GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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SICUREZZA - page 2

Generale Mini al master in Intelligence: nel mondo (e anche In Italia) il potere militare partecipa sempre di più al “deep state” e condiziona la politica. Attenti alla criminalità che saccheggerà sempre più i beni comuni

Il polo di Rende (Cosenza) dell’Università della Calabria, sede del master e del corso di laurea in intelligence

Fabio Mini, generale, docente e saggista, ha tenuto, nello scorso weekend,  una lezione al ​m​aster in Intelligence dell’Università della Calabria, introdotto dal ​direttore Mario Caligiuri. Mini ha esordito dicendo che più sono le incertezze e maggiori risorse e deroghe alle procedure si richiedono per farvi fronte. Ha quindi evidenziato che le capacità previsionali della politica democratica si orientano nell’immediato​. ​

La politica autoritaria, infatti, pianifica per 10 anni e la politica militare si sviluppa per 20 anni. L’intelligence strategica deve invece proiettarsi in un arco temporale di 30-50 anni, il tempo necessario ai grandi cambiamenti geopolitici.
Mini ha ​poi ​affrontato il tema delle minacce globali: dopo a​v​ere esaminato il fenomeno dello Stato Islamico,per il generale, invece, un altro tema di preoccupazione universale è  rappresentato dagli squilibri demografici, che vedono quasi tutti i paesi europei in capitolazione, come Italia, Germania e Gran Bretagna ma anche Russia e Cina, mentre alter nazioni registrano un boom demografico come l’Afghanistan, il Pakistan, l’Iraq, l’India e la Nigeria. 
Lo studioso ha quindi affrontato il tema della guerra, concentrandosi su quelle relative all’appropriazione dei beni comuni definiti “global commons”, come gli oceani, i fondi sottomarini, l’Antartide, l’atmosfera, lo spazio esterno e il cyberspazio. 
E’ poi entrato nel merito del potere militare, evidenziando una profonda trasformazione che vede il potere militare aumentare la propria capacità d’influenzare le scelte del potere politico.

Sotto tale aspetto, nelle grandi potenze, ma anche nei paesi meno orientati alla militarizzazione come l’Italia, l’apparato militare-industriale insieme all’intelligence e ad altri apparati istituzionali partecipano alla formazione del Deep State che mantiene obiettivi chiari e costanti prescindendo dalle temporanee maggioranze parlamentari, ma talvolta anche dalle obiettive mutazioni geopolitiche. A tale proposito, ha messo in rilievo la fornitura dei 130 aerei F35, che costano adesso 130 milioni di euro l’uno, che partono da progetti avviati negli anni ’90 e che ora non ci possiamo permettere e difficilmente potremo utilizzare nel quadro di una politica di difesa quanto meno erratica.

A sinistra, il generale Mini. A destra, il prof. Caligiuri.
​Il generale ha poi affrontato il tema della guerra del futuro, spiegando che più che una guerra cibernetica o attraverso droni e robot, la più probabile e drammaticamente pericolosa rimane quella nucleare. 
L’Ufficiale si è poi soffermato sulla minaccia della criminalità, evidenziando come l’illecito si sviluppi parallelamente agli scambi legali, creando strette relazioni che si materializzano nelle piazze finanziarie e nei paradisi fiscali. Il generale si è quindi soffermato sull’interesse che la criminalità internazionale rivolgerà anche per lo sfruttamento dei Global Commons.
Infatti, il controllo delle risorse sottomarine, dello spazio e del cyberspazio saranno molto presto motivo di conflitto non solo tra Stati ma anche tra poteri legali e poteri criminali. Il generale ha rilevato come le triadi cinesi stiano già pensando al mercato illegale dello spazio, mentre altre organizzazioni criminali sono interessate a fornire a privati supporto allo sfruttamento delle risorse energetiche del sottosuolo, così come il cyberspazio, sia nella dimensione visibile che sopratutto quella invisibile, è già da anni un ambito costantemente utilizzato dalla criminalità.Infine Mini ha rilevato che attualmente viviamo in una fase in cui i vecchi sistemi non sono scomparsi ma non funzionano e quelli nuovi non sono ancora nati. In questo spazio si colloca la prospettiva dei “futuri multipli” in base alla quale gli scenari dipendono dalle scelte che persone e Nazioni compiono giorno per giorno.
“Un esempio per tutti – ha concluso il generale – se oggi continuiamo a costruire missili il futuro più probabile è quello che ne contemplerà l’uso”

