GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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POLITICA - page 3

29° summit della Lega Araba – Leader uniti su Palestina e Iran

 

 

Si è concluso domenica scorsa il summit della Lega Araba, giunto alla sue 29esima edizione. L’incontro, tenutosi a Dharan (Arabia Saudita) ha visto riunirsi i 21 membri attivi della lega e personalità di spicco dello scenario internazionale, come l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, il presidente della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Unico membro assente la Siria, sospesa dalla Lega nel novembre del 2011, quando iniziarono le rivolte nel paese ed in seguito alle azioni repressive condotte dal regime di Assad a danno della popolazione civile.

I vari paesi membri erano rappresentati dai capi di stato e di governo, ad eccezione del Qatar che, invece, ha inviato il proprio rappresentate presso la Lega Araba. Un gesto, questo, accolto non molto positivamente dal resto della comunità araba. Ricordiamo, infatti, che da parecchi mesi i rapporti della monarchia con i paesi arabi e mediorientali si sono fortemente incrinati, determinando una crisi diplomatica proprio tra vicini di casa. In particolare, lo scorso 5 giugno, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto hanno annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar, accusando quest’ultimo di fornire supporto a gruppi estremisti e terroristi. L’invito del Qatar a partecipare al summit era arrivato insieme all’annuncio che la crisi diplomatica non sarebbe stata posta nell’agenda dell’evento. L’assenza dell’emiro del Qatar, è stata, dunque, percepita come un segno di arroganza, che ha gettato ulteriore benzina su un fuoco ancora molto ardente.

Il vertice si è concentrato maggiormente sui temi in agenda, mostrando come vi sia una notevole unità di pensiero tra i leader su temi d’importanza cruciale per il contesto arabo e mediorientale e gli equilibri tra la regione e gli attori esterni.

Tre i grandi temi trattati: la questione israelo-palestinese, la guerra in Yemen e la pericolosa influenza dell’Iran. Non sono, invece, stati messi in agenda, come accennato, né la crisi diplomatica con il Qatar né la guerra in Siria. Tuttavia, un comunicato stampa pubblicato dalla Lega Araba al termine del summit invoca la conduzione di “independent International investigation to guarantee the application of International law against anyone proven to have used chimical weapons”. Da notare, infatti, che il summit ha avuto inizio 24 ore dopo l’attacco di USA, Gran Bretagna e Francia sui alcuni siti militari siriani. Tale azione nasce in risposta ad un presunto attacco chimico condotto dal regime contro alcuni ribelli, attacco per altro negato dal presidente Bashar e l’alleato russo.

 

PALESTINA E ISRAELE

Riflettori puntati su Palestina ed Israele, tema che ha portato alla luce una posizione peculiare dei paesi arabi. Da un lato, la ferma opposizione alla decisione del presidente statunitense Donald Trump di spostare la sede dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quest’ultima come capitale della nazione israeliana. Per un paese come gli Stati Uniti, che ha sempre giocato un ruolo di mediazione nel conflitto arabo-israeliano, un gesto simile viene visto dai leader mediorientali come uno spostare la propria posizione di neutralità verso quella di terza parte in causa, un passo decisamente significativo (e se vogliamo, pericoloso) in un contesto delicato come quello del Medio Oriente. Come sottolineato dal re Salman -che ha rinominato il vertice “Jerusalem summit” proprio per sottolineare la solidarietà verso il popolo palestinese- i leader arabi riconoscono il diritto del popolo palestinese di stabilire un proprio stato indipendente, con Gerusalemme come capitale. La stessa Gerusalemme Est appartiene, a loro opinione, ai territori palestinesi. In aggiunta, il re Salman ha annunciato la donazione di 150 milioni di dollari all’amministrazione religiosa che gestisce i siti religiosi musulmani a Gerusalemme, come la moschea Al-Aqsa e di altri 50 milioni per i programmi condotti dalle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente.

Dall’altro lato, invece, i leader arabi –ad eccezione del presidente Abbas- si sono espressi a favore del piano di pace proposto da Trump per il conflitto tra i due popoli. I dettagli di questo piano, tuttavia, non sono ancora stati resi noti, ma potrebbe prevedere una soluzione a due stati.

