GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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La tentata riconquista saudita della regione di Najran si rivela un buco nell’acqua

MEDIO ORIENTE/Senza categoria di

L’esercito saudita ha tentato di riconquistare una città nella regione del Najran, al confine con lo Yemen. La città in questione è stata di controllo saudita fino a qualche mese fa, prima che i ribelli Houti se ne appropriassero.

Tuttavia il piano di riconquista è stato un fallimento: le forze saudite sono state costrette a ritirarsi perché incapaci di fronteggiare la controffensiva dei ribelli.

I media Houti hanno condiviso un filmato, giovedì 30 novembre, che mostra chiaramente la sconfitta saudita sulla collina di Al-Sharfah, nella parte sud della regione.

Sebbene lo scorso martedì 28 novembre la coalizione yemenita sia riuscita a liberare la catena montuosa di Jabal al-Asayad, punto nevralgico per i ribelli Houti dove venivano organizzati i piani d battaglia, la situazione non sembra andare verso la via della soluzione.

Le forze dei ribelli Houti al momento controllano buona parte del confine tra Yemen e Arabia Saudita; è questa la situazione che allarma il governo di Riyadh, in particolar modo considerando le chiare difficoltà riscontrate nel ricatturare questi territori.

“L’Ucraina moderna nello spazio comune europeo”, convegno del Centro Studi Roma 3000

EUROPA/Senza categoria di

Centro Studi Roma 3000 ha avuto l’onore ed il piacere di portare sul tavolo una discussione di un tema attuale e più vicino alla realtà italiana di quanto normalmente ci si aspetta. A prendere per primo la parola è stato il consigliere dell’ambasciatrice dell’Ucraina in Italia, Dott. Dmytro Volovnykiv che ha voluto iniziare celebrando i 25 anni di relazioni diplomatiche Italia-Ucraina, ora alla base di un forte rapporto che soprattutto nell’ultimo periodo sta contribuendo all’integrità territoriale dell’ ex paese sovietico. Lo scenario attuale ucraino è alquanto delicato: dal 2014 quella che è stata nominata la Rivoluzione della Diginità come conseguenza dell’occupazione russa della Crimea ( “la peninsola che non c’è”), ad est dell’Ucraina, è stata seguita da continue manifestazioni di violenza, il mancato rispetto del cessate fuoco proveniente da più attori internazionali e un elevatissimo sfruttamento economico da parte della Russia. Il report dell’ufficio dell’Alto Commissariato dei diritti delle Nazioni Unite ha meglio parlato di “detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture e maltrattamenti”, per non citare tutti i casi di violazione dei diritti dell’uomo. Oltre alla situazione della Crimea, Volovnykiv ha ricordato il caso del Donbass, altro bacino di delicato impianto geopolitico.

Nella sfida europea accanto all’Ucraina vi è l’Estonia, membro UE dal 2004, il cui console rappresentante in Italia, M. Sarglepp ha sottolineato che i conflitti menzionati hanno indubbiamente favorito un rafforzamento interno ed esterno degli accordi di partnership e cooperazione tra paesi del ex blocco sovietico che, data la loro strategica posizione geografica e la centralità in alcuni settori economici, i cui primi frutti si stanno vedendo. Il dialogo con le maggiori istituzioni rimane lo strumento migliore per portar avanti progetti proficui in situazioni di tensione come questa analizzata: il prossimo 24 novembre si riunirà l’ Eastern Partnership (EaP) per rafforzare la forza dei rapporti economici, governativi, sociali e della sostenibilità; a dimostrazione dell’importanza del ruolo individuale di un paese come l’Ucraina ma altresì la responsabilità dell’Unione Europea di fornire gli adeguati strumenti e possibilmente anche le risposte per la fine di una crisi come quella che percorre la realtà del Mar Nero.

Il terzo intervento è stato poi quello di Andrew Spannaus, analista politico-internazionale e Presidente Stampa Estera di Milano, la cui esperienza e stessa origine americana gli ha permesso di affrontare il dibattito sotto il punto di vista americano: il non più neoeletto presidente Trump sta modificando in parte i piani d’azione messi in atto dal suo predecessore, esprimendo però un consenso nei confronti della Russia, con la quale “condivide” la fine della Guerra di Siria. Si collega qui l’intervento del direttore di Limes, Lucio Caracciolo secondo cui la situazione ucraina è sottovalutata o per lo meno poco conosciuta dall’italiano medio, nonostante la distanza che ci separa sia minore di quella che vi è tra l’estremità nord e sud del nostro territorio.

Rilevante è anche la connessione dell’Italia con l’ Ucraina tramite la contestazione di territori come la TransIstria, formalmente della Moladavia ma sotto il controllo della Russia, oggi uno dei centri principali per il traffico internazionale. Da qui il rapporto strumentale tra Usa e Europa centrale, essendo i paesi dell’Europa centrale di importanza relativa rispetto alle potenze che potrebbero invece squilibrare gli assetti americani. Caracciolo riprende le linee guida presentate da Spannaus: dal punto di vista americano il conflitto ucraino è una partita con la Russia e in parte con la Germania e la fascia di Europa più vicina alla Russia rimane un’area di frizione permanente. Il direttore manifesta un basso ottimismo circa la soluzione di questo conflitto dato che gli interessi russi si basano sul timore che l’Ucraina possa diventare parte della NATO, diversamente da quelli americani di mantenere il conflitto per avere il controllo del paese, senza considerare il fatto che la Russia ha sempre rappresentato un nemico e non un possibile alleato per l’America.

