GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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POLITICA

Vox entra in Parlamento, ma le aspettative erano diverse

Europe/POLITICA di

Il miraggio degli incontri di massa durante la campagna elettorale si è schiantato con la realtà delle schede elettorale alle urne. Vox, che aveva nutrito aspettative di un trionfo epico, ha conquistato un risultato molto più prosaico. Il partito ultranazionalista, finora fuori dal parlamento, ha ottenuto più di due milioni e mezzo di voti, il 10,3% del totale, e 24 seggi alla Camera dei Deputati, ma non sarà decisivo per la formazione di un governo (visto che non raggiunge la maggioranza alleandosi con il Partido Popular e Ciudadanos) e deve accontentarsi di essere la quinta forza politica in Spagna.

I leader di Vox si sono affrettati a rispondere a coloro che li accusavano di aver lasciato strada libero a Pedro Sanchez dopo aver diviso  il voto della destra. Per prima cosa è stato il segretario del partito, Javier Ortega Smith, che ha accusato il PP e Ciudadanos di “non essere stati capaci di sconfiggere la sinistra settaria del Governo di Spagna”. E poi lo stesso Santiago Abascal, ha affermato che l’unica responsabilità è per “incapacità, slealtà, tradimenti e paure” della “destra codarda”, riferendosi al suo vecchio partito, il PP, per non essersi opposto alla sinistra quando aveva 186 deputati, maggioranza assoluta, con Rajoy. È stato il PP, ha continuato, a consegnare “le televisioni, i media e l’educazione alla dittatura progressista”. Abascal ha ammesso che per il suo partito, il verdetto delle urne è stato “una gioia, ma anche una preoccupazione”, non è sufficiente “per spodestare il fronte popolare, così che la “Spagna è peggio oggi rispetto a ieri” e “Vox è sempre più necessario”. Ha espresso il suo “profondo rispetto per il risultato elettorale”, ma ha avvertito che nessuna maggioranza legittima potrà intraprendere una riforma costituzionale che comprenda  il diritto all’autodeterminazione, il perdono per i responsabili di processi separatisti o imporre leggi totalitarie, riferendosi alla legge delle memoria storica o a quella della violenza di genere. Per un partito extraparlamentare, irrompere in Parlamento con una ventina di deputati e moltiplicare per cinquanta volte i suoi voti nelle ultime elezioni generali dovrebbe essere motivo di festa. Tuttavia, i leader di Vox avevano gonfiato le loro aspettative così tanto che la sensazione è stata quella di delusione il giorno dopo il voto. Abascal diceva che i sondaggi erano sbagliati e che molte società demoscopiche avrebbero dovuto chiudere per non aver pronosticato il trionfo del suo partito, per poi constatare che il risultato è stato molto al di sotto di quanto veniva previsto da tutti i sondaggi, in cui venivano assegnati tra i 29 e i 37 seggi al partito di estrema destra. Vox ha scelto come quartier generale per la notte elettorale l’Hotel Fenix, in un angolo di Plaza Colòn, dove Abascal ha iniziato e chiuso la sua campagna elettorale, e a pochi metri dalla sede el PP, in Calle Genova, il partito in cui ha militato per 19 anni. Più di 280 giornalisti, molti stranieri, hanno chiesto di essere accreditati, ma solo 84 di questi hanno potuto accedere alla piccola sala stampa. Poco dopo la chiusura delle urne, il presidente di Vox a Madrid e candidata alla Comunidad, Rocio Monsterio, è apparsa davanti ai media per fare una breve dichiarazione e senza ammettere nessuna domanda. Dopo aver ringraziato il lavoro svolto da tutta la squadra di Vox, ha assicurato che nel nuovo Parlamento ci “saranno molti deputati di Vox” che combatteranno “con fermezza e determinazione per l’unità del Paese, la libertà e l’uguaglianza degli spagnoli”. Allo stesso tempo, il capo lista di Barcellona, Ignacio Garriga, aveva predetto che il suo partito avrebbe ottenuto 70 deputati, gli stessi che ha ottenuto Podemos nel 2016. Mentre il conteggio proseguiva, la sala dove i leader del partito seguivano i risultati è stata chiusa e le poche facce che uscivano erano tutte di cattivo umore. Verso le 22.30, con quasi l’80% dei voti scrutinati, Ortega è dovuto uscire per sollevare gli spiriti di tutti i sostenitori radunati fuori il quartier generale che contemplavano in silenzio, attraverso un grande maxi schermo, il frantumarsi del loro sogno. Il numero due di Vox ha assicurato che, d’ora in poi, i suoi deputati “saranno l’unica opposizione” all’esecutivo socialista, la cui vittoria è stata predetta come “effimera”. Ortega ha invitato i suoi assordanti seguaci a ritenersi “molto soddisfatti e orgogliosi” di quello che hanno ottenuto nonostante l’esclusione del partito dai dibattiti televisivi e la mancanza di risorse pubbliche che hanno gli altri partiti.

Nelle elezioni andaluse dello scorso dicembre, Vox ha ottenuto 395.978 voti, il 10,97% del totale, entrando nel Parlamento autonomo con 12 seggi. Nelle elezioni generale del 2016 ha ottenuto solo 46.881 voti, lo 0,2%. Il suo miglior risultato nelle elezioni statali è stato ottenuto nelle europee del maggio 2014, pochi mesi dopo la sua nascita, dove ha conquistato 244.929 voti, l’1,56%, non ottenendo nemmeno un seggio a Strasburgo.

