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Croce Rossa, allarme aggressioni ad operatori

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Allarme dall’osservatorio sulle aggressioni a operatori sanitari, un evento su tre da parte del branco e contro le donne, per il Presidente Rocca e’ necessario mettere in campo tutte le azioni possibili per neutralizzare il fenomeno

“Un compleanno celebrato in maniera speciale, quello della Croce Rossa Italiana, accendendo i riflettori su una realtà ancora nell’ombra in Italia. Abbiamo deciso di raccontare proprio domani, infatti, i progressi di “Non sono un bersaglio”, la campagna contro le violenze agli operatori sanitari e diffondere la prima fotografia del fenomeno. I dati del primo semestre dell’Osservatorio, istituito nel dicembre 2018 con l’intento di censire i rischi legati al volontariato durante le attività, evidenziano infatti il contesto pericoloso nel quale sono costretti a operare, ogni giorno, i nostri soccorritori. Inoltre, lanciamo anche un video con le reali testimonianze dei nostri ‘soccorritori sotto attacco’. Perché questo è un appello di civiltà e, come tale, dobbiamo farci promotori di una nuova cultura del rispetto e di una sempre maggiore consapevolezza da parte della cittadinanza. Ma, soprattutto, è un work in progress che vuole giungere all’elaborazione di proposte concrete per mitigare, se non neutralizzare, il grave fenomeno delle aggressioni”, spiega Francesco Rocca, Presidente della Croce Rossa Italiana e della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC).

 

I DATICROCE ROSSA. ALLARME DA OSSERVATORIO SU AGGRESSIONI A OPERATORI SANITARI: UNA SU TRE DA PARTE DEL BRANCO E CONTRO DONNE. ROCCA: “NECESSARIE AZIONI CONCRETE PER NEUTRALIZZARE IL FENOMENO”

 

L’ASSOCIAZIONE DOMANI CELEBRA IL SUO COMPLEANNO ACCENDENDO I RIFLETTORI SU UNA REALTA’ NELL’OMBRA

 

Roma, 14 GIUGNO 2019 – Un compleanno celebrato in maniera speciale, quello della Croce Rossa Italiana, accendendo i riflettori su una realtà ancora nell’ombra in Italia. Abbiamo deciso di raccontare proprio domani, infatti, i progressi di “Non sono un bersaglio”, la campagna contro le violenze agli operatori sanitari e diffondere la prima fotografia del fenomeno. I dati del primo semestre dell’Osservatorio, istituito nel dicembre 2018 con l’intento di censire i rischi legati al volontariato durante le attività, evidenziano infatti il contesto pericoloso nel quale sono costretti a operare, ogni giorno, i nostri soccorritori. Inoltre, lanciamo anche un video con le reali testimonianze dei nostri ‘soccorritori sotto attacco’. Perché questo è un appello di civiltà e, come tale, dobbiamo farci promotori di una nuova cultura del rispetto e di una sempre maggiore consapevolezza da parte della cittadinanza. Ma, soprattutto, è un work in progress che vuole giungere all’elaborazione di proposte concrete per mitigare, se non neutralizzare, il grave fenomeno delle aggressioni”, spiega Francesco RoccaPresidente della Croce Rossa Italiana e della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC).

I DATI

Ecco quanto emerge dal primo semestre di raccolta dati dell’Osservatorio, un form anonimo mediante il quale tutti i volontari CRI possono denunciare casi di aggressioni, fisiche e/o verbali all’Associazione:

·         quasi metà delle aggressioni sono fisiche (42% delle denunce pervenute) e non limitate all’insulto o all’invettiva;

·         quasi metà delle aggressioni avviene in strada (47% delle denunce pervenute);

·         più di un’aggressione su tre (35% delle denunce pervenute) è stata compiuta da persone non direttamente coinvolte nel soccorso (no utente, no parente o amico dell’assistito);

·         più di una su quattro è ad opera del “branco” (28% delle denunce pervenute).

