GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Tawakkol Karman: Le sfide che la marcia per i diritti umani incontra in tutto il mondo

Il 19 aprile all’Auditorium parco della musica di Roma, in occasione del festival delle scienze “Le cause delle cose” organizzato in collaborazione con National Geographic, si è tenuto l’incontro con Tawakkol Karman. Tawakkol Karman è una giovane yemenita ed esule in Turchia da dove lavora su un canale con milioni di followers e con cui porta avanti la lotta per la causa della libertà e dei diritti umani a dispetto di chi ha fatto di tutto per denigrare le sue convinzioni. “È una giovane, è una donna, è madre di 3 figli e ha vinto il premio Nobel nel 2011; persone del genere sono importanti per il genere umano” sono state le parole di presentazione. Tawakkol ogni giorno supera le barriere grazie alla tecnologia, ai media e alle conferenze a cui partecipa in tutto il mondo, per raggiungere paesi come lo Yemen, il Qatar, la Siria e l’Egitto. Nel 2011 ha vinto il premio Nobel per la lotta non violenta per la sicurezza delle donne e per i diritti delle donne alla piena partecipazione al peacebuilding. In quegli anni le manifestazioni e le azioni critiche nei confronti del governo yemenita hanno portato varie volte al suo arresto e alle minacce di omicidio. Nonostante tutto ha continuato la sua lotta per la democrazia e per i diritti umani nello Yemen anche attraverso il lavoro politico nel partito “Al-Islah”, riconosciuta come branca yemenita del partito “Fratelli mussulmani”.

Durante l’incontro, Tawakkol parla delle sfide degli attivisti per i diritti umani e richiama più volte la nostra attenzione dicendo “Fratelli e sorelle, sognatori per i diritti umani”. Per riflettere sulle sfide occorre partire dalla questione morale di base: “Chi sono? Chi sono gli attivisti per i diritti umani?”. Sono cittadini, sono tutti i cittadini con sogni e che compiono sacrifici per la democrazia e lo stato di diritto. La prima sfida è quella riguardo al come attenersi ai propri principi e al come non essere intimiditi, per fare ciò occorre distanziarsi dagli atteggiamenti dei governi che generano la disuguaglianza. Se non si fa ciò, quale sarebbe il rischio? Se non si fa ciò, si perde la fiducia. La seconda sfida è rappresentata dai regimi repressivi che hanno un ruolo importante nel diffamare gli attivisti a livello nazionale e internazionale. In contesti ostili, gli attivisti spesso vengono identificati come coloro che seguono istruzioni da altri paesi per cospirare contro il proprio paese e vengono accusati di terrorismo. Occorre contrastare questa cattiva immagine poiché gli attivisti, con questa scusa, sono soggetti ad abusi, torture e sparizioni forzate. In poche parole: “sono soggetti a violazione dei diritti umani”. Questo è ciò che accade oggi nei paesi arabi.

Tawakkol ci dice, in veste di protagonista degli eventi, che la primavera araba non è stata un capriccio o una cospirazione. La primavera araba è stata l’espressione di attivisti per i diritti umani, è stato il desiderio di giustizia in risposta a repressione, fame e povertà. È stata una risposta nel segno della democrazia e dello stato di diritto. Lo scopo della primavera araba era quello di porre fine al dispotismo senza fine e porre un nuovo inizio nel nome dei diritti umani. Era la speranza per una patria e per una casa in cui ognuno potesse avere il suo posto e portare avanti i propri sogni. Era la lotta dei giovani contro la corruzione. Ma cosa è successo? I vecchi regimi hanno portato avanti una controrivoluzione con alleanze regionale e internazionali che, Tawakkol sottolinea, hanno trasformato i paesi della primavera araba in “laghi di sangue e carceri”. Il pensiero di Tawakkol va a quei paesi come l’Egitto che hanno portato avanti una repressione in nome della lotta al terrorismo. Possiamo ricordare che in Egitto i “fratelli mussulmani” sono stati perseguitati e messi fuorilegge con l’accusa di terrorismo. Possiamo ricordare che dal 2013 Al-Sisi ha lanciato una spietata campagna repressiva contro l’organizzazione tramite arresti arbitrari torture ed esecuzioni di massa (si stima che il regime di al-Sīsī abbia ucciso oltre 2.500 manifestanti e ne abbia imprigionato più di 20mila), al fine di stroncarne ogni forma di dissenso. Ma il pensiero di Tawakkol va verso il caso Regeni e a chi ancora è in cerca di verità.

Altro esempio è la Siria (altro paese in cui i “Fratelli mussulmani” sono dichiarati fuorilegge) in cui Assad ha incarcerato e ucciso milioni di Siriani e in cui la lotta al terrorismo è portata avanti utilizzando esplosivi. Tawakkol ci racconta che Assad ha reso la siria un mattatoio sotto il silenzio della comunità internazionale, la quale ha cospirato contro le primavere arabe e dimenticato il terrorismo. Questo ha creato le condizioni per quello che chiama “il cancro Daesh”. Ci invita, sottolineando che Assad è ancora sulla sua poltrona, a riflettere su chi trae beneficio dal terrorismo, perché esiste il Daesh e su quale sia il collegamento.

