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SICUREZZA

L’UE sempre più “operativa” nelle aree di crisi: nuova missione in Iraq, confermata missione in Bosnia, adottata nuova strategia per l’Afghanistan

Il 16 ottobre è stata una giornata impegnativa per la politica di sicurezza dell’UE, per vari motivi.

In primis, il Consiglio ha lanciato una nuova missione civile nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) in Iraq. La missione sarà incentrata sul sostegno alle autorità irachene nell’attuazione degli aspetti civili della strategia di sicurezza nazionale dell’Iraq, e sarà guidata dal tedesco Markus Ritter. Saranno 35 gli esperti dell’UE che forniranno consulenza e assistenza in diversi settori fondamentali identificati come “critici” (nel senso anglosassone del termine) dalle autorità irachene.  La missione dovrebbe essere dispiegata a Baghdad entro la fine dell’anno, e dovrebbe avere un costo (inziale) di 14 milioni di euro. La missione, sotto egida PSDC si inquadra nelle missioni così dette “civili” dell’UE: ossia quelle missioni che hanno il principale obiettivo di ricostruire le istituzioni nei paesi martoriate dalla guerra, che ne siano usciti o ne stiano uscendo. Normalmente l’UE invia degli esperti (per l’appunto) civili, affinché affianchino le autorità locali e tentino di riformare e rifondare i settori della pubblica amministrazione: polizia, apparato giudiziario, sanità. Ma gli esperti possono fornire consulenza anche in settori come l’uguaglianza di genere ed i diritti umani; insomma: tentano in ogni modo di ripristinare o di stabilire lo stato di diritto. Le missioni dell’UE vengono dirette dal Comitato Politico di Sicurezza, che risponde all’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE (ora Federica Mogherini). L’Alto Rappresentante è a capo del SEAE, il Servizio di Azione esterna dell’UE, e presiede anche il Consiglio dell’UE nella sua versione “Affari Esteri” (cosa anomala per il Consiglio, la cui presidenza nei diversi settori

La sede del Servizio Europeo di Azione Esterna a Bruxelles

di legiferazione, normalmente, è a rotazione).  L’Alto Rappresentante è anche uno dei Vice Presidenti della Commissione europea: è l’unica figura, quindi, a cavallo sia del Consiglio che della Commissione. Il Comitato Politico di Sicurezza ha due ulteriori entità alle sue dipendenze: il Comitato Militare dell’UE, che guida le missioni di taglio più “robusto” o militare, ed il così detto CIVCOM o comitato per la gestione civile delle crisi. A occhio e croce questa nuova missione in Iraq dovrebbe inquadrarsi sotto l’egida del CIVCOM. L’obiettivo della strategia di sicurezza nazionale dell’Iraq è creare istituzioni statali capaci di consolidare la sicurezza e la pace e di prevenire i conflitti, rispettando nel contempo lo Stato di diritto e le norme in materia di diritti umani. La strategia individua una serie di minacce urgenti alla sicurezza nazionale – tra cui terrorismo, corruzione, instabilità politica e polarizzazione etnica e settaria – che la missione PSDC contribuirà ad affrontare.

La missione opererà in stretto coordinamento con la delegazione dell’UE in Iraq e con i partner internazionali presenti nel paese, compresi il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), la NATO e la coalizione internazionale contro lo Stato Islamico. Il che significa che le questioni squisitamente militare

Soldati dell’EUFOR e forze di polizia della Bosnia Erzegovina (fonte www.euforbih.org)

resteranno un affaire della NATO.

In secundis, il Consiglio ha ribadito e confermato il suo impegno a favore della prospettiva europea della Bosnia-Erzegovina come paese unico, unito e sovrano ed ha ufficialmente stigmatizzato il fatto che, negli ultimi mesi, le riforme siano state rallentate a causa di politiche legate al (triste) passato e di polemiche sorte in occasione delle elezioni anticipate.

Per tale motivo, l’Istituzione europea ha dichiarato, con una nota, che approva ed accetta di buon grado il fatto che l’operazione ALTHEA continui ad esistere in BiH. Le forze militari impegnate nell’operazione contribuiscono ormai da tempo alla capacità di deterrenza delle legittime autorità bosniache nelle situazioni di crisi. Inoltre, non si può non dire che la forza multinazionale europea, con sede presso la base di Butmir e “succursali” in tutto il paese,  ha effettivamente contribuito anche a formare ed incrementare le capacità delle forze armate e di polizia bosniache e, più in generale, a sostenere tutti i settori della pubblica amministrazione che andavano riformati.