“Dal 2017 – sottolinea Rosario Valastro, Vicepresidente Nazionale della Croce Rossa Italiana – Croce Rossa italiana aderisce alla campagna internazionale #NotATarget, nell’ambito della più ampia iniziativa “Health Care in Danger”, lanciata dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) a seguito dell’uccisione di alcuni volontari in Afghanistan, in Nigeria e in Siria. Finora questo tipo di violenze è stato associato a scenari ‘lontani’, a Paesi coinvolti da conflitti bellici o di altro tipo. Ecco perché abbiamo ritenuto sostanziale denunciare, attraverso ‘Non sono un bersaglio’, una realtà semisconosciuta o spesso sottovalutata ma che ci coinvolge ‘da vicino’ e che riguarda non solo i volontari CRI, ma tutti gli operatori e/o strutture sanitarie in Italia”.

IL VIDEO

Il video sulle aggressioni ricostruisce, attraverso narratori anonimi, alcune reali e dettagliate denunce pervenute all’Osservatorio e che, per tutelare la privacy delle vittime, sono state fatte interpretare da volontari della Croce Rossa Italiana.


 

Ecco quanto emerge dal primo semestre di raccolta dati dell’Osservatorio, un form anonimo mediante il quale tutti i volontari CRI possono denunciare casi di aggressioni, fisiche e/o verbali all’Associazione:

·         quasi metà delle aggressioni sono fisiche (42% delle denunce pervenute) e non limitate all’insulto o all’invettiva;

·         quasi metà delle aggressioni avviene in strada (47% delle denunce pervenute);

·         più di un’aggressione su tre (35% delle denunce pervenute) è stata compiuta da persone non direttamente coinvolte nel soccorso (no utente, no parente o amico dell’assistito);

·         più di una su quattro è ad opera del “branco” (28% delle denunce pervenute).

“Dal 2017 – sottolinea Rosario Valastro, Vicepresidente Nazionale della Croce Rossa Italiana – Croce Rossa italiana aderisce alla campagna internazionale #NotATarget, nell’ambito della più ampia iniziativa “Health Care in Danger”, lanciata dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) a seguito dell’uccisione di alcuni volontari in Afghanistan, in Nigeria e in Siria. Finora questo tipo di violenze è stato associato a scenari ‘lontani’, a Paesi coinvolti da conflitti bellici o di altro tipo. Ecco perché abbiamo ritenuto sostanziale denunciare, attraverso ‘Non sono un bersaglio’, una realtà semisconosciuta o spesso sottovalutata ma che ci coinvolge ‘da vicino’ e che riguarda non solo i volontari CRI, ma tutti gli operatori e/o strutture sanitarie in Italia”.

Roma: firma di un Protocollo d’intesa tra la Questura di Roma e i gestori delle principali discoteche della zona EUR.

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Siglato, presso la Questura di Roma, è stato siglato il Protocollo d’intesa, giunto ormai alla sua terza edizione, tra il Questore di Roma e i responsabili dei principali locali di pubblico spettacolo insistenti nella zona dell’EUR. Questa firma sottolinea l’importanza del partenariato pubblico-privato, e si pone nella logica del raggiungimento del rispetto della legge, anche e soprattutto, tramite una costante e fruttuosa collaborazione tra privati cittadini e le forze dell’ordine. Continue reading “Roma: firma di un Protocollo d’intesa tra la Questura di Roma e i gestori delle principali discoteche della zona EUR.” »

La sicurezza cibernetica nell’Unione Europea

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Il tema della sicurezza cibernetica é di estrema importanza per enti pubblici, privati e della societá civile di tutto il mondo. La ragione é semplice: pressoché ogni elemento della societá odierna é ormai in contatto – in maniera diretta o indiretta – con il mondo digital-informatico, e che tu sia un singolo privato, una multinazionale o il capo di stato di una qualsiasi nazione, ci saranno informazioni, dati e infrastrutture da proteggere a tutti i costi. Continue reading “La sicurezza cibernetica nell’Unione Europea” »

Il ritorno dei jihadisti maghrebini dell’ISIS minaccia la sicurezza europea

Negli ultimi cinque anni più di 50.000 jihadisti di oltre cento paesi si sono recati in Siria, Iraq e Libia per unirsi ai ranghi dello Stato Islamico (ISIS). E solo dalla zona maghrebina il numero dei combattenti partiti è altissimo, una mobilitazione senza precedenti. Il ritorno dei sopravvissuti in Paesi come il Marocco, la Tunisia o l’Egitto è una minaccia per questi territori, ma anche per l’Unione Europea, secondo uno studio pubblicato nei giorni scorsi da un centro studi di Bruxelles, Egmont, e dalla fondazione tedesca Konrad-Adenauer-Stiftung.