Per quanto riguarda altre zone di fuoco viene citata la Crimea che è ora sotto la mano russa, pur se illegalmente, ed il Donbass, dove si combatte una guerra la cui fine è ancora lontana. Per concludere Caracciolo afferma che la guerra che oggi si vive in Ucraina non è propriamente civile, riprendendo le parole del consigliere Volovnykiv, ma gran parte delle questioni centrali devono essere risolte a livello nazionale mediante efficaci e “rivoluzionarie” politiche. A tal proposito si è vista anche l’inefficienza dell’Unione Europea di fronte a tali questioni, pur non essendo essa non un vero attore geopolitico e giocando quindi un ruolo immaginario. L’Italia in tutto ciò sarebbe favorevole ad una posizione neutrale dell’Ucraina, che non entri a far parte della NATO ma magari dell’UE, senza uno scontro vero e proprio con la Russia, per più motivi tra cui il considerarla più una debolezza che una forza in questo momento.

 

Laura Sacher

Photo Credit: Giorgio Sacher

 

Giornalista uccisa a Malta: l’OSCE e l’UE impegnati nei diritti umani, nella libertà di stampa e di espressione.

È stato comunicato ufficialmente oggi dall’OSCE che la 19esima conferenza sull’Open Journalism in Asia Centrale (che si terrà a Tashkent dal 17 al 19 ottobre), verrà presieduta dal Rappresentante dell’OSCE per la libertà di stampa, Harlem Désir, che ricopre questo incarico dal luglio scorso. La conferenza sull’Open journalism nell’Asia Centrale si tiene ogni anno e garantisce un form per la discussione di questioni relative alla libertà di espressione ed integrai

(fonte www.osce.org)

doveri istituzionali dell’OSCE nello specifico settore, ovviamente in territorio centroasiatico. Désir incontrerà nella circostanza alti funzionari degli Stati aderenti e rappresentanti della società civile e dei media per discutere, in particolare, dello stato della libertà di stampa in Uzbekistan ed in tutte le aree di competenza dell’OSCE. Ma oltre alla rappresentativa uzbeka, lo stato dell’arte in materia verrà discusso in questi due giorni da oltre 100 partecipanti, tra cui attori istituzionali, giornalisti ed accademici provenienti da Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan e Turkmenistan, con rappresentanti provenienti persino dalla Mongolia ed altri esperti internazionali. Il Rappresentante OSCE ha il compito di monitorare gli sviluppi della libertà di stampa e di espressione presso i 57 Stati membri dell’OSCE e di denunciare le violazioni in tali settori, indicando anche quali siano le prescrizioni dell’OSCE in materia. E proprio oggi, per esempio, ha chiesto alle autorità maltesi di indagare velocemente sull’omicidio di Daphne Caruana Galizia, giornalista uccisa in questi giorni sull’isola. Nel formulare le sue condoglianze alla famiglia, Désir si è detto “profondamente scioccato ed offeso dall’omicidio” della giornalista, che ha definito “fiera, investigatrice e coraggiosa”, ed ha chiesto che tutto il mondo conosca chi ne ha cagionato la morte.

Daphne Caruana Galizia (fonte www.wikipedia.it)

La collega era infatti autrice su Malta Indipendent, e scriveva su un suo blog personale. È  morta questo lunedì (16 ottobre) pomeriggio in una macchina appena noleggiata, che è esplosa con lei a bordo: aveva denunciato di essere stata minacciata di morte due settimane prima. Già da febbraio – si legge in una nota dell’OSCE – l’ufficio del Rappresentante per la libertà di stampa aveva invitato le autorità maltesi a proteggere la giornalista e la libertà di stampa, in generale. È pur vero che lo stesso Rappresentante – cha ribadito come “silenziare i giornalisti uccidendoli sia un fatto inaccettabile” ha apprezzato sin da subito le indagini immediatamente avviate dagli inquirenti della polizia maltese ed ha ulteriormente espresso apprezzamento per il fatto che il Primo Ministro Muscat e le altre autorità abbiano immediatamente condannato l’attacco. Non esistono delle stime ufficiali e universalmente condivise sullo stato della libertà di stampa nel mondo. Annualmente l’organizzazione Reporters san frontières stila una classifica di 180 Paesi: quest’anno l’Italia si è classificata solamente al 52° posto. Ma come vengono compilati questi elenchi? Ce lo spiega in un suo articolo di aprile u. s. la giornalista de La Stampa Nadia Ferrigo. L’ONG per giornalisti invia ai suoi partners dei questionari da compilare in merito a  “pluralismo, indipendenza dei media, contesto e autocensura, legislatura, trasparenza, infrastrutture e abusi”. All’ultimo posto? Ovviamente la Corea del Nord, di cui abbiamo svariate volte esaltato le prodezze geopolitiche su questa rivista. Ma come mai l’Italia è in una zona quasi di pericolo? Parrebbe che i giornalisti si sentano in parte minacciati dalla pressioni politiche, ed optino talvolta per non esprimersi. La colpa, sembrerebbe, è da attribuirsi ad alcuni partiti populisti, che hanno assunto talvolta posizioni anti-media. Ma per correttezza (e non per paura) preferiamo non entrare nella discussione politica.