Infine, sempre il Consiglio ha adottato delle conclusioni su una strategia dell’UE relativa all’Afghanistan. Nel documento è stato ribadito l’impegno a lungo termine dell’UE e degli Stati membri in Afghanistan per promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile. La strategia si concentra su quattro settori prioritari, così come elencati nel documento: la promozione della pace, della stabilità e della sicurezza nella regione; il rafforzamento della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani e la promozione della buona governance e dell’emancipazione delle donne; il sostegno allo sviluppo economico e umano; la gestione delle sfide legate alla migrazione. L’UE vanta ormai una lunga storia di cooperazione con l’Afghanistan ed in Afghanistan volta a contrastare la corruzione e la povertà ed a favorire la crescita economica ed il rafforzamento delle istituzioni democratiche.

In un solo giorno tre segnali da parte di un UE sempre più impegnata ben oltre i suoi confini, e – come nell’ultimo caso esaminato – ben oltre le così dette politiche di vicinato. In futuro, aspettiamoci un’Europa sempre più solida e più compatta nel campo della risoluzione (militare o civile) delle crisi internazionali, magari anche al fianco della NATO e, sicuramente, su mandato dell’ONU.

 

(fonte www.consilium.europa.eu)

Trump e l’Europa, prove generali dello scontro?

AMERICHE/EUROPA/POLITICA/SICUREZZA di

Rilevata l’importanza dell’asse Francia-Germania all’interno dell’Unione Europea (https://goo.gl/fU4azs) e quanto dipenderà soprattutto da esso lo sviluppo dell’integrazione in materia di Difesa e Sicurezza, è necessario sottolineare che la relazione tra l’UE e il partner transatlantico continua e continuerà ad influenzare i progressi comunitari in ambito di “hard policies” sia agendo che non agendo.

Lungi dal voler ridurre il rapporto tra NATO e Difesa UE ad una mera compensazione per cui se la NATO difetta, gli alleati europei danno nuovo impulso all’integrazione UE di Difesa e Sicurezza, e viceversa, è, però, da notare come negli ultimi mesi la retorica europea abbia evidenziato la necessità di maggiore integrazione UE proprio a causa di una sopraggiunta inaffidabilità del partner americano (in particolare si rimanda alla dichiarazione della Cancelliera Merkel “The times in which we could rely fully on others — they are somewhat over”, a margine del summit NATO a Bruxelles).

Neanche dopo 5 mesi dal summit NATO di Bruxelles, il rapporto UE-NATO sembra essere messo alla prova su un dossier scottante, l’Iran. Durante la conferenza stampa del 13 ottobre, il Presidente americano Donald Trump ha annunciato una nuova strategia USA per l’Iran che si fonderà su:

  1. Un lavoro congiunto con gli alleati per lottare contro il ruolo destabilizzante di Teheran.
  2. Un nuovo regime di sanzioni contro il paese.
  3. Nuove azioni per contrastare non più solo la corsa al nucleare, ma la proliferazione missilistica e di armi che possano minacciare la regione, il commercio internazionale e la libertà di navigazione.
  4. Un rinnovato impegno contro ogni possibile percorso iraniano verso il nucleare.

Concludendo, il Presidente Trump ha annunciato che non certificherà più l’effettivo rispetto dell’accordo da parte iraniana presso il Congresso, de facto delegando ad esso la stesura di un nuovo set di requisiti per l’Iran che comprenda anche misure di contro-proliferazione missilistica. Nel caso in cui il Congresso non riuscisse nel suo intento, il Presidente si riserva di “terminare l’accordo”.

Quello che Trump sembra proporre più che una nuova strategia sembra un ritorno all’approccio pre-2015 e in maniera neanche troppo radicale. Le uniche due manovre dichiarate, nuove sanzioni contro le Guardie della Rivoluzione Islamica e la non-certificazione, non implicano l’uscita degli USA dall’accordo. Ci si chiede se, quindi, le discussioni in Congresso siano un pro-forma e il Partito Repubblicano, facendo fallire qualsiasi compromesso, voglia appoggiare il Presidente (che ha criticato aspramente l’Iran Deal) permettendogli, così, di tirare fuori gli Stati Uniti dall’accordo, oppure se, effettivamente, Trump abbia delegato al Congresso la gestione di un dossier così importante come quello dell’accordo iraniano.

Intanto, le reazioni dei leader europei non si sono fatte attendere. Emmanuel Macron, Theresa May e Angela Merkel hanno preso parola congiuntamente con un comunicato stampa che recita:

We stand committed to the JCPoA and its full implementation by all sides. Preserving the JCPoA is in our shared national security interest. […] Therefore, we encourage the US Administration and Congress to consider the implications to the security of the US and its allies before taking any steps that might undermine the JCPoA, such as re-imposing sanctions on Iran lifted under the agreement.”

