GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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La Corea del Nord e la legge di attrazione.

La bandiera del Partito dei Lavoratori di Corea, che raffigura l’emblema dell’ideologia “Juche”, ossia del socialismo nordcoreano (falce, martello e, in rappresentanza degli intellettuali, pennello calligrafico). Fonte Wikipedia

Adesso non prendetemi per pazzo. Il titolo è bizzarro, non solo per motivi di marketing o di SEO. Chi di Voi lettori ha mai sentito parlare della legge di attrazione? Ma sì dai, quella teoria bizzarra d’oltreoceano, diffusa inizialmente attraverso il libro “The Secret” (a cui poi sono seguiti una serie di “successi” editoriali), secondo cui se pensiamo intensamente e con fiducia ad una cosa, sia essa positiva o negativa si avvererà: praticamente se si pensa a ad un obiettivo personale, o ad una nostra paura, queste si materializzeranno. Se pensiamo ad una persona probabilmente la incontreremo o ci telefonerà. Ecco. Qualche volta, lo confesso, ho “applicato” la legge di attrazione e quello che avevo pensato si è verificato. Non voglio venderVi libri o teorie e non sono un coach o un motivatore. Ma erano diversi giorni – lo giuro! – che pensavo alla Corea del Nord. Ero scettico ma mi sto ricredendo.

È un argomento che mi ha sempre appassionato, per carità. Ma da diversi giorni guardavo documentari e leggevo notizie su quel Paese, sia in relazione alle normali nozioni che su di esso sono diffuse, sia alle trattative con gli USA che sembrerebbero in stallo. Molti penseranno che mi sono limitato a rinverdire le mie conoscenze a seguito del discorso di Capodanno da parte di Kim Jong-Un.

No, non è vero. Ci pensavo da prima. Ho controllato la mia cronologia internet ed è chiaro che la legge di attrazione ha funzionato. Per esempio: ho guardato sia su Sky che su Youtube (ovviamente in lingua originale) il lungo documentario del giornalista Michael Palin della BBC. Dopo pochi giorni, il 24 dicembre, una Corte statunitense ha condannato la Corea del Nord ad un risarcimento stratosferico per la morte del giovane studente 22enne Otto Warmbier, che – punito con 15 anni di lavori forzati per aver rubato un manifesto politico nell’area riservata di un hotel per turisti di Pyongyang – era ritornato a casa in coma dopo meno di un anno e mezzo di detenzione. La vicenda ormai è solo relativamente recente. Probabilmente i nordcoreani non avrebbero voluto farlo morire lì da loro (ed è strano che il giovane sia morto in seguito a torture o maltrattamenti, perché tutti i prigionieri stranieri pare vengano trattati molto bene, in qualità di merce di scambio per richieste di natura diplomatica nei confronti degli Stati di appartenenza). Ovviamente non esistono strumenti giuridici per costringere la Corea del Nord a pagare. E non credo che la DPRK impugnerà la decisione… La precisazione sull’albergo per turisti a Pyongyang è che, secondo alcuni siti internet, esistono solo pochi hotel riservati agli stranieri ed in alcuni di essi non esisterebbe il terzo o il quinto piano: vale a dire, secondo alcuni siti (di cui non escluderei comunque la matrice esageratamente complottista) un piano dell’hotel sarebbe destinato a spiare gli ospiti dell’albergo. Ecco come il giovane Warmbier sarebbe incappato nelle maglie della draconiana giustizia nordcoreana: entrando nel piano interdetto agli ospiti e trafugando, probabilmente per gioco, un manifesto di propaganda. Peccato fosse stato filmato ed arrestato all’aeroporto proprio il giorno della sua partenza verso gli States.

Successivamente, dopo qualche giorno, ho guardato i documentari sudcoreani di “Asian Boss”, in cui si intervistano alcuni disertori – o meglio defectors –  che sono scappati dal Nord per trovare rifugio al Sud, via Cina. Ebbene, dopo qualche giorno ecco il discorso di Kim Jong-Un, che ricorda agli Stati Uniti di limitare le sanzioni, salvo sospendere il processo di denuclearizzazione. Altra conferma della legge di attrazione. Ho cominciato a dare di nuovo un’occhiata in rete e mi era venuto in mente un vecchio gloriosissimo post del nostro ex Ministro degli Esteri Alfano, in cui si annunciava l’allontanamento dell’ambasciatore nordcoreano a Roma, Mun Jong-nam, come “persona non grata” (non gradita, nel senso latino del termine), in segno di protesta per i lanci missilistici del regime di Kim, peraltro sanzionati oltre che dall’ONU anche dall’UE (su European Affairs ne avevamo parlato qui).

Era un po’ che non cercavo informazioni su via dell’Esperanto, sede dell’ambasciata a Roma. Ed

L’ambasciata della DPRK in Italia, in via Esperanto 26 a Roma, secondo Google Street View.

effettivamente le informazioni sono sempre state molto poche, anche prima di tutti questi eventi. Esistono dei siti internet che diffondono i dati sulle ambasciate e sugli uffici consolari: ma sulla rappresentanza diplomatica della DPRK si trova sempre poco o nulla. Sull’ambasciatore, e anche sulla vicenda del suo allontanamento, esistono alcuni post sul sito internet della sezione italiana della KFA, l’associazione dell’amicizia della Corea del Nord. Per inciso, la KFA è un’associazione fondata da Alejandro Cao de Benós, che è un attivista spagnolo, anche cittadino nordcoreano, incaricato della DPRK per i rapporti con l’occidente. La KFA, apprendiamo dal suo sito, consente ai soci di viaggiare in Corea del Nord, in qualità di ospiti graditi, lungo degli itinerari che normalmente non sono aperti ai comuni turisti, nonché di partecipare a diverse iniziative culturali pro-DPRK. E in questo non c’è assolutamente nulla di male. Anzi. I viaggi per turisti (e per giornalisti) normalmente sono infatti sempre guidati ed organizzati.

Sembrerebbe, secondo alcuni documentari riportanti le dichiarazioni dei disertori, che in Corea del Nord anche i cittadini no

n godano del pieno diritto di circolazione all’interno del Paese. Pare che per spostarsi da una provincia all’altra o addirittura all’interno di una stessa provincia sia necessario un documento di autorizzazione. Ma questo è quanto raccontano i defectors. Ovviamente nulla è confermato, né smentito.

Mi sono sempre chiesto se l’ambasciatore partecipasse ai periodici incontri della diplomazia presente a Roma, agli auguri di Natale, alle feste nazionali dei singoli Paesi che normalmente sono oggetto di invito tra le comunità diplomatiche residenti in una Capitale. Non ho notizie certe, ma non credo che ciò sia avvenuto con frequenza. Altrimenti la cosa avrebbe destato anche un minimo scalpore. Da qualche parte, ieri, ho letto che l’ambasciatore non era completamente o del tutto accreditato Mi sembra strano perché dall’elenco delle rappresentanze diplomatiche straniere in Italia, reperibile qui sul sito del M. A. E. C. I., risulta anche l’ambasciata della DPRK.

A ora di pranzo, sempre di ieri, leggo un’agenzia in cui si dice che l’incaricato d’affari della Corea del Nord in Italia, il 48enne Jo Song-gil, che era di fatto il diplomatico di Pyongyang di rango più alto nella nostra penisola, ha disertato con tutta la sua famiglia. Ossia è scappato dalla sede diplomatica e non si sa dove sia, almeno dalla fine di novembre. Era rimasto l’unico diplomatico “operativo”, dopo l’allontanamento dell’ambasciatore. L’elemento eccezionale sembrerebbe proprio che l’incaricato d’affari fosse in Italia con la sua famiglia, cosa che – pare – non sia generalmente concessa ai diplomatici nordcoreani, proprio perché in caso di tradimento lascerebbero la propria famiglia in Patria. Molte fonti giornalistiche sostengono che in caso di tradimento o diserzione, il regime avvii dei procedimenti sanzionatori nei confronti dei familiari dei traditori. La possibilità concessa all’incaricato d’affari lascia presumere che questi fosse un soggetto di altissimo rango e di comprovata fedeltà al governo nordcoreano.

La bandiera della Repubblica Democratica Popolare di Corea (fonte Wikipedia)

Analogo episodio era occorso in Gran Bretagna, quando il vice ambasciatore, con la sua famiglia, aveva disertato e abbandonato la sua sede diplomatica.

Adesso sembrerebbe che il diplomatico accreditato in Italia, prossimo alla scadenza del suo mandato, abbia chiesto asilo politico in o ad una non meglio specificata nazione occidentale. Questo è quanto confermano fonti sudcoreane.

L’ambasciata della DPRK a Roma è sicuramente strategica, perché consente a qual Paese orientale di intrattenere relazioni diplomatiche oltre che con il Belpaese, anche con la FAO, l’IFAD ed il WFP, tutte agenzie ONU che si occupano di aiuti umanitari nel campo dell’agricoltura e dell’alimentazione. Alcune di esse hanno anche una rappresentanza in quel Paese. Purtroppo la Corea, negli scorsi anni, è stata colpita da numerose carestie che hanno in parte affamato la popolazione. A questo si aggiunge l’inevitabile arretratezza industriale dell’agricoltura nazionale che risente del regime sanzionatorio rivolto alla DPRK dalla comunità internazionale. Pertanto, le agenzie “alimentari” dell’ONU sono fondamentali.

La nostra Farnesina nega di essere a conoscenza di quanto abbia fatto o stia facendo il diplomatico. Non sappiamo se e quanto ci sia l’opera di una intelligence nostrana o straniera in tutto questo. Devo ammettere che non ho nemmeno idea di quali possano essere gli interessi italiani in Corea del Nord. L’Italia non ha una sua ambasciata a Pyongyang: le funzioni diplomatiche e consolari sono assolte dall’Ambasciata d’Italia a Seul, per cui gli Italiani in difficoltà in Corea del Nord possono rivolgersi all’Ambasciata svedese o alle altre ambasciate di stati dell’UE in DPRK (ad esempio quella Romena). L’unico modo di raggiungere la Corea del Nord è un volo da Pechino, da Shenyang o dalla russa Vladivostok. Il visto è obbligatorio per quasi tutti i Paesi del mondo (tranne per i cittadini di Singapore. Una volta erano esonerati dal visto anche quelli della Malesia, ma le relazioni diplomatiche tra i due Paesi si sono interrotte a seguito dell’assassinio del fratellastro di Kim Jong-Un, Kim Jong-Nam, avvenuto nel 2017 a Kuala Lampur in circostanze misteriose).

