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Bilancio UE 2019: il Parlamento europeo chiede più fondi per giovani, migrazioni e ricerca

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La Commissione Bilancio del Parlamento europeo ha approvato la sua posizione negoziale in merito al bilancio dell’UE per il 2019, con cifre più consistenti rispetto alla proposta originaria della Commissione risalente allo scorso 23 maggio. Il testo che ha ottenuto il vaglio della Commissione Bilancio è stato redatto da Daniele Viotti – eurodeputato del Partito Democratico, membro del Gruppo dell’Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) – in qualità di Relatore Generale al Bilancio europeo 2019. Il 25 e 26 settembre gli eurodeputati hanno votato a favore dell’aumento di 717 milioni di euro rispetto alla proposta originaria, giungendo così a quota 166,3 miliardi; inoltre l’obiettivo è quello di alzare i pagamenti da 148,7 a 149,3 miliardi. Il progetto di bilancio comprende anche strumenti speciali come i fondi di solidarietà e di adeguamento alla globalizzazione nonché il bilancio amministrativo della Commissione europea, ma non di altre istituzioni europee.

Nel dettaglio, il documento in questione chiede di aumentare di 362 milioni di euro le risorse destinate al progetto Erasmus+ e di 256,9 milioni quelle per Horizon 20, il programma quadro europeo per la ricerca e l’innovazione. Inoltre, nuovi finanziamenti sono previsti alle voci infrastrutture (procedendo all’annullamento dei tagli previsti dai Governi), lotta ai cambiamenti climatici (più 65 milioni), disoccupazione giovanile (più 346,7 milioni per la Youth Employment Initiative, portando il totale a 580 milioni), agenzie e programmi legati al settore della sicurezza (più 74,7 milioni), supporto alle Piccole e Medie Imprese (più 28,9 milioni) e sostegno agli Stati membri colpiti dall’epidemia di peste suina africana (più 50 milioni). Gli eurodeputati hanno altresì incrementato le risorse destinate alle iniziative europee legate alla gestione dei flussi migratori con particolare riguardo alle principali rotte migratorie ed ai rapporti con i Paesi di provenienza dei flussi: sono stati incrementati i finanziamenti rivolti allo Strumento per lo sviluppo e la cooperazione in Africa (più147,5 milioni), allo Strumento europeo di vicinato (fondi per il vicinato meridionale e la Palestina, più 146 milioni) ed al sostegno pre-adesione per i Balcani occidentali (+ 56 milioni); relativamente alle azioni volte ad affrontare le sfide migratorie all’interno del territorio dell’Unione europea, è stato rafforzato il Fondo Asilo, Migrazione ed Integrazione (FAMI) con un incremento pari a 33 milioni di euro.

Gli unici tagli incoraggiati, invece, riguardano i fondi previsti per la Turchia, pari a 3 miliardi: nel dettaglio gli eurodeputati hanno insistito sul fatto che la seconda tranche dello strumento a sostegno dei rifugiati (istituito in seguito alla richiesta degli Stati membri UE di stanziamenti supplementari significativi, i cui settori principali sono l’assistenza umanitaria, l’istruzione, la gestione delle migrazioni, la salute, le infrastrutture municipali ed il sostegno socio-economico) non debba superare un miliardo di euro al fine di mantenere un rapporto tra Bilancio UE e contributi degli Stati membri, mentre i fondi per la pre-adesione sono stati tagliati.

La risoluzione è stata approvata con 399 voti favorevoli, 146 contrari e 87 astensioni.

“La votazione odierna ha chiuso la prima fase della procedura di bilancio 2019” ha dichiarato Viotti “il Parlamento ha lavorato duramente per realizzare un bilancio UE sostenibile, solido dal punto di vista finanziario e in linea con le nostre priorità politiche. Adesso è il tempo dei negoziati con il Consiglio. In quanto Relatore Generale del Parlamento, sarò in prima linea per ripristinare i finanziamenti essenziali, per contribuire ad affrontare la crisi migratoria, la disoccupazione giovanile ed altre priorità durante la fase di conciliazione”.

“Prima di chiedere aumenti di contribuzione, ci aspettiamo dall’Unione europea spending review e lotta contro le inefficienze interne. Speriamo che il 24 ottobre, data del voto a Strasburgo, alcuni deputati si mettano una mano sulla coscienza e votino per un bilancio più equo” ha invece affermato Marco Valli, europarlamentare del Movimento 5 Stelle, membro del gruppo Europa della Libertà e della Democrazia diretta (EFDD).

Con riguardo agli sviluppi successivi, nell’ambito della riunione della Commissione dell’8 e 9 ottobre, sarà votata una risoluzione corrispondente, mentre il 24 ottobre, il Parlamento in sessione plenaria procederà ad una votazione al fine di individuare la sua posizione in merito al progetto di bilancio. Quest’ultima votazione darà il via a tre settimane di “colloqui di conciliazione” con il Consiglio, al fine di raggiungere un accordo tra le due istituzioni. La procedura di adozione del bilancio annuale dell’Unione europea, disciplinata dall’Art. 314 del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE), prevede, infatti, la decisione paritaria da parte del Parlamento e del Consiglio. L’obiettivo è quello di raggiungere un accordo che possa essere confermato dal Parlamento europeo entro fine novembre.

Cooperazione giudiziaria: Bonafede incontra il suo omologo rumeno Toader

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“Sono felice di accoglierla qui a Roma, con la sua delegazione, per continuare insieme la riflessione che abbiamo avviato in occasione del nostro primo incontro a Innsbruck”. Così, il guardasigilli Alfonso Bonafede ha accolto il ministro della Giustizia della Romania Tudorel Toader, in visita questo pomeriggio al dicastero di via Arenula accompagnato dal sottosegretario Marieta Safta, dall’ambasciatore George Gabriel Bologan, dal ministro plenipotenziario Dan Eugen Pineta e dal consigliere Beatrice Birau.

In un clima di rinnovata collaborazione, l’incontro si è svolto con l’obiettivo di intensificare la sinergia e lo scambio di esperienze tra i due paesi. Nel momento in cui la Romania si appresta ad esercitare la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea, prevista dal 1 gennaio al 1 giugno 2019, il ministro Bonafede ha manifestato la massima disponibilità ad offrire il contributo del Ministero della Giustizia.

Nel definirsi alleati importanti, i due ministri hanno ribadito il reciproco impegno verso una maggiore fluidità nelle procedure di trasferimento dei detenuti, tema da tempo nell’agenda della politica del nostro paese e in linea con il principio, riconosciuto a livello internazionale, di facilitare l’esecuzione della pena nel paese d’origine per favorire il reinserimento sociale del condannato.

Al centro del cordiale colloquio, grande rilevanza anche alla tutela dei minori, alla costituzione dell’Ufficio del Procuratore Europeo e all’ampliamento delle competenze di EPPO ai crimini di terrorismo, quale efficace risposta giudiziaria transnazionale alla crescente minaccia, e alla ricostituzione della figura del magistrato di collegamento.

Altro punto di confronto, in conclusione, l’adozione degli strumenti normativi proposti dalla Commissione sull’e-evidence rispetto ai quali si auspica la messa a punto di un meccanismo giudiziario della prova elettronica il più possibile agile e spedito.

Migrazioni, quanto siamo disposti a sacrificare per accoglierli tutti?

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La storia dell’essere umano ha sempre annoverato spostamenti di individui o di interi popoli da un territorio all’altro. Sembra che tutto sia cominciato già agli albori dell’umanità e i paleo-antropologi ci parlano di numerosi tipi di umanoidi che, in periodi differenti, lasciarono l’Africa per disperdersi poi nell’intero mondo. Avevano caratteristiche morfologiche e somatiche così diverse tra loro da non essere considerati un unico genere bensì specie e sottospecie. Noi siamo i diretti discendenti di uno di quei ceppi, apparentemente l’unico sopravvissuto: l’homo sapiens sapiens, a sua volta successivo all’homo sapiens.

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Polemica MOAS,Croce Rossa: “La nostra missione è salvare vite, non fare polemiche politiche”

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L’attacco alla Croce Rossa stavolta non avviene in zona di guerra ma si potrebbe dire da fuoco amico da chi in egual modo si prodiga per i più deboli, Gino Strada, il presidente di Emergency, in un’intervista a La7 discutendo sul “Business Immigrati” ha dichiarato che la collaborazione tra Emergency e il MOAS, ONG maltese fondata da Regina Catrambone di origine Italo Americana, si è interrotta nel momento in cui la Croce Rossa avrebbe offerto più di loro nella copertura delle spese per la missione di salvataggio. Un accusa velata di “opportunismo” umanitario che la Croce Rossa rigetta con forza ma che purtroppo hanno scatenato una tale reazione sui media che non può essere ignorata.

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Migrazioni, Rocca all’Onu: Tutti hanno diritto a essere trattati con dignità e rispetto

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I “Safe Point” Italiani modello da replicare in tutto il mondo.Un nuovo rapporto redatto dalla più grande rete umanitaria del mondo, chiede ai governi di rimuovere le barriere che impediscono a migranti in stato di necessità di avere accesso ai più elementari servizi di assistenza e di soccorso umanitario.

Francesco Rocca, Presidente della Federazione internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC) e della Croce Rossa Italiana (CRI), intervenendo al round conclusivo di negoziazione sul Global Compact su Migrazione ordinata e regolare, ha affermato che:

“Ogni essere umano, indipendentemente dal suo status giuridico, deve avere accesso ai servizi e all’assistenza umanitaria di base. Per avere un accurato controllo dei propri confini, non è necessario maltrattare le persone. Impedire l’accesso a una adeguata alimentazione, le essenziali cure mediche e la giusta informazione legale sui propri diritti è assolutamente inaccettabile. Tutti hanno il diritto di essere trattati con dignità e rispetto”.

Il rapporto dell’IFRC, intitolato “IL NUOVO ORDINE ‘MURATO’. COME LE BARRIERE ALL’ASSISTENZA TRASFORMANO LA MIGRAZIONE IN CRISI UMANITARIA” (New Walled Order: How barriers to basic services turn migration into a humanitarian crisis) identifica i fattori che impediscono ai migranti in stato di vulnerabilità di avere accesso all’aiuto di cui hanno bisogno. Tali fattori variano da quelli più evidenti – incluso il timore di essere perseguiti, arrestati o deportati – a quelli meno ovvi, che possono comprendere costi proibitivi, barriere culturali e linguistiche e la scarsa informazione in merito ai propri diritti.

In aggiunta, in alcune parti del mondo, i governi stanno implementando leggi che criminalizzano l’assistenza umanitaria, comprese le operazioni di ricerca e salvataggio e l’assistenza di emergenza a persone migranti prive di documenti di identità.

“La criminalizzazione della compassione è estremamente preoccupante e rischia di vanificare più di un secolo di standard e norme umanitarie” ha dichiarato Francesco Rocca. “Inoltre, l’idea che la prospettiva di ottenere una elementare assistenza o l’attività di ricerca e soccorso possano agire come incentivi per la migrazione è semplicemente errato. Le persone prendono la decisione di migrare per ragioni molto più profonde di queste”.

Quest’anno, i governi stanno negoziando un nuovo “Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare”. L’IFRC sta chiedendo loro di assicurarsi che le loro leggi, politiche, procedure e pratiche nazionali siano conformi agli obblighi già esistenti in base alle leggi internazionali e vadano incontro alle necessità e ai bisogni di assistenza e protezione delle persone migranti. Le società nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa sono a disposizione per sostenere le Istituzioni nelle attività umanitarie.

In particolare, l’IFRC chiede agli Stati di:

  • Assicurare che le Società Nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, così come le altre agenzie umanitarie, possano assicurare assistenza umanitaria ai migranti indipendentemente dal loro status e senza dover temere di essere arrestati. Tra questi servizi rientrano informazioni e pareri legali, informazione sui propri diritti, primo soccorso, assistenza sanitaria minima, rifugio e sostegno psicologico.
  • La creazione di un perimetro difensivo tra servizi pubblici e controllo dell’immigrazione. Questo significa abolire le regole che impongono agli operatori sanitari alle agenzie di soccorso di denunciare le persone che assistono alle autorità.
  • Identificare e affrontare in maniera proattiva quei fattori che impediscano ai migranti l’accesso all’assistenza sanitaria essenziale.
  • Fare in modo che le leggi nazionali, così come le procedure, le politiche e le pratiche vengano adeguate agli obblighi esistenti in base alle leggi internazionali e siano indirizzate alle necessità di protezione e assistenza dei migranti.

Nel documento presentato all’ONU l’esempio dei “Safe Point” della Croce Rossa Italiana, luoghi sicuri dove viene fornito ascolto, assistenza e orientamento, che vengono proposti come una delle best practice.

USA-Russia: a breve incontro tra Trump e Putin

Policy/POLITICA/Politics di

Gli Stati Uniti non hanno cambiato la loro politica in materia di sanzioni contro la Russia e in materia di riconoscimento dell’annessione della Crimea da parte di quest’ultima, ma non è escluso che il Presidente Donald Trump nel suo primo incontro formale  con il suo omologo russo Vladimir Putin possa affrontare il tema di una possibile riammissione della Russia al G-7, ha dichiarato il consigliere  della sicurezza nazionale di Trump, John Bolton, in una conferenza  stampa a Mosca. Bolton aveva avuto un incontro con Putin al Cremlino in precedenza. Putin e Trump si incontreranno presto in un luogo terzo e i dettagli ufficiali dell’incontro saranno comunicati contemporaneamente da Washington e Mosca nei prossimi giorni, secondo Yuri Ushanov, consigliere  per la politica estera di Putin.

