GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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SICUREZZA - page 10

Croce Rossa Italiana all’ONU per il trattato sul nucleare

EUROPA/SICUREZZA di

Può esistere un mondo senza il nucleare? E’ la domanda che in molti si stanno facendo e proprio in questi giorni a New York si discute il trattato di messa al bando del nucleare approvato da 120 paesi ma ancora ostacolato da molte potenze occidentali, nonostante gli evidenti rischi per la stabilità di certe aree come testimonia l’attuale crisi in Corea del Nord.

Tra i promotori di questo importante trattato anche la Croce Rossa che sin dalle sue prime fasi ha voluto fortemente promuovere una soluzione di questo tipo ed è per questo che è presente all’Assemblea Generale dell’ONU il Vice Presidente della Croce Rossa Italiana Rosario Valastro che ha partecipato in questo consesso a due importanti discussione, Nucleare e vittime tra gli operatori umanitari nelle aree di crisi.

Abbiamo raggiunto telefonicamente il Vice presidente a New York durante i lavori per sapere come si stanno svolgendo i lavori.

AC: “Dottor Valastro, la Croce Rossa Italiana oggi è all’ONU a New York per discutere due temi molto importanti. Il primo è il trattato sulla messa al bando del nucleare al livello mondiale e l’altro tema è purtroppo l’uccisione degli operatori umanitari durante le operazioni di soccorso. Per quanto riguarda il primo punto quanto è importante questo trattato per il futuro dell’umanità?”

V: “Si tratta di un trattato storico, direi, importante e vitale. Il comitato internazionale della croce rossa ha molto spinto sull’informazione relativa a questo trattato, che, salvo qualche notizia a luglio, è passato sotto silenzio, perché gli effetti delle bombe atomiche incidono sulle vite decine di migliaia di persone e si tutte le future generazioni. Quindi la croce rossa sotto il suo focus dell’attenzione all’ umanità e dell’assistere tutte le persone vulnerabili ha fatto leva sugli stati affinché se ne discutesse. A luglio c’è stata l’approvazione a due terzi, quindi il trattato è una trattato di cui si è aperto il processo di ratifica. Chiaramente tra tutti gli assenti pesano tanto le assenze di quelli che sono molti stati dell’unione europea oltre di quelle che sono le cosiddette potenze nucleari. Il lavoro è lungo; però riuscire a raggiungere un obiettivo di umanità è sicuramente una lotta che necessiterà del suo tempo ma noi non disperiamo.”

AC: “Qual è il polso della situazione secondo lei su queste assenze molto importanti. C’è speranza che queste nazioni prendano coscienza e aderiscano in un prossimo futuro ?”

V: “Ma guardi sicuramente c’è speranza, si tratta a mio avviso di un lavoro che va fatto su un duplice piano. Va fatto innanzitutto informando la cittadinanza su quelli che sono gli effetti dei danni nucleari e sul contenuto di questo trattato. E l’altro è un lavoro che riguarda le cancellerie, i ministeri degli Esteri di questi paesi che naturalmente potranno e dovranno agire nella maniera in cui possano raggiungere un accordo. Non è una cosa facile ma non era neanche facile ad esempio l’affermazione di umanità nelle convenzioni di Ginevra quando esse vennero firmate. Si tratta di una cosa che sta iniziando, vedremo nel prossimo futuro quali di questi 122 paesi inizieranno il processo di ratifica del trattato internazionale perché sicuramente se la risposta su questa sarà una risposta importante ci sarà allora la possibilità che altri si uniscano.”

AC: “Tra i grandi assenti anche l’Italia; come mai?”

V: “Quasi tutti i paesi dell’Ue hanno preso una posizione attendista su questo argomento. Noi contiamo di fare, come già qualche società di croce rossa in altri paesi ha fatto, contiamo di fare un’operazione di informazione, di incontro e di confronto per spingere il governo e il parlamento ad affrontare il tema. Comprendo anche che ci sono tutta una serie di rapporti fra stati che pesano molto su questa firma; però l’obiettivo dei 122 stati raggiunto a luglio, che ha aperto il processo di firma, è comunque un obiettivo importante che deve far riflettere tutte le nazioni.”

AC: “Certo questo è un momento particolare, perché con le frizioni del sud est asiatico, la paura del nucleare è tornata alla ribalta in maniera prepotente.”

V: “Si non c’è dubbio, così come non c’è dubbio che ci sono paesi che non vogliono ratificare il trattato perché per loro il nucleare esiste come un’arma di deterrenza verso chi minaccia di usarlo; come in un circolo viscoso che naturalmente spaventa un po’ tutti o comunque dà adito a non muoversi dalle proprie posizioni.”

AC: “L’altro tema invece sono le moltissime vittime tra gli operatori umanitari nelle zone di guerra mentre  portano soccorso; questa discussione come sta andando avanti all’Onu?”