Harlem Désir, rappresentante OSCE per la libetà di stampa (fonte www.OSCE.org)

Apprezziamo invece il lavoro dell’OSCE e ci rammarichiamo davvero per la scomparsa di una collega, vittima della sopraffazione e dell’ignoranza che, purtroppo, non hanno bandiera e non hanno colore. Anzi: forse hanno proprio tutte le bandiere e tutti i colori. Alla sua famiglia ed ai suoi colleghi, le espressioni più sentite della redazione di European Affairs.

Ci fa piacere e ci entusiasma, invece, come proprio oggi anche l’UE abbia ribadito l’importanza dei diritti umani e, tra questi, quello ad esprimersi liberamente. Il Consiglio “Affari esteri”, in data odierna, ha discusso infatti della politica dell’UE in materia di diritti umani e delle modalità migliori per promuoverli nei contesti bilaterali e multilaterali. L’Istituzione europea ha ribadito l’impegno dell’UE a promuovere e proteggere i diritti umani ovunque nel mondo, adottando conclusioni sulla revisione intermedia del piano d’azione per i diritti umani e la democrazia. Ha adottato anche la sua relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2016. Ma questa è (anche) un’altra storia.

Catalogna, si accende lo scontro Barcellona -Madrid

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Livelli di tensione fuori limite quelli fra Barcellona e Madrid quando ormai mancano pochi giorni all’1 di Ottobre, data fissata dalla Comunità catalana per il referendum sull’indipendenza della regione. Nella mattinata di mercoledì 20 settembre gli agenti della Guardia Civil spagnola hanno arrestato 14 elementi di spicco tra funzionari ed esponenti del governo catalano, compreso Josep Maria Jové, il braccio destro del vice presidente catalano, con l’accusa di essere fra i principali organizzatori del referendum non riconosciuto e ritenuto illegale dal governo centrale di Madrid. Sono state inoltre sequestrate milioni di tessere elettorali che dovevano essere utilizzate durante il referendum, e le perquisizioni hanno avuto luogo anche negli uffici delle Entrate, del Welfare  e del Centro Telecomunicazioni regionale, oltre naturalmente agli uffici dell’esecutivo catalano.

Poche ore dopo gli arresti, si sono radunati migliaia di persone per protestare contro l’azione del governo centrale e sei suoi militari. La protesta prosegue da giorni, con striscioni e cori a favore del referendum e dei diritti democratici e contro le’ “forze di occupazione autoritarie”.

Il primo ministro Rajoy difende la decisione del governo, dichiarando che tale operazione è a difesa dei diritti di tutta la Spagna e del suo popolo, che tale referendum è stato bocciato dalla legge e che per tale ragione bisogna difendere la democrazia facendo rispettare le sentenze giudiziarie. In risposta agli arresti e perquisizioni, il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, ha convocato una riunione d’urgenza dichiarando “che la democrazia è stata sospesa in Catalogna, che il governo ha oltrepassato la linea rossa e si è convertito in una vergogna antidemocratica”, il tutto seguito dalla conferma che il primo di ottobre il referendum si farà e da un richiamo al popolo catalano di rispondere in modo fermo ma sempre in maniera civile e pacifica. Anche la sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha definito “scandaloso” ciò che avvenuto nella mattinata di mercoledì, definendo “uno scandalo democratico la perquisizione di istituzioni e gli arresti di cariche pubbliche per motivi politici”.

Tutto ciò rappresenta solo l’ultima azione intrapresa da Madrid per cercare di fermare lo svolgimento del referendum fissato per il primo di ottobre. L’ultimo tentativo era stato il blocco dei fondi federali di Madrid, per evitare che soldi pubblici venissero utilizzati per l’organizzazione del referendum. La Corte Costituzionale, inoltre,  aveva sospeso l’efficacia del referendum, su richiesta del governo centrale: il referendum è ritenuto illegale e non verrà tenuto conto dell’esito di un risultato che potrebbe mettere in discussione l’indivisibilità e l’unità della Spagna, sancite, appunto, dalla Costituzione. Il presidente catalano, nonostante i continui ostacoli, aveva firmato il decreto per convocare la consultazione popolare. Questi ha ottenuto l’approvazione di circa settecento sindaci catalani che hanno promesso l’apertura dei seggi e il regolare svolgimento delle votazioni.

