GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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SICUREZZA - page 9

Donbass; interviene Alexander Hug, vice capo della missione OSCE

EUROPA/SICUREZZA di

 

lo scorso 6 ottobre 2017 è intervenuto in una conferenza a Kiev il vice capo della missione speciale di monitoraggio dell’OSCE, Alexander Hug. L’OSCE è un’organizzazione regionale per la promozione della pace, del dialogo politico e della cooperazione in Europa.

In particolare Alexander Hug si è espresso in merito alla situazione nella regione del Donbass, al confine tra Russia e Ucraina. La missione dell’OSCE consiste nel monitoraggio della situazione di tregua, con l’invio di circa 500 civili non armati nella zona interessata. Il cessate il fuoco è stato pattuito tra le parti il 5 settembre scorso.

La decisione era arrivata in seguito alla situazione di violentissimi scontri, con l’utilizzo di armi pesanti, che si era creata ed intensificata nei mesi precedenti, con il numero dei civili coinvolti in costante crescita. Il patto è stato, però, ripetutamente interrotto nei giorni seguenti , con bombardamenti pesanti che si sono registrati nella periferia di Mariupol, una città nell’Ucraina sudorientale, nella notte del 7 settembre. Inoltre sono stati avvistati dei carrarmati nella zona che intercorre tra il confine ed i 15 km di distanza da rispettare.

Alexander Hug nel suo intervento  ha continuato a fornire dati sugli ultimi attacchi. In particolare ha parlato degli eventi più vicini in ordini di tempo, riferendosi soprattutto alla giornata del 2 ottobre, quando le forze militari ibrido-Russe hanno attaccato le posizioni dell’esercito Ucraino 14 volte in 24 ore. Queste ultime hanno infatti aderito al cessate il fuoco nella zona di Donetsk, riversandosi però, con l’utilizzo di granate nei pressi del villaggio di Zaitseve, mettendo in grave pericolo numerosi civili.

In merito alla questione civili si è poi espresso riportando dati, “positivi”, se comparati con quelli degli ultimi mesi. Attraverso i monitoraggi, è stato possibile sapere che nell’ultimo mese il numero dei civili coinvolti nel conflitto è pari a 15, tra morti e feriti, ma rappresentano addirittura il 62% in meno rispetto ai mesi precedenti.

Alexander Hug, ha concluso il suo intervento citando chi realmente si trova nelle posizioni di potere in questo conflitto, chi potrebbe decidere di farlo cessare. “ Le persone che si trovano da entrambi i lati della linea di confine non aspettano altro che le figure in posizioni di potere facciano cessare il fuoco”, e continua “ Le persone armate, ma soprattutto chi li comanda, si stanno forse dimenticando di una cosa; i civili coinvolti, ed i 500, non armati, inviati dall’OSCE, vengono da 44 paesi differenti, ed hanno un solo obiettivo; la pace” .

L’arma più terribile del momento: lo stupro

SICUREZZA di

La violenza sessuale è diventata in alcuni contesti una vera e propria arma e tattica di combattimento, rientrando così nella categoria dei crimini di guerra e contro l’umanità. A denunciarlo è il report pubblicato il 5 ottobre 2017 dall’ONG Human Rights Watch che, commentando le interviste in RCA del periodo 2015-2017, punta il dito contro i comandanti delle forze armate, colpevoli troppo spesso di aver tollerato se non ordinato le violenze a danno di civili. Precedentemente, nel contesto congolese, era stato il chirurgo D. Mukwege, soprannominato l’uomo che ripara le donne, a condannare quest’arma pericolosamente conveniente ed efficace che distrugge non solo le donne ma anche il tessuto sociale.

Nelle zone di conflitto, le battaglie si combattono sul corpo delle donne. Ad affermarlo è il ginecologo chirurgo D. Mukwege, fondatore e direttore dell’ospedale Panzi a Bukavu nella Repubblica Democratica del Congo. La guerra sembra connaturata in questa zona dell’est: oro, diamanti, coltan attirano vari interessi e armano gruppi ribelli senza scrupoli. Dal 1999, il dottore con il suo staff ha curato più di 50.000 vittime di violenza sessuale. Le cure fornite non riguardano soltanto l’ambito medico ma anche il campo psicosociale e legale.

È necessario sottolineare che, in Africa, le donne sono perno della famiglia e dell’economia. Colpire le donne e distruggerle fisicamente e psicologicamente significa quindi dilaniare il tessuto sociale ed economico e generare ulteriore povertà.

I violentatori vogliono punire e terrorizzare la popolazione civile, indurla a fuggire; il tutto tramite stupri collettivi e pubblici che a volte comprendono l’uso di oggetti contundenti, granate, vetri inseriti crudelmente nelle parti intime. Il dottore, vincitore del Premio Sacharov per la libertà di pensiero 2014, ha sottolineato in varie occasioni che i crimini in questione sono ben pianificati e mirano a mettere in fuga comunità intere.

