GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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POLITICA - page 10

Italia, Mattarella Presidente

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Sergio Mattarella è il dodicesimo Presidente della Repubblica italiana, eletto al quarto scrutinio da una larga maggioranza che sfiora quei due terzi degli aventi diritto al voto che sarebbero stati necessari nelle prime tre prove.

Una scelta all’altezza del ruolo che attende il nuovo primo cittadino e dei valori che deve rappresentare.   Insigne giurista e giudice costituzionale, annovera nel suo curriculum qualificate esperienze di governo, parlamentari e di partito che attestano una profonda conoscenza dell’assetto e delle prassi istituzionali e dell’organizzazione amministrativa dello Stato.

Non è un aspetto marginale in una fase in cui l’ondata di antipolitica e di delegittimazione dei partiti e delle classi dirigenti ha favorito sovente l’improvvisazione e l’incompetenza.    In trent’anni di vita politica e di esercizio di funzioni pubbliche, Mattarella ha dato prova di sobrietà, serietà e intransigenza sui princìpi, ancor più evidenziate dalla fermezza dimostrata nella lotta al fenomeno mafioso, già pagata a caro prezzo dal fratello Piersanti, Presidente della Regione Sicilia, assassinato dalla mafia nel 1980.

L’elezione in tempi rapidi di una figura di alto profilo alla massima magistratura dello Stato riscatta, in un certo senso, il nostro sistema politico, pur con le sue lacerazioni e contraddizioni.  Nei momenti più solenni e delicati, infatti, si rivela in grado di esprimere scelte responsabili e lungimiranti che trascendano miserevoli tatticismi e calcoli di convenienza.     Sulla logica dei veti incrociati e del compromesso al ribasso, paventati da diversi osservatori nelle scorse settimane, prevale, con la scelta di Mattarella, il senso di responsabilità e la coscienza dell’interesse superiore del Paese.

Sebbene puntasse ad aggregare un’ampia maggioranza, come è giusto che avvenga per l’elezione del Capo dello Stato che è una figura di garanzia, il PD ha preferito utilizzare il suo sensibile vantaggio numerico per proporre agli altri partiti un unico nome, puntando coraggiosamente sul prestigio del candidato, in grado di attrarre un consenso molto ampio e trasversale.

Il Patto del Nazareno, sulla scelta dell’inquilino del Quirinale, non ha funzionato.  Questa volta, Renzi si è trovato nelle condizioni di poter prescindere dal consenso degli alleati del Nuovo Centrodestra – i cui “grandi elettori” hanno poi, comunque, in gran parte, votato per Mattarella – e dall’ “oppositore-amico” Berlusconi e di ottenere, sulla carta,  un’autonoma maggioranza di partenza ricompattando il suo partito e SEL sul nome del giudice costituzionale siciliano.

Se questa scelta di Renzi di smarcarsi dal Nazareno e, in un primo momento, anche dagli alfaniani, in un passaggio così importante, avrà effetto sulla tenuta dell’esecutivo e sul percorso delle riforme, non è dato sapere, ma probabilmente il NCD non tirerà troppo la corda, perché i rapporti di forza sono assai sbilanciati in favore del premier. E lo stesso Berlusconi non ha forse interesse, al momento, a far saltare il tavolo delle riforme – come al tempo della Bicamerale D’Alema ! -, poiché ciò comporterebbe il rischio di nuove elezioni e questo non è certo il momento più propizio per Forza Italia.

Meglio fare buon viso e continuare a confrontarsi lealmente con Renzi sulle riforme stesse, nell’interesse superiore del Paese, tenendo conto che Mattarella, nonostante trascorsi politici di evidente avversione nei confronti del Cavaliere, nella posizione attuale, per la sua serietà e il rigore etico universalmente riconosciuto, costituirà certamente una garanzia del rispetto delle regole e dei diritti delle parti contrapposte.    E rappresenterà, soprattutto, per il Paese un baluardo della legalità costituzionale nelle acque turbolente della dialettica tra i partiti e dei processi di riforma in essere.

di  Alessandro Forlani

L’Arabia dei Saud al centro della mezza luna islamica

A prescindere da chi sia al potere e da quali siano gli alleati, da quelle parti a chiunque lo si chieda tutti sanno sempre quello che fanno.