L’altra situazione tragica è quella dello Yemen in cui le milizie Houthi con l’aiuto di Saleh hanno portato a deporre il presidente, eletto democraticamente dopo una rivoluzione pacifica, con un colpo di stato. Dopo il 2014 lo Yemen è distrutto, è scenario di conflitti internazionali e regionali. Nel maggio 2015 entra in scena la coalizione saudita che apparentemente vuole combattere in favore del governo legittimo in nome della risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU e del trasferimento di potere. Allo stato dei fatti però la coalizione sta lavorando in nome della propria agenda e non in nome del popolo yemenita e dei suoi diritti umani. La coalizione ha creato propri gruppi contro il governo legittimo e si tengono il petrolio (vitale per l’economia Yemenita), i porti (fondamentali per l’arrivo di merci e farmaci) e le isole (importanti in quanto rappresentano punti di appoggio per difesa delle rotte commerciali navali di tutto il mondo). Inoltre, la coalizione impedisce ai leader yemeniti di tornare al proprio paese e al presidente Hadi di tornare nella capitale provvisoria. È una colazione che sta occupando lo Yemen e ne distrugge l’unità nazionale. Lo Yemen è una realtà di cui spesso si tace, è una realtà che vive la più grande catastrofe umanitaria della storia. Lo Yemen è una realtà che vive di carestia, di colera, di malattia, di scarsità di acqua, di scarsità di farmaci, di mancanza di servizi sanitari e di base. Lo Yemen è una realtà in cui muoiono giornalmente bambini, uomini e donne sia per la guerra, sia per le malattie, sia perché spesso viene impedito ai soccorsi di arrivare nelle zone di emergenze.

Tawakkol pone un’altra domanda per poi dare la sua risposta: “Tutto il caos è stato pubblicizzato come atto di terrorismo, ma chi lo ha chiamato così? Chi vende il marchio?”. Tawakkol ci dice che i regimi sfruttano l’estremismo, affermano che tutto questo è nato dalla primavera araba e minacciano che il terrorismo è l’unica alternativa. Tirannide e terrorismo si alimentano a vicenda e dice: “ogni dittatore è un terrorista e ogni terrorista è un dittatore, entrambi abusano della regione”. Vi è un collegamento tra il tradimento della primavera araba e il terrorismo, se si crea l’autoritarismo allora nasce il terrorismo. I regimi dicono che la scelta è tra la tirannide o la guerra, la tirannide o l’occupazione, tra la tirannide o le milizie. Sono scelte presentate dalla dittatura che cerca di far rinascere i regimi caduti e che crede di poter fermare il progresso della storia. Ma, queste dittature, non si rendono conto del potere della verità e del popolo che alla fine vincerà inevitabilmente. Tawakkol presenta la terza opzione: la libertà e la democrazia. In questo senso l’educazione ha la priorità in quanto porta alle parti opportunità per i cittadini, lo stesso Yemen ha portato avanti la primavera araba per l’istruzione (l’analfabetismo tocca il 70%), e la tecnologia può aiutare a sfondare le barriere per creare una vera comunità globale e solidale. Solo le persone istruite possono e hanno il dovere cambiare il mondo.

Tawakkol infine ci dice: “Fratelli e sorelle, sognatori per i diritti umani, la sfida è alle politiche effettive della comunità internazionale che creano di continuo ostacoli ai diritti umani. La primavera araba è un appello a tutto il mondo, un appello per combattere per la libertà e la democrazia, un appello alla trasparenza dei governi per chiedere “perché sostenete questa dittatura? Perché il silenzio contro questi crimini?”. E aggiunge che la sfida per gli attivisti è quella di creare una rete di solidarietà in ambito internazionale, ciò è necessario per la speranza di un mondo in cui si possa vivere con dignità. Occorre una rete globale di diritti umani per lavorare ad una società civile globale e far sentire a tutti che possiamo salvare questo mondo e che possiamo farlo insieme. Che siamo più forti di loro, che sopravvivremo e vinceremo.Il destino è vincere, ad ogni rivoluzione è seguita una grande controrivoluzione ed abbiamo sofferto in entrambe. La controrivoluzione è la vera base del processo che porta la gente a vincere. Occorre stare dalla parte di chi lotta per i diritti, che occorre stare con il futuro. Il futuro sono le persone, non i dittatori!

Bombardieri alleati su obiettivi siriani

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Un avvertimento per non oltrepassare nuovamente la “Linea rossa” della guerra chimica.

Questa notte l’attacco di Usa, Francia e GB e stato lanciato alle 3.00 ora italiana, nello stesso momento Trump ne annunciava l’esecuzione in diretta televisiva come da consolidata procedura.

Sono 103 i missili lanciati verso tre differenti obiettivi che gli alleati hanno dichiarato essere siti di stoccaggio e produzione di armi chimiche delle forze governative di Bashar Al Assad.

Siti che erano stati sgombrati precedentemente grazie al l’avviso che i gli americani avevano fatto ai russi per non colpire i loro soldati o civil siriani.

Francia e Gran Bretagna dichiarano di avere le prove che il presunto bombardamento dei giorni scorsi sia stato effettuato dall’esercito regolare siriano, azione che avrebbe innescato l’azione punitiva degli alleati.

Mentre per i governi alleati la missione e stata limitata e mirata e non deve preludere ad una escalation per la Russia e l’Iran si tratta di un atto deliberatamente violento che ha il solo scopo di rovesciare il governo di ASSAD.

In questo caso però nessuno ha presentato ai media ne tantomeno ai governi, la May ha autorizzato la missione senza chiedere il consenso del parlamento, la prova della colpevolezza di Assad, cosa che fu fatta invece per Saddam Hussain, prove che risultarono false ma solo dopo la morte del dittatore iracheno.

Questa volta nessuna prova esibita, solo i video e le registrazioni audio realizzati da una unica mano che i russi indicano essere quella dei servizi segreti americani, una denuncia fatta sui social che scatena una guerra dichiarata su Twitter.

Una fiaccola per ricordare Pamela

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Si è svolta 13 aprile la fiaccolata organizzata a Roma per ricordare Pamela Mastropietro, la giovane ragazza romana barbaramente uccisa a Macerata lo scorso gennaio.

Una folla composta si e stratta attorno ad Alessandra Verni, a suo marito, allo zio Marco Valerio Verni promotore della manifestazione insieme a Fabrizio Santori, il consigliere Figliomeni e i tanti tanti amici della famiglia e di Pamela.