La Russia è stata espulsa dal G-8 a seguito dell’annessione della Crimea nel marzo del 2014 e della sua politica  di sostegno al secessionismo in Ucraina. La linea di Mosca rispetto ad entrambi i temi non è variata, sebbene il conflitto bellico nell’est dell’Ucraina sia di bassa intensità al momento. Durante l’ultimo vertice del G-7 in Canada, Trump ha chiesto la riammissione di Mosca al Club, subito bloccata dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, dichiarando che una riammissione russa sarà possibile solo nel caso in cui Mosca ritorni sui suoi passi.

Per Putin, che non segue una politica isolazionista, il vertice con Trump potrebbe essere l’occasione giusta per proiettare un’immagine di potere a livello internazionale , cercando anche di riallacciare i rapporti con l’Occidente, raffreddatisi dopo le vicende ucraine. Tuttavia, al di là dei risultati di immagine e relazioni pubbliche che potranno prodursi dopo il vertice tra i due capi di Stato, le posizioni dei due paesi sono lontani ed il Presidente Trump non ha la facoltà e la libertà  di seguire la propria linea con Putin visto i vincoli del Congresso e dell’intera classe politica interna. Indipendentemente da ciò che dice Trump, gli USA non solo non hanno ridotto le sanzioni contro la Russia, ma le hanno addirittura aumentati.

Finora Trump e Putin non hanno mai avuto un incontro formale completo, anche se in due occasioni sono intervenuti a forum multilaterali ed hanno avuto colloqui telefonici in più circostanze. “Trump crede che un incontro con Putin sarà utile non solo per gli Stati Uniti e la Russia, ma aiuterà  anche a rafforzare  la pace in tutto il mondo”, ha detto Bolton.

Le relazioni bilaterali sono state aggravate dalle presunte interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali che nel 2016 hanno dato la vittoria al candidato repubblicano. Trump si è congratulato con Putin dopo la sua rielezione nello scorso marzo, presumibilmente contro il parere dei suoi consiglieri. Il Presidente americano voleva invitare il russo a Washington, ma Mosca preferisce un luogo neutrale. Tra le questioni che verranno messe sul tavolo, un compromesso potrebbe essere raggiunto sul caso Siria, visto la volontà di Trump di ritirare le proprie truppe dal territorio. Inoltre, la nuova politica commerciale americana reca danni non solo agli europei ma anche ai russi, e su questo tema Putin potrebbe provare ad avviare una relazione speciale con Trump, tenendo fuori gli europei.

Coordinate per l’estate: il Caso Aquarius

EUROPA/POLITICA di

Era una notte buia in cui, da una parte, era difficile distinguere dove fosse il mare e dove iniziasse il cielo notturno, e, dall’altra, il sole si stava preparando ad albeggiare. In questi frangenti un rimorchiatore si adopera per il soccorso di due gommoni ma la situazione si fa critica non appena una delle due imbarcazioni si distrugge, facendo cadere 40 persone in acqua. Alla fine, sono 229 le persone recuperate, delle luci rosse illuminano le facce dei sopravvissuti: c’è chi festeggia, chi sa o pensa che non è ancora finita, c’è chi bacia i bambini e cerca di dargli il proprio affetto. Queste sono state le persone che l’Aquarius ha salvato il 10 giugno e a queste si aggiungono le 400 persone soccorse dalla Marina Militare Italiana, dalla Guardia Costiera e da navi mercantili. È una notte intensa, in totale vengono raccolte 629 persone: tra loro 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte, soccorse attraverso 6 diverse operazioni. Il ministro degli interni, con l’aumento delle partenze nei giorni precedenti, aveva dichiarato che avrebbe impedito alle Organizzazioni Non Governative (ong) che operano nel mediterraneo di continuare a svolgere il loro “ruolo di taxi del mare”. A questa dichiarazione segue una lettera urgente al governo di Malta, con cui si dichiarano chiusi i porti italiani e si dice che il porto di “Valletta” (capitale maltese) è il più sicuro. Malta risponde che però non è sua competenza in quanto il soccorso è avvenuto nella Search and Rescue area (la SAR) libica con il coordinamento del centro di Roma. Per Malta devono sbarcare in Libia, in Tunisia o in Italia per una questione di principio: la necessità che vengano rispettate le regole. Il ministro degli Interni italiano dichiara che questa è “un Italia che comincia a dire no, al traffico di esseri umani, al business dell’immigrazione clandestina e che l’obiettivo è quella di garantire una vita serena a questi ragazzi in Africa e ai nostri figli in Italia”. Aggiunge che nel mediterraneo ci sono navi con bandiera olandese, spagnola, britannica o di Gibilterra, che ci sono Ong tedesche e spagnole, che c’è Malta che non accoglie, che c’è la Francia che respinge alla frontiera e una Spagna che difende i confini con le armi. Intanto si procede verso Nord in attesa dell’assegnazione di un porto sicuro. Cala la sera e arrivano le istruzioni dal coordinamento della Guardia Costiera italiana di rimanere in Standby a 35 miglia Nautiche dall’Italia e 27 da Malta.

     Questa è un primo riassunto di ciò che è successo il primo giorno del “Caso Aquarius”, il seguente vede le persone a bordo unite nella preghiera mattutina ancora ignari dello stallo diplomatico, donne incinte, persone con gravi ustioni chimiche, medici che lavorano a pieno regime per garantire le cure a tutti, diversi pazienti con sindrome di annegamento e ipotermia, nonché paura per le scorte che scarseggiano. Passa il tempo e, tra le dichiarazioni del primo ministro Spagnolo acquisite dai media all’interno della nave e per mancanza di ufficialità da parte del MRCC italiano, arriva il momento di avvisare le persone a bordo. Gli operatori mostrano sulla cartina dove sono fermi e riportano della chiusura dei porti. Crescono ansia e disperazione a bordo, c’è chi minaccia di buttarsi in mare per paura del rimpatrio in Libia. Nel frattempo, in Italia, Il ministro degli Interni tiene una conferenza stampa dove dichiara di voler creare un fronte di discussione in cui ci deve essere il primo segnale per non sostenere il peso, si esprime la disponibilità di trasbordare donne e bambini che si trovano a bordo e che si vuole gestire la situazione, in futuro, salvando le persone prima delle partenze. Durante la conferenza stampa sottolinea di voler operare sui costi dei “finti profughi” dichiarando che solo 6 su 100 sono rifugiati politici e che altri 4 su 100 sono possibili titolari di protezione sussidiaria. Il discorso continua dicendo che il costo è di 35€ cada uno e che deve scendere alla media europea, dichiarando, anche, che vuole “vedere se con meno soldi queste associazioni saranno ancora così generose”. Il ministro degli interni vuole lavorare anche sui tempi poiché dallo sbarco fino al termine della procedura di accertamento della domanda passano 3 anni e di voler lavorare su tutte quelle forme che definisce tutte italiane per garantire “ai rifugiati veri assistenza e che sono vittime degli sprechi di denaro”.

Commentando la situazione, Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia, ha dichiarato: “I bambini e gli adolescenti e le persone più vulnerabili che sono a bordo della nave Aquarius di SOS Mediterranée non possono rimanere vittime di una disputa tra stati. Le condizioni di sofferenza, privazioni e paura che hanno certamente vissuto in Libia e durante nel viaggio non possono essere ingiustamente prolungate. È necessario e urgente garantire loro un approdo sicuro senza ulteriori indugi. Le dispute tra stati vanno risolte in sede diplomatica senza prendere in ostaggio donne e bambini”.

Elisa De Pieri, ricercatrice di Amnesty International sull’Italia, ha così commentato la situazione: “Chiudendo i loro porti, Italia e Malta non solo stanno voltando le spalle a oltre 600 persone disperate e in condizioni vulnerabili, ma stanno anche violando i loro obblighi di diritto internazionale. Gli uomini, le donne e i bambini a bordo dell’Aquarius hanno rischiato la vita in viaggi pericolosi per fuggire dalle terribili violenze in suolo libico solo per finire in mezzo a un’inconcepibile disputa tra due stati europei. Tenere le navi delle organizzazioni non governative ferme in mare in attesa di un porto dove approdare significa solo che meno navi di soccorso sono operative per aiutare chi può trovarsi in difficoltà proprio in questo momento. Italia e Malta devono aprire i loro porti e gli altri stati dell’Unione europea devono condividere la responsabilità di offrire protezione, soccorso e procedure d’asilo”.

     Si avvicina di nuovo la sera, la situazione è statica e, nel frattempo, la nave Dicioitti della marina militare italiana con 937 migranti si dirige verso Catania. Solo nella giornata successiva, dopo i rifornimenti ad opera delle autorità italiane, si ha una decisione e si procede per spostare alcune persone sulle navi italiane per formare una carovana verso la spagna. Il viaggio, come sappiamo, ha visto delle difficoltà legate alle condizioni del mare e si è concluso domenica a Valencia. La storia ha visto inoltre delle tensioni tra Francia e Italia (con Macron che ha definito “vomitevole” la decisione dell’Italia) e, come sembra, la volontà della Francia di prendere parte dei migranti attraccati in spagna. Qui, in ogni caso, si può leggere il resoconto presentato da Salvini al senato.

Il flusso migratorio

     Le decisioni di Italia e Malta, ma anche quella Spagnola, di certo non modificano le basi geopolitiche dei flussi migratori. Occorre, innanzitutto, riconoscere che non si tratta di “un’emergenza” poiché è una “realtà strutturale”, di cui gli sbarchi rappresentano solo la parte più visibile, e che si tratta di un flusso alimentato dalle condizioni avverse nei paesi di origine e non dalle ong. Gli esempi non parlano solo di guerra ma anche di profonde crisi umanitarie o di violazioni di diritti umani. Per esempio, in Eritrea è in vigore l’obbligo di prestare servizio militare a tempo indeterminato. Questo fenomeno continua nonostante i richiami da parte della comunità internazionale a limitare il periodo a 18 mesi e a non sottoporre i minori all’addestramento militare, che spesso avviene in campi militari in condizioni gravi e dove le donne subiscono forme di trattamento come la riduzione in schiavitù sessuale o la tortura. Altro caso può essere la Somalia che, oltre alle problematiche politiche, vede un flusso migratorio dovuto al cambiamento climatico, questo dovuto ad alluvioni e siccità che causano carestie ed epidemie. Ma anche fenomeni di terrorismo come quelli in Nigeria ad opera del gruppo armato di Boko Haram, o fenomeni che vedono esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e tortura dei detenuti. Va sottolineato, poi, che per sostenere i paesi di origine attraverso politiche di sviluppo sarebbero necessari aiuti di importo molto consistente. All’opposto, gli aiuti ufficiali allo sviluppo da parte dei paesi Ocse verso l’Africa subsahariana sono rimasti a un livello praticamente invariato dal 2010, e quelli italiani si sono addirittura ridotti di oltre il 70%: da un picco di 1 miliardo di euro nel 2006 a 297 milioni di euro nel 2016.

     Per il momento, quindi, l’azione si è concentrata prevalentemente sugli accordi bilaterali o comunitari con stati o attori politici extraeuropei (come quello con la Turchia) che possono solo contenere le partenze o facilitare i rimpatri ma sono, inoltre, sempre a rischio rinegoziazione. Rischio che sembra concretizzarsi nel momento in cui, in coincidenza dell’entrata del nuovo governo Italiano, vi è un picco delle partenze dalla Libia, dove sembrerebbe siano ridotti i controlli e dove dovrebbe dirigersi il ministro degli interni italiano a fine giugno, come da lui stesso annunciato. Dalla fine del 2016 gli stati membri dell’Unione europea, tra cui l’Italia, hanno attuato una serie di misure per sigillare la rotta migratoria attraverso la Libia e il mar Mediterraneo rafforzando la capacità della Guardia costiera libica di intercettare migranti e rifugiati e riportarli in Libia. L’Italia e altri stati dell’Unione europea hanno fornito alla Guardia costiera libica vario supporto, tra cui almeno quattro motovedette e la formazione del personale. All’inizio del 2018 la Guardia costiera italiana ha iniziato a trasferire a quella libica il coordinamento delle operazioni di soccorso in acque internazionali vicine alla Libia: ciò è stato reso possibile solo dalla collaborazione delle navi e del personale in Libia della Marina italiana. Solo nell’aprile 2018, la Guardia costiera libica ha intercettato e riportato in Libia 1485 migranti e rifugiati, portando a 5000 (secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni) il totale delle persone intercettate nei primi quattro mesi dell’anno. I migranti e i rifugiati intercettati vengono trasferiti nei centri di detenzione gestiti dal dipartimento per il contrasto all’immigrazione illegale. Questi centri sono tristemente noti per il carattere arbitrario e indeterminato della detenzione e, anche qui, per le violazioni dei diritti umani. I migranti e i rifugiati intervistati dai ricercatori di Amnesty International hanno denunciato terribili violenze tra cui torture, lavori forzati, estorsioni e uccisioni illegali da parte di funzionari libici, trafficanti e gruppi armati. Amnesty International ha denunciato queste pratiche e ha accusato i governi europei di essere complici fornendo attivo sostegno alle autorità libiche negli intercettamenti e nei trasferimenti nei centri di detenzione.