V: “È un discussione che si inserisce in un dibattito più ampio che è iniziato oggi e si consoliderà domani, su quella che è la politica dell’Onu per combattere il traffico degli esseri umani. Si tratta di un argomento che sfocia in un documento che riafferma quelle che sono le politiche umanitarie anche in tal campo e all’interno di questo, quella che è la posizione della federazione internazionale della croce rossa dell’attenzione verso le persone migranti che sono molto spesso vittime della tratta così come le categorie più vulnerabili come donne e bambini e anche chiaramente di quella che è la situazione in cui restano gli operatori umanitari in generale, che spesso proprio per portare aiuto ai più vulnerabili, rischiano o hanno perso la loro vita.”

Il dibattito sul nucleare non si esaurirà molto presto purtroppo soprattutto in questo momento che ci vede spettatori di diverse crisi internazionali, sia nel quadrante del medio oriente che in quello dell’asia pacifico dove si fronteggiano le grandi potenze di questo secolo in cerca di un adeguato posizionamento nella geopolitica mondiale.

Onu: al via la riforma delle attività di peace-keeping

POLITICA/SICUREZZA di

In occasione della seduta n. 8051ST di mercoledì scorso, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riaffermando con convinzione la responsabilità primaria degli Stati membri per la risoluzione pacifica delle controversie internazionali e sottolineando altresì il contributo fondamentale dell’Onu nelle operazioni preventive destinate a evitare lo scoppio di nuovi conflitti armati, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di una più stretta collaborazione tra l’Organizzazione ed i singoli governi nazionali, nonché di una riforma strutturale del Segretariato delle Nazioni Unite che sia funzionale al rafforzamento dell’architettura interna del sistema Onu in materia di mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

Quest’ultima, intervenuta con l’approvazione a votazione segreta della risoluzione 2378(2017), oltre a riconfermare il primato della politica e della diplomazia (e quindi l’importanza delle attività di mediazione, monitoraggio del cessate-il-fuoco e supporto all’implementazione degli accordi di pace), ha anche rinnovato il mandato e le procedure già esistenti in materia peace-keeping introducendo importanti elementi di novità tra cui iniziative di diversa natura tese al miglioramento dell’organizzazione e della pianificazione delle operazioni dei caschi blu, l’incremento di competenze utili per aumentare l’efficienza delle missioni Onu nelle principali aree di crisi e la richiesta di un maggior impegno delle Organizzazioni regionali (con particolare riferimento a quelle del continente africano) nel garantire la sicurezza dei popoli ed assicurarsi le risorse di tipo logistico-finanziario indispensabili per espletamento delle loro funzioni. È, appunto, con l’Unione africana (UA) che, secondo i membri del Cds, il Segretario Generale dovrebbe rafforzare la collaborazione per individuare ed attivare canali che favoriscano la comunicazione tra il Segretariato, la Commissione ed i due Consigli.

Le Nazioni Unite dovrebbero inoltre impegnarsi a sviluppare nuove partnerships che aiutino l’Organizzazione di New York ad affrontare le molteplici minacce alla pace e alla sicurezza internazionali provenienti dal terrorismo di matrice jihadista, dai conflitti aperti in Medio Oriente, come anche dal quadrante Asia-Pacifico.

Diverse delegazioni, comprese quelle di Svezia, Regno Unito e Giappone, hanno poi sottolineato la necessità di favorire un graduale processo di inclusione delle donne nelle missioni di peace-keeping condotte dall’Onu, incoraggiando la loro promozione a posizioni di maggior rilievo, mentre il Ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha ricordato, insieme al Segretario generale António Guterres l’importanza del dialogo e del processo negoziale per favorire una risoluzione dei conflitti che non richieda l’intervento dei caschi blu. Infatti, secondo il politico portoghese, nonostante le missioni di peace-keeping rappresentino uno dei più efficaci strumenti per la pacificazione di aree lacerate da guerre e crisi incancrenite, esse dovrebbero sempre affiancare e mai sostituire l’attività diplomatica e disporre, inoltre, di equipaggiamenti più appropriati rispetto a quelli attuai ed unità d’intelligence meglio coordinate e ben addestrate.

di Marta Panaiotti

Mosul, gli alpini della Task Force Presidium addestrano le forze Curdo-irachene all’operatività in montagna

ASIA PACIFICO/SICUREZZA di

Presso la diga di  Mosul è stata inaugurata una nuova area addestrativa mirata ad aumentare la capacità operativa delle truppe Curdo –Irachene nel combattimento in quota.

La palestra di Roccia realizzata dalla Task Force Presidium e battezzata “Monte nero” in onore della battaglia del 3° Alpini nella prima Guerra Mondiale è in gardo di fornire un ampio ventaglio di scenrai utili alla formazione montana, la parete messa in sicurezza e dotata di 12 vie ferrate con difficoltà variabile sarà utilizzata per l’addestramento delle truppe operanti  nell’area.