Di questa vicenda, che continuerò a monitorare, ho capito due cose: la prima è che il dossier Corea del Nord è tutt’altro che in via di risoluzione e che probabilmente gli USA non sono gli unici attori (unitamente alla Corea del Sud) nel processo di pacificazione e denuclearizzazione della penisola (mi piacerebbe molto dire riunificazione, ma sarebbe troppo), perché anche l’Europa (intesa come UE o come singoli Stati membri) presto potrebbe avere un suo ruolo.

La seconda cosa che ho capito, e che più di tutto mi stupisce, è che forse la legge di attrazione funziona davvero.

I luoghi comuni. Perché in Europa ridono di noi (ogni tanto).

Faccio una doverosa premessa: questo articolo sarà pieno di luoghi comuni. Oltre i classici “pizza, spaghetti, mandolino… e mafia”. Chi mi conosce sa che vado fiero dei miei pregiudizi. Il mio tentativo sarà non quello di sfatarli, bensì quello di confermarli e, forse spiegarli. Luoghi comuni sull’Italia e gli italiani, visti da Bruxelles. Non parlo solo delle Istituzioni europee… ma della gente, del sentire comune. Della proverbialità a cui è ormai assurto il nostro essere italiani. Eppure questi signori d’oltralpe (i nostri “fratelli” europei) hanno dimenticato che Roma, le istituzioni, il diritto, la civiltà, la religione, la cultura, li abbiamo inventati noi. No, non è così. Questo lo dicono tutti. Non è che all’estero non sappiano che l’Italia è l’artefice di tutto quanto di sensato sia oggi di uso comune nel continente: il fatto è che gli italiani fanno di tutto, ma proprio di tutto per far cadere il nostro glorioso passato nell’oblio. E forse nemmeno loro lo conoscono, il loro passato. Primo luogo comune.
Fermo subito qualunque scettico: non sono un auto-razzista (termine oggi molto in uso dai sovranisti per indicare sinistroidi estremisti, boldriniani e immigrazionisti vari). Se è per questo, non sono neppure un sovranista, o almeno non mi ritengo tale. O, almeno, non del tutto. Non secondo me, europeista convinto.
C’è un vecchio video di Bruno Bozzetto su Youtube (lo trovate a questo link), dedicato a tutti coloro che credono che gli Italiani siano uguali agli altri europei. Quel video, stupendo e geniale, riepiloga in pochi minuti le differenze tra noi e gli altri popoli europei sulla politica (le poltrone da cui i nostri leader non si staccano mai), il modo di parcheggiare, il modo di guidare il modo di prendere il caffè… E sapete una cosa? Quel video è azzeccatissimo. Purtroppo. Ricorda quanta poca sobrietà ci sia ormai da tempo nei nostri costumi, ahinoi non solo in contesti informali. Guardatelo. Adesso, però, vi do la mia versione.
Cominciamo dall’aereo: se prendete un volo da Bruxelles, della Brussels Airlines (la vecchia “Sabena”, per intenderci), partite ad un orario prestabilito: è puntale il boarding, un po’ meno la partenza (siamo comunque non oltre i 15 minuti) ed in linea di massima in un’ora e quaranta minuti siete a Roma (arrontondiamo pure a due ore, ma non per auto-piaggeria). Durante la fila nessuno fa il furbo: chi è in economy si mette in coda subito per cercare di prendere posto prima, chi è in business o flex si rilassa un po’ di più e si mette in una fila ordinata di poche persone. Le hostess (assolutamente non necessariamente statuarie, e non necessariamente belghe né belle – questi sono luoghi comuni) cominciano sin da subito a “bollare” anche i bagagli a mano che dovranno viaggiare comunque nella stiva. Chi tardi arriva, male alloggia. Anche in un regime di oligopolio, quale è quello della tratta tra la “Capitale d’Europa” e le capitali nazionali. Se qualcuno si mette in fila con la business, e all’atto dell’imbarco possiede un biglietto economy, viene gentilmente invitato a mettersi in coda alla fila. Per ultimo.
La stessa cosa non succede se viaggiate, sempre da Bruxelles, ma con altra compagnia aerea (non dirò quale, ma tanto avete capito, no? Sempre quella…). La fila si forma abbastanza puntualmente, ma non così ordinatamente. Il boarding è comunque molto puntuale, ma la fila per la business class è inspiegabilmente lunga e, peggio ancora, si allunga quando ormai è quasi esaurita. Così che qualche sedicente business man, di corsa, riesce casualmente ad infilarsi al momento giusto nella fila dei suoi presunti pari. Poi sfila e si imbarca l’economy. Ma con un piccolo problema: siccome c’è stato qualche furbacchione dell’economy che si è infilato nella coda della business, le signorine (che sfoggiano sempre i colori di quella compagnia aerea…sempre quella) sono costrette ad aumentare o ad anticipare la “bollinatura” dei bagagli a mano da portare nella stiva. E da dove cominciano? Non dagli ultimi, ovviamente, ma dai primi che si trovano davanti. Così funzionari ministeriali, professori universitari “smart”, politici grullini (e non è un errore di battitura) che fanno finta di viaggiare in economy, e turisti che si erano virtuosamente messi in coda per primi, dovranno aspettare a fine corsa il loro bagaglio in un famoso aeroporto italiano (sempre quello), mentre gli ultimi, i furbi, essendo ultimi, lasceranno per primi l’aeroporto, quando gli altri, gli scemi, sono ai nastri.
Tutto questo lascerebbe indifferente l’italiano medio, normalmente aduso ad essere sorpassato da consimili più furbi e a non protestare, quasi per quieto vivere. Bisognerebbe litigare veramente con tutti. Ma, ovviamente, tra i passeggeri di quel volo, talvolta c’è qualche erudito eurocrate, cresciuto a birra e crauti, o a birra e waffle, che storce il naso, ride, fa battute sull’Italia e gli Italiani. No: non è colpa sua. E’ colpa nostra. E questo è un luogo comune.
Vi tralascio i rimbrotti, le battute, i musi lunghi e gli sbuffamenti quando si parte dall’Italia, da quel famoso aeroporto italiano, verso Bruxelles. Indipendentemente dalla compagnia con cui viaggiate, dovete calcolare almeno 45 minuti di ritardo prima che l’aereo si sollevi. Nei casi peggiori (invero residuali) l’aereo si solleva quasi quando avrebbe dovuto atterrare dall’altra parte. Come mai si accumuli sempre questo ritardo, non è dato saperlo. Luoghi comuni.
Arriviamo a Bruxelles. Lì, in generale, l’accozzaglia di gente più o meno seria e più o meno sobria per le strade, e nei negozi e nei locali fa sì che la bestia italica si confonda abbastanza. C’è chi ride sguagliatamente, ma non è necessariamente appartenente a un gruppo di pugliesi o di napoletani. Potrebbero essere anche irlandesi (del resto simili a noi) o olandesi (essendo davvero uomini liberi, loro possono fare qualunque cosa). Più difficile che si tratti di francesi. Impossibile siano tedeschi. I nord africani ci guardano con circospezione, perché gli stranieri lì siamo noi, non loro. La città, in molti vicoli, è “aulente” di pipì e di fritto. Luoghi comuni.
La cucina non è un granché. Tranne la carne, il salmone, la birra e le verdure. Quindi niente di speciale. Anche le marche più pregiate di cioccolato hanno stabilimenti in Turchia. Non oso immaginare, se hanno lo stabilimento in Turchia, dove possano comprare le nocciole. Di certo non a Torino o a Viterbo. Luoghi comuni.
Entriamo nelle Istituzioni. Lì si apre un mondo. Chi è accreditato entra senza controlli velocemente, come è giusto che sia. Chi non lo è, passa solo dei controlli se è stata comunque confermata la sua presenza in precedenza e la sua identità è nota. Chi non è nemmeno atteso deve farsi identificare. E qui viene il bello. Di solito gli italiani non sanno che per entrare in questi edifici (che sono sacri, e non sono ironico!) occorre il passaporto o una carta di identità.
La patente? NO.
Ma è europea! NO.
Io sono un giornalista, ecco la tessera professionale! MI DISPIACE. NON E’ UN DOCUMENTO VALIDO (in Belgio, come in molti Paesi europei, non esiste un vero e proprio ordine dei giornalisti come da noi).
Ma in Italia è un documento valido! IN ITALIA. QUI NO.
E allora devo tornare in albergo a riprendere i documenti? OUI, JE SUIS DESOLE’ MONSIEUR.
Luoghi comuni? Non tanto. E intanto la fila dietro si accumula…. e si sente sottovoce, tra risatine soffocate e rabbia smorzata…  “Italians… Italienne… Italienisch….
Una volta dentro, ognuno sa quello che deve fare. E anche gli Italiani sanno farsi valere. Tutti sanno quello che devono dire. La differenza fondamentale, però, è che noi siamo tutti euroscettici. Questa è la verità. Anche gli europeisti italiani più convinti sono euroscettici. Noi in Europa ci andiamo, non ci siamo.  Non vogliamo fare e non facciamo mai brutta figura, specie a livello tecnico, e le amministrazioni, le aziende, le lobby, le autorità indipendenti e le ex partecipate inviano sempre funzionari svegli e di ottimo livello.
Ormai anche noi parliamo benissimo l’inglese ed il francese. E’ difficile che chi vada a quelle riunioni e non sia un buon english speaker non sia accompagnato almeno da qualcuno che si muove bene in quei corridoi. Ma se osserviamo il dossier dei nostri inviati, delegati, politici, etc. possiamo osservare dei veri e propri mattoni di carta, che spiegano per filo e per segno cosa dovranno dire, cosa probabilmente ci verrà detto, cosa è meglio per il Paese che quel delegato dica.
Gli altri… gli altri no. Gli altri conservano l’agenda dell’incontro, qualche altro documento magari proposto dal loro Paese e null’altro. Conoscono la materia. Hanno le idee chiare. Prevedono le strategie altrui. Sono comunque preparati a fronteggiare posizioni avverse, da Stati non sempre amici. Sfidano i rappresentanti della Commissione, quando non sanno già in anticipo come questi si comporteranno.