Intelligence, al Master dell’università della Calabria lezioni di Carlo Mosca su “Intelligence e democrazia” e di Marco Valentini sulla sicurezza nazionale

CRONACA/SICUREZZA/Varie di
Coordinate dal direttore Mario Caligiuri, si sono svolte durante lo scorso fine settimana, al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, le lezioni dei prefetti Carlo Mosca, consigliere di Stato emerito e vice direttore vicario del Sisde dal 1992 al 1994, e Marco Valentini, direttore dell’Ufficio Affari Legislativi e Relazioni Parlamentari del Ministero dell’Interno.

Presso il polo di Rende, il prefetto Mosca ha affrontato il tema “Intelligence e democrazia” spiegando che l’attività delle agenzie delle informazioni per la sicurezza è fondamentale per la sicurezza della Repubblica. L’intelligence, ha spiegato, è innanzi tutto visione per tutelare l’interesse nazionale. Ha poi ricordato che l’ultimo decennio, spesso su sollecitazione del Comitato Parlamentare di Controllo, ha visto molte modifiche alla legge di riforma dell’intelligence, che oggi viene considerata una tra le più aggiornate a livello europeo.

Un momento dell’ultima lezione del Master
Nell’occasione, ha ribadito il coraggio del legislatore italiano nel regolare progressivamente, a partire dal 1977, un settore fondamentale dello Stato in cui si consideravano le regole un impedimento all’efficacia della funzione. E’ stato importante – ha ricordato – distinguere tra intelligence convenzionale e intelligence non convenzionale, assolta dai Servizi a beneficio del decisore politico nel quadro delle attività per la tutela della sicurezza della Repubblica. In tale contesto ha evidenziato come i rapporti tra intelligence e magistratura rappresentino un tema di grande delicatezza. Mosca ha poi ribadito che fino al 1979, anno in cui redasse la voce “servizi segreti” sul “Nuovissimo Digesto Italiano” non fosse stata mai scritta una sola riga su questo tema dal punto di vista giuridico nel nostro Paese.
È del 1995 la prima rivista di cultura dell’intelligence in Italia “Per Aspera ad Veritatem”, la cui esperienza editoriale è proseguita negli anni successivi con “Gnosis”, disponibile anche nelle librerie, segno evidente di un lungo percorso di accreditamento culturale dell’intelligence. Mosca si è poi soffermato sul segreto di Stato e sulla classificazione delle informazioni, spiegandone il significato, gli scopi e le modalità. In particolare ha spiegato che il tema del segreto va inquadrato nel contesto del sistema democratico che è basato sulla trasparenza. Al riguardo, ha richiamato Norberto Bobbio che evidenziava come la trasparenza fosse la regola mentre il segreto rappresentasse l’eccezione, che va motivata e va usata solo in casi specifici, che confermano appunto la regola.
Nella seconda parte della giornata, si è svolta la lezione di Marco Valentini, che ha trattato il concetto di sicurezza nazionale, in un percorso giuridico volto alla ricerca di una nozione ovvero di una definizione, pur nel presupposto che la funzione di protezione e di garanzia della sicurezza nazionale rappresenta la suprema attività politica dello Stato.
Prioritariamente ha definito il concetto di sicurezza nazionale, avuto riguardo alla Costituzione e alle fonti della legislazione primaria. Il prefetto ha poi spiegato che pur avendo la giurisprudenza costituzionale chiaramente collocato la funzione di protezione della sicurezza nazionale quale bene giuridico afferente allo Stato comunità, l’ordinamento italiano è sembrato ripiegato, anche dopo la riforma del 1977, su una concezione in larga parte riconducibile alle funzioni dello Stato apparato. Ciò ha determinato conseguenze, tra le quali la difficoltà per i Servizi di uscire da quel cono d’ombra della democrazia che ne aveva caratterizzato l’esperienza prima della legge del 1977.