La cerimonia è stata presieduta dal Comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze, Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, accompagnato dal Comandante del Contingente Italiano e Deputy Commanding General for Training presso il Combined Joint Force Land Component Command – Operation Inherent Resolve, Generale di Brigata Francesco Maria Ceravolo.

In questa area  sotto il  coordinamento del Kurdistan Training Coordination Center (KTCC), l’Unità addestrativa multinazionale a guida italiana, sarà avviato prossimamente il primo corso di di Mountain Warfare Basic Skills, svolto dagli istruttori alpini a favore del Battaglione Kommando degli Zaravani delle Forze di Sicurezza Kurde.

La missione italiana

L’Italia partecipa con la “Missione PrimaParthica, secondo contributore dopo gli USA, all’Operazione “Inherent Resolve” di contrasto al terrorismo internazionale”: 1500 militari appartenenti a tutte le Forze Armate, impiegati nelle sedi di Baghdad e Erbil nell’addestramento delle Forze di Sicurezza curde (Peshmerga) ed irachene, ed assicurando a tutta la Coalizione, con un Task Group aeromobile dislocato presso  l’aeroporto di Erbil, la capacità di Personal Recovery (PR) in tutto il quadrante settentrionale  del teatro iracheno.

Nell’ambito di tale missione, la Task Force “Praesidium”, con i suoi 500 uomini e donne dell’Esercito italiano, garantisce la sicurezza al sedime della diga dove la ditta italiana Trevi Spa sta operando per mettere in sicurezza l’infrastruttura idraulica e scongiurarne il rischio di una catastrofe ambientale.

Inaugurato il 18° corso NATO Regional Cooperation Course

EUROPA/SICUREZZA di

NATO Defense College di Roma, si ѐ tenuta la cerimonia di inaugurazione della diciottesima edizione del NATO Regional Cooperation Course (NRCC 18).
Per l’occasione, il Generale Chris Whitecross, Comandante del NDC, ha dato il benvenuto al Generale Salvatore Farina, Comandante del NATO Joint Forces Command di Brunssum (Olanda), il quale ha presieduto l’evento con un “Inauguration Lecture” nell’Auditorium del College.

Il NRCC e’ stato istituito il 2009, e da allora ha sottolineato il Generale WHITECROOS, e’ stato riconosciuto dai leader NATO come una pietra miliare dell’impegno dell’Alleanza nei confronti dei Paesi Partner.
Il corso NRCC, uno dei programmi educativi più importanti offerti dal NDC, annovera questa volta 46 partecipanti provenienti da 20 Paesi, tra cui Stati Membri della NATO, paesi aderenti al Programma Partnership for Peace (PfP), al programma Mediterranean Dialogue (MD), alla Istanbul Cooperation Initiative (ICI) e membri appartenenti ad altri Paesi Partner.

Gli obiettivi del corso comprendono il rafforzamento del dialogo e della cooperazione internazionale in merito alla sicurezza e alla stabilità della regione Medio-Orientale: la diffusione della conoscenza riguardo la realtà storico-politica dell’area: lo sviluppo della capacità analitica dei partecipanti attraverso discussioni e dibattiti e l’analisi dei punti chiave riguardanti la relazione tra l’Alleanza Atlantica ed il Medio Oriente. Nel sottolineare questi propositi, il Comandante del College ha inoltre ricordato come non vi sia alcun dubbio che la stabilità e la sicurezza dei paesi NATO sia cruciale per il resto del mondo e dunque lo stesso principio valga per il Medio-Oriente e i suoi Partners.

Successivamente il Comandante ha dato la parola al Generale Farina, oratore principale dell’evento, per la sua lezione inaugurale. Durante il suo intervento il Generale Farina ha illustrato il processo di adattamento dell’Alleanza per fronteggiare le nuove sfide, offrendo la prospettiva del Comandante Operativo Joint di Brunssum.

In particolare nell’esporre il focus dei 3 Core Tasks della NATO: Collective Defence, Crisis Response Operations e Cooperative Security il Generale Farina ha sottolineato come a fattor comune la prevenzione, la dissuasione e il dialogo debbano sempre accompagnare qualsiasi misura di adattamento dell’Alleanza.
Altrettanto importante il ruolo della NATO nella Cooperative Security e nel supporto alla lotta contro il terrorismo.Si dovranno quindi prevedere forze credibili, pronte e ben addestrate unitamente a chiari messaggi ed iniziative non escalatorie e non provocative.

Infine, rispondendo a specifici quesiti il Comandante di JFC Brunssum ha elogiato la decisione di costituire l’HUB for the South in seno al Comando “gemello” di Napoli, riconoscimento dell’iniziativa dei Paesi del fianco Sud e chiaro successo della leadership italiana nel portare avanti detta proposta.

 

 

Di nuovo terrore a Londra. Il fallito attentato che fa rivivere quello del 2005.