Non si spiegherebbero altrimenti violenze sessuali così sistematiche di cui sono vittime donne di ogni fascia d’età, minori di entrambi i sessi e addirittura neonati.

Uno scenario simile è presente anche nella Repubblica Centrafricana come denuncia il report HRW. 5 anni di conflitto, 2 gruppi armati principali: i Seleka, di matrice musulmana, e gli Anti-balaka di stampo cristiano-animista.

Le interviste a 296 sopravvissute raccontano casi di stupro e di schiavitù sessuale a danno di ragazze e donne, di età compresa tra i 10 e i 75 anni, che abitano nella capitale Bangui e in altre città come Alindao, Bambari, Boda, Mbrès. Solitamente le vittime sono catturate mentre vanno a scuola o al mercato oppure nei campi dove lavorano.

Ma le violenze si consumano anche in casa, davanti ai mariti e ai figli, costretti a vedere il macabro spettacolo e torturati, mutilati, se non violentati a loro volta. I casi di stupro documentati dall’organizzazione sono 305 ma si tratta ovviamente di un numero indicativo e di una ricerca mirata: l’Onu, ad esempio, denunciò 2.500 casi di violenza sessuale in RCA solo nell’anno 2014.

Delle 296 intervistate solo 145 hanno ricevuto cure mediche adeguate: mancanza di ospedali, costi, paure di stigmatizzazione alla base di tale abbandono. Solo 66 hanno ricevuto un supporto psicologico. Tutte le altre affrontano da sole – perché spesso abbandonate dalla famiglia per la vergogna – gravidanze non desiderate, depressione, DPTS, HIV. I responsabili girano liberi per le città tra deboli istituzioni, pochi tribunali e polizia assente. Eppure si tratta di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità diffusi e sistematici come condannati nell’art. 7 dello statuto di Roma della Corte Penale Internazionale.

In Ruanda e in ex-Jugoslavia, il Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR) e il rispettivo per i Balcani condannarono le violenze sessuali commesse in quei luoghi come crimine di guerra. La Corte penale speciale di Bangui quando emetterà una simile sentenza? E la Corte Penale Internazionale quando si spingerà oltre le indagini in corso?

Giulia Cataneo – Centro Studi Roma 3000

 

Iraq: conclusi i lavori di verifica del ponte sulla diga di Mosul.

ASIA PACIFICO/SICUREZZA di

Si concludono le attività di verifica dei lavori presso la diga di Mosul. Nei mesi precedenti, infatti, 500 militari della Task Force “Praesidium”,in collaborazione con il corpo di ingegneri dell’esercito statunitense, hanno operato in una complessa operazione di verifica della ricostruzione di un ponte su una diga, la più grande di tutto l’Iraq, a pochi chilometri da Mosul, dove sta operando con dei lavori all’infrastruttura idraulica la ditta italiana Trevi SPA. In questo ambito i militari della Task Force garantiscono la sicurezza dei cantieri.

Il ponte era stato danneggiato nel 2014 e successivamente riparato. Le caratteristiche della struttura e l’altezza da terra avevano però impedito una completa verifica della parte inferiore non permettendo l’omologazione definitiva. Qui il fondamentale intervento degli alpinisti della Task Force che, insieme ad alcuni tecnici militari USA, hanno realizzato un complesso passaggio aereo a doppia corda lungo oltre 30 metri. Ciò ha permesso la completa verifica dei lavori di ricostruzione del ponte. Se le tecniche utilizzate dal team del terzo reggimento Alpini di Pinerolo, subentrato il 14 agosto a quello del primo Bersaglieri di Cosenza, corrispondono a quelle tipiche da montagna, il contesto ambientale era diverso.

Questo fatto conferma la completa adattabilità delle procedure militari, dimostrandone una duplicità di impiego. Il lavoro dell’esercito a Mosul rientra nell’operazione “Inherent Resolve”, a cui l’Italia partecipa con la Missione Prima Parthica. L’operazione è di contrasto al terrorismo internazionale e vede 1500 militari, appartenenti a tutte le forze armate italiane, dispiegati nelle sedi di Baghdad e Erbil, con l’obbiettivo di addestrare le forze di sicurezza curde ed Irachene.

Herat, solidarietà italiana per bambini e disabili

ASIA PACIFICO/SICUREZZA di

Nell’ambito delle attività di cooperazione civile e militare portate avanti dal Train Advise Assiste Command West sono stati consegnati materiali didattici, sportivi e ludici nella Sezione Femminile del Carcere di Herat e nella Fondazione “PIR Herat Charity”, che si occupa di assistenza a persone disabili di ogni età, in un Paese in cui il sostegno alle persone in difficoltà è tuttora molto limitato.

