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JCPOA, Gerusalemme e la strategia di Trump nel mondo

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Le due ultime mosse di Trump verso il Medio Oriente cioè lo spostamento dell’Ambasciata statunitense a Gerusalemme e il ritiro dal trattato JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), non sono indipendenti tra loro. Al contrario, fanno parte entrambe di una stessa strategia, non casuale, adottata dalla nuova Amministrazione USA. E’ bene ricordare che la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico e, di conseguenza, lo spostamento dell’ambasciata non è stata presa oggi ma risale ad alcune presidenze fa. L’importante differenza tra prima e oggi è che i precedenti Presidenti tenevano la sua attuazione volutamente congelata, a mo’ di spada di Damocle sulla testa dei Palestinesi. Forse non fu mai vista in questo senso ma, di fatto, costituiva uno strumento di pressione non dichiarato. Trump l’ha “scongelata” e il trasferimento è diventato realtà, con le conseguenze che abbiamo visto. A difesa del Tycoon bisogna ammettere che la politica seguita finora da tutti i Governi che si sono succeduti non ha portato da nessuna parte: la creazione di due Stati indipendenti resta una chimera, i rapporti tra ebrei e palestinesi, da Oslo in poi, sono solo peggiorati e la lenta appropriazione di terre occupate a favore di nuovi coloni israeliani continua.

Non si creda che Trump stia rivoluzionando più di tanto la politica americana verso il mondo: la tattica è cambiata ma gli obiettivi strategici restano gli stessi. La costante è nell’agire per salvaguardare il ruolo egemone che gli Stati Uniti hanno conquistato dopo la seconda guerra mondiale. Ciò che cambia è solo il modo. D’altra parte, sono proprio grazie a quella posizione dominante nel globo che il comune cittadino a stelle e strisce puo’ permettersi di indebitarsi quanto vuole, i Governi di emettere debito pubblico senza doverne pagare tutte le conseguenze, e il dollaro di essere la valuta di scambio più usata nel mondo. Fino a quando gli Stati Uniti riusciranno a imporre la propria volontà alla maggior parte dei Paesi e deciderne le priorità, investimenti e risparmi stranieri non cesseranno di foraggiare la sua economia. E la FED potrà continuare a stampare tutti i dollari che vorrà senza temere per l’inflazione, certa del loro assorbimento al di fuori dei confini.

Per assicurarsi che tale supremazia non sia messa in discussione da nuovi o vecchi protagonisti desiderosi di affrancarsi e, magari, di insidiare il suo attuale ruolo, la politica di Washington è dovuta diventare il “gendarme del mondo” e, per farlo, si sono creati in ciascuna area degli “sceriffi” locali su cui contare. Fedele al principio del “divide et impera”, è sempre stato però necessario che nessuno di loro non diventasse abbastanza forte da potersi permettere di “fare da solo”. Occorreva, dunque, che nella stessa area gli “amici” fossero almeno due: entrambi legati agli USA ma nemici o, almeno, rivali tra loro.

GLI EQUILIBRI IN MEDIO ORIENTE PRIMA DEL JCPOA

In Medio Oriente, area strategica per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici (fino all’autosufficienza, recentemente raggiunta dagli USA grazie al sistema del fracking), gli “amici” tradizionali erano due: Israele e Arabia Saudita (quest’ultima con i suoi Paesi satelliti). Naturalmente, oltre a legare questi Paesi con vincoli economici, si stabilirono qui e là anche basi militari a garanzia loro e come avvertimento per possibili male intenzionati. A Israele fu assegnato il compito di “poliziotto” verso Siria, Libano e, da un certo momento in poi, anche verso Iraq e Iran. Con l’Arabia Saudita il compito fu nello stesso tempo più semplice e più complesso. Fino al 1979 la presenza dello Scià iraniano, alleato con Israele ma non amico dei sauditi, garantiva tutti gli equilibri della zona. L’Unione Sovietica, vicina alla Siria di Assad e all’Egitto di Nasser, non poteva avvicinarsi al Golfo e anche in Iraq doveva accontentarsi di sostenere i curdi di Barzani padre nella loro lotta contro Saddam Hussein che, all’epoca, era ancora un “amico” degli americani. La Cina era ancora chiusa in se stessa e non dava preoccupazioni. La caduta di Reza Pahlavi a seguito della rivoluzione Khomeinista cambiò, temporaneamente, le carte. L’amicizia con Saddam fu rinforzata proprio per contenere l’Iran e lo stesso fu fatto con riad, anche se i rapporti tra i due non erano certo idilliaci. La scomparsa, nel 1989, dell’URSS cambiò ulteriormente le carte in tavola. Saddam, lanciato contro gli iraniani solleticandolo con la chimera di allargare attorno a Bassora il suo sbocco sul Golfo non riuscì nell’intento e cercò allora di rifarsi conquistando il Kuwait. Mal gliene incolse perché gli americani, spaventati dal potere di ricatto petrolifero che avrebbe potuto vantare dopo e spinti dagli altrettanto preoccupati sauditi, diedero il via alla Prima Guerra del Golfo e lo costrinsero a ritirarsi. Bush padre, l’allora Presidente americano, fu abbastanza accorto da non destabilizzare quel Paese e, seppur con forti limitazioni e con sanzioni economiche, lasciò in vita il regime.  Suo figlio, subentrato dopo la Presidenza Clinton, non fu altrettanto lungimirante e, plagiato dai neo-conservatori con un pretesto rivelatosi del tutto falso (le “armi di distruzione di massa”) lo attaccò nuovamente, ottenendone la caduta e provando a instaurare nel paese un regime fantoccio filo-americano. A causa di scelte sbagliate e di analisi superficiali il progetto non funzionò. Ben presto, gli sciiti locali, identificati dagli americani quali asse portante del nuovo Iraq, si volsero verso Tehran che fu ben felice di esercitare una propria egemonia sui Governi di Baghdad. In quel modo riuscivano a garantirsi una continuità territoriale che portava la propria influenza fino al Mediterraneo via Siria (con gli alleati Alawiti) e Libano (tramite Hezbollah).

LO JCPOA

La Repubblica Islamica Iraniana, facendo proprio l’obiettivo che era gia’ stato dello Scià, ha coltivato da subito l’idea di diventare una grande potenza regionale e per farlo riportò segretamente in vita il progetto nucleare gia’ iniziato dal Pahlavi con l’aiuto americano. Quando le manovre nucleari dei Khomeinisti furono scoperte, dissero che erano destinate solamente a scopi civili ma nessuno ci credette. L’ONU decise per delle sanzioni internazionali che andarono ad aggiungersi a quelle americane instaurate dopo l’occupazione dell’Ambasciata americana a Tehran da parte di un gruppo di Pasdaran nei giorni della rivoluzione. Le sanzioni ONU sono rimaste in vigore fino alla firma dello JCPOA.

I contenuti di quest’accordo non prevedono che l’Iran rinunci del tutto al nucleare, ma sono studiati in modo che l’arricchimento dell’uranio si limiti alla quantità necessaria per farne usi civili e non possa arrivare ai livelli necessari per utilizzarlo nella costruzione di bombe atomiche. Più esattamente, gli iraniani ridurranno le centrifughe in precedenza installate da circa 19.000 a 5.060, le riserve di uranio ad arricchimento medio del 20% passano dai 195 chili a zero e quelle indispensabili per un utilizzo pacifico (che prevede l’arricchimento al 3,5 %) sono ridotte da 9.000 a 300 chili. Il rispetto di questi impegni da parte iraniana è verificato e certificato dall’Agenzia Atomica Internazionale che ha la possibilità di compiere altri controlli, a sua discrezione, in tutti i siti previsti dall’accordo e, dietro richiesta (mai rifiutata finora) anche in altre località. E’ previsto che anche le centrifughe a gas siano ridotte nel loro numero.

Tale meccanismo resterà in vigore per i quindici anni successivi alla firma, anni durante i quali l’Iran non potrà costruire nemmeno reattori nucleari ad acqua pesante.

Le attività di arricchimento dell’uranio, così come quelle di ricerca, saranno limitate a un singolo impianto, Natanz. Nessun processo di arricchimento sarà invece permesso nel sito di Fordo, attivo in precedenza. Altri impianti saranno convertiti ad altri usi.

 Dal 2015 a oggi gli ispettori dell’AIEA hanno certificato 10 volte il rispetto iraniano degli impegni assunti. Le ispezioni non si limitano alle centrali nucleari ma riguardano anche le miniere di uranio e le yellowcake (scorte di uranio concentrato, sostanza che può essere usata nella preparazione di combustibili per i reattori nucleari). E’ bene notare che le condizioni previste dall’accordo sono tali da costituire un precedente unico mai visto in modo così stringente verso nessun altro Paese al mondo.

Le accuse di non rispetto degli impegni lanciate da Trump e le pseudo – dimostrazioni esibite da Netanyahu con gran battage mediatico sono quindi totalmente campate in aria. In particolare lo sono le presunte “prove” presentate con grande abilità mediatica dal Primo Ministro israeliano. I documenti esibiti riguardano, infatti, attività risalenti al 2005, cioè ben prima dello JACPOA sottoscritto solo nel 2015.

