del’arte?

Ancora sembra essere tutto in fase di studio e non applicato ai grandi eventi.

Un esempio il WIND MUSIC AWARD di Verona che si svolge nell’Arena di Verona dal 5 al 7 di giugno.

un evento che attira migliaia di giovanissimi e non solo ad assistere alle performance di artisti molto seguiti come Nek, Fedez, Giorgia, Gualazzi, il Volo, RenatonZero e molti altri.

Un esibizione in diretta nazionale su RAI 1 con milioni di ascolti consolidati è una grande visibilita.

Un contesto questo ideale per un eventuale attacco terroristici sullo stile di quello inglese che fortunatamente non è accaduto.

Nonostante un sostenuto dispiegamento di forze all’esterno e all’interno dell’Arena nessun controlli approfondito è stato eseguito all’entrata, nessun metal detector, nessun controllo dentro le borse.

fortunatamente non è successo nulla ma l’effetto mediatico di un eventuale attacco di un lupo solitario avrebbe avuto un effetto amplificato dall’esposizione televisiva dell’evento.

All’indomani dell’attentato di Manchester il Ministro dell’Interno ha convocato il coordinamento delle funzioni di sicurezza e antiterrorismo CASA per discutere lo scenario internazionale e i piani per la protezione di possibili obiettivi sensibili,saranno poi i prefetti a verificare localmente le possibili criticità.

A Verona ieri sera nessuna misura di controlli all’accesso all’Arena, forse il piano procede a rilento.

 

 

Trump e la politica USA in Medio Oriente

Varie di

Nelle loro politiche estere non è comune vedere gli Stati cambiare drasticamente le loro strategie al cambiare delle amministrazioni di Governo. Di là  dalle parole spese in campagna elettorale, una volta giunti nella stanza dei bottoni, ogni politico fa i conti con la realtà che lo circonda guardandola da un punto di vista diverso rispetto a chi non ha la responsabilità delle decisioni.

E’ pur vero che, se nel frattempo è cambiato qualcosa nel mondo, sia per nuovi equilibri tra le potenze sia per importanti variazioni nelle politiche altrui, ognuno deve adattarsi e applicare nuove visioni.

Nel passaggio di poteri tra la Presidenza USA di Obama e quella di Trump niente di rilevante è cambiato fuori dagli Stati Uniti: la crisi israelo-palestinese è a un punto morto come prima, le guerre e i vari conflitti in corso perdurano immutati, la Cina continua lentamente ma inesorabilmente nella sua politica espansiva e l’Europa procede nella sua marcia verso una possibile decadenza. Al contrario, la Presidenza americana ha cambiato drasticamente rotta.

Il recente viaggio di Trump a Riad ha mostrato solo il primo di grandi cambiamenti che potrebbero verificarsi anche verso altri teatri.

Mentre Obama aveva allentato i legami che tradizionalmente legavano gli Usa agli alleati storici in loco, aveva riproposto l’attenzione verso la tutela di un minimo di rispetto dei diritti umani e cercava un nuovo dialogo con l’Iran, magari concedendogli il riconoscimento di una sua area d’influenza, il nuovo Presidente è ritornato sulle linee impostate da altri predecessori.

Il rapporto con Israele e l’Arabia Saudita sono di nuovo il perno centrale della politica americana in Medio Oriente e l’Iran ridiventa il nemico numero uno degli interessi americani nell’area.

Il discorso tenuto ai cinquantacinque leader riunitisi per incontrarlo è stato piuttosto chiaro: non contano le differenze tra le religioni e non siamo di fronte ad uno scontro di civiltà, ognuno deve scegliere da solo come vivere all’interno della propria società e i predicatori di ogni fede devono emarginare gli estremismi. L’avversario da battere è solo il terrorismo, che ci colpisce tutti allo stesso modo e il suo maggiore sponsor sta a Teheran. Nessun accenno alla tutela di minoranze interne, nessun richiamo contro atteggiamenti autoritaristici, nessuna menzione sui gruppi integralisti pur notoriamente sostenuti proprio dai sauditi.  Che il tycoon, contrariamente ad Obama, fosse in totale sintonia con il Governo israeliano lo si era visto già in campagna elettorale ma l’apertura all’Islam, in precedenza definita una religione implicitamente aggressiva e pericolosa, ha lasciato realisticamente il posto a una netta distinzione tra la sua pratica normale e i devianti estremismi.