Per questo noi non siamo in Europa, ma andiamo in Europa. A mio parere, l’Europa per noi è un teatro, dove dobbiamo dimostrare qualcosa. Molte volte veniamo applauditi, non c’è che dire. Altre volte no. Ultimamente no. Ma invece quella è casa nostra. Non dovremmo nascondere nulla, dovremmo dire quello che pensiamo, fare quello che riteniamo più giusto fare. Sbuffare anche noi contro gli altri. Non limitarci a prendere per il culo qualche spilungone allampanato che snocciola numeri o consigli, solo perché non capisce l’italiano e magari ha pure il naso e le gote rosse (luogo comune!).
Siamo anche noi fondatori e fino a poco fa non ce lo ricordavamo. Perché non ce lo ricordavamo? Perché non ne abbiamo approfittato? Perché finora mai nessuno aveva osato fare la voce grossa, da parte italiana, nei corridoi e nelle aule di Bruxelles.
Non parlo del Parlamento europeo, dove qualche deputato più o meno stravagante, per toni o per contenuti, ha fatto talvolta parlare di sé. Italiani in primis.
Parlo del Consiglio dell’UE, del Consiglio Europeo e della Commissione europea. In questi consessi, diciamolo, prima dell’attuale governo, anche durante Presidenza italiana, nessuno aveva fatto parlare dell’Italia. La “Italian issue”, anzi le “Italian issues” sono cosa recente. Si può essere più o meno d’accordo con Salvini, per carità. Io sono d’accordo, per alcuni contenuti. Quello che mi è piaciuto – aldilà dei contenuti – è stata la pervicacia, l’insistenza, la coerenza e la forza con cui questi contenuti sono stati espressi.
Lasciate stare, solo per un attimo, se siete o meno d’accordo e se mi caverete o meno gli occhi per quanto vi ho appena detto. Praticamente Salvini ha avuto l’abilità di mettere i famosi puntini sugli “i” (luogo comune!) a quei Paesi che lo facevano prima con noi. La differenza è che mentre gli altri puntano e puntavano il ditino verso di noi perché magari non eravamo puntuali nell’implementazione di qualche normativa, perché magari rispondevamo in maniera vaga a domande precise o perché eravamo comunque troppo prolissi, adesso abbiamo puntato noi il dito verso di loro. Lasciatemelo dire… sui dossier migration, relocation, repatriation e altri simili, l’Europa aveva ed ha proprio toppato nei riguardi del nostro Paese. E, secondo me, non c’è nulla di inumano nel dire che ogni Stato membro dovrebbe fare la sua parte, che non possiamo essere – con la Grecia – gli unici Paesi in cui l’Europa debba esercitare l’accoglienza. Non è possibile, non ce la facciamo. E prima di Salvini, lo dicevano anche i governi di sinistra (ai governi di sinistra va comunque reso il merito – il grande merito – di aver notevolmente diminuito il numero delle procedure di infrazione nei differenti settori in cui l’Italia era indietro normativamente). Diciamo che Salvini ha fatto in modo che si passasse dalle parole ai fatti. Abbiamo dato effettivamente fastidio. Abbiamo semplicemente chiesto che tutti – e non solo noi – fossero chiamati ad applicare le regole. Oggi la maggior parte degli Italiani con un minimo di erudizione conosce meglio, di sicuro, il diritto comunitario (prima dato in pasto ai soli addetti ai lavori), Dublino (più o meno), Frontex (ovviamente non ne conosce lo stato giuridico.. e l’Agenzia non si chiama neanche più così) e via discorrendo. Credo che in questo, stavolta, sia stata – a ragione – l’Italia a puntare il dito, grazie a Salvini. Forse avrei urlato meno. Ma ognuno ha il suo stile. Luogo comune.
Ma cosa smonta tutto questo? Cosa fa ridere gli altri di noi? Il fatto che siamo deficitari su molti altri fronti. Otteniamo una vittoria e dieci sconfitte. Luogo comune. Non siamo eurocrati. Non lo saremo mai.
Il problema è che a una strategia ben precisa nel settore affari interni, corrispondono strategie fumose sugli altri tavoli. Primi tra tutti i tavoli economico-finanziari. E’ inutile commentare i fatti di questi giorni. La procedura di infrazione, la cena tra il Presidente Conte e Juncker, i commenti prima e dopo la cena, la quota 100 e il reddito di cittadinanza. Tutte cose trite e ritrite dalla stampa nazionale ed estera. Io, personalmente, reputo scellerata la gestione di questi dossier in campo nazionale… e credo sia pressoché impossibile far capire agli eurocrati la presunta ed asserita bontà di alcuni provvedimenti macroeconomici come questi (ma figuriamoci!).
Il problema è che, per fare la voce grossa, bisognerebbe avere tutte le carte in regola. Allora è fastidioso sentire Junker che – seppur in un clima almeno apparentemente amichevole – dice di amare l’Italia perché da giovane, in Lussemburgo, era circondato da immigrati italiani. Che cosa vuol dire? Perché questa sottolineatura? Non poteva dire solo di amare l’Italia perché è un paese bellissimo e ricco di monumenti? Non avrebbe potuto utilizzare un luogo comune positivo?
Allora quello che a me non va giù è che proprio perché noi non siamo perfetti a tutto tondo, in tutti i settori, gli altri approfittano delle sbavature. Proprio perché è un luogo comune che in Italia i controlli non siano rigidi. Allora i gendarmi francesi scaricano migranti sui nostri confini, come fossero immondizia (ma che umanità è questa?)… gli svizzeri approfittano della notte per non accogliere nemmeno donne e bambini (no comment).
Insomma: qual è la ricetta per evitare luoghi comuni e risatine su di noi? Basterebbe, davvero, che ognuno facesse bene quel poco che gli è richiesto di fare. Affrontare le sfide europee sicuramente con spirito critico, ma ben sapendo che il sistema non si può scardinare con alzate di testa o con proposte folli, che mai saranno accettate. Il sistema si può cambiare, osservando le regole, dall’interno. In maniera silenziosa e costante. Bisognerebbe formare una classe dirigente che sin dalle scuole superiori possa ambire a ricoprire ruoli di prim’ordine nelle istituzioni europee. Bisognerebbe far capire alla popolazione che l’Europa non è qualcosa di altro da noi, ma è qualcosa di cui anche noi facciamo parte.
E questo è un altro bug del nostro sistema. Gli italiani (pochissimi) che ricoprono ruoli anche non di spicco nelle istituzioni UE ci sono arrivati con le proprie gambe. Vincitori di concorso, davvero qualificatissimi, impossibili da scartare o da bocciare, sono arrivati a Bruxelles e lì hanno messo la loro bandierina. Ho conosciuto italiani, nelle istituzioni, che fingevano di non capire che in una sala ci fossero dei connazionali, e rivolgersi a loro in inglese. Ho visto e sentito italiani dire di essere “della Commisisone” e, quindi, non propriamente italiani, in quella veste. Ma non credo sia colpa dei diretti interessati. Sono italiani che non sono stati sostenuti dal Paese, per arrivare dove sono arrivati. Sono italiani che talvolta si sono sentiti in in imbarazzo per i ritardi del nostro Paese. Altri Paesi conoscono in anticipo le posizioni aperte nelle istituzioni e pianificano per tempo, con una formazione mirata, chi dei loro dovrà riempire quella casella. Nel nostro settore esiste una formazione “europea” adeguata soltanto nel comparto difesa e sicurezza. I militari che vanno all’estero sotto egida UE svolgono corsi di formazione per quanto più possibile omogenei e, infatti, nei teatri operativi gestiti dall’UE, nell’ambito della PESC e della PSDC, l’Italia ha sempre stra-ben-figurato. Capacity building, peace making, stability policing, sono cose che abbiamo letteralmente inventato noi.
Le altre compagini ministeriali, ahimé, conservano nicchie di eccellenza isolate, che viaggiano in Europa o fuori da essa, ma con le sue insegne, senza un “addestramento” omogeneo, che in Patria li abbia preparati insieme agli altri pari-ruolo o pari-qualifica. Magistrati, professori, cooperanti, funzionari dei trasporti, dell’istruzione, delle comunicazioni, conoscono l’inglese perché magari lo hanno sempre coltivato da soli, a loro spese, e si sono affacciati solitariamente agli impegni europei. Qualcuno è in missione. Qualcuno è in aspettativa. Qualcuno è fuori ruolo. Indennità diverse, compensi diversi, compiti diversi ed obiettivi (nazionali) poco chiari. Chiarissimi sono invece gli scopi della loro missione, per l’Europa.
Se ci sforzassimo di rendere univoci gli sforzi, di mettere a sistema la nostra pregiatissima cultura giuridica ed amministrativa, di addestrare tutti coloro che a vario titolo vanno all’estero (non solo in Europa), se facessimo leva non solo sull’orgoglio e sulla preparazione personali, ma fornissimo una omogenea preparazione italo-europea, sicuramente avremmo italiani più responsabili, che varcano i confini nazionali per entrare in quelli europei, davvero a testa alta. Ed il nostro Paese ne trarrebbe un vantaggio di immagine (e non solo) addirittura (ne sono sicuro!) superiore a quello di altri Paesi.
Sfatando, finalmente i luoghi comuni.

 

 

Conte e Trump si incontrano a Washington: Libia, immigrazione ed energia al centro del summit

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Il 30 luglio 2018, il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, si è recato a Washington per un vertice con il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump. I due paesi, Italia e Stati Uniti, sono legati da una storica e profonda amicizia che viene rinnovata periodicamente attraverso tali incontri.