Il sacrificio di Nicola Calipari nel 2005 a Bagdad – secondo il prefetto – ha rappresentato uno spartiacque nella percezione dell’opinione pubblica. Sono maturi i tempi per una concezione democratica e costituzionale della funzione dell’intelligence, che consente tra l’altro di distinguere, nella visione del Prefetto Valentini, tra libertà di dissenso e minaccia alla sicurezza, tra sorveglianza generalizzata e attività di controllo mirata a prevenire e reprimere minacce alla sicurezza. In

Il polo di Rende (Cosenza) dell’Università della Calabria, sede del master e del corso di laurea in intelligence

questo quadro, secondo Valentini, diventa fondamentale stabilire la rilevanza dei princìpi etici nello svolgimento di questa delicata funzione, che va messa in relazione alle regole, ai principi e ai valori della Costituzione.

Proprio il caso della regolamentazione delle garanzie funzionali per gli operatori dei Servizi dimostra che una simile integrazione è possibile, cioè riconoscere l’eccezionalità della violazione autorizzata della legge ponendo nel contempo dei limiti invalicabili. Per quanto attiene gli studi giuridici sull’intelligence, ha ricordato che la dottrina ne ha approfondito di più i compiti che le funzioni da un punto di vista contenutistico. Solo negli ultimi anni in Italia, secondo Valentini, sta crescendo la consapevolezza del rapporto tra intelligence e democrazia, nella ricerca necessaria di un equilibrio tra libertà e sicurezza. Valentini ha poi evidenziato che oggi la sovranità dello Stato è messa fortemente in discussione dalle tecnologie e dalla globalizzazione. In tale contesto, gli Stati devono competere con le organizzazioni finanziarie, le cyber corporation e la criminalità. Tale competizione è anche un’opportunità poiché le funzioni globalizzate e oligopoliste delle grandi organizzazioni che gestiscono big data rappresentano anche un bacino di informazioni che possono essere utilizzate per il fine istituzionale di garantire la sicurezza. I cambiamenti creano problemi ma anche impensabili opportunità.
Le lezioni del Master in intelligence dell’Università della Calabria proseguiranno sabato 26 gennaio 2019 alle presso l’aula “Caldora” con le lezioni del generale e saggista Fabio Mini sull’Intelligence militare e del Capo Dipartimento per le politiche del Personale del Ministero dell’Interno Luigi Varratta sul tema “L’intelligence del Prefetto”.

La Calabria e l’intelligence.

Varie volte su European Affairs Magazine ci siamo occupati di intelligence  e della possibilità che questa scienza umana potesse assurgere al rango di disciplina universitaria (leggi, ad esempio, quiqui, ed in parte anche qui). In questo ambito, pioniere assoluto in Italia è stata l’Università della Calabria che, prima con il Master di 2° Livello in Intelligence e, poi addirittura con un corso di laurea in Intelligence ed Analisi del rischio ha riconosciuto l’importanza di questa materia. Sia il master che il corso di laurea sono diretti dal Prof. Mario Caligiuri, che peraltro dirige anche

Il prof. Mario Caligiuri, direttore del master e del corso di laurea in Intelligence, dell’Università della Calabria