L’iniziativa è stata portata avanti in collaborazione con le ONLUS “Ampio Raggio” di Boscoreale nell’ambito del progetto “Ponte della solidarietà Italia Afghanistan patrocinato dal Consiglio Regionale della Campania e dell’Accademia Bonifaciana, in collaborazione con il “Centro Servizi Volontariato” di Napoli e l’Associazione Nazionale Autieri d’Italia, in sinergia con enti, istituzioni, gruppi di Protezione Civile e associazioni.

Nel carcere femminile di Herat sono infatti ospitati anche i figli delle detenute ed a loro sono stati donati i materiali didattici e una ludoteca con giochi e arredi per bambini tra 1 e 6 anni. La fondazione “PIR Herat Charity” ha ricevuto invece canestri, numerosi palloni e completi da pallacanestro per la squadra di basket in sedia a rotelle, che nel percorso riabilitativo partecipa a competizioni in Afghanistan e all’estero.

Nel corso della donazione, presieduta dal Comandante del TAAC West Generale Massimo Biagini, la direttrice del carcere femminile, Colonnello Sima Pazhman, ha ringraziato il contingente italiano per il supporto fornito all’Associazione “Ampio Raggio”, la cui donazione permetterà ai piccoli figli delle detenute di vivere insieme alle madri in un ambiente un po’ più sereno. Toccanti sono state le parole del Presidente della Herat Charity Foundation, Mr. Abdul Ali Barakzai, che ha confermato come consideri il suo Centro come “un pezzo di Italia, grazie al continuo supporto ricevuto nel corso degli anni dai soldati e dal popolo italiano. Siete nostri amici e rimarrete per sempre nostri amici”.

Croce Rossa Italiana all’ONU per il trattato sul nucleare

EUROPA/SICUREZZA di

Può esistere un mondo senza il nucleare? E’ la domanda che in molti si stanno facendo e proprio in questi giorni a New York si discute il trattato di messa al bando del nucleare approvato da 120 paesi ma ancora ostacolato da molte potenze occidentali, nonostante gli evidenti rischi per la stabilità di certe aree come testimonia l’attuale crisi in Corea del Nord.

Tra i promotori di questo importante trattato anche la Croce Rossa che sin dalle sue prime fasi ha voluto fortemente promuovere una soluzione di questo tipo ed è per questo che è presente all’Assemblea Generale dell’ONU il Vice Presidente della Croce Rossa Italiana Rosario Valastro che ha partecipato in questo consesso a due importanti discussione, Nucleare e vittime tra gli operatori umanitari nelle aree di crisi.

Abbiamo raggiunto telefonicamente il Vice presidente a New York durante i lavori per sapere come si stanno svolgendo i lavori.

AC: “Dottor Valastro, la Croce Rossa Italiana oggi è all’ONU a New York per discutere due temi molto importanti. Il primo è il trattato sulla messa al bando del nucleare al livello mondiale e l’altro tema è purtroppo l’uccisione degli operatori umanitari durante le operazioni di soccorso. Per quanto riguarda il primo punto quanto è importante questo trattato per il futuro dell’umanità?”

V: “Si tratta di un trattato storico, direi, importante e vitale. Il comitato internazionale della croce rossa ha molto spinto sull’informazione relativa a questo trattato, che, salvo qualche notizia a luglio, è passato sotto silenzio, perché gli effetti delle bombe atomiche incidono sulle vite decine di migliaia di persone e si tutte le future generazioni. Quindi la croce rossa sotto il suo focus dell’attenzione all’ umanità e dell’assistere tutte le persone vulnerabili ha fatto leva sugli stati affinché se ne discutesse. A luglio c’è stata l’approvazione a due terzi, quindi il trattato è una trattato di cui si è aperto il processo di ratifica. Chiaramente tra tutti gli assenti pesano tanto le assenze di quelli che sono molti stati dell’unione europea oltre di quelle che sono le cosiddette potenze nucleari. Il lavoro è lungo; però riuscire a raggiungere un obiettivo di umanità è sicuramente una lotta che necessiterà del suo tempo ma noi non disperiamo.”

AC: “Qual è il polso della situazione secondo lei su queste assenze molto importanti. C’è speranza che queste nazioni prendano coscienza e aderiscano in un prossimo futuro ?”

V: “Ma guardi sicuramente c’è speranza, si tratta a mio avviso di un lavoro che va fatto su un duplice piano. Va fatto innanzitutto informando la cittadinanza su quelli che sono gli effetti dei danni nucleari e sul contenuto di questo trattato. E l’altro è un lavoro che riguarda le cancellerie, i ministeri degli Esteri di questi paesi che naturalmente potranno e dovranno agire nella maniera in cui possano raggiungere un accordo. Non è una cosa facile ma non era neanche facile ad esempio l’affermazione di umanità nelle convenzioni di Ginevra quando esse vennero firmate. Si tratta di una cosa che sta iniziando, vedremo nel prossimo futuro quali di questi 122 paesi inizieranno il processo di ratifica del trattato internazionale perché sicuramente se la risposta su questa sarà una risposta importante ci sarà allora la possibilità che altri si uniscano.”