EUROPA/SICUREZZA di

Ennesimo attentato nel Regno Unito, e ancora una volta il bersaglio è Londra e i suoi cittadini. Cambia la metodologia dell’attacco, si lasciano da parte i mezzi,  ma non cambia l’obiettivo: i civili e i luoghi cruciali nella vita occidentale.

IL 15 settembre alle ora 8.20 locali (9.20 italiane) c’è stata un’esplosione a bordo di un vagone della metropolitana  di Londra presso la fermata di Parsons Green, sulla District Line, nella zona ovest della capitale britannica, a Fulham. L’Isis dopo qualche ora ha rivendicato l’attentato. È di 29 feriti il bilancio totale dell’attacco, nessuno in pericolo di vita. La premier inglese May ha annunciato immediatamente  il dispiegamento dei militari al fianco o in sostituzione della polizia nella sorveglianza dei punti sensibili della città e del Paese, nell’ambito dell’operazione Tempora. La decisione, già pianificata, è entrata in vigore in serata contemporaneamente alla decisione di innalzare il livello di allerta da “severo” a “critico”, il più grave e alto nella scala dei rischi, che presuppone la possibilità e l’imminenza di nuovi attacchi terroristici.

L’esplosione è partita da un cestino bianco, nascosto all’interno di una busta di un supermercato della catena tedesca Lidl (elemento cruciale nella ricerca dell’attentatore, durante la visualizzazione dei video delle telecamere di sorveglianza della metro), lasciato in un vagone posteriore del treno. All’interno è stato trovato un timer, quindi si presume che questa sia stata attivata a distanza. Secondo gli esperti, l’ordigno sarebbe esploso solo in parte, così da causare un danno minore rispetto alle aspettative dei terroristi. L’ordigno sarebbe stato costruito in modo artigianale. Potrebbe essere stato composto di Tapt, esplosivo noto come “madre di Satana”. Il Tapt, triacetone triperossido, può essere innescato da calore, frizione, elettricità statica o semplicemente dal movimento. Fu utilizzato anche negli attacchi di Londra del 2005, quando persero la vittime 52 persone in una serie di esplosioni nelle metropolitana e su un autobus. È lo stesso esplosivo che un mese fa ha fatto esplodere accidentalmente la casa di Alcanar, in Catalogna, dove il commando jihadista stava progettando, tra tutto, anche l’attentato avvenuto a Barcellona qualche giorno dopo.

Dopo meno di 24 ore c’è stato il primo arresto: si tratta di un diciottenne del quale non sono state rivelate le generalità, catturato nella zona del porto a Dover, nel sud del Paese. Secondo quanto riferito dai media inglesi, si tratterebbe di un ragazzo orfano, adottato da una coppia di benefattori inglesi noti per aver dato ospitalità nel tempo a bambini senza genitori. Il ragazzo, secondo alcuni media, era stata arrestato due settimane fa e poi rilasciato. Al momento dell’arresto, stava cercando di imbarcarsi su un traghetto diretto in Francia. Non è la prima volta che viene utilizzato il porto sulla Manica da parte dell’Isis per far entrare e uscire persone dal Paese: la sicurezza sui traghetti è infatti molto debole.

Nella giornata del 17 settembre è stato arrestato una seconda persona collegata all’attacco terroristico. Si chiama Yanyah Farroukh, anche egli, come il primo arrestato considerato l’autore materiale, avrebbe legami con Penelope e Ronald Jones, i due anziani benefattori del Surrey, che per anni hanno dato ospitalità a ragazzi rifugiati. Secondo vari media, Farroukh è siriano, di Damasco.

Continua a far discutere il fatto che il diciottenne arrestato come l’autore materiale dell’attentato fosse già finito nei radar delle autorità. Voce non smentita dal governo britannico, e confermata da un tweet del presidente americano Trump in cui dichiara che i terroristi erano già noti a Scotland Yard. Ancora una volta quindi, come avvenuto già in passato, gli attentatori erano conosciuti alle forze dell’ordine o addirittura come in questo caso erano stati arrestati e rilasciati. Tutto questo accade mentre Londra guarda avanti e propone all’Unione Europea per il dopo Brexit un accordo sulla collaborazione per la sicurezza e contro la criminalità e il terrorismo. In particolare, punta a mantenere meccanismi di collaborazione e cooperazione fra le forze di polizia e condividere una serie di principi fra cui la protezione dei dati personali e la difesa  dei diritti umani.