Presenti alla fiaccolata anche le istituzioni con il Sindaco di Roma Virginia Raggi accanto al l’onorevole Giorgia Meloni, il senatore Rampelli e l’on Maurizio Gasparri.

Dopo aver percorso il tatto di strada che collega via Saluzzo a piazza Re di Roma il corteo si è fermato dove e stata posta una targa in memoria di Pamela accanto ad un albero piantato per l’occasione e una panchina di colore rosso a ricordo di tutte le donne vittime di violenza.

La manifestazione si è conclusa con una serie di interventi che sono stati utili a comprendere cosa sia successo a Pamela perché non succeda mai più

Giorgia Meloni in una dichiarazione rilasciataci durante la manifestazione ha voluto manifestare la sua partecipazione al dolore della famiglia e il suo impegno a non far dimenticare questo atto di violenza assurda che è stato per troppo tempo ignorato volutamente dal governo per non dover giustificare l’assenza di sicurezza e le politiche di immigrazione fallimentari.

“Crediamo sia necessario e giusto tenere alta l’attenzione sulle vittime italiane dimenticate, su situazioni accadute per assenza dello stato, perché ci sono fatti violenza, fatti efferati e poi ci sono fatti di violenza commessi da chi non doveva trovarsi in Italia” ha voluto sottolineare Giorgia Meloni  leader di Fratelli d’Italia, ” noi speriamo in uno stato che sappia fare il suo lavoro, per questo accendiamo i riflettori su le vicende come quella di Pamela e tante altre, qui oggi sono presenti tante famiglie che hanno sofferto” continua l’onorevole “non vogliamo strumentalizzare ma vogliamo interrogarci su una Italia nella quale non viene garantita la sicurezza”.

Ancora molti i punti su cui fare luce, alcuni legati alla casa di accoglienza che ha permesso alla ragazza di allontanarsi dalla struttura, altri più in generale legati alla sicurezza delle nostre città che vedono nei punti nevralgici delle comunità stazioni ferroviarie, di bus, piazze e giardini ormai saldamente in pugno alla criminalità al sud come al nord.

Una richiesta accorata di giustizia e emersa da questa manifestazione per Pamela e per tutte le donne e gli uomini vittime di violenza nel nostro paese, una richiesta che emerge dalle parole di Alessandra, la madre si Pamela, ma anche dalla folla che è accorsa per partecipare alla fiaccolata.

Nel video il dettaglio della manifestazione e delle dichiarazioni dei partecipanti.

La crisi Siriana, i gas I tweet e le portaerei

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Potrebbe passare alla storia come la prima crisi diplomatica militare scattata per un tweet di troppo.

Cosa sta succedendo in Siria ? Da anni ormai si combatte quella che è ormai riconosciuta come guerra per procura tra la Russia di Putin e l’America di Trump ora ma della Clinton nel mandato presidenziale precedente.

Una guerra che Trump avrebbe voluto interrompere pochi giorni prima del “Casus belli” che ha provocato L’escalation, ritto immediato delle truppe Usa, salvo pochi “consiglieri” e revoca dei 200 milioni di dollari promessi per la ricostruzione post bellica, da parte dei ribelli vittoriosi evidentemente.

Pochi giorni dopo ecco il famigerato attacco con i gas nella cittadina di Douma una zona ormai già sotto il controllo delle forze governative di Bashar al Assad, notizia lanciata sul web con la forza delle brutte notizie con testimonianze audio e video che hanno permesso/costretto Trump a dichiarare lo sdegno e rinnovare l’impegno contro Assad e i suoi alleati Russi.

Un tempismo incredibilmente perfetto per riprendere un alleato è un finanziatore dei ribelli Anti Assad. Ma anche altri osservatori hanno potuto dare un contributo di analisi e tra questi il Reporter de Il Giornale Gian Micalessin che quelle zone le aveva visitate poche settimane prima e aveva potuto filmare e raccogliere testimonianze sui lavoratori per la realizzazione di armi chimiche dei ribelli abbandonati durante la fuga.

Quindi la certezza che le truppe governative abbiamo bombardato una postazione già sostanzialmente sotto controllo sembra essere alquanto fragile.

Un altro tema importante di questa crisi e la Comunicazione social che annulla completamente la possibilità del mondo diplomatico di agire per tempo dovendo rincorrere sempre situazioni che si aggravano sui social come in una rissa da strada tra ubriachi del sabato in un pub portuale.

Una rissa social che però ha effetti devastanti sulla realtà con l’invio di navi da guerra e il passaggio al DEFCOM superiore.

Elezioni in Germania: l’importanza della formazione del nuovo Regierung

EUROPA/Senza categoria di

Le elezioni politiche tedesche si sono tenute a Settembre 2017, ma da allora non abbiamo ancora un governo stabile nella Germania Federale. L’assenza di una maggioranza all’interno dell’esecutivo sta danneggiando la Germania e la sua credibilità agli occhi dei suoi cittadini. In questi ultimi mesi, infatti, il paese tedesco sta vivendo una delle sue peggiori crisi politiche dal 1950.

Come sappiamo, è stata riconfermata nuovamente la nomina come Cancelliere ad Angela Merkel, che, ormai, svolge questo ruolo dal 2005. Nonostante la sua vittoria politica, la nota dolente è che il partito, di cui è rappresentante (CDU), non è riuscito a raggiungere la maggioranza necessaria per la formazione dell’esecutivo. Questo risultato è stato segnato dall’insoddisfazione generale del corpo elettorale, che ha in queste elezioni manifestato la mancata condivisione di alcune politiche portate avanti dalla Cancelliera, tra le quali quelle riguardanti il fenomeno delle migrazioni e il loro ingresso, più o meno incrollato, in Germania. Dalle attuali elezioni, infatti, è risultato che il partito della Merkel, il CDU, abbia raggiunto solo il 32,9% dei voti, perdendo ben 8% rispetto al passato. Il CDU non è stato l’unico partito ad accusare gli esiti di questi elezioni. Infatti, a seguirlo vi sono stati FDP, che ha raggiunto i minimi storici, appena il 10% (conquistando solo 80 seggi) e il SPD, avendo raggiunto solo il 20% dei voti. Ciò che è apparso incredibile è stato, invece, il risultato ottenuto da parte del partito AfD, conosciuto per essere un partito estremista e Xenofobo, che ha conquistato un’ottima posizione dal risultato elettorale. La sua “vittoria” è un’ulteriore dimostrazione della mancata adesione del popolo tedesco alle politiche condotte negli ultimi quattro anni. Ma cosa comportano di fatto queste elezioni?

