GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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RUBRICHE - page 47

L’Arabia dei Saud al centro della mezza luna islamica

A prescindere da chi sia al potere e da quali siano gli alleati, da quelle parti a chiunque lo si chieda tutti sanno sempre quello che fanno.

Simile al deserto di cui è formata, l’Arabia Saudita non è il classico potere statale che ti aspetti, per lo meno non lo è all’europea. E’ di quelli che nella perfetta ottica islamica di sempre, mutano come le dune di sabbia dalla sera alla mattina. Camuffata (spesso a volto scoperto) in un ambiente che è stato la causa dei suoi mali ed allo stesso tempo benefattore della sopravvivenza della casa reale, è sopravvissuta alle numerosissime crisi che l’hanno coinvolta. La sua politica, come molte politiche nel mondo arabo che un occidentale non si sa spiegare, non va capita: queste politiche prima vanno accettate e poi, quando ci si mette nei panni di chi ha come dirimpettaio Iraq, Iran, Yemen, Egitto, Israele, (per non mettere dentro al pentolone anche inglesi, francesi e americani che sono il trito e ritrito condomino che vuoi o non vuoi dalle parti del 46° Est ti ritrovi) si può sperare di capirle. Quando la tua preoccupazione è innanzitutto il controllo della fedeltà della famiglia reale, ben prima che dei sudditi e poi delle alleanze, allora capisci che la faccenda si complica. Questa sorta di perenne insicurezza che accompagna da sempre casa Saud ha reso la sua politica interna ed esterna in alcuni casi piuttosto squilibrata, in continuo ricomponimento. Non è certo confortante se la si giudica dall’ottica della sicurezza e stabilità regionale, ma tale è.

Due aspetti di questa importante fetta della mezza luna islamica – che corre dal Magreb (lì dove tramonta il sole) passando per le sconsolate distese del Sahel, lo sfortunato e martoriato Corno d’Africa per giungere a chiudersi tra il Mar Caspio e il Pakistan, tra le steppe kazakhe – vanno considerati: il timore di un crollo interno e l’instabilità permanente ai suoi confini. L’intrinseca vulnerabilità di tutto il mondo arabo è allo stesso tempo la sua principale caratteristica, quella cioè di essere un gran caleidoscopio che riflette nelle politiche dei governi e nelle guerre l’indissolubile rivalità tra le sue anime sciita e sunnita e prima ancora la sua poliedricità etnica e tribale. L’Arabia dei Saud ha tentato tutte le strade per cercare di arginare le spinte centrifughe interne ora elargendo privilegi, ora attraverso fondi, ora (è il caso di Bin Laden ad esempio) mandando in esilio personaggi scomodi, magari in passato dimostratisi insostituibili alleati della corona contro lo sgretolamento a favore della miriade di realtà locali. Certamente scomoda la posizione della famiglia reale, in perenne dibattito e scontro più o meno dichiarato per mantenere l’equilibrio regionale senza dare troppo fastidio a grossi e grassi vicini. La religione, che guida una buona parte delle continue conflittualità, è un mezzo attraverso cui legittimare la propria leadership al governo – antico sodalizio nato nella metà del 1700 dall’incontro della fama di dominio della famiglia di Muhammad Saud con quella di Muhammad al Wahhab, fervente predicatore di un fondamentalismo devoto al solo dio Allah: da quel momento il potere politico è stato finalizzato al perseguimento della causa religiosa wahhabita in una sorta di gioco delle parti utile ad entrambi. Sistematicamente al centro di attacchi da parte del radicalismo che ne critica il tradimento filo occidentale, questo ricco e sfortunato Stato ha vissuto al centro di tumulti e guerre che ne hanno plasmato la sensazione di sicurezza e la proiezione politica.

Utile a questo punto accennare ad un momento fondamentale della storia saudita e della famiglia Saud: quello che ne ha visto la cacciata dalla regione in seguito alla morte di Turki nel terzo decennio del 1800 con la conseguente guerra civile che portò al governo la famiglia rivale Al Rashid e, l’abilità politica e militare del principe Al Aziz che dall’esilio in Kuwait fu in grado di condurre un esercito alla lenta ma inesorabile riconquista delle vecchie regioni del Neged e del Hijaz (regione simbolicamente importantissima, centro della religione islamica con le città sante di La Mecca e Medina). E’ questo un momento che ha rappresentato nella storia del regno saudita un nodo molto importante: mancando la figura di Muhammad Wahhab a rappresentare la guida religiosa e spirituale, Al Aziz assunse per se anche il titolo di Imam: da quel momento stringeva nelle sue mani la spada del potere temporale e quella del potere secolare (come il simbolo di casa Saud).