Di Mario Savina

Il Principe Emanuele Filiberto a Roma, “oggi bisogna lavorare per gli italiani, concretamente” – Video

EUROPA/POLITICA di

Ai microfoni di European Affairs, sua altezza Reale Emanuele Filiberto ha rilasciato una intervista sul cambiamento in atto in Italia e ha indicato qual è la sua visione dell’Europa del futuro.

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Italia e IFAD firmano nuovo accordo quadro

EUROPA/POLITICA di

a Vice Ministra degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, Emanuela Del Re, e il Direttore Generale del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo/IFAD, Gilbert Houngbo, hanno firmato oggi un nuovo accordo-quadro di partenariato, che ha l’obiettivo di aggiornare la cornice dei rapporti di collaborazione tra l’Italia e l’IFAD, dettando regole generali applicabili a tutti i futuri progetti finanziati dall’Italia. Continue reading “Italia e IFAD firmano nuovo accordo quadro” »

I luoghi comuni. Perché in Europa ridono di noi (ogni tanto).

Faccio una doverosa premessa: questo articolo sarà pieno di luoghi comuni. Oltre i classici “pizza, spaghetti, mandolino… e mafia”. Chi mi conosce sa che vado fiero dei miei pregiudizi. Il mio tentativo sarà non quello di sfatarli, bensì quello di confermarli e, forse spiegarli. Luoghi comuni sull’Italia e gli italiani, visti da Bruxelles. Non parlo solo delle Istituzioni europee… ma della gente, del sentire comune. Della proverbialità a cui è ormai assurto il nostro essere italiani. Eppure questi signori d’oltralpe (i nostri “fratelli” europei) hanno dimenticato che Roma, le istituzioni, il diritto, la civiltà, la religione, la cultura, li abbiamo inventati noi. No, non è così. Questo lo dicono tutti. Non è che all’estero non sappiano che l’Italia è l’artefice di tutto quanto di sensato sia oggi di uso comune nel continente: il fatto è che gli italiani fanno di tutto, ma proprio di tutto per far cadere il nostro glorioso passato nell’oblio. E forse nemmeno loro lo conoscono, il loro passato. Primo luogo comune.
Fermo subito qualunque scettico: non sono un auto-razzista (termine oggi molto in uso dai sovranisti per indicare sinistroidi estremisti, boldriniani e immigrazionisti vari). Se è per questo, non sono neppure un sovranista, o almeno non mi ritengo tale. O, almeno, non del tutto. Non secondo me, europeista convinto.
C’è un vecchio video di Bruno Bozzetto su Youtube (lo trovate a questo link), dedicato a tutti coloro che credono che gli Italiani siano uguali agli altri europei. Quel video, stupendo e geniale, riepiloga in pochi minuti le differenze tra noi e gli altri popoli europei sulla politica (le poltrone da cui i nostri leader non si staccano mai), il modo di parcheggiare, il modo di guidare il modo di prendere il caffè… E sapete una cosa? Quel video è azzeccatissimo. Purtroppo. Ricorda quanta poca sobrietà ci sia ormai da tempo nei nostri costumi, ahinoi non solo in contesti informali. Guardatelo. Adesso, però, vi do la mia versione.
Cominciamo dall’aereo: se prendete un volo da Bruxelles, della Brussels Airlines (la vecchia “Sabena”, per intenderci), partite ad un orario prestabilito: è puntale il boarding, un po’ meno la partenza (siamo comunque non oltre i 15 minuti) ed in linea di massima in un’ora e quaranta minuti siete a Roma (arrontondiamo pure a due ore, ma non per auto-piaggeria). Durante la fila nessuno fa il furbo: chi è in economy si mette in coda subito per cercare di prendere posto prima, chi è in business o flex si rilassa un po’ di più e si mette in una fila ordinata di poche persone. Le hostess (assolutamente non necessariamente statuarie, e non necessariamente belghe né belle – questi sono luoghi comuni) cominciano sin da subito a “bollare” anche i bagagli a mano che dovranno viaggiare comunque nella stiva. Chi tardi arriva, male alloggia. Anche in un regime di oligopolio, quale è quello della tratta tra la “Capitale d’Europa” e le capitali nazionali. Se qualcuno si mette in fila con la business, e all’atto dell’imbarco possiede un biglietto economy, viene gentilmente invitato a mettersi in coda alla fila. Per ultimo.