l’osservatorio e centro studi Intelligence Lab. Al docente va anche il merito di aver fatto conoscere l’intelligence al mondo accademico e non solo, proprio studiandola, rendendola più fruibile e, senza svelare alcun mistero o segreto di stato, facendo comprendere che l’intelligence è una disciplina di studio come tutte le altre ed è fondamentale per la sicurezza dello Stato ma, prima di tutto, proprio per la tenuta democratica dello Stato stesso. Non a caso, attraverso una prolifica e copiosa attività di pubblicazione, il docente calabrese ha studiato i rapporti dell’intelligence con le varie scienze sociali e con i vari assetti ed apparati dello Stato che non sembrerebbero – solo a prima vista – essere propriamente contigui con il lavoro delle agenzie di sicurezza. Ovviamente l’attività di studio sviscerata nelle pubblicazioni di Mario Caligiuri, che Vi invitiamo a consultare, si sta trasfondendo negli insegnamenti universitari da lui coordinati all’UniCal, nel polo di Rende. Una delle pubblicazioni del Professore, per i tipi di Rubbettino, è proprio “Intelligence e Magistratura“. E proprio di tali rapporti si è parlato in una delle ultime lezioni del Master, i cui relatori sono stati ospiti ed autorità del settore di tutto rilievo.

I relatori dell’ultima lezione sono stati infatti il presidente emerito della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre ed il magistrato e deputato Cosimo Ferri. Nel corso delle loro letture, i due relatori, introdotti dal direttore del Master, hanno trattato di valori costituzionali e di rapporti tra intelligence e magistratura.

In mattinata Antonio Baldassarre ha illustrato l’origine delle moderne Costituzioni: l’idea di Costituzione, così come oggi la conosciamo, è nata  negli Stati Uniti ed è fondata sul contratto sociale. Tale visione è antitetica alla precedente idea tutta europea,  impostata sulla preminenza dell’autorità. Per Baldassarre l’intelligence è un’attività necessaria per ogni sistema politico sovrano, in quanto la prima sicurezza da tutelare è proprio quella dell’ordinamento costituzionale. Infatti, l’intelligence è un bene fondamentale che viene prima di tutto, poiché senza sicurezza le istituzioni sono deboli ed i diritti inapplicabili.

Il presidente emerito della Corte Costituzionale, Antonio Baldassarre

In relazione ai provvedimenti legislativi in discussione in queste settimane, Baldassarre ha precisato che la sicurezza non consiste nella tutela dei diritti, bensì è il presupposto indispensabile per la garanzia dei diritti stessi. Ha poi proseguito dicendo che la tutela della sicurezza si trova in modo implicito ed esplicito in tutti gli ordinamenti costituzionali. Di conseguenza, l’intelligence deve vigilare affinché non venga minacciata l’unità politica dello Stato, ed appunto per questo deve essere regolata, necessaria ed efficace. Pertanto, l’intelligence è una delle attività fondamentali per garantire la libertà politica. Il modello adottato in Italia è simile a quello americano, e consiste in un’attività riservata, la cui segretezza è commisurata ai principi democratici, che richiedono trasparenza. Infatti, anche negli USA è previsto il controllo parlamentare sull’intelligence, che nel contesto americano assegna ad una apposita Commissione del Senato poteri parificati a quelli dell’autorità giudiziaria. Baldassarre ha poi affrontato l’attualità del tema dell’intelligence alla luce delle riflessioni di Carl Schmit, che prefigura una guerra civile globale, nella logica della contrapposizione inevitabile tra amico e nemico. Secondo il pensatore tedesco, la globalizzazione si oppone alla democrazia e, secondo Baldassarre, non solo la globalizzazione ha allargato le distanze tra gli Stati, ma anche nella stessa Italia (tra Nord e Sud), rendendo ancora più complesso il già complicato asssetto politico ed istituzionale del nostro Paese. In tale contesto, l’introduzione dell’euro ha accentuato le differenze tra il nostro settentrione, integrato economicamente con Francia e Germania, ed il Mezzogiorno d’Italia, sganciato da queste possibilità di sviluppo. Baldassarre ha concluso dicendo che il mondo diviso in due blocchi aveva un suo ordine, oggi invece assente, ed è soggetto a forze temporanee: proprio per questo la funzione dell’intelligence oggi è molto più importante di quella rivestita ieri.