Nel 2017, la capitale britannica è già stata colpita da tre attacchi terroristici di matrice jihadista, che in tutto hanno causato la morte di 14 persone e oltre 100 feriti. Rispetto agli ultimi attacchi, questa volta i terroristi hanno lasciato da parte furgoni e suv per ritornare agli esplosivi artiginali, vero marchio dei jihadisti. Nei mesi scorsi abbiamo assistito al suv che, il 22 marzo, ha travolto alcuni passanti davanti al palazzo di Westminster, sul Westminster Bridge, il ponte che attraversa il Tamigi, di fronte al Big Ben. L’attentatore poi si è diretto a piedi verso il parlamento britannico, dove ha aggredito con un coltello un poliziotto di guardia. In quell’occasione 40 persone sono state ferite e sei hanno perso la vita, inclusi l’attentatore e un poliziotto. Il secondo attentato riporta la data del 3 giugno, quando un furgone bianco ha investito alcuni pedoni sul London Bridge. I tre attentatori alla guida hanno portato il veicolo fuori dalla carreggiata per investire il maggior numero di persone, fino a fermarsi fuori un pub, dove sono scesi dal mezzo e hanno assalito a colpi di coltelli i clienti dei locali della zona. Otto persone sono state uccise e 48 ferite. Se si vuole prendere in considerazione l’intera Gran Bretagna, allora il numero delle vittime aumenta, considerando l’attentato di Manchster al termine di un concerto che ha causato la morte di 23 persone, incluso l’attentatore, tra le quali dodici bambini al di sotto dei 16 anni, e oltre 120 feriti.

Di Mario Savina, Ricercatore Centro Studi Roma 3000

Il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE): limiti e potenzialità

EUROPA/SICUREZZA di

Per parlare di Difesa UE nel post-Lisbona, è necessaria una prima introduzione su una delle principali innovazioni del Trattato di Lisbona (2009), Il SEAE. In questo primo articolo, quindi, si cercherà di fare un riesame Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE), embrione di Ministero degli Esteri europeo, avvalendosi di alcuni contributi interni ed esterni all’UE per avere così un quadro imparziale dei limiti e delle potenzialità del SEAE.

Per quanto riguarda i contributi interni, l’analisi si basa su due testi: la Relazione speciale «L’istituzione del Servizio europeo per l’azione esterna», Corte dei Conti Europea, maggio 2014 e il Riesame del SEAE 2013, SEAE (AR/VP), luglio 2013. I contributi esterni consultati sono tanti e esprimono le posizioni più disparate.

Dal momento della sua istituzione il SEAE è stato oggetto di critiche che ne evidenziavano un difetto strutturale, l’incapacità di assolvere ai propri compiti di breve e lungo termine. Dopo averle esaminate, si è cercato di riassumerle nei loro tratti comuni. Ognuna di esse coinvolge, in diverso modo, i seguenti aspetti del SEAE:

  • La natura del Servizio
  • Il mandato del Servizio
  • La relazione del Servizio con gli altri attori istituzionali UE
  • Il ruolo dell’Alto rappresentante
  • La struttura del Servizio

In merito alla natura del Servizio, cioè al suo status giuridico e alle procedure di istituzione, molti rilevano un carattere di “secondarietà” rispetto alle istituzioni dell’UE come sancite nell’articolo 13 del TUE. In primis perché l’atto fondante del SEAE non è stato il trattato di Lisbona ma una decisione del Consiglio (2010/427/UE) come espressamente previsto dal Trattato. Successivamente perché, nella decisione del Consiglio, il SEAE è istituito come “organo dell’Unione che opera in autonomia funzionale sotto l’autorità dell’alto rappresentante” (autonomous functional body), terminologia che a molti è parsa ambigua e confusa. Inoltre, pur essendo menzionato nel Trattato di Lisbona, quando questo è entrato in vigore (1 dicembre 2009), la discussione tra Stati membri, Consiglio e Commissione sul nuovo Servizio era ancora in una fase iniziale. Ultimo ma non per importanza, il fatto che il SEAE sia nato nel pieno della “crisi dei debiti sovrani” può aver contribuito al ritardo della decisione del Consiglio e ad un annacquamento del mandato del Servizio.

Per quanto riguarda il mandato del Servizio, la sua missione, i commentatori sembrano rilevare all’unanimità un’eccessiva limitatezza di esso. Infatti la decisione del Consiglio investe il SEAE di questi compiti:

  • Supporto all’alto rappresentante nell’esecuzione delle sue funzioni, e quindi nel coordinamento della politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell’Unione europea, compresa la politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC), nella sua veste di presidente del Consiglio Affari esteri, nella sua veste di vicepresidente della Commissione nel settore delle relazioni esterne.
  • Assistenza al presidente del Consiglio europeo, al presidente della Commissione e alla Commissione nell’esercizio delle loro rispettive funzioni nel settore delle relazioni esterne.

Un mandato, quindi, definito esclusivamente nei termini del rapporto con le altre istituzioni. Questo ha sollevato numerose critiche, in particolare per l’assenza di un quadro strategico che facesse da cornice all’azione esterna del Servizio. Pur essendo sopraggiunto, intanto, il quadro appena menzionato, con il varo di “European Union Global Strategy” nel giugno 2016, sembrano ancora mancare le condizioni perché avvenga un ampliamento della missione del SEAE, in particolare a causa delle resistenze degli stati membri.