Considerato quindi che non è vero che Tehran non rispetti gli accordi, perché Trump, e con lui un settore importante dei politici e dei politologi americani, ha spinto per far cadere l’intesa così faticosamente raggiunta?  Per capirlo, occorre allargare lo sguardo ai Paesi circostanti.

L’ARABIA SAUDITA E ISRAELE

Durante l’Amministrazione Obama la certezza dell’affidabilità’ dell’Arabia Saudita come alleato su cui era sempre possibile contare cominciò a barcollare. I problemi legati all’incerta successione nel Regno e l’esagerato aumento delle spese da affrontarsi per le truppe dislocate nel mondo e particolarmente in Afghanistan suggerirono a Washington che occorreva cambiare strada. Non fu messo in discussione il principio che si dovesse salvaguardare la propria supremazia, ma si cominciò a pensare che sarebbe stato utile lasciare solo (o molto di più) ad altri il compito di svolgere le funzioni di “controllo” e di mantenimento della pace, consentendo così il “rientro” del maggior numero di soldati possibile. Tuttavia, il persistere delle tensioni tra Israele e Palestinesi dopo il fallimento dell’ultimo tentativo di Clinton nel 2000 e il continuo aumento degli insediamenti israeliani nelle terre occupate rendevano sempre piu’ difficili i rapporti tra i Democratici di Washington e Tel Aviv.  Anche in Kuwait, come a Riad e come in Oman, si cominciava a porre il problema di incerte successioni al trono. L’emiro Sabah Al Ahmed Al Sabah ha 89 anni, a Muscat l’ottimo sultano Qaboos bin Said Al Said ne ha solo 77 ma è gravemente malato dal 2014 e i possibili pretendenti al trono saudita, diverse decine, sembravano pronti a farsi la guerra per conquistare il trono.  Perfino la Turchia di Erdogan, alleato fedele nella NATO ai tempi in cui il nemico era l’Unione Sovietica, aveva dimostrato di perseguire una propria politica estera nella regione indipendente dai “bisogni” americani (nella guerra contro Saddam, Ankara si rifiutò di far transitare le truppe alleate sul suo territorio, obbligando i generali americani a cambiare drasticamente i loro piani tattici).

In una situazione del genere si cominciò a pensare che recuperare un buon rapporto con l’Iran sarebbe potuto tornare utile. L’ideale, naturalmente sarebbe stato poterlo fare senza rompere con gli amici di prima e si cercò la loro collaborazione. Dal Cairo il Presidente lanciò un messaggio conciliante verso tutto il mondo islamico, sottovalutando però le divisioni interne a quello stesso mondo e le ambizioni di Turchia e Arabia Saudita che ambivano entrambe, in competizione tra loro, a una propria egemonia sull’intera area.  Riammettere l’Iran nel consesso mondiale eliminando sanzioni ed emarginazione significava consentire alla sua economia di svilupparsi e di dare quindi nuova linfa alle sue aspirazioni verso tutto il mondo medio – orientale.  Il tentativo nasceva quindi in modo contrastato con ostilità subito enunciate. Se la Turchia lo fece senza dichiararlo, Riad espresse platealmente la sua contrarietà e si trovò così al fianco di Israele che (per motivi diversi, come vedremo in seguito) era pure ostile a ogni apertura verso il regime iraniano.

Pur tra mille difficoltà negoziali si arrivò comunque a sottoscrivere un accordo con Tehran nel quale quest’ultimo s’impegnava a rinunciare a dotarsi di armi nucleari e, in cambio, si sarebbero riaperte tutte le frontiere commerciali e si sarebbe aiutata l’economia locale con know-how e investimenti. L’operazione fu condotta attraverso un tavolo cui sedevano, oltre agli americani e gli iraniani, anche cinesi, russi, francesi, britannici e tedeschi (i famosi 5+1, cioè i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più Germania e, naturalmente, Iran).

L’interesse di Tehran era evidente e altrettanto chiaro era l’interesse non solo dei sottoscrittori ma di tanti Paesi che, oltre al contenimento del rischio di una proliferazione nucleare, vedevano aprirsi le porte di un nuovo mercato di ottanta milioni di consumatori di buona cultura, con crescenti possibilità di spesa e avidi di sentirsi pari ai cittadini dei Paesi più sviluppati. Le grandi quantità di petrolio e gas presenti nel sottosuolo iraniano e non ancora sfruttate adeguatamente garantivano inoltre una nuova offerta che avrebbe aiutato a calmierare i prezzi dell’energia nelle economie industrializzate.

Quest’ultimo aspetto, unito alla rivalità politica di cui si accennava sopra, disturbava però i calcoli sauditi e perfino quelli israeliani, da poco divenuti esportatori netti (per ora ancora parzialmente) di gas.

Netanyahu aveva, ed ha, però, anche altri motivi per essere contrario a che l’Iran fosse riammesso a pieno titolo nella comunità internazionale e un ruolo non minore lo gioca la retorica anti israeliana che il regime degli Ayatollah continua a spargere in ogni modo. Tutti sanno, anche a Tel Aviv, che se Teheran non sarà aggredita per prima non ha alcuna intenzione di attaccare direttamente Israele. Si sa anche, tuttavia, che dietro le azioni di Hezbollah in Libano e Hamas nella striscia di Gaza c’e’ l’indispensabile aiuto degli Ayatollah. Le due organizzazioni perseguono ciascuna il proprio scopo ma, senza il supporto economico e in armi di Teheran, avrebbero ben maggiori difficoltà nel condurre le loro azioni. Il paradosso è che sia tra gli iraniani sia nel mondo arabo i palestinesi come popolo non riscuotono personali simpatie, ma il leit-motiv della loro difesa contro il torto subito con la creazione dello Stato israeliano è un mantra percepito come un dovere. Per i Governi che puntano a conquistare una loro egemonia nell’area, schierarsi a loro favore è una tattica utile per attirarsi il consenso di tutti i musulmani e insidiare il consenso che potrebbe indirizzarsi verso altri. Anche l’Iran, come fa la Turchia attraverso plateali dichiarazioni contro Tel Aviv, condanna l’esistenza di Israele in quanto tale e, comprensibilmente, Netanyahu ha buon gioco ad additarne la pericolosità.

Un secondo motivo di ostilità all’accordo è, ingigantendo il pericolo iraniano, Netanyahu vuole garantirsi la permanenza dell’”ombrello protettivo” americano scongiurando pressioni o critiche per il moltiplicarsi degli insediamenti o per le reazioni, probabilmente esagerate, a Gaza o in Libano. Aprendo il dialogo con Teheran, Obama aveva raffreddato i rapporti con Israele, arrivando anche a ridurre gli aiuti in armamenti che da decine d’anni Washington elargiva generosamente. Il terzo motivo è quello più “personale” e riguarda la posizione politica dello stesso premier israeliano all’interno del Paese: Netanyahu è sotto accusa per corruzione assieme alla moglie e la sua popolarità è in forte calo. Accentuare il pericolo esterno serve a ricompattare gli israeliani attorno al Governo, cioè a lui.

COSA SUCCEDE IN USA

A Washington la lobby israeliana è molto forte e, assieme a quella saudita e al conglomerato dei produttori di armi, è considerata tra quelle con maggiore capacità di penetrazione nei centri decisionali statunitensi. Il genero di Trump è ebreo di origine e ben ammanicato con il Likud. Contemporaneamente, è amico personale dell’erede al trono saudita Mohamed bin Salman. E’ quindi un uomo chiave sia per rinfrescare i rapporti con Netanyahu che per avvicinare quel Paese con l’Arabia Saudita ed entrambi con la nuova politica americana. C’e’ però un altro uomo che va considerato: è Sheldon Adelson, il “re di Las Vegas”, che fu il maggior finanziatore della campagna elettorale di Trump. Anch’egli è di origine ebraica, amico di Netanyahu e si è fatto notare come fautore della minaccia nucleare da usarsi contro Tehran. Anche tra i neo-conservatori, oggi non più in vista come ai tempi di Bush figlio ma sempre influenti, c’è chi giudicò un errore l’attacco fatto a Saddam Hussein perché, sostengono, sarebbe stato più opportuno dichiarare guerra all’Iran piuttosto che all’Iraq. A questo proposito ricordo una conversazione con Michael Leeden avvenuta poco dopo l’inizio dell’attacco: era furioso perché capiva che eliminare Saddam avrebbe significato aprire le porte agli iraniani. Era, al contrario, fortemente convinto che si dovesse invece attaccare l’Iran con ogni mezzo e che, sconfitti gli Ayatollah, anche Saddam si sarebbe riallineato con gli USA.

Oltre alla lobby pro Israele è potentissima anche la saudita, che risulta essere quella che più ha investito, e investe, per “informare” adeguatamente i politici di Washington. Considerata la somma delle due lobby, diventa evidente che ci sarebbe stato da stupirsi se Trump avesse deciso altrimenti.

Inoltre, durante la Presidenza Obama la situazione successoria in Arabia saudita non si era ancora chiarita mentre ora i rischi d’instabilità nel Regno sembrano superati.