 

GUERRA IN YEMEN

Altro tema caldo è stato la guerra civile che da circa tre anni logora lo Yemen, e vede coinvolti (sul campo e a livello di interessi in gioco) diversi attori mediorientali accanto a potenze straniere come Russia e Stati Uniti. Il paese è teatro di scontri tra le forze fedeli al governo di Hadi, che di fatto ha perso il controllo di numerose porzioni del territorio nazionale, e i ribelli Houthi, alleati con l’ex presidente Saleh e supportati militarmente e finanziariamente dall’Iran. In campo, inoltre, una coalizione militare a guida saudita, che vede impegnati paesi occidentali (USA; Francia, GB) e alleati mediorientali, come gli Emirati Arabi.  Ancora una volta i leader arabi hanno riaffermato il loro supporto alla nazione e l’obiettivo di ripristinare l’unità, l’integrità, la sicurezza, la sovranità e l’indipendenza della nazione yemenita. La totale responsabilità attribuita ai ribelli Houthi, rimanda ad un altro tema centrale del summit: l’Iran e la politica aggressiva sul piano internazionale.

 

L’AGGRESSIVITÀ’ DELL’IRAN

Non sono mancate nel corso della giornata condanne alle politiche condotte all’estero dall’Iran, dettate da atteggiamenti aggressivi e perpetuate violazioni dei principi del diritto internazionale. Diretto riferimento al supporto ai ribelli Houthi in Yemen, ma anche al regime di Bashar al Assad in Siria. Chiaro il tentativo del re Salman di sfruttare il summit per allineare i paesi arabi contro lo storico rivale Iran. L’Iran, ad oggi, è visto come la principale causa di instabilità nella regione, “colpevole” di destinare le proprie risorse finanziarie e militari per alimentare guerre per procura in paesi dilaniati da anni di guerra civile, come appunto Siria e Yemen. In Siria, come detto, le milizie shiite iraniane supportano le forze governative di Assad, regime anche questo shiita. Similmente in Yemen, l’esperienza militare e le armi iraniane sostengono i ribelli Houthi, che hanno nel corso del conflitto conquistato diverse porzioni del territorio nazionale, compresa la capitale Sana’a. Non è mancata la risposta iraniana: il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Qasemi ha, infatti, dichiarato che le accuse sollevate in occasione del summit sono solo il risultato della pressione esercitata dal suo più grande nemico, l’Arabia Saudita, paese ospite del summit.

 

Vediamo, quindi, come le acque nel Medio Oriente continuino ad essere piuttosto agitate. Sebbene si possa intravedere un’unità d’intenti in alcuni ambiti, i temi caldi sono ancora molti ma soprattutto manca allo stato attuale un vero e proprio “corse of action” per raggiungere gli obiettivi raggiunti. È auspicabile, dunque, che questo messaggio di allineamento dei paesi arabi si trasformi ora in un’azione pratica, che possa portare, step by step, a garantire una maggiore sicurezza e stabilità nella regione.

 

Paola Fratantoni

Elezioni italiane. Intervista a Alberto Alemanno

Europe/POLITICA di

A più di un mese dalle elezioni politiche e nel mezzo del walzer delle consultazioni, il ricordo della campagna elettorale, dei suoi temi e dei suoi toni si fa più blando. Si è trattato, però, di una campagna animata, caratterizzata dall’emergere di nuove istanze, da un divario di opinioni rispetto all’operato del governo momentaneamente ancora in carica, dal clima populista che ha conquistato l’intero continente europeo, ma anche da Continue reading “Elezioni italiane. Intervista a Alberto Alemanno” »

Copy of Roma, Amnesty International incontra il capo della polizia

POLITICA di

Una delegazione di Amnesty International guidata dal suo direttore generale Gianni Rufini ha incontrato, nel pomeriggio dell’8 marzo, il capo della Polizia, prefetto Franco Gabrielli.

Nel colloquio, richiesto dall’organizzazione per i diritti umani, Rufini ha sottolineato che Amnesty International è contraria a ogni forma di violenza, inclusa quella nei confronti di agenti di polizia che non di rado si trovano a prendere decisioni e ad agire in condizioni difficili e tese, nonché a reagire ad azioni violente.