Non siamo al primo caso di organizzazione di un referendum in Catalogna. Tre anni fa si era cercato di organizzarne un altro, bloccato dal Tribunale Costituzionale spagnolo, e trasformato in una consultazione informale da parte delle istituzioni catalane. L’indipendentismo catalano è un argomento al centro del dibattito da molti anni, ma negli ultimi anni ha acquisito nuova linfa vitale e nuova forza, oltre che essere, naturalmente, fonte di forti tensioni fra Barcellona e Madrid. Il tentativo del 2014, anche se del tutto informale ebbe un’affluenza stimata attorno al 36% degli aventi diritto, con l’80% favorevoli all’indipendenza. Naturalmente, la consultazione non ha avuto nessun valore legale, visto il blocco del Tribunale Costituzionale. Al centro dell’attuale scontro abbiamo una legge approvata dal Parlamento catalano “La ley del referéndum de autoderminación vinculante sobre la independencia de Cataluňa”, che come può dedursi è stata pensata e creata per essere vincolante. Nello specifico, in caso di vittoria dei favorevoli, le autorità catalane dovrebbero dichiarare l’indipendenza della Catalogna. Per i partiti indipendentisti i problemi iniziano il 7 settembre, quando il Tribunale Costituzionale spagnola sospende la legge sul referendum approvata  dal Parlamento catalano e vietando ai sindaci catalani e ai funzionari del governo di partecipare all’organizzazione del progetto. Il giorno successivo, l’8 settembre, interviene anche il Tribunale superiore di giustizia della Catalogna, ordinando alle forze di sicurezza (Guardia Civile, Polizia Nazionale, Mossos d’Esquadra e polizia locale) di iniziare le operazioni di sequestro del materiale del referendum. Lo stesso giorno sono iniziate in diversi comuni alcune operazioni compiute soprattutto dalla Guardia Civil, un corpo di natura militare che dipende da Madrid, culminate in perquisizioni, sequestri e gli arresti di Barcellona. Il corpo di polizia che è rimasto sostanzialmente defilato in tali operazioni è stato quello dei Mossos d’Esquadra, che dipende dal ministero degli interni catalano. Questi sono stati accusati anzi di non fare abbastanza per impedire il referendum e quindi seguire la linea imposta da Rajoy. A oggi non è chiaro come si comporteranno il giorno del referendum: se seguiranno gli ordini della magistratura e impediranno il normale svolgimento delle votazioni o se garantiranno le operazioni di voto e la sicurezza dei seggi.

Dal punto di vista catalano, non c’è stata nessuna trattativa da parte di Madrid, ma solo una repressione immediata, come nei regimi autoritari che coprono le loro decisioni con atti giudiziari. La questione, secondo molti, non è la repressione dell’indipendentismo catalano o meno, ma lo svolgimento di un referendum in cui i cittadini possono esprimere in maniera del tutto libera la loro opinione sullo stato attuale e futuro del loro paese. Non si tratta di una semplice distinzione buonista, perché secondo gli ultimi sondaggi meno della metà dei catalani sarebbe favorevole all’indipendenza, mentre quasi tutti sono a favore del diritto di decidere. Se si seguisse l’esempio di altri paesi, come nel caso scozzese nel Regno Unito, gli indipendentisti magari perderebbero il loro referendum (visto i sondaggi appena citati) e in quel casi si aprirebbe una trattativa per garantire maggiore autonomia alla Catalogna. Ma se si continua con umiliazioni e provocazioni, nell’arco di poco tempo, la questione potrebbe cambiare con un aumento della forza dei favorevoli all’indipendenza.

Nel frattempo arrivano dichiarazioni da Bruxelles, dove l’UE prende posizione a favore del governo spagnolo: “l’UE rispetta l’ordine costituzionale della Spagna come con tutti gli stati membri ed è in seno a questo che tutte queste questioni potranno o dovranno essere affrontate”. Anche Parigi si schiera “per una Spagna unita e forte”.

È difficile prevedere quale sarà il risultato del referendum, se dovesse effettivamente svolgersi. Nel corso degli anni passati i sondaggi sull’indipendenza sono stati parecchi, con risultati molte volte diversi, a secondo dell’istituto che li realizzava e dei quesiti posti. Non è da sottovalutare nemmeno l’impatto degli eventi degli ultimi giorni sulle intenzioni di voto  dei cittadini catalani. Per ora, l’unico fatto certo è che non sembrano esserci  margini di negoziato tra il governo centrale spagnolo e quello catalano. Non ci resta che aspettare.

 

Mario Savina

Imprenditori e manager nell’era digitale

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“Il corso nasce dall’esigenza di una sempre più crescente necessità di figure professionali in grado di far fronte alle sfide poste dal technological breakthrough dell’IoT (Internet of Things) e I4.0 (Industry 4.0): gestire al meglio le possibilità di utilizzo delle tecnologie digitali per migliorare i processi di un’organizzazione”

La Luiss Business School, la scuola di formazione manageriale dell’Università LUISS Guido Carli, presenta presso la neonata sede di Villa Blanc, il nuovo corso di formazione per gli imprenditori 4.0, firmato dalla partnership con Confindustria e il Politecnico di Milano. Il piano prevede 8 moduli, 56 ore di formazione e 7 ore di laboratorio; dove vengono affrontati argomenti quali le strategie di business e innovazione digitale, i principi dell’IoT e dell’I4.0, Cyber Security, Risk Management, Sviluppo della Digital Transformation e il cambiamento organizzativo.