Simile al deserto di cui è formata, l’Arabia Saudita non è il classico potere statale che ti aspetti, per lo meno non lo è all’europea. E’ di quelli che nella perfetta ottica islamica di sempre, mutano come le dune di sabbia dalla sera alla mattina. Camuffata (spesso a volto scoperto) in un ambiente che è stato la causa dei suoi mali ed allo stesso tempo benefattore della sopravvivenza della casa reale, è sopravvissuta alle numerosissime crisi che l’hanno coinvolta. La sua politica, come molte politiche nel mondo arabo che un occidentale non si sa spiegare, non va capita: queste politiche prima vanno accettate e poi, quando ci si mette nei panni di chi ha come dirimpettaio Iraq, Iran, Yemen, Egitto, Israele, (per non mettere dentro al pentolone anche inglesi, francesi e americani che sono il trito e ritrito condomino che vuoi o non vuoi dalle parti del 46° Est ti ritrovi) si può sperare di capirle. Quando la tua preoccupazione è innanzitutto il controllo della fedeltà della famiglia reale, ben prima che dei sudditi e poi delle alleanze, allora capisci che la faccenda si complica. Questa sorta di perenne insicurezza che accompagna da sempre casa Saud ha reso la sua politica interna ed esterna in alcuni casi piuttosto squilibrata, in continuo ricomponimento. Non è certo confortante se la si giudica dall’ottica della sicurezza e stabilità regionale, ma tale è.

Due aspetti di questa importante fetta della mezza luna islamica – che corre dal Magreb (lì dove tramonta il sole) passando per le sconsolate distese del Sahel, lo sfortunato e martoriato Corno d’Africa per giungere a chiudersi tra il Mar Caspio e il Pakistan, tra le steppe kazakhe – vanno considerati: il timore di un crollo interno e l’instabilità permanente ai suoi confini. L’intrinseca vulnerabilità di tutto il mondo arabo è allo stesso tempo la sua principale caratteristica, quella cioè di essere un gran caleidoscopio che riflette nelle politiche dei governi e nelle guerre l’indissolubile rivalità tra le sue anime sciita e sunnita e prima ancora la sua poliedricità etnica e tribale. L’Arabia dei Saud ha tentato tutte le strade per cercare di arginare le spinte centrifughe interne ora elargendo privilegi, ora attraverso fondi, ora (è il caso di Bin Laden ad esempio) mandando in esilio personaggi scomodi, magari in passato dimostratisi insostituibili alleati della corona contro lo sgretolamento a favore della miriade di realtà locali. Certamente scomoda la posizione della famiglia reale, in perenne dibattito e scontro più o meno dichiarato per mantenere l’equilibrio regionale senza dare troppo fastidio a grossi e grassi vicini. La religione, che guida una buona parte delle continue conflittualità, è un mezzo attraverso cui legittimare la propria leadership al governo – antico sodalizio nato nella metà del 1700 dall’incontro della fama di dominio della famiglia di Muhammad Saud con quella di Muhammad al Wahhab, fervente predicatore di un fondamentalismo devoto al solo dio Allah: da quel momento il potere politico è stato finalizzato al perseguimento della causa religiosa wahhabita in una sorta di gioco delle parti utile ad entrambi. Sistematicamente al centro di attacchi da parte del radicalismo che ne critica il tradimento filo occidentale, questo ricco e sfortunato Stato ha vissuto al centro di tumulti e guerre che ne hanno plasmato la sensazione di sicurezza e la proiezione politica.

Utile a questo punto accennare ad un momento fondamentale della storia saudita e della famiglia Saud: quello che ne ha visto la cacciata dalla regione in seguito alla morte di Turki nel terzo decennio del 1800 con la conseguente guerra civile che portò al governo la famiglia rivale Al Rashid e, l’abilità politica e militare del principe Al Aziz che dall’esilio in Kuwait fu in grado di condurre un esercito alla lenta ma inesorabile riconquista delle vecchie regioni del Neged e del Hijaz (regione simbolicamente importantissima, centro della religione islamica con le città sante di La Mecca e Medina). E’ questo un momento che ha rappresentato nella storia del regno saudita un nodo molto importante: mancando la figura di Muhammad Wahhab a rappresentare la guida religiosa e spirituale, Al Aziz assunse per se anche il titolo di Imam: da quel momento stringeva nelle sue mani la spada del potere temporale e quella del potere secolare (come il simbolo di casa Saud).