La stessa cosa non succede se viaggiate, sempre da Bruxelles, ma con altra compagnia aerea (non dirò quale, ma tanto avete capito, no? Sempre quella…). La fila si forma abbastanza puntualmente, ma non così ordinatamente. Il boarding è comunque molto puntuale, ma la fila per la business class è inspiegabilmente lunga e, peggio ancora, si allunga quando ormai è quasi esaurita. Così che qualche sedicente business man, di corsa, riesce casualmente ad infilarsi al momento giusto nella fila dei suoi presunti pari. Poi sfila e si imbarca l’economy. Ma con un piccolo problema: siccome c’è stato qualche furbacchione dell’economy che si è infilato nella coda della business, le signorine (che sfoggiano sempre i colori di quella compagnia aerea…sempre quella) sono costrette ad aumentare o ad anticipare la “bollinatura” dei bagagli a mano da portare nella stiva. E da dove cominciano? Non dagli ultimi, ovviamente, ma dai primi che si trovano davanti. Così funzionari ministeriali, professori universitari “smart”, politici grullini (e non è un errore di battitura) che fanno finta di viaggiare in economy, e turisti che si erano virtuosamente messi in coda per primi, dovranno aspettare a fine corsa il loro bagaglio in un famoso aeroporto italiano (sempre quello), mentre gli ultimi, i furbi, essendo ultimi, lasceranno per primi l’aeroporto, quando gli altri, gli scemi, sono ai nastri.
Tutto questo lascerebbe indifferente l’italiano medio, normalmente aduso ad essere sorpassato da consimili più furbi e a non protestare, quasi per quieto vivere. Bisognerebbe litigare veramente con tutti. Ma, ovviamente, tra i passeggeri di quel volo, talvolta c’è qualche erudito eurocrate, cresciuto a birra e crauti, o a birra e waffle, che storce il naso, ride, fa battute sull’Italia e gli Italiani. No: non è colpa sua. E’ colpa nostra. E questo è un luogo comune.
Vi tralascio i rimbrotti, le battute, i musi lunghi e gli sbuffamenti quando si parte dall’Italia, da quel famoso aeroporto italiano, verso Bruxelles. Indipendentemente dalla compagnia con cui viaggiate, dovete calcolare almeno 45 minuti di ritardo prima che l’aereo si sollevi. Nei casi peggiori (invero residuali) l’aereo si solleva quasi quando avrebbe dovuto atterrare dall’altra parte. Come mai si accumuli sempre questo ritardo, non è dato saperlo. Luoghi comuni.
Arriviamo a Bruxelles. Lì, in generale, l’accozzaglia di gente più o meno seria e più o meno sobria per le strade, e nei negozi e nei locali fa sì che la bestia italica si confonda abbastanza. C’è chi ride sguagliatamente, ma non è necessariamente appartenente a un gruppo di pugliesi o di napoletani. Potrebbero essere anche irlandesi (del resto simili a noi) o olandesi (essendo davvero uomini liberi, loro possono fare qualunque cosa). Più difficile che si tratti di francesi. Impossibile siano tedeschi. I nord africani ci guardano con circospezione, perché gli stranieri lì siamo noi, non loro. La città, in molti vicoli, è “aulente” di pipì e di fritto. Luoghi comuni.
La cucina non è un granché. Tranne la carne, il salmone, la birra e le verdure. Quindi niente di speciale. Anche le marche più pregiate di cioccolato hanno stabilimenti in Turchia. Non oso immaginare, se hanno lo stabilimento in Turchia, dove possano comprare le nocciole. Di certo non a Torino o a Viterbo. Luoghi comuni.
Entriamo nelle Istituzioni. Lì si apre un mondo. Chi è accreditato entra senza controlli velocemente, come è giusto che sia. Chi non lo è, passa solo dei controlli se è stata comunque confermata la sua presenza in precedenza e la sua identità è nota. Chi non è nemmeno atteso deve farsi identificare. E qui viene il bello. Di solito gli italiani non sanno che per entrare in questi edifici (che sono sacri, e non sono ironico!) occorre il passaporto o una carta di identità.
La patente? NO.
Ma è europea! NO.
Io sono un giornalista, ecco la tessera professionale! MI DISPIACE. NON E’ UN DOCUMENTO VALIDO (in Belgio, come in molti Paesi europei, non esiste un vero e proprio ordine dei giornalisti come da noi).
Ma in Italia è un documento valido! IN ITALIA. QUI NO.
E allora devo tornare in albergo a riprendere i documenti? OUI, JE SUIS DESOLE’ MONSIEUR.
Luoghi comuni? Non tanto. E intanto la fila dietro si accumula…. e si sente sottovoce, tra risatine soffocate e rabbia smorzata…  “Italians… Italienne… Italienisch….
Una volta dentro, ognuno sa quello che deve fare. E anche gli Italiani sanno farsi valere. Tutti sanno quello che devono dire. La differenza fondamentale, però, è che noi siamo tutti euroscettici. Questa è la verità. Anche gli europeisti italiani più convinti sono euroscettici. Noi in Europa ci andiamo, non ci siamo.  Non vogliamo fare e non facciamo mai brutta figura, specie a livello tecnico, e le amministrazioni, le aziende, le lobby, le autorità indipendenti e le ex partecipate inviano sempre funzionari svegli e di ottimo livello.
Ormai anche noi parliamo benissimo l’inglese ed il francese. E’ difficile che chi vada a quelle riunioni e non sia un buon english speaker non sia accompagnato almeno da qualcuno che si muove bene in quei corridoi. Ma se osserviamo il dossier dei nostri inviati, delegati, politici, etc. possiamo osservare dei veri e propri mattoni di carta, che spiegano per filo e per segno cosa dovranno dire, cosa probabilmente ci verrà detto, cosa è meglio per il Paese che quel delegato dica.