Nel pomeriggio è intervenuto in videoconferenza Cosimo Ferri, che ha ribadito come l’intelligence rappresenti un’area fondamentale dello Stato nel contrasto alla criminalità e al terrorismo. Ha quindi richiamato la funzione molto importante dell’intelligence negli istituti penitenziari. Nel contempo, ha ribadito la necessità delle collaborazioni internazionali: a problemi globali, infatti, occorre fornire risposte globali, coinvolgendo anche le principali società private impegnate nel cyberspazio. Ferri ha poi affermato che il contrasto alla criminalità richiede investimenti sociali e infrastrutturali, accompagnati dalla consapevole reazione delle Istituzioni e dei cittadini. E, in tale quadro, l’intelligence è decisiva. Il parlamentare ha poi evidenziato che la dimensione culturale è fondamentale e che la collaborazione tra intelligence e magistratura rispetto al passato è molto più ampia, tanto che i risultati nel contrasto alla criminalità e al terrorismo sono anche il frutto di una più intensa comprensione delle rispettive funzioni. Ferri ha poi concluso dicendo che il decreto antiterrorismo ha contribuito ad avvicinare i due mondi dell’intelligence e della magistratura, significando che il confronto deve essere non solo di natura culturale ma proprio di visione, progettazione ed anche di taglio operativo: occorre quindi avvicinare sempre di più questi due ambiti, che operano su piani nettamente distinti, ma che hanno quale obiettivo comune quello di tutelare le libertà dei cittadini e garantire la sicurezza dello Stato.

Le lezioni del Master in Intelligence si  terranno anche domani,  sabato 19 gennaio 2019 – come di consueto nell’aula “Caldora” dell’Università della Calabria – e saranno incentrate sempre sui temi giuridici connessi alla disciplina. terranno lezione i prefetti Carlo Mosca, consigliere di Stato emerito e vice direttore vicario del Sisde dal 1992 al 1994, e Marco Valentini, direttore dell’Ufficio Affari Legislativi e Relazioni Parlamentari del Ministero dell’Interno.

Il polo di Rende (Cosenza) dell’Università della Calabria, sede del master e del corso di laurea in intelligence

 

Parte la campagna di sensibilizzazione della Croce Rossa “non sono un bersaglio”,

SICUREZZA di

“NON SONO UN BERSAGLIO” è un grido, un appello di civiltà e una Campagna internazionale con un focus specifico sulla situazione nazionale, voluta dalla Croce Rossa Italiana per denunciare il costante intensificarsi di attacchi agli operatori sanitari nei teatri di conflitti in tutto il mondo, ma anche in “insospettabili” contesti come le città e le provincie italiane. L’iniziativa lanciata oggi è un “work in progress” che si svilupperà fino al 17 febbraio 2019 e oltre, attraverso spot e visual a diffusione nazionale e che culminerà nella settimana dal 10 al 17 febbraio con un Convegno Internazionale a Roma. Ma “NON SONO UN BERSAGLIO” è anche l’occasione per il lancio di un “Osservatorio” della Croce Rossa Italiana sulle aggressioni subite dai suoi operatori, con l’intento di censire i rischi legati al volontariato durante le attività svolte, evidenziare i contesti di maggior pericolo, fino ad arrivare all’elaborazione di proposte concrete.

Non è trascorsa una settimana, negli ultimi due anni, senza che il CICR (Comitato Internazionale di Croce Rossa, l’Istituzione indipendente e neutrale che protegge e assiste le vittime della guerra e della violenza armata) abbia registrato un episodio di violenza contro l’assistenza sanitaria: circa1300 incidenti in 16 Paesi in conflitto o colpiti da altre emergenze. Cifre incredibili e scioccanti. Oltre alle vittime immediate, gli attacchi al personale e alle strutture sanitarie continuano a uccidere migliaia di persone come “conseguenza”, “effetto collaterale”: ossia privandole dell’accesso a un servizio vitale. In guerra esistono delle regole che devono essere rispettate. Attaccare postazioni o personale sanitario viola le norme basilari del diritto internazionale umanitario ed è preoccupante questo tentativo di “normalizzare” gli attacchi verso ospedali, ambulanze e operatori sanitari. Un tentativo che ci fa fare unsalto indietro di 150 anni nella conduzione dei conflitti armati e su cui dobbiamo agire. Dal 2017, anno del lancio dell’hashtag, Croce Rossa italiana aderisce alla campagna virale #NotATarget, nell’ambito della più ampia iniziativa “Health Care in Danger”, lanciata sempre dal CICR a seguito della tragedia di alcuni operatori e volontari uccisi in Afghanistan e, poco prima, anche in Nigeria e in Siria. In occasione di “NON SONO UN BERSAGLIO” sarà lanciato il relativo hashtag  #NotATargetItaly.