Dagli attacchi terroristici alla guerra in Somalia, dalla guerra del Golfo al conflitto israelo-palestinese al vicino Iran nucleare, l’Arabia Saudita è stata più volte salvata e condannata anche dal petrolio, salvo scoprire poi che la sua presa sull’equilibrio mondiale del commercio dell’oro nero era limitata. Contrariamente alle aspettative infatti, la produzione del greggio saudita non conta così come si credeva…per lo meno fuori dal gioco del Golfo. L’eccessiva considerazione data al petrolio è stata infatti già smentita e rischia di esserlo nuovamente. E’ vero si che se escludiamo potenze come Russia e Stati Uniti il peso del greggio saudita è ancora importante ma, date le nuove tendenze, rischia di essere una spada spuntata. Il gioco di abbassare la produzione di barili per cercare di premere sbilanciando la produzione internazionale non ha funzionato in passato ed è improbabile che con i prezzi dati (il Medio Oriente continua ad essere il centro della produzione di petrolio, davanti agli Stati Uniti e all’Eurasia), i sauditi rigiochino nuovamente al ribasso, soprattutto considerando la ripresa delle estrazioni dopo le recenti rivolte libiche (che comunque non sono in grado di mettere in difficoltà il Regno). Per casa Saud non si tratta tanto di competere contro Algeria o Libia, quanto di utilizzare la moneta nera come contrappeso al rivale iraniano, costringendolo ad adattarsi ai prezzi per restare competitivo (mossa che rientra in una più ampia strategia di confronto e che sposta la rivalità dal terreno ai mercati finanziari), tentando di sbarazzarsene e di metterlo da parte nella partita anti ISIL. L’Arabia Saudita può permetterselo. L’ Iran al contrario ha bisogno di restare su picchi sempre alti di produzione, cosa resa difficile dal blocco commerciale imposto da molti paesi proprio nella speranza di rallentare il percorso sull’acquisizione di tecnologia nucleare. Inoltre, a favore dei sauditi gioca la diffusa riduzione della domanda di greggio a livello mondiale in linea con trend di crescita decisamente deboli delle economie avanzate che gli permette di fare la prima mossa mantenendo un discreto margine di vantaggio.

Resta da chiedersi con gli ultimi cambiamenti che hanno acceso nuovi focolai di cui lo Stato Islamico è la manifestazione più lampante, se la corona ha intenzione di giocare seriamente la partita apertasi in Iraq e Siria e, in questo caso: lo farà ispirandosi alla teoria del divide et impera (che non ha portato grandi risultati fino ad ora visti i vuoti di potere creatisi con gli scontri dei gruppi fondamentalisti)? Lascerà che Obama riprenda a fare il grande poliziotto di un quartiere che non è decisamente più così stimolante per gli Stati Uniti nell’ottica globale ma sembra giocoforza attirarne il coinvolgimento militare? Riuscirà a trovare una linea comune con gli emiri vicini o resterà intrappolata nel pantano di un’insicurezza che contribuisce in buona parte a creare?

L’Occidente e i sui confini sensibili

Ottobre 2014, i notiziari albanesi danno risalto a una notizia in particolare: 76 cittadini siriani sono stati fermati in territorio albanese, al confine con la Grecia. Provati dalla traversata notturna dei monti che separano i due paesi, chiariscono di provenire “dalla guerra in Siria” e chiedono asilo politico allo Stato albanese. Erano stati avvistati mentre camminavano in colonna e, una volta fermati, hanno chiarito la loro provenienza senza indugi. Stessa sorte, ma con delle zone d’ombra fitte abbastanza da far sollevare un groviglio di ipotesi è stata riservata a 24 cittadini siriani, fermati mentre attraversavano il paese a bordo di mezzi a pagamento. Erano diretti in Montenegro e da lì, non è dato sapere.

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Del primo gruppo, intervistato dalla tv albanese Top Channel, ne parla Ahmed, un profugo palestinese, che dal campo profughi in Siria è dovuto scappare di nuovo con moglie e figli. “ Abbiamo camminato per circa un mese. Dalla Turchia, alla Grecia e infine qui in Albania”, spiega, “ camminavamo perché non avevamo scelta. Non abbiamo denaro e non possiamo pagare nessuno che ci aiuti”. Non hanno progetti o paesi di riferimento che vorrebbero raggiungere, vorrebbero soltanto mettersi in sicurezza e assicurare le famiglie da guerra e miseria.

A dicembre 2014, i media albanesi parlano di cittadini siriani, richiedenti asilo, scappati dai centri di permanenza. Voci non ufficiali parlano di condizioni difficili a cui erano costretti, ma le autorità negano ogni noncuranza o mancanza di adeguate condizioni di vita all’interno dei centri.

Alla stregua delle stragi di Parigi che stanno costringendo l’intelligence dei paesi europei a dichiarare allerta n.10 in Francia, in Italia n.7, i quesiti si moltiplicano.

Ormai è abbastanza chiaro che gran parte degli autori e ideatori degli attacchi terroristici in Occidente hanno potuto viaggiare in modalità A/R per prendere contatti, indottrinarsi, addestrasi alla guerra e fare rientro in Europa per portare a termine le stragi ideate. E’ notizia di oggi che è stato scovato in Grecia un esponente dell’ISIS che coordinava il reclutamento di aspiranti terroristi in Europa, pronti a replicare il terrore dei primi giorni sanguinosi di questo mese di inizio anno. Tal Abdelamid Abaoud, o meglio conosciuto come Abu Soussi, cittadino belga (!), originario del quartiere Molenbeek a Bruxelles.