La nomina a successore di Mohamed bin Salman sembra non aver incontrato eccessivi ostacoli. Per ancora maggiore garanzia, il neo nominato ha provveduto a tacitare in vari modi, non sempre di dominio pubblico gli altri possibili pretendenti e a fare arrestare tutti coloro che, per le loro capacità economiche avrebbero potuto, un domani, cercare di condizionarlo o sostituirlo. Per qualcuno di questi è bastato un avvertimento, per altri si è ben pensato di accusarli di evasione fiscale e sottrarre loro una buona parte delle loro ricchezze. Occorreva però anche lanciare segnali positivi graditi dalle opinioni pubbliche occidentali e, perché no? modernizzare veramente il paese. Bin Salman ha allora lanciato un ambizioso piano di riconversione dell’economia locale facendola transitare dall’essere totalmente basata sulle rendite degli idrocarburi a una diversificazione industriale “sostenibile” (Vision 2030). Contemporaneamente, pur continuando a foraggiare le madrasse salafite all’estero, ha attuato, all’interno, alcune riforme più che simboliche, utili a lasciare passare il messaggio che con lui si ha a che fare con un “islam moderato”.  In effetti, se un singolo paese puo’ essere identificato come la madre di tutto il terrorismo sunnita che insanguina varie parti del mondo, quello è proprio l’Arabia Saudita e togliersi di dosso quell’etichetta è indispensabile per fare accettare a tutto il pubblico occidentale, e soprattutto americano, il rafforzamento di una nuova alleanza.

Recuperato, quindi, un rapporto virtuoso con Israele e garantita la stabilità futura dell’Arabia Saudita, per Trump non era così più indispensabile dover riabilitare l’Iran. C’e’ da aggiungere che Tehran non è mai stata disponibile a diventare un Paese vassallo degli americani e le sue ambizioni, una volta rinforzata la propria economia, l’avrebbe resa poco controllabile. Resta il rischio di una proliferazione nucleare ma gli strateghi di Washington pensano che un rinnovamento delle sanzioni, magari ancora più pesanti che nel passato, dovrebbe mettere il paese in ginocchio e spingerlo a più miti atteggiamenti. Se ciò non bastasse, resterà pur sempre l’ipotesi di minacciare dei bombardamenti mirati e, se anche questo non fosse sufficiente, si procederà a farli veramente. Negli Stati Uniti non tutti sono convinti che tutto ciò funzionerà e perfino il Pentagono ha sostenuto che eventuali bombardamenti potrebbero rallentare ma non impedire lo sviluppo del programma nucleare iraniano.

Nel nuovo scenario gli USA tornano, quindi, allo schema pre-Obama: l’Iran resta il nemico comune e si riconfermano le alleanze storiche. Per consentire l’obiettivo di ridurre la presenza (e le relative spese) delle truppe americane in loco, si riforniscono gli Stati amici dell’area di nuove armi, ottenendo così anche il risultato di favorire l’industria bellica americana che ne è il maggior fornitore.

Questo il calcolo che sta dietro al ritiro di Trump dallo JCPOA. Tuttavia, come sempre nella politica internazionale, le variabili sono innumerevoli e le conseguenze non sono sempre quelle attese.

L’IRAN

L’Iran non è certo un fulgido esempio di democrazia liberale ma chi pensa che si tratti di un Paese gestito da un dittatore solitario che fa il bello e cattivo tempo è totalmente fuori strada. Formalmente, il supremo Ayatollah Seyyed Alī Ḥoseynī Khāmenei ha l’ultima parola su ogni decisione ma, come sempre succede nelle dittature, il “capo” basa il suo potere sull’equilibrio tra le fazioni che stanno sotto di lui e lascia che prevalgano gli uni o gli altri secondo le sue convenienze. Nessuno deve però acquisire sufficiente potere da poterlo insidiare. La vita politica di Tehran va letta con questa chiave di lettura e si potrà notare che le varie correnti si polarizzano su due fronti principali: i cosiddetti “moderati”, oggi rappresentati da Rohani, e le Guardie Rivoluzionarie (IRGC) che s’identificano con i conservatori. Il panorama reale è ancora più articolato ma, al momento, lo scontro sembra focalizzarsi tra questi due centri di potere.  Consapevole della domanda di sviluppo economico e di maggiore libertà crescente nella popolazione soprattutto giovanile, Khamenei ha favorito Rohani consentendogli di arrivare alla firma dell’accordo al fine di eliminare l’isolamento del Paese e le sanzioni che impedivano l’ammodernamento del sistema industriale. Osservatori superficiali si soffermano su dichiarazioni del Grande Ayatollah che sembrerebbero, a volte, sconfessare l’operato del Presidente ma quell’atteggiamento rientra tra i comportamenti sopra descritti. Poiché ogni decisione strategica richiede il suo consenso, se veramente fosse stato ostile alle negoziazioni dei 5+1, nemmeno Rohani avrebbe potuto accettare i risultati ottenuti. Prudentemente, Khamenei ha però lasciato che le Guardie Rivoluzionarie rimanessero padrone di gran parte dei settori cruciali dell’economia, riservandosi di agire contro di loro quando i benefici dell’accordo fossero diventati più evidenti. Non bisogna tuttavia dimenticare che le IRGC hanno a loro disposizione una sorta di esercito parallelo, ben equipaggiato e impegnato a sostenere i proxi al di fuori del territorio nazionale quali i vari Hezbollah, Hamas, Houti etc. La forza economica dei “conservatori” si esercita principalmente attraverso “Fondazioni caritatevoli” e puo’ contare su notevoli mezzi finanziari. Questi strumenti possono contare su un certo sostegno popolare grazie ai posti di lavoro che sono in grado di distribuire e alle forme di assistenza che sono fornite ai più diseredati. Timorosi che l’apertura verso l’Occidente potesse ridurre di molto la loro influenza, sia politica sia economica, si sono opposti con forza all’accordo, accusando Rohani di aver svenduto il Paese. Dopo la denuncia americana dello JCPOA, il capo delle Guardie Rivoluzionarie Ali Jafari si è perfino “felicitato” che Trump lo avesse deciso. A loro giudizio il possesso della bomba atomica era e rimane un fattore indispensabile per ottenere il rispetto dei vicini e dei nemici e il ritiro degli USA voluto da Trump sembra dare loro ragione. Come inequivocabile esempio si menziona la Corea del Nord che nonostante le minacce ricevute, dopo aver dimostrato la propria capacità di colpire perfino gli Stati Uniti, sono riuscita a obbligare gli americani al tavolo delle trattative. Non è successa la stessa cosa a Saddam e Gheddafi che, avendo rinunciato all’atomica, sono stati attaccati e distrutti.

Dal momento dell’annuncio della firma, l’economia iraniana aveva cominciato a svilupparsi in modo significativo. Nel 2017 il PNL era cresciuto dell’ 11% e l’inflazione era precipitata in termini percentuali. Certamente ha giocato un ruolo anche il contemporaneo aumento del prezzo del petrolio, arrivato ora attorno ai 70 dollari il barile, ma il fermento di aziende pubbliche e private è stato subito evidente. Pochi mesi orsono hanno avuto luogo forti manifestazioni di malcontento in alcune città del Paese ma erano dovute a lotte intestine al regime e ad aspettative premature di aumento del benessere.  Qualcuno a Washington (e altrove) pensa che le sanzioni riescano a fomentare ulteriore malcontento tra le popolazioni sofferenti e che ciò finisca con causare il cambio di regime. Così non è: pur divisi tra fazioni contrapposte, con minoranze etniche a volte insofferenti e con una crescente diffidenza verso i “clerici” da parte delle giovani generazioni, gli iraniani nutrono un forte sentimento di appartenenza nazionale e il sentirsi attaccati dall’esterno li rinsalderebbe attorno al potere che più s’identifichi con la nazione. Lo si capisce se capita di trovarsi una qualunque sera nei ristoranti ove si mangia a suon di musica. Chi li frequenta è spesso un pubblico giovanile di classe media e mediamente di buon livello culturale. In altre parole lo stesso tipo di persone che manifestò nelle cosiddette “proteste verdi”. Ebbene, se l’orchestra si mette a suonare l’inno nazionale, tutti si alzano spontaneamente in piedi e lo cantano a voce spiegata con aria partecipe.

Le accuse (pretestuose) che Trump ha rivolto a Tehran sono di fomentare il terrorismo internazionale e di sviluppare un sistema missilistico pericoloso per la pace nell’area. Ha anche accusato di non rispettare i contenuti dell’accordo sottoscritto ma a questo proposito non vale la pena parlarne perché l’AIEA ha confermato che l’Iran sta facendo esattamente tutto quanto è previsto nelle clausole sottoscritte.  Quanto all’accusa di terrorismo, basta ricordare che il regime stesso è stato più volte vittima di attentati e che, comunque, la matrice degli attentatori nel mondo è sempre d’ispirazione sunnita e va quindi fatta risalire più alla dottrina Wahabita/Salafita saudita che a presunte ispirazioni iraniane.