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Polemica MOAS,Croce Rossa: “La nostra missione è salvare vite, non fare polemiche politiche”

POLITICA/Senza categoria di

L’attacco alla Croce Rossa stavolta non avviene in zona di guerra ma si potrebbe dire da fuoco amico da chi in egual modo si prodiga per i più deboli, Gino Strada, il presidente di Emergency, in un’intervista a La7 discutendo sul “Business Immigrati” ha dichiarato che la collaborazione tra Emergency e il MOAS, ONG maltese fondata da Regina Catrambone di origine Italo Americana, si è interrotta nel momento in cui la Croce Rossa avrebbe offerto più di loro nella copertura delle spese per la missione di salvataggio. Un accusa velata di “opportunismo” umanitario che la Croce Rossa rigetta con forza ma che purtroppo hanno scatenato una tale reazione sui media che non può essere ignorata.

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Quando guidi, guida e basta

Senza categoria/SICUREZZA di

Quando guidi, guida e basta’ è il claim della nuova campagna per la sicurezza stradale 2018 promossa da Anas (Gruppo Fs Italiane) in collaborazione con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e la Polizia di Stato per sensibilizzare gli utenti della strada a essere prudenti e concentrati mentre si è al volante.

Il numero delle vittime sulle strade, secondo i dati Istat, nel 2016 aveva finalmente registrato una battuta d’arresto, con 145 deceduti in meno rispetto al 2015. Nel 2017 l’incidentalità, rilevata da Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri, ha evidenziato una preoccupante inversione di tendenza, con un aumento degli incidenti mortali dell’1,4% (22 in più del 2016, da 1.547 a 1.569) e, soprattutto, delle vittime del 2,7% (45 deceduti in più, da 1.665 a 1.710).

Sono aumentate anche le infrazioni, dovute all’uso improprio dello smartphone: 65.104 sono le infrazioni commesse nel 2017 per il mancato utilizzo di apparecchi a viva voce o dotati di auricolare, il 7,1% in più rispetto al 2016.

 

Per queste ragioni Anas, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e Polizia di Stato hanno deciso di tornare a focalizzare l’attenzione sui pericoli derivanti dall’utilizzo dello smartphone mentre si è alla guida, una tra le maggiori cause di incidentalità.

L’obiettivo della campagna 2018 è quello di far percepire come i comportamenti scorretti o che sono diventati consuetudini spesso consolidate, rappresentino invece un pericolo per se stessi e per gli altri quando si è alla guida.

“Anas – ha spiegato l’Amministratore Delegato di Anas Gianni Vittorio Armani – è costantemente impegnata nell’assicurare la sicurezza di chi è in viaggio. Dal 2015, in controtendenza rispetto al passato, abbiamo avviato un vasto programma di manutenzione programmata destinando a essa il 45% delle risorse. Oggi, rispetto a due anni fa, abbiamo aumentato la spesa per la manutenzione di oltre il 50% con l’obiettivo di far crescere il livello di sicurezza e comfort di guida degli utenti. Purtroppo questo non basta: oltre il 90% degli incidenti derivano dal comportamento del guidatore e, come mostrano i dati degli ultimi anni, tra le cause che mettono a rischio la sicurezza di chi guida c’è soprattutto la distrazione. Per questo organizziamo campagne di informazione per promuovere la cultura della sicurezza: è fondamentale far capire che è indispensabile una maggiore attenzione mentre si guida e il rispetto delle regole del Codice della Strada”.

Sul tema il Direttore del Servizio Polizia Stradale Giovanni Busacca ha dichiarato: “Quando parliamo di sicurezza stradale non possiamo prescindere dall’analisi delle cause che la insidiano: alle tradizionali fonti di pericolo come la velocità, la guida sotto l’effetto di  alcool  e/o  sostanze stupefacenti  e il mancato utilizzo delle cinture di sicurezza,  si aggiungono oggi nuovi comportamenti ‘rischiosi’, come  la distrazione ed in particolare l’utilizzo dello smartphone alla guida. Gli smartphone oggi ci connettono costantemente al mondo con sistemi di messaggerie, piattaforme social, foto ‘selfie’ scattati mentre si è alla guida: tutte operazioni che impediscono di mantenere lo sguardo sulla strada e le mani sul volante, interferendo pericolosamente sui tempi di reazione e sull’attenzione dei conducenti, con rischi elevatissimi per la sicurezza di tutti gli utenti della strada”.

La campagna 2018

La campagna sulla sicurezza stradale 2018 è dedicata ai rischi che derivano dalla distrazione, dalle cattive abitudini alla guida e dal mancato rispetto delle regole del Codice della Strada. Ogni oggetto, anche uno smartphone, può diventare un mezzo pericoloso e, se adoperato in modo improprio come quando si è alla guida, può diventare uno strumento letale.

“Quando guidi #GUIDAeBASTA” riassume in uno spot, della durata di circa 30 secondi, la pericolosità di azioni quotidiane che non vengono compiute in sicurezza oppure utilizzando gli oggetti in maniera impropria: radersi con un machete, asciugarsi i capelli in una vasca da bagno piena di acqua, affettare il cibo con una motosega. E, soprattutto, guidare e nello stesso tempo prendere in mano il telefono cellulare.

L’app “Guida e Basta”

È disponibile l’applicazione per smartphone “Guida e Basta” per Ios e Android, che consente di impostare il proprio cellulare sulla modalità di guida, con la possibilità di inoltrare a un gruppo di contatti “preferiti” un messaggio per comunicare loro che ci si sta per mettere in viaggio e che per tutta la durata di tempo selezionata non sarà possibile rispondere al telefono. L’app, infatti, blocca l’accesso alle impostazioni e consente, durante la sosta, di inviare la propria posizione geografica in modo da tenere aggiornati i contatti preferiti sull’andamento del viaggio.

Distrazione alla guida

La distrazione alla guida costituisce una delle principali cause di incidente stradale. In base ai dati ISTAT, nel 2016 il numero di incidenti imputabili alla guida distratta è stato di oltre 36 mila casi, pari a circa il 16,2% degli incidenti stradali.

Il dato ISTAT risulta in linea con quanto stimato da studi della Commissione europea che individuano la distrazione come causa di una percentuale variabile dal 10 al 30% di incidenti. Tra i principali fattori di distrazione vi è l’uso del cellulare o smartphone alla guida per telefonare o per inviare/leggere messaggi nonché della maggior parte dei dispositivi di bordo (di navigazione, di intrattenimento ecc.). Diversi studi hanno confermato una generale sottovalutazione della distrazione come fattore di rischio da parte dei conducenti. Peraltro il fenomeno è in crescita parallelamente alla diffusione dell’utilizzo di dispositivi telefonici e di bordo che possono distogliere l’attenzione dalla guida.

La guida richiede continua attenzione alla strada ed al traffico così come un buon controllo del veicolo. Non prestare una piena attenzione può condurre ad una perdita di controllo o ad una andatura incerta che può mettere a rischio se stessi e gli altri. Sebbene non esista una definizione comune del termine “distrazione” per il guidatore, generalmente si conviene che il guidatore è distratto quando la sua attenzione è focalizzata su qualcosa di diverso della guida: distrazioni visive, uditive, biomeccaniche (regolazioni degli apparecchi di bordo) oppure distrazioni cognitive (sovrappensiero). Poiché guidare è prima di tutto un’attività che coinvolge le capacità visive, le distrazioni visive sono tra quelle più pericolose. In ogni caso l’importante è capire che non è possibile fare due cose contemporaneamente quando una di queste è guidare.

Potenziali effetti

Sono diversi gli studi che hanno esaminato gli effetti dell’utilizzo del cellulare o smartphone durante la guida ed emergono dati significativi:

  • scrivere un messaggio equivale a 10 secondi di distrazionee a percorrere 300 metri senza guardare la strada, fare un selfie distrae dalla guida per 14 secondi;
  • per consultare un social network ci vogliono 20 secondi(a 100km/h significa percorrere cinque campi da calcio al buio);
  • il rischio di incidente per chi utilizza il cellulare o smartphone durante la guida è fino a 4 volte superiorerispetto a chi non ne fa uso;
  • i tempi di reazione di chi guida e contemporaneamente usa un dispositivo elettronicosi riducono del 50%;
  • per fermare il proprio veicolo mentre si sta parlando al telefono con il cellulare o smartphone in mano occorrono 39 metri a fronte di 8 se invece si usa auricolare o kit vivavoce(in sostanza 31 metri in più);
  • usare un dispositivo elettronico abbassa la soglia di attenzione rendendola simile a quella di chi guida con un tasso alcolemico di 0,8 g/litro(il limite è 0,5).

 

Indicazioni del Codice della strada (art. 173)

L’articolo 173 vieta di usare cellulari o smartphone alla guida, anche per mandare sms. Si può telefonare solo usando l’auricolare. Chi vìola queste disposizioni è soggetto a sanzione amministrativa da 161 a 646 euro e alla decurtazione di 5 punti patente.

L’8 MAGGIO CROCE ROSSA FESTEGGIA LA GIORNATA MONDIALE: i motivi per cui festeggiamo

EUROPA/Senza categoria di

C’era una volta, molto tempo fa un giovane signore di nome Henry Dunant che viveva in Svizzera e lavorava in una banca a Ginevra. Una mattina di fine giugno Henry partì per un viaggio verso il nord Italia per incontrare il re Napoleone III. Nel corso del suo viaggio, si ritrovò su un campo di battaglia con tantissime persone ferite, sole, bisognose di aiuto e di cure mediche. Decise con l’aiuto di alcune signore e del parroco Don Barzizza di creare un gruppo di soccorritori per aiutare i feriti, curandoli e aiutandoli a tornare dalle loro famiglie. Tornato a casa, in Svizzera, si ricordò del suo viaggio in Italia e decise di creare un’associazione per sostenere tutte le persone bisognose di aiuto. Raccolse tutta la sua storia in un libro, “Un ricordo di Solferino”, che inviò a tutti i capi di stato del mondo”.