AC: “Tra i grandi assenti anche l’Italia; come mai?”

V: “Quasi tutti i paesi dell’Ue hanno preso una posizione attendista su questo argomento. Noi contiamo di fare, come già qualche società di croce rossa in altri paesi ha fatto, contiamo di fare un’operazione di informazione, di incontro e di confronto per spingere il governo e il parlamento ad affrontare il tema. Comprendo anche che ci sono tutta una serie di rapporti fra stati che pesano molto su questa firma; però l’obiettivo dei 122 stati raggiunto a luglio, che ha aperto il processo di firma, è comunque un obiettivo importante che deve far riflettere tutte le nazioni.”

AC: “Certo questo è un momento particolare, perché con le frizioni del sud est asiatico, la paura del nucleare è tornata alla ribalta in maniera prepotente.”

V: “Si non c’è dubbio, così come non c’è dubbio che ci sono paesi che non vogliono ratificare il trattato perché per loro il nucleare esiste come un’arma di deterrenza verso chi minaccia di usarlo; come in un circolo viscoso che naturalmente spaventa un po’ tutti o comunque dà adito a non muoversi dalle proprie posizioni.”

AC: “L’altro tema invece sono le moltissime vittime tra gli operatori umanitari nelle zone di guerra mentre  portano soccorso; questa discussione come sta andando avanti all’Onu?”

V: “È un discussione che si inserisce in un dibattito più ampio che è iniziato oggi e si consoliderà domani, su quella che è la politica dell’Onu per combattere il traffico degli esseri umani. Si tratta di un argomento che sfocia in un documento che riafferma quelle che sono le politiche umanitarie anche in tal campo e all’interno di questo, quella che è la posizione della federazione internazionale della croce rossa dell’attenzione verso le persone migranti che sono molto spesso vittime della tratta così come le categorie più vulnerabili come donne e bambini e anche chiaramente di quella che è la situazione in cui restano gli operatori umanitari in generale, che spesso proprio per portare aiuto ai più vulnerabili, rischiano o hanno perso la loro vita.”

Il dibattito sul nucleare non si esaurirà molto presto purtroppo soprattutto in questo momento che ci vede spettatori di diverse crisi internazionali, sia nel quadrante del medio oriente che in quello dell’asia pacifico dove si fronteggiano le grandi potenze di questo secolo in cerca di un adeguato posizionamento nella geopolitica mondiale.

Onu: al via la riforma delle attività di peace-keeping

POLITICA/SICUREZZA di

In occasione della seduta n. 8051ST di mercoledì scorso, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riaffermando con convinzione la responsabilità primaria degli Stati membri per la risoluzione pacifica delle controversie internazionali e sottolineando altresì il contributo fondamentale dell’Onu nelle operazioni preventive destinate a evitare lo scoppio di nuovi conflitti armati, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di una più stretta collaborazione tra l’Organizzazione ed i singoli governi nazionali, nonché di una riforma strutturale del Segretariato delle Nazioni Unite che sia funzionale al rafforzamento dell’architettura interna del sistema Onu in materia di mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

Quest’ultima, intervenuta con l’approvazione a votazione segreta della risoluzione 2378(2017), oltre a riconfermare il primato della politica e della diplomazia (e quindi l’importanza delle attività di mediazione, monitoraggio del cessate-il-fuoco e supporto all’implementazione degli accordi di pace), ha anche rinnovato il mandato e le procedure già esistenti in materia peace-keeping introducendo importanti elementi di novità tra cui iniziative di diversa natura tese al miglioramento dell’organizzazione e della pianificazione delle operazioni dei caschi blu, l’incremento di competenze utili per aumentare l’efficienza delle missioni Onu nelle principali aree di crisi e la richiesta di un maggior impegno delle Organizzazioni regionali (con particolare riferimento a quelle del continente africano) nel garantire la sicurezza dei popoli ed assicurarsi le risorse di tipo logistico-finanziario indispensabili per espletamento delle loro funzioni. È, appunto, con l’Unione africana (UA) che, secondo i membri del Cds, il Segretario Generale dovrebbe rafforzare la collaborazione per individuare ed attivare canali che favoriscano la comunicazione tra il Segretariato, la Commissione ed i due Consigli.

Le Nazioni Unite dovrebbero inoltre impegnarsi a sviluppare nuove partnerships che aiutino l’Organizzazione di New York ad affrontare le molteplici minacce alla pace e alla sicurezza internazionali provenienti dal terrorismo di matrice jihadista, dai conflitti aperti in Medio Oriente, come anche dal quadrante Asia-Pacifico.