Simili le parole di Paolo Gentiloni:

L’Italia […] si unisce alla preoccupazione espressa dai Capi di Stato e di Governo di Francia, Germania e Regno Unito per le possibili conseguenze. Preservare l’accordo, unanimemente fatto proprio dal Consiglio di Sicurezza nella Risoluzione 2231, corrisponde a interessi di sicurezza nazionali condivisi.”

Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, in maniera più dura ha dichiarato che:

We cannot afford as the international community to dismantle a nuclear agreement that is working. This deal is not a bilateral agreement […] The international community, and the European Union with it, has clearly indicated that the deal is, and will, continue to be in place.”

Stiamo osservando una cristallizzazione delle posizioni transatlantiche sull’Iran che porterà a risultati incerti per quanto riguarda la tenuta dell’accordo. Quello che è chiaro è che lo scontro sull’accordo iraniano è stato semplicemente ritardato e che, quando sorgerà, avrà delle conseguenze anche sul ruolo della NATO in Europa.

Guarda anche “Sull’Iran, tutti contro Trump – Infografica

Lorenzo Termine

12 e 13 ottobre: i Ministri della Giustizia e dell’Interno europei si incontrano a Bruxelles.

Il Palazzo Justus Lipsius, sed eprincipale del Consiglio dell’UE.

Varie volte su queste colonne abbiamo avuto modo di parlare delle istituzioni europee deputate alla sicurezza interna, ossia all’interno delle frontiere dell’Unione. Una di queste è di sicuro il Consiglio Giustizia  Affari Interni, che riunisce a Bruxelles, con cadenza mensile, tutti i ministri dell’Interno e della Giustizia degli Stati membri. Ovviamente gli argomenti oggetto di discussione si soffermano sulle proposte legislative in itinere tra le viari istituzioni europee coinvolte. Di volta in volta, vuoi su input della Commissione europea, vuoi sulla base del lavoro dei  sottogruppi strategici e tecnici che sempre in seno al Consiglio si riuniscono, il Consiglio GAI affronta gli argomenti più disparati: dalla gestione delle frontiere esterne, all’ordinamento delle agenzie europee che operano nel settore, dal terrorismo all’eguaglianza di genere, dal cybercrime all’immigrazione ed all’asilo, dalla cooperazione giudiziaria alla procura europea. A distanza di qualche mese dall’avvio delle primissime attività della Presidenza estone, non possiamo non lodare le numerosissime iniziative intraprese nel settore dallo Stato membro baltico, di cui abbiamo esaltato parecchie peculiarità diverse volte qui su Europeanaffairs.it (qui, qui e qui ): un particolare impulso è stato dato proprio alle banche dati, allo scambio delle informazioni tra forze di polizia, alla cooperazione con le agenzie GAI specializzate; il tutto nell’ottica di una visione sempre più analitica e statisticamente intellegibile dei fenomeni securitari dell’Unione, volta a cercare rimedi e soluzioni altrettanto analiticamente misurabili e subito operativi sul campo.

Non a caso, la velocità con cui il Consiglio GAI promuove l’iter legislativo, la rapidità con cui discute di quanto portato alla sua attenzione in sede strategica e tecnica e l’efficacia delle azioni intraprese, molto dipendono dalla Presidenza di turno. Repetita iuvant, chi assume la Presidenza del Consiglio dell’Unione, guida tutti i tavoli  anche a livello ministeriale, quando il Consiglio si riunisce in diverse “versioni” per legiferare rispettivamente in “diverse” materie.

Ma veniamo a noi: il 12 ed il 13 ottobre a Bruxelles si è riunito un’altra volta il Consiglio GAI. Sono stati affrontati vari argomenti. Ci soffermeremo su quelli più inerenti gli home affairs, facendo un volo in planata sulle questioni attinenti alla giustizia.

Dopo un breve scambio di vedute sulla proposta di modifica del Codice Frontiere Schengen, già da tempo all’ordine del giorno del Consiglio, i Ministri hanno subito rinviato a quanto verrà loro suggerito a livello tecnico: la riforma del Codice Schengen prevede dei cambiamente nelle regole che disciplinano la reintroduzione dei controlli alle frontiere interne agli Stati membri. Inutile nascondere che l’argomento è un topic sensibile e non è facile, almeno a livello politico, raggiungere immediati accordi: pertanto è necessario che i tecnici, i così detti “eurocrati” (termine che noi non consideriamo dispregiativo, anzi) trovino prima delle possibili soluzioni compromissorie, sul campo.