     A ciò si aggiunge che già nel 2012 l’Italia ha avuto la condanna definitiva dalla corte europea dei diritti dell’Uomo per la doppia violazione dell’articolo 3 della CEDU, per la violazione dell’articolo 4 del protocollo 4 della CEDU e per la violazione dell’articolo 13 della CEDU. Le violazioni riguardavano il fatto di aver esposto i ricorrenti al rischio di trattamenti inumani e degradanti in Libia, di averli esposti al rinvio nei paesi di origine per cui è stato ricordato il principio Refoulement indiretto (in caso di espulsione lo stato ha l’obbligo di assicurarsi che lo stato verso cui rinvia offra garanzie sul fatto che non persegua trattamenti proibiti), perr aver impedito l’esame delle condizioni particolari dei ricorrenti e per non aver garantito l’acceso a un rimedio interno per fare ricorso al respingimento.  Si trattava del Caso Hirsi jamaa e altri c. Italia: era il maggio 2009 quando circa 200 persone su 3 barche dirette in Italia sono state intercettate dalle motovedette italiane nella zona SAR Maltese. Queste sono state trasferite a bordo delle navi italiane e riportate in Libia in conformità degli accordi Bilaterali con la Libia dell’allora Governo Berlusconi.

     In relazione alle azioni dell’ex ministro degli Interni Minniti, molte associazioni hanno sottolineato che queste mosse hanno portato alla contrazione dei flussi migratori a fronte dell’aumento della percentuale di morti o dispersi in mare. A maggio Save the Children ha reso noto che nel primo trimestre del 2018 vi è stato un ulteriore contrazione del flusso migratorio a partire da luglio 2017. I dati ufficiali del ministero dell’interno in questo periodo contavano 6296 sbarchi con una variazione negativa del -55% rispetto al trimestre precedente. L’organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) a maggio ha dichiarato che erano stati 383 i migranti morti nella rotta del Mediterraneo Centrale nei primi 4 mesi del 2018. Alla mattina del 7 maggio, il numero totale di migranti arrivati in Italia dall’inizio dell’anno è stato di 9567, un calo di circa il 76 % rispetto agli arrivi dello stesso periodo dell’anno scorso, quando i migranti soccorsi e arrivati in Italia furono 41165. Nonostante il numero assoluto delle morti in mare sia diminuito, rispetto al numero degli arrivi la percentuale dei dispersi è in aumento: dal 2,5% del 2017 al 4% del 2018. Inoltre, l’OIM nota come nel periodo di riferimento vi siano state anche le operazioni di soccorso realizzate dalla guardia Costiera libica: 4964 a fine aprile 2018. Ossia su ogni tre migranti che partono dalla Libia, uno è soccorso dalla guardia costiera libica e riportato indietro.

Il problema della SAR

     Secondo la conferenza dell’international Maritime Organization (IMO) del 1997 il mediterraneo è stato suddiviso in aree di responsabilità in cui l’area Italiana prevede 1/5 del mediterraneo, a cui si aggiunge la Convenzione di Amburgo del 1971 che prevede l’obbligo di istituire il servizio SAR (Search and Rescue) nelle aree di responsabilità. Oggi i salvataggi vengono spesso effettuati a ridosso delle acque territoriali libiche, dunque nella zona SAR della Libia. Essendo evidente che la Libia non possa essere considerata “luogo sicuro”, e con Malta che si tira indietro giustificandosi con l’impossibilità di accogliere nuovi migranti viste le dimensioni dell’isola (su cui abitano poco più di 430.000 persone), la responsabilità ricade sulle autorità italiane. Occorre ricordare che il nuovo attivismo della guardia libica è dovuto al memorandum di intesa di Minniti e che la Libia ha dichiarato la propria SAR ma non è ancora ufficialmente riconosciuta, anche se ha ratificato la convenzione. Quindi, ancora secondo la Convenzione di Amburgo, lo stato che Coordina le operazioni di soccorso deve stabilire il cosiddetto “Porto sicuro”. Il Place of safety è da intendersi come il luogo dove vengono fornite le garanzie fondamentali quali l’assistenza sanitaria e la garanzia a non essere sottoposto a torture o a poter presentare domanda di protezione internazionale. L’UNHCR ha spinto per una definizione di luogo sicuro anche come “geograficamente più vicino”, ma non sempre il luogo sicuro è lo Stato costiero più vicino al luogo ove avvengono le operazioni di soccorso. Non sono infatti considerati “sicuri” porti di paesi dove si possa essere perseguitati per ragioni politiche, etniche o di religione, o essere esposti a minacce alla propria vita e libertà. Al momento, però, l’assenza di una chiara definizione vincolante di luogo sicuro, e di un accordo su quali stati lo siano, crea incertezza anche rispetto alla recente posizione assunta dall’Italia.

In ogni caso, l’MRCC di Roma non può lasciare morire le persone in mare, salvare la vita in mare è un obbligo sia per il diritto del mare, per esempio con la Convenzione di Montego Bay, che per la costituzione Italiana. Nell’Articolo 2 della costituzione italiana si sancisce la solidarietà come dovere inderogabile in quanto “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Mentre all’articolo 98 della convenzione di Montego Bay si sancisce il dovere di ogni stato di esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera di prestare soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo e a procedere quanto più velocemente è possibile al soccorso. Inoltre, l’omissione di soccorso è un reato ai sensi degli articoli 1113 e 1158 del codice della navigazione. Ciò obbligherebbe in ogni caso le navi a prestare soccorso. Il contenzioso tra Italia e Malta ha visto l’Italia dire che lo sbarco non deve necessariamente avvenire nel paese che si è preso in carico del coordinamento e che si può stabilire anche un porto di diversa nazionalità, mentre la posizione di Malta è che lo sbarco è di totale competenza di chi si è preso in carico del coordinamento. In generale, Il singolo stato ha la facoltà di esercitare la propria sovranità chiudendo i porti, però tale facoltà non vale in caso di trasferimento di persone in pericolo o che hanno bisogno di cure urgenti. In caso di pericolo, giuridicamente, si andrebbe incontro alla violazione delle convenzioni sui diritti umani, la convenzione di Ginevra e la CEDU. Quindi la chiusura dei porti comporterebbe la violazione di norme internazionali sui diritti umani e sulla protezione dei rifugiati, a partire dal principio di non refoulement sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra. Il rifiuto di accesso ai porti di imbarcazioni che abbiano effettuato il soccorso in mare può comportare la violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) (proteggere la vita e garantire l’integrità fisica e morale), qualora le persone soccorse abbiano bisogno di cure mediche urgenti, nonché di generi di prima necessità (acqua, cibo, medicinali), e tali bisogni non possano essere soddisfatti per effetto del concreto modo di operare del rifiuto stesso. Mentre il rifiuto, aprioristico e indistinto, di far approdare la nave in porto comporta l’impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone a bordo, e viola il divieto di espulsioni collettive previsto dall’articolo 4 del Protocollo 4 alla CEDU. Nella sostanza, il nodo è di natura principalmente politica.

Protezione internazionale, protezione umanitaria e migranti economici

     Il ministro degli interni, in conferenza stampa, ha dichiarato che quelli che hanno diritto allo status di rifugiato sono solo una minima parte. Secondo i Dati del ministero dell’interno che riguardano le decisioni dei richiedenti asilo nell’anno di riferimento del 2017 vedono l’8% meritevoli dello status di rifugiato, l’8% dello status di Protezione sussidiaria, il 25% del permesso per protezione umanitaria e il diniego nel 58% dei casi totali esaminati (81527 domande esaminate, indipendentemente dalla data di richiesta di Asilo). Occorre qui specificare che solamente per quanto riguarda i meritevoli di protezione internazionale (Rifugiato e Protezione sussidiaria) la quota sarebbe già del 16%, mentre aggiungendo anche la protezione umanitaria (quella che Salvini definisce come forma “tutta italiana”) si sale a un consistente 41%. Occorre tenere in conto che questi dati sono relativi solo alle domande esaminate durante l’anno e che per lungaggini burocratiche possono essere presentanti molto tempo addietro. Occorre poi specificare che per la determinazione dello status di rifugiato, di protezione sussidiaria o di protezione umanitaria esiste un’unica procedura e che lo status viene determinato solo alla fine. Inoltre, per quanto riguarda la dinamica dello sbarco e dei respingimenti, è impossibile distinguere a priori tra chi è un possibile detentore di queste forme di protezione dai migranti economici: resta pur sempre, a livello di normativa internazionale, il diritto all’esame della propria domanda e il diritto al ricorso in caso di diniego. All’articolo 1 della convenzione di Ginevra per “Rifugiato” si intende il cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato (per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica) si trova fuori dal territorio dal paese di cui ha la cittadinanza e non può o non vuole avvalersi della protezione di tale paese, oppure si intende un apolide che si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale per le stesse ragioni succitate e non può o non vuole farvi ritorno. Occorre specificare che lo status di rifugiato non è strettamente correlato alla guerra, bensì alla persecuzione (anche se un’evoluzione recente della giurisprudenza tende a specificare che in contesti di violenza generalizzata i casi di persecuzione possono aumentare) riguardo individui o gruppi. Simile è la “Persona ammissibile alla protezione sussidiaria” per cui si intende il cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato, ma nei cui confronti sussistono fondati motivi per ritenere che, se tornasse nel paese di origine o, nel caso di apolide, se ritornasse nel paese nel quale aveva la precedente dimora abituale, correrebbe il rischio effettivo di subire un grave danno. Tipologia prevista dal nostro ordinamento è la “protezione umanitaria” quando ricorrono “gravi motivi umanitari”. Questa subentra quando Il rifiuto o la revoca del permesso di soggiorno non possono essere adottati se ricorrono “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionale dello stato italiano”.  Per casi umanitari si intendono le condizioni di salute, familiari o di età, le pene sproporzionate per la retinenza alla leva e la diserzione o la punizione per la fuga del paese, ma anche carestie o epidemie. Occorre specificare che questo non è uno status ma un’autorizzazione al permesso di soggiorno valida due anni (a differenza dei cinque anni previsti dagli status di protezione internazionale) e che prevede molti meno diritti rispetto alla protezione internazionale. Quindi la protezione umanitaria non è una tutela prevista per i migranti economici, i quali vengono diniegati. Occorre poi dire che la determinazione dello status ha delle problematiche intrinseche alla natura delle persone esaminate. Per esempio, le persone esaminate possono essere state vittime di tortura o possono essere dei minori, per cui, soprattutto per quanto riguarda a persone con disturbi da stress post traumatico, è possibile che si venga diniegati ingiustamente (in quanto il racconto potrebbe essere soggetto a incoerenze o a buchi di memoria) e che si riceva una delle tre forme dopo il ricorso e un esame più attento.

     Ad oggi il resto dell’Unione europea non sta offrendo una azione di aiuto concreta e una soluzione al fenomeno in quanto non vi è una chiara e condivisa idea di come superare il regolamento di Dublino III. Elemento forte nella decisione di chiudere i porti consisterebbe il problema legato al criterio di primo ingresso. Il regolamento Dublino nasce per introdurre i criteri e i meccanismi di determinazione dello stato membro competente per l’esame della domanda di protezione internazionale. Per cui la paura secondo cui, per alcune retoriche, in Italia rimarrebbero comunque tutti gli immigrati economici è falsa dato che lo status viene deciso solo al termine della procedura e dato che il sistema Dublino decide lo stato che si prende in carico della procedura.  Ma come funziona in pratica il regolamento Dublino? Per prima cosa lo stato membro delega ad un ufficio specifico l’applicazione del regolamento e la trattazione dei casi; poi gli uffici si scambiano informazioni per applicare i criteri base per stabilire lo stato competente; infine si individua lo stato che “prende in carico” il richiedente e, in caso, si procede al trasferimento. Per procedere al trasferimento in un altro stato devono sussistere i cosiddetti motivi umanitari legati al “Ricongiungimento familiare” oppure vi può essere l’esercizio della clausola di sovranità, per cui lo stato decide autonomamente la presa in carico. Altrimenti il paese responsabile è il paese di prima accoglienza. Date le logiche geografiche i paesi sotto pressione sono i paesi del mediterraneo, dopo i picchi migratori del 2015-2016 ci si è mossi per ripensare il sistema Dublino e nel frattempo si è cercato di inserire un meccanismo di ricollocamento. L’impegno preso nel 2015 dall’Ue con l’Italia era quello di ricollocare circa 35.000 richiedenti asilo verso altri Stati membri entro settembre 2017. Al 27 giugno 2017, dunque a pochi mesi dalla fine del programma di ricollocamento, dall’Italia erano stati tuttavia ricollocati solo 7.277 richiedenti asilo (soprattutto verso Germania, Norvegia e Finlandia). Ma anche se l’Unione europea avesse mantenuto totalmente l’impegno sui ricollocamenti, avrebbe alleggerito l’Italia solo per il 10% del totale delle richieste d’asilo dal 2013 a oggi (circa 345.000). Il meccanismo è nato per poter rimediare alle storture prodotte dal regolamento Dublino ma da una parte l’Europa ha lasciato molto in mano all’Italia (con i paesi del gruppo di Visegràd che neanche si sono interessati), dall’altra non ha funzionato anche per colpa dell’Italia. Il nostro paese non è stato in grado di garantire tempistiche e logistica e non è stato in grado di controllare coloro che vengono respinti dalla richiesta di protezione.