Il tasto più dolente del funzionamento del SEAE rimane, però, quello delle relazioni con gli attori istituzionali dell’UE. Le relazioni, infatti, con la Commissione Europea, il Consiglio Europeo, il Parlamento Europeo e il Consiglio dell’UE sono quelle che, in ordine decrescente, soffrono più problematiche in termini di: competenza concorrente, ambiguità nell’attribuzione delle competenze, conflitti tra dimensione sovra-nazionale e inter-governativa. In particolare la nascita del SEAE come nuovo organismo che eredita le competenze della precedente DG RELEX e, in blocco, il personale che si occupava di relazioni esterne nei precedenti organismi ha creato numerose sovrapposizioni e confusioni circa la competenza delle svariate materie di rilevanza esterna. Tali sovrapposizioni si sono protratte per anni e fanno sì che, ancora oggi, competenze di azione esterna e in settori con rilevanza esterna rimangano alla Commissione. Un esempio è quello delle linee di finanziamento di alcune attività dell’Unione che si sovrappongono, creando molta confusione (è il caso del finanziamento delle delegazioni). A tal proposito si segnala la riattivazione, nel novembre 2014, del Commissioners’ Group on External Action (CGEA), riunione dei commissari di materie di rilevanza esterna e dell’Alto rappresentante (Commissioners   for   European   Neighbourhood   Policy   and   Enlargement   Negotiations, International    Cooperation    and    Development, Humanitarian   Aid,   e   Trade).

Diverso dagli altri ma sempre problematico rimane il ruolo dell’Alto rappresentante. L’Alto rappresentante veste infatti un “doppio cappello”: è AR e quindi responsabile della PESC e della PSDC ed è Vice Presidente della Commissione. A questo si aggiunge una serie di responsabilità (presiede il CAE e il SEAE, aggiorna il Parlamento Europeo, partecipa ai lavori del Consiglio Europeo, presiede l’Agenzia Europea per la Difesa) che rende il ruolo estremamente complesso e gravoso. Per questo il dibattito si è concentrato sulla possibilità di una deputization, cioè l’introduzione di un vice-rappresentante che rappresenti l’orientamento dell’AR nelle varie sedi. Ad oggi un vero e proprio vice non esiste, sebbene siano stati previsti meccanismi frammentati di supplenza.

Ultimo ambito in cui si sono concentrate le critiche al SEAE è quello della struttura del Servizio. Secondo molti commentatori, infatti, la struttura prevista nella decisione del Consiglio non era assolutamente in grado di garantire un corretto funzionamento dell’organo. L’eccessivo numero di dirigenti, i livelli di gestione aggiuntivi (soprattutto nei dipartimenti geografici), la mancanza di un reale Vice dell’AR, l’assenza di un processo di audit del materiale prodotto nell’attività di supporto all’AR e alle altre istituzioni hanno fatto propendere alcuni commentatori per un giudizio negativo. C’è da dire che tra la maggior parte dei contributi di analisi sul SEAE ed oggi è intervenuta la riforma organizzativa del luglio 2015 del Servizio, che per ora non è ancora passata al vaglio di una valutazione strutturale (se non quella positiva data dallo stesso SEAE nel report annuale 2015).

Per funzioni e struttura, il SEAE è potenzialmente un game-changer dell’identità europea nello scenario internazionale. Ad oggi però, in quelli che sono i dossier più caldi, al SEAE sembrano essere state tarpate le ali da congiunture politiche-economiche, difficoltà strutturali del processo di integrazione, interessi nazionali non complementari.

 

di Lorenzo Termine

ESERCITO USA SPERIMENTA NUOVO SISTEMA DI TARGETING PER L’ARTIGLIERIA

SICUREZZA di

Le unità di acquisizione obiettivo, le forze sul campo deputate a dirigere il fuoco d’artiglieria sugli obiettivi, hanno testato un nuovo sistema d’arma. I paracadutisti dell’unità “Black Falcon” hanno testato un nuovo sistema portatile e modulare utilizzabile sia di giorno che di notte.

I componenti JETS comprendono un modulo di posizionamento palmare, un modulo di marcatura laser e un modulo angolare verticale azimutale di precisione, tutti gli elementi montati su un treppiede.

I soldati dell’HHB hanno trascorso quattro giorni nella formazione sui nuovi equipaggiamenti presso Fort Belvoir, in Virginia.

I “Black Falcon” hanno testato la strumentazione eseguendo sette salti con le attrezzature da combattimento assicurandosi che il sistema funzioni ancora dopo aver raggiunto il suolo.

Dopo ogni operazione aerea, gli osservatori hanno assemblato l’attrezzatura e iniziato l’attività di identificazione del personale nemico e degli obiettivi in condizioni diurne e di notturne.