Diverse delegazioni, comprese quelle di Svezia, Regno Unito e Giappone, hanno poi sottolineato la necessità di favorire un graduale processo di inclusione delle donne nelle missioni di peace-keeping condotte dall’Onu, incoraggiando la loro promozione a posizioni di maggior rilievo, mentre il Ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha ricordato, insieme al Segretario generale António Guterres l’importanza del dialogo e del processo negoziale per favorire una risoluzione dei conflitti che non richieda l’intervento dei caschi blu. Infatti, secondo il politico portoghese, nonostante le missioni di peace-keeping rappresentino uno dei più efficaci strumenti per la pacificazione di aree lacerate da guerre e crisi incancrenite, esse dovrebbero sempre affiancare e mai sostituire l’attività diplomatica e disporre, inoltre, di equipaggiamenti più appropriati rispetto a quelli attuai ed unità d’intelligence meglio coordinate e ben addestrate.

di Marta Panaiotti

Mosul, gli alpini della Task Force Presidium addestrano le forze Curdo-irachene all’operatività in montagna

ASIA PACIFICO/SICUREZZA di

Presso la diga di  Mosul è stata inaugurata una nuova area addestrativa mirata ad aumentare la capacità operativa delle truppe Curdo –Irachene nel combattimento in quota.

La palestra di Roccia realizzata dalla Task Force Presidium e battezzata “Monte nero” in onore della battaglia del 3° Alpini nella prima Guerra Mondiale è in gardo di fornire un ampio ventaglio di scenrai utili alla formazione montana, la parete messa in sicurezza e dotata di 12 vie ferrate con difficoltà variabile sarà utilizzata per l’addestramento delle truppe operanti  nell’area.

La cerimonia è stata presieduta dal Comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze, Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, accompagnato dal Comandante del Contingente Italiano e Deputy Commanding General for Training presso il Combined Joint Force Land Component Command – Operation Inherent Resolve, Generale di Brigata Francesco Maria Ceravolo.

In questa area  sotto il  coordinamento del Kurdistan Training Coordination Center (KTCC), l’Unità addestrativa multinazionale a guida italiana, sarà avviato prossimamente il primo corso di di Mountain Warfare Basic Skills, svolto dagli istruttori alpini a favore del Battaglione Kommando degli Zaravani delle Forze di Sicurezza Kurde.

La missione italiana

L’Italia partecipa con la “Missione PrimaParthica, secondo contributore dopo gli USA, all’Operazione “Inherent Resolve” di contrasto al terrorismo internazionale”: 1500 militari appartenenti a tutte le Forze Armate, impiegati nelle sedi di Baghdad e Erbil nell’addestramento delle Forze di Sicurezza curde (Peshmerga) ed irachene, ed assicurando a tutta la Coalizione, con un Task Group aeromobile dislocato presso  l’aeroporto di Erbil, la capacità di Personal Recovery (PR) in tutto il quadrante settentrionale  del teatro iracheno.

Nell’ambito di tale missione, la Task Force “Praesidium”, con i suoi 500 uomini e donne dell’Esercito italiano, garantisce la sicurezza al sedime della diga dove la ditta italiana Trevi Spa sta operando per mettere in sicurezza l’infrastruttura idraulica e scongiurarne il rischio di una catastrofe ambientale.

Inaugurato il 18° corso NATO Regional Cooperation Course

EUROPA/SICUREZZA di

NATO Defense College di Roma, si ѐ tenuta la cerimonia di inaugurazione della diciottesima edizione del NATO Regional Cooperation Course (NRCC 18).
Per l’occasione, il Generale Chris Whitecross, Comandante del NDC, ha dato il benvenuto al Generale Salvatore Farina, Comandante del NATO Joint Forces Command di Brunssum (Olanda), il quale ha presieduto l’evento con un “Inauguration Lecture” nell’Auditorium del College.

Il NRCC e’ stato istituito il 2009, e da allora ha sottolineato il Generale WHITECROOS, e’ stato riconosciuto dai leader NATO come una pietra miliare dell’impegno dell’Alleanza nei confronti dei Paesi Partner.
Il corso NRCC, uno dei programmi educativi più importanti offerti dal NDC, annovera questa volta 46 partecipanti provenienti da 20 Paesi, tra cui Stati Membri della NATO, paesi aderenti al Programma Partnership for Peace (PfP), al programma Mediterranean Dialogue (MD), alla Istanbul Cooperation Initiative (ICI) e membri appartenenti ad altri Paesi Partner.

Gli obiettivi del corso comprendono il rafforzamento del dialogo e della cooperazione internazionale in merito alla sicurezza e alla stabilità della regione Medio-Orientale: la diffusione della conoscenza riguardo la realtà storico-politica dell’area: lo sviluppo della capacità analitica dei partecipanti attraverso discussioni e dibattiti e l’analisi dei punti chiave riguardanti la relazione tra l’Alleanza Atlantica ed il Medio Oriente. Nel sottolineare questi propositi, il Comandante del College ha inoltre ricordato come non vi sia alcun dubbio che la stabilità e la sicurezza dei paesi NATO sia cruciale per il resto del mondo e dunque lo stesso principio valga per il Medio-Oriente e i suoi Partners.