Questo tipo di violenze si associa sempre a scenari “lontani”, a Paesi coinvolti da conflitti bellici o di altro tipo. La percezione europea e italiana è che siano aberrazioni che non ci riguardano. Niente di più falso. Tenendo conto dei logici distinguo, la Croce Rossa Italiana ha ritenuto sostanziale denunciare, attraverso “NON SONO UN BERSAGLIO”, una realtà semisconosciuta o spesso sottovalutata che ci coinvolge “da vicino” e che riguarda anche (e non solo) i volontari CRI: quella delle violenze ai danni dei nostri operatori e/o strutture sanitarie.

Sono 3.000 i casi registrati in quest’ultimo anno, a fronte di solo 1.200 denunce all’Inail. Si tratta di aggressioni a medici e infermieri in ospedale, nei Pronto Soccorso e nei presidi medici assistenziali sparsi per il nostro Paese. Un’urgenza che si sta trasformando in emergenza nazionale. Da nord a sud. Altro drammatico aspetto è quello delle aggressioni agli operatori delle ambulanze e dei danneggiamenti ai mezzi stessi. Non esistono statistiche esatte sul fenomeno ecco perché la CRI ha deciso di istituire l’Osservatorio, proprio per colmare questa lacuna e fornire dati attendibili.

Abbiamo chiesto al vice Presidente Valastro chi è il “bersaglio” su cui viene posta l’attenzione?

Il “bersaglio” sono gli operatori sanitari e i volontari della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Per intenderci, parliamo di quello che tragicamente è accaduto in Siria, ma anche in altri Paesi mediorientali o africani e in quei luoghi dove ci sono crisi protratte o situazioni di pericolo dovute a guerre, sommosse, rivoluzioni. Sono costantemente, quotidianamente presi di mira i presidi sanitari, sia quelli con il personale qualificato, ma anche le ambulanze guidate dai soccorritori che possono portare le persone presso i punti in cui ricevono il primo soccorso. Assistiamo a un costante sviluppo della barbarie. Stiamo tornando a logiche di assedio medievale.

Quali sono le conseguenze?

Si tratta di una situazione inaccettabile. Il Movimento internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa ha posto l’accento su questo aspetto più volte, oggi rimarcato da Croce Rossa Italiana attraverso la Campagna “Non sono un bersaglio”. Perché l’attacco agli operatori sanitari in generale e ai luoghi di cura è doppio: non si colpiscono soltanto quelle persone che non sono un target di guerra e che forniscono aiuto, ma si attaccano tutti i cittadini e i militari che potrebbero essere salvati. Fare violenza su un medico, un infermiere, un soccorritore significa impedire ai civili di poter ricevere le cure adeguate.

Quali leggi viola questo stato di cose?

Questo atteggiamento viola in maniera palese le Convenzioni di Ginevra. Noi sappiamo che l’idea che ebbe Henry Dunant, fondatore della Croce Rossa, era proprio quella di creare delle società di soccorso che non fossero parte nel conflitto. Non essendo parte del conflitto, gli attori che prendono parte ai soccorsi non dovrebbero essere attaccati. Questa idea venne consacrata nelle Convenzioni di Ginevra che, forse qualcuno lo avrà dimenticato, sono tuttora vigenti. Queste ultime, unitamente ad altri strumenti del Diritto Internazionale Umanitario, ci ricordano la neutralità del personale sanitario. E’ un principio giuridico e non solo morale, non dimentichiamocelo.