Gli altri… gli altri no. Gli altri conservano l’agenda dell’incontro, qualche altro documento magari proposto dal loro Paese e null’altro. Conoscono la materia. Hanno le idee chiare. Prevedono le strategie altrui. Sono comunque preparati a fronteggiare posizioni avverse, da Stati non sempre amici. Sfidano i rappresentanti della Commissione, quando non sanno già in anticipo come questi si comporteranno.
Per questo noi non siamo in Europa, ma andiamo in Europa. A mio parere, l’Europa per noi è un teatro, dove dobbiamo dimostrare qualcosa. Molte volte veniamo applauditi, non c’è che dire. Altre volte no. Ultimamente no. Ma invece quella è casa nostra. Non dovremmo nascondere nulla, dovremmo dire quello che pensiamo, fare quello che riteniamo più giusto fare. Sbuffare anche noi contro gli altri. Non limitarci a prendere per il culo qualche spilungone allampanato che snocciola numeri o consigli, solo perché non capisce l’italiano e magari ha pure il naso e le gote rosse (luogo comune!).
Siamo anche noi fondatori e fino a poco fa non ce lo ricordavamo. Perché non ce lo ricordavamo? Perché non ne abbiamo approfittato? Perché finora mai nessuno aveva osato fare la voce grossa, da parte italiana, nei corridoi e nelle aule di Bruxelles.
Non parlo del Parlamento europeo, dove qualche deputato più o meno stravagante, per toni o per contenuti, ha fatto talvolta parlare di sé. Italiani in primis.
Parlo del Consiglio dell’UE, del Consiglio Europeo e della Commissione europea. In questi consessi, diciamolo, prima dell’attuale governo, anche durante Presidenza italiana, nessuno aveva fatto parlare dell’Italia. La “Italian issue”, anzi le “Italian issues” sono cosa recente. Si può essere più o meno d’accordo con Salvini, per carità. Io sono d’accordo, per alcuni contenuti. Quello che mi è piaciuto – aldilà dei contenuti – è stata la pervicacia, l’insistenza, la coerenza e la forza con cui questi contenuti sono stati espressi.
Lasciate stare, solo per un attimo, se siete o meno d’accordo e se mi caverete o meno gli occhi per quanto vi ho appena detto. Praticamente Salvini ha avuto l’abilità di mettere i famosi puntini sugli “i” (luogo comune!) a quei Paesi che lo facevano prima con noi. La differenza è che mentre gli altri puntano e puntavano il ditino verso di noi perché magari non eravamo puntuali nell’implementazione di qualche normativa, perché magari rispondevamo in maniera vaga a domande precise o perché eravamo comunque troppo prolissi, adesso abbiamo puntato noi il dito verso di loro. Lasciatemelo dire… sui dossier migration, relocation, repatriation e altri simili, l’Europa aveva ed ha proprio toppato nei riguardi del nostro Paese. E, secondo me, non c’è nulla di inumano nel dire che ogni Stato membro dovrebbe fare la sua parte, che non possiamo essere – con la Grecia – gli unici Paesi in cui l’Europa debba esercitare l’accoglienza. Non è possibile, non ce la facciamo. E prima di Salvini, lo dicevano anche i governi di sinistra (ai governi di sinistra va comunque reso il merito – il grande merito – di aver notevolmente diminuito il numero delle procedure di infrazione nei differenti settori in cui l’Italia era indietro normativamente). Diciamo che Salvini ha fatto in modo che si passasse dalle parole ai fatti. Abbiamo dato effettivamente fastidio. Abbiamo semplicemente chiesto che tutti – e non solo noi – fossero chiamati ad applicare le regole. Oggi la maggior parte degli Italiani con un minimo di erudizione conosce meglio, di sicuro, il diritto comunitario (prima dato in pasto ai soli addetti ai lavori), Dublino (più o meno), Frontex (ovviamente non ne conosce lo stato giuridico.. e l’Agenzia non si chiama neanche più così) e via discorrendo. Credo che in questo, stavolta, sia stata – a ragione – l’Italia a puntare il dito, grazie a Salvini. Forse avrei urlato meno. Ma ognuno ha il suo stile. Luogo comune.
Ma cosa smonta tutto questo? Cosa fa ridere gli altri di noi? Il fatto che siamo deficitari su molti altri fronti. Otteniamo una vittoria e dieci sconfitte. Luogo comune. Non siamo eurocrati. Non lo saremo mai.
Il problema è che a una strategia ben precisa nel settore affari interni, corrispondono strategie fumose sugli altri tavoli. Primi tra tutti i tavoli economico-finanziari. E’ inutile commentare i fatti di questi giorni. La procedura di infrazione, la cena tra il Presidente Conte e Juncker, i commenti prima e dopo la cena, la quota 100 e il reddito di cittadinanza. Tutte cose trite e ritrite dalla stampa nazionale ed estera. Io, personalmente, reputo scellerata la gestione di questi dossier in campo nazionale… e credo sia pressoché impossibile far capire agli eurocrati la presunta ed asserita bontà di alcuni provvedimenti macroeconomici come questi (ma figuriamoci!).