Se si va oltre il primo sguardo, si vede comunque una sua coerenza tra il Trump di prima e di dopo l’elezione. Il suo obiettivo sempre dichiarato era di voler rivitalizzare l’economia interna americana e questa prima tappa del viaggio non l’ha dimenticato. Oltre alla netta scelta politica di campo, uno dei risultati di questi incontri è il volume di contratti firmati e la pioggia di denari (e, conseguentemente, di posti di lavoro) che dovrebbero riversarsi sugli USA. Com’è giusto che sia, politica ed economia camminano insieme e la volontà di rinforzare l’Arabia Saudita e i Paesi arabi contro la “minaccia” iraniana si traduce nella cessione ai sauditi e Paesi vicini di un’enorme quantità di armamenti di fabbricazione statunitense. Si ipotizza una cifra di circa 350 miliardi di dollari in dieci anni, di cui almeno un centinaio da spendersi immediatamente. Di questi ultimi, circa sessanta saranno destinati per l’acquisto di aerei, navi, bombe di precisione, munizioni e un sistema di modernizzazione della difesa cibernetica. Anche i missili THAAD (quelli che sono stati stanziati in Corea del Sud e che Trump vorrebbe fossero i riluttanti coreani a pagare) saranno parte del pacchetto. Della delegazione americana facevano parte, non a caso, rappresentanti di alcune grandi imprese americane, quali la Boeing, la Lockeed e la General Electric.  I sauditi, pur alle prese con un deficit interno di almeno 53 miliardi di dollari che li ha obbligati a tagliare i salari degli impiegati pubblici, hanno promesso investimenti, in partnership, nelle infrastrutture americane per un montante di 200 miliardi in quattro anni. Anche gli Usa hanno concesso qualcosa: 150 elicotteri della Lockeed saranno assemblati in Arabia Saudita creando 450 nuovi posti di lavoro e la società mista Aramco dovrebbe poter investire almeno 50 milioni in attività diversificate dal settore petrolifero.

Tornando all’aspetto più direttamente politico e di là dei discorsi ufficiali, è possibile ipotizzare che si sia cercato di stringere ulteriormente e allargare ad alcuni altri Paesi arabi la collaborazione (già esistente ma mai resa ufficiale) tra Israele e l’Arabia Saudita con una duplice funzione: anti iraniana da un lato e per la ricerca di un vero e duraturo accordo con i palestinesi dall’altro.

Come in tutte le circostanze simili, occorrerà vedere in seguito se quanto discusso e quanto annunciato si tradurranno veramente nella realtà. Gli ostacoli non mancano, a partire dal fatto che alcuni dei presenti hanno nutrito, e probabilmente continuano a sostenere, proprio quei gruppi estremisti e terroristici che sono stati identificati come il nemico comune. Oltre alla stessa Arabia Saudita, alludiamo al Qatar e al suo coinvolgimento con alcuni gruppi ribelli in Siria, con i Fratelli Musulmani e con Hamas nella striscia di Gaza. Né si possono nascondere gli interessi divergenti nello stesso mondo arabo, con relativi supporti a gruppi combattenti in Libia o in Egitto(vedi Fratelli Musulmani).

Infine, il coalizzarsi del mondo sunnita contro l‘Iran significa escludere dalla partita la Russia e, oltre a rendere impossibile una soluzione per la crisi siriana, non potrà certo essere facilitato il raggiungimento di una stabilizzazione della regione, dove gli sciiti sono pur sempre un numero rilevante e godono di posizioni geopoliticamente molto forti.

Dario Rivolta

 

 

Photo Credit: Per gentile concessione

Valentin Muriaru www.valentinmuriaru.com

 

Granatieri al comando del contingente italiano in Libano

Varie di

Shama (Libano) 27 aprile 2017 – Avvenuto oggi il passaggio di responsabilità del comando del contingente italiano che opera nell’ambito della missione UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), la forza di interposizione delle Nazioni Unite nel Sud del Libano.