In data 4 maggio 2016, la Commissione europea ha presentato la propria proposta per il nuovo Regolamento Dublino, che conteneva alcune novità ma al tempo stesso presentava numerose criticità.  La proposta della commissione prevedeva un miglioramento della definizione di famigliare, l’insistenza sul criterio di primo ingresso (anche irregolare), il filtro pre-dublino che il primo stato d’ingresso deve svolgere, l’inasprimento delle sanzioni per i movimenti irregolari ma soprattutto l’idea per elaborare un sistema di quote e la raccolta centralizzata delle domande di asilo a cui affiancare un meccanismo correttivo che scatta dopo che il paese ha superato il 150% della propria quota. Il lavoro del parlamento europeo integra la proposta con numerosi emendamenti, fino all’approvazione della relazione definitiva da parte della Commissione LIBE del Parlamento europeo in data 6 novembre 2017. Successivamente, la Plenaria del Parlamento ha autorizzato a larghissima maggioranza (390 voti a favore, 175 contrari, 44 astenuti) l’apertura del negoziato con il Consiglio e la Commissione nell’ambito del c.d. trilogo. Il progetto del Parlamento europeo vede: eliminare l’irrazionale e iniquo criterio dello Stato di primo ingresso; adottare un sistema di quote permanenti ispirato al principio di equa condivisione delle responsabilità (art. 80 TFUE) sulla base del rapporto PIL e popolazione; valorizzare in misura molto ampia i legami significativi (quali i legami familiari) tra un richiedente e uno Stato, al fine di velocizzare la procedura, risparmiare sui costi, ridurre gli incentivi a realizzare movimenti secondari, favorire il percorso di integrazione ove la domanda venga accolta; incoraggiare gli Stati a valorizzare i canali di ingresso legale da paesi terzi; configurare incentivi e disincentivi ragionevoli ed efficaci, sia per gli Stati membri che per i richiedenti asilo.

     Come previsto dal meccanismo decisionale, ora tocca al Consiglio dell’Unione europea, che riunisce i ministri degli Stati membri, dove non è stata ancora raggiunta una posizione comune. Al consiglio dell’Unione Europea si è incominciato a discutere e il nodo centrale della riforma, che rappresenta il nodo della discordia, è proprio relativo all’introduzione delle quote di ripartizione dei richiedenti asilo all’interno dello spazio europeo e il superamento del principio di primo ingresso. Le quote di ripartizione sono sempre state osteggiate in particolare dai paesi dell’Europa orientale, il cosiddetto gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria). Nell’ultima incontro di giugno hanno detto no alla proposta Italia, Spagna, Germania, Austria, Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca. Non si è espresso il Regno Unito, mentre gli altri paesi dell’Unione europea, non soddisfatti dalla proposta bulgara, hanno tuttavia lasciato la porta aperta al negoziato. Tra questi Grecia, Malta e Cipro che hanno sempre condiviso le stesse posizioni del governo italiano sulla necessità di introdurre le quote. Il problema odierno consiste nel fatto che ora l’Italia sembra cercare un alleato nell’Ungheria. I paesi guidati da governi nazionalisti come Ungheria e Polonia hanno sempre osteggiato la riforma del sistema d’asilo europeo, sostenuta invece dai paesi mediterranei come Italia e Grecia. Le ultime mosse dell’Italia sembrano spaccare il fronte del mediterraneo e cercare un alleato in Orbàn. Ad aprile Amnesty International ha lanciato l’allarme avvertendo che il Governo ungherese sta cercando di approvare leggi che renderanno impossibile alle Ong di proseguire con il loro lavoro di assistenza e protezione di chi ha bisogno. Secondo l’associazione l’obiettivo sarebbe quello di mettere a tacere le Ong indipendenti e apertamente critiche. Il 13 febbraio scorso sono state presentate al Parlamento una serie di leggi chiamate “Stop Soros”, che impongono un nulla osta di sicurezza nazionale e un permesso governativo per quelle Ong che il governo considera “a sostegno della migrazione”. In particolare, queste proposte colpiscono le organizzazioni che promuovono campagne, condividono materiale informativo, organizzano reti e reclutano volontari per sostenere l’ingresso e la permanenza in Ungheria di persone che cercano protezione internazionale. Queste leggi richiederebbero inoltre alle Ong di pagare una tassa pari al 25% di qualsiasi finanziamento estero volto a “sostenere la migrazione“. Il mancato rispetto di questi requisiti potrebbe portare a sanzioni esorbitanti, alla bancarotta e infine alla chiusura delle Ong prese di mira. Le proposte del governo ungherese rientrano in una più ampia campagna anti-immigrazione. Tutto ciò comporterebbe una delle direttrici più ambigue e oscure sulle politiche italiane che riguardano la migrazione, in quanto da una parte si vuole una maggiore ripartizione delle responsabilità mentre dall’altra sembra cercare alleati nelle schiere di paesi che non vogliono le quote o paesi che hanno alzato i muri come unica soluzione alla propria questione riguardante le migrazioni. Nel frattempo, a livello europeo si è parlato dei fondi per la sicurezza dei confini esterni e dei rimpatri.

Le Ong e prospettive per il futuro

     Il ministro degli Interni Salvini aveva già annunciato una stretta alle attività delle ONG e le dichiarazioni durante i giorni della questione Aquarius hanno confermato questa linea. Altro caso curioso è il fatto che Salvini in aula ha citato nella faccenda “Soros”, ritenendolo coinvolto nella faccenda delle migrazioni tramite gli investimenti e mettendo in dubbio, solo per questo, l’operato delle Ong. Il primo passo verso i controlli dell’operato delle Ong, però, è stato fatto a luglio del 2017 con l’adozione da parte di Minniti di un codice di condotta, la cui mancata sottoscrizione o inosservanza degli impegni comporta contromisure e sanzioni. Da quel momento le operazioni delle SAR di fronte a Tripoli passano alla Guardia costiera libica. Tra le misure previste dal Codice di condotta vi è l’impegno delle Ong a non entrare nelle acque territoriali libiche “salvo in situazioni di grave e imminente pericolo che richiedano assistenza immediata”, di non ostacolare l’attività di SAR della Guardia costiera libica, non devono fare comunicazioni finalizzate ad agevolare la partenza delle barche che trasportano migranti, devono informare il proprio Stato di bandiera quando un soccorso avviene al di fuori di una zona di ricerca ufficialmente istituita, non possono trasferire le persone soccorse su altre navi, “eccetto in caso di richiesta del competente Centro di coordinamento per il soccorso marittimo (Mrcc) e sotto il suo coordinamento anche sulla base delle informazioni fornite dal comandante della nave”, si impegnano “a una cooperazione leale con l’autorità di pubblica sicurezza del previsto luogo di sbarco dei migranti”. Infine, si invita alla trasparenza delle fonti di finanziamento. Un punto di rottura sul codice di condotta era rappresentato dalla richiesta di uomini armati a bordo, motivo per cui delle associazioni non firmarono. A causa della stretta e del rapporto non facile con la Guardia costiera libica alcune Ong hanno deciso di interrompere le attività nel Mediterraneo. Nei periodi di massima crisi risalenti al 2015 e al 2016 le navi delle Ong che prestavano aiuto erano arrivate sino a 13 mentre oggi sono appena 3, a questo occorre tenere conto che sono diminuiti dei possibili testimoni di traffici, di respingimenti illegali in Libia o di naufragi. È logico attendersi che la maggiore incidenza di salvataggi in mare da parte di imbarcazioni delle Ong (passata dal 1% del 2014 al 41% nel 2017), assieme alla tendenza di queste ultime a operare nei pressi delle acque territoriali libiche (come rilevato dall’agenzia europea Frontex), possano aver spinto un maggior numero di migranti a partire, aumentando di conseguenza il numero di sbarchi. Ma i dati in realtà mostrano che non esiste una correlazione tra le attività di soccorso in mare svolte dalle Ong e gli sbarchi sulle coste italiane. A determinare il numero di partenze tra il 2015 e oggi sembrano essere stati dunque altri fattori, tra cui per esempio le attività dei trafficanti sulla costa e la “domanda” di servizi di trasporto da parte dei migranti nelle diverse località libiche.

    In questi giorni, come detto da altri, abbiamo visto un festival della propaganda politica e diventa difficile distinguere tra propaganda e realtà. Oltre alle dichiarazioni nella politica, fatte spesso per slogan in cerca di voti, si sta instaurando una narrazione fatta di “Taxi del mare”, o “Vice-Scafisti”, che operano dal limite delle acque libiche all’Italia. Una narrazione che vede immigrati attirati verso il nostro paese da politiche miopi, dalla malavita in cerca di schiavi per l’attività di agricoltura, per la prostituzione o per lo spaccio di droga. Probabilmente non si tiene in conto che tutte queste dinamiche che vedono come protagonisti i migranti sono il risultato di un sistema di accoglienza debole, di una burocrazia per certi versi schizofrenica e di una mancata legalità nel nostro paese. Occorre ricordare che è il nostro paese che tramite la mancanza di legalità e la presenza di leggi ingiuste che fa scivolare nell’irregolarità. Possiamo pensare al fenomeno del “Lavoro in nero”, dove in molti lavorano senza contratto” o quello del “Lavoro in grigio”, caratterizzato da sotto-salario e irregolarità contributive. È un paese in cui la presenza di un contratto non rappresenta, soprattutto per il migrante, la garanzia di un equo rapporto di lavoro e dove spesso i contributi dichiarati sono risultati nettamente inferiori al numero di giornate lavorative effettivamente svolte. È un paese in cui vi è il problema della cosiddetta “Agromafia” ovvero le attività della criminalità organizzata nel settore agro-alimentare: un contesto che vede gli agricoltori onesti che abbandonano i campi e imprenditori di ogni tipo che lucrano nell’ombra e che cercano di impossessarsi dei fondi dell’Unione Europea prendendo il controllo delle Organizzazione dei produttori (OP) o dei mercati ortofrutticoli. È un paese in cui certe classi di persone vengono ghettizzate e l’unica alternativa che trovano sono le attività di manovalanza che le varie mafie offrono come la prostituzione, lo spaccio o anche lo stesso caporalato o che vede i migranti lavorare nei campi. Questo succede anche perché sono fortemente vincolati da uno stato di necessità, non solo per il denaro, ma per leggi che vincolano al contratto di lavoro o a un certificato di residenza. È il risultato di una burocrazia che chiede la residenza a chi vive per strada o subordina un documento a un contratto di lavoro nel paese del lavoro in nero. Per cui i diniegati dalle commissioni hanno solo 3 speranze: il ricorso in tribunale, la residenza e il contratto di lavoro. Da qui nasce un mercato nero tutto italiano dove vengono venduti contratti di affitto o contratti di lavoro a tempo determinato (per poi andare a lavorare in nero da un’altra parte).

Occorre poi notare che si viene a creare il mito del “Business dell’Immigrazione” ovvero un calderone fatto di trafficanti africani e libici, mal gestione emergenziale di alcuni centri di accoglienza per criminalizzare tutto il mondo italiano della solidarietà. È, poi, una narrazione che vede accettare i migranti trasportati sulla nave della Marina Militare ma non quelli imbarcati dalla guardia costiera sull’Aquarius. Molti di questi discorsi si basano su un pensiero che vede le Ong agire indipendentemente nelle operazioni di salvataggio. La realtà vede però la richiesta di azione alle “navi private” e viene coordinata dalla centrale operativa di Roma della guardia costiera alla quale perviene la segnalazione e autorizza agli sconfinamenti nelle acque territoriali libiche nei casi di emergenza. Questi sconfinamenti vengono visti da molti come la prova della complicità coi trafficanti ma, anche attraverso l’azione dei tribunali, non è mai emerso un legame di tale genere. Per esempio, recentemente il Tribunale del riesame di Ragusa ha dissequestrato le navi della spagnola Open arms “fermata” a marzo.