Successivamente il Comandante ha dato la parola al Generale Farina, oratore principale dell’evento, per la sua lezione inaugurale. Durante il suo intervento il Generale Farina ha illustrato il processo di adattamento dell’Alleanza per fronteggiare le nuove sfide, offrendo la prospettiva del Comandante Operativo Joint di Brunssum.

In particolare nell’esporre il focus dei 3 Core Tasks della NATO: Collective Defence, Crisis Response Operations e Cooperative Security il Generale Farina ha sottolineato come a fattor comune la prevenzione, la dissuasione e il dialogo debbano sempre accompagnare qualsiasi misura di adattamento dell’Alleanza.
Altrettanto importante il ruolo della NATO nella Cooperative Security e nel supporto alla lotta contro il terrorismo.Si dovranno quindi prevedere forze credibili, pronte e ben addestrate unitamente a chiari messaggi ed iniziative non escalatorie e non provocative.

Infine, rispondendo a specifici quesiti il Comandante di JFC Brunssum ha elogiato la decisione di costituire l’HUB for the South in seno al Comando “gemello” di Napoli, riconoscimento dell’iniziativa dei Paesi del fianco Sud e chiaro successo della leadership italiana nel portare avanti detta proposta.

 

 

Di nuovo terrore a Londra. Il fallito attentato che fa rivivere quello del 2005.

EUROPA/SICUREZZA di

Ennesimo attentato nel Regno Unito, e ancora una volta il bersaglio è Londra e i suoi cittadini. Cambia la metodologia dell’attacco, si lasciano da parte i mezzi,  ma non cambia l’obiettivo: i civili e i luoghi cruciali nella vita occidentale.

IL 15 settembre alle ora 8.20 locali (9.20 italiane) c’è stata un’esplosione a bordo di un vagone della metropolitana  di Londra presso la fermata di Parsons Green, sulla District Line, nella zona ovest della capitale britannica, a Fulham. L’Isis dopo qualche ora ha rivendicato l’attentato. È di 29 feriti il bilancio totale dell’attacco, nessuno in pericolo di vita. La premier inglese May ha annunciato immediatamente  il dispiegamento dei militari al fianco o in sostituzione della polizia nella sorveglianza dei punti sensibili della città e del Paese, nell’ambito dell’operazione Tempora. La decisione, già pianificata, è entrata in vigore in serata contemporaneamente alla decisione di innalzare il livello di allerta da “severo” a “critico”, il più grave e alto nella scala dei rischi, che presuppone la possibilità e l’imminenza di nuovi attacchi terroristici.

L’esplosione è partita da un cestino bianco, nascosto all’interno di una busta di un supermercato della catena tedesca Lidl (elemento cruciale nella ricerca dell’attentatore, durante la visualizzazione dei video delle telecamere di sorveglianza della metro), lasciato in un vagone posteriore del treno. All’interno è stato trovato un timer, quindi si presume che questa sia stata attivata a distanza. Secondo gli esperti, l’ordigno sarebbe esploso solo in parte, così da causare un danno minore rispetto alle aspettative dei terroristi. L’ordigno sarebbe stato costruito in modo artigianale. Potrebbe essere stato composto di Tapt, esplosivo noto come “madre di Satana”. Il Tapt, triacetone triperossido, può essere innescato da calore, frizione, elettricità statica o semplicemente dal movimento. Fu utilizzato anche negli attacchi di Londra del 2005, quando persero la vittime 52 persone in una serie di esplosioni nelle metropolitana e su un autobus. È lo stesso esplosivo che un mese fa ha fatto esplodere accidentalmente la casa di Alcanar, in Catalogna, dove il commando jihadista stava progettando, tra tutto, anche l’attentato avvenuto a Barcellona qualche giorno dopo.

Dopo meno di 24 ore c’è stato il primo arresto: si tratta di un diciottenne del quale non sono state rivelate le generalità, catturato nella zona del porto a Dover, nel sud del Paese. Secondo quanto riferito dai media inglesi, si tratterebbe di un ragazzo orfano, adottato da una coppia di benefattori inglesi noti per aver dato ospitalità nel tempo a bambini senza genitori. Il ragazzo, secondo alcuni media, era stata arrestato due settimane fa e poi rilasciato. Al momento dell’arresto, stava cercando di imbarcarsi su un traghetto diretto in Francia. Non è la prima volta che viene utilizzato il porto sulla Manica da parte dell’Isis per far entrare e uscire persone dal Paese: la sicurezza sui traghetti è infatti molto debole.

Nella giornata del 17 settembre è stato arrestato una seconda persona collegata all’attacco terroristico. Si chiama Yanyah Farroukh, anche egli, come il primo arrestato considerato l’autore materiale, avrebbe legami con Penelope e Ronald Jones, i due anziani benefattori del Surrey, che per anni hanno dato ospitalità a ragazzi rifugiati. Secondo vari media, Farroukh è siriano, di Damasco.