Dunque, la mappa pare consolidata. V’è una rete di confini sensibili che rendono friabile l’entrata nei grandi paesi europei. Dalla Siria, in Turchia, in Grecia, Albania, Montenegro o Kossovo, via mare verso l’Italia (anche se dimostrato fin troppo bene dai fatti che l’allerta profughi nelle coste siciliane è molto inferiore ai movimenti migratori via terra) o altrimenti verso Germania, Francia o Belgio.

Oltre a un mero fattore geografico favorevole agli scambi e per questo conteso nei secoli, le ragioni della traversata “agevolata” dei profughi, uomini, donne e bambini, ma con la alta probabilità di militanti di Isis o Al Qaeda al loro interno, vanno ricondotte anche alla  malagestione dei paesi di confine da parte delle grandi potenze.

Con uno sguardo al passato, nella guerra di Bosnia, 1992-1995, USA, Arabia Saudita, Turchia e Unione Europea si schierarono con i mussulmani bosniaci nel conflitto contro i serbi. In palio c’erano l’allargamento a est della Nato e il controllo di un’area geografica strategicamente utile per il passaggio degli oleodotti che portano gas e petrolio dall’Asia Centrale all’Europa, senza passare per l’Ucraina, fino a ieri legata alla Russia. Tra i mussulmani sostenuti dall’Occidente e dai suoi alleati, militavano anche migliaia mujaheddin provenienti dall’Asia e dall’Africa Settentrionale, che porteranno il radicalismo islamico nei Balcani, prima in Bosnia e in seguito  anche in Kossovo.  Il 3% della popolazione bosniaca oggi si dichiara wahabita e varie operazioni di antiterrorismo hanno portato a centinai di arresti in Bosnia e Kossovo. L’Al Qaeda spagnola (responsabile degli attentati di Madrid) era composta di mujaheddin addestrati nei campi presso Zenica.

La medesima riflessione si estende alla posizione dei paesi del Caucaso: dall’Afghanistan, dove il ritiro delle forze internazionali non ha manifestamente contribuito alla stabilità dell’area o semplicemente a limitare il numero di vittime civili di guerra, affatto limitato; alla Cecenia e i suoi trascorsi di sangue, nonché Daghestan, Ossezia Settentrionale e così via.

Solo apparentemente in secondo piano pare sia collocato il conflitto in Libia, paese in balia della totale incontrollabilità e della guerra interna tra islamisti radicali. Dall’attacco di USA, Francia e Gran Bretagna nell’estate del 2011 con conseguente morte di Gheddafi, la situazione va irrimediabilmente peggiorando. Se non ne sentiamo parlare o non ne leggiamo, non significa che non esiste.

Quando ci chiediamo chi sono, da dove vengono, chi li finanzia, domanda, in verità spesso omessa dai media mainstream, ma anche evitata con acrobazie lessicali magistrali dalla politica, chiediamoci anche perché vengono in Occidente; perché da qui partono, fanno propria quella guerra e tornano per punirci? Perché continuiamo a destabilizzare tutto intorno a noi? Le domande non sono mai indiscrete, le risposte a volte lo sono (cit.), ma non facciamoci crollare i diritti addosso, non scontiamoli a beni ereditati con beneficio d’inventario.

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EA Report – Il rischio ISIS

POLITICA/Report/Video di

European Affairs intervista Gianluca Ansalone sui possibili rischi di espansione del conflitto in atto in medio oriente, le fonti di finanziamento del califfato e il coinvolgimento dell’Iran nella crisi.

La Siria è il terreno dove si giocano le carte di questo nuovo terrorismo, evoluto, strutturato e territorializzato che sembra essere anche in conflitto con le altre organizzazioni terroristiche come Al Qaeda e Boko Haram che proprio in questi giorni hanno intensificato i loro attacchi quasi cercando di rivendicare uno share mediatico ormai in calo.

Lo stesso modello di reclutamento è cambiato passando dalle Madras alla rete con l’obiettivo di raggiungere combattendo sempre più giovani.

 

Alessandro Conte

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La minaccia dell’Isis e il ruolo dell’Europa nel superamento dei conflitti mediorientali

POLITICA di

La minaccia alla pace e alla civiltà mondiale rappresentata dall’Isis richiede una risposta univoca coesa da una comunità internazionale che in questa sfida decisiva deve ritrovare le ragioni di solidarietà, vincendo antichi pregiudizi e reciproche interdizioni strumentali ad interessi economici e geopolitici.