     Rimane il fatto che per controllare il fenomeno migratorio “illegale” (per evitare che ci siano ancora morti in mare) o per evitare tutti quei fenomeni legati alla tratta, occorre trovare soluzioni alternative. In questo senso possiamo pensare al progetto-pilota dei “Corridoi Umanitari” realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, completamente autofinanziato. Il principale obiettivo è quello di evitare tutte le problematiche avanzate fino a qui e di fornire un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo. È un modo sicuro per tutti perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane. All’arrivo in Italia, i profughi sono accolti a spese delle associazioni in strutture o case, gli viene insegnato l’italiano e iscrivono i bambini a scuola per aiutare l’integrazione nel paese e ad aiutarli a cercare lavoro. Questi corridoi sono il frutto di un Protocollo d’intesa con il governo italiano: le associazioni inviano sul posto dei volontari, che prendono contatti diretti con i rifugiati nei paesi interessati dal progetto, predispongono una lista di potenziali beneficiari da trasmettere alle autorità consolari italiane, che dopo il controllo da parte del Ministero dell’Interno rilasciano dei visti umanitari con Validità Territoriale Limitata, validi dunque solo per l’Italia. Una volta arrivati in Italia legalmente e in sicurezza, i profughi possono presentare domanda di asilo. Altre soluzioni potrebbero essere quelle di coinvolgere le varie associazioni (invece di criminalizzarle) che lavorano nel campo dell’assistenza per evitare un’azione frammentata e per poter garantire una soluzione più efficiente.

In ogni caso, il rischio è che il caso Aquarius rappresenti un precedente mortale. Nel momento in cui la nave “Aquarius” dell’organizzazione non governativa Sos Mediterranee ha fatto rotta verso il porto spagnolo di Valencia, la ricercatrice di Amnesty International sull’Italia Elisa De Pieri ha rilasciato questa dichiarazione: “Chiudendo i loro porti, i governi italiano e maltese hanno aggirato il principio del soccorso in mare e pregiudicato l’intero sistema di ricerca e soccorso. Se le cose proseguiranno in questo modo, l’azione di vitale importanza delle Ong verrà scoraggiata e compromessa e migliaia di migranti e rifugiati saranno lasciati alla deriva nel Mediterraneo. L’offerta del governo spagnolo di accogliere la nave ‘Aquarius’, se da un lato è un commovente esempio di solidarietà, dall’altro mette in evidenza la calcolata insensibilità delle autorità italiane e maltesi. Siamo di fronte a un precedente che inevitabilmente costerà vite umane”.

     Per concludere, in molti hanno parlato di vittoria ma la situazione, a livello italiano ed europeo, è la stessa. Si è dichiarato lo stop al business dell’Immigrazione ma il sistema di accoglienza è lo stesso. È una storia che ha visto una semplice presa di forza contro un Organizzazione non governative (quindi non contro un governo) e contro centinaia di persone che hanno sofferto, soffrono e soffriranno senza una vera accoglienza e con il clima discriminatorio delle parole. È una situazione che vede la messa in discussione del diritto al non respingimento, in cui viene messo in dubbio la stessa solidarietà e in cui viene messo in dubbio il principio di sussidiarietà dei privati (per cui noi possiamo fare qualcosa in mancanza dello stato). Viene messa in discussione la stessa nostra costituzione al cui articolo 10 dice: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Nei prossimi tempi occorrerà riflettere su cosa può succedere senza la protezione umanitaria: più rimpatri? Diminuiranno i costi? Ridurre forme di assistenza come il pocket money e qui famosi 35€ cosa comporterà realmente? Forse occorrerebbe, al di là di tutto, riflettere che trattare le persone in base ai costi comporta meno affiancamento dell’umano. Occorrerebbe riflettere che per queste persone sentirsi dire che sono un peso o che sono mantenute comporta una frustrazione e degradazione dell’animo. Occorre ricordare che il viaggio di ogni persona non finisce all’arrivo in un posto se l’anima rimane a casa ma finisce quando trova un posto tranquillo in cui si sente a casa. Occorre accogliere animi e non solo corpi per permettere anni di vita a persone che ne hanno bisogno e per permettere vita negli anni. Forse non possiamo svincolarci da riflessione sui costi ma iniziare un approccio di questo tipo, pensato sulle persone, può essere un passo importante. Il Consiglio europeo di fine giugno potrà offrire all’Italia l’occasione per contestare le normative vigenti in Europa in materia d’asilo per poter offrire una soluzione concreta. Comunque sia, le direttrici che si seguiranno sembrano essere già decise con il caso Aquarius.

 

Sicurezza dei confini esterni e rimpatri: il’UE triplica i fondi

POLITICA di

La questione “immigrazione” acquista sempre più peso nelle priorità  delle politiche e del bilancio dell’Unione Europea, con un approccio sicuramente più restrittivo rispetto a quello favorevole all’accoglienza degli anni passati. La Commissione Europea propone di triplicare i fondi destinati alle questioni migratorie nei prossimi conti pubblici comunitari (relativi al periodo 2021-2027). Anche se la disposizione di aumento riguarderà tutti i settori, il focus sarà sul controllo delle frontiere esterne dell’UE e sulle espulsioni di coloro che non hanno diritto di asilo. La maggior parte degli Stati condivide questa posizione.

L’Europa perderà delle risorse dopo  la Brexit, ma questo non andrà ad intaccare le sfide aperte sui temi dell’immigrazione e dell’asilo. Bruxelles nei giorni scorsi ha reso noto la sua proposta in materia di immigrazione per un primo bilancio, dopo l’uscita del Regno Unito, che raggiungerà la cifra di 34,9 miliardi di euro (rispetto ai 13 miliardi stanziati nel periodo attuale). È un chiaro segnale del maggior coinvolgimento  che l’UE cerca in un’area in cui quasi tutte le competenze  rimangono in capo agli Stati membri.

Di fronte ai rancori generati dal dibattito su come allocare  i richiedenti asilo e come gestire il continuo afflusso di sbarchi, i membri europei sono d’accordo su un punto: la necessità di rafforzare  le frontiere esterne, in modo tale che le frontiere interne rimangano prive di controllo. Il Commissario europeo per la migrazione, Dimitris Avramopolous, ha intimato in maniera abbastanza forte di raggiungere tale equilibrio: “Speriamo che lo spirito europeo prevarrà, altrimenti metteremo in gioco l’intero progetto comunitario”, ha affermato in una conferenza stampa da Strasburgo. Bruxelles non si stanca di ricordare che un attento controllo delle porte d’accesso verso l’UE è un requisito fondamentale per mantenere lo spazio di circolazione interno vivo e sicuro (Schengen). Diverse fonti diplomatiche hanno avvertito che paesi come la Germania, che continua a ricevere rilevanti flussi di rifugiati e migranti, non esiterà ad applicare controlli permanenti alle proprie frontiere nel caso in cui non si riuscissero ad incontrare soluzioni comuni alla sfida dell’immigrazione.

In questa atmosfera e con questo spirito, la Commissione propone di stanziare 21,3 miliardi di euro per rafforzare le frontiere, praticamente quattro volte l’importo stanziato nel periodo attuale. Ma al di là del lato economico, il piano prevede di creare una riserva di 10.000 guardie di frontiera assegnati all’Agenzia europea FRONTEX, per distribuirli rapidamente in caso di crisi. Altro pilastro importante della politica migratoria comune consiste nel fornire fondi agli Stati che accoglieranno rifugiati, li integreranno e li espelleranno nel caso in cui non abbiano i requisiti per richiedere lo status di rifugiato e/o asilo. Il budget stanziato da Bruxelles sarà suddiviso fra impegni in materia di asilo (vitto e dotazione economica), integrazione (formazione professionale, apprendimento delle lingue, ecc.) e per il rimpatrio di quei soggetti considerati immigrati economici e quindi privi dei requisiti necessari e del diritto alla protezione. Le espulsioni, sostenute dall’UE come segnale per scoraggiare gli arrivi dei migranti, in particolare attraverso il Mediterraneo, sono abbastanza complicate da mettere in atto, visto che nella maggior parte dei casi gli Stati non riescono a rimpatriare nemmeno il 40% degli stranieri arrivati nel proprio territorio. Consapevole di queste difficoltà, la Commissione sottolinea i fondi che saranno destinati a prevenire l’arrivo continuo di migranti. Uno di questi strumenti potrebbe essere il rinnovo dell’accordo raggiunto con la Turchia, finanziata dall’UE, che prevede il blocco dei rifugiati siriani all’interno del proprio territorio. Vedremo chi sarà ancora d’accordo nel finanziare nuovamente uno Stato come quello turco, rinomato come fra i primi paesi nel mondo per violazione dei diritti umani, e chi invece farà prevalere le questioni interne.

Di Mario Savina

Yemen, attacco alla città di Hodeidah

POLITICA di

Ignorando tutte le avvertenze delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti e delle ONG impegnate nell’area, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno lanciato nella giornata di oggi il loro assalto contro la città di Hodeidah, il principale punto di accesso per gli aiuti umanitari alla popolazione yemenita, oltre che principale porto nelle mani dei ribelli huthi. L’operazione è stata formalmente annunciata dal governo yemenita in esilio, iniziata a mezzanotte tra martedì e mercoledì, dopo l’ultimatum inviato al gruppo dei ribelli, che ha preso il potere nel 2014 e che la coalizione araba accusa di essere una pedina dell’Iran. Sia l’ONU che l’Unione Europea ritengono che l’offensiva mina tutte le possibilità di raggiungere una soluzione.

“La liberazione  del porto di Hodeidah è una questione fondamentale nella lotta al recupero dello Yemen caduto nelle mani di milizie al servizio di paesi stranieri”, ha affermato il Governo di Abdrabbo Mansur Hadi. Anche se la coalizione filoaraba creata da Riad è riuscita ad espellere i ribelli nel sud del paese, il gruppo (una milizia derivante dalla marginalizzazione della minoranza zaidita durante la dittatura di Saleh) rimane al potere a Sana’a. L’Arabia Saudita accusa gli Huthi di utilizzare il porto di Hodeidah per rifornimento di missili iraniani, affermazione più volte negata dai ribelli. Tuttavia, molti osservatori internazionali sospettano che in realtà si tratti di una strategia per circondare completamente l’enclave nordoccidentale in cui gli huthi sono insediati, con l’obiettivo di tagliare le scorte di viveri, soffocandoli economicamente e costringerli alla resa definitiva.

“Questa offensiva potrebbe compromettere ogni possibilità di un accordo di pace” avverte l’ambasciatore dell’Unione Europea nello Yemen, lo spagnolo Antonio Calvo. Calvo sottolinea il rischio di vittime civili dell’operazione che si svolge in un’area densamente popolata. “Le Nazioni Unite stimano che possano perdere la vita oltre 250.000 persone”. Gli analisti temono che Hodeidah possa diventare “l’Aleppo dello Yemen”. Il nuovo inviato ONU in Yemen, Martin Griffith, ha compiuto molto sforzi per tentare di raggiungere una mediazione tra i ribelli e i due pilastri della coalizione araba, l’Arabia Saudita e gli EAU. Questi ultimi avevano inviato un ultimatum con cui si intimavano i ribelli a lasciare il porto in questione nelle ultime 48 ore, con risultato negativo.

Situato a 150 chilometri a ovest di Sana’a, la città di Hodeidah con 400.000 abitanti e altri 200.000 nell’area circostante, è sede del principale porto yemenita nel Mar Rosso, oltre ad essere la seconda città più grande del paese dopo Aden, quest’ultima sotto il controllo della coalizione filoaraba. Anche prima dell’inizio della guerra, questo porto rappresentava l’ingresso per il 70% delle importazioni, in un paese che importa il 90% del proprio fabbisogno alimentare. Da allora è diventato non solo la prima fonte di reddito per i ribelli huthi che lo controllano, ma anche l’unica via d’accesso per gli aiuti umanitari a due terzi della popolazione che vive nel territorio.

“La battaglia per Hodeidah continuerà probabilmente, lasciando milioni di yemeniti senza cibo, carburante ed altri generi di prima necessità. La continua lotta scoraggerà piuttosto che facilitare un ritorno al tavolo delle trattative. Lo Yemen affonderà ulteriormente in quella che è già la peggiore crisi umanitaria del mondo”, ha avvertito nei scorsi giorni un rapporto dell’International Crisis Group.

A questo proposito, 14 ONG hanno inviato una lettera aperta al presidente francese Emmanuel Macron, per rinviare la conferenza umanitaria per lo Yemen prevista per il prossimo 27 giugno. E secondo Save the Children e l’Unicef, a causa dei combattimenti in corso ad Hodeida, circa 300.000 bambini rimasti bloccati in città rischiano di essere uccisi o restare feriti.

 

di Mario Savina

JCPOA, Gerusalemme e la strategia di Trump nel mondo

POLITICA di

Le due ultime mosse di Trump verso il Medio Oriente cioè lo spostamento dell’Ambasciata statunitense a Gerusalemme e il ritiro dal trattato JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), non sono indipendenti tra loro. Al contrario, fanno parte entrambe di una stessa strategia, non casuale, adottata dalla nuova Amministrazione USA. E’ bene ricordare che la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico e, di conseguenza, lo spostamento dell’ambasciata non è stata presa oggi ma risale ad alcune presidenze fa. L’importante differenza tra prima e oggi è che i precedenti Presidenti tenevano la sua attuazione volutamente congelata, a mo’ di spada di Damocle sulla testa dei Palestinesi. Forse non fu mai vista in questo senso ma, di fatto, costituiva uno strumento di pressione non dichiarato. Trump l’ha “scongelata” e il trasferimento è diventato realtà, con le conseguenze che abbiamo visto. A difesa del Tycoon bisogna ammettere che la politica seguita finora da tutti i Governi che si sono succeduti non ha portato da nessuna parte: la creazione di due Stati indipendenti resta una chimera, i rapporti tra ebrei e palestinesi, da Oslo in poi, sono solo peggiorati e la lenta appropriazione di terre occupate a favore di nuovi coloni israeliani continua.