Così inizia il racconto della Croce Rossa in un libro illustrato dai bambini della Scuola materna equiparata La Clarina e dalla Scuola materna canossiane di Trento. È una storia che inizia il 24 giugno 1859, durante la 2° guerra di indipendenza italiana, una delle battaglie più sanguinose del 1800 che si consumò sulle colline a sud del Lago di Garda, sulle colline di San Martino e Solferino. Fu una battaglia che lasciò circa centomila fra morti, feriti e dispersi. A questo orribile scenario, aggravato dall’inefficienza della sanità militare, assistette il protagonista della storia, il Signor Dunant, che descrisse il tutto in un libro tradotto in più di 20 lingue. Dall’orribile spettacolo nacque l’idea di creare una squadra di infermieri volontari preparati, la cui opera potesse dare un apporto fondamentale alla sanità militare: la Croce Rossa. Dal Convegno di Ginevra del 1863 (26-29 ottobre) nacquero le società nazionali di Croce Rossa, la quinta a formarsi fu quella italiana. Nella 1° Conferenza diplomatica di Ginevra, che terminò con la firma della Prima Convenzione di Ginevra (8-22 agosto 1864), fu sancita la neutralità delle strutture e del personale sanitario. Dal 1965 la conferenza internazionale della Croce Rossa ha adottato i sette principi fondamentali del Movimento Internazionale di Croce Rossa che ne costituiscono lo spirito e l’etica e che sono garanzia e guida delle azioni del movimento. Il movimento si impegna nel portare soccorso senza discriminazioni ai feriti sui campi di battaglia e si adopera per prevenire e lenire in ogni circostanza le sofferenze degli uomini, per far rispettare la persona umana e proteggerne la vita e la salute in modo da favorire la comprensione reciproca, l’amicizia, la cooperazione e la pace duratura fra tutti i popoli (Principio di Umanità). Il movimento non fa distinzione di nazionalità, razza, religione, classe o opinioni politiche e si impegna ad aiutare in base ai bisogni e all’urgenza (Principio di Imparzialità). Il movimento si astiene dal partecipare a qualsiasi ostilità o alle controversie politiche, razziali e religiose (Principio di Neutralità). Il movimento si impegna ad essere indipendente e a mantenere la propria autonomia per poter agire in conformità con i propri principi (Principio di Indipendenza). È un’istituzione di soccorso volontario non guidato dal desiderio di guadagno (Principio di Volontarietà). Nel territorio nazionale ci può essere una sola associazione di Croce Rossa, aperta a tutti e con estensione della sua azione umanitaria all’intero territorio nazionale (Principio di Unità). Inoltre, tutte le società nazionali hanno uguali diritti in seno al Movimento internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa e hanno il dovere di aiutarsi reciprocamente (Principio di Universalità). Per operare in maniera più efficiente, la Croce Rossa Italiana ha basato gli obiettivi strategici 2020 sull’analisi delle necessità e delle vulnerabilità delle comunità aiutate quotidianamente. Questi obiettivi identificano le priorità umanitarie dell’Associazione, a tutti i livelli, e riflettono l’impegno di soci, volontari ed operatori Croce Rossa Italiana a prevenire e alleviare la sofferenza umana, contribuire al mantenimento e alla promozione della dignità umana e di una cultura della non violenza e della pace. Gli obiettivi, formulati in linea con la Strategia 2020 della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, forniscono il quadro strategico di riferimento che guiderà l’azione della Croce Rossa Italiana verso il 2020. L’adozione dei sei Obiettivi Strategici 2020 s’inserisce nell’ambito del processo di costruzione di una Società Nazionale più forte. L’organizzazione intende tutelare e proteggere la salute e la vita; favorire il supporto e l’inclusione sociale; preparare le comunità e dare risposta alle emergenze; disseminare il diritto internazionale umanitario; promuovere attivamente lo sviluppo dei giovani e una cultura della cittadinanza attiva; agire con una struttura capillare, efficace e trasparente, facendo tesoro dell’opera del volontariato.

Da oltre 150 anni il motto è “Ovunque e per chiunque” si trovi in una condizione di vulnerabilità: questo è lo spirito che anima milioni di volontari che contribuiscono quotidianamente alla crescita della più grande organizzazione umanitaria del mondo. Questo impegno si festeggia ogni anno grazie alla Giornata Mondiale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, istituita l’8 maggio, in occasione dell’anniversario della nascita del fondatore.

Il lavoro sul territorio

Tutti conoscono la Croce Rossa Italiana (CRI) per l’impegno nei servizi di ambulanza e nell’operazione di soccorso durante calamità ed emergenze (tutti ricordiamo i difficili giorni successivi al terremoto in centro Italia), però l’attività per lo sviluppo e l’aiuto dell’individuo si estende in altri servizi. Le azioni vanno dai corsi di primo soccorso alle attività rivolte ai giovani, come le campagne contro il bullismo e le malattie sessualmente trasmissibili, dall’invecchiamento attivo alla prevenzione delle dipendenze, dai clown di corsia negli ospedali all’empowerment delle persone diversamente abili, fino all’inclusione sociale dei migranti, e molto altro ancora. Le attività della Croce Rossa si intrecciano con le storie dei vari volontari che vi lavorano. Emblematica è la storia di Giuseppe Schifone, originario della provincia di Taranto, che ora vive a Perugia e che dal 2013 e volontario della Croce Rossa Italiana. Giuseppe aveva diciassette anni quando gli hanno detto che avrebbe perso la vista ma non per questo si è tirato indietro. “Sono felice di fare parte di questa famiglia. Erano i miei primi periodi in Umbria e desideravo essere utile al prossimo. Volevo dare una mano e il Comitato territoriale di Perugia era proprio quello che cercavo. Mi trovo benissimo con tutti. Poco alla volta sono riuscito a trasformare il mio limite in una forza e mi sono messo a disposizione degli altri”. Giuseppe lavora come centralinista ed è parte attiva di numerose iniziative promosse dal Comitato del capoluogo umbro, tra cui la raccolta alimentare e la distribuzione di viveri ai bisognosi. È soprattutto nell’ambito del rapporto con le disabilità che Giuseppe offre il suo prezioso contributo come l’iniziativa dell’aperitivo al buio, l’iniziativa che a più riprese il Comitato CRI organizza nel corso di eventi pubblici: “In questa occasione sono io a guidare gli altri. La persona che accetta di mettersi in gioco viene bendata e portata in un bar per ordinare qualcosa da bere. L’orientamento, il riconoscimento dei suoni, le relazioni con il prossimo: sono tanti gli aspetti da valutare quando non si può fare affidamento sulla vista. Tuttavia, la cosa più importante e difficile in queste esperienze, che consentono di poter toccare con mano ciò che io e le persone come me affrontiamo ogni giorno, è imparare a fidarsi dell’altro soltanto attraverso la voce. La fiducia: ecco il traguardo più grande da raggiungere quando non si è in grado di vedere”. Per Giuseppe essere volontario CRI significafare del bene e sentirsi bene”. È così, da esempio vivente per gli altri, che Giuseppe vive al massimo la sua vita e porta avanti il suo messaggio più profondo: Cadere è facile ma, per quanto difficoltoso, bisogna sapersi rialzare.

 

Il 2017 ha visto la croce rossa italiana impegnata su vari fronti come la partenza del progetto ad Amatrice di un nuovo centro Polifunzionale, un luogo di cultura e aggregazione da dove ripartire per ritrovarsi e ricostruire il tessuto sociale in un territorio così duramente colpito dal sisma, o le chiamate andate a buon fine effettuate dal Tracing Bus, la cabina telefonica mobile della Croce Rossa Italiana, che ha percorso tutta Italia dando la possibilità a tantissime persone di parlare con la propria famiglia e i propri cari dopo aver perso i contatti con loro. Inoltre, a luglio, Come ogni anno nei mesi estivi, vi è stato un considerevole arrivo di persone migranti nel nostro Paese e la Croce Rossa è sempre stati lì, a ogni sbarco, accogliendoli, e prestando la prima assistenza.

A questo punto non possiamo dimenticare l’emergenza neve e il terremoto nel Centro Italia. Sono stati giorni difficili e intensi per gli operatori coinvolti nelle operazioni di ricerca dei dispersi e delle persone isolate, con la consegna dei pacchi viveri, l’assistenza sanitaria e psicologica. La tragedia dell’hotel Rigopiano, poi, ha spezzato le vite di 29 persone e tra loro anche Gabriele D’Angelo, che lavorava in quell’hotel ed era volontario della Croce Rossa Italiana. La tragedia di Rigopiano ha visto bambini che hanno perso entrambi i genitori e comunità che hanno perso familiari e amici. Un anno dopo i fatti sembra tutto fermo in un silenzio intriso di ricordi, vi è una stasi surreale li nel resort nel cuore del parco nazionale del Gran Sasso. La tragedia di Rigopiano rimane nel cuore degli abitanti dei paesi limitrofi (Farindola e Penne) che in occasione delle proprie feste portano la maglietta con sopra un cuore che ricorda le vittime. Ad oggi c’è chi va a pregare in ginocchio davanti alla statua in legno di San Gabriele dell’addolorata, il santo che dà il nome al santuario ai piedi del Gran Sasso. La statua è vicino al resort ma non è stata sfiorata dalla furia della valanga. La Croce Rossa, fino ad oggi, ha continuato a non lasciare nessuno solo. Hanno continuato a rafforzare i servizi sanitari nelle località gravemente colpite dal terremoto, continuando le attività volte alla costruzione di punti di aggregazione, strutture sanitarie, centri polivalenti. Prevenzione e ricostruzione del tessuto sociale sono dunque i cardini attorno a cui si sta sviluppando l’intervento della Croce Rossa in Centro Italia. In quest’ottica sono stati attivati percorsi specifici per fornire alla popolazione gli strumenti per rispondere con efficacia a un eventuale futura emergenza. CRI parte dai giovani, protagonisti del progetto CRI SUMMER CAMP che ha dato la possibilità a tanti ragazzi e bambini tra gli 8 e i 20 anni, provenienti dai Comuni del cratere sismico, di passare gratuitamente una settimana in uno dei campi estivi attivati dai Comitati CRI, vivendo momenti di svago e relax, alternati a formazione specifica sulle emergenze e a percorsi di superamento dello shock vissuto.