L’occasione è stata utile per illustrare nei dettagli il progetto degli “osservatori nelle manifestazioni”, il cui compito – come previsto in altri progetti del genere svolti all’estero – è quello di monitorare il comportamento delle forze di polizia schierate in una manifestazione con funzioni di ordine pubblico e verificare se questo rispetti o meno gli standard internazionali sull’uso della forza e altri standard rilevanti in tali contesti.

Il primo dispiegamento degli osservatori è avvenuto il 24 febbraio, in occasione della manifestazione organizzata dall’Anpi a Roma.

Rufini ha chiarito che il progetto non è “contro le forze dell’ordine” ma consiste in un’attività di monitoraggio degli organi statali fondata sull’impegno assunto da tutti gli stati, sulla base della Dichiarazione universale dei diritti umani e di successivi trattati, non solo di rispettare i diritti umani fondamentali ma anche di rendere conto alla comunità internazionale e alle opinioni pubbliche del modo in cui lo fanno.

Si tratta dunque – ha precisato Rufini – di un progetto di garanzia per tutti, destinato a favorire l’incolumità dei manifestanti ma anche a tutelare la reputazione degli operatori delle forze di polizia che svolgono correttamente il loro lavoro.

Infine, Rufini ha ricordato che dal 2014 al 2016, in collaborazione con Oscad, Amnesty International ha svolto attività di formazione e di aggiornamento professionale degli operatori delle forze di polizia, coinvolgendo 3600 destinatari. Nel 2018 le attività sono proseguite attraverso la formazione dei formatori delle diverse scuole di polizia.

All’esito della riunione il prefetto Gabrielli ha aderito all’invito di programmare incontri con funzionari della Polizia di Stato per un confronto su tematiche di comune interesse.

Dopo le ideologie la politica dello spazio

POLITICA di

Dopo l’epoca delle ideologie, quella dello spazio? La politica in un mondo più complesso

Si è concluso così il ciclo di conferenze organizzate dal prof. Edoardo Boria grazie alla collaborazione della Società Geografica Italiana, ponendosi il quesito circa il ruolo nel mondo attuale della geopolitica e se si può parlare di una nuova ideologia di spazio. Prima degli interventi degli ospiti è stato proiettato parte del filmato prodotto dal prof. Boria “Cos’è la geopolitica?” da cui è stato interessante notare dei fili conduttori di tutte le varie interviste dei professori o esperti presenti nel video sul tema di cui sopra: la fine del bipolarismo in seguito alla II guerra mondiale rappresentata come una tra le cause principali della ripartenza e riscoperta del termine “geopolitica” e tutti gli studi ad essa connessi, la globalizzazione come il fenomeno unificatore ma altresì fornente l’opportunità con cui ritrovare un’unità politica ed infine la riterritorializzazione in quanto segnale del bisogno della componente geografica insieme a quella politica. Accanto ciò molti studiosi notano con dispiacere dell’ “abuso” della geopolitica nei discorsi o negli insegnamenti contemporanei, e quando spesso si parla troppo di qualcosa, questa si conosce molto meno rispetto a quanto si possa immaginare.

Il primo intervento è quello del prof. f. Salvatori, mediatore dell’incontro se non Presidente emerito della SGI, che ha voluto sottolineare come tale ciclo d’ incontri abbia promosso una piena riabilitazione del pensiero geopolitico all’interno della geografia, ribadendo che sia stato il fascismo a far scomparire questa disciplina, canalizzando il pensiero umano, che veniva costruito su un’unisca grande razza. Alla domanda “Ideologia dello spazio?” tenta un sì, richiamando il chiaro esempio della necessità del califfato di avere un proprio territorio e quindi di come un’entità politica non sopravviva senza un’ideologia di base che le permetti di svilupparsi. Secondo Salvatori poi la geografia va studiata con gli occhi della scienza e non dell’ideologia che allontanerebbe soltanto gli obiettivi.