Non si creda che Trump stia rivoluzionando più di tanto la politica americana verso il mondo: la tattica è cambiata ma gli obiettivi strategici restano gli stessi. La costante è nell’agire per salvaguardare il ruolo egemone che gli Stati Uniti hanno conquistato dopo la seconda guerra mondiale. Ciò che cambia è solo il modo. D’altra parte, sono proprio grazie a quella posizione dominante nel globo che il comune cittadino a stelle e strisce puo’ permettersi di indebitarsi quanto vuole, i Governi di emettere debito pubblico senza doverne pagare tutte le conseguenze, e il dollaro di essere la valuta di scambio più usata nel mondo. Fino a quando gli Stati Uniti riusciranno a imporre la propria volontà alla maggior parte dei Paesi e deciderne le priorità, investimenti e risparmi stranieri non cesseranno di foraggiare la sua economia. E la FED potrà continuare a stampare tutti i dollari che vorrà senza temere per l’inflazione, certa del loro assorbimento al di fuori dei confini.

Per assicurarsi che tale supremazia non sia messa in discussione da nuovi o vecchi protagonisti desiderosi di affrancarsi e, magari, di insidiare il suo attuale ruolo, la politica di Washington è dovuta diventare il “gendarme del mondo” e, per farlo, si sono creati in ciascuna area degli “sceriffi” locali su cui contare. Fedele al principio del “divide et impera”, è sempre stato però necessario che nessuno di loro non diventasse abbastanza forte da potersi permettere di “fare da solo”. Occorreva, dunque, che nella stessa area gli “amici” fossero almeno due: entrambi legati agli USA ma nemici o, almeno, rivali tra loro.

GLI EQUILIBRI IN MEDIO ORIENTE PRIMA DEL JCPOA

In Medio Oriente, area strategica per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici (fino all’autosufficienza, recentemente raggiunta dagli USA grazie al sistema del fracking), gli “amici” tradizionali erano due: Israele e Arabia Saudita (quest’ultima con i suoi Paesi satelliti). Naturalmente, oltre a legare questi Paesi con vincoli economici, si stabilirono qui e là anche basi militari a garanzia loro e come avvertimento per possibili male intenzionati. A Israele fu assegnato il compito di “poliziotto” verso Siria, Libano e, da un certo momento in poi, anche verso Iraq e Iran. Con l’Arabia Saudita il compito fu nello stesso tempo più semplice e più complesso. Fino al 1979 la presenza dello Scià iraniano, alleato con Israele ma non amico dei sauditi, garantiva tutti gli equilibri della zona. L’Unione Sovietica, vicina alla Siria di Assad e all’Egitto di Nasser, non poteva avvicinarsi al Golfo e anche in Iraq doveva accontentarsi di sostenere i curdi di Barzani padre nella loro lotta contro Saddam Hussein che, all’epoca, era ancora un “amico” degli americani. La Cina era ancora chiusa in se stessa e non dava preoccupazioni. La caduta di Reza Pahlavi a seguito della rivoluzione Khomeinista cambiò, temporaneamente, le carte. L’amicizia con Saddam fu rinforzata proprio per contenere l’Iran e lo stesso fu fatto con riad, anche se i rapporti tra i due non erano certo idilliaci. La scomparsa, nel 1989, dell’URSS cambiò ulteriormente le carte in tavola. Saddam, lanciato contro gli iraniani solleticandolo con la chimera di allargare attorno a Bassora il suo sbocco sul Golfo non riuscì nell’intento e cercò allora di rifarsi conquistando il Kuwait. Mal gliene incolse perché gli americani, spaventati dal potere di ricatto petrolifero che avrebbe potuto vantare dopo e spinti dagli altrettanto preoccupati sauditi, diedero il via alla Prima Guerra del Golfo e lo costrinsero a ritirarsi. Bush padre, l’allora Presidente americano, fu abbastanza accorto da non destabilizzare quel Paese e, seppur con forti limitazioni e con sanzioni economiche, lasciò in vita il regime.  Suo figlio, subentrato dopo la Presidenza Clinton, non fu altrettanto lungimirante e, plagiato dai neo-conservatori con un pretesto rivelatosi del tutto falso (le “armi di distruzione di massa”) lo attaccò nuovamente, ottenendone la caduta e provando a instaurare nel paese un regime fantoccio filo-americano. A causa di scelte sbagliate e di analisi superficiali il progetto non funzionò. Ben presto, gli sciiti locali, identificati dagli americani quali asse portante del nuovo Iraq, si volsero verso Tehran che fu ben felice di esercitare una propria egemonia sui Governi di Baghdad. In quel modo riuscivano a garantirsi una continuità territoriale che portava la propria influenza fino al Mediterraneo via Siria (con gli alleati Alawiti) e Libano (tramite Hezbollah).

LO JCPOA

La Repubblica Islamica Iraniana, facendo proprio l’obiettivo che era gia’ stato dello Scià, ha coltivato da subito l’idea di diventare una grande potenza regionale e per farlo riportò segretamente in vita il progetto nucleare gia’ iniziato dal Pahlavi con l’aiuto americano. Quando le manovre nucleari dei Khomeinisti furono scoperte, dissero che erano destinate solamente a scopi civili ma nessuno ci credette. L’ONU decise per delle sanzioni internazionali che andarono ad aggiungersi a quelle americane instaurate dopo l’occupazione dell’Ambasciata americana a Tehran da parte di un gruppo di Pasdaran nei giorni della rivoluzione. Le sanzioni ONU sono rimaste in vigore fino alla firma dello JCPOA.

I contenuti di quest’accordo non prevedono che l’Iran rinunci del tutto al nucleare, ma sono studiati in modo che l’arricchimento dell’uranio si limiti alla quantità necessaria per farne usi civili e non possa arrivare ai livelli necessari per utilizzarlo nella costruzione di bombe atomiche. Più esattamente, gli iraniani ridurranno le centrifughe in precedenza installate da circa 19.000 a 5.060, le riserve di uranio ad arricchimento medio del 20% passano dai 195 chili a zero e quelle indispensabili per un utilizzo pacifico (che prevede l’arricchimento al 3,5 %) sono ridotte da 9.000 a 300 chili. Il rispetto di questi impegni da parte iraniana è verificato e certificato dall’Agenzia Atomica Internazionale che ha la possibilità di compiere altri controlli, a sua discrezione, in tutti i siti previsti dall’accordo e, dietro richiesta (mai rifiutata finora) anche in altre località. E’ previsto che anche le centrifughe a gas siano ridotte nel loro numero.

Tale meccanismo resterà in vigore per i quindici anni successivi alla firma, anni durante i quali l’Iran non potrà costruire nemmeno reattori nucleari ad acqua pesante.

Le attività di arricchimento dell’uranio, così come quelle di ricerca, saranno limitate a un singolo impianto, Natanz. Nessun processo di arricchimento sarà invece permesso nel sito di Fordo, attivo in precedenza. Altri impianti saranno convertiti ad altri usi.

 Dal 2015 a oggi gli ispettori dell’AIEA hanno certificato 10 volte il rispetto iraniano degli impegni assunti. Le ispezioni non si limitano alle centrali nucleari ma riguardano anche le miniere di uranio e le yellowcake (scorte di uranio concentrato, sostanza che può essere usata nella preparazione di combustibili per i reattori nucleari). E’ bene notare che le condizioni previste dall’accordo sono tali da costituire un precedente unico mai visto in modo così stringente verso nessun altro Paese al mondo.

Le accuse di non rispetto degli impegni lanciate da Trump e le pseudo – dimostrazioni esibite da Netanyahu con gran battage mediatico sono quindi totalmente campate in aria. In particolare lo sono le presunte “prove” presentate con grande abilità mediatica dal Primo Ministro israeliano. I documenti esibiti riguardano, infatti, attività risalenti al 2005, cioè ben prima dello JACPOA sottoscritto solo nel 2015.

Considerato quindi che non è vero che Tehran non rispetti gli accordi, perché Trump, e con lui un settore importante dei politici e dei politologi americani, ha spinto per far cadere l’intesa così faticosamente raggiunta?  Per capirlo, occorre allargare lo sguardo ai Paesi circostanti.

L’ARABIA SAUDITA E ISRAELE

Durante l’Amministrazione Obama la certezza dell’affidabilità’ dell’Arabia Saudita come alleato su cui era sempre possibile contare cominciò a barcollare. I problemi legati all’incerta successione nel Regno e l’esagerato aumento delle spese da affrontarsi per le truppe dislocate nel mondo e particolarmente in Afghanistan suggerirono a Washington che occorreva cambiare strada. Non fu messo in discussione il principio che si dovesse salvaguardare la propria supremazia, ma si cominciò a pensare che sarebbe stato utile lasciare solo (o molto di più) ad altri il compito di svolgere le funzioni di “controllo” e di mantenimento della pace, consentendo così il “rientro” del maggior numero di soldati possibile. Tuttavia, il persistere delle tensioni tra Israele e Palestinesi dopo il fallimento dell’ultimo tentativo di Clinton nel 2000 e il continuo aumento degli insediamenti israeliani nelle terre occupate rendevano sempre piu’ difficili i rapporti tra i Democratici di Washington e Tel Aviv.  Anche in Kuwait, come a Riad e come in Oman, si cominciava a porre il problema di incerte successioni al trono. L’emiro Sabah Al Ahmed Al Sabah ha 89 anni, a Muscat l’ottimo sultano Qaboos bin Said Al Said ne ha solo 77 ma è gravemente malato dal 2014 e i possibili pretendenti al trono saudita, diverse decine, sembravano pronti a farsi la guerra per conquistare il trono.  Perfino la Turchia di Erdogan, alleato fedele nella NATO ai tempi in cui il nemico era l’Unione Sovietica, aveva dimostrato di perseguire una propria politica estera nella regione indipendente dai “bisogni” americani (nella guerra contro Saddam, Ankara si rifiutò di far transitare le truppe alleate sul suo territorio, obbligando i generali americani a cambiare drasticamente i loro piani tattici).

In una situazione del genere si cominciò a pensare che recuperare un buon rapporto con l’Iran sarebbe potuto tornare utile. L’ideale, naturalmente sarebbe stato poterlo fare senza rompere con gli amici di prima e si cercò la loro collaborazione. Dal Cairo il Presidente lanciò un messaggio conciliante verso tutto il mondo islamico, sottovalutando però le divisioni interne a quello stesso mondo e le ambizioni di Turchia e Arabia Saudita che ambivano entrambe, in competizione tra loro, a una propria egemonia sull’intera area.  Riammettere l’Iran nel consesso mondiale eliminando sanzioni ed emarginazione significava consentire alla sua economia di svilupparsi e di dare quindi nuova linfa alle sue aspirazioni verso tutto il mondo medio – orientale.  Il tentativo nasceva quindi in modo contrastato con ostilità subito enunciate. Se la Turchia lo fece senza dichiararlo, Riad espresse platealmente la sua contrarietà e si trovò così al fianco di Israele che (per motivi diversi, come vedremo in seguito) era pure ostile a ogni apertura verso il regime iraniano.

Pur tra mille difficoltà negoziali si arrivò comunque a sottoscrivere un accordo con Tehran nel quale quest’ultimo s’impegnava a rinunciare a dotarsi di armi nucleari e, in cambio, si sarebbero riaperte tutte le frontiere commerciali e si sarebbe aiutata l’economia locale con know-how e investimenti. L’operazione fu condotta attraverso un tavolo cui sedevano, oltre agli americani e gli iraniani, anche cinesi, russi, francesi, britannici e tedeschi (i famosi 5+1, cioè i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più Germania e, naturalmente, Iran).

L’interesse di Tehran era evidente e altrettanto chiaro era l’interesse non solo dei sottoscrittori ma di tanti Paesi che, oltre al contenimento del rischio di una proliferazione nucleare, vedevano aprirsi le porte di un nuovo mercato di ottanta milioni di consumatori di buona cultura, con crescenti possibilità di spesa e avidi di sentirsi pari ai cittadini dei Paesi più sviluppati. Le grandi quantità di petrolio e gas presenti nel sottosuolo iraniano e non ancora sfruttate adeguatamente garantivano inoltre una nuova offerta che avrebbe aiutato a calmierare i prezzi dell’energia nelle economie industrializzate.

Quest’ultimo aspetto, unito alla rivalità politica di cui si accennava sopra, disturbava però i calcoli sauditi e perfino quelli israeliani, da poco divenuti esportatori netti (per ora ancora parzialmente) di gas.