A sinistra il commissario europeo per la Migrazione,Avramopoulos e a destra, il Ministro dell’Interno Estone, presidente del Consiglio GAI, Andreas Anvelt (foto www.consilium.europa.eu)

Alto argomento dibattuto è stato il terrorismo: è già il secondo mese che la Presidenza propone scambi di vedute sullo scambio di informazioni in chiave anti-terrorismo tra le Forze Armate e le Forze di Polizia. Anche questo argomento è però di difficile evoluzione: come abbiamo già detto su questo giornale (qui) non intravediamo nel breve periodo la nascita di una intelligence europea. Nessuno la intravede. E questo gli Stati membri, tutti gelosi della loro intelligence – dove non esistono alleanze – lo sanno bene. Si sta tentando allora di diffondere chiaramente l’idea che le Forze Armate, ormai da parecchi anni impegnate in medio-oriente ed in altre aree di crisi, godono dell’immenso privilegio di raccogliere intelligence durante le operazioni da loro condotte in queste aree e sono, sull’argomento, molto ferrate. Le loro informazioni, che sono quindi processate ed analizzate con rigore scientifico e , per l’appunto, militare, sono una risorsa preziosa. Queste informazioni sarebbero utilissime se condivise tra gli Stati e, ancora di più, tra le loro forze di polizia. Di sicuro i Paesi di origine “latina”, che annoverano tra le loro forze di polizia delle componenti di gendarmeria (ossia di forze di polizia a statuto militare, con competenza anche sulle questioni civili e di ordine pubblico) saranno avvantaggiati in questo ambito, proprio perché le gendarmerie possono dialogare indistintamente ed efficacemente sia con le forze militari sia con le forze di polizia ad ordinamento civile. Ma a parole sono bravi tutti: come abbiamo cercato di dimostrare in passato, un conto è scambiare informazioni di polizia, di taglio investigativo, ed un conto è scambiare ed utilizzare in ambito giudiziario informazioni coperte dal segreto perché raccolte dall’intelligence militare. Ogni ordinamento giuridico, e giudiziario,  di ogni Stato membro, è diverso dall’altro:  in qualche caso, molti Stati sono favorevoli ad una raccolta ed una condivisione dell’intelligence senza limitazioni ed a tutta birra; in alcuni Stati – sembrerà assurdo – l’azione penale non è obbligatoria da parte degli inquirenti (il che significa che un magistrato od un poliziotto potrebbero anche tenere per sé un’informazione relativa ad un reato, utilizzandola in un secondo momento… cosa impossibile in Italia!); in altri Stati la privacy, la corretta utilizzazione delle informazioni in sede giudiziaria, la più precisa separazione tra “poteri”, rappresentano capisaldi del diritto, che non possono essere intaccati se non in casi eclatanti, per necessità ampiamente comprovate. Ma va da sé che se l’intelligence si chiama così proprio perché è molto difficile parlare di dati “comprovati”. Insomma, l’Europa è in realtà ancora lontana, secondo chi scrive, dal raggiungere un accordo in materia. Altro argomento spinoso, di cui i Ministri hanno discusso, è quello dell’immigrazione: avanza l’iter legislativo per l’istituzione di un Sistema Europeo Comune di Asilo (CEAS – Common European Asylum System), e per il miglioramento del sistema EURODAC (che consente di identificare in maniera chiara ed incontrovertibile l’identità dei richiedenti asilo, principalmente per evitare che una persona possa richiederlo in più paesi contemporaneamente o in caso di diniego da parte di uno degli Stati membri). È una novità invece il tentativo della Presidenza di ricevere mandato dal Consiglio per avviare i negoziati con il Parlamento europeo su una normativa che disciplini e regoli la ricollocazione dei migranti e le prescrizioni in capo agli Stati membri nel settore della loro accoglienza. Una norma che, se approvata come piace a noi, metterebbe in mora gli Stati che fanno finta di non sentirci, quando si tratta di accoglienza dei migranti e, in più, metterebbe in ridicolo tutti quei movimenti di destra più o meno estrema che, cavalcando la tigre dell’intolleranza e della disoccupazione dei connazionali, rendono impossibile il processo di integrazione europea ed espongono i propri governi alle ire della Commissione, sempre pronta – con draconiana e giusta severità – ad avviare procedure di infrazione contro gli inadempienti.

Il Ministro italiano Orlando, il 12 ottobre, alla riunione dei Ministri della Giustizia (foto www.consilium.europa.it)

In ogni caso, non si può negare che ciascuno – a modo suo – sta cercando di far confluire in uno sforzo congiunto il tentativo di risolvere i problemi e le paure dei cittadini in questi settori.