Il problema è che, per fare la voce grossa, bisognerebbe avere tutte le carte in regola. Allora è fastidioso sentire Junker che – seppur in un clima almeno apparentemente amichevole – dice di amare l’Italia perché da giovane, in Lussemburgo, era circondato da immigrati italiani. Che cosa vuol dire? Perché questa sottolineatura? Non poteva dire solo di amare l’Italia perché è un paese bellissimo e ricco di monumenti? Non avrebbe potuto utilizzare un luogo comune positivo?
Allora quello che a me non va giù è che proprio perché noi non siamo perfetti a tutto tondo, in tutti i settori, gli altri approfittano delle sbavature. Proprio perché è un luogo comune che in Italia i controlli non siano rigidi. Allora i gendarmi francesi scaricano migranti sui nostri confini, come fossero immondizia (ma che umanità è questa?)… gli svizzeri approfittano della notte per non accogliere nemmeno donne e bambini (no comment).
Insomma: qual è la ricetta per evitare luoghi comuni e risatine su di noi? Basterebbe, davvero, che ognuno facesse bene quel poco che gli è richiesto di fare. Affrontare le sfide europee sicuramente con spirito critico, ma ben sapendo che il sistema non si può scardinare con alzate di testa o con proposte folli, che mai saranno accettate. Il sistema si può cambiare, osservando le regole, dall’interno. In maniera silenziosa e costante. Bisognerebbe formare una classe dirigente che sin dalle scuole superiori possa ambire a ricoprire ruoli di prim’ordine nelle istituzioni europee. Bisognerebbe far capire alla popolazione che l’Europa non è qualcosa di altro da noi, ma è qualcosa di cui anche noi facciamo parte.
E questo è un altro bug del nostro sistema. Gli italiani (pochissimi) che ricoprono ruoli anche non di spicco nelle istituzioni UE ci sono arrivati con le proprie gambe. Vincitori di concorso, davvero qualificatissimi, impossibili da scartare o da bocciare, sono arrivati a Bruxelles e lì hanno messo la loro bandierina. Ho conosciuto italiani, nelle istituzioni, che fingevano di non capire che in una sala ci fossero dei connazionali, e rivolgersi a loro in inglese. Ho visto e sentito italiani dire di essere “della Commisisone” e, quindi, non propriamente italiani, in quella veste. Ma non credo sia colpa dei diretti interessati. Sono italiani che non sono stati sostenuti dal Paese, per arrivare dove sono arrivati. Sono italiani che talvolta si sono sentiti in in imbarazzo per i ritardi del nostro Paese. Altri Paesi conoscono in anticipo le posizioni aperte nelle istituzioni e pianificano per tempo, con una formazione mirata, chi dei loro dovrà riempire quella casella. Nel nostro settore esiste una formazione “europea” adeguata soltanto nel comparto difesa e sicurezza. I militari che vanno all’estero sotto egida UE svolgono corsi di formazione per quanto più possibile omogenei e, infatti, nei teatri operativi gestiti dall’UE, nell’ambito della PESC e della PSDC, l’Italia ha sempre stra-ben-figurato. Capacity building, peace making, stability policing, sono cose che abbiamo letteralmente inventato noi.
Le altre compagini ministeriali, ahimé, conservano nicchie di eccellenza isolate, che viaggiano in Europa o fuori da essa, ma con le sue insegne, senza un “addestramento” omogeneo, che in Patria li abbia preparati insieme agli altri pari-ruolo o pari-qualifica. Magistrati, professori, cooperanti, funzionari dei trasporti, dell’istruzione, delle comunicazioni, conoscono l’inglese perché magari lo hanno sempre coltivato da soli, a loro spese, e si sono affacciati solitariamente agli impegni europei. Qualcuno è in missione. Qualcuno è in aspettativa. Qualcuno è fuori ruolo. Indennità diverse, compensi diversi, compiti diversi ed obiettivi (nazionali) poco chiari. Chiarissimi sono invece gli scopi della loro missione, per l’Europa.
Se ci sforzassimo di rendere univoci gli sforzi, di mettere a sistema la nostra pregiatissima cultura giuridica ed amministrativa, di addestrare tutti coloro che a vario titolo vanno all’estero (non solo in Europa), se facessimo leva non solo sull’orgoglio e sulla preparazione personali, ma fornissimo una omogenea preparazione italo-europea, sicuramente avremmo italiani più responsabili, che varcano i confini nazionali per entrare in quelli europei, davvero a testa alta. Ed il nostro Paese ne trarrebbe un vantaggio di immagine (e non solo) addirittura (ne sono sicuro!) superiore a quello di altri Paesi.
Sfatando, finalmente i luoghi comuni.