Scenari interconnessi

Il lavoro della Croce Rossa italiana interessa sia l’Italia che il bacino del mediterraneo se pensiamo al fenomeno della migrazione. Nei primi sei mesi del 2017 la Croce Rossa ha accolto 83.360 persone migranti nei porti di Sicilia, Calabria, Puglia, Sardegna e Campania, garantendo la presenza di oltre 500 operatori e volontari in 191 sbarchi. Da giugno a dicembre 2016 la CRI è stata impegnata anche in una missione umanitaria congiunta con MOAS (Migrant Offshore Aid Station) per la ricerca, il salvataggio e l’assistenza sanitaria in favore delle persone migranti nel Mar Mediterraneo. La maggior parte dei morti in mare si sono verificate sulla rotta del mediterraneo centrale che va dalla Libia verso l’Italia. I volontari sono saliti a bordo della Phoenix e della Responder per poter dare il primo soccorso e l’assistenza medica. Non dobbiamo dimenticare che questo è il tentativo di persone di raggiungere l’Europa nella speranza di un futuro più sicuro, in un altro paese con lingua e cultura differenti. È un salto nel buio per poter sperare in un futuro migliore. I volontari lavorano per salvare tante vite ma hanno la consapevolezza che non è una soluzione per la crisi in atto, è dovere dei governi affrontare le cause profonde di questa crisi. Attualmente, sul territorio italiano la Croce Rossa accoglie migranti in 94 strutture per una capienza totale di circa 9500 posti letto. In ogni struttura vengono garantiti vitto, alloggio, assistenza sanitaria e psicologica, supporto legale e corsi di italiano. Inoltre, per favorire una migliore inclusione sociale degli ospiti, i Comitati organizzano attività sportive, ludico-ricreative e provvedono, sempre in maggior numero, a formare le persone accolte con lezioni di primo soccorso.

Rimane attivo in 190 Paesi nel mondo il servizio RFL (Restoring Family Links). Si tratta di un’attività nata in tempo di guerra per cercare di ristabilire i legami familiari interrotti da un conflitto, ma che negli anni si è evoluta trovando applicazione anche in situazioni come quelle emerse con il fenomeno migratorio. La CRI ha portato il servizio direttamente sul molo, nei presidi umanitari e nei luoghi di transito (come Ventimiglia), grazie anche al Tracing Bus: una cabina telefonica a quattro ruote che ha viaggiato lungo tutto lo Stivale, permettendo a rifugiati, richiedenti asilo e persone migranti di ristabilire un collegamento con i propri familiari, usufruendo di una telefonata di tre minuti e del supporto di operatori e volontari della CRI. Il tentativo è quello di ristabilire i contatti, dare vita ai ricongiungimenti familiari o almeno chiarire le sorti dei dispersi. La Croce Rossa vuole quantomeno difendere la sofferenza di persone che non hanno notizie. Di persone che si chiedono dove sono e se sono al sicuro i propri cari.

Nell’agosto 2017, il Presidente Nazionale Francesco Rocca ha incontrato il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, ed è stato accolto nel Palazzo di vetro a New York. L’incontro è stata l’occasione per discutere delle priorità umanitarie sulle due sponde del Mediterraneo. L’incontro è stato voluto in estate proprio per il momento delicato, questo perché aumentano i flussi migratori e le polemiche politiche. In questa occasione è stato possibile fare un punto della situazione e riflettere su come intervenire al meglio. Si è parlato della questione Libica e, in particolare, sull’appropriazione da parte della guardia costiera libica di 70 miglia marittime, dove sono comprese anche le acque internazionali. In pratica, le navi delle Ong e la guardia costiera italiana non possono più intervenire in uno dei luoghi dove si verificano il più grande numero di tragedie: l’unico risultato saranno più morti e un aumento del costo dei viaggi. Inoltre, migliaia di persone vengono riportare in una zona di guerra, contro ogni regola del diritto internazionale. Altro tema sensibile affrontato è stato quello del processo di criminalizzazione delle organizzazioni umanitarie che, in realtà, si occupano soltanto di salvare vite umane. L’incontro è stato importante per stabile un punto di partenza per mobilitare le nazioni unite e la comunità internazionale.


Tra le storie delle persone migranti ricordiamo l’esperienza di John Ogah, che sembra una favola e che, come per ogni racconto che si rispetti, da iniziali peripezie giunge al riscatto e al tanto agognato “lieto fine”. Lo scorso 26 settembre l’uomo, che per vivere chiedeva l’elemosina davanti a un supermercato di Centocelle, nella periferia di Roma, ha affrontato un uomo armato di mannaia che aveva appena rapinato il negozio. Ogah lo ha disarmato e poi seguito fino allo scooter con cui stava per darsi alla fuga, bloccandolo e permettendo alle Forze dell’Ordine di arrestarlo. Dopo avere affrontato il rapinatore però si era dileguato, perché non perfettamente in regola con i documenti, ma i Carabinieri del Comando Provinciale di Roma lo hanno rintracciato e il suo gesto eroico è stato premiato con l’ottenimento del permesso di soggiorno per un anno. Da lì la sua vita è cambiata. Da qualche mese ha un lavoro stabile presso la Croce Rossa Italiana. Inoltre, ha una casa e, sempre grazie all’Associazione, sta perfezionando lo studio dell’italiano. La sera di Pasqua, il trentunenne nigeriano migrante è stato battezzato nella Basilica di San Pietro da Papa Francesco, il quale ha voluto accogliere il suo desiderio: il sogno di un ragazzo credente che ha vissuto le difficoltà della fuga dal suo paese dove era perseguitato nel 2014 e il dramma di un viaggio che molti non riescono a portare a compimento. Francesco Rocca ha commentato dicendo: “Sono orgoglioso di John e felice che lavori per la nostra Associazione. E sono lieto che, ogni tanto, le difficili storie delle persone migranti siano narrate senza strumentalizzazioni e nella modalità giusta: quella di percorsi umani fatti di difficoltà, ma anche di riscatto e speranza. Perché dietro a coloro i quali si vogliono far passare soltanto come scomodi “numeri” ci sono persone e, talvolta, anche eroi!”.

 

Il lavoro senza limiti della Croce Rossa Italiana

Il lavoro della Croce Rossa Italiana sembra non avere limiti e si estende ancora più in la dell’Italia e del Mediterraneo. La Croce Rossa ha portato il proprio impegno con due missioni a Cox’s Bazar, in Bangladesh, per dare supporto alle altre organizzazioni impegnate in una delle più grandi crisi umanitarie in corso. L’organizzazione si sta impegnando a ridare speranza e alleviare la sofferenza di più di 700.000 persone fuggite dal Myanmar nel corso dell’estate.

L’esperienza della prima missione iniziata ad ottobre viene raccontata da Erika Della valle, medico specializzato in psicoterapia e medicina interna. La missione si è svolta in tre settimane di lavoro nella clinica mobile in compagnia dell’infermiere Fabio Antonucci e con la collaborazione del team della Mezzaluna Rossa Bengalese. Erika racconta: “Abbiamo visitato ogni giorno tra i 110 e i 170 pazienti. Numeri molto alti che rendono l’idea di quanto sia stata intensa la nostra attività di equipe. Molto spesso ci siamo anche recati direttamente nelle tende per effettuare diagnosi o cure particolari”. Tra le difficoltà maggiori ci sono quelle incontrate in occasione dei trasferimenti in ospedale. I trasferimenti non potevano avvenire se non tramite lunghi percorsi a piedi in cui, per esempio, gli operatori si sono trovati a trasportare un bambino di pochi mesi in crisi respiratoria per 40 minuti. Erika parla delle persone che ha incontrato nel corso della missione: “Il contatto umano con questa gente ci ha arricchito tantissimo non solo come professionisti, ma soprattutto come individui. A Cox’s Bazar ci sono persone che, nonostante la grande sofferenza e le incredibili difficoltà incontrate, mantengono la loro dignità e continuano a guardare speranzosi al futuro. La loro forza d’animo è stata un esempio per tutti noi. Esiste tra di noi la barriera linguistica, questo è vero, ma è stata superata dal linguaggio non verbale. Ci siamo sentiti accolti e la loro riconoscenza nei nostri confronti è stata una costante”.