Il giorno 12 ottobre, invece, i ministri della Giustizia hanno portato avanti l’iter legislativo per la creazione di una procura europea (EPPO – Europeana Public Prosecutor’s Office), che avrà tra i primi incarichi quello di indagare e punire chi si macchierà di offese agli interessi finanziari dell’Unione. Altro tassello  che si sta felicemente incasellando è quello della creazione del sistema ECRIS: European Criminal Records Information System, una banca dati centralizzata dei casellari giudiziali degli Stati membri, che dovrebbe facilitare il contrasto a vari fenomeni criminali, specialmente ste transfrontalieri e transazionali.

KFOR: La cellula CIMIC dona  materiale tecnico ai vigili del fuoco in Kosovo

SICUREZZA di

I militari del contingente Italiano “Multinational Battle Group West”(MNGB-W) , in particolare quelli appartenenti alla cellula CIMIC, hanno effettuato una consegna di equipaggiamenti e materiali tecnici, forniti dalla croce rossa, a favore dei vigili del fuoco della Municipalità di Dakovica, in Kosovo. L’operazione rientra, oltre che nell’ambito generale delle missioni KFOR, appartenenti alla NATO, con l’obiettivo di ristabilire l’ordine e la pace in Kosovo, in particolare nell’ambito dei progetti CIMIC sviluppati a favore delle fasce deboli delle popolazioni. CIMIC è l’acronimo che indica la Civil Military Cooperation, una funzione operativa che presiede all’interazione tra le forze militari e le componenti civili presenti nelle aree di crisi.

A seguito dei gravi danni provocati dalle alluvioni negli anni scorsi, il contingente Italiano ha istruito i vigili del fuoco Kosovari sull’impiego e l’utilizzo dei materiali donati, in caso di necessità di allestimento di un campo per sfollati a seguito di calamità naturali. L’operazione è stata  possibile grazie all’impegno di cooperazione tra la cellula CIMIC, con il capo settore Roberto Faccani, e il comando operativo di vertice Interforze dello Stato Maggiore della Difesa .

La consegna è stata effettuata con una significativa cerimonia, dove il dottor Faccani ed il colonnello Enzo Ceruzzi, comandante del “Multinational Battle Group West”, hanno ufficializzato il passaggio dei materiali all’ente locale Kosovaro. In questa sede le autorità hanno comunicato, di comune accordo, che ci sarà nei prossimi mesi la necessità di effettuare un ulteriore intervento nel quale si fornirà all’ente locale il materiale necessario per completare un Posto Medico Avanzato, in modo da portare il personale sanitario direttamente sulle zone calamitose e a rischio. Quest’attività si inserisce in un ambito di cooperazione più ampio e funzionale chiamato “Sistema Paese” e sottolinea l’importanza dell’ormai imprescindibile interazione tra componenti civili e militari in tutti gli scenari operativi.

 

Europol, nuovo successo per l’anticrimine

SICUREZZA di

Il 1° ottobre 2017 si è conclusa con successo un’operazione anticrimine. Quattro sospettati sono stati arrestati con l’accusa di far parte di un’organizzazione criminale per il traffico di droga. I sospettati sono stati sottoposti alla custodia cautelare per trenta giorni ma la sentenza finale potrebbe condannare i quattro uomini a 15 anni di carcere.

Le autorità hanno scoperto che il traffico illecito ha interessato tutta l’Europa, infatti la droga, acquistata in Spagna, veniva poi trasportata e smistata in tutta la Federazione Russa, tramite i corrieri che si sono mossi sotto i precisi ordini dei leaders criminali.

L’organizzazione criminale si è mossa negli ultimi anni, a partire dal 2011, fra gli stati membri dell’Unione e non solo, utilizzando tecniche anti intercettazione che non hanno dato modo alle forze di polizia di scoprire il traffico illecito fin ad ora. L’operazione anti criminale si è mossa in Europa e non solo in maniera eccellente negli ultimi due anni, grazie alla collaborazione di Europol che ha coordinato e finanziato le attività di informazione insieme alle autorità moldave e dei vari Stati Membri.

Nonostante questo traguardo, le autorità non si sono fermate e le ricerche stanno continuando per individuare gli altri uomini che partecipano al traffico illecito.

Cosa succede nell’ombra di internet?

INNOVAZIONE/SICUREZZA di

 Un giovane residente a Pamplona il 6 ottobre è stato arrestato dalle autorità spagnole, con l’accusa di traffico illecito di armi da fuoco. La compravendita avveniva attraverso uno dei maggiori marketplace del Deepweb, AlphaBay, recentemente chiuso dalle autorità insieme ad altri siti di questo genere. Il giovane spagnolo non è da considerarsi però un caso isolato; in tutta Europa sono stati fermati già sette uomini, a Cipro, in Svezia, in Germania e appunto in Spagna. Dalle indagini è emerso che il trafficante iberico si serviva dell’open web per procurarsi merce in maniera legale che veniva poi convertita ad hoc per il losco commercio. L’operazione della guardia civile spagnola, riuscita con successo, non ha solo portato alla luce altre notizie per l’individuazione di questi trafficanti, ma ha anche scongiurato parecchi pericoli.