Il mancato raggiungimento della maggioranza minima richiesta ha dato inizio a diversi tentativi per creare delle coalizioni governative, tra le quali, la più famosa è stata la coalizione Jamaika, che prende il nome dal colore dei partiti di cui si sarebbe dovuta comporre CDU, CSU (la spalla bavarese del CDU, più rigida su specifici temi), i Grünen e i FdP. Fin dall’inizio erano numerosi i dubbi sull’effettiva riuscita di questa alleanza.

Per quale ragione, si era giunti a queste considerazioni? Semplicemente perché nessuno dei suddetti partiti era disposto a trovare compromessi e a ritrattare le proprio posizioni, al fine di far funzionare quest’alleanza politica. I problemi maggiori, infatti, sarebbero sorti in relazione al tema immigrati: il partito bavarese CSU proponeva la fissazione di un tetto massimo d’ingressi annuali non superiore ai 200 mila, mentre i Grünen, al contrario, volevano che si portasse avanti una politica più flessibile, comprendendo il cosiddetto Familiennachzug (ricongiungimento famigliare). In realtà, nelle giornate di novembre, prima del 19, erano state fatte delle proposte-compromesso da parte dei Verdi, che avrebbero accettato la richiesta del CSU del limite sugli ingressi, ma in cambio, chiedevano che venisse escluso dal tetto delle 200 mila persone, coloro che facevano richiesta per il ricongiungimento familiare. Questo tema è stato il principale punto di frizione tra i due partiti, dal momento che, secondo le affermazioni dei Verdi, è “inumano escludere, chi già per legge ha diritto alla protezione, non permettendogli di aver accesso al ricongiungimento famigliare” Nella giornata del 19 Novembre 2017, la Cancelliera, Angela Merkel, avrebbe dovuto presentare la formazione definitiva del suo governo, che, invece, non si era ancora formato, proprio per i contrasti esistenti su specifici temi: migranti, come sopra indicato, ma anche la nomina di alcune figure istituzionali, tra le quali il Ministro della Finanza e il Ministro degli Affari esteri. Non solo a questo si aggiungono anche le notevoli differenze, che caratterizzano il modo di portare avanti una politica europea. I principali punti di tensione si sarebbero concentrati sull’esportazione delle armi e nella rete commerciale tedesca. Per quanto riguarda il traffico delle armi, negli ultimi mesi la Germania è stata coinvolta nella questione Arabia Saudita-Yemen, quando è stato reso pubblico, che molte delle armi vendute all’Arabia Saudita provenissero dalla Germania. Secondo i Grünen, la Germania dovrebbe astenersi da qualsiasi coinvolgimento in questa guerra, infatti nel corso del 2017, anche a seguito di questo episodio, il Paese Tedesco ha vissuto ben due momenti di crisi governativa, di cui uno a Marzo ed uno subito dopo ad Aprile, che hanno evidenziato le incertezze e instabilità del governo. Al di là di queste fondamentali difficoltà e della mancanza di punti d’incontri sul tema migranti, il fallimento della coalizione Jamaika è stato determinato dal ritiro da parte dei Liberali, FDP, di cui il leader, Lindner, ha espressamente detto “Meglio non governare, che governare male”.

Altri problemi sono apparsi sul fronte Schulz, segretario del SDP, il quale avrebbe affermato, che egli non sarebbe mai stato favorevole, almeno inizialmente, ad una grande coalizione, come quella Jamaika. Date queste dichiarazioni, l’unica soluzione che si era prospettata alla Cancelliera era la formazione di una coalizione con il partito di estrema sinistra, die Linke, nati dalla scissione dal SDP, ma a questa proposta si è opposto il secco rifiuto della CSU baverese, che non aveva alcuna intenzione di spostarsi così a sinistra. Novembre, di conseguenza, ha costituito per il neo-governo tedesco un futuro incerto: accettare di non avere la maggioranza e governare con una minoranza, consci che l’esecutivo sarebbe stato sempre un bersaglio facile per l’opposizione, oppure tornare nuovamente alle elezioni. Per la prima volta dopo il 1950, la Germania sta vivendo un periodo storico-politico particolarmente difficile, in cui i più grandi partiti hanno subito delle pesanti sconfitte. La vicinanza a delle nuovi elezioni sembrava sempre più vicina, soprattutto dopo quattro settimane di consultazioni, che si sono concluse con l’archiviazione definitiva della coalizione Jamaika. Invece, ad oggi stiamo aspettando gli esiti dei sondaggi e delle consultazioni, che termineranno venerdì 15 Dicembre e che chiariranno se sarà possibile avviare una coalizione tra l’Unione (CDU/CSU) e SDP di Schulz. Negli ultimi giorni ha iniziato ad echeggiare nell’aria il termine KoKo, ossia Kooperation-Koalition (Cooperazione-Coalizione). Anche in questo caso sembrerebbero nascere dei problemi riguardo i progetti proposti dal SDP, tra cui una nuova assicurazione civile da fornire ai cittadini. In particolare, le opposizioni proverrebbero da parte del CSU ritenendo, a maggioranza, che non sarebbe una soluzione percorribile, oltretutto perché verrebbe a costituire solamente un peso economico per la maggior parte degli assicurati.