Il corso si configura come una risposta alle necessità nate a fronte della digitalizzazione e dell’avvento di nuovi strumenti manageriali.

La presentazione di questa formula innovativa si è tenuta in data 15 settembre, presso la sede di Via Nomentana, accompagnata dall’intervento di esperti di settore ed accademici.

L’industria nell’era 4.0

Attraverso le parole offerte da Andrea Bianchi, direttore delle Politiche industriali di Confindustria, è stato introdotto l’argomento che affronta lo sviluppo della “fabbrica 4.0” e delle nuove competenze richieste per far fronte alla rivoluzione industriale che caratterizza il panorama economico attuale.

Quello dell’Industria 4.0 risulta essere un tema di importanza strategica per la manifattura italiana, in quanto concretizza lo sviluppo dell’artigianato e dell’industria nell’era del digitale. L’applicazione delle economie digitali sviluppate grazie ad Internet, di fatti, hanno modificato le abitudini dei consumatori, creando una nuova generazione dotata di un linguaggio proprio e di nuove strategie di socializzazione, che tendono ad influenzare i comportamenti di consumo. All’interno di questi mutamenti, è sempre più evidente come questa rivoluzione stia condizionando il modo di concepire, produrre e distribuire prodotti.

Con il termine Industria 4.0 si fa stretto riferimento al un assetto delle aziende e alle necessità che derivano da questa rivoluzione digitale, che nel tempo sta andando a modificando la geografia economica. Lo sviluppo attuale attraverso l’applicazione e la combinazione delle diverse tecnologie, anche all’interno del settore industriale, è riassumibile in tre grandi aree: intelligenza artificiale legata alle macchine, la “sensoristica” degli oggetti e big data. L’insieme di queste caratteristiche determina l’ambiente odierno, all’interno del quale si trova ad operare l’impresa manifatturiera e che incidono, allo stesso tempo, sui meccanismi di competizione tra aziende. Altresì, la necessità di produrre con grande flessibilità per ampi lotti, fa riferimento al processo che vede una “custumerizzazione di massa”, derivante dalla forte presenza di un processo di personalizzazione che caratterizza il cluster di consumatori.

Altra grande direttrice di cambiamento è quella che viene definita “servitizzazione manifatturiera”, ossia il primato del servizio sul prodotto. Tale cambiamento è derivato sempre dall’applicazione delle nuove tecnologie e comporta una risposta da parte dei settori produttivi. Tutto ciò porta a di un cambiamento del modello di business, ma anche dei soggetti in gioco.

All’interno del panorama italiano, privo dei grandi players dell’IoT, è centrale che la manifattura e l’industria cerchino di implementare le innovazioni necessarie, cercando di rispondere alle necessità dei consumatori. Ciò è possibile grazie all’offerta non solo del prodotto, ma soprattutto di servizi. Ciò permetterebbe alle industrie di consolidare il proprio spazio all’interno dei modelli economici, in continua evoluzione.

All’interno del panorama generale, un ulteriore ambito di intervento centrale, risulta essere quello sul dialogo tra imprenditori e manager.  Ruolo fondamentale è svolto dai progetti promossi dalla Cisco, partner del programma offerto dalla LUISS Business School.

Prendendo come riferimento il quadro offerto in precedenza, bisogna adattare il discorso alle piccole e medie imprese, predominanti all’interno del panorama italiano.

La necessità di innovazione e di digitalizzazione dovrebbe essere di primaria importanza per tali aziende, anche al fine di salvaguardare il comparto artigianale tradizionale del paese.

Lo sviluppo delle competenze

All’interno di tale panorama generale, risulta evidente l’importanza e la centralità della competenza, e l’investimento in questa.

Questa sfida, trova una risposta che ha visto la convergenza di più forze, quelle sociali, politiche e industriali. La cooperazione dei diversi attori in causa, permette uno sviluppo orientato a rispondere alle nuove esigenze della digitalizzazione e dall’era 4.0, che coinvolge le aziende, i nuovi modelli di business e la formazione di professionisti.

Il problema nasce nel momento in cui sussiste un bisogno di relazione con queste nuove tecnologie. Di fatti il focus delle imprese non deve essere sui nuovi mezzi tecnologici, ma si deve spostare dal prodotto al processo. L’obiettivo delle aziende e, prima ancora delle accademie di formazione, è quello di ottimizzare i processi, al fine di promuovere l’efficienza e dello sviluppo.

L’esigenza della formazione

La progettazione di un percorso formativo per l’imprenditore 4.0 è una risposta al deficit di competenze manageriali per la crescita delle imprese, all’interno di un ambiente che favorisca l’ingresso di queste nei meccanismi dell’industria 4.0

Tra le personalità presenti alla conferenza, Matteo Vignoli, ricercatore presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia e uno tra i maggiori rappresentati del Food Innovation Program, ha posto l’accento sull’importanza del rapporto uomo-macchina.