C’é però da chiarire cosa sia esattamente il deep web.

Letteralmente è la parte nascosta del web, dove non ci sono standards di ricerca come per i tradizionali Google o Yahoo. Non è possibile entrare in questa rete attraverso i normali web browsers, è necessario innanzitutto entrare anonimamente in un browser denominato Tor, dove gli utenti riescono a collegarsi senza essere riconosciuti, utilizzando anche ulteriori protezioni per i propri account (VPN e non solo), per navigare liberamente. Rimane comunque poco complicato procedere a queste operazioni ed entrare nel mondo del deep/dark web.

Il mondo del deep web, come dice la parola stessa, è particolarmente profondo ed oscuro quindi pericoloso a sua volta. Gli argomenti trattati nei vari siti del web oscuro variano e fra di essi è possibile trovare infatti traffici illeciti come quello scoperto ed eliminato dalla Guardia Civile Spagnola. L’operazione compiuta con successo dalle autorità spagnole non è di certo ne l’unica tantomeno l’ultima, le ricerche per stanare traffici illeciti si muovono molto anche in questo ambito da molti ancora sconosciuto.

 

Parigi e Berlino alla prova sulla Difesa UE

EUROPA/POLITICA/SICUREZZA di

In Unione Europea, Francia e Germania sono i paesi (insieme all’Italia) con le Forze Armate più grandi, i primi due Stati per bilancio della Difesa (escluso il fuoriuscente Regno Unito) e, infine, Parigi detiene il primato per la flotta navale più numerosa. Viene da sè, quindi, che, quando si tratta di Difesa e Sicurezza dell’UE, Parigi e Berlino sono i due interlocutori principali.


Angela Merkel e Emmanuel Macron durante la visita del secondo a Berlino.

Negli ultimi anni, le possibilità di progresso dell’integrazione aperte dal Trattato di Lisbona in ambito di azione esterna sembrano aver iniziato a concretizzarsi. Fattori endogeni e fattori esogeni hanno contribuito a questo risultato. Tra i primi:

  1. Una cittadinanza in Francia e Germania favorevole (o almeno non ostile) all’integrazione UE in materia di Difesa e Sicurezza.
  2. L’elezione di Macron, sostenitore (almeno durante la campagna elettorale) dell’integrazione in sede comunitaria.
  3. La possibilità di approfondire tale integrazione senza dover cambiare i trattati vigenti.

Tra i secondi:

  1. La crescente instabilità nel vicinato Sud (primavere arabe, terrorismo, state-failures, migrazioni) ed Est (Ucraina in particolare).
  2. L’esito referendario sulla Brexit, che porterà il Regno Unito, attore tradizionalmente ostile all’integrazione di difesa e sicurezza, fuori dall’UE.
  3. L’ondata di incertezza circa l’affidabilità della garanzia di sicurezza nord-americana seguita sia in Francia che in Germania all’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca.

L’azione congiunta franco-tedesca sul dossier ucraino e il neonato attivismo tedesco in Africa, in cui storicamente non si è mai invischiata, testimoniano, infine, una moderata, parziale ma importante convergenza strategica.

Un passaggio chiave in cui Berlino e Parigi dovranno dimostrare solidità e lungimiranza sarà quello della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO). Nel luglio 2017, infatti, il Consiglio Europeo ha approvato il lancio della PESCO delegando agli Stati membri dell’UE la definizione di criteri per l’accesso a questa “Unione della Difesa”. Il Trattato sull’UE all’articolo 42, infatti, recita: “gli Stati membri che rispondono a criteri più elevati in termini di capacità militari e che hanno sottoscritto impegni più vincolanti in materia ai fini delle missioni più impegnative instaurano una cooperazione strutturata permanente nell’ambito dell’Unione”. La presentazione dei criteri deve avvenire entro 3 mesi. Francia e Germania dovranno essere capaci di presentare congiuntamente criteri realistici, ambiziosi e inclusivi, in questo che potremmo definire un vero e proprio “trilemma”. Un segnale positivo potrebbe essere arrivato dal vertice congiunto di luglio ma si attendono ancora sviluppi concreti.

Il principale ostacolo rimangono, però, le diverse percezioni, culture strategiche e ambizioni dei paesi UE. Le principali linee di faglia nella visione franco-tedesca sono: Europeismo e Nazionalismo per la Francia, Europeismo-Multilateralismo e Isolazionismo militare e politico per la Germania. Diverse visioni si scontrano anche sul ruolo della forza militare tra i paesi più forti in Europa: in Francia persiste un generale interventismo (almeno a livello esecutivo e nonostante una politica di tagli massicci alla difesa) mentre in Germania, dopo il 1989, vige un principio di “less is better” per le forze armate.