Nella serata di mercoledì 13 Dicembre, si è dato avvio al primo round di sondaggi e consultazioni elettorali, per capire se vi è, effettivamente, la possibilità di creare questa KoKo tra CDU/CSU e SPD. L’incontro ha visto la partecipazione di tutti e tre i segretari dei partiti: Merkel, Seehofer (dalla parte bavarese) e Schulz. Nonostante gli sforzi e le consultazioni, molte perplessità si sollevano circa l’effettiva capacità e stabilità di questa cooperazione. Si parte, infatti, dal presupposto che i partiti, in particolare CSU e SDP si scontrano riguardo a taluni argomenti: l’assicurazione cittadina, la politica da applicare nei confronti degli immigrati, in particolare sul tema ricongiungimento famigliare. Tutti elementi che sembrano suggerire la presenza di numerosi ostacoli per la realizzazione di questa alleanza.

Inoltre, vi sono anche delle resistenze all’interno dello stesso SDP, dove taluni membri del partito non sono interessati ad una coalizione con un governo, che nell’arco di tre mesi, non è riuscito a formare una maggioranza, ma che anzi è stato anche fortemente criticato da uno dei suoi principali alleati politici, i liberali FDP. Non mancano, poi, delle critiche sulla credibilità del partito guidato da Schulz, da parte dei Die Linke, come ha affermato recentemente al Frankfurter Allgemeine, Tanja Kipping, segretario dei Die Linke, “ Il Partito SDP si sta dimostrando insicuro e timoroso delle sue scelte. Ad occhi esterni, sembra che non sappia esattamente cosa voglia”.

Sotto un profilo europeo, la mancata formazione del governo tedesco comporta paure ed incertezze anche per gli europei, che auspicano quanto prima possibile la formazione del Bundesregierung. Infatti, la convocazione di nuove elezioni non è agli occhi degli Stati Membri dell’UE la soluzione migliore, anche perché, a seguito di una nuova tornata elettorale, i risultati potrebbero sostanzialmente cambiare e, magari, in meglio per l’Alternative für Deutschland (AfD), di cui teme la riuscita elettorale soprattutto la Grecia. Tuttavia, la Germania non rimane l’unico caso che non è riuscita a formare un governo di maggioranza, concluse le tornate elettorali: eccezione fatta per l’Italia, anche l’Olanda sperimentò un lungo periodo di crisi, che coprì un arco di tempo di 220 giorni, fino a raggiungere il nuovo governo. Paesi come l’Austria, invece, hanno affermato che il risultato delle elezioni politiche non poteva che essere lo specchio della mancata attenzione da parte del governo tedesco a talune dinamiche, che, invece, avrebbero meritato maggiore cura da parte dell’esecutivo. Lo stesso Macron, Presidente della Francia, ha affermato che se la Merkel si fosse legata ai liberali, allora il suo governo non sarebbe potuto andare avanti per molto e, proprio alla luce di queste considerazioni, chiedeva, quanto prima la convocazione a nuove elezioni.

Nel frattempo, venerdì 15 si sono tenute le consultazioni elettorali per sapere definitivamente se l’SPD parteciperà a questa coalizione. In questa occasione, tutte le parti hanno convenuto che le consultazioni dovranno riprendere da inizio gennaio, ma che l’SPD dovrà dare una risposta definitiva l’11 gennaio, così che entro il 14 si potrà pianificare l’ingresso al Parlamento dell’SPD.

In poche parole, ciò significa che fino al 2018, se tutto va secondo la scaletta programmata, la Germania non avrà un governo federale formato e questa situazione è tanto critica dagli esponenti dell’Unione (CDU/CSU), che dichiarano “non si possono fare esperimenti”, quanto da parte di alcuni esponenti del SPD.

 

La tentata riconquista saudita della regione di Najran si rivela un buco nell’acqua

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L’esercito saudita ha tentato di riconquistare una città nella regione del Najran, al confine con lo Yemen. La città in questione è stata di controllo saudita fino a qualche mese fa, prima che i ribelli Houti se ne appropriassero.

Tuttavia il piano di riconquista è stato un fallimento: le forze saudite sono state costrette a ritirarsi perché incapaci di fronteggiare la controffensiva dei ribelli.

I media Houti hanno condiviso un filmato, giovedì 30 novembre, che mostra chiaramente la sconfitta saudita sulla collina di Al-Sharfah, nella parte sud della regione.

Sebbene lo scorso martedì 28 novembre la coalizione yemenita sia riuscita a liberare la catena montuosa di Jabal al-Asayad, punto nevralgico per i ribelli Houti dove venivano organizzati i piani d battaglia, la situazione non sembra andare verso la via della soluzione.

Le forze dei ribelli Houti al momento controllano buona parte del confine tra Yemen e Arabia Saudita; è questa la situazione che allarma il governo di Riyadh, in particolar modo considerando le chiare difficoltà riscontrate nel ricatturare questi territori.

“L’Ucraina moderna nello spazio comune europeo”, convegno del Centro Studi Roma 3000

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Centro Studi Roma 3000 ha avuto l’onore ed il piacere di portare sul tavolo una discussione di un tema attuale e più vicino alla realtà italiana di quanto normalmente ci si aspetta. A prendere per primo la parola è stato il consigliere dell’ambasciatrice dell’Ucraina in Italia, Dott. Dmytro Volovnykiv che ha voluto iniziare celebrando i 25 anni di relazioni diplomatiche Italia-Ucraina, ora alla base di un forte rapporto che soprattutto nell’ultimo periodo sta contribuendo all’integrità territoriale dell’ ex paese sovietico. Lo scenario attuale ucraino è alquanto delicato: dal 2014 quella che è stata nominata la Rivoluzione della Diginità come conseguenza dell’occupazione russa della Crimea ( “la peninsola che non c’è”), ad est dell’Ucraina, è stata seguita da continue manifestazioni di violenza, il mancato rispetto del cessate fuoco proveniente da più attori internazionali e un elevatissimo sfruttamento economico da parte della Russia. Il report dell’ufficio dell’Alto Commissariato dei diritti delle Nazioni Unite ha meglio parlato di “detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture e maltrattamenti”, per non citare tutti i casi di violazione dei diritti dell’uomo. Oltre alla situazione della Crimea, Volovnykiv ha ricordato il caso del Donbass, altro bacino di delicato impianto geopolitico.