Per ciò che concerne i programmi missilistici, fatto salvo il diritto di ogni Paese di garantire la propria sicurezza, occorre ricordare che l’aviazione iraniana è ai minimi termini per il suo mancato ammodernamento dovuto alle sanzioni; che l’esercito, figlio di una guerra sanguinosa contro l’Iraq durata ben otto anni, non ha saputo (o potuto) riorganizzarsi in un modo efficiente e che dotarsi di missili moderni di medio raggio è un modo piuttosto economico per “avvertire” i vicini se non vogliono incorrere in pericolose ritorsioni. Basta aggiungere che il bilancio iraniano per la difesa è attorno ai 17 miliardi di dollari mentre quello di Israele è di 20 miliardi (più altri 3 quale aiuto diretto americano) e si suppone che lo Stato ebraico abbia anche almeno 70/80 bombe atomiche pronte all’uso. Da parte sua, l’Arabia Saudita ha un bilancio per la difesa di almeno 70 miliardi. E’ allora comprensibile, ci piaccia o no, che Tehran voglia garantirsi in qualche modo delle capacità di difesa. Chiedere agli iraniani di rinunciare alla bomba atomica e, contemporaneamente, di non puntare nemmeno su un moderno sistema missilistico che supplisca le altre carenze è come in una partita di calcio far giocare una sola squadra senza scarpe e con una fascia sugli occhi.

Nelle prossime settimane dovremo attendere di vedere cosa succederà nella dialettica politica interna al Paese e, soprattutto, cosa faranno gli altri sottoscrittori dell’accordo.

IL FUTURO DELLO JCPOA

L’Europa, per ora, ha dichiarato che intende tenere sicuramente  fede agli impegni sottoscritti nel 2015 e altrettanto hanno fatto Cina e Russia. Se gli Stati Uniti dovessero rimanere isolati nel sottrarsi allo JCPOA, Rohani, con l’aiuto di Khamenei (se ci sarà), potrebbe riuscire a tacitare le richieste dei conservatori che vorrebbero riprendere con urgenza l’arricchimento dell’uranio. Ciò che serve ai “moderati” è che le aperture economiche europee, gli investimenti promessi e l’arrivo di nuovo know how comincino a realizzarsi. Qualora ciò non avvenisse e Bruxelles dovesse accodarsi agli americani, a Tehran rimarrebbe l’appoggio della Russia e, teoricamente, anche della Cina. Recentemente, Rohani ha compiuto una visita di Stato in India firmando accordi economici importanti tra cui uno per l’ammodernamento delle ferrovie iraniane con investimenti e tecnologia indiana.  Si è recato anche in Turchia e Russia per rinsaldare i legami che gia’ li vedono collaborare in Siria e ottenere rassicurazioni.

Tuttavia, è presto per sapere cosa esattamente succederà perché mantenere la validità dell’accordo non sarà di facile attuazione. L’Europa si trovò di fronte a un caso simile con Cuba, quando gli americani vararono sanzioni che gli europei non condividevano. Anche allora Washington minacciò “sanzioni secondarie”, cioè quelle che avrebbero colpito tutte le società non americane che non avessero rispettato i limiti gia’ imposti alle aziende a stelle e strisce.  Quella minaccia non fu attuata perché l’Europa approvò, nel 1996, una procedura detta “legge di bloccaggio” che serviva a proteggere le aziende europee dalle “sanzioni extraterritoriali” americane. Alla fine non servì perché la crisi fu risolta politicamente. Bruxelles dichiara ora di essere pronta ad applicarla a partire dal 6 di agosto, quando entreranno in vigore le prime mosse americane. All’inizio, le sanzioni riguarderanno le conversioni monetarie, i metalli di vario tipo, l’automotive e il software a fini industriali.  Dal 4 novembre, invece, saranno anche coinvolti tutti i servizi portuali, il settore navale, le transazioni relative al settore petrolifero e chimico, le operazioni finanziarie di ogni genere, il mondo dell’energia e delle assicurazioni. La “legge di bloccaggio” permetterebbe alle imprese e ai tribunali europei di non sottomettersi a regolamenti sanzionatori stabiliti da Stati esteri e di rifiutare qualunque sentenza straniera emessa a seguito di quegli stessi regolamenti. Purtroppo, occorre considerare che le società europee che lavorano anche con gli USA potrebbero essere colpite direttamente nei loro interessi sul territorio americano. E’ per questo motivo che, nonostante la firma dell’accordo, l’incertezza sulla posizione americana provocata dalle dichiarazioni di Trump gia’ in campagna elettorale ha convinto tutte le grandi banche europee a congelare ogni mossa in attesa di futuri sviluppi. Solo le piccole banche che non lavorano con gli USA hanno cominciato a operare con la Banca Centrale Iraniana e lo fanno evitando l’uso del dollaro, o per non correre il rischio di vedersi bloccare in America le loro transazioni. Quali siano le difficoltà per gli investimenti stranieri in Iran che ne conseguono, è reso evidente dall’accordo firmato pochi mesi orsono tra il gigante Total e il Governo iraniano: l’importante finanziamento è dovuto essere garantito da banche cinesi. Che cosa significhi incorrere nelle reazioni americane per chi non rispetta le loro sanzioni si è visto ancora prima dello JCPOA, quando le banche europee accusate di aver fatto transazioni finanziarie con banche vicino al regime sono state condannate dai tribunali americani per una cifra di ben 33 miliardi di dollari.

L’INTERSCAMBIO EUROPA-IRAN

Di là dalle ritorsioni formali dirette contro le aziende che non rispettino la volontà americana di rompere i rapporti con Tehran, nelle mani di Washington esistono altri strumenti per “convincere” i Governi europei. Lo si vede nella decisione trumpiana di far partire i dazi doganali su acciaio e alluminio e nei contenziosi in corso con la Germania in merito al reciproco interscambio. Forse non è nemmeno casuale che le società automobilistiche di questo paese siano sotto scacco in attesa di sentenze definitive per aver mentito sui dati dei gas di scarico.

L’Iran è certamente un paese giudicato interessantissimo da tutte le aziende europee per il potenziale sviluppo economico che promette, ma non va dimenticato che il mercato americano rappresenta gia’ per tutti i Paesi europei produttori uno sbocco molto più grande e gia’ acquisito.  Con tutta la buona volontà di non cedere alle pressioni di oltre oceano bisogna anche sapere che alcuni tipi di prodotto, come ad esempio gli aerei di Airbus, hanno componenti fabbricati negli Stati Uniti e non potranno quindi più essere venduti all’Iran. In questo settore, proprio in considerazione dell’arretratezza dell’aviazione locale, Tehran aveva firmato contratti per l’acquisto di un centinaio di aerei dalle due compagnie, Airbus e Boeing, ma soltanto poche unità sono state consegnate e per le altre sarà impossibile procedere.

Quanto all’Italia, noi siamo attualmente il primo Paese europeo nell’interscambio commerciale: acquistiamo principalmente petrolio per circa 3,5 miliardi di euro ed esportiamo per 1,7 con tendenza a crescere. Fino al 2011 il nostro commercio con l’Iran ammontava a più di 7 miliardi, è poi sceso durante il periodo delle sanzioni a quasi 1 miliardo e si è attestato nel 2017 a 5 miliardi. La Germania è il primo esportatore, la Francia viene dopo di noi. Dopo la firma dell’accordo, la prima visita ufficiale in Europa del Presidente Rohani è stata proprio a Roma e in quell’occasione fu firmato un Memorandum of Understanding (MOU) per circa 20 miliardi di euro. La difficoltà di attuare i finanziamenti secondo le usuali procedure ha poi spinto il nostro Governo a garantire in proprio una copertura di 5 miliardi che, teoricamente, dovrebbero essere utilizzabili da subito. Purtroppo, in attesa di cosa realmente farà Bruxelles davanti alle pressioni americane che andranno aumentando, la prudenza fa sì che sia le aziende italiane, sia le iraniane firmino pre-accordi ma non si affrettino a dare esecutività ai progetti.