Altra testimone e operatrice della prima missione è Rosaria Domenella, psicologa e psicoterapeuta della Croce Rossa Italiana, volontaria dal 2008 che ha l’obiettivo di rafforzare la resilienza delle persone e aiutarle a ritrovare una strada per il futuro. Rosaria lavora in stretto contatto con il team giapponese e con i volontari del Bangladesh, coordinando le attività del servizio di supporto psicosociale. Rosaria dice che “è importante concentrarsi non solo sulle sofferenze fisiche delle persone, ma anche sui dolori dell’animo. Sono in molti ad andare dal dottore e a lamentare sintomi o malanni, ma alla fine si scopre che c’è solo il bisogno di parlare, di raccontare e condividere la propria storia”. Nella missione in Bangladesh sono stati organizzati spazi protetti, momenti ricreativi, focus group e peer session. Vengono fatte anche attività di “outreach”, ovvero uno sforzo per portare servizi alle persone dove vivono o trascorrono del tempo, in questo modo gli operatori si sono recati di persona nelle tende. Ogni nucleo familiare ha una storia di lutti e sofferenze e, dopo i primi giorni di ambientamento, ora sono le stesse persone ad andare incontro al personale con la voglia di parlare. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, sono soprattutto gli uomini ad avere bisogno di particolare assistenza e supporto. A proposito Rosaria dice: “È forse la categoria che necessita di maggiore aiuto. Nella loro cultura, l’uomo è abituato a farsi carico totalmente dei bisogni e delle necessità della famiglia di cui è responsabile. Ora, queste persone si ritrovano del tutto private della loro prerogativa. Un ruolo, quello di ‘sostenitore economico’ che è stato annientato dagli eventi e che bisogna in qualche modo ricostruire. Attraverso degli incontri appositamente dedicati, cerchiamo di riorientarli al presente e di aiutarli a capire le necessità del momento, come la tutela dei più deboli, dei bambini e dei disabili. Da parte loro, noto un interesse sempre maggiore. Comunico con il prezioso aiuto di un interprete e non sono per nulla intimiditi dal fatto che io sia una donna. Parliamo dei loro incubi, delle paure e di tutte le difficoltà che incontrano ogni giorno”. In oltre tre settimane, Rosaria ha incontrato migliaia di persone: “Fra le tante esperienze vissute, penso ai due fratelli orfani di 16 e 10 anni. Durante il nostro primo incontro sono rimasta in silenzio per diversi minuti, cercando di capire in che modo aprire un canale di confronto. La seconda volta ho portato un fischietto al bambino e li ho invitati a venire nei nostri spazi ricreativi. È stato bellissimo, qualche giorno dopo, vederli arrivare da soli nel ‘child friendly space’. Eravamo riusciti a stabilire un contatto”.
Negli ultimi mesi vi è stata la seconda missione, visto dall’alto il mega campo, a un’ora dai resort di Cox’s Bazar, assomiglia a un grande formicaio dove migliaia di persone, ormai vicine a toccare quota 1 milione, si adoperano tra le capanne di plastica e bambù, in un intreccio informe di stradine che salgono e che scendono. Sono state settimane di grande lavoro per prepararsi ad affrontare, in una già precaria situazione, il grande incubo della stagione delle piogge. La preoccupazione, infatti, era che smottamenti e frane potessero investire il campo creando danni alle infrastrutture idriche, igieniche e sanitarie e provocando epidemie, e ciò ha mobilitato tutta la comunità residente che ha collaborato alla messa in sicurezza del territorio e all’attuazione del piano di contingenza preparato dalle agenzie internazionali e dalle organizzazioni umanitarie. Le persone sono preoccupate, ma molto consapevoli e questo le rende più resilienti e pronte a reagire. Spesso, nelle ultime settimane, molte tende sono state abbattute per far spazio a una strada più robusta o anche per trasferire le abitazioni in zone più alte, al riparo da eventuali inondazioni. Nelle ultime settimane purtroppo la situazione è peggiorata con l’arrivo delle violente piogge che precedono la stagione dei monsoni. L’allerta è arrivata da Save the Children che ha dichiarato: “I bambini sono i soggetti più vulnerabili e rischiano di separarsi dalle proprie famiglie e di ammalarsi gravemente”. Le zone più basse dei campi rifugiati si sono immediatamente allagate rendendo difficoltoso l’accesso, dove il fango ha invaso molti spazi e dove si sono formate enormi pozze d’acqua. La situazione vede enormi difficoltà per le famiglie Rohingya rifugiatesi nei campi per fuggire dalle brutali violenze in Myanmar. Le famiglie devono vivere in campi sovraffollati dove dipendono unicamente dalle razioni di cibo per la sopravvivenza ma dove si trovano, ora, anche esposti alle tempeste, che provocano allagamenti e smottamenti. C’è anche il rischio che diventi più difficile l’accesso a servizi vitali come le cliniche mediche, i centri per la nutrizione e gli spazi protetti per i bambini, che sono l’unico luogo tranquillo e felice per loro.

Cosa celebriamo l’8 maggio

In onore di queste storie di lotta e speranza, l’8 maggio è un’occasione di festa per celebrare l’idea di Dunant e lo spirito di sacrifico e abnegazione dei 17 milioni di volontari, di cui oltre 160 mila in Italia, delle Società nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Senza il volontariato, nulla sarebbe possibile: dall’intervento a sostegno delle popolazioni nelle zone di guerra, durante le emergenze dovute ai disastri naturali, fino all’aiuto nelle tante vulnerabilità quotidiane che non fanno notizia. L’8 maggio è anche il giorno in cui Croce Rossa vuole ricordare l’importanza e l’attualità dei propri Principi Fondamentali. E ancora, è il giorno in cui vuole rilanciare il proprio appello per la protezione e il rispetto di tutti i soccorritori e delle strutture sanitarie. La Croce Rossa è il simbolo di un’Italia che aiuta, che ascolta le richieste di aiuto, piccole o grandi, che sono ovunque. Possiamo ricordare la recente celebrazione della “Giornata mondiale della libertà di stampa” per comprendere tra quali rischi si muove il movimento per ascoltare le richieste di aiuto. Negli ultimi 15 anni i giornalisti uccisi nell’esercizio del loro mestiere sono stati 1035, specialmente nei teatri di guerra. “Esattamente come i tanti operatori umanitari del Movimento Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa – spiega Francesco Rocca sul Sito Ufficiale – che diventano un “target” delle parti in conflitto, ormai troppo spesso. Martiri moderni della Verità e dell’Umanità”.

Croce Rossa Italiana, quest’anno, ha deciso di celebrare l’8 maggio attraverso un “doppio binario”, da un lato portando il bagaglio umano dell’Associazione al Quirinale, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e, parallelamente, nelle scuole di tutto il Paese, con iniziative di sensibilizzazione ed educazione, seguendo l’invito della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC), che ha lanciato una campagna di comunicazione incentrata sul sorriso e sulla diffusione di storie positive di cambiamento e di speranza: “condividi cosa ti fa sorridere”. Oggi la Croce Rossa la vediamo sulle ambulanze, per aiutare le persone che hanno avuto un grave problema di salute. Ma la troviamo anche nell’aiutare i più poveri e bisognosi, al fianco delle persone colpite da alluvioni, terremoti, nell’insegnare la storia del diritto umanitario a grandi e piccini, nell’aiutare i giovani nella loro crescita e nel comunicare al mondo che se facciamo del bene ci sentiamo meglio e diventiamo tutti amici e felici. Perché la missione dei volontari di Croce Rossa Italiana è essere presenti, appunto, “ovunque, per chiunque”.

Tawakkol Karman: Le sfide che la marcia per i diritti umani incontra in tutto il mondo

Il 19 aprile all’Auditorium parco della musica di Roma, in occasione del festival delle scienze “Le cause delle cose” organizzato in collaborazione con National Geographic, si è tenuto l’incontro con Tawakkol Karman. Tawakkol Karman è una giovane yemenita ed esule in Turchia da dove lavora su un canale con milioni di followers e con cui porta avanti la lotta per la causa della libertà e dei diritti umani a dispetto di chi ha fatto di tutto per denigrare le sue convinzioni. “È una giovane, è una donna, è madre di 3 figli e ha vinto il premio Nobel nel 2011; persone del genere sono importanti per il genere umano” sono state le parole di presentazione. Tawakkol ogni giorno supera le barriere grazie alla tecnologia, ai media e alle conferenze a cui partecipa in tutto il mondo, per raggiungere paesi come lo Yemen, il Qatar, la Siria e l’Egitto. Nel 2011 ha vinto il premio Nobel per la lotta non violenta per la sicurezza delle donne e per i diritti delle donne alla piena partecipazione al peacebuilding. In quegli anni le manifestazioni e le azioni critiche nei confronti del governo yemenita hanno portato varie volte al suo arresto e alle minacce di omicidio. Nonostante tutto ha continuato la sua lotta per la democrazia e per i diritti umani nello Yemen anche attraverso il lavoro politico nel partito “Al-Islah”, riconosciuta come branca yemenita del partito “Fratelli mussulmani”.

Durante l’incontro, Tawakkol parla delle sfide degli attivisti per i diritti umani e richiama più volte la nostra attenzione dicendo “Fratelli e sorelle, sognatori per i diritti umani”. Per riflettere sulle sfide occorre partire dalla questione morale di base: “Chi sono? Chi sono gli attivisti per i diritti umani?”. Sono cittadini, sono tutti i cittadini con sogni e che compiono sacrifici per la democrazia e lo stato di diritto. La prima sfida è quella riguardo al come attenersi ai propri principi e al come non essere intimiditi, per fare ciò occorre distanziarsi dagli atteggiamenti dei governi che generano la disuguaglianza. Se non si fa ciò, quale sarebbe il rischio? Se non si fa ciò, si perde la fiducia. La seconda sfida è rappresentata dai regimi repressivi che hanno un ruolo importante nel diffamare gli attivisti a livello nazionale e internazionale. In contesti ostili, gli attivisti spesso vengono identificati come coloro che seguono istruzioni da altri paesi per cospirare contro il proprio paese e vengono accusati di terrorismo. Occorre contrastare questa cattiva immagine poiché gli attivisti, con questa scusa, sono soggetti ad abusi, torture e sparizioni forzate. In poche parole: “sono soggetti a violazione dei diritti umani”. Questo è ciò che accade oggi nei paesi arabi.

Tawakkol ci dice, in veste di protagonista degli eventi, che la primavera araba non è stata un capriccio o una cospirazione. La primavera araba è stata l’espressione di attivisti per i diritti umani, è stato il desiderio di giustizia in risposta a repressione, fame e povertà. È stata una risposta nel segno della democrazia e dello stato di diritto. Lo scopo della primavera araba era quello di porre fine al dispotismo senza fine e porre un nuovo inizio nel nome dei diritti umani. Era la speranza per una patria e per una casa in cui ognuno potesse avere il suo posto e portare avanti i propri sogni. Era la lotta dei giovani contro la corruzione. Ma cosa è successo? I vecchi regimi hanno portato avanti una controrivoluzione con alleanze regionale e internazionali che, Tawakkol sottolinea, hanno trasformato i paesi della primavera araba in “laghi di sangue e carceri”. Il pensiero di Tawakkol va a quei paesi come l’Egitto che hanno portato avanti una repressione in nome della lotta al terrorismo. Possiamo ricordare che in Egitto i “fratelli mussulmani” sono stati perseguitati e messi fuorilegge con l’accusa di terrorismo. Possiamo ricordare che dal 2013 Al-Sisi ha lanciato una spietata campagna repressiva contro l’organizzazione tramite arresti arbitrari torture ed esecuzioni di massa (si stima che il regime di al-Sīsī abbia ucciso oltre 2.500 manifestanti e ne abbia imprigionato più di 20mila), al fine di stroncarne ogni forma di dissenso. Ma il pensiero di Tawakkol va verso il caso Regeni e a chi ancora è in cerca di verità.