Il Comando dell’ operazione “Leonte” passa alla Brigata “Granatieri di Sardegna”, subentrata questa notte alla Brigata “Pozzuolo del Friuli”.

La cerimonia del TOA (Transfer of Authority) si è svolta presso la “Millevoi” di Shama alla presenza del Comandante del COI (Comando Operativo di Vertice Interforze), Ammiraglio di Squadra Giuseppe Cavo Dragone, del Comandante della Missione UNIFIL, il generale dell’esercito irlandese Micheal Beary, nonché di numerose autorità politiche e locali del Libano del Sud.

Nel corso della cerimonia, il generale Micheal Beary ha ringraziato il personale della Brigata “Pozzuolo del Friuli” per il prezioso contributo fornito in questi sei mesi e per l’importante ruolo ricoperto nell’ambito delle attività previste della Risoluzione delle Nazioni Unite n°1701.

La Brigata “Granatieri di Sardegna”, la più antica dell’Esercito Italiano, ha già condotto l’operazione nella terra dei cedri nel 2014 con “Leonte XV”, rilevando, come allora, il Comando della Joint Task Force dalla Brigata di cavalleria “Pozzuolo del Friuli” che in sei mesi, tra l’altro ha svolto oltre 37.500 attività operative diurne e notturne, 4 mila attività operative congiunte con le Forze Armate Libanesi e completato 58 progetti di cooperazione civile e militare.

Kommando Cyber- und Informationsraum, Berlino attiva il Cyber Comando

Varie di

E’ operativo dal 1 Gennaio 2017 il Comando per le operazioni Cyber della Bundeswehr, le forze armate della Repubblica Federale.

La rilevanza della Germania nello scacchiere europeo ed internazionale, il suo peso nell’economia globalizzata, i molteplici fronti caldi in cui e’ impegnata in campo diplomatico e anche militare, ne fanno un bersaglio privilegiato per gli hacker di tutto il mondo.

Solo nelle prime nove settimane dell’anno, stando a quanto riporta Deutsche Welle, la rete delle forze armate tedesche ha subito ben 284.000,00 attacchi.

Per far fronte a questa crescente minaccia e adeguarsi agli standard di altri paesi, e’ nato il Cyber and Information Space Command” (CIR), che costituisce la sesta branca delle forze armate accanto ad esercito, marina, aeronautica, servizio medico e supporti interforze.

Comandato dal Maggior Generale dell’Aeronautica, Ludwig Leinhos, classe 1956, con alle spalle una lunga carriera in ambito NATO, il CIR ha un fabbisogno stimato di 13500 risorse, che conta di reclutare dal mercato con un’aggressiva e convincente campagna pubblicitaria.

Il primo step di questa campagna prevede l’inserimento di specialisti IT per costruire e migliorare la backbone infrastrutturale rispetto alla quale implementare e sviluppare le best practice necessarie a mantenere un adeguato livello di combat readiness.

Il fronte cyber rimane uno dei più “caldi” anche in Europa, dove si fonti americani attestano ingerenze russe nelle elezioni francesi e tedesche.

Sia la campagna di uno dei due candidati all’Eliseo, Emmanuel Macron, che due think tank legati alla CDU, il partito di Angela Merkel, sarebbero stati oggetto di attacco tramite malware, spybot e phishing da parte di un gruppo conosciuto con le denominazioni di Fancy Bear o APT 28.

La strategia nazionale tedesca in ambito di cyber security, aggiornata nel novembre del 2016, si basa su due pilastri: “sicurezza tramite crittografia” e “sicurezza nonostante la crittografia”.

Questo approccio bifocale nasce dalla necessita’ di garantire il minimo di accesso possibili a soggetti esterni alla rete dei dati sensibili e strategici e allo stesso tempo garantire alle agenzie di pubblica sicurezza civili e militari la capacita’ di proteggere gli asset del paese dalla minaccia terroristica.

 

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Leonardo Pizzuti
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