Dagli attacchi terroristici alla guerra in Somalia, dalla guerra del Golfo al conflitto israelo-palestinese al vicino Iran nucleare, l’Arabia Saudita è stata più volte salvata e condannata anche dal petrolio, salvo scoprire poi che la sua presa sull’equilibrio mondiale del commercio dell’oro nero era limitata. Contrariamente alle aspettative infatti, la produzione del greggio saudita non conta così come si credeva…per lo meno fuori dal gioco del Golfo. L’eccessiva considerazione data al petrolio è stata infatti già smentita e rischia di esserlo nuovamente. E’ vero si che se escludiamo potenze come Russia e Stati Uniti il peso del greggio saudita è ancora importante ma, date le nuove tendenze, rischia di essere una spada spuntata. Il gioco di abbassare la produzione di barili per cercare di premere sbilanciando la produzione internazionale non ha funzionato in passato ed è improbabile che con i prezzi dati (il Medio Oriente continua ad essere il centro della produzione di petrolio, davanti agli Stati Uniti e all’Eurasia), i sauditi rigiochino nuovamente al ribasso, soprattutto considerando la ripresa delle estrazioni dopo le recenti rivolte libiche (che comunque non sono in grado di mettere in difficoltà il Regno). Per casa Saud non si tratta tanto di competere contro Algeria o Libia, quanto di utilizzare la moneta nera come contrappeso al rivale iraniano, costringendolo ad adattarsi ai prezzi per restare competitivo (mossa che rientra in una più ampia strategia di confronto e che sposta la rivalità dal terreno ai mercati finanziari), tentando di sbarazzarsene e di metterlo da parte nella partita anti ISIL. L’Arabia Saudita può permetterselo. L’ Iran al contrario ha bisogno di restare su picchi sempre alti di produzione, cosa resa difficile dal blocco commerciale imposto da molti paesi proprio nella speranza di rallentare il percorso sull’acquisizione di tecnologia nucleare. Inoltre, a favore dei sauditi gioca la diffusa riduzione della domanda di greggio a livello mondiale in linea con trend di crescita decisamente deboli delle economie avanzate che gli permette di fare la prima mossa mantenendo un discreto margine di vantaggio.

Resta da chiedersi con gli ultimi cambiamenti che hanno acceso nuovi focolai di cui lo Stato Islamico è la manifestazione più lampante, se la corona ha intenzione di giocare seriamente la partita apertasi in Iraq e Siria e, in questo caso: lo farà ispirandosi alla teoria del divide et impera (che non ha portato grandi risultati fino ad ora visti i vuoti di potere creatisi con gli scontri dei gruppi fondamentalisti)? Lascerà che Obama riprenda a fare il grande poliziotto di un quartiere che non è decisamente più così stimolante per gli Stati Uniti nell’ottica globale ma sembra giocoforza attirarne il coinvolgimento militare? Riuscirà a trovare una linea comune con gli emiri vicini o resterà intrappolata nel pantano di un’insicurezza che contribuisce in buona parte a creare?

L’Occidente e i sui confini sensibili

Ottobre 2014, i notiziari albanesi danno risalto a una notizia in particolare: 76 cittadini siriani sono stati fermati in territorio albanese, al confine con la Grecia. Provati dalla traversata notturna dei monti che separano i due paesi, chiariscono di provenire “dalla guerra in Siria” e chiedono asilo politico allo Stato albanese. Erano stati avvistati mentre camminavano in colonna e, una volta fermati, hanno chiarito la loro provenienza senza indugi. Stessa sorte, ma con delle zone d’ombra fitte abbastanza da far sollevare un groviglio di ipotesi è stata riservata a 24 cittadini siriani, fermati mentre attraversavano il paese a bordo di mezzi a pagamento. Erano diretti in Montenegro e da lì, non è dato sapere.