Si passa la parola a Germano Dottori, professore presso la Luiss di Roma e collaboratore di Limes: “sono stato collega di Carlo Jean, grande esperto di strategia geopolitica”, esordisce Dottori. Riprendendo il pensiero dello stesso Jean ritiene che la geopolitica fosse morta con il fascismo e sarebbe stato dunque impossibile assistere ad una rinascita, o per lo meno ad un nuovo equilibrio tra forze politiche divergenti. Ciò che secondo Dottori davvero contraddistingue la geopolitica, intesa come teoria spaziale, è l’interferenza reciproca dello spazio e della teoria politica, di stampo realista, facendo si che l’ideologia sia l’antidoto di ciò che la geopolitica contiene; la formulazione della stessa si basa su concetti opposti rispetto a quelli di un’ideologia. Lo spazio della geopolitica contemporanea è di multilivello: si estende dalla geografia all’economia, vi sono componenti orizzontali che collaborano tra di loro, da qui si parla infatti di geoeconomia, geofinanza, geocultura. La fine della guerra fredda ed il processo di globalizzazione segnano una fase di reintegrazione della sovranità di molti stati nazionali, (non più come in passato in cui vi erano le super potenze, e dunque gli equilibri si basavano sullo schieramento del resto degli attori, se a fianco o schierati contro di esse). La fine di tale conflitto ha permesso inoltre agli stati una maggiore libertà d’azione, nuovi possibili progetti di espansione statale: il mondo iniziava a scongelarsi dalla cristallizzazione che conteneva prima gli equilibri. Per quanto riguarda la definizione del ruolo della geopolitica, essa è ritenuta uno strumento pratico, di orientamento e di prova a rendere intellegibili i fatti a coloro che non ne sono strettamente dentro; deve in qualche modo far emergere quello che c’è dietro una competizione, la concorrenza, gli obiettivi che sottendono le grandi azioni politiche agli occhi degli. La geopolitica ha a che fare con la logica del conflitto e ne deve permettere una maggior trasparenza; da studioso di strategia Dottori conclude che La geopolitica non è solo teoria ma soprattutto dottrina, dalla profondità strategica.

Il terzo relatore è Carlo Galli, dell’Università di Bologna secondo cui, partendo dal quesito iniziale, bisogna evitare che la geopolitica diventi una nuova ideologia, un qualcosa che possa spiegare la politica. Riconosce tuttavia necessario il collegamento della geografia, del controllo dello spazio geografico con le dinamiche dei vari paesi, parla di coazione interna in quanto unificazione di molteplici aspetti all’interno delle società contemporanee. Risalendo indietro nel tempo, ricorda che lo strumento di potenza, di minaccia come quello della bomba atomica ha fatto sì che non si avesse la giusta attenzione dello spazio, data la rilevanza che la prima aveva nei confronti del secondo e solo dal momento in cui si sono prese in considerazione le coazioni spaziali dell’agire politico si è tornati ad approcciare la geopolitica; con Ratzel e i teorici della scuola di Monaco, ad esempio, la geopolitica era considerata nelle componenti non solo strettamente geografiche ma anche scientifiche o biologiche, a causa dell’assenza di elementi geografici, in primis i confini naturali, che potesse dar loro studi appropriati basati su elementi concreti. Al giorno d’oggi, fa presente Galli è fondamentale saper distinguere il concetto di geopolitica da ogni altro concetto che gli si sia attribuito esternamente, senza un reale nesso. La geopolitica è una delle tante chiavi di lettura e.. non ci si scordi che prima vi è la politica e poi lo spazio.

Floriana Galluccio, direttamente da Napoli ha una posizione alquanto differente dagli interventi precedenti: accetta innanzitutto di rispondere alle provocazioni iniziali del prof. Dottori, ritenendo che ci sia un’idea della geografia in quanto descrizione dello spazio orizzontale scorretta proprio perché tale “orizzontalità” dovrebbe superarsi e oltrepassare l’idea della riduzione della geografia a geomorfia. Cita Faivre che riteneva l’uomo un animale politico, ponendo così prima la dimensione umana di quella spaziale. Secondo la professoressa la geopolitica rientra nella natura storica e teorica della geografia politica ma le due non coincidono. Approccia poi un flashback storico dalla crisi della sovranità dello stato post vestfaliano all’introduzione del soft power, e di come il problema tra epistemologia interna (dibattito interno del sapere) ed esterna (dibattito esteso nelle relazioni e con gli altri rami del sapere) sia ancora molto attuale. In quanto al quesito centrale dell’incontro, analizza la coppia ideologia – spazio, esponendo una definizione della prima, a partire dal dizionario Treccani per poi passare ad un excursus dei maggior politici letterati del tempo che si sono posti cosa fosse veramente un’ideologia, da Marx e ed Hegels, passando per Lenin, a Gramsci e ripercorrendo alcune interpretazioni della politica e della visione di questa all’interno della geografia di autori moderni e contemporanei, tra cui anche il noto “nomos” di Schmitt.