Fondamentale è porre l’uomo al centro del progetto di innovazione, all’interno della scelta di proporre, non la tecnologia, ma un bisogno. Ciò al fine di mettere al centro le esigenze dei singoli e, di conseguenza quelle dei consumatori. Gli imprenditori di oggi hanno bisogno di comprendere le motivazioni che si trovano alla base dei cambiamenti operativi e di produzione, in quest’ottica, è necessario affiancare l’uomo alla tecnologia. Ripensare completamente la filiera. Una volta che l’azienda diviene consapevole di quali siano le necessità da perseguire, attraverso le informazioni che sono rilevanti per le persone, può operare attraverso la tecnologia digitale per rispondere a tali esigenze.

In tal senso il Percorso Formativo proposto dalla LUISS tende a formare figure professionali, personale, individui che presentino delle competenze tali da rispondere alle necessità 4.0, sia in termini di produzione, che di sviluppo generale delle aziende. La gestione dei processi di digitalizzazione richiede l’individuazione di tutte quelle skills rilevanti per i diversi contesti. Un secondo passaggio riguarda l’analisi e la misurazione di queste, a cui segue un’attenzione per la tipologia di formazione. Tutto ciò deve tendere a una valorizzazione dell’insieme delle capacità umane, che non possono essere sostituite da una macchina.

 

Dunford: Coalitions Support Local Partners in Driving Down Violence

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WASHINGTON, June 19, 2017 — From West Africa to Southeast Asia, military coalitions support partners on the ground in driving down the levels of violence arising from the transnational threat so local forces can deal with their own security challenges, the chairman of the Joint Chiefs of Staff said here today.

Marine Corps Gen. Joe Dunford spoke before an audience at the National Press Club, discussing the broad design of the campaign being conducted today against violent extremism in the context of all the challenges that face the United States, including North Korea, China, Iran and Russia.

Dunford took questions from the audience that began with defeating the Islamic State of Iraq and Syria.

Defeating ISIS

“The United States is supporting the Syrian Democratic Forces in seizing the key Syrian city of Raqqa, Dunford said, noting that the SDF is about 50,000 strong, of which about 20,000 to 25,000 are Arab and the rest are Kurdish. As the U.S.-led coalition supports local efforts to seize Raqqa, another effort led by the U.S. State Department is establishing a governance body, the general said.

“That governance will leverage Arab leaders who are from Raqqa and will also work on establishing a security force made up of local personnel so stabilization efforts that will follow the seizure of Raqqa,” Dunford added.

ISIS is one manifestation of the transregional violent extremism that is devastating cities across Syria, Iraq, Afghanistan and many other countries, he said. What connects extremist groups from West Africa to Southeast Asia is the flow of foreign fighters, the flow of resources and the narrative or message they disseminate, Dunford said, noting that he calls these things “connective tissue between the groups.”

He added, “Strategically, the idea is to be able to cut the connective tissue … by establishing a broad coalition with a good exchange of information and intelligence so we can get after the flow of money, the flow of foreign fighters and deal with the narrative.”

The Iraq-Syria coalition has 60 member countries, he said.

Like-Minded Nations

“I met a few months ago with about 45 of my counterparts from around the world to improve our information and intelligence sharing,” the chairman told the audience. “We have an interagency intelligence and information sharing location in the Middle East where right now we have about 20 countries represented militarily and by their intelligence organizations,” along with law-enforcement and other national agencies.

The idea is that like-minded nations share intelligence and information that will allow for effective military operations, “but also, in effect, a legal framework in countries where foreign fighters either came from or will return to,” Dunford said.

Combat operations then are designed to enable local forces to deal with specific regional challenges, and there are several regional efforts linked by a strategic framework that connects them, he explained. The strategic framework goes after the three elements that connect the extremist organizations, he said.

“The long-term end state of the strategy is to drive the level of violence down in each of the countries where it exists, in each of the regions where it exists, drive the level of violence down and increase the capacity of local forces such that local forces can deal with that challenge,” Dunford added.

“That’s where we’re going,” he said, “[and] … the majority of fighting — and the majority of casualties — are being experienced by local forces that are fighting for their own countries.”

A Broader Strategy

In Afghanistan, where Defense Secretary Jim Mattis is determining whether to increase the number of U.S. troops on the ground, Dunford said the decision will be made in the context of a broader strategy review for South Asia that is ongoing and is expected to be complete in mid-July.

So as Mattis makes a decision about force levels, he will clearly communicate with the president and the secretary of state, Dunford said. In fact, he added, the direction Mattis has received is to do it in conjunction with the secretary of state.

“When Secretary Mattis makes the decision about force levels, you can expect that he’ll communicate that in a broader context — again, specifically, the context of that strategy review, Dunford said, adding that the decision “won’t be just about Afghanistan.”

A number of interdependent variables across the region bear on the problem inside Afghanistan, the general said, “and we’ll be prepared to talk about those as well when we talk about force management levels.”