LA CINA

Oltre all’Europa, la più grande incognita di oggi è sapere quel che farà la Cina, sia dal punto di vista politico sia economico. Se Pechino continuerà a tenere fede allo JCPOA e quindi non applicherà le sanzioni, si creerà, nei fatti, un fronte politico che andrà dalla Turchia a Mosca a Pechino, passando per il Pakistan o, in alternativa, l’India. La Cina ha ottimi rapporti con Islamabad ma pessimi con l’India, l’Iran ne ha buoni con l’India e così così con il Pakistan. L’Arabia Saudita ha invece ottimi contatti da molto tempo con quest’ultimo e, in funzione di un’accentuata ostilità verso Tehran, cercherà sicuramente di avere un appoggio nel vecchio amico.  Comunque si pongano le cose in Medio Oriente e in Asia centrale, l’isolamento voluto dall’Occidente nei confronti  dell’Iran (se l’Europa si accoderà alle posizioni americane), spingerà il Paese nelle braccia accoglienti di Pechino, com’è gia’ successo con la Russia. Gia’ oggi la presenza cinese in Iran è pervasiva: per le strade non si vedono molti cinesi (non sono generalmente amati) ma i loro capitali sono disseminati in tutto il territorio. Durante le sanzioni precedenti, anche la Cina ufficialmente le rispettava ma, tramite triangolazioni o artifici vari, le sue merci invadevano fabbriche e negozi iraniani. A Washington sono consapevoli del rischio politico ed economico di uno “sfilarsi” cinese e certamente eserciteranno, anche in quella direzione, tutte le pressioni che saranno loro possibili. Per Pechino, come per l’Europa, il mercato americano è più importante che qualunque altro e lo dimostra la volontà di negoziare ad ogni costo dopo le minacce sui dazi.  Si consideri che il commercio cinese con gli USA lo scorso anno è stato di circa 636 miliardi di dollari mentre con l’Iran il volume era attorno ai 38 miliardi. Fino ad ora, la politica della Cina è sempre stata quella di apparire il più possibile neutrale in ogni crisi che avvenisse lontana dal loro territorio. Così è per la questione Israelo-Palestinese, per i litigi nel Golfo che coinvolgono Iran, Saudia e Qatar e anche per la guerra siriana. E’ però vero che più il tempo passa e più l’economia cinese si sviluppa, più la politica estera di Pechino diventa assertiva, come si è visto nel Mar Cinese del Sud. Prima o poi, i nuovi “Mandarini” dovranno esplicitare l’ambizione, per ancora taciuta, di voler assurgere al ruolo di prima potenza mondiale e quella della crisi con l’Iran potrebbe anche essere l’occasione. Oggettivamente, è improbabile che davvero lo diventi ma qualora ciò avvenisse (e se la guerra commerciale con Washington dovesse davvero scoppiare, tutto diventa più probabile) costituirebbe un importante passo su quella strada espansionistica cominciata in silenzio da almeno venti anni.

Per ora a Pechino conviene la prudenza e i motivi sono almeno due. Nel recente passato, con l’accusa di aver violato le sanzioni, il Ministero statunitense del Commercio Estero aveva ordinato la non importazione di tutti i prodotti della società cinese ZTE. Si tratta di gigantesco produttore di materiale elettronico con la maggior parte delle merci destinate al mercato USA. Il blocco di questo mercato l’ha spinta vicino alla bancarotta e la sua salvezza rientra oggi nelle trattative fra Trump e XI per evitare una guerra commerciale. Di casi simili ce ne sono certamente molti e gli USA potrebbero usarli come pressione. Un secondo motivo di prudenza riguarda invece i problemi interni che Pechino ha con la minoranza islamica degli Uiguri, nello Xingyang: sono di fede sunnita e uno schierarsi della Cina con l’Iran potrebbe spingere i sauditi a ergersi quali “protettori” dei fedeli locali, finanziandoli e aiutandoli nelle loro rivendicazioni.

Infine, la Cina ha interesse a sviluppare la sua “via della seta” che passa, tra l’altro per il porto di Chabahar, a 75 chilometri da Gwadar, ove i cinesi hanno investito in infrastrutture ben 50 miliardi di dollari per completare il collegamento economico con il Pakistan. Ebbene, quella è una zona, proprio al confine con l’Iran abitata dai Balushi, una minoranza etnica sunnita presente anche in territorio iraniano. I sauditi stanno finanziando in loco alcune madrasse in funzione anti-sciita per usarle all’occorrenza contro il regime.

Come dunque si comporterà la Cina resta, per ora una domanda cui è difficile dare una risposta. Se l’Europa terrà fede all’accordo JCPOA si creerà allora una frattura nel mondo Occidentale e la Cina ne potrebbe approfittare offrendosi come alternativa a uno dei due contendenti. Se, invece, l’Europa cederà e applicherà le sanzioni, Pechino dovrà valutare da quale parte stare, anche tenendo in conto l’esito delle negoziazioni commerciali con Washington.

Come si è visto, la partita sul nucleare iraniano non è piccola cosa e ha ricadute che vanno ben oltre l’ipotesi che tutto nasca o si limiti a una ripicca personale fra Trump e il suo predecessore Obama. Di certo, qualora tutto saltasse e l’Iran procedesse veramente verso l’acquisizione di una bomba atomica, sappiamo che Arabia saudita, Turchia ed Egitto non assisteranno senza far nulla e vorranno anch’essi dotarsene. Con la conseguenza che il rischio che, in un qualunque prossimo conflitto, qualcuno non si limiti alle armi tradizionali.

 

 

Lady Europa e il governo che non c è!

EUROPA/POLITICA di

“Senza governo il lavoro torna a crescere”; “La Borsa snobba lo stallo politico Italiano”.

Questi alcuni dei titoli dei giornali delle ultime ore. Dunque l’assenza del governo pare porti bene a Piazza Affari.

In attesa del primo Ministro Italiano gli indicatori economici galoppano e gli occupati sono ai livelli pre-crisi. Il Pil sale dello 0,3%. Il temutissimo spread, preso atto del fermo dei partiti, rimane fermo a quota 121 punti.

La poltrona di Palazzo Chigi è vuota quindi la Borsa è al riparo da brutte sorprese. Anche il fondo monetario internazionale ha dovuto ammettere che in Italia le future prospettive non sono tanto male, e che la ripresa continua.

Questa è l’immagine a breve termine. Mentre a lungo termine sale la consapevolezza che il prolungato stallo politico porterà a delle conseguenze non del tutto rosee.

Presto l’Europa ci presenterà il conto da pagare, conto che in parte è stato messo a punto in questi giorni dall’esecutivo Europeo sempre in piena attività.

La Commissione ha infatti presentato il bilancio dei prossimi 5 anni (2021/2027) mettendo in evidenza come l’Italia verserà maggiori contributi, saranno applicati dei tagli all’agricoltura, mentre aumenteranno i fondi per i migranti. L’UE costerà sempre di più ma darà sempre meno all’Italia, almeno in termini economici.

Purtroppo la lunga tradizione di impegni non rispettati con Bruxelles autorizza ad immaginare il peggio ed il rincaro del prezzo del biglietto per rimanere a bordo della “nave Europa” è sempre più una certezza.

È la prima conseguenza della Brexit. Piuttosto che indurre le istituzioni europee a un approccio più cauto, la fuga del Regno Unito ha prodotto l’effetto opposto. Gli stati membri sono ventisette, non più ventotto, eppure è stato deciso di far crescere il bilancio dell’Europa. Per il periodo 2021/2027 l’impegno previsto è di 1.279 miliardi: circa 300 miliardi in più rispetto al bilancio in corso, e questo nonostante Londra che ogni anno staccava un assegno di 15 miliardi, si sia chiamata fuori.

Dimostrando di non aver capito nulla della lezione inglese, il presidente della Commissione Juncker, sostiene che non c’è altro modo per salvare l’Unione.

Intanto a Roma, nei palazzi del potere e nelle sedi dei partiti va in onda l’ennesimo sceneggiato de “il governo che non c’è” tra gli attori della XVIII legislatura e il “regista” Presidente Sergio Mattarella.

E nel dettaglio vediamo che solo poche ore fa la direzione del PD ha detto definitivamente NO a possibili governi con Di Maio o Salvini o centrodestra in generale. Nessuna sfiducia a Maurizio Martina confermato segretario reggente, anche se a tempo. L’assemblea del partito, per l’avvio della procedura per scegliere il nuovo leader, potrebbe infatti essere convocata tra due settimane. È questa la linea politica emersa al termine della direzione del PD al Nazareno, dove con un complicato lavoro di mediazione è stata evitata, almeno per il momento, una scissione interna. Emerge così la vittoria della linea dell’ex segretario Matteo Renzi.

La lega invece riflette sul da fare, nonostante gli insulti Matteo Salvini non chiude ufficialmente ai 5Stelle e anzi fa un richiamo allo schema centrodestra-grillini. Peccato però che i toni ormai sono sempre meno diplomatici tra i salviniani e i pentastellati, tanto che il vento di nuove elezioni soffia sempre più forte.

Lo stesso Di Maio ha proposto le urne a giugno (ma non ci sono i tempi tecnici) quindi passati i mesi caldi si arriverebbe all’autunno. Ma per l’agenda politica è un brutto periodo: c’è l’aggiornamento del DEF e la Finanziaria.

Giorgia Meloni non ha dubbi: subito al voto. E per farlo basta un ritocco alla legge elettorale. “Basta con i balletti. Se non ci sono i margini per dare all’Italia un governo che faccia i suoi interessi, allora meglio tornare al voto”. La leader di Fdi spiega come in tre ore si può modificare la legge elettorale in commissione speciale, non serve un governo per fare questo. “I parlamentari si mettano a lavoro è producano una legge elettorale con il premio di maggioranza, così nel caso in cui dovessimo chiedere al popolo italiano di tornare al voto, il giorno dopo avrebbero un governo scelto da loro”.

Anche per Berlusconi lo sblocco dello stallo può avvenire solo attraverso il cambiamento del “Rosatellum” ed il premio alla coalizione. “Basta stallo, basta immobilismo” le Camere devono essere subito operative.

Intanto l’inquilino del Colle rilancia un nuovo giro di consultazioni tra sabato e lunedì prossimo. La sua missione è quella di verificare per l’ennesima volta le condizioni di formare un governo capace di reggersi su una maggioranza politica oppure se bisognerà mettere le forze politiche davanti un atto di responsabilità chiedendo l’appoggio ad un governo del Presidente garantendo la prosecuzione della legislatura almeno fino alla fine dell’anno così da neutralizzare il previsto aumento dell’Iva, e secondo obiettivo: favorire la stesura di una nuova legge elettorale o il ritocco del Rosatellum.