 

 

Bilancio UE 2019: il Parlamento europeo chiede più fondi per giovani, migrazioni e ricerca

POLITICA di

La Commissione Bilancio del Parlamento europeo ha approvato la sua posizione negoziale in merito al bilancio dell’UE per il 2019, con cifre più consistenti rispetto alla proposta originaria della Commissione risalente allo scorso 23 maggio. Il testo che ha ottenuto il vaglio della Commissione Bilancio è stato redatto da Daniele Viotti – eurodeputato del Partito Democratico, membro del Gruppo dell’Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) – in qualità di Relatore Generale al Bilancio europeo 2019. Il 25 e 26 settembre gli eurodeputati hanno votato a favore dell’aumento di 717 milioni di euro rispetto alla proposta originaria, giungendo così a quota 166,3 miliardi; inoltre l’obiettivo è quello di alzare i pagamenti da 148,7 a 149,3 miliardi. Il progetto di bilancio comprende anche strumenti speciali come i fondi di solidarietà e di adeguamento alla globalizzazione nonché il bilancio amministrativo della Commissione europea, ma non di altre istituzioni europee.

Nel dettaglio, il documento in questione chiede di aumentare di 362 milioni di euro le risorse destinate al progetto Erasmus+ e di 256,9 milioni quelle per Horizon 20, il programma quadro europeo per la ricerca e l’innovazione. Inoltre, nuovi finanziamenti sono previsti alle voci infrastrutture (procedendo all’annullamento dei tagli previsti dai Governi), lotta ai cambiamenti climatici (più 65 milioni), disoccupazione giovanile (più 346,7 milioni per la Youth Employment Initiative, portando il totale a 580 milioni), agenzie e programmi legati al settore della sicurezza (più 74,7 milioni), supporto alle Piccole e Medie Imprese (più 28,9 milioni) e sostegno agli Stati membri colpiti dall’epidemia di peste suina africana (più 50 milioni). Gli eurodeputati hanno altresì incrementato le risorse destinate alle iniziative europee legate alla gestione dei flussi migratori con particolare riguardo alle principali rotte migratorie ed ai rapporti con i Paesi di provenienza dei flussi: sono stati incrementati i finanziamenti rivolti allo Strumento per lo sviluppo e la cooperazione in Africa (più147,5 milioni), allo Strumento europeo di vicinato (fondi per il vicinato meridionale e la Palestina, più 146 milioni) ed al sostegno pre-adesione per i Balcani occidentali (+ 56 milioni); relativamente alle azioni volte ad affrontare le sfide migratorie all’interno del territorio dell’Unione europea, è stato rafforzato il Fondo Asilo, Migrazione ed Integrazione (FAMI) con un incremento pari a 33 milioni di euro.

Gli unici tagli incoraggiati, invece, riguardano i fondi previsti per la Turchia, pari a 3 miliardi: nel dettaglio gli eurodeputati hanno insistito sul fatto che la seconda tranche dello strumento a sostegno dei rifugiati (istituito in seguito alla richiesta degli Stati membri UE di stanziamenti supplementari significativi, i cui settori principali sono l’assistenza umanitaria, l’istruzione, la gestione delle migrazioni, la salute, le infrastrutture municipali ed il sostegno socio-economico) non debba superare un miliardo di euro al fine di mantenere un rapporto tra Bilancio UE e contributi degli Stati membri, mentre i fondi per la pre-adesione sono stati tagliati.

La risoluzione è stata approvata con 399 voti favorevoli, 146 contrari e 87 astensioni.

“La votazione odierna ha chiuso la prima fase della procedura di bilancio 2019” ha dichiarato Viotti “il Parlamento ha lavorato duramente per realizzare un bilancio UE sostenibile, solido dal punto di vista finanziario e in linea con le nostre priorità politiche. Adesso è il tempo dei negoziati con il Consiglio. In quanto Relatore Generale del Parlamento, sarò in prima linea per ripristinare i finanziamenti essenziali, per contribuire ad affrontare la crisi migratoria, la disoccupazione giovanile ed altre priorità durante la fase di conciliazione”.

“Prima di chiedere aumenti di contribuzione, ci aspettiamo dall’Unione europea spending review e lotta contro le inefficienze interne. Speriamo che il 24 ottobre, data del voto a Strasburgo, alcuni deputati si mettano una mano sulla coscienza e votino per un bilancio più equo” ha invece affermato Marco Valli, europarlamentare del Movimento 5 Stelle, membro del gruppo Europa della Libertà e della Democrazia diretta (EFDD).

Con riguardo agli sviluppi successivi, nell’ambito della riunione della Commissione dell’8 e 9 ottobre, sarà votata una risoluzione corrispondente, mentre il 24 ottobre, il Parlamento in sessione plenaria procederà ad una votazione al fine di individuare la sua posizione in merito al progetto di bilancio. Quest’ultima votazione darà il via a tre settimane di “colloqui di conciliazione” con il Consiglio, al fine di raggiungere un accordo tra le due istituzioni. La procedura di adozione del bilancio annuale dell’Unione europea, disciplinata dall’Art. 314 del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE), prevede, infatti, la decisione paritaria da parte del Parlamento e del Consiglio. L’obiettivo è quello di raggiungere un accordo che possa essere confermato dal Parlamento europeo entro fine novembre.

Cooperazione giudiziaria: Bonafede incontra il suo omologo rumeno Toader

POLITICA di

“Sono felice di accoglierla qui a Roma, con la sua delegazione, per continuare insieme la riflessione che abbiamo avviato in occasione del nostro primo incontro a Innsbruck”. Così, il guardasigilli Alfonso Bonafede ha accolto il ministro della Giustizia della Romania Tudorel Toader, in visita questo pomeriggio al dicastero di via Arenula accompagnato dal sottosegretario Marieta Safta, dall’ambasciatore George Gabriel Bologan, dal ministro plenipotenziario Dan Eugen Pineta e dal consigliere Beatrice Birau.