Conclude l’incontro il dott. Matteo Marconi: egli riprende le problematiche che dal titolo possono scaturire, domandandosi innanzitutto se il periodo delle ideologie sia realmente passato oppure no. La politica è ora solo uno dei componenti della vita della complessità dell’uomo, insieme all’economia e l’utilità della geopolitica dipende da una serie di presupposti che vanno tolti: non va considerata ad esempio nell’ottica giornalista, intesa come relazione con la politica dello Stato moderno né tanto meno confusa con la politica estera, le cui competenze spettano a soggetti ben diversi dai geopolitici. Dichiara in seguito che la geopolitica “non è un gioco di scacchi”, perché altri elementi devono interferire con essa, al di là della pura politica interna; lo spazio non può essere definito un mero spazio politico così come non può più considerarsi lo Stato l’unico centro di gravità di controllo, né che la politica si riduca alla sola volontà degli attori che ne prendono parte dato che essi non agiscono esclusivamente in base a principi razionali, la componente del territorio è del tutto fondamentale per la scelta di un’azione politica.

Dunque il ruolo della geopolitica sta indubbiamente ancora subendo delle evoluzioni e con lei, i vari campi del conoscere. La certezza è che una sua maggior conoscenza non può far altro che contribuire alla comprensione degli eventi che colpiscono la scena d’oggi. Ma si hanno i giusti strumenti ? A voi una riflessione che vi colpirà in maniera più diretta di quanto possiate immaginare.

Laura Sacher

 

 

La Corea del Nord e la corruzione: ecco l’ennesima ferita sanguinante per la middle-and low class coreana

ASIA PACIFICO/POLITICA di

Un’altra “pedina” da eliminare, quella della corruzione che ultimamente sta dilagando in Corea del Nord. Dall’altra parte della scacchiera un avversario forte e temibile: Kim Jong-un. Una partita ancora aperta, ma che al momento vede in netto vantaggio il dittatore nordcoreano. Quest’ultimo ha, infatti, disposto che le autorità richiedano pagamenti di una certa somma utilizzando pretese diversificate ed in continuo aumento; a poco serve il rifiuto governativo dell’accumulazione di ricchezza personale di stampo anti-socialista. Decine di unità di polizia e personale dell’esercito sono tenuti a fermare le auto ed i camion che trasportano merci per domandare loro “i soldi per il pranzo”, costringendo gli sventurati a concedere circa 30-40 dollari ai gruppi militari. Questa pratica tanto scorretta quando improbabile in altri Paesi, si sta presto trasformando in consuetudine e si diffonde sempre più l’usanza, per gli autotrasportatori, di tenere preventivamente da parte una somma di denaro da donare alle unità di polizia.
Ma automobilisti e camionisti non sono gli unici a dover soccombere a queste nuove regole: pare che anche le classi più agiate, le cosiddette élites, non siano immuni al pagamento di tali tangenti. Ma se è vero che in questo ordine mentale creato da Kim Jong-un ogni classe è uguale alle altre, è pur vero che “l’ordine sociale” creato tra le varie stratificazioni sociali sembra non procedere nella stessa direzione. Le tangenti imposte all’upper class ricadono inevitabilmente sulla middle-and low class, a riprova del detto infantile, ma quanto mai veritiero “ciò che è mio è mio, ciò che è tuo è mio”.
L’effetto che inevitabilmente viene a crearsi all’interno di questo contesto sociale è un sentimento pubblico che si sta portando ai minimi livelli, in una proporzione diretta con l’intensificazione del livello di tirannia prodotta da Kim Jong-un. Capita, a volte, che i gruppi militari vengano accusati di corruzione, ma non esiste, di fatto, un reale interesse nel punire i colpevoli e quindi accade sempre che le stesse accuse cadano poi nel dimenticatoio.
Persino la polizia pare sia costretta al pagamento di tangenti pari a 70 dollari ed ogni squadra militare abbia ordinato ai propri sottoposti di riscuotere l’importo richiesto in segno di lealtà al regime. Condizione, questa, che fa vivere l’intero sistema sociale in un clima di totale soggezione ed ansia legata al timore di non essere all’altezza delle aspettative della guida suprema della Repubblica coreana.
“Se non si può utilizzare la legge per estorcere denaro, allora non si ha ciò che serve per portare a termine il proprio lavoro” è, di fatto, una frase più volte pronunciata dai gruppi militari di rango elevato nei confronti dei propri sottoposti. Applicando questa “nuova norma”, le squadre militari si stanno diffondendo a macchia d’olio per tutta Pyongyang, attraverso un sistema che potremmo tranquillamente definire una rapina legittimata. La vendita di merci contrarie alla politica socialista vede come unico mezzo di espansione la corruzione delle autorità coreane ed il conseguente dilagarsi di un sistema di corruzione che non trova ancora fine.
La situazione nordcoreana non ha quindi condotto solo ad un malcontento interno generale, bensì ha ottenuto come risposta una serie di sanzioni internazionali, le quali non permettono da tempo ormai alla Corea del Nord di guadagnare valuta estera, producendo così una serie di ripercussioni interne ed esterne che non accennano ad arrestarsi.