Dunford said he thinks it’s important that the conversation about Afghanistan take place in the context of U.S. vital national interests in South Asia as a whole, mentioning two of them.

One is the remaining threat from terrorist organizations in South Asia that have expressed a desire to have another 9/11 attack in the United States and to conduct other attacks, the general said.

“There are about 17 different groups of the 20 that we’ve globally identified as terrorist organizations [that] operate in the South Asia area, and continuing to put pressure on those groups is critical and vital to our national interests,” Dunford said, noting that he thinks the pressure those groups have been under for the last 15 years has prevented another 9/11.

He said the other U.S. interest in the region is preventing a regional conflict in South Asia.

When Mattis, Dunford and other military leaders formulate a strategy for Afghanistan, the chairman said, “it’s less about what happened over the past 16 years than it is about our national interests today in South Asia, the context within which we are pursuing our national interests in South Asia, and the diplomatic, economic and military campaign plan that’s necessary for us to protect and advance our national interests in South Asia.”

source DoD News

Admiral Praises USS Fitzgerald’s Crew, Announces Investigations

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The response of the crew of the severely damaged USS Fitzgerald “was swift and effective, and I want to point out — as we stand by the ship — how proud I am of them,” Navy Vice Adm. Joseph P. Aucoin, commander of the U.S. 7th Fleet, said today at a press conference in front of the stricken ship that’s now moored in Yokosuka, Japan.

The U.S. Navy Arleigh Burke-class guided missile destroyer USS Fitzgerald collided with the Philippine-flagged merchant vessel ACX Crystal in the Philippine Sea at approximately 2:30 a.m. local time, June 17, while operating about 64 miles southwest of Yokosuka, Japan, according to U.S. 7th Fleet news releases.

The Fitzgerald was able to return to its home port at Yokosuka under its own power aided by tug boats about 16 hours after the collision, according to a release.

Extensive Damage, Flooding

The Fitzgerald experienced extensive damage and flooding after the collision, Aucoin said in a news release issued today. The damage, he added, included a significant impact under the ship’s pilothouse on the starboard, or right, side and a large puncture below the ship’s waterline, opening the hull to the sea.

The ship, he continued, experienced rapid flooding of three large compartments that included a machinery room and two berthing areas for the ship’s 116-member crew.

Aucoin said the Fitzgerald’s commanding officer’s cabin was also directly hit, trapping Navy Cmdr. Bryce Benson, the commander, inside. Benson is one of three injured sailors who were transferred by helicopter to U.S. Naval Hospital Yokosuka for treatment after the collision.

All three patients are alert and under observation at the hospital, he said.

Thanks Japanese for Assistance

Shortly after the collision the U.S. made a request for support from the Japanese Coast Guard, which was the first on scene, according to a release.

Several U.S. Navy aircraft, as well as Japanese Coast Guard and Japan Maritime Self-Defense Force helicopters, ships and aircraft were deployed to render assistance to the Fitzgerald, a release said.

The Japan Maritime Self-Defense Force ships JS Ohnami, JS Hamagiri and JS Enshu were sent to join the JCG ships Izanami and Kano, according to a release. The U.S. Navy Arleigh Burke-class guided missile destroyer USS Dewey served as an escort for the Fitzgerald and has also returned to Yokosuka.

The admiral expressed his “most heartfelt appreciation to our Japanese allies for their swift support and assistance.”

Praises Crew’s ‘Heroic Efforts’

At today’s press conference in Yokosuka, Aucoin saluted the Fitzgerald crew’s “heroic efforts” that prevented the flooding from spreading, which could have caused the ship to founder or sink.

The crew, he continued, navigated the Fitzgerald into one of the busiest ports in the world with a magnetic compass and backup navigation equipment. One of two of the ship’s shafts became locked, he added.

“Because of the tireless damage control efforts of a resolute and courageous team, the ship was able to make its way back to port safely on its own power last evening,” Aucoin said in the release.

“The Fitzgerald crew responded professionally as all sailors are expected to fight the damage sustained to their ship. They are known as the “Fighting Fitz,” and the crew lived up to that name,” the admiral added.

Navy Finds ‘A Number’ of Missing Fitzgerald Sailors

Seven Fitzgerald sailors were reported unaccounted for after the collision, and the Japanese Coast Guard launched a search effort, according a release.

After the Fitzgerald returned to its home port in Yokosuka, search-and-rescue crews gained access to the ship’s spaces that were damaged during the collision, according to a release.

At the press conference, Aucoin said the Navy “has found the remains of a number of our missing shipmates.”

He added, “Our deepest sympathies are with the families of these sailors. Out of concern for the families and the notification process, I will decline to state how many we have found at this time. We owe that to the families and friends of these shipmates and hope you can respect this process.”

The sailors’ remains were transferred to Naval Hospital Yokosuka, Aucoin said, noting the “families are being notified and will be provided the support they need at this difficult time. Please keep them in your thoughts are prayers.”

He said the names of the deceased will be released pending notification of next of kin.

In a Twitter message issued yesterday, President Donald J. Trump said his “thoughts and prayers [are] with the sailors of the USS Fitzgerald and their families. Thank you to our Japanese allies for their assistance.”