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Del primo gruppo, intervistato dalla tv albanese Top Channel, ne parla Ahmed, un profugo palestinese, che dal campo profughi in Siria è dovuto scappare di nuovo con moglie e figli. “ Abbiamo camminato per circa un mese. Dalla Turchia, alla Grecia e infine qui in Albania”, spiega, “ camminavamo perché non avevamo scelta. Non abbiamo denaro e non possiamo pagare nessuno che ci aiuti”. Non hanno progetti o paesi di riferimento che vorrebbero raggiungere, vorrebbero soltanto mettersi in sicurezza e assicurare le famiglie da guerra e miseria.

A dicembre 2014, i media albanesi parlano di cittadini siriani, richiedenti asilo, scappati dai centri di permanenza. Voci non ufficiali parlano di condizioni difficili a cui erano costretti, ma le autorità negano ogni noncuranza o mancanza di adeguate condizioni di vita all’interno dei centri.

Alla stregua delle stragi di Parigi che stanno costringendo l’intelligence dei paesi europei a dichiarare allerta n.10 in Francia, in Italia n.7, i quesiti si moltiplicano.

Ormai è abbastanza chiaro che gran parte degli autori e ideatori degli attacchi terroristici in Occidente hanno potuto viaggiare in modalità A/R per prendere contatti, indottrinarsi, addestrasi alla guerra e fare rientro in Europa per portare a termine le stragi ideate. E’ notizia di oggi che è stato scovato in Grecia un esponente dell’ISIS che coordinava il reclutamento di aspiranti terroristi in Europa, pronti a replicare il terrore dei primi giorni sanguinosi di questo mese di inizio anno. Tal Abdelamid Abaoud, o meglio conosciuto come Abu Soussi, cittadino belga (!), originario del quartiere Molenbeek a Bruxelles.

Dunque, la mappa pare consolidata. V’è una rete di confini sensibili che rendono friabile l’entrata nei grandi paesi europei. Dalla Siria, in Turchia, in Grecia, Albania, Montenegro o Kossovo, via mare verso l’Italia (anche se dimostrato fin troppo bene dai fatti che l’allerta profughi nelle coste siciliane è molto inferiore ai movimenti migratori via terra) o altrimenti verso Germania, Francia o Belgio.

Oltre a un mero fattore geografico favorevole agli scambi e per questo conteso nei secoli, le ragioni della traversata “agevolata” dei profughi, uomini, donne e bambini, ma con la alta probabilità di militanti di Isis o Al Qaeda al loro interno, vanno ricondotte anche alla  malagestione dei paesi di confine da parte delle grandi potenze.

Con uno sguardo al passato, nella guerra di Bosnia, 1992-1995, USA, Arabia Saudita, Turchia e Unione Europea si schierarono con i mussulmani bosniaci nel conflitto contro i serbi. In palio c’erano l’allargamento a est della Nato e il controllo di un’area geografica strategicamente utile per il passaggio degli oleodotti che portano gas e petrolio dall’Asia Centrale all’Europa, senza passare per l’Ucraina, fino a ieri legata alla Russia. Tra i mussulmani sostenuti dall’Occidente e dai suoi alleati, militavano anche migliaia mujaheddin provenienti dall’Asia e dall’Africa Settentrionale, che porteranno il radicalismo islamico nei Balcani, prima in Bosnia e in seguito  anche in Kossovo.  Il 3% della popolazione bosniaca oggi si dichiara wahabita e varie operazioni di antiterrorismo hanno portato a centinai di arresti in Bosnia e Kossovo. L’Al Qaeda spagnola (responsabile degli attentati di Madrid) era composta di mujaheddin addestrati nei campi presso Zenica.

La medesima riflessione si estende alla posizione dei paesi del Caucaso: dall’Afghanistan, dove il ritiro delle forze internazionali non ha manifestamente contribuito alla stabilità dell’area o semplicemente a limitare il numero di vittime civili di guerra, affatto limitato; alla Cecenia e i suoi trascorsi di sangue, nonché Daghestan, Ossezia Settentrionale e così via.