Scambi di vedute alla Farnesina tra l’Italia ed il continente Latino- Americano

Americas/Europe/POLITICA di

Le imprese italiane guardano con estremo interesse alle opportunità di sviluppo offerte dalla Colombia, sia per il livello di crescita economica sia per l’elevato grado di apertura al mercato”

Questo è un estratto delle dichiarazioni date dal Ministro degli Esteri Angelino Alfano, dichiarazioni che si riconducono all’incontro avvenuto alla Farnesina il 13 Dicembre, nella “Conferenza Italia-America Latina e Caraibi”. Uno scambio di vedute e di apertura da parte delle diverse Nazioni coinvolte, che ha visto ospiti in questo incontro nomi di grande calibro quali: il ministro degli Esteri del Costa Rica Manuel Gonzàlez Sanz; il Ministro degli Esteri della Colombia Maria Angela Holguin Cuellar ed hanno altresì partecipato i ministri degli Esteri del: Sant Lucia; El Salvador e Bolivia.

Il nostro Ministro degli Esteri ha rilasciato ulteriori dichiarazioni riguardanti il rapporto con lo Stato del Costa Rica, facendo emergere altresì l’importanza di tali relazioni e scambi. Punto focale è l’importanza del sostegno reciproco in svariati settori che vanno dall’agricolo ai trasporti, per i quali sono stati stipulati dei veri e propri accordi (ricordiamo la Visita Ufficiale in Italia del Presidente costaricano Solis nel 2016).

Nel corso dell’incontro, oltre agli argomenti ricaduti sullo scambio bilaterale, ci si è soffermati anche su altri grandi tematiche internazionali di grande attualità, sentite da tutte le nazioni coinvolte all’incontro; parole importanti sono state dunque spese per la problematica della criminalità organizzata sui diversi sistemi di controllo ed infine sui flussi migratori, fenomeno che deve essere gestito e contenuto sempre nel rispetto dei diritti umani.

Agcom: Interviene Martusciello “garantire anche online imparzialità e correttezza dell’informazione politica”

POLITICA di

Quello delle “Fake News”, è sicuramente in questo momento un tema molto caldo. Sull’argomento si sono accesi i riflettori, in particolar modo, durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali statunitensi. In questo ambito si è tenuto a Trieste, lo scorso 22 novembre, un seminario dal nome “Chi vincerà le elezioni: giornali, televisioni o web? La campagna elettorale nell’era di Internet in vista dell’appuntamento del 2018” promosso dal Corecom Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con il Consiglio Regionale.

Qui tra gli altri ha preso la parola il Commissario dell’Agcom, Antonio Martusciello: “Le ultime presidenziali americane hanno segnato un punto di svolta nel modo in cui i social media sono stati utilizzati come strumenti per la formazione del consenso, al punto che una giornalista per offrire un’immagine evocativa di questo fenomeno ha definito Donald Trump come il primo Facebook President

Martusciello ha voluto sottolineare quanto, arrivati a questo punto, sia necessario un intervento regolatorio sulle notizie online; “Nell’era delle fake news e della post-verità, è necessario evitare il farweb e garantire i principi di una informazione veritiera e plurale, su qualsivoglia piattaforma, inclusi i nuovi media. È auspicabile un’azione coordinata a livello nazionale ed europeo volta ad estendere i principi previsti per i media tradizionali anche alle piattaforme digitali, preso atto dell’ormai decisivo ruolo di queste ultime nella formazione del consenso”.