Lorenzo Termine

Guarda anche l’infografica “I recenti sviluppi in materia di Difesa UE

Donbass; interviene Alexander Hug, vice capo della missione OSCE

EUROPA/SICUREZZA di

 

lo scorso 6 ottobre 2017 è intervenuto in una conferenza a Kiev il vice capo della missione speciale di monitoraggio dell’OSCE, Alexander Hug. L’OSCE è un’organizzazione regionale per la promozione della pace, del dialogo politico e della cooperazione in Europa.

In particolare Alexander Hug si è espresso in merito alla situazione nella regione del Donbass, al confine tra Russia e Ucraina. La missione dell’OSCE consiste nel monitoraggio della situazione di tregua, con l’invio di circa 500 civili non armati nella zona interessata. Il cessate il fuoco è stato pattuito tra le parti il 5 settembre scorso.

La decisione era arrivata in seguito alla situazione di violentissimi scontri, con l’utilizzo di armi pesanti, che si era creata ed intensificata nei mesi precedenti, con il numero dei civili coinvolti in costante crescita. Il patto è stato, però, ripetutamente interrotto nei giorni seguenti , con bombardamenti pesanti che si sono registrati nella periferia di Mariupol, una città nell’Ucraina sudorientale, nella notte del 7 settembre. Inoltre sono stati avvistati dei carrarmati nella zona che intercorre tra il confine ed i 15 km di distanza da rispettare.

Alexander Hug nel suo intervento  ha continuato a fornire dati sugli ultimi attacchi. In particolare ha parlato degli eventi più vicini in ordini di tempo, riferendosi soprattutto alla giornata del 2 ottobre, quando le forze militari ibrido-Russe hanno attaccato le posizioni dell’esercito Ucraino 14 volte in 24 ore. Queste ultime hanno infatti aderito al cessate il fuoco nella zona di Donetsk, riversandosi però, con l’utilizzo di granate nei pressi del villaggio di Zaitseve, mettendo in grave pericolo numerosi civili.

In merito alla questione civili si è poi espresso riportando dati, “positivi”, se comparati con quelli degli ultimi mesi. Attraverso i monitoraggi, è stato possibile sapere che nell’ultimo mese il numero dei civili coinvolti nel conflitto è pari a 15, tra morti e feriti, ma rappresentano addirittura il 62% in meno rispetto ai mesi precedenti.

Alexander Hug, ha concluso il suo intervento citando chi realmente si trova nelle posizioni di potere in questo conflitto, chi potrebbe decidere di farlo cessare. “ Le persone che si trovano da entrambi i lati della linea di confine non aspettano altro che le figure in posizioni di potere facciano cessare il fuoco”, e continua “ Le persone armate, ma soprattutto chi li comanda, si stanno forse dimenticando di una cosa; i civili coinvolti, ed i 500, non armati, inviati dall’OSCE, vengono da 44 paesi differenti, ed hanno un solo obiettivo; la pace” .

L’arma più terribile del momento: lo stupro

SICUREZZA di

La violenza sessuale è diventata in alcuni contesti una vera e propria arma e tattica di combattimento, rientrando così nella categoria dei crimini di guerra e contro l’umanità. A denunciarlo è il report pubblicato il 5 ottobre 2017 dall’ONG Human Rights Watch che, commentando le interviste in RCA del periodo 2015-2017, punta il dito contro i comandanti delle forze armate, colpevoli troppo spesso di aver tollerato se non ordinato le violenze a danno di civili. Precedentemente, nel contesto congolese, era stato il chirurgo D. Mukwege, soprannominato l’uomo che ripara le donne, a condannare quest’arma pericolosamente conveniente ed efficace che distrugge non solo le donne ma anche il tessuto sociale.

Nelle zone di conflitto, le battaglie si combattono sul corpo delle donne. Ad affermarlo è il ginecologo chirurgo D. Mukwege, fondatore e direttore dell’ospedale Panzi a Bukavu nella Repubblica Democratica del Congo. La guerra sembra connaturata in questa zona dell’est: oro, diamanti, coltan attirano vari interessi e armano gruppi ribelli senza scrupoli. Dal 1999, il dottore con il suo staff ha curato più di 50.000 vittime di violenza sessuale. Le cure fornite non riguardano soltanto l’ambito medico ma anche il campo psicosociale e legale.

È necessario sottolineare che, in Africa, le donne sono perno della famiglia e dell’economia. Colpire le donne e distruggerle fisicamente e psicologicamente significa quindi dilaniare il tessuto sociale ed economico e generare ulteriore povertà.