L’Isis è il frutto avvelenato di errori e conflitti, il prodotto insidioso di ambiguità e doppiogiochismi tesi a ridefinire all’infinito le sfere di influenza nell’area mediorientale. Le guerre di “esportazione della democrazia” in Afghanistan, Iraq  e Libia hanno aggravato l’offensiva fondamentalista, anziché neutralizzarla e le stesse primavere arabe del 2011, suscitatrici di grandi speranze, hanno prodotto rinnovate condizioni di autoritarismo, anarchia, conflitto e barbarie.

L’approccio dell’Occidente alle crisi e alle turbolenze deve essere profondamente ripensato, quanto a modalità d’intervento, alleanze in loco, scelte di governance.    L’ISIS, ad esempio, raccoglie l’esasperazione sunnita, in Iraq, anche a seguito di eccessi delle milizie sciite nei confronti delle popolazioni sunnite che sono stati colpevolmente tollerati o non sufficientemente contrastati, né dalle forze angloamericane che avevano occupato l’Iraq, né dai governanti che si sono insediati a seguito di quell’invasione.

La frustrazione e la penalizzazione subite in Iraq dall’etnia sunnita e l’emarginazione delle caste burocratico-militari baathiste – anch’esse sunnite – dopo la caduta di Saddam hanno prodotto questo formidabile centro di polarizzazione dell’estremismo islamico che è l’Isis.  Quest’ultimo, qualificandosi come “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”, ha rispolverato l’antico mito del Califfato, richiamo formidabile per tutte le nostalgie imperialistiche ancora annidate in alcuni settori della civiltà islamica, ma soprattutto per quelle giovani generazioni del Medio Oriente deluse ed esasperate da regimi autoritari e logori, troppo sordi alle loro istanze.

Ma la suggestione del Califfato ha contagiato anche altri giovani, anch’essi musulmani, che però vivono nei paesi occidentali, nauseati dai valori del consumismo e della ricchezza dai quali si sentono schiacciati ed esclusi, a causa della disoccupazione e delle troppo ampie diseguaglianze economiche e sociali.    Per questo l’Isis rappresenta, oltre che una minaccia militare e una feroce aggressione ai più elementari principi di civiltà – pensiamo alle decapitazioni, ai sequestri, alle lapidazioni – un monito per le nazioni, per i vecchi e nuovi regimi arabi e mediorientali, per le insufficienti politiche di integrazione e di mobilità sociale delle stesse società occidentali.    E mette definitivamente in crisi la teorizzazione dell’esportazione manu militari della democrazia, l’illusione retorica e astratta di ottenere dai popoli oppressi dalle dittature il consenso verso la “propria” democrazia, attraverso l’intervento bellico, oppure armando i ribelli contrapposti ai vecchi dittatori, senza approfondire l’autentica vocazione politica di costoro, né la loro idoneità, nei casi in cui un’inclinazione democratica effettivamente sussista, ad assumere la guida della ribellione, senza lasciarsi soverchiare dalle avanguardie del fondamentalismo più autoritario ed intollerante.   Proprio questo è accaduto in Siria e in Libia.   La comunità occidentale, in larga misura, ha sostenuto le ribellioni, confidando negli ambienti moderati che sembravano assurgere ad un ruolo di leadership, mentre, in corso d’opera, si sono poi rafforzate le fazioni estreme che ora innescano la destabilizzazione e il caos.

L’Isis è il salto di qualità di quel terrorismo che si annidava nelle caverne afgane e attizzava l’odio antiamericano e antioccidentale, eccitando il fanatismo degli adepti attraverso terribili attentati come quello dell’11 settembre.   Si registra ora una fase più avanzata:  l’offensiva ha un esercito e controlla porzioni di territorio – e di giacimenti petroliferi – in Siria e in Iraq,  rivendicando l’eredità del Califfato e minacciando così la sopravvivenza di regimi logorati dall’autoritarismo, dai privilegi, dall’incapacità di ascolto dei rispettivi popoli.     Il conflitto, così come ormai si configura, sembra precludere la possibilità di uno sforzo di natura diplomatica. A  questo punto la risposta all’Isis potrà essere soltanto, purtroppo, di natura militare.   Ma evitando gli errori del passato.