Nella sfida europea accanto all’Ucraina vi è l’Estonia, membro UE dal 2004, il cui console rappresentante in Italia, M. Sarglepp ha sottolineato che i conflitti menzionati hanno indubbiamente favorito un rafforzamento interno ed esterno degli accordi di partnership e cooperazione tra paesi del ex blocco sovietico che, data la loro strategica posizione geografica e la centralità in alcuni settori economici, i cui primi frutti si stanno vedendo. Il dialogo con le maggiori istituzioni rimane lo strumento migliore per portar avanti progetti proficui in situazioni di tensione come questa analizzata: il prossimo 24 novembre si riunirà l’ Eastern Partnership (EaP) per rafforzare la forza dei rapporti economici, governativi, sociali e della sostenibilità; a dimostrazione dell’importanza del ruolo individuale di un paese come l’Ucraina ma altresì la responsabilità dell’Unione Europea di fornire gli adeguati strumenti e possibilmente anche le risposte per la fine di una crisi come quella che percorre la realtà del Mar Nero.

Il terzo intervento è stato poi quello di Andrew Spannaus, analista politico-internazionale e Presidente Stampa Estera di Milano, la cui esperienza e stessa origine americana gli ha permesso di affrontare il dibattito sotto il punto di vista americano: il non più neoeletto presidente Trump sta modificando in parte i piani d’azione messi in atto dal suo predecessore, esprimendo però un consenso nei confronti della Russia, con la quale “condivide” la fine della Guerra di Siria. Si collega qui l’intervento del direttore di Limes, Lucio Caracciolo secondo cui la situazione ucraina è sottovalutata o per lo meno poco conosciuta dall’italiano medio, nonostante la distanza che ci separa sia minore di quella che vi è tra l’estremità nord e sud del nostro territorio.

Rilevante è anche la connessione dell’Italia con l’ Ucraina tramite la contestazione di territori come la TransIstria, formalmente della Moladavia ma sotto il controllo della Russia, oggi uno dei centri principali per il traffico internazionale. Da qui il rapporto strumentale tra Usa e Europa centrale, essendo i paesi dell’Europa centrale di importanza relativa rispetto alle potenze che potrebbero invece squilibrare gli assetti americani. Caracciolo riprende le linee guida presentate da Spannaus: dal punto di vista americano il conflitto ucraino è una partita con la Russia e in parte con la Germania e la fascia di Europa più vicina alla Russia rimane un’area di frizione permanente. Il direttore manifesta un basso ottimismo circa la soluzione di questo conflitto dato che gli interessi russi si basano sul timore che l’Ucraina possa diventare parte della NATO, diversamente da quelli americani di mantenere il conflitto per avere il controllo del paese, senza considerare il fatto che la Russia ha sempre rappresentato un nemico e non un possibile alleato per l’America.

Per quanto riguarda altre zone di fuoco viene citata la Crimea che è ora sotto la mano russa, pur se illegalmente, ed il Donbass, dove si combatte una guerra la cui fine è ancora lontana. Per concludere Caracciolo afferma che la guerra che oggi si vive in Ucraina non è propriamente civile, riprendendo le parole del consigliere Volovnykiv, ma gran parte delle questioni centrali devono essere risolte a livello nazionale mediante efficaci e “rivoluzionarie” politiche. A tal proposito si è vista anche l’inefficienza dell’Unione Europea di fronte a tali questioni, pur non essendo essa non un vero attore geopolitico e giocando quindi un ruolo immaginario. L’Italia in tutto ciò sarebbe favorevole ad una posizione neutrale dell’Ucraina, che non entri a far parte della NATO ma magari dell’UE, senza uno scontro vero e proprio con la Russia, per più motivi tra cui il considerarla più una debolezza che una forza in questo momento.

 

Laura Sacher

Photo Credit: Giorgio Sacher

 

Giornalista uccisa a Malta: l’OSCE e l’UE impegnati nei diritti umani, nella libertà di stampa e di espressione.

È stato comunicato ufficialmente oggi dall’OSCE che la 19esima conferenza sull’Open Journalism in Asia Centrale (che si terrà a Tashkent dal 17 al 19 ottobre), verrà presieduta dal Rappresentante dell’OSCE per la libertà di stampa, Harlem Désir, che ricopre questo incarico dal luglio scorso. La conferenza sull’Open journalism nell’Asia Centrale si tiene ogni anno e garantisce un form per la discussione di questioni relative alla libertà di espressione ed integrai

(fonte www.osce.org)

doveri istituzionali dell’OSCE nello specifico settore, ovviamente in territorio centroasiatico. Désir incontrerà nella circostanza alti funzionari degli Stati aderenti e rappresentanti della società civile e dei media per discutere, in particolare, dello stato della libertà di stampa in Uzbekistan ed in tutte le aree di competenza dell’OSCE. Ma oltre alla rappresentativa uzbeka, lo stato dell’arte in materia verrà discusso in questi due giorni da oltre 100 partecipanti, tra cui attori istituzionali, giornalisti ed accademici provenienti da Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan e Turkmenistan, con rappresentanti provenienti persino dalla Mongolia ed altri esperti internazionali. Il Rappresentante OSCE ha il compito di monitorare gli sviluppi della libertà di stampa e di espressione presso i 57 Stati membri dell’OSCE e di denunciare le violazioni in tali settori, indicando anche quali siano le prescrizioni dell’OSCE in materia. E proprio oggi, per esempio, ha chiesto alle autorità maltesi di indagare velocemente sull’omicidio di Daphne Caruana Galizia, giornalista uccisa in questi giorni sull’isola. Nel formulare le sue condoglianze alla famiglia, Désir si è detto “profondamente scioccato ed offeso dall’omicidio” della giornalista, che ha definito “fiera, investigatrice e coraggiosa”, ed ha chiesto che tutto il mondo conosca chi ne ha cagionato la morte.