In riferimento al ruolo dell’Agcom, ha assicurato che si è istituito un “tavolo tecnico” per la garanzia delle notizie online. In questa sede si studieranno le metodologie per rilevare contenuti online potenzialmente lesivi all’imparzialità e alla correttezza dell’informazione.

La preoccupazione per le Fake News c’è ed è diffusa. A confermarlo il recente sondaggio condotto dalla BBC su 18 paesi,  secondo il quale 8 utenti su 10 restano allarmati da quello che può essere vero o falso online. Sebbene la maggior parte dei soggetti del sondaggio si dichiarino riluttanti all’idea di un intervento politico a riguardo, il web non è considerato un posto “sicuro”.

Intanto a livello europeo, ha concluso Martusciello: “l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha recentemente approvato la risoluzione su media e giornalismo online, al fine di avviare discussioni sulle misure necessarie per prevenire il rischio di distorsione delle informazioni o manipolazioni dell’opinione pubblica attraverso i social media e la Commissione Europea ha appena lanciato una consultazione pubblica su fake news e disinformazione on line”.

 

 

Croce Rossa: Francesco Rocca primo presidente italiano della federazione internazionale

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Ad Antalya si sono svolte le elezioni della Federazione Internazionale della Croce rossa e Mezzaluna Rossa che hanno visto l’elezione di Francesco Rocca alla presidenza del network globale umanitario più grande del mondo. Eletto con la maggioranza assoluta dei voti (98 su 190 votanti), Rocca è il primo italiano a ricoprire la prestigiosa carica internazionale.

“Dedico questa importante vittoria ai volontari della Croce Rossa Italiana – ha detto Rocca – di cui sono orgoglioso. Ringrazio tutte le Società Nazionali della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Ora dobbiamo seguire il faro dei nostri Principi e, allo stesso tempo, fornire risposte pragmatiche in tutto il mondo alle numerose sfide umanitarie”.

La federazione Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa è stata fondata nel 1919 e raggiunge 150 milioni di persone in 190 Paesi nel mondo, attraverso l’operato di oltre 17 milioni di volontari.

Una sfida alla violenza e alla guerra in tanti luoghi sperduti e dimenticati spesso dall’opinione pubblica ma non dalle stragi e dalle guerre, una sfida che i tanti operatori umanitari portano avanti a costo spesso della propria vita.

Proprio questa è una delle battaglie principali che il presidente Rocca sta prortando avanti a livello internazionale per sensibilizzare tutti i governi e anche l’opinione pubblica internazionale sulle tante morti tra i volontari che portano sollievo alle popolazioni stremate da guerre e carestie.

 

Il Ministro Alfano partecipa allo “Sir bani Yas Forum” negli Emirati Arabi

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L’ottava edizione del “Sir Bani Yas Forum” ha visto presente il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Italiano Angelino Alfano.

Forum d’efficacia strategica al fine di trovare un punto di contatto tra il mondo orientale e quello occidentale dove si è dibattuto su questioni centrali regionali e sulle diverse zone a rischio conflitto, tematiche di grande attualità internazionale e d’interesse.

Punto focale dell’incontro è stato quello di trattare la questione libica, tematica calda che va oltre i confini orientali e che riveste un ruolo centrale per la Comunità Europea e dunque per l’Italia, in rappresentanza della quale il ministro Alfano ha incontrato il Rappresentante Speciale del Segretariato Generale dell’ONU Ghassan Salamè.

Oltre questo efficace scambio di vedute, il titolare della Farnesina ha intrattenuto colloqui con il ministro emiratino Sheikh Abdullah Bin Zayed Al Nayan, con il suo equivalente saudita Adel Al Jubeir e con il ministro Sameh Shoukry, riguardanti la questione libera e lo scambio di vedute per la politica estera.

Redazione
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