Non dovrà apparire, anzi non dovrà essere una guerra dell’Occidente contro fazioni islamiche radicali,  questa è innanzitutto una guerra tra musulmani.  Perché Isis minaccia e aggredisce, prima di ogni altro, le componenti islamiche che non si riconoscano nella sua offensiva e nei suoi propositi, che non si uniscano alla sua lotta.  Già in questa fase l’Isis è combattuto dai peshmerga curdi, dalle milizie sciite legate al regime iraniano, dall’esercito turco – pur con alcune ambiguità legate alla questione curda – , da quello che resta dell’esercito del governo di Baghdad – a guida sciita –, dalle forze siriane ancora fedeli al regime di Assad  (a conduzione sciita allawita) e rappresenta una minaccia mortale anche per i moderati sunniti iracheni.    L’azione di contrasto da parte di queste entità musulmane mediorientali potrà essere supportata dalle nazioni occidentali, già 3100 uomini sono stati mandati dal governo Usa in territorio iracheno e curdo, con compiti di addestramento e supporto strategico ai peshmerga curdi.   Coscienze irriducibilmente ostili alla violenza e all’uso delle armi, come quella di chi scrive, non possono non avvertire profondo disagio e turbamento rilevando l’ineluttabilità, allo stato, di un conflitto militare.

Ma non credo sia possibile per gli attori internazionali istituzionali immaginare alcun tipo di interlocuzione con Al Baghdadi e i suoi.    Deve essere chiaro tuttavia che, una volta scampato il pericolo Isis, se così sarà, lo scenario dell’area non potrà più essere quello di prima.  Altrimenti il fondamentalismo aggressivo si riprodurrà ancora e in forme sempre più devastanti e destabilizzanti.    E’ necessaria una spinta all’apertura di spazi di libertà e di democrazia da parte dei paesi arabi, uno sforzo di conciliazione tra le diverse confessioni religiose, una più efficace tutela delle minoranze, un rinnovamento reale nello spirito della pacifica coesistenza e nella valorizzazione delle energie popolari che, invocando libertà, avevano promosso quelle primavere arabe dagli sbocchi, purtroppo, in larga misura, ingloriosi !

E’ su questa fase del  “dopo Isis” che l’Europa dovrebbe svolgere un ruolo significativo, come entità politica sovranazionale dotata di una propria politica estera e di un legame antico e profondo, per ragioni storiche e geografiche, con i popoli arabi e mediterranei.

Ora l’Europa integrata, l’Europa dei diritti, tollerante e democratica, scevra di ambizioni coloniali e non più lacerata dai conflitti per la supremazia interna, potrebbe veramente rendersi promotrice di una conferenza per la pace, senza doppie finalità o segreti tornaconti.    Coadiuvando le diverse posizioni nella ricerca delle ragioni di coesistenza pacifica e di cooperazione e di nuovi modelli ordinamentali e costituzionali, attraverso riforme progressive, senza ribellioni violente e guerre civili dalle quali sovente emergono le componenti peggiori (vedi Afghanistan, Siria, Iraq e Libia).    Mediando tra gli Stati Uniti e l’Iran – la “strana coppia” di alleati di fatto, a questo punto, nel conflitto con Isis – sulla questione nucleare, dopo che una porta è rimasta aperta, a seguito dei negoziati di Vienna, conclusi  a fine novembre con un ulteriore rinvio.   L’Europa dovrà, in particolare, fare uso della sua influenza per:

1)     attenuare le diffidenze ancora sensibili tra il regime sciita di Teheran e l’Arabia Saudita, roccaforte dei sunniti, per il superamento del millenario conflitto tra le due maggiori confessioni dell’Islam;

2)    tornare a insistere per il superamento delle rigidità che ancora ostano alla creazione dello stato palestinese, in condizioni di pacifica coesistenza con Israele;

3)    prospettare alla Turchia ipotesi risolutive e distensive rispetto alla questione curda, ossessione delle classi dirigenti di quel paese, che rende oggi le stesse ambigue e incerte nell’azione di contrasto dell’Isis.   Se la Turchia vuole essere realmente quell’avamposto della democrazia in Medio Oriente che ritiene di essere, deve innanzitutto rispettare la cospicua minoranza curda al suo interno, accordando quelle tutele e quelle autonomie amministrative che si rendano necessarie;

4)    spingere il regime siriano a riattivare il processo di riforme timidamente iniziate nel 2011 e  avviare la transizione alla democrazia;

5)     concorrere alla riconciliazione tra sunniti e sciiti in Iraq, anche in questo caso favorendo una legislazione che tuteli le minoranze.

6)    far valere la sua influenza sul nord Africa, soprattutto per ristabilire l’ordine, la legalità e la    governabilità in Libia.

Su questi temi la politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea, confrontandosi nelle sedi diplomatiche bilaterali e multilaterali, dovrà dimostrare veramente di esistere e  di essere molto di più di una pomposa e solenne espressione letterale, come vorrebbero coloro che all’ideale europeo non hanno mai creduto.