Continua a far discutere il fatto che il diciottenne arrestato come l’autore materiale dell’attentato fosse già finito nei radar delle autorità. Voce non smentita dal governo britannico, e confermata da un tweet del presidente americano Trump in cui dichiara che i terroristi erano già noti a Scotland Yard. Ancora una volta quindi, come avvenuto già in passato, gli attentatori erano conosciuti alle forze dell’ordine o addirittura come in questo caso erano stati arrestati e rilasciati. Tutto questo accade mentre Londra guarda avanti e propone all’Unione Europea per il dopo Brexit un accordo sulla collaborazione per la sicurezza e contro la criminalità e il terrorismo. In particolare, punta a mantenere meccanismi di collaborazione e cooperazione fra le forze di polizia e condividere una serie di principi fra cui la protezione dei dati personali e la difesa  dei diritti umani.

Nel 2017, la capitale britannica è già stata colpita da tre attacchi terroristici di matrice jihadista, che in tutto hanno causato la morte di 14 persone e oltre 100 feriti. Rispetto agli ultimi attacchi, questa volta i terroristi hanno lasciato da parte furgoni e suv per ritornare agli esplosivi artiginali, vero marchio dei jihadisti. Nei mesi scorsi abbiamo assistito al suv che, il 22 marzo, ha travolto alcuni passanti davanti al palazzo di Westminster, sul Westminster Bridge, il ponte che attraversa il Tamigi, di fronte al Big Ben. L’attentatore poi si è diretto a piedi verso il parlamento britannico, dove ha aggredito con un coltello un poliziotto di guardia. In quell’occasione 40 persone sono state ferite e sei hanno perso la vita, inclusi l’attentatore e un poliziotto. Il secondo attentato riporta la data del 3 giugno, quando un furgone bianco ha investito alcuni pedoni sul London Bridge. I tre attentatori alla guida hanno portato il veicolo fuori dalla carreggiata per investire il maggior numero di persone, fino a fermarsi fuori un pub, dove sono scesi dal mezzo e hanno assalito a colpi di coltelli i clienti dei locali della zona. Otto persone sono state uccise e 48 ferite. Se si vuole prendere in considerazione l’intera Gran Bretagna, allora il numero delle vittime aumenta, considerando l’attentato di Manchster al termine di un concerto che ha causato la morte di 23 persone, incluso l’attentatore, tra le quali dodici bambini al di sotto dei 16 anni, e oltre 120 feriti.

Di Mario Savina, Ricercatore Centro Studi Roma 3000

Il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE): limiti e potenzialità

EUROPA/SICUREZZA di

Per parlare di Difesa UE nel post-Lisbona, è necessaria una prima introduzione su una delle principali innovazioni del Trattato di Lisbona (2009), Il SEAE. In questo primo articolo, quindi, si cercherà di fare un riesame Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE), embrione di Ministero degli Esteri europeo, avvalendosi di alcuni contributi interni ed esterni all’UE per avere così un quadro imparziale dei limiti e delle potenzialità del SEAE.

Per quanto riguarda i contributi interni, l’analisi si basa su due testi: la Relazione speciale «L’istituzione del Servizio europeo per l’azione esterna», Corte dei Conti Europea, maggio 2014 e il Riesame del SEAE 2013, SEAE (AR/VP), luglio 2013. I contributi esterni consultati sono tanti e esprimono le posizioni più disparate.

Dal momento della sua istituzione il SEAE è stato oggetto di critiche che ne evidenziavano un difetto strutturale, l’incapacità di assolvere ai propri compiti di breve e lungo termine. Dopo averle esaminate, si è cercato di riassumerle nei loro tratti comuni. Ognuna di esse coinvolge, in diverso modo, i seguenti aspetti del SEAE:

  • La natura del Servizio
  • Il mandato del Servizio
  • La relazione del Servizio con gli altri attori istituzionali UE
  • Il ruolo dell’Alto rappresentante
  • La struttura del Servizio

In merito alla natura del Servizio, cioè al suo status giuridico e alle procedure di istituzione, molti rilevano un carattere di “secondarietà” rispetto alle istituzioni dell’UE come sancite nell’articolo 13 del TUE. In primis perché l’atto fondante del SEAE non è stato il trattato di Lisbona ma una decisione del Consiglio (2010/427/UE) come espressamente previsto dal Trattato. Successivamente perché, nella decisione del Consiglio, il SEAE è istituito come “organo dell’Unione che opera in autonomia funzionale sotto l’autorità dell’alto rappresentante” (autonomous functional body), terminologia che a molti è parsa ambigua e confusa. Inoltre, pur essendo menzionato nel Trattato di Lisbona, quando questo è entrato in vigore (1 dicembre 2009), la discussione tra Stati membri, Consiglio e Commissione sul nuovo Servizio era ancora in una fase iniziale. Ultimo ma non per importanza, il fatto che il SEAE sia nato nel pieno della “crisi dei debiti sovrani” può aver contribuito al ritardo della decisione del Consiglio e ad un annacquamento del mandato del Servizio.