Il nome del futuro premier per il Presidente ha sempre più le sembianze di un giurista con profilo istituzionale. Sabino Cassese, Giorgio Lattanzi, Alessandro Pajno….

Intanto a Francoforte Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, con la sua “mano ferma” ha rinviato l’atteso aumento dei tassi e a promesso che porterà liquidità fino a settembre e anche dopo se necessario. Significa che fino a quando la situazione non si sarà stabilizzata la sorveglianza resterà molto attenta.

Certo fra un anno Draghi scade. Sarà un problema. Ma per il momento abbiamo ancora un po’ di respiro.

29° summit della Lega Araba – Leader uniti su Palestina e Iran

 

 

Si è concluso domenica scorsa il summit della Lega Araba, giunto alla sue 29esima edizione. L’incontro, tenutosi a Dharan (Arabia Saudita) ha visto riunirsi i 21 membri attivi della lega e personalità di spicco dello scenario internazionale, come l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, il presidente della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Unico membro assente la Siria, sospesa dalla Lega nel novembre del 2011, quando iniziarono le rivolte nel paese ed in seguito alle azioni repressive condotte dal regime di Assad a danno della popolazione civile.

I vari paesi membri erano rappresentati dai capi di stato e di governo, ad eccezione del Qatar che, invece, ha inviato il proprio rappresentate presso la Lega Araba. Un gesto, questo, accolto non molto positivamente dal resto della comunità araba. Ricordiamo, infatti, che da parecchi mesi i rapporti della monarchia con i paesi arabi e mediorientali si sono fortemente incrinati, determinando una crisi diplomatica proprio tra vicini di casa. In particolare, lo scorso 5 giugno, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto hanno annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar, accusando quest’ultimo di fornire supporto a gruppi estremisti e terroristi. L’invito del Qatar a partecipare al summit era arrivato insieme all’annuncio che la crisi diplomatica non sarebbe stata posta nell’agenda dell’evento. L’assenza dell’emiro del Qatar, è stata, dunque, percepita come un segno di arroganza, che ha gettato ulteriore benzina su un fuoco ancora molto ardente.

Il vertice si è concentrato maggiormente sui temi in agenda, mostrando come vi sia una notevole unità di pensiero tra i leader su temi d’importanza cruciale per il contesto arabo e mediorientale e gli equilibri tra la regione e gli attori esterni.

Tre i grandi temi trattati: la questione israelo-palestinese, la guerra in Yemen e la pericolosa influenza dell’Iran. Non sono, invece, stati messi in agenda, come accennato, né la crisi diplomatica con il Qatar né la guerra in Siria. Tuttavia, un comunicato stampa pubblicato dalla Lega Araba al termine del summit invoca la conduzione di “independent International investigation to guarantee the application of International law against anyone proven to have used chimical weapons”. Da notare, infatti, che il summit ha avuto inizio 24 ore dopo l’attacco di USA, Gran Bretagna e Francia sui alcuni siti militari siriani. Tale azione nasce in risposta ad un presunto attacco chimico condotto dal regime contro alcuni ribelli, attacco per altro negato dal presidente Bashar e l’alleato russo.

 

PALESTINA E ISRAELE

Riflettori puntati su Palestina ed Israele, tema che ha portato alla luce una posizione peculiare dei paesi arabi. Da un lato, la ferma opposizione alla decisione del presidente statunitense Donald Trump di spostare la sede dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quest’ultima come capitale della nazione israeliana. Per un paese come gli Stati Uniti, che ha sempre giocato un ruolo di mediazione nel conflitto arabo-israeliano, un gesto simile viene visto dai leader mediorientali come uno spostare la propria posizione di neutralità verso quella di terza parte in causa, un passo decisamente significativo (e se vogliamo, pericoloso) in un contesto delicato come quello del Medio Oriente. Come sottolineato dal re Salman -che ha rinominato il vertice “Jerusalem summit” proprio per sottolineare la solidarietà verso il popolo palestinese- i leader arabi riconoscono il diritto del popolo palestinese di stabilire un proprio stato indipendente, con Gerusalemme come capitale. La stessa Gerusalemme Est appartiene, a loro opinione, ai territori palestinesi. In aggiunta, il re Salman ha annunciato la donazione di 150 milioni di dollari all’amministrazione religiosa che gestisce i siti religiosi musulmani a Gerusalemme, come la moschea Al-Aqsa e di altri 50 milioni per i programmi condotti dalle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente.

Dall’altro lato, invece, i leader arabi –ad eccezione del presidente Abbas- si sono espressi a favore del piano di pace proposto da Trump per il conflitto tra i due popoli. I dettagli di questo piano, tuttavia, non sono ancora stati resi noti, ma potrebbe prevedere una soluzione a due stati.

 

GUERRA IN YEMEN

Altro tema caldo è stato la guerra civile che da circa tre anni logora lo Yemen, e vede coinvolti (sul campo e a livello di interessi in gioco) diversi attori mediorientali accanto a potenze straniere come Russia e Stati Uniti. Il paese è teatro di scontri tra le forze fedeli al governo di Hadi, che di fatto ha perso il controllo di numerose porzioni del territorio nazionale, e i ribelli Houthi, alleati con l’ex presidente Saleh e supportati militarmente e finanziariamente dall’Iran. In campo, inoltre, una coalizione militare a guida saudita, che vede impegnati paesi occidentali (USA; Francia, GB) e alleati mediorientali, come gli Emirati Arabi.  Ancora una volta i leader arabi hanno riaffermato il loro supporto alla nazione e l’obiettivo di ripristinare l’unità, l’integrità, la sicurezza, la sovranità e l’indipendenza della nazione yemenita. La totale responsabilità attribuita ai ribelli Houthi, rimanda ad un altro tema centrale del summit: l’Iran e la politica aggressiva sul piano internazionale.

 

L’AGGRESSIVITÀ’ DELL’IRAN

Non sono mancate nel corso della giornata condanne alle politiche condotte all’estero dall’Iran, dettate da atteggiamenti aggressivi e perpetuate violazioni dei principi del diritto internazionale. Diretto riferimento al supporto ai ribelli Houthi in Yemen, ma anche al regime di Bashar al Assad in Siria. Chiaro il tentativo del re Salman di sfruttare il summit per allineare i paesi arabi contro lo storico rivale Iran. L’Iran, ad oggi, è visto come la principale causa di instabilità nella regione, “colpevole” di destinare le proprie risorse finanziarie e militari per alimentare guerre per procura in paesi dilaniati da anni di guerra civile, come appunto Siria e Yemen. In Siria, come detto, le milizie shiite iraniane supportano le forze governative di Assad, regime anche questo shiita. Similmente in Yemen, l’esperienza militare e le armi iraniane sostengono i ribelli Houthi, che hanno nel corso del conflitto conquistato diverse porzioni del territorio nazionale, compresa la capitale Sana’a. Non è mancata la risposta iraniana: il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Qasemi ha, infatti, dichiarato che le accuse sollevate in occasione del summit sono solo il risultato della pressione esercitata dal suo più grande nemico, l’Arabia Saudita, paese ospite del summit.

 

Vediamo, quindi, come le acque nel Medio Oriente continuino ad essere piuttosto agitate. Sebbene si possa intravedere un’unità d’intenti in alcuni ambiti, i temi caldi sono ancora molti ma soprattutto manca allo stato attuale un vero e proprio “corse of action” per raggiungere gli obiettivi raggiunti. È auspicabile, dunque, che questo messaggio di allineamento dei paesi arabi si trasformi ora in un’azione pratica, che possa portare, step by step, a garantire una maggiore sicurezza e stabilità nella regione.

 

Paola Fratantoni

Elezioni italiane. Intervista a Alberto Alemanno

Europe/POLITICA di

A più di un mese dalle elezioni politiche e nel mezzo del walzer delle consultazioni, il ricordo della campagna elettorale, dei suoi temi e dei suoi toni si fa più blando. Si è trattato, però, di una campagna animata, caratterizzata dall’emergere di nuove istanze, da un divario di opinioni rispetto all’operato del governo momentaneamente ancora in carica, dal clima populista che ha conquistato l’intero continente europeo, ma anche da Continue reading “Elezioni italiane. Intervista a Alberto Alemanno” »

Copy of Roma, Amnesty International incontra il capo della polizia

POLITICA di

Una delegazione di Amnesty International guidata dal suo direttore generale Gianni Rufini ha incontrato, nel pomeriggio dell’8 marzo, il capo della Polizia, prefetto Franco Gabrielli.

Nel colloquio, richiesto dall’organizzazione per i diritti umani, Rufini ha sottolineato che Amnesty International è contraria a ogni forma di violenza, inclusa quella nei confronti di agenti di polizia che non di rado si trovano a prendere decisioni e ad agire in condizioni difficili e tese, nonché a reagire ad azioni violente.