In un clima di rinnovata collaborazione, l’incontro si è svolto con l’obiettivo di intensificare la sinergia e lo scambio di esperienze tra i due paesi. Nel momento in cui la Romania si appresta ad esercitare la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea, prevista dal 1 gennaio al 1 giugno 2019, il ministro Bonafede ha manifestato la massima disponibilità ad offrire il contributo del Ministero della Giustizia.

Nel definirsi alleati importanti, i due ministri hanno ribadito il reciproco impegno verso una maggiore fluidità nelle procedure di trasferimento dei detenuti, tema da tempo nell’agenda della politica del nostro paese e in linea con il principio, riconosciuto a livello internazionale, di facilitare l’esecuzione della pena nel paese d’origine per favorire il reinserimento sociale del condannato.

Al centro del cordiale colloquio, grande rilevanza anche alla tutela dei minori, alla costituzione dell’Ufficio del Procuratore Europeo e all’ampliamento delle competenze di EPPO ai crimini di terrorismo, quale efficace risposta giudiziaria transnazionale alla crescente minaccia, e alla ricostituzione della figura del magistrato di collegamento.

Altro punto di confronto, in conclusione, l’adozione degli strumenti normativi proposti dalla Commissione sull’e-evidence rispetto ai quali si auspica la messa a punto di un meccanismo giudiziario della prova elettronica il più possibile agile e spedito.

Migrazioni, quanto siamo disposti a sacrificare per accoglierli tutti?

POLITICA di

La storia dell’essere umano ha sempre annoverato spostamenti di individui o di interi popoli da un territorio all’altro. Sembra che tutto sia cominciato già agli albori dell’umanità e i paleo-antropologi ci parlano di numerosi tipi di umanoidi che, in periodi differenti, lasciarono l’Africa per disperdersi poi nell’intero mondo. Avevano caratteristiche morfologiche e somatiche così diverse tra loro da non essere considerati un unico genere bensì specie e sottospecie. Noi siamo i diretti discendenti di uno di quei ceppi, apparentemente l’unico sopravvissuto: l’homo sapiens sapiens, a sua volta successivo all’homo sapiens.

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Polemica MOAS,Croce Rossa: “La nostra missione è salvare vite, non fare polemiche politiche”

POLITICA/Senza categoria di

L’attacco alla Croce Rossa stavolta non avviene in zona di guerra ma si potrebbe dire da fuoco amico da chi in egual modo si prodiga per i più deboli, Gino Strada, il presidente di Emergency, in un’intervista a La7 discutendo sul “Business Immigrati” ha dichiarato che la collaborazione tra Emergency e il MOAS, ONG maltese fondata da Regina Catrambone di origine Italo Americana, si è interrotta nel momento in cui la Croce Rossa avrebbe offerto più di loro nella copertura delle spese per la missione di salvataggio. Un accusa velata di “opportunismo” umanitario che la Croce Rossa rigetta con forza ma che purtroppo hanno scatenato una tale reazione sui media che non può essere ignorata.

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Migrazioni, Rocca all’Onu: Tutti hanno diritto a essere trattati con dignità e rispetto

POLITICA di

I “Safe Point” Italiani modello da replicare in tutto il mondo.Un nuovo rapporto redatto dalla più grande rete umanitaria del mondo, chiede ai governi di rimuovere le barriere che impediscono a migranti in stato di necessità di avere accesso ai più elementari servizi di assistenza e di soccorso umanitario.

Francesco Rocca, Presidente della Federazione internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC) e della Croce Rossa Italiana (CRI), intervenendo al round conclusivo di negoziazione sul Global Compact su Migrazione ordinata e regolare, ha affermato che:

“Ogni essere umano, indipendentemente dal suo status giuridico, deve avere accesso ai servizi e all’assistenza umanitaria di base. Per avere un accurato controllo dei propri confini, non è necessario maltrattare le persone. Impedire l’accesso a una adeguata alimentazione, le essenziali cure mediche e la giusta informazione legale sui propri diritti è assolutamente inaccettabile. Tutti hanno il diritto di essere trattati con dignità e rispetto”.

Il rapporto dell’IFRC, intitolato “IL NUOVO ORDINE ‘MURATO’. COME LE BARRIERE ALL’ASSISTENZA TRASFORMANO LA MIGRAZIONE IN CRISI UMANITARIA” (New Walled Order: How barriers to basic services turn migration into a humanitarian crisis) identifica i fattori che impediscono ai migranti in stato di vulnerabilità di avere accesso all’aiuto di cui hanno bisogno. Tali fattori variano da quelli più evidenti – incluso il timore di essere perseguiti, arrestati o deportati – a quelli meno ovvi, che possono comprendere costi proibitivi, barriere culturali e linguistiche e la scarsa informazione in merito ai propri diritti.

In aggiunta, in alcune parti del mondo, i governi stanno implementando leggi che criminalizzano l’assistenza umanitaria, comprese le operazioni di ricerca e salvataggio e l’assistenza di emergenza a persone migranti prive di documenti di identità.

“La criminalizzazione della compassione è estremamente preoccupante e rischia di vanificare più di un secolo di standard e norme umanitarie” ha dichiarato Francesco Rocca. “Inoltre, l’idea che la prospettiva di ottenere una elementare assistenza o l’attività di ricerca e soccorso possano agire come incentivi per la migrazione è semplicemente errato. Le persone prendono la decisione di migrare per ragioni molto più profonde di queste”.