 

Alessandro Forlani

Il convegno “La responsabilità delle nazioni nella difesa della civiltà contro la sfida dell’Isis” tra analisi storico-politiche e modi di ricomposizione della crisi in Medio Oriente

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Martedì 25 novembre, presso Palazzo Marini a Roma, si è tenuto il dibattito sugli ultimi eventi susseguitisi in Siria e Iraq. Dopo le introduzioni di Alessandro Conte e Alessandro Forlani, si sono espressi in merito Gianluca Ansalone, Dario Rivolta, Andrew Spannaus, Andrea Manciulli, Carlo Panella e Gian Micalessin. Il dibattito è stato diretto da Paolo Messa

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Molte voci e diverse prospettive storico-politiche quelle emerse nel corso del convegno “La responsabilità delle nazioni nella difesa della civiltà contro la sfida dell’Isis”, svoltosi martedì 25 novembre, presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini (Camera dei Deputati), alle ore 17. Ad aprire i lavori è stato Alessandro Conte, Presidente del Centro Studi Roma 3000, ente organizzatore dell’evento, mentre ad introdurre il dibattito è stato Alessandro Forlani, Presidente della Commissione Studi Geopolitica della medesima associazione. A moderare gli interventi, Paolo Messa, giornalista e Direttore di Air Press.

Nell’illustrare i temi del convegno, Forlani ha affermato che “l’Isis è un fenomeno diverso rispetto ad al Qaeda e ad altri tipi di terrorismo che conosciamo. È una sorta di esercito regolare, che affronta altri eserciti e conquista territori di stati già costituiti, magari logorati al loro interno, come Siria ed Iraq. È un’avanzata che mette a repentaglio gli altri stati del Medio Oriente: Arabia Saudita, Turchia, Iran, nemici negli ultimi anni, ma oggi accomunati da questo grande fenomeno. Pure la stessa Arabia Saudita di estrazione sunnita”. E, proprio questo fattore contingente, potrebbe portare “alla creazione di una grande coalizione internazionale. In questa ottica, Stati Uniti e Iran saranno costretti a trovare un motivo di distensione, così come la Turchia con la popolazione curda”.

Proprio sul ruolo cruciale dei curdi nel conflitto siriano contro l’Isis, è intervenuto Dario Rivolta, analista di politica internazionale già Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati: “Oggi i curdi più organizzati a livello statuale sono quelli che abitano nella regione autonoma irachena. Dal punto di vista militare, i guerriglieri provenienti da questo territorio, i Peshmerga, hanno come arma in più il forte spirito patriottico. Ma, di contro, non hanno una lunga esperienza di combattimenti in campo aperto”. Questa popolazione, protagonista della battaglia in corso a Kobane, è avversa dai quattro stati che la ospitano: “Turchia, Iran e Siria temono l’esodo dei tanti milioni di curdi presenti nei loro territori. L’Iraq, invece, non vuole perdere i giacimenti di gas e petrolio presenti nel Kurdistan iracheno”.

Per spiegare il successo dell’Isis, che mira alla restaurazione del Califfato, Gianluca Ansalone, docente di Geopolitica presso Sioi, ha analizzato quali sono le differenze rispetto al passato: “Questa organizzazione è post terroristica perché ha trasformato il presidio militare in presidio territoriale”. Il suo successo “è dovuto a tre fattori. Il primo è contingente, ovvero la guerra in Siria. Il secondo è storico: gli Usa hanno fatto l’errore di ritirare le truppe dall’Iraq e ora stanno pensando di ritornare. Il terzo, quello più importante, è strutturale. Le frontiere africane e mediorientali sono artifici non più in grado di resistere. Per contenere l’Isis – prosegue -, occorre fare leva su alcune circostanze: risolvere il conflitto siriano; portare a termine, in breve tempo, le operazioni militari contro l’Isis; tagliare i fondi da cui attinge; comprendere e guidare questo processo politico di ricomposizione. Per fare ciò, noi possiamo fare leva sui tre stati che non sono un’invenzione della storia: Turchia, Arabia Saudita e Iran”.