L’occasione è stata utile per illustrare nei dettagli il progetto degli “osservatori nelle manifestazioni”, il cui compito – come previsto in altri progetti del genere svolti all’estero – è quello di monitorare il comportamento delle forze di polizia schierate in una manifestazione con funzioni di ordine pubblico e verificare se questo rispetti o meno gli standard internazionali sull’uso della forza e altri standard rilevanti in tali contesti.

Il primo dispiegamento degli osservatori è avvenuto il 24 febbraio, in occasione della manifestazione organizzata dall’Anpi a Roma.

Rufini ha chiarito che il progetto non è “contro le forze dell’ordine” ma consiste in un’attività di monitoraggio degli organi statali fondata sull’impegno assunto da tutti gli stati, sulla base della Dichiarazione universale dei diritti umani e di successivi trattati, non solo di rispettare i diritti umani fondamentali ma anche di rendere conto alla comunità internazionale e alle opinioni pubbliche del modo in cui lo fanno.

Si tratta dunque – ha precisato Rufini – di un progetto di garanzia per tutti, destinato a favorire l’incolumità dei manifestanti ma anche a tutelare la reputazione degli operatori delle forze di polizia che svolgono correttamente il loro lavoro.

Infine, Rufini ha ricordato che dal 2014 al 2016, in collaborazione con Oscad, Amnesty International ha svolto attività di formazione e di aggiornamento professionale degli operatori delle forze di polizia, coinvolgendo 3600 destinatari. Nel 2018 le attività sono proseguite attraverso la formazione dei formatori delle diverse scuole di polizia.

All’esito della riunione il prefetto Gabrielli ha aderito all’invito di programmare incontri con funzionari della Polizia di Stato per un confronto su tematiche di comune interesse.

Dopo le ideologie la politica dello spazio

POLITICA di

Dopo l’epoca delle ideologie, quella dello spazio? La politica in un mondo più complesso

Si è concluso così il ciclo di conferenze organizzate dal prof. Edoardo Boria grazie alla collaborazione della Società Geografica Italiana, ponendosi il quesito circa il ruolo nel mondo attuale della geopolitica e se si può parlare di una nuova ideologia di spazio. Prima degli interventi degli ospiti è stato proiettato parte del filmato prodotto dal prof. Boria “Cos’è la geopolitica?” da cui è stato interessante notare dei fili conduttori di tutte le varie interviste dei professori o esperti presenti nel video sul tema di cui sopra: la fine del bipolarismo in seguito alla II guerra mondiale rappresentata come una tra le cause principali della ripartenza e riscoperta del termine “geopolitica” e tutti gli studi ad essa connessi, la globalizzazione come il fenomeno unificatore ma altresì fornente l’opportunità con cui ritrovare un’unità politica ed infine la riterritorializzazione in quanto segnale del bisogno della componente geografica insieme a quella politica. Accanto ciò molti studiosi notano con dispiacere dell’ “abuso” della geopolitica nei discorsi o negli insegnamenti contemporanei, e quando spesso si parla troppo di qualcosa, questa si conosce molto meno rispetto a quanto si possa immaginare.

Il primo intervento è quello del prof. f. Salvatori, mediatore dell’incontro se non Presidente emerito della SGI, che ha voluto sottolineare come tale ciclo d’ incontri abbia promosso una piena riabilitazione del pensiero geopolitico all’interno della geografia, ribadendo che sia stato il fascismo a far scomparire questa disciplina, canalizzando il pensiero umano, che veniva costruito su un’unisca grande razza. Alla domanda “Ideologia dello spazio?” tenta un sì, richiamando il chiaro esempio della necessità del califfato di avere un proprio territorio e quindi di come un’entità politica non sopravviva senza un’ideologia di base che le permetti di svilupparsi. Secondo Salvatori poi la geografia va studiata con gli occhi della scienza e non dell’ideologia che allontanerebbe soltanto gli obiettivi.

Si passa la parola a Germano Dottori, professore presso la Luiss di Roma e collaboratore di Limes: “sono stato collega di Carlo Jean, grande esperto di strategia geopolitica”, esordisce Dottori. Riprendendo il pensiero dello stesso Jean ritiene che la geopolitica fosse morta con il fascismo e sarebbe stato dunque impossibile assistere ad una rinascita, o per lo meno ad un nuovo equilibrio tra forze politiche divergenti. Ciò che secondo Dottori davvero contraddistingue la geopolitica, intesa come teoria spaziale, è l’interferenza reciproca dello spazio e della teoria politica, di stampo realista, facendo si che l’ideologia sia l’antidoto di ciò che la geopolitica contiene; la formulazione della stessa si basa su concetti opposti rispetto a quelli di un’ideologia. Lo spazio della geopolitica contemporanea è di multilivello: si estende dalla geografia all’economia, vi sono componenti orizzontali che collaborano tra di loro, da qui si parla infatti di geoeconomia, geofinanza, geocultura. La fine della guerra fredda ed il processo di globalizzazione segnano una fase di reintegrazione della sovranità di molti stati nazionali, (non più come in passato in cui vi erano le super potenze, e dunque gli equilibri si basavano sullo schieramento del resto degli attori, se a fianco o schierati contro di esse). La fine di tale conflitto ha permesso inoltre agli stati una maggiore libertà d’azione, nuovi possibili progetti di espansione statale: il mondo iniziava a scongelarsi dalla cristallizzazione che conteneva prima gli equilibri. Per quanto riguarda la definizione del ruolo della geopolitica, essa è ritenuta uno strumento pratico, di orientamento e di prova a rendere intellegibili i fatti a coloro che non ne sono strettamente dentro; deve in qualche modo far emergere quello che c’è dietro una competizione, la concorrenza, gli obiettivi che sottendono le grandi azioni politiche agli occhi degli. La geopolitica ha a che fare con la logica del conflitto e ne deve permettere una maggior trasparenza; da studioso di strategia Dottori conclude che La geopolitica non è solo teoria ma soprattutto dottrina, dalla profondità strategica.

Il terzo relatore è Carlo Galli, dell’Università di Bologna secondo cui, partendo dal quesito iniziale, bisogna evitare che la geopolitica diventi una nuova ideologia, un qualcosa che possa spiegare la politica. Riconosce tuttavia necessario il collegamento della geografia, del controllo dello spazio geografico con le dinamiche dei vari paesi, parla di coazione interna in quanto unificazione di molteplici aspetti all’interno delle società contemporanee. Risalendo indietro nel tempo, ricorda che lo strumento di potenza, di minaccia come quello della bomba atomica ha fatto sì che non si avesse la giusta attenzione dello spazio, data la rilevanza che la prima aveva nei confronti del secondo e solo dal momento in cui si sono prese in considerazione le coazioni spaziali dell’agire politico si è tornati ad approcciare la geopolitica; con Ratzel e i teorici della scuola di Monaco, ad esempio, la geopolitica era considerata nelle componenti non solo strettamente geografiche ma anche scientifiche o biologiche, a causa dell’assenza di elementi geografici, in primis i confini naturali, che potesse dar loro studi appropriati basati su elementi concreti. Al giorno d’oggi, fa presente Galli è fondamentale saper distinguere il concetto di geopolitica da ogni altro concetto che gli si sia attribuito esternamente, senza un reale nesso. La geopolitica è una delle tante chiavi di lettura e.. non ci si scordi che prima vi è la politica e poi lo spazio.

Floriana Galluccio, direttamente da Napoli ha una posizione alquanto differente dagli interventi precedenti: accetta innanzitutto di rispondere alle provocazioni iniziali del prof. Dottori, ritenendo che ci sia un’idea della geografia in quanto descrizione dello spazio orizzontale scorretta proprio perché tale “orizzontalità” dovrebbe superarsi e oltrepassare l’idea della riduzione della geografia a geomorfia. Cita Faivre che riteneva l’uomo un animale politico, ponendo così prima la dimensione umana di quella spaziale. Secondo la professoressa la geopolitica rientra nella natura storica e teorica della geografia politica ma le due non coincidono. Approccia poi un flashback storico dalla crisi della sovranità dello stato post vestfaliano all’introduzione del soft power, e di come il problema tra epistemologia interna (dibattito interno del sapere) ed esterna (dibattito esteso nelle relazioni e con gli altri rami del sapere) sia ancora molto attuale. In quanto al quesito centrale dell’incontro, analizza la coppia ideologia – spazio, esponendo una definizione della prima, a partire dal dizionario Treccani per poi passare ad un excursus dei maggior politici letterati del tempo che si sono posti cosa fosse veramente un’ideologia, da Marx e ed Hegels, passando per Lenin, a Gramsci e ripercorrendo alcune interpretazioni della politica e della visione di questa all’interno della geografia di autori moderni e contemporanei, tra cui anche il noto “nomos” di Schmitt.