Il rapporto, prologato dal coordinatore europeo della lotta contro il terrorismo, Gilles de Kerchove, avverte che il ritorno di jihadisti nordafricani può generare instabilità nella regione con un potenziale “impatto negativo sulla sicurezza europea”. Il rischio di contagio è rafforzato perché, appunto, la maggior parte dei combattenti stranieri provenienti dall’Europa sono di origine nordafricana, il che rafforza i legami dei circoli jihadisti attraverso il Mediterraneo. Questa relazione può avere un impatto duraturo sulla sicurezza di entrambe le regioni. Il documento ricorda che il contagio è già avvenuto in precedenti ondate di combattenti e collega agli attentati di Casablanca (2003) e Madrid (2004) a gruppi di marocchini che si sono trasferiti in Afghanistan  dopo la vittoria dei talebani nel 1996 e in Iraq dopo l’invasione degli Stati Uniti nel 2003. In questa occasione, il rischio è ancora maggiore perché la mobilitazione di combattenti maghrebini è stata maggiore delle precedenti, compresa quella dei jihadisti anti-sovietici attivi in Afghanistan negli anni ’80. Ora, che l’autoproclamatosi Califfato è stato espulso anche dalla sua ultimo roccaforte in Siria, molti governi si trovano ad affrontare la sfida del ritorno dei sopravvissuti. Ci sono Paesi che si rifiutano di accettarli, come Olanda e Svizzera. Altri sono disposti   ricevere i propri cittadini, ma nessuno ha una formula magica per fermarli, processarli, arrestarli e riabilitarli, se possibile. Lo studio in questione si concentra su come dovrebbero affrontare una simile sfida i governi di Egitto, Tunisia e Marocco. L’Algeria non fa parte delle indagini perché il numero di jihadisti che si sono arruolati con l’ISIS è molto basso, secondo i ricercatori. Kerchove sottolinea nel prologo la cooperazione esistente  tra le autorità europee e i Paesi del Nord Africa, ma l’UE è pronta ad aumentare i suoi sforzi dato il rischio in essere, in particolar modo per quei soggetti in possesso di doppia nazionalità, una di queste europea. Dei tre Paesi analizzati nel rapporto, il Marocco appare di “gran lunga” il più preparato ad affrontare il ritorno dei jihadisti: ha adottato misure legali rafforzando contemporaneamente i suoi servizi di sicurezza. E, cosa unica nel Maghreb, ha avviato programmi di deradicalizzazione nelle carceri. “Al contrario”, osserva lo studio, “Egitto e Tunisia sono molto meno trasparenti e sistemici nelle loro procedure”.

Il Marocco è il Paese che fornisce le cifre ufficiali più accurate sulla situazione: i marocchini che si sono recati in Iraq e in Siria tra il 2013  e il 2017 sono stati 1.664, tra cui 285 donne e 378 bambini. Di questi, 596 sono morti in combattimento o in attacchi suicidi. Ne sono tornati 213, tra cui 52 donne e 15 bambini. Quasi tutti sono stati consegnati alla giustizia e incarcerati, con sentenze che vanno dai 10 ai 15 anni, secondo fonti ufficiali. Il Marocco ha riformato la sua legislazione antiterrorismo nel 2014 includendo pene che prevedono carcere dai 5 ai 15 anni e multe fino a 45.000 euro per coloro che aderiscono o cercano di unirsi a gruppi armati non statali, sia al di fuori che all’interno dei confini. Questa legge è stata la chiave per affrontare la situazione attuale. Inoltre, nel 2016 è stato lanciato un programma all’interno delle carceri chiamato “Moussalaha” (Riconciliazione) che mira alla deradicalizzazione e reintegrazione dei terroristi, mirando sia a chi non è mai uscito dal Paese sia a chi è ritornato dopo aver combattuto all’estero. Lo studio sottolinea “l’efficienza” con cui il Marocco combatte il terrorismo, ma sottolinea che, ad eccezione del programma precedentemente menzionato, non ci sono altre iniziative di riabilitazione. “E non c’è nulla di specifico per i rimpatriati, che sono trattati come il resto dei terroristi. Né è previsto nulla per donne e bambini”. Inoltre, molte sono le accuse di tortura e i limiti alle libertà civili, in nome della lotta al terrorismo: molte ONG denunciano in modo ciclico l’arresto di salafiti non coinvolti in attività terroristiche.