I violentatori vogliono punire e terrorizzare la popolazione civile, indurla a fuggire; il tutto tramite stupri collettivi e pubblici che a volte comprendono l’uso di oggetti contundenti, granate, vetri inseriti crudelmente nelle parti intime. Il dottore, vincitore del Premio Sacharov per la libertà di pensiero 2014, ha sottolineato in varie occasioni che i crimini in questione sono ben pianificati e mirano a mettere in fuga comunità intere.

Non si spiegherebbero altrimenti violenze sessuali così sistematiche di cui sono vittime donne di ogni fascia d’età, minori di entrambi i sessi e addirittura neonati.

Uno scenario simile è presente anche nella Repubblica Centrafricana come denuncia il report HRW. 5 anni di conflitto, 2 gruppi armati principali: i Seleka, di matrice musulmana, e gli Anti-balaka di stampo cristiano-animista.

Le interviste a 296 sopravvissute raccontano casi di stupro e di schiavitù sessuale a danno di ragazze e donne, di età compresa tra i 10 e i 75 anni, che abitano nella capitale Bangui e in altre città come Alindao, Bambari, Boda, Mbrès. Solitamente le vittime sono catturate mentre vanno a scuola o al mercato oppure nei campi dove lavorano.

Ma le violenze si consumano anche in casa, davanti ai mariti e ai figli, costretti a vedere il macabro spettacolo e torturati, mutilati, se non violentati a loro volta. I casi di stupro documentati dall’organizzazione sono 305 ma si tratta ovviamente di un numero indicativo e di una ricerca mirata: l’Onu, ad esempio, denunciò 2.500 casi di violenza sessuale in RCA solo nell’anno 2014.

Delle 296 intervistate solo 145 hanno ricevuto cure mediche adeguate: mancanza di ospedali, costi, paure di stigmatizzazione alla base di tale abbandono. Solo 66 hanno ricevuto un supporto psicologico. Tutte le altre affrontano da sole – perché spesso abbandonate dalla famiglia per la vergogna – gravidanze non desiderate, depressione, DPTS, HIV. I responsabili girano liberi per le città tra deboli istituzioni, pochi tribunali e polizia assente. Eppure si tratta di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità diffusi e sistematici come condannati nell’art. 7 dello statuto di Roma della Corte Penale Internazionale.

In Ruanda e in ex-Jugoslavia, il Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR) e il rispettivo per i Balcani condannarono le violenze sessuali commesse in quei luoghi come crimine di guerra. La Corte penale speciale di Bangui quando emetterà una simile sentenza? E la Corte Penale Internazionale quando si spingerà oltre le indagini in corso?

Giulia Cataneo – Centro Studi Roma 3000

 

Iraq: conclusi i lavori di verifica del ponte sulla diga di Mosul.

ASIA PACIFICO/SICUREZZA di

Si concludono le attività di verifica dei lavori presso la diga di Mosul. Nei mesi precedenti, infatti, 500 militari della Task Force “Praesidium”,in collaborazione con il corpo di ingegneri dell’esercito statunitense, hanno operato in una complessa operazione di verifica della ricostruzione di un ponte su una diga, la più grande di tutto l’Iraq, a pochi chilometri da Mosul, dove sta operando con dei lavori all’infrastruttura idraulica la ditta italiana Trevi SPA. In questo ambito i militari della Task Force garantiscono la sicurezza dei cantieri.

Il ponte era stato danneggiato nel 2014 e successivamente riparato. Le caratteristiche della struttura e l’altezza da terra avevano però impedito una completa verifica della parte inferiore non permettendo l’omologazione definitiva. Qui il fondamentale intervento degli alpinisti della Task Force che, insieme ad alcuni tecnici militari USA, hanno realizzato un complesso passaggio aereo a doppia corda lungo oltre 30 metri. Ciò ha permesso la completa verifica dei lavori di ricostruzione del ponte. Se le tecniche utilizzate dal team del terzo reggimento Alpini di Pinerolo, subentrato il 14 agosto a quello del primo Bersaglieri di Cosenza, corrispondono a quelle tipiche da montagna, il contesto ambientale era diverso.

Questo fatto conferma la completa adattabilità delle procedure militari, dimostrandone una duplicità di impiego. Il lavoro dell’esercito a Mosul rientra nell’operazione “Inherent Resolve”, a cui l’Italia partecipa con la Missione Prima Parthica. L’operazione è di contrasto al terrorismo internazionale e vede 1500 militari, appartenenti a tutte le forze armate italiane, dispiegati nelle sedi di Baghdad e Erbil, con l’obbiettivo di addestrare le forze di sicurezza curde ed Irachene.

Domenico Martinelli
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