“Non sono un bersaglio” vuole porre l’attenzione anche sulle aggressioni agli operatori sanitari del nostro Paese. Non siamo in un teatro bellico, dunque che tipo di violenze subiscono?

La Croce Rossa Italiana aveva già denunciato questo stato di cose negli scorsi anni, ad esempio all’ONU nel 2017 e attraverso i media nazionali e internazionali. L’avere accettato passivamente che gli attacchi al personale sanitario fossero tollerati nelle zone di guerra, per quanto come ho già detto giuridicamente e moralmente inaccettabili, ha portato a un’altra conseguenza che avevamo preannunciato: il non rispetto in generale del personale sanitario, anche nel nostro Paese. Questo è avvenuto da nord al sud: volontari della CRI vengono aggrediti, malmenati, tirati fuori dalle ambulanze sempre più di frequente. Sono all’ordine del giorno gli attacchi contro postazioni di continuità assistenziale come le guardie mediche, i Pronto Soccorsi, gli ospedali. Assistiamo a una situazione di mancanza totale di rispetto per la persona che svolge questo lavoro o lo fa per volontariato.

Al di là della diffusione di dati e informazioni, la Campagna propone azioni concrete. Quali sono?

Oltre a un’azione di diffusione molto forte volta a informare e, soprattutto, mobilitare le coscienze, “Non sono un bersaglio” si pone l’obiettivo di azioni concrete: a partire da un grande Convegno internazionale con il coinvolgimento di tutto l’associazionismo che si occupa di assistenza sanitaria e di tutela della salute, comprese le regioni che hanno il servizio del 118. Da oggi è anche attivo un Osservatorio per la denuncia di illeciti che sfocerà in un Report e la diffusione di informazioni e consigli pratici per tutto il territorio. Riguardo quest’ultimo, avremo la presenza di nostri volontari e di personale qualificato come i nostri Istruttori DIU, nelle piazze d’Italia per diffondere materiali nelle scuole e nelle piazze e realizzare postazioni informative.

Cosa possono fare, in concreto, le Istituzioni e i Governi?

In questo panorama i Governi e le Istituzioni hanno un ruolo assolutamente determinante. Sono loro, in quanto parti integranti delle Convenzioni di Ginevra, a poter porre l’attenzione sulla questione del rispetto degli operatori sanitari nelle zone di pericolo. Attraverso “Non sono un bersaglio” vogliamo svolgere un’azione di advocacy sul territorio e di mobilitazione generale, nazionale e internazionale. Questo è l’obiettivo: far conoscere a tutti quella che è diventata una vera e propria emergenza.

Usa-Arabia saudita: accordo concluso per un nuovo sistema di difesa missilistico

SICUREZZA di

La scorsa settimana, Stati Uniti e Arabia Saudita hanno firmato un accordo per l’acquisto di un nuovo sofisticato sistema di difesa missilistico.  La trattativa era in corso dal dicembre 2016 e mercoledì scorso un funzionario del Dipartimento di Stato ne ha definitivamente confermato la conclusione.

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Messico, attacco contro polizia e Croce Rossa, quattro morti tra polizia e medici

AMERICHE/SICUREZZA di

Durante una attività di aiuto alla popolazione dello stato meridionale del Messico il gruppo di medici della Croce Rossa Messicana è stato attaccato da un gruppo di venti uomini armati che hanno sparato indiscriminatamente sul gruppo di soccorritori, uccidendo quattro persone tra poliziotti e medici e ferendone altri sei. Continue reading “Messico, attacco contro polizia e Croce Rossa, quattro morti tra polizia e medici” »

Hebron, militare italiano lievemente contuso durante una pattuglia

MEDIO ORIENTE/SICUREZZA di

Un militare dell’Arma dei Carabinieri, impegnato nella missione TIPH (Temporary International Presence in Hebron) è rimasto coinvolto questa mattina, in una aggressione mentre era impegnato in un servizio di pattuglia, nell’area di responsabilità, con altri due appartenenti alle forze di difesa israeliane (IDF).

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admin
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