Per quanto riguarda il mandato del Servizio, la sua missione, i commentatori sembrano rilevare all’unanimità un’eccessiva limitatezza di esso. Infatti la decisione del Consiglio investe il SEAE di questi compiti:

  • Supporto all’alto rappresentante nell’esecuzione delle sue funzioni, e quindi nel coordinamento della politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell’Unione europea, compresa la politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC), nella sua veste di presidente del Consiglio Affari esteri, nella sua veste di vicepresidente della Commissione nel settore delle relazioni esterne.
  • Assistenza al presidente del Consiglio europeo, al presidente della Commissione e alla Commissione nell’esercizio delle loro rispettive funzioni nel settore delle relazioni esterne.

Un mandato, quindi, definito esclusivamente nei termini del rapporto con le altre istituzioni. Questo ha sollevato numerose critiche, in particolare per l’assenza di un quadro strategico che facesse da cornice all’azione esterna del Servizio. Pur essendo sopraggiunto, intanto, il quadro appena menzionato, con il varo di “European Union Global Strategy” nel giugno 2016, sembrano ancora mancare le condizioni perché avvenga un ampliamento della missione del SEAE, in particolare a causa delle resistenze degli stati membri.

Il tasto più dolente del funzionamento del SEAE rimane, però, quello delle relazioni con gli attori istituzionali dell’UE. Le relazioni, infatti, con la Commissione Europea, il Consiglio Europeo, il Parlamento Europeo e il Consiglio dell’UE sono quelle che, in ordine decrescente, soffrono più problematiche in termini di: competenza concorrente, ambiguità nell’attribuzione delle competenze, conflitti tra dimensione sovra-nazionale e inter-governativa. In particolare la nascita del SEAE come nuovo organismo che eredita le competenze della precedente DG RELEX e, in blocco, il personale che si occupava di relazioni esterne nei precedenti organismi ha creato numerose sovrapposizioni e confusioni circa la competenza delle svariate materie di rilevanza esterna. Tali sovrapposizioni si sono protratte per anni e fanno sì che, ancora oggi, competenze di azione esterna e in settori con rilevanza esterna rimangano alla Commissione. Un esempio è quello delle linee di finanziamento di alcune attività dell’Unione che si sovrappongono, creando molta confusione (è il caso del finanziamento delle delegazioni). A tal proposito si segnala la riattivazione, nel novembre 2014, del Commissioners’ Group on External Action (CGEA), riunione dei commissari di materie di rilevanza esterna e dell’Alto rappresentante (Commissioners   for   European   Neighbourhood   Policy   and   Enlargement   Negotiations, International    Cooperation    and    Development, Humanitarian   Aid,   e   Trade).

Diverso dagli altri ma sempre problematico rimane il ruolo dell’Alto rappresentante. L’Alto rappresentante veste infatti un “doppio cappello”: è AR e quindi responsabile della PESC e della PSDC ed è Vice Presidente della Commissione. A questo si aggiunge una serie di responsabilità (presiede il CAE e il SEAE, aggiorna il Parlamento Europeo, partecipa ai lavori del Consiglio Europeo, presiede l’Agenzia Europea per la Difesa) che rende il ruolo estremamente complesso e gravoso. Per questo il dibattito si è concentrato sulla possibilità di una deputization, cioè l’introduzione di un vice-rappresentante che rappresenti l’orientamento dell’AR nelle varie sedi. Ad oggi un vero e proprio vice non esiste, sebbene siano stati previsti meccanismi frammentati di supplenza.

Ultimo ambito in cui si sono concentrate le critiche al SEAE è quello della struttura del Servizio. Secondo molti commentatori, infatti, la struttura prevista nella decisione del Consiglio non era assolutamente in grado di garantire un corretto funzionamento dell’organo. L’eccessivo numero di dirigenti, i livelli di gestione aggiuntivi (soprattutto nei dipartimenti geografici), la mancanza di un reale Vice dell’AR, l’assenza di un processo di audit del materiale prodotto nell’attività di supporto all’AR e alle altre istituzioni hanno fatto propendere alcuni commentatori per un giudizio negativo. C’è da dire che tra la maggior parte dei contributi di analisi sul SEAE ed oggi è intervenuta la riforma organizzativa del luglio 2015 del Servizio, che per ora non è ancora passata al vaglio di una valutazione strutturale (se non quella positiva data dallo stesso SEAE nel report annuale 2015).

Per funzioni e struttura, il SEAE è potenzialmente un game-changer dell’identità europea nello scenario internazionale. Ad oggi però, in quelli che sono i dossier più caldi, al SEAE sembrano essere state tarpate le ali da congiunture politiche-economiche, difficoltà strutturali del processo di integrazione, interessi nazionali non complementari.

 

di Lorenzo Termine

Lorenzo Termine
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