Netanyahu aveva, ed ha, però, anche altri motivi per essere contrario a che l’Iran fosse riammesso a pieno titolo nella comunità internazionale e un ruolo non minore lo gioca la retorica anti israeliana che il regime degli Ayatollah continua a spargere in ogni modo. Tutti sanno, anche a Tel Aviv, che se Teheran non sarà aggredita per prima non ha alcuna intenzione di attaccare direttamente Israele. Si sa anche, tuttavia, che dietro le azioni di Hezbollah in Libano e Hamas nella striscia di Gaza c’e’ l’indispensabile aiuto degli Ayatollah. Le due organizzazioni perseguono ciascuna il proprio scopo ma, senza il supporto economico e in armi di Teheran, avrebbero ben maggiori difficoltà nel condurre le loro azioni. Il paradosso è che sia tra gli iraniani sia nel mondo arabo i palestinesi come popolo non riscuotono personali simpatie, ma il leit-motiv della loro difesa contro il torto subito con la creazione dello Stato israeliano è un mantra percepito come un dovere. Per i Governi che puntano a conquistare una loro egemonia nell’area, schierarsi a loro favore è una tattica utile per attirarsi il consenso di tutti i musulmani e insidiare il consenso che potrebbe indirizzarsi verso altri. Anche l’Iran, come fa la Turchia attraverso plateali dichiarazioni contro Tel Aviv, condanna l’esistenza di Israele in quanto tale e, comprensibilmente, Netanyahu ha buon gioco ad additarne la pericolosità.

Un secondo motivo di ostilità all’accordo è, ingigantendo il pericolo iraniano, Netanyahu vuole garantirsi la permanenza dell’”ombrello protettivo” americano scongiurando pressioni o critiche per il moltiplicarsi degli insediamenti o per le reazioni, probabilmente esagerate, a Gaza o in Libano. Aprendo il dialogo con Teheran, Obama aveva raffreddato i rapporti con Israele, arrivando anche a ridurre gli aiuti in armamenti che da decine d’anni Washington elargiva generosamente. Il terzo motivo è quello più “personale” e riguarda la posizione politica dello stesso premier israeliano all’interno del Paese: Netanyahu è sotto accusa per corruzione assieme alla moglie e la sua popolarità è in forte calo. Accentuare il pericolo esterno serve a ricompattare gli israeliani attorno al Governo, cioè a lui.

COSA SUCCEDE IN USA

A Washington la lobby israeliana è molto forte e, assieme a quella saudita e al conglomerato dei produttori di armi, è considerata tra quelle con maggiore capacità di penetrazione nei centri decisionali statunitensi. Il genero di Trump è ebreo di origine e ben ammanicato con il Likud. Contemporaneamente, è amico personale dell’erede al trono saudita Mohamed bin Salman. E’ quindi un uomo chiave sia per rinfrescare i rapporti con Netanyahu che per avvicinare quel Paese con l’Arabia Saudita ed entrambi con la nuova politica americana. C’e’ però un altro uomo che va considerato: è Sheldon Adelson, il “re di Las Vegas”, che fu il maggior finanziatore della campagna elettorale di Trump. Anch’egli è di origine ebraica, amico di Netanyahu e si è fatto notare come fautore della minaccia nucleare da usarsi contro Tehran. Anche tra i neo-conservatori, oggi non più in vista come ai tempi di Bush figlio ma sempre influenti, c’è chi giudicò un errore l’attacco fatto a Saddam Hussein perché, sostengono, sarebbe stato più opportuno dichiarare guerra all’Iran piuttosto che all’Iraq. A questo proposito ricordo una conversazione con Michael Leeden avvenuta poco dopo l’inizio dell’attacco: era furioso perché capiva che eliminare Saddam avrebbe significato aprire le porte agli iraniani. Era, al contrario, fortemente convinto che si dovesse invece attaccare l’Iran con ogni mezzo e che, sconfitti gli Ayatollah, anche Saddam si sarebbe riallineato con gli USA.

Oltre alla lobby pro Israele è potentissima anche la saudita, che risulta essere quella che più ha investito, e investe, per “informare” adeguatamente i politici di Washington. Considerata la somma delle due lobby, diventa evidente che ci sarebbe stato da stupirsi se Trump avesse deciso altrimenti.

Inoltre, durante la Presidenza Obama la situazione successoria in Arabia saudita non si era ancora chiarita mentre ora i rischi d’instabilità nel Regno sembrano superati.

La nomina a successore di Mohamed bin Salman sembra non aver incontrato eccessivi ostacoli. Per ancora maggiore garanzia, il neo nominato ha provveduto a tacitare in vari modi, non sempre di dominio pubblico gli altri possibili pretendenti e a fare arrestare tutti coloro che, per le loro capacità economiche avrebbero potuto, un domani, cercare di condizionarlo o sostituirlo. Per qualcuno di questi è bastato un avvertimento, per altri si è ben pensato di accusarli di evasione fiscale e sottrarre loro una buona parte delle loro ricchezze. Occorreva però anche lanciare segnali positivi graditi dalle opinioni pubbliche occidentali e, perché no? modernizzare veramente il paese. Bin Salman ha allora lanciato un ambizioso piano di riconversione dell’economia locale facendola transitare dall’essere totalmente basata sulle rendite degli idrocarburi a una diversificazione industriale “sostenibile” (Vision 2030). Contemporaneamente, pur continuando a foraggiare le madrasse salafite all’estero, ha attuato, all’interno, alcune riforme più che simboliche, utili a lasciare passare il messaggio che con lui si ha a che fare con un “islam moderato”.  In effetti, se un singolo paese puo’ essere identificato come la madre di tutto il terrorismo sunnita che insanguina varie parti del mondo, quello è proprio l’Arabia Saudita e togliersi di dosso quell’etichetta è indispensabile per fare accettare a tutto il pubblico occidentale, e soprattutto americano, il rafforzamento di una nuova alleanza.

Recuperato, quindi, un rapporto virtuoso con Israele e garantita la stabilità futura dell’Arabia Saudita, per Trump non era così più indispensabile dover riabilitare l’Iran. C’e’ da aggiungere che Tehran non è mai stata disponibile a diventare un Paese vassallo degli americani e le sue ambizioni, una volta rinforzata la propria economia, l’avrebbe resa poco controllabile. Resta il rischio di una proliferazione nucleare ma gli strateghi di Washington pensano che un rinnovamento delle sanzioni, magari ancora più pesanti che nel passato, dovrebbe mettere il paese in ginocchio e spingerlo a più miti atteggiamenti. Se ciò non bastasse, resterà pur sempre l’ipotesi di minacciare dei bombardamenti mirati e, se anche questo non fosse sufficiente, si procederà a farli veramente. Negli Stati Uniti non tutti sono convinti che tutto ciò funzionerà e perfino il Pentagono ha sostenuto che eventuali bombardamenti potrebbero rallentare ma non impedire lo sviluppo del programma nucleare iraniano.

Nel nuovo scenario gli USA tornano, quindi, allo schema pre-Obama: l’Iran resta il nemico comune e si riconfermano le alleanze storiche. Per consentire l’obiettivo di ridurre la presenza (e le relative spese) delle truppe americane in loco, si riforniscono gli Stati amici dell’area di nuove armi, ottenendo così anche il risultato di favorire l’industria bellica americana che ne è il maggior fornitore.

Questo il calcolo che sta dietro al ritiro di Trump dallo JCPOA. Tuttavia, come sempre nella politica internazionale, le variabili sono innumerevoli e le conseguenze non sono sempre quelle attese.

L’IRAN

L’Iran non è certo un fulgido esempio di democrazia liberale ma chi pensa che si tratti di un Paese gestito da un dittatore solitario che fa il bello e cattivo tempo è totalmente fuori strada. Formalmente, il supremo Ayatollah Seyyed Alī Ḥoseynī Khāmenei ha l’ultima parola su ogni decisione ma, come sempre succede nelle dittature, il “capo” basa il suo potere sull’equilibrio tra le fazioni che stanno sotto di lui e lascia che prevalgano gli uni o gli altri secondo le sue convenienze. Nessuno deve però acquisire sufficiente potere da poterlo insidiare. La vita politica di Tehran va letta con questa chiave di lettura e si potrà notare che le varie correnti si polarizzano su due fronti principali: i cosiddetti “moderati”, oggi rappresentati da Rohani, e le Guardie Rivoluzionarie (IRGC) che s’identificano con i conservatori. Il panorama reale è ancora più articolato ma, al momento, lo scontro sembra focalizzarsi tra questi due centri di potere.  Consapevole della domanda di sviluppo economico e di maggiore libertà crescente nella popolazione soprattutto giovanile, Khamenei ha favorito Rohani consentendogli di arrivare alla firma dell’accordo al fine di eliminare l’isolamento del Paese e le sanzioni che impedivano l’ammodernamento del sistema industriale. Osservatori superficiali si soffermano su dichiarazioni del Grande Ayatollah che sembrerebbero, a volte, sconfessare l’operato del Presidente ma quell’atteggiamento rientra tra i comportamenti sopra descritti. Poiché ogni decisione strategica richiede il suo consenso, se veramente fosse stato ostile alle negoziazioni dei 5+1, nemmeno Rohani avrebbe potuto accettare i risultati ottenuti. Prudentemente, Khamenei ha però lasciato che le Guardie Rivoluzionarie rimanessero padrone di gran parte dei settori cruciali dell’economia, riservandosi di agire contro di loro quando i benefici dell’accordo fossero diventati più evidenti. Non bisogna tuttavia dimenticare che le IRGC hanno a loro disposizione una sorta di esercito parallelo, ben equipaggiato e impegnato a sostenere i proxi al di fuori del territorio nazionale quali i vari Hezbollah, Hamas, Houti etc. La forza economica dei “conservatori” si esercita principalmente attraverso “Fondazioni caritatevoli” e puo’ contare su notevoli mezzi finanziari. Questi strumenti possono contare su un certo sostegno popolare grazie ai posti di lavoro che sono in grado di distribuire e alle forme di assistenza che sono fornite ai più diseredati. Timorosi che l’apertura verso l’Occidente potesse ridurre di molto la loro influenza, sia politica sia economica, si sono opposti con forza all’accordo, accusando Rohani di aver svenduto il Paese. Dopo la denuncia americana dello JCPOA, il capo delle Guardie Rivoluzionarie Ali Jafari si è perfino “felicitato” che Trump lo avesse deciso. A loro giudizio il possesso della bomba atomica era e rimane un fattore indispensabile per ottenere il rispetto dei vicini e dei nemici e il ritiro degli USA voluto da Trump sembra dare loro ragione. Come inequivocabile esempio si menziona la Corea del Nord che nonostante le minacce ricevute, dopo aver dimostrato la propria capacità di colpire perfino gli Stati Uniti, sono riuscita a obbligare gli americani al tavolo delle trattative. Non è successa la stessa cosa a Saddam e Gheddafi che, avendo rinunciato all’atomica, sono stati attaccati e distrutti.

Dal momento dell’annuncio della firma, l’economia iraniana aveva cominciato a svilupparsi in modo significativo. Nel 2017 il PNL era cresciuto dell’ 11% e l’inflazione era precipitata in termini percentuali. Certamente ha giocato un ruolo anche il contemporaneo aumento del prezzo del petrolio, arrivato ora attorno ai 70 dollari il barile, ma il fermento di aziende pubbliche e private è stato subito evidente. Pochi mesi orsono hanno avuto luogo forti manifestazioni di malcontento in alcune città del Paese ma erano dovute a lotte intestine al regime e ad aspettative premature di aumento del benessere.  Qualcuno a Washington (e altrove) pensa che le sanzioni riescano a fomentare ulteriore malcontento tra le popolazioni sofferenti e che ciò finisca con causare il cambio di regime. Così non è: pur divisi tra fazioni contrapposte, con minoranze etniche a volte insofferenti e con una crescente diffidenza verso i “clerici” da parte delle giovani generazioni, gli iraniani nutrono un forte sentimento di appartenenza nazionale e il sentirsi attaccati dall’esterno li rinsalderebbe attorno al potere che più s’identifichi con la nazione. Lo si capisce se capita di trovarsi una qualunque sera nei ristoranti ove si mangia a suon di musica. Chi li frequenta è spesso un pubblico giovanile di classe media e mediamente di buon livello culturale. In altre parole lo stesso tipo di persone che manifestò nelle cosiddette “proteste verdi”. Ebbene, se l’orchestra si mette a suonare l’inno nazionale, tutti si alzano spontaneamente in piedi e lo cantano a voce spiegata con aria partecipe.

Le accuse (pretestuose) che Trump ha rivolto a Tehran sono di fomentare il terrorismo internazionale e di sviluppare un sistema missilistico pericoloso per la pace nell’area. Ha anche accusato di non rispettare i contenuti dell’accordo sottoscritto ma a questo proposito non vale la pena parlarne perché l’AIEA ha confermato che l’Iran sta facendo esattamente tutto quanto è previsto nelle clausole sottoscritte.  Quanto all’accusa di terrorismo, basta ricordare che il regime stesso è stato più volte vittima di attentati e che, comunque, la matrice degli attentatori nel mondo è sempre d’ispirazione sunnita e va quindi fatta risalire più alla dottrina Wahabita/Salafita saudita che a presunte ispirazioni iraniane.