Le scelte degli Stati Uniti in Medio Oriente saranno dunque cruciali, come spiegato da Andrew Spannaus, analista internazione e Direttore di Transatlantico.info: “Obama sa che deve cambiare strategia rispetto alla politica di ‘regime change’ che ha contraddistinto gli Usa dal 2001, ma non riesce a farlo. Ritengo che ci sia bisogno di un ‘realignment’ con alcuni ex nemici come Siria e Iran”. L’attuale intervento aereo in Siria, d’altro canto, appare come un temporeggiare prima di decidere cosa fare: “Adesso, gli Stati Uniti non stanno davvero facendo la guerra contro l’Isis, dato che ci sono stati solo dai cinque ai sette attacchi al giorno. Nel 2003, in Iraq, erano invece 800”. Proprio questa situazione, sembra confermare la strategia dell’attuale Amministrazione democratica, ovvero quella del ‘no boots on the ground’: “Obama – spiega il giornalista statunitense – non ha alcuna intenzione di inviare soldati per iniziare un’offensiva via terra perché questo è ciò che il popolo americano non vuole. Il conflitto contro l’Isis, secondo Washington, non è l’occasione di rovesciare Assad. Questo sta facendo arrabbiare gran parte dell’establishment statunitense: i neocon e gli interventisti progressisti, come il consigliere per la Sicurezza Nazionale Susan Rice e l’ambasciatore dell’Onu Samantha Power”. Tuttavia, dato che “all’Isis conviene avere l’immagine degli Usa come nemico, occorrerebbe che l’Occidente collaborasse con gli altri stati della zona”.

Ma quali sono le ragioni che hanno portato l’Isis a prendere campo in Siria? A spiegarlo, è il reporter di guerra de “Il Giornale” Gian Micalessin: “Nel 2004 e 2005, con la connivenza dei servizi segreti siriani, dal confine con l’Iraq passavano tutti i gruppi jihadisti che andavano a farsi esplodere in Iraq. Adesso, stiamo assistendo esattamente allo stesso flusso, solamente invertito. Le cellule jihadiste, addestrate dalle spie siriane per contrastare gli americani, sono diventate il nemico degli stessi maestri siriani”. Secondo il cronista, la strategia di lotta al Califfato dovrebbe prendere spunto da quanto accaduto in Iraq dal 2007 al 2009: “Al Zarqawi fu sconfitto in due anni dal generale Petraeus con una politica molto semplice, che sarebbe opportuno applicare oggi contro l’Isis: semplicemente, reintegrò nel tessuto politico, sociale ed economico dell’Iraq quei sunniti che nel 2003 ne erano stati brutalmente estromessi. Petraeus arrivò nel 2007 e nel 2009 la questione era risolta”. Ma è qui che gli americani hanno commesso l’errore di rimuovere il Generale statunitense, dimenticandosi di fatto “ questa politica, con l’Iraq lasciato nelle mani di al Maliki, che faceva gli interessi di una parte della classe dirigente iraniana. Quando al Maliki è stato lasciato libero di arrestare, emarginare, condannare, mettere in carcere i capi delle tribù sunnite, è rinata al Qaeda ed è nato l’Isis”.

L’immobilismo e le scelte sbagliate con gli stati arabo-islamici non sono colpe da attribuire “solo agli Stati Uniti – spiega nel suo intervento Andrea Manciulli, Presidente della Delegazione Italiana presso l’Assemblea Parlamentare Nato -. Anche l’Europa stessa ha grandi responsabilità. In un quadro non facile di crisi economica che sta investendo questo continente, l’errore è stato il non essersi occupato abbastanza, a suo tempo, del post Primavere Arabe”. Questo ha consentito che non ci fosse il necessario interesse verso “la trasformazione in corso nel mondo qaedista. In seno al terrorismo islamico, si è aperto un dibattito interno. Due sono le scuole di pensiero emerse. Quella più tradizionale, che intende riservare una particolare attenzione al mondo africano e indiano. Quella che teorizza l’intervento tripartito, cioè la creazione di uno stato islamico, l’organizzazione in lupi solitarie e non in cellule, l’occupazione di zone di non-governo”.

In controtendenza, rispetto alla strategia di coinvolgimento dell’Iran da parte dell’Occidente, è stato il contributo dell’editorialista de “Il Foglio” Carlo Panella: “Io dico che non possiamo fare l’accordo con gli iraniani perché al potere c’è chi ha fatto la rivoluzione sciita e che tale rivoluzione vuole esportare. Essi hanno inventato una nuova strategia politica: la rivoluzione esportata attraverso la deterrenza. Gli iraniani hanno elaborato il piano della bomba atomica, che possiedono dal 2003, e lo usano per esportare la loro rivoluzione. Tale strategia politica, non contrastata da nessuno, funziona perché hanno esportato il loro confine d’influenza al Libano, alla Siria e si accingono ad essere determinanti anche nello Yemen”. A fronte di questa situazione, il giornalista indica una possibile soluzione: “Bisogna tornare a Condoleezza Rice, la quale aveva idealizzato la teoria del ‘containment’, ovvero costruire contro l’espansionismo rivoluzionario dell’Iran una trincea composta dagli altri paesi arabo-islamici. Questo va fatto non andando noi a combattere in Iraq e Siria, ma coinvolgendo gli unici due stati di cui possiamo fidarci in Medio Oriente: Israele e Kurdistan” conclude.

Giacomo Pratali

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Giacomo Pratali
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