Solo apparentemente in secondo piano pare sia collocato il conflitto in Libia, paese in balia della totale incontrollabilità e della guerra interna tra islamisti radicali. Dall’attacco di USA, Francia e Gran Bretagna nell’estate del 2011 con conseguente morte di Gheddafi, la situazione va irrimediabilmente peggiorando. Se non ne sentiamo parlare o non ne leggiamo, non significa che non esiste.

Quando ci chiediamo chi sono, da dove vengono, chi li finanzia, domanda, in verità spesso omessa dai media mainstream, ma anche evitata con acrobazie lessicali magistrali dalla politica, chiediamoci anche perché vengono in Occidente; perché da qui partono, fanno propria quella guerra e tornano per punirci? Perché continuiamo a destabilizzare tutto intorno a noi? Le domande non sono mai indiscrete, le risposte a volte lo sono (cit.), ma non facciamoci crollare i diritti addosso, non scontiamoli a beni ereditati con beneficio d’inventario.

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La nostra casa nello spazio

EUROPA/INNOVAZIONE di

Concepita come un grande laboratorio di ricerca e studio, raccoglie i contributi tecnici e scientifici di sedici Paesi partners che dal 1998 hanno letteralmente costruito sulla Terra parti, moduli, impianti per poi montare la Stazione Spaziale direttamente in orbita a circa 400 km dalla superficie terrestre.  Un peso di centinaia di tonnellate ed un ridotto spazio pressurizzato in cui muoversi e lavorare disposti su una superficie pari ad un campo da rugby americano permettono la vita di un equipaggio permanente di sei astronauti in continuo avvicendamento. Una grande missione senza una data di fine all’interno della quale sono racchiuse le speranze di tutto il nostro pianeta. Si perchè la SSI non è una semplice missione ma un grande laboratorio in cui si conducono numerosi studi scientifici in ambiente a gravità zero. Una piattaforma di ricerca internazionale per lo sviluppo di tecnologie e pianificazione della vita umana nello spazio in missioni di durata sempre maggiore.

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Rappresenta, non è certo poco, un modello unico di cooperazione internazionale in cui i Paesi partecipanti condividono la loro esperienza in campo scientifico e collaborano nei più svariati ambiti di ricerca: medicina, biologia, fisica, ricerca spaziale, osservazione spaziale, ingegneria medica, dei materiali, robotica ecc. Si tratta forse dell’esperimento a lungo termine più importante della storia dell’umanità, di un ambizioso programma spaziale in grado di unire voli a cui prendono parte equipaggi internazionali e complessi lanci di velivoli spaziali da piattaforme collocate in diverse zone del pianeta. Una gigantesca e pionieristica missione di architettura umana nello spazio che ha preso vita grazie ai continui voli di navicelle che portavano in orbita moduli contenenti parti meccaniche, sistemi di bordo, riserve d’ossigeno, cibo, acqua, astronauti ecc. Il primo equipaggio è stato lanciato nel 2000 grazie allo sviluppo e all’implementazione dei programmi Skylab, Shuttle-Mir e Space Shuttle e da allora le missioni spaziali hanno continuato incessantemente ad alternarsi. In questi primi anni d’importante sperimentazione il nostro Paese vanta una partecipazione tecnica e professionale importantissima, la cui ultima rappresentante in ordine di tempo è Samantha Cristoforetti.

I costi per il finanziamento di questo progetto sono altissimi, come altissimo è il valore tecnico scientifico che hanno le singole missioni. L’esperienza della Stazione Spaziale va però vista anche come un impegno internazionale in vista di obiettivi che nello spazio vedranno la loro realizzazione. Si spera che l’esempio della cooperazione spaziale possa portare benefici ai rapporti tra quei Paesi che spesso sulla Terra sono molto distanti e che in un modulo spaziale riescono invece a trovare piena e positiva concretizzazione.

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Corporate security e protezione della rete: il caso F 35

Difesa/INNOVAZIONE di

Le intrusioni e i furti di dati aziendali non potranno che crescere data l’importanza che il web riveste nel commercio, nei servizi, nelle comunicazioni. Questo genere di argomento, però, risulta tanto attraente quanto poco apprezzato sotto il profilo dell’importanza che riveste.