Per ciò che concerne i programmi missilistici, fatto salvo il diritto di ogni Paese di garantire la propria sicurezza, occorre ricordare che l’aviazione iraniana è ai minimi termini per il suo mancato ammodernamento dovuto alle sanzioni; che l’esercito, figlio di una guerra sanguinosa contro l’Iraq durata ben otto anni, non ha saputo (o potuto) riorganizzarsi in un modo efficiente e che dotarsi di missili moderni di medio raggio è un modo piuttosto economico per “avvertire” i vicini se non vogliono incorrere in pericolose ritorsioni. Basta aggiungere che il bilancio iraniano per la difesa è attorno ai 17 miliardi di dollari mentre quello di Israele è di 20 miliardi (più altri 3 quale aiuto diretto americano) e si suppone che lo Stato ebraico abbia anche almeno 70/80 bombe atomiche pronte all’uso. Da parte sua, l’Arabia Saudita ha un bilancio per la difesa di almeno 70 miliardi. E’ allora comprensibile, ci piaccia o no, che Tehran voglia garantirsi in qualche modo delle capacità di difesa. Chiedere agli iraniani di rinunciare alla bomba atomica e, contemporaneamente, di non puntare nemmeno su un moderno sistema missilistico che supplisca le altre carenze è come in una partita di calcio far giocare una sola squadra senza scarpe e con una fascia sugli occhi.

Nelle prossime settimane dovremo attendere di vedere cosa succederà nella dialettica politica interna al Paese e, soprattutto, cosa faranno gli altri sottoscrittori dell’accordo.

IL FUTURO DELLO JCPOA

L’Europa, per ora, ha dichiarato che intende tenere sicuramente  fede agli impegni sottoscritti nel 2015 e altrettanto hanno fatto Cina e Russia. Se gli Stati Uniti dovessero rimanere isolati nel sottrarsi allo JCPOA, Rohani, con l’aiuto di Khamenei (se ci sarà), potrebbe riuscire a tacitare le richieste dei conservatori che vorrebbero riprendere con urgenza l’arricchimento dell’uranio. Ciò che serve ai “moderati” è che le aperture economiche europee, gli investimenti promessi e l’arrivo di nuovo know how comincino a realizzarsi. Qualora ciò non avvenisse e Bruxelles dovesse accodarsi agli americani, a Tehran rimarrebbe l’appoggio della Russia e, teoricamente, anche della Cina. Recentemente, Rohani ha compiuto una visita di Stato in India firmando accordi economici importanti tra cui uno per l’ammodernamento delle ferrovie iraniane con investimenti e tecnologia indiana.  Si è recato anche in Turchia e Russia per rinsaldare i legami che gia’ li vedono collaborare in Siria e ottenere rassicurazioni.

Tuttavia, è presto per sapere cosa esattamente succederà perché mantenere la validità dell’accordo non sarà di facile attuazione. L’Europa si trovò di fronte a un caso simile con Cuba, quando gli americani vararono sanzioni che gli europei non condividevano. Anche allora Washington minacciò “sanzioni secondarie”, cioè quelle che avrebbero colpito tutte le società non americane che non avessero rispettato i limiti gia’ imposti alle aziende a stelle e strisce.  Quella minaccia non fu attuata perché l’Europa approvò, nel 1996, una procedura detta “legge di bloccaggio” che serviva a proteggere le aziende europee dalle “sanzioni extraterritoriali” americane. Alla fine non servì perché la crisi fu risolta politicamente. Bruxelles dichiara ora di essere pronta ad applicarla a partire dal 6 di agosto, quando entreranno in vigore le prime mosse americane. All’inizio, le sanzioni riguarderanno le conversioni monetarie, i metalli di vario tipo, l’automotive e il software a fini industriali.  Dal 4 novembre, invece, saranno anche coinvolti tutti i servizi portuali, il settore navale, le transazioni relative al settore petrolifero e chimico, le operazioni finanziarie di ogni genere, il mondo dell’energia e delle assicurazioni. La “legge di bloccaggio” permetterebbe alle imprese e ai tribunali europei di non sottomettersi a regolamenti sanzionatori stabiliti da Stati esteri e di rifiutare qualunque sentenza straniera emessa a seguito di quegli stessi regolamenti. Purtroppo, occorre considerare che le società europee che lavorano anche con gli USA potrebbero essere colpite direttamente nei loro interessi sul territorio americano. E’ per questo motivo che, nonostante la firma dell’accordo, l’incertezza sulla posizione americana provocata dalle dichiarazioni di Trump gia’ in campagna elettorale ha convinto tutte le grandi banche europee a congelare ogni mossa in attesa di futuri sviluppi. Solo le piccole banche che non lavorano con gli USA hanno cominciato a operare con la Banca Centrale Iraniana e lo fanno evitando l’uso del dollaro, o per non correre il rischio di vedersi bloccare in America le loro transazioni. Quali siano le difficoltà per gli investimenti stranieri in Iran che ne conseguono, è reso evidente dall’accordo firmato pochi mesi orsono tra il gigante Total e il Governo iraniano: l’importante finanziamento è dovuto essere garantito da banche cinesi. Che cosa significhi incorrere nelle reazioni americane per chi non rispetta le loro sanzioni si è visto ancora prima dello JCPOA, quando le banche europee accusate di aver fatto transazioni finanziarie con banche vicino al regime sono state condannate dai tribunali americani per una cifra di ben 33 miliardi di dollari.

L’INTERSCAMBIO EUROPA-IRAN

Di là dalle ritorsioni formali dirette contro le aziende che non rispettino la volontà americana di rompere i rapporti con Tehran, nelle mani di Washington esistono altri strumenti per “convincere” i Governi europei. Lo si vede nella decisione trumpiana di far partire i dazi doganali su acciaio e alluminio e nei contenziosi in corso con la Germania in merito al reciproco interscambio. Forse non è nemmeno casuale che le società automobilistiche di questo paese siano sotto scacco in attesa di sentenze definitive per aver mentito sui dati dei gas di scarico.

L’Iran è certamente un paese giudicato interessantissimo da tutte le aziende europee per il potenziale sviluppo economico che promette, ma non va dimenticato che il mercato americano rappresenta gia’ per tutti i Paesi europei produttori uno sbocco molto più grande e gia’ acquisito.  Con tutta la buona volontà di non cedere alle pressioni di oltre oceano bisogna anche sapere che alcuni tipi di prodotto, come ad esempio gli aerei di Airbus, hanno componenti fabbricati negli Stati Uniti e non potranno quindi più essere venduti all’Iran. In questo settore, proprio in considerazione dell’arretratezza dell’aviazione locale, Tehran aveva firmato contratti per l’acquisto di un centinaio di aerei dalle due compagnie, Airbus e Boeing, ma soltanto poche unità sono state consegnate e per le altre sarà impossibile procedere.

Quanto all’Italia, noi siamo attualmente il primo Paese europeo nell’interscambio commerciale: acquistiamo principalmente petrolio per circa 3,5 miliardi di euro ed esportiamo per 1,7 con tendenza a crescere. Fino al 2011 il nostro commercio con l’Iran ammontava a più di 7 miliardi, è poi sceso durante il periodo delle sanzioni a quasi 1 miliardo e si è attestato nel 2017 a 5 miliardi. La Germania è il primo esportatore, la Francia viene dopo di noi. Dopo la firma dell’accordo, la prima visita ufficiale in Europa del Presidente Rohani è stata proprio a Roma e in quell’occasione fu firmato un Memorandum of Understanding (MOU) per circa 20 miliardi di euro. La difficoltà di attuare i finanziamenti secondo le usuali procedure ha poi spinto il nostro Governo a garantire in proprio una copertura di 5 miliardi che, teoricamente, dovrebbero essere utilizzabili da subito. Purtroppo, in attesa di cosa realmente farà Bruxelles davanti alle pressioni americane che andranno aumentando, la prudenza fa sì che sia le aziende italiane, sia le iraniane firmino pre-accordi ma non si affrettino a dare esecutività ai progetti.

LA CINA

Oltre all’Europa, la più grande incognita di oggi è sapere quel che farà la Cina, sia dal punto di vista politico sia economico. Se Pechino continuerà a tenere fede allo JCPOA e quindi non applicherà le sanzioni, si creerà, nei fatti, un fronte politico che andrà dalla Turchia a Mosca a Pechino, passando per il Pakistan o, in alternativa, l’India. La Cina ha ottimi rapporti con Islamabad ma pessimi con l’India, l’Iran ne ha buoni con l’India e così così con il Pakistan. L’Arabia Saudita ha invece ottimi contatti da molto tempo con quest’ultimo e, in funzione di un’accentuata ostilità verso Tehran, cercherà sicuramente di avere un appoggio nel vecchio amico.  Comunque si pongano le cose in Medio Oriente e in Asia centrale, l’isolamento voluto dall’Occidente nei confronti  dell’Iran (se l’Europa si accoderà alle posizioni americane), spingerà il Paese nelle braccia accoglienti di Pechino, com’è gia’ successo con la Russia. Gia’ oggi la presenza cinese in Iran è pervasiva: per le strade non si vedono molti cinesi (non sono generalmente amati) ma i loro capitali sono disseminati in tutto il territorio. Durante le sanzioni precedenti, anche la Cina ufficialmente le rispettava ma, tramite triangolazioni o artifici vari, le sue merci invadevano fabbriche e negozi iraniani. A Washington sono consapevoli del rischio politico ed economico di uno “sfilarsi” cinese e certamente eserciteranno, anche in quella direzione, tutte le pressioni che saranno loro possibili. Per Pechino, come per l’Europa, il mercato americano è più importante che qualunque altro e lo dimostra la volontà di negoziare ad ogni costo dopo le minacce sui dazi.  Si consideri che il commercio cinese con gli USA lo scorso anno è stato di circa 636 miliardi di dollari mentre con l’Iran il volume era attorno ai 38 miliardi. Fino ad ora, la politica della Cina è sempre stata quella di apparire il più possibile neutrale in ogni crisi che avvenisse lontana dal loro territorio. Così è per la questione Israelo-Palestinese, per i litigi nel Golfo che coinvolgono Iran, Saudia e Qatar e anche per la guerra siriana. E’ però vero che più il tempo passa e più l’economia cinese si sviluppa, più la politica estera di Pechino diventa assertiva, come si è visto nel Mar Cinese del Sud. Prima o poi, i nuovi “Mandarini” dovranno esplicitare l’ambizione, per ancora taciuta, di voler assurgere al ruolo di prima potenza mondiale e quella della crisi con l’Iran potrebbe anche essere l’occasione. Oggettivamente, è improbabile che davvero lo diventi ma qualora ciò avvenisse (e se la guerra commerciale con Washington dovesse davvero scoppiare, tutto diventa più probabile) costituirebbe un importante passo su quella strada espansionistica cominciata in silenzio da almeno venti anni.

Per ora a Pechino conviene la prudenza e i motivi sono almeno due. Nel recente passato, con l’accusa di aver violato le sanzioni, il Ministero statunitense del Commercio Estero aveva ordinato la non importazione di tutti i prodotti della società cinese ZTE. Si tratta di gigantesco produttore di materiale elettronico con la maggior parte delle merci destinate al mercato USA. Il blocco di questo mercato l’ha spinta vicino alla bancarotta e la sua salvezza rientra oggi nelle trattative fra Trump e XI per evitare una guerra commerciale. Di casi simili ce ne sono certamente molti e gli USA potrebbero usarli come pressione. Un secondo motivo di prudenza riguarda invece i problemi interni che Pechino ha con la minoranza islamica degli Uiguri, nello Xingyang: sono di fede sunnita e uno schierarsi della Cina con l’Iran potrebbe spingere i sauditi a ergersi quali “protettori” dei fedeli locali, finanziandoli e aiutandoli nelle loro rivendicazioni.

Infine, la Cina ha interesse a sviluppare la sua “via della seta” che passa, tra l’altro per il porto di Chabahar, a 75 chilometri da Gwadar, ove i cinesi hanno investito in infrastrutture ben 50 miliardi di dollari per completare il collegamento economico con il Pakistan. Ebbene, quella è una zona, proprio al confine con l’Iran abitata dai Balushi, una minoranza etnica sunnita presente anche in territorio iraniano. I sauditi stanno finanziando in loco alcune madrasse in funzione anti-sciita per usarle all’occorrenza contro il regime.

Come dunque si comporterà la Cina resta, per ora una domanda cui è difficile dare una risposta. Se l’Europa terrà fede all’accordo JCPOA si creerà allora una frattura nel mondo Occidentale e la Cina ne potrebbe approfittare offrendosi come alternativa a uno dei due contendenti. Se, invece, l’Europa cederà e applicherà le sanzioni, Pechino dovrà valutare da quale parte stare, anche tenendo in conto l’esito delle negoziazioni commerciali con Washington.

Come si è visto, la partita sul nucleare iraniano non è piccola cosa e ha ricadute che vanno ben oltre l’ipotesi che tutto nasca o si limiti a una ripicca personale fra Trump e il suo predecessore Obama. Di certo, qualora tutto saltasse e l’Iran procedesse veramente verso l’acquisizione di una bomba atomica, sappiamo che Arabia saudita, Turchia ed Egitto non assisteranno senza far nulla e vorranno anch’essi dotarsene. Con la conseguenza che il rischio che, in un qualunque prossimo conflitto, qualcuno non si limiti alle armi tradizionali.

 

 

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Dario Rivolta
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