Daphne Caruana Galizia (fonte www.wikipedia.it)

La collega era infatti autrice su Malta Indipendent, e scriveva su un suo blog personale. È  morta questo lunedì (16 ottobre) pomeriggio in una macchina appena noleggiata, che è esplosa con lei a bordo: aveva denunciato di essere stata minacciata di morte due settimane prima. Già da febbraio – si legge in una nota dell’OSCE – l’ufficio del Rappresentante per la libertà di stampa aveva invitato le autorità maltesi a proteggere la giornalista e la libertà di stampa, in generale. È pur vero che lo stesso Rappresentante – cha ribadito come “silenziare i giornalisti uccidendoli sia un fatto inaccettabile” ha apprezzato sin da subito le indagini immediatamente avviate dagli inquirenti della polizia maltese ed ha ulteriormente espresso apprezzamento per il fatto che il Primo Ministro Muscat e le altre autorità abbiano immediatamente condannato l’attacco. Non esistono delle stime ufficiali e universalmente condivise sullo stato della libertà di stampa nel mondo. Annualmente l’organizzazione Reporters san frontières stila una classifica di 180 Paesi: quest’anno l’Italia si è classificata solamente al 52° posto. Ma come vengono compilati questi elenchi? Ce lo spiega in un suo articolo di aprile u. s. la giornalista de La Stampa Nadia Ferrigo. L’ONG per giornalisti invia ai suoi partners dei questionari da compilare in merito a  “pluralismo, indipendenza dei media, contesto e autocensura, legislatura, trasparenza, infrastrutture e abusi”. All’ultimo posto? Ovviamente la Corea del Nord, di cui abbiamo svariate volte esaltato le prodezze geopolitiche su questa rivista. Ma come mai l’Italia è in una zona quasi di pericolo? Parrebbe che i giornalisti si sentano in parte minacciati dalla pressioni politiche, ed optino talvolta per non esprimersi. La colpa, sembrerebbe, è da attribuirsi ad alcuni partiti populisti, che hanno assunto talvolta posizioni anti-media. Ma per correttezza (e non per paura) preferiamo non entrare nella discussione politica.

Harlem Désir, rappresentante OSCE per la libetà di stampa (fonte www.OSCE.org)

Apprezziamo invece il lavoro dell’OSCE e ci rammarichiamo davvero per la scomparsa di una collega, vittima della sopraffazione e dell’ignoranza che, purtroppo, non hanno bandiera e non hanno colore. Anzi: forse hanno proprio tutte le bandiere e tutti i colori. Alla sua famiglia ed ai suoi colleghi, le espressioni più sentite della redazione di European Affairs.

Ci fa piacere e ci entusiasma, invece, come proprio oggi anche l’UE abbia ribadito l’importanza dei diritti umani e, tra questi, quello ad esprimersi liberamente. Il Consiglio “Affari esteri”, in data odierna, ha discusso infatti della politica dell’UE in materia di diritti umani e delle modalità migliori per promuoverli nei contesti bilaterali e multilaterali. L’Istituzione europea ha ribadito l’impegno dell’UE a promuovere e proteggere i diritti umani ovunque nel mondo, adottando conclusioni sulla revisione intermedia del piano d’azione per i diritti umani e la democrazia. Ha adottato anche la sua relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2016. Ma questa è (anche) un’altra storia.

Catalogna, si accende lo scontro Barcellona -Madrid

EUROPA/Senza categoria di

Livelli di tensione fuori limite quelli fra Barcellona e Madrid quando ormai mancano pochi giorni all’1 di Ottobre, data fissata dalla Comunità catalana per il referendum sull’indipendenza della regione. Nella mattinata di mercoledì 20 settembre gli agenti della Guardia Civil spagnola hanno arrestato 14 elementi di spicco tra funzionari ed esponenti del governo catalano, compreso Josep Maria Jové, il braccio destro del vice presidente catalano, con l’accusa di essere fra i principali organizzatori del referendum non riconosciuto e ritenuto illegale dal governo centrale di Madrid. Sono state inoltre sequestrate milioni di tessere elettorali che dovevano essere utilizzate durante il referendum, e le perquisizioni hanno avuto luogo anche negli uffici delle Entrate, del Welfare  e del Centro Telecomunicazioni regionale, oltre naturalmente agli uffici dell’esecutivo catalano.

Poche ore dopo gli arresti, si sono radunati migliaia di persone per protestare contro l’azione del governo centrale e sei suoi militari. La protesta prosegue da giorni, con striscioni e cori a favore del referendum e dei diritti democratici e contro le’ “forze di occupazione autoritarie”.

Il primo ministro Rajoy difende la decisione del governo, dichiarando che tale operazione è a difesa dei diritti di tutta la Spagna e del suo popolo, che tale referendum è stato bocciato dalla legge e che per tale ragione bisogna difendere la democrazia facendo rispettare le sentenze giudiziarie. In risposta agli arresti e perquisizioni, il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, ha convocato una riunione d’urgenza dichiarando “che la democrazia è stata sospesa in Catalogna, che il governo ha oltrepassato la linea rossa e si è convertito in una vergogna antidemocratica”, il tutto seguito dalla conferma che il primo di ottobre il referendum si farà e da un richiamo al popolo catalano di rispondere in modo fermo ma sempre in maniera civile e pacifica. Anche la sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha definito “scandaloso” ciò che avvenuto nella mattinata di mercoledì, definendo “uno scandalo democratico la perquisizione di istituzioni e gli arresti di cariche pubbliche per motivi politici”.