Mossi dalla consapevolezza dell’esistenza di nuove minacce, Stati ed aziende hanno iniziato a prendere contromisure dotandosi, per così dire, di pool di esperti informatici. E’ ragionevole pensare che attacchi di una certa importanza avvengano di continuo e l’ipotesi che attori statali ne siano coinvolti in veste di attaccanti ed attaccati  non è né remota né fantascientifica. Ne è esempio il caso dell’ormai famigerato velivolo da combattimento F 35.

Il progetto di questo caccia di nuova generazione è stato al centro di un vero e proprio attacco informatico nel 2012, un’azione di spionaggio condotta a regola d’arte, che ha causato non poco imbarazzo tra le alte sfere militari ed aziendali coinvolte. La serie di eventi verificatisi ha messo in serio pericolo alcune delle armi più avanzate sul mercato, esponendo l’intero apparato ad azioni di sabotaggio e quindi di interruzione dei progetti stessi, infiltrazione all’interno dei sistemi di rete di un elevato numero di computers appartenenti ad aziende che hanno sottoscritto contratti di milioni di dollari con il governo degli Stati Uniti e quindi alla potenziale penetrazione dei sistemi informatici degli stessi apparati istituzionali.

Quella che ha descritto Shane Harris sulla base di fidate fonti d’intelligence è a tutti gli effetti un’operazione di guerra condotta da un gruppo di informatici nelle maglie di una parte del sistema industriale e della difesa statunitense. La quantità di dati rubati è impressionante: si stima sia stato sottratto l’equivalente del 2% dell’intera biblioteca del Congresso americano. Decine di progetti, migliaia di files riservati relativi allo sviluppo di tecnologia, mezzi, armamenti.

Diversamente da quanto accade per i sistemi informatici governativi che per ovvie ragioni sono altamente sorvegliati e protetti (molto spesso le informazioni classificate non sono tenute in sistemi connessi alla rete), questo non accadeva con le aziende che collaboravano con il governo. Di conseguenza accedere a queste ultime è stato più semplice. Le indagini scontratesi con il primo ostacolo di una tardiva scoperta dell’attacco hanno dovuto affrontare poi la difficoltà di dover risalire alla fonte da cui l’infiltrazione era partita.

La complessità dell’apparato dei contractors industriali statunitensi ha reso l’operazione titanica, ed il tutto era complicato dalla particolarità del progetto del caccia stesso: l’utilizzo massiccio di alta tecnologia che permette al velivolo di compiere anche un semplice volo fa affidamento su milioni di codici che riguardano la logistica, l’avviamento dei sistemi di bordo, delle comunicazioni ecc. Un sistema così complesso ed interconnesso si è dimostrato una vera e propria spina nel fianco per gli investigatori, che hanno dovuto compiere un lavoro enorme per identificare la faglia tra le centinaia di imprese che a vario titolo erano impiegate nel progetto F 35. Insomma, continua Harris, le spie si sono trovate in quello che potrebbe definirsi un target-rich environment, un ambiente ricco di obiettivi.

Molti esperti definiscono il progetto dello Joint Strike Fighter juicy, ossia succoso per molti hackers; alcuni commentatori ritengono che il sistema alla base del funzionamento dell’aeroplano (un cervello elettronico) lo renda simile ad un drone, asserendo che il pilota più che pilotarlo si limiti a copilotarlo.  Il caccia utilizza quello che viene definito sistema fly by wire, un complesso impianto che commuta i comandi e qualunque altro tipo di indicazione in segnali elettrici, i quali intervengono in ogni istante modificando, stabilizzando, correggendo gli assetti, fornendo informazioni, dati rilevati ed occupandosi di tutto ciò che riguarda il volo ed il velivolo. Questo sistema, in uso da anni ma sempre più presente e pervasivo, gestisce e permette qualunque attività e richiede un continuo controllo e monitoraggio: proprio tale dipendenza renderebbe questa formidabile arma molto più vulnerabile ad attacchi cyber.

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Quello che stupì maggiormente i tecnici militari e dell’ FBI quando bussarono alla porta delle aziende coinvolte non deve sorprendere: alcuni manager delle compagnie i cui sistemi di sicurezza erano sottoposti ad investigazione ignoravano l’esistenza dell’aspetto cyber nella logica di protezione aziendale, sebbene la totalità delle informazioni fosse conservata online o facilmente accessibile attraverso la rete. Assieme a progetti ed informazioni sottratte riguardanti l’ F 35, le ricerche hanno portato alla luce attacchi relativi al programma missilistico Patriot, all’elicottero Black Hawk ed al famoso precursore della nuova generazione di aerei militari made in USA, l’ F 22 Raptor.