Quest’anno, i governi stanno negoziando un nuovo “Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare”. L’IFRC sta chiedendo loro di assicurarsi che le loro leggi, politiche, procedure e pratiche nazionali siano conformi agli obblighi già esistenti in base alle leggi internazionali e vadano incontro alle necessità e ai bisogni di assistenza e protezione delle persone migranti. Le società nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa sono a disposizione per sostenere le Istituzioni nelle attività umanitarie.

In particolare, l’IFRC chiede agli Stati di:

  • Assicurare che le Società Nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, così come le altre agenzie umanitarie, possano assicurare assistenza umanitaria ai migranti indipendentemente dal loro status e senza dover temere di essere arrestati. Tra questi servizi rientrano informazioni e pareri legali, informazione sui propri diritti, primo soccorso, assistenza sanitaria minima, rifugio e sostegno psicologico.
  • La creazione di un perimetro difensivo tra servizi pubblici e controllo dell’immigrazione. Questo significa abolire le regole che impongono agli operatori sanitari alle agenzie di soccorso di denunciare le persone che assistono alle autorità.
  • Identificare e affrontare in maniera proattiva quei fattori che impediscano ai migranti l’accesso all’assistenza sanitaria essenziale.
  • Fare in modo che le leggi nazionali, così come le procedure, le politiche e le pratiche vengano adeguate agli obblighi esistenti in base alle leggi internazionali e siano indirizzate alle necessità di protezione e assistenza dei migranti.

Nel documento presentato all’ONU l’esempio dei “Safe Point” della Croce Rossa Italiana, luoghi sicuri dove viene fornito ascolto, assistenza e orientamento, che vengono proposti come una delle best practice.

USA-Russia: a breve incontro tra Trump e Putin

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Gli Stati Uniti non hanno cambiato la loro politica in materia di sanzioni contro la Russia e in materia di riconoscimento dell’annessione della Crimea da parte di quest’ultima, ma non è escluso che il Presidente Donald Trump nel suo primo incontro formale  con il suo omologo russo Vladimir Putin possa affrontare il tema di una possibile riammissione della Russia al G-7, ha dichiarato il consigliere  della sicurezza nazionale di Trump, John Bolton, in una conferenza  stampa a Mosca. Bolton aveva avuto un incontro con Putin al Cremlino in precedenza. Putin e Trump si incontreranno presto in un luogo terzo e i dettagli ufficiali dell’incontro saranno comunicati contemporaneamente da Washington e Mosca nei prossimi giorni, secondo Yuri Ushanov, consigliere  per la politica estera di Putin.

La Russia è stata espulsa dal G-8 a seguito dell’annessione della Crimea nel marzo del 2014 e della sua politica  di sostegno al secessionismo in Ucraina. La linea di Mosca rispetto ad entrambi i temi non è variata, sebbene il conflitto bellico nell’est dell’Ucraina sia di bassa intensità al momento. Durante l’ultimo vertice del G-7 in Canada, Trump ha chiesto la riammissione di Mosca al Club, subito bloccata dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, dichiarando che una riammissione russa sarà possibile solo nel caso in cui Mosca ritorni sui suoi passi.

Per Putin, che non segue una politica isolazionista, il vertice con Trump potrebbe essere l’occasione giusta per proiettare un’immagine di potere a livello internazionale , cercando anche di riallacciare i rapporti con l’Occidente, raffreddatisi dopo le vicende ucraine. Tuttavia, al di là dei risultati di immagine e relazioni pubbliche che potranno prodursi dopo il vertice tra i due capi di Stato, le posizioni dei due paesi sono lontani ed il Presidente Trump non ha la facoltà e la libertà  di seguire la propria linea con Putin visto i vincoli del Congresso e dell’intera classe politica interna. Indipendentemente da ciò che dice Trump, gli USA non solo non hanno ridotto le sanzioni contro la Russia, ma le hanno addirittura aumentati.

Finora Trump e Putin non hanno mai avuto un incontro formale completo, anche se in due occasioni sono intervenuti a forum multilaterali ed hanno avuto colloqui telefonici in più circostanze. “Trump crede che un incontro con Putin sarà utile non solo per gli Stati Uniti e la Russia, ma aiuterà  anche a rafforzare  la pace in tutto il mondo”, ha detto Bolton.

Le relazioni bilaterali sono state aggravate dalle presunte interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali che nel 2016 hanno dato la vittoria al candidato repubblicano. Trump si è congratulato con Putin dopo la sua rielezione nello scorso marzo, presumibilmente contro il parere dei suoi consiglieri. Il Presidente americano voleva invitare il russo a Washington, ma Mosca preferisce un luogo neutrale. Tra le questioni che verranno messe sul tavolo, un compromesso potrebbe essere raggiunto sul caso Siria, visto la volontà di Trump di ritirare le proprie truppe dal territorio. Inoltre, la nuova politica commerciale americana reca danni non solo agli europei ma anche ai russi, e su questo tema Putin potrebbe provare ad avviare una relazione speciale con Trump, tenendo fuori gli europei.

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Mario Savina
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