“Il test operazionale offre ai soldati l’opportunità di utilizzare, lavorare e offrire i loro suggerimenti su pezzi di attrezzatura che possono influenzare lo sviluppo di sistemi che i soldati futuri utilizzeranno in combattimento”, ha dichiarato il Col. Brad Mock, direttore del test Army Airborne.

LE FORZE IRACHENE INIZIANO A LIBERARE TALA AFAR

MEDIO ORIENTE/SICUREZZA di

ASIA SUDOVA, 20 agosto 2017 – Le forze di sicurezza irachene hanno iniziato la loro offensiva per liberare la città di Tal Afar dallo stato islamico di Irak e dalla Siria, i funzionari in comune di Task Force Combined Combined Resolve hanno dichiarato oggi.

La coalizione globale contro l’ISIS accoglie favorevolmente la dichiarazione del primo ministro iracheno Haider al-Abadi che ha annunciato oggi il lancio dell’offensiva per liberare Tal Afar e il resto della provincia di Ninevah e dell’Iraq settentrionale dall’ISIS, il generale Gen. Stephen J. Townsend, il comandante Delle forze statunitensi e di coalizione in Iraq e in Siria, ha detto in una dichiarazione.

Tutti i rami delle forze di sicurezza iracheni parteciperanno alla liberazione di Tal Afar: i 9, 15 e 16 divisioni dell’esercito iracheno, il servizio controterrorismo, la polizia federale e la divisione di emergenza e la polizia locale irachena, nonché le forze di mobilitazione popolare Sotto il comando di Abadi, ha dichiarato i funzionari delle task force.

“Dopo la loro vittoria storica a Mosul, le [forze di sicurezza irachene si sono dimostrate una forza capace, formidabile e sempre più professionale e sono pronti a portare un’altra sconfitta all’ISIS a Tal Afar”, hanno dichiarato i funzionari della coalizione in una dichiarazione. “La coalizione continuerà ad aiutare il governo e le forze di sicurezza a liberare il popolo iracheno e sconfiggere ISIS attraverso cinque mezzi: fornendo attrezzature, formazione, intelligenza, incendi di precisione e consigli di combattimento”.

Completamente impegnato

Anche se la recente liberazione di Mosul, la seconda città irachena, è stata una vittoria decisiva per le forze di sicurezza irachene, non ha segnato la fine dell’ISIS in Iraq o la sua minaccia a livello mondiale “, ha detto Townsend.

“L’operazione [delle forze di sicurezza irachene] per liberare Tal Afar è un’altra importante battaglia che deve essere vinta per assicurare che il Paese ei suoi cittadini siano infine liberi di ISIS”, ha aggiunto. “La coalizione è forte e pienamente impegnata a sostenere i nostri partner iracheni fino a quando ISIS viene sconfitto e il popolo iracheno è libero”.

I funzionari della coalizione stimano che da 10.000 a 50.000 civili rimangano dentro e intorno a Tal Afar, afferma la dichiarazione di task force e la coalizione applica norme rigorose al suo processo di targeting e prende “straordinari sforzi” per proteggere i non combattenti.

“Conformemente alle leggi del conflitto armato e al sostegno delle sue forze partner che rischiano ogni giorno di vivere la loro vita nella lotta contro un nemico malvagio, la coalizione continuerà a colpire validi obiettivi militari, dopo aver considerato i principi della necessità militare, dell’umanità , Proporzionalità e distinzione “, ha dichiarato la dichiarazione della coalizione.

SICUREZZA E LOTTA AL TERRORISMO: IL GEN. GRAZIANO INCONTRA IL CHOD DEL LUSSEMBURGO

EUROPA/SICUREZZA di

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa Italiana, Generale Claudio Graziano, in visita ufficiale in Lussemburgo ha incontrato la sua controparte, Generale Romain Mancinelli, con cui ha affrontato questioni di comune interesse legati alla sicurezza e alla Difesa.

Nel corso del meeting si è discusso un tema di grande importanza per il contributo alla lotta al terrorismo, quello del Security Force Assistance (SFA) che rappresenta l’insieme di attività volte a generare, sviluppare ed incrementare le capacità operative delle Forze di Sicurezza delle aree di crisi nei quali operano i militari italiani e di altri paesi dell’Alleanza Atlantica.

Proprio in Italia avrà sede un Centro di eccellenza NATO che avrà il compito di concorrere allo sviluppo e alla sperimentazione di concetti e dottrina afferenti al settore SFA, di raccogliere ed elaborare lezioni apprese e di condurre attività formative e addestrative a favore di istruttori, mentor e personale estero appartenente alle Security Forces.

“Le lezioni apprese dalle operazioni a cui hanno preso parte le Forze Armate italiane negli ultimi 20 anni – ha sottolineato il Generale Graziano durante l’incontro – indicano chiaramente che i maggiori rischi per la stabilità hanno origine in aree del mondo in cui si è verificato un crollo della struttura statale; crollo che viene frequentemente sfruttato da soggetti aggressivi che hanno interesse a creare o mantenere il caos”.