Per quanto riguarda l’Egitto, l’immagine è più cupa. Non si sa quanti ne siano rimasti o quanti ne siano tornati, sebbene le fonti non ufficiali gestite dall’ONU stimino tra 350 e 600 jihadisti egiziani  all’estero. Non esiste una legislazione appropriata per affrontare il ritorno, a cui si aggiunge una mancanza di trasparenza da parte delle autorità. Lo studio sottolinea che la tortura e le confessioni forzate predominano e che le carceri sovraffollate sono diventate centri in cui la radicalizzazione si sta espandendo. Il modo in cui l’Egitto affronta il ritorno dei jihadisti non solo non previene la violenza, ma piuttosto ricrea e rafforza la stessa dinamica che ha portato i jhadisti all’estero.

Infine, la Tunisia è il paese con il maggior numero di terroristi nei ranghi dell’ISIS in relazione alla sua popolazione di 11,5 milioni di abitanti. Le stime vanno dai 7.000 presenti in Siria, secondo le Nazioni Unite e i 3.000 secondo le autorità tunisine. A questi vanno aggiunti anche quelli presenti in Libia, stimati fra i 1.000 e i 1.500. La maggior parte di quelli che sono ritornati in patria (circa 1.000 fino a marzo 2018) sono stati condannati a cinque anni di reclusione. Il rapporto si rammarica del fatto che la Tunisia abbia affrontato il problema concentrandosi solo sulle misure di punizione: alcuni rimpatriati rimangono diversi mesi in prigione senza essere processati, mentre altri vengono rilasciati dopo essere stati interrogati sommariamente. Ciò suggerisce che la gestione di questo problema da parte del governo è arbitraria ed esposta al caso.

Il problema dei jihadisti che ritornano nei Paesi di provenienza deve essere affrontato con umiltà e trasparenza, con una condivisione di informazione tra i diversi governi interessati, sia europei che nordafricani o mediorientali, conclude lo studio.

Di Mario Savina

La Difesa Italiana smentisce coinvolgimento in scontri in Libia

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In merito al alcuni articoli di stampa e a quanto di recente è stato riportato su alcuni social media, lo Stato Maggiore della Difesa ritiene necessario precisare che il personale delle Forze Armate italiane impiegato nella Missione Bilaterale di Assistenza e Supporto in Libia (MIASIT) e sulla nave di supporto logistico presente a Tripoli ed inquadrata nell’operazione Mare Sicuro, non è assolutamente coinvolto negli scontri attualmente in atto nel Paese nordafricano. Continue reading “La Difesa Italiana smentisce coinvolgimento in scontri in Libia” »

Frontiere esterne dell’UE: + 10.000 guardie di frontiera e maggior cooperazione

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Il 17 aprile, il Parlamento europeo ha deciso di rafforzare l’Agenzia europea di guardia costiera e di frontiera con un corpo permanente di 10.000 guardie di frontiera entro il 2027. L’Agenzia avrà inoltre un mandato più forte in materia di rimpatri e coopererà più strettamente con i paesi terzi, compresi quelli oltre l’immediato vicinato dell’UE. Questo rafforzamento darà all’Agenzia il giusto livello di sviluppo necessario per rispondere alle sfide comuni che l’Europa deve affrontare nella gestione della migrazione e delle sue frontiere esterne. Continue reading “Frontiere esterne dell’UE: + 10.000 guardie di frontiera e maggior cooperazione” »

EU, l’operazione Sophia dell’UE: proroga ma senza navi

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L’EUNAVFOR MED Operation Sophia, nota come l’Operazione Sophia dell’Unione europea, proseguirà per sei mesi, durante i quali sarà però sospeso temporaneamente l’impiego delle unità navali: è quanto previsto dai 28 rappresentanti degli Stati membri riuniti nel Comitato politico e di sicurezza (CPS) dell’UE, ente responsabile della politica estera e di sicurezza comune (PESC) e della politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC).

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admin
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