Altro esempio è la Siria (altro paese in cui i “Fratelli mussulmani” sono dichiarati fuorilegge) in cui Assad ha incarcerato e ucciso milioni di Siriani e in cui la lotta al terrorismo è portata avanti utilizzando esplosivi. Tawakkol ci racconta che Assad ha reso la siria un mattatoio sotto il silenzio della comunità internazionale, la quale ha cospirato contro le primavere arabe e dimenticato il terrorismo. Questo ha creato le condizioni per quello che chiama “il cancro Daesh”. Ci invita, sottolineando che Assad è ancora sulla sua poltrona, a riflettere su chi trae beneficio dal terrorismo, perché esiste il Daesh e su quale sia il collegamento.

L’altra situazione tragica è quella dello Yemen in cui le milizie Houthi con l’aiuto di Saleh hanno portato a deporre il presidente, eletto democraticamente dopo una rivoluzione pacifica, con un colpo di stato. Dopo il 2014 lo Yemen è distrutto, è scenario di conflitti internazionali e regionali. Nel maggio 2015 entra in scena la coalizione saudita che apparentemente vuole combattere in favore del governo legittimo in nome della risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU e del trasferimento di potere. Allo stato dei fatti però la coalizione sta lavorando in nome della propria agenda e non in nome del popolo yemenita e dei suoi diritti umani. La coalizione ha creato propri gruppi contro il governo legittimo e si tengono il petrolio (vitale per l’economia Yemenita), i porti (fondamentali per l’arrivo di merci e farmaci) e le isole (importanti in quanto rappresentano punti di appoggio per difesa delle rotte commerciali navali di tutto il mondo). Inoltre, la coalizione impedisce ai leader yemeniti di tornare al proprio paese e al presidente Hadi di tornare nella capitale provvisoria. È una colazione che sta occupando lo Yemen e ne distrugge l’unità nazionale. Lo Yemen è una realtà di cui spesso si tace, è una realtà che vive la più grande catastrofe umanitaria della storia. Lo Yemen è una realtà che vive di carestia, di colera, di malattia, di scarsità di acqua, di scarsità di farmaci, di mancanza di servizi sanitari e di base. Lo Yemen è una realtà in cui muoiono giornalmente bambini, uomini e donne sia per la guerra, sia per le malattie, sia perché spesso viene impedito ai soccorsi di arrivare nelle zone di emergenze.

Tawakkol pone un’altra domanda per poi dare la sua risposta: “Tutto il caos è stato pubblicizzato come atto di terrorismo, ma chi lo ha chiamato così? Chi vende il marchio?”. Tawakkol ci dice che i regimi sfruttano l’estremismo, affermano che tutto questo è nato dalla primavera araba e minacciano che il terrorismo è l’unica alternativa. Tirannide e terrorismo si alimentano a vicenda e dice: “ogni dittatore è un terrorista e ogni terrorista è un dittatore, entrambi abusano della regione”. Vi è un collegamento tra il tradimento della primavera araba e il terrorismo, se si crea l’autoritarismo allora nasce il terrorismo. I regimi dicono che la scelta è tra la tirannide o la guerra, la tirannide o l’occupazione, tra la tirannide o le milizie. Sono scelte presentate dalla dittatura che cerca di far rinascere i regimi caduti e che crede di poter fermare il progresso della storia. Ma, queste dittature, non si rendono conto del potere della verità e del popolo che alla fine vincerà inevitabilmente. Tawakkol presenta la terza opzione: la libertà e la democrazia. In questo senso l’educazione ha la priorità in quanto porta alle parti opportunità per i cittadini, lo stesso Yemen ha portato avanti la primavera araba per l’istruzione (l’analfabetismo tocca il 70%), e la tecnologia può aiutare a sfondare le barriere per creare una vera comunità globale e solidale. Solo le persone istruite possono e hanno il dovere cambiare il mondo.

Tawakkol infine ci dice: “Fratelli e sorelle, sognatori per i diritti umani, la sfida è alle politiche effettive della comunità internazionale che creano di continuo ostacoli ai diritti umani. La primavera araba è un appello a tutto il mondo, un appello per combattere per la libertà e la democrazia, un appello alla trasparenza dei governi per chiedere “perché sostenete questa dittatura? Perché il silenzio contro questi crimini?”. E aggiunge che la sfida per gli attivisti è quella di creare una rete di solidarietà in ambito internazionale, ciò è necessario per la speranza di un mondo in cui si possa vivere con dignità. Occorre una rete globale di diritti umani per lavorare ad una società civile globale e far sentire a tutti che possiamo salvare questo mondo e che possiamo farlo insieme. Che siamo più forti di loro, che sopravvivremo e vinceremo.Il destino è vincere, ad ogni rivoluzione è seguita una grande controrivoluzione ed abbiamo sofferto in entrambe. La controrivoluzione è la vera base del processo che porta la gente a vincere. Occorre stare dalla parte di chi lotta per i diritti, che occorre stare con il futuro. Il futuro sono le persone, non i dittatori!

Bombardieri alleati su obiettivi siriani

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Un avvertimento per non oltrepassare nuovamente la “Linea rossa” della guerra chimica.

Questa notte l’attacco di Usa, Francia e GB e stato lanciato alle 3.00 ora italiana, nello stesso momento Trump ne annunciava l’esecuzione in diretta televisiva come da consolidata procedura.

Sono 103 i missili lanciati verso tre differenti obiettivi che gli alleati hanno dichiarato essere siti di stoccaggio e produzione di armi chimiche delle forze governative di Bashar Al Assad.

Siti che erano stati sgombrati precedentemente grazie al l’avviso che i gli americani avevano fatto ai russi per non colpire i loro soldati o civil siriani.

Francia e Gran Bretagna dichiarano di avere le prove che il presunto bombardamento dei giorni scorsi sia stato effettuato dall’esercito regolare siriano, azione che avrebbe innescato l’azione punitiva degli alleati.

Mentre per i governi alleati la missione e stata limitata e mirata e non deve preludere ad una escalation per la Russia e l’Iran si tratta di un atto deliberatamente violento che ha il solo scopo di rovesciare il governo di ASSAD.

In questo caso però nessuno ha presentato ai media ne tantomeno ai governi, la May ha autorizzato la missione senza chiedere il consenso del parlamento, la prova della colpevolezza di Assad, cosa che fu fatta invece per Saddam Hussain, prove che risultarono false ma solo dopo la morte del dittatore iracheno.

Questa volta nessuna prova esibita, solo i video e le registrazioni audio realizzati da una unica mano che i russi indicano essere quella dei servizi segreti americani, una denuncia fatta sui social che scatena una guerra dichiarata su Twitter.

Una fiaccola per ricordare Pamela

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Si è svolta 13 aprile la fiaccolata organizzata a Roma per ricordare Pamela Mastropietro, la giovane ragazza romana barbaramente uccisa a Macerata lo scorso gennaio.

Una folla composta si e stratta attorno ad Alessandra Verni, a suo marito, allo zio Marco Valerio Verni promotore della manifestazione insieme a Fabrizio Santori, il consigliere Figliomeni e i tanti tanti amici della famiglia e di Pamela.

Presenti alla fiaccolata anche le istituzioni con il Sindaco di Roma Virginia Raggi accanto al l’onorevole Giorgia Meloni, il senatore Rampelli e l’on Maurizio Gasparri.

Dopo aver percorso il tatto di strada che collega via Saluzzo a piazza Re di Roma il corteo si è fermato dove e stata posta una targa in memoria di Pamela accanto ad un albero piantato per l’occasione e una panchina di colore rosso a ricordo di tutte le donne vittime di violenza.

La manifestazione si è conclusa con una serie di interventi che sono stati utili a comprendere cosa sia successo a Pamela perché non succeda mai più

Giorgia Meloni in una dichiarazione rilasciataci durante la manifestazione ha voluto manifestare la sua partecipazione al dolore della famiglia e il suo impegno a non far dimenticare questo atto di violenza assurda che è stato per troppo tempo ignorato volutamente dal governo per non dover giustificare l’assenza di sicurezza e le politiche di immigrazione fallimentari.

“Crediamo sia necessario e giusto tenere alta l’attenzione sulle vittime italiane dimenticate, su situazioni accadute per assenza dello stato, perché ci sono fatti violenza, fatti efferati e poi ci sono fatti di violenza commessi da chi non doveva trovarsi in Italia” ha voluto sottolineare Giorgia Meloni  leader di Fratelli d’Italia, ” noi speriamo in uno stato che sappia fare il suo lavoro, per questo accendiamo i riflettori su le vicende come quella di Pamela e tante altre, qui oggi sono presenti tante famiglie che hanno sofferto” continua l’onorevole “non vogliamo strumentalizzare ma vogliamo interrogarci su una Italia nella quale non viene garantita la sicurezza”.

Ancora molti i punti su cui fare luce, alcuni legati alla casa di accoglienza che ha permesso alla ragazza di allontanarsi dalla struttura, altri più in generale legati alla sicurezza delle nostre città che vedono nei punti nevralgici delle comunità stazioni ferroviarie, di bus, piazze e giardini ormai saldamente in pugno alla criminalità al sud come al nord.

Una richiesta accorata di giustizia e emersa da questa manifestazione per Pamela e per tutte le donne e gli uomini vittime di violenza nel nostro paese, una richiesta che emerge dalle parole di Alessandra, la madre si Pamela, ma anche dalla folla che è accorsa per partecipare alla fiaccolata.

Nel video il dettaglio della manifestazione e delle dichiarazioni dei partecipanti.

Alessandro Conte
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