“Le missioni moderne – ha aggiunto il Capo di SMD – sono pensate proprio per portare la stabilità in uno Stato fallito e il nostro fine deve essere sempre il passaggio di responsabilità alle forze di sicurezza locali, quando esistono. Quando sono scomparse il lavoro è sicuramente più lungo perché bisogna ricostruire un modo di pensare ed offrire anche un patrimonio valoriale di riferimento. I nostri militari sono bravi istruttori perché sono prima di tutto dei bravi militari”.

Grande interesse è stato palesato dal Generale Mancinelli nei confronti dell’operazione dell’Unione europea Sophia di cui l’Italia ha la leadership e il Capo di Stato Maggiore della Difesa lussemburghese ha ringraziato l’Italia per quanto fa a favore della sicurezza nel Mediterraneo.

Altro elemento centrale nei colloqui è stata la cooperazione strutturata permanente (PESCO) istituto previsto dal trattato sull’unione europea che consente agli Stati membri di rafforzare la loro reciproca collaborazione nel settore militare e i margini per incrementarle.

Le Forze armate dei due Paesi operano, “in un rapporto di eccezionale collaborazione, a favore della sicurezza internazionale”, in Kosovo nell’ambito dell’Operazione della Nato KFOR, dove un plotone di militari lussemburghesi opera alle dipendenze del Battaglione a guida italiana.

Caschi blu in Libano, cristiani e musulmani insieme per la celebrazione della Madonna

MEDIO ORIENTE/SICUREZZA di

Shama (Libano) 16 Agosto 2017 –  ​“La Vergine Maria unisce i cristiani e musulmani. Celebrare l’Assunzione insieme, per la prima volta militari di Unifil e autorità interreligiose qui in Libano, è l’esempio di un percorso di pace e convivenza”. È la frase di apertura di Don Salvatore Lazzara, cappellano militare dei caschi blu italiani in Libano, alla ricorrenza religiosa che ha visto ieri la partecipazione delle più importanti autorità religiose cristiane e musulmane del Sud del Libano.

Numerosi peacekeeper e civili locali hanno partecipato alla funzione religiosa presso la cappella e il piazzale della base “Millevoi” in Shama, a dimostrazione della devozione comune a una delle più importanti figure religiose degli scritti sacri cristiani e musulmani.

Celebrata in sei lingue diverse, la messa è stata condotta dal cappellano militare insieme al Metropolita Greco Ortodosso, l’Arcivescovo Maronita e un rappresentante della Chiesa Ortodossa, seguita successivamente dagli interventi, presso il piazzale principale della base, dai mufti musulmani sciita e sunnita.

Il Generale di Brigata Francesco Olla, dallo scorso aprile comandante del contingente italiano in Libano con l’operazione “Leonte XXII”, ha dichiarato: “Vivere lontano da casa, dai propri affetti e dalla celebrazione delle proprie tradizioni è difficile, ma fa parte della vita del soldato, quella scelta che abbiamo fatto da giovani per passione e senso del dovere. Rendiamo meno difficile il distacco vivendo questo momento insieme ai cristiani e, in modo ancor più significativo, ai musulmani dei dodici contingenti che costituiscono Unifil-Sector West. Ma da peacekeeper quali siamo, cerchiamo sempre di favorire il dialogo attraverso ciò che ci unisce e che abbiamo in comune.

La celebrazione dell’Assunta ci offre un’enorme opportunità aldilà della fede professata da ciascuno di noi. Per questa ragione abbiamo deciso da tempo di condividere, altre che tra noi, anche con la popolazione locale, i sentimenti e le radici culturale che ci legano alla Vergine Maria, Reginae Pacis”.

Il Libano è tra la nazioni con il maggior numero di confessioni religiose nel Medio Oriente e tra le maggiori al mondo, con una popolazione di oltre 6 milioni di abitanti di cui il 54% di fede musulmana (27% sciiti e 27% sunniti), 40% cristiani (21% maroniti, 8% greco ortodossi e 11% tra cattolici, protestanti e altre minoranze) e 6% drusi.

Il contingente italiano, a seguito della risoluzione n.1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è impiegato nella “Terra dei Cedri” dal 2006 e si rapporta quotidianamente con le autorità civili e religiose locali, supportando la popolazione attraverso la funzione operativa di cooperazione civile-militare (CIMIC). Inoltre, i peacekeeper italiani svolgono costantemente attività di pattugliamento e osservazione volte al monitoraggio della Blue Line, al fine di garantire la cessazione delle ostilità tra Libano e Israele, nonché attività di coordinamento, pianificazione e condotta di esercitazioni e operazioni congiunte alle Forze Armate libanesi dislocate a sud del fiume Litani.

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admin
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