Investigations

Aucoin said he’s initiating a Judge Advocate General Manual investigation into the collision, and that he’ll appoint a flag officer to lead that investigation.

There will also be a safety investigation, he added.

“We owe it to our families and the Navy to understand what happened,” Aucoin said.

The U.S. Coast Guard is slated to take the lead on the marine casualty investigation, he said.

More information on any further investigations will be forthcoming, the admiral said.

“I will not speculate on how long these investigations will last,” Aucoin added.

Afghanistan, la brigata Taurinense sostituisce la Garibaldi

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Si è svolta questa mattina presso l’aeroporto di Herat, la cerimonia di avvicendamento alla guida del Train Advise Assist Command West (TAAC W), il Comando Nato multinazionale e interforze a guida italiana che opera nella regione Ovest dell’Afghanistan nell’ambito della Missione Resolute Support (RS). La Brigata bersaglieri “Garibaldi”, dopo sei mesi di addestramento, consulenza e assistenza ai vertici operativi delle Afghan National Defence and Security Forces (ANDSF), è stata avvicendata dalla Brigata alpina “Taurinense”.

 

Alla cerimonia hanno partecipato il comandante della missione Resolute Support Generale Nicholson, l’Ambasciatore d’Italia a Kabul Roberto Cantone, il comandante del Comando Operativo Interforze l’Ammiraglio Cavo Dragone – che precedentemente ha fatto visita al contingente italiano a Kabul – ed il Generale di Divisione Rosario Castellano, Vice Comandante delle forze Nato in Afghanistan. Hanno inoltre presenziato il Governatore della Provincia di Herat, Mr Asif Rahimi, insieme alle massime autorità civili e militari afgane della provincia.

 

Il Generale Nicholson nel suo intervento ha ringraziato il Comandante cedente Generale Claudio Minghetti ed i militari schierati, sottolineando gli eccellenti risultati conseguiti, ricordando che il TAAC W è stato il primo ad effettuare attività di training, advise and assist a domicilio attraverso l’espressione di una expeditionay advisory package (EAP) a Farah, ed ha fatto i suoi auguri al Generale Biagini e agli alpini della “Taurinense” per il difficile e delicato compito che li attende.

 

Le attività di addestramento (Train) di consulenza (Advise e Assist), che attualmente sono svolte dagli advisors del TAAC West a favore delle ANDSF, hanno il duplice obiettivo di rendere le Forze di Sicurezza locali autonome nella gestione dello sviluppo professionale del proprio personale, e di formare nuovi istruttori (“train the trainers”), oltre che addestrare “specialisti” in materia di intelligence, di contrasto agli ordigni improvvisati, di impiego di mortai ed artiglierie, di controllo dello spazio aereo ed altro ancora, attraverso corsi mirati, seminari e simposi.

Tutti gli sforzi sono focalizzati allo sviluppo organizzativo e della funzionalità delle forze di sicurezza afghane, per il raggiungimento di un adeguato livello di sostenibilità delle stesse.

 

Per il Comando della Brigata alpina “Taurinense” si tratta ormai del quinto mandato in terra afghana, il terzo ad Herat. Contestualmente all’assunzione di responsabilità da parte del Comando “Taurinense” alla guida del TAAC West, il 2’ reggimento alpini con sede a Cuneo ha assunto il comando della Task Force Arena, unità preposta alla difesa ed al supporto della attività del contingente.

 

Japan Sea, USS Fitzgerald involved in collision

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USS Fitzgerald (DDG 62) was involved in a collision with a merchant vessel at approximately 2:30 a.m. local time, June 17, while operating about 56 nautical miles southwest of Yokosuka, Japan.

The Japanese Coast Guard is on scene and providing assistance at the request of the U.S. Navy. Japan Coast Guard cutters IZUNAMI and KANO are on station, as well as a helicopter.

The USS Fitzgerald is under her own power, although her propulsion is limited.

The USS Fitzgerald suffered damage on her starboard side above and below the waterline. The collision resulted in some flooding. The ship’s crew is responding to the casualty. The full extent of damage is being determined.

The extent of number of personnel injuries is being determined. Currently working with the Japanese Coast Guard to conduct a medevac via helicopter for one Sailor.

The USS Dewey (DDG 105), medical assistance and two Navy tugs are being dispatched as quickly as practicable to provide assistance. Naval aircraft are also being readied.

Fenianos holds talks with French Ambassador.

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Minister of Public Works, Yusuf Fenianos, received on Thursday French Ambassador to Lebanon, Emmanuel Bonne. Discussions focused on the current political environment. Minister Fenianos also met with Brazil’s Ambassador to Lebanon, Georges Geraldo Kadri. They discussed the latest developments and bilateral relations between the two countries. In addition, Minister Fenianos received the head of the General Confederation of Lebanese Workers (CGTL), Bechara Asmar, and the secretary general of Beirut Port Workers’ Union, Khalil Zeaiter. The pair discussed the best means to reactivate the role of the Port.

Sara Eleonori
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