Tutto ciò rappresenta solo l’ultima azione intrapresa da Madrid per cercare di fermare lo svolgimento del referendum fissato per il primo di ottobre. L’ultimo tentativo era stato il blocco dei fondi federali di Madrid, per evitare che soldi pubblici venissero utilizzati per l’organizzazione del referendum. La Corte Costituzionale, inoltre,  aveva sospeso l’efficacia del referendum, su richiesta del governo centrale: il referendum è ritenuto illegale e non verrà tenuto conto dell’esito di un risultato che potrebbe mettere in discussione l’indivisibilità e l’unità della Spagna, sancite, appunto, dalla Costituzione. Il presidente catalano, nonostante i continui ostacoli, aveva firmato il decreto per convocare la consultazione popolare. Questi ha ottenuto l’approvazione di circa settecento sindaci catalani che hanno promesso l’apertura dei seggi e il regolare svolgimento delle votazioni.

Non siamo al primo caso di organizzazione di un referendum in Catalogna. Tre anni fa si era cercato di organizzarne un altro, bloccato dal Tribunale Costituzionale spagnolo, e trasformato in una consultazione informale da parte delle istituzioni catalane. L’indipendentismo catalano è un argomento al centro del dibattito da molti anni, ma negli ultimi anni ha acquisito nuova linfa vitale e nuova forza, oltre che essere, naturalmente, fonte di forti tensioni fra Barcellona e Madrid. Il tentativo del 2014, anche se del tutto informale ebbe un’affluenza stimata attorno al 36% degli aventi diritto, con l’80% favorevoli all’indipendenza. Naturalmente, la consultazione non ha avuto nessun valore legale, visto il blocco del Tribunale Costituzionale. Al centro dell’attuale scontro abbiamo una legge approvata dal Parlamento catalano “La ley del referéndum de autoderminación vinculante sobre la independencia de Cataluňa”, che come può dedursi è stata pensata e creata per essere vincolante. Nello specifico, in caso di vittoria dei favorevoli, le autorità catalane dovrebbero dichiarare l’indipendenza della Catalogna. Per i partiti indipendentisti i problemi iniziano il 7 settembre, quando il Tribunale Costituzionale spagnola sospende la legge sul referendum approvata  dal Parlamento catalano e vietando ai sindaci catalani e ai funzionari del governo di partecipare all’organizzazione del progetto. Il giorno successivo, l’8 settembre, interviene anche il Tribunale superiore di giustizia della Catalogna, ordinando alle forze di sicurezza (Guardia Civile, Polizia Nazionale, Mossos d’Esquadra e polizia locale) di iniziare le operazioni di sequestro del materiale del referendum. Lo stesso giorno sono iniziate in diversi comuni alcune operazioni compiute soprattutto dalla Guardia Civil, un corpo di natura militare che dipende da Madrid, culminate in perquisizioni, sequestri e gli arresti di Barcellona. Il corpo di polizia che è rimasto sostanzialmente defilato in tali operazioni è stato quello dei Mossos d’Esquadra, che dipende dal ministero degli interni catalano. Questi sono stati accusati anzi di non fare abbastanza per impedire il referendum e quindi seguire la linea imposta da Rajoy. A oggi non è chiaro come si comporteranno il giorno del referendum: se seguiranno gli ordini della magistratura e impediranno il normale svolgimento delle votazioni o se garantiranno le operazioni di voto e la sicurezza dei seggi.

Dal punto di vista catalano, non c’è stata nessuna trattativa da parte di Madrid, ma solo una repressione immediata, come nei regimi autoritari che coprono le loro decisioni con atti giudiziari. La questione, secondo molti, non è la repressione dell’indipendentismo catalano o meno, ma lo svolgimento di un referendum in cui i cittadini possono esprimere in maniera del tutto libera la loro opinione sullo stato attuale e futuro del loro paese. Non si tratta di una semplice distinzione buonista, perché secondo gli ultimi sondaggi meno della metà dei catalani sarebbe favorevole all’indipendenza, mentre quasi tutti sono a favore del diritto di decidere. Se si seguisse l’esempio di altri paesi, come nel caso scozzese nel Regno Unito, gli indipendentisti magari perderebbero il loro referendum (visto i sondaggi appena citati) e in quel casi si aprirebbe una trattativa per garantire maggiore autonomia alla Catalogna. Ma se si continua con umiliazioni e provocazioni, nell’arco di poco tempo, la questione potrebbe cambiare con un aumento della forza dei favorevoli all’indipendenza.

Nel frattempo arrivano dichiarazioni da Bruxelles, dove l’UE prende posizione a favore del governo spagnolo: “l’UE rispetta l’ordine costituzionale della Spagna come con tutti gli stati membri ed è in seno a questo che tutte queste questioni potranno o dovranno essere affrontate”. Anche Parigi si schiera “per una Spagna unita e forte”.

È difficile prevedere quale sarà il risultato del referendum, se dovesse effettivamente svolgersi. Nel corso degli anni passati i sondaggi sull’indipendenza sono stati parecchi, con risultati molte volte diversi, a secondo dell’istituto che li realizzava e dei quesiti posti. Non è da sottovalutare nemmeno l’impatto degli eventi degli ultimi giorni sulle intenzioni di voto  dei cittadini catalani. Per ora, l’unico fatto certo è che non sembrano esserci  margini di negoziato tra il governo centrale spagnolo e quello catalano. Non ci resta che aspettare.

 

Mario Savina

Rainer Maria Baratti
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