Conclude l’incontro il dott. Matteo Marconi: egli riprende le problematiche che dal titolo possono scaturire, domandandosi innanzitutto se il periodo delle ideologie sia realmente passato oppure no. La politica è ora solo uno dei componenti della vita della complessità dell’uomo, insieme all’economia e l’utilità della geopolitica dipende da una serie di presupposti che vanno tolti: non va considerata ad esempio nell’ottica giornalista, intesa come relazione con la politica dello Stato moderno né tanto meno confusa con la politica estera, le cui competenze spettano a soggetti ben diversi dai geopolitici. Dichiara in seguito che la geopolitica “non è un gioco di scacchi”, perché altri elementi devono interferire con essa, al di là della pura politica interna; lo spazio non può essere definito un mero spazio politico così come non può più considerarsi lo Stato l’unico centro di gravità di controllo, né che la politica si riduca alla sola volontà degli attori che ne prendono parte dato che essi non agiscono esclusivamente in base a principi razionali, la componente del territorio è del tutto fondamentale per la scelta di un’azione politica.

Dunque il ruolo della geopolitica sta indubbiamente ancora subendo delle evoluzioni e con lei, i vari campi del conoscere. La certezza è che una sua maggior conoscenza non può far altro che contribuire alla comprensione degli eventi che colpiscono la scena d’oggi. Ma si hanno i giusti strumenti ? A voi una riflessione che vi colpirà in maniera più diretta di quanto possiate immaginare.

Laura Sacher

 

 

La Corea del Nord e la corruzione: ecco l’ennesima ferita sanguinante per la middle-and low class coreana

ASIA PACIFICO/POLITICA di

Un’altra “pedina” da eliminare, quella della corruzione che ultimamente sta dilagando in Corea del Nord. Dall’altra parte della scacchiera un avversario forte e temibile: Kim Jong-un. Una partita ancora aperta, ma che al momento vede in netto vantaggio il dittatore nordcoreano. Quest’ultimo ha, infatti, disposto che le autorità richiedano pagamenti di una certa somma utilizzando pretese diversificate ed in continuo aumento; a poco serve il rifiuto governativo dell’accumulazione di ricchezza personale di stampo anti-socialista. Decine di unità di polizia e personale dell’esercito sono tenuti a fermare le auto ed i camion che trasportano merci per domandare loro “i soldi per il pranzo”, costringendo gli sventurati a concedere circa 30-40 dollari ai gruppi militari. Questa pratica tanto scorretta quando improbabile in altri Paesi, si sta presto trasformando in consuetudine e si diffonde sempre più l’usanza, per gli autotrasportatori, di tenere preventivamente da parte una somma di denaro da donare alle unità di polizia.
Ma automobilisti e camionisti non sono gli unici a dover soccombere a queste nuove regole: pare che anche le classi più agiate, le cosiddette élites, non siano immuni al pagamento di tali tangenti. Ma se è vero che in questo ordine mentale creato da Kim Jong-un ogni classe è uguale alle altre, è pur vero che “l’ordine sociale” creato tra le varie stratificazioni sociali sembra non procedere nella stessa direzione. Le tangenti imposte all’upper class ricadono inevitabilmente sulla middle-and low class, a riprova del detto infantile, ma quanto mai veritiero “ciò che è mio è mio, ciò che è tuo è mio”.
L’effetto che inevitabilmente viene a crearsi all’interno di questo contesto sociale è un sentimento pubblico che si sta portando ai minimi livelli, in una proporzione diretta con l’intensificazione del livello di tirannia prodotta da Kim Jong-un. Capita, a volte, che i gruppi militari vengano accusati di corruzione, ma non esiste, di fatto, un reale interesse nel punire i colpevoli e quindi accade sempre che le stesse accuse cadano poi nel dimenticatoio.
Persino la polizia pare sia costretta al pagamento di tangenti pari a 70 dollari ed ogni squadra militare abbia ordinato ai propri sottoposti di riscuotere l’importo richiesto in segno di lealtà al regime. Condizione, questa, che fa vivere l’intero sistema sociale in un clima di totale soggezione ed ansia legata al timore di non essere all’altezza delle aspettative della guida suprema della Repubblica coreana.
“Se non si può utilizzare la legge per estorcere denaro, allora non si ha ciò che serve per portare a termine il proprio lavoro” è, di fatto, una frase più volte pronunciata dai gruppi militari di rango elevato nei confronti dei propri sottoposti. Applicando questa “nuova norma”, le squadre militari si stanno diffondendo a macchia d’olio per tutta Pyongyang, attraverso un sistema che potremmo tranquillamente definire una rapina legittimata. La vendita di merci contrarie alla politica socialista vede come unico mezzo di espansione la corruzione delle autorità coreane ed il conseguente dilagarsi di un sistema di corruzione che non trova ancora fine.
La situazione nordcoreana non ha quindi condotto solo ad un malcontento interno generale, bensì ha ottenuto come risposta una serie di sanzioni internazionali, le quali non permettono da tempo ormai alla Corea del Nord di guadagnare valuta estera, producendo così una serie di ripercussioni interne ed esterne che non accennano ad arrestarsi.

Scambi di vedute alla Farnesina tra l’Italia ed il continente Latino- Americano

Americas/Europe/POLITICA di

Le imprese italiane guardano con estremo interesse alle opportunità di sviluppo offerte dalla Colombia, sia per il livello di crescita economica sia per l’elevato grado di apertura al mercato”

Questo è un estratto delle dichiarazioni date dal Ministro degli Esteri Angelino Alfano, dichiarazioni che si riconducono all’incontro avvenuto alla Farnesina il 13 Dicembre, nella “Conferenza Italia-America Latina e Caraibi”. Uno scambio di vedute e di apertura da parte delle diverse Nazioni coinvolte, che ha visto ospiti in questo incontro nomi di grande calibro quali: il ministro degli Esteri del Costa Rica Manuel Gonzàlez Sanz; il Ministro degli Esteri della Colombia Maria Angela Holguin Cuellar ed hanno altresì partecipato i ministri degli Esteri del: Sant Lucia; El Salvador e Bolivia.

Il nostro Ministro degli Esteri ha rilasciato ulteriori dichiarazioni riguardanti il rapporto con lo Stato del Costa Rica, facendo emergere altresì l’importanza di tali relazioni e scambi. Punto focale è l’importanza del sostegno reciproco in svariati settori che vanno dall’agricolo ai trasporti, per i quali sono stati stipulati dei veri e propri accordi (ricordiamo la Visita Ufficiale in Italia del Presidente costaricano Solis nel 2016).

Nel corso dell’incontro, oltre agli argomenti ricaduti sullo scambio bilaterale, ci si è soffermati anche su altri grandi tematiche internazionali di grande attualità, sentite da tutte le nazioni coinvolte all’incontro; parole importanti sono state dunque spese per la problematica della criminalità organizzata sui diversi sistemi di controllo ed infine sui flussi migratori, fenomeno che deve essere gestito e contenuto sempre nel rispetto dei diritti umani.

Agcom: Interviene Martusciello “garantire anche online imparzialità e correttezza dell’informazione politica”

POLITICA di

Quello delle “Fake News”, è sicuramente in questo momento un tema molto caldo. Sull’argomento si sono accesi i riflettori, in particolar modo, durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali statunitensi. In questo ambito si è tenuto a Trieste, lo scorso 22 novembre, un seminario dal nome “Chi vincerà le elezioni: giornali, televisioni o web? La campagna elettorale nell’era di Internet in vista dell’appuntamento del 2018” promosso dal Corecom Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con il Consiglio Regionale.

Qui tra gli altri ha preso la parola il Commissario dell’Agcom, Antonio Martusciello: “Le ultime presidenziali americane hanno segnato un punto di svolta nel modo in cui i social media sono stati utilizzati come strumenti per la formazione del consenso, al punto che una giornalista per offrire un’immagine evocativa di questo fenomeno ha definito Donald Trump come il primo Facebook President

Martusciello ha voluto sottolineare quanto, arrivati a questo punto, sia necessario un intervento regolatorio sulle notizie online; “Nell’era delle fake news e della post-verità, è necessario evitare il farweb e garantire i principi di una informazione veritiera e plurale, su qualsivoglia piattaforma, inclusi i nuovi media. È auspicabile un’azione coordinata a livello nazionale ed europeo volta ad estendere i principi previsti per i media tradizionali anche alle piattaforme digitali, preso atto dell’ormai decisivo ruolo di queste ultime nella formazione del consenso”.

In riferimento al ruolo dell’Agcom, ha assicurato che si è istituito un “tavolo tecnico” per la garanzia delle notizie online. In questa sede si studieranno le metodologie per rilevare contenuti online potenzialmente lesivi all’imparzialità e alla correttezza dell’informazione.

La preoccupazione per le Fake News c’è ed è diffusa. A confermarlo il recente sondaggio condotto dalla BBC su 18 paesi,  secondo il quale 8 utenti su 10 restano allarmati da quello che può essere vero o falso online. Sebbene la maggior parte dei soggetti del sondaggio si dichiarino riluttanti all’idea di un intervento politico a riguardo, il web non è considerato un posto “sicuro”.

Intanto a livello europeo, ha concluso Martusciello: “l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha recentemente approvato la risoluzione su media e giornalismo online, al fine di avviare discussioni sulle misure necessarie per prevenire il rischio di distorsione delle informazioni o manipolazioni dell’opinione pubblica attraverso i social media e la Commissione Europea ha appena lanciato una consultazione pubblica su fake news e disinformazione on line”.

 

 

Redazione
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