Questa vera e propria emergenza nazionale ha sollevato importanti dubbi sulle modalità di concepire e realizzare un sistema di sicurezza aziendale. L’indagine si è spinta fino ad ispezionare quali tipi di computers e quali programmi utilizzassero gli impiegati ed i dirigenti delle aziende a vario titolo coinvolte, quali dati di accesso fossero necessari, quali e quanti sistemi di sicurezza ogni impianto contemplava per la salvaguardia delle informazioni. Uno dei timori maggiori era infatti che tra i dati sottratti vi fossero quelli relativi ai sistemi di difesa ed attacco del velivolo, il che avrebbe potuto portare in caso di utilizzo dello stesso ad una perdita totale di efficacia del mezzo in caso di combattimento. In sintesi, la paura era che il caccia si trovasse ad affrontare altri velivoli in combattimento in una condizione di totale inferiorità.

L’indagine ha potuto evidenziare i punti deboli dei sistemi di sicurezza e quali colli di bottiglia presentavano le varie catene di realizzazione dei progetti portando grandi benefici alla cooperazione tra apparato governativo ed aziende. A seguito dell’inchiesta si è dato il via ad un processo di riscrittura dei codici software del velivolo che ha portato ad oltre un anno di ritardo sul progetto iniziale ed un aumento dei costi di circa il 50%.

Stando alle informazioni che la fonte di Harris rivela è verosimile che tale serie di attacchi provenisse dalla Cina, sebbene non se ne possa avere la totale certezza. Perché proprio la Repubblica Popolare? Due plausibili spiegazioni: la crescita e lo sviluppo tecnologico strabiliante conosciuto dal governo di Pechino (che secondo autorevoli membri dell’ FBI è da ritenere un risultato in parte ottenuto grazie alle informazioni sottratte) e la forte somiglianza che lega l’ F 35 e l’ F 22 con il J 20 ed il J 31 cinesi (vedi foto sopra).

Al momento la tecnologia americana resta la più avanzata ed in caso di confronto i caccia americani avrebbero di gran lunga la meglio sui rispettivi asiatici. Il punto però è anche questo: sottrarre informazioni, ammette l’FBI, permette ai competitors di superare limiti temporali legati alle tempistiche dello sviluppo di nuova tecnologia necessaria accorciando il divario con le grandi potenze e permette di ottenere guadagni significativi sui costi di sviluppo e ricerca.

La pericolosità e la gravità di tale evento ha avuto come risultato l’immediata convocazione di un tavolo di esperti del settore pubblico e privato che ha portato ad un saggio scambio di dati, pareri, buone prassi; la collaborazione ha fatto si che fossero diffusi all’interno della rete così creatasi dati relativi ad appalti, forniture, personale impiegato, software ed infrastrutture utilizzate. Ciò detto, occorre precisare che proprio gli Stati Uniti da anni sono tra gli attori principali nella guerra cibernetica e che non è recente l’utilizzo massiccio di tale tecnologia per i fini più disparati che riguardano da un lato la protezione di dati relativi ad interessi industriali e dall’altro la sacrosante sicurezza nazionale, per continuare con azioni di sabotaggio industriale ed economico nei più svariati settori.

 

Rivoluzione DAO News, un nuovo modello di business per editori e autori digitali

INNOVAZIONE di

Cambiano i modelli di business nell’editoria contemporanea che si rivolge al web sempre più spesso.

Sono infatti moltissime le nuove testate giornalistiche, i blog e i magazine che si rivolgono ai nuovi media come canale di comunicazione. Blog, podcast web tv sono ormai una realtà affermata che permette a tanti autori di mettersi alla prova e a volte di raggiungere un successo inaspettato.

Spesso però manca una capacità di fare network tra i tanti autori e gli editori grandi o piccoli che siano ed è a questo problema che DAO News vuole dare una risposta.

“La nostra storia comincia quasi cinque anni fa – raccontano sul loro sito i ragazzi di DAO Square –  quando DaoNews prende forma da un’idea: riunire i professionisti dell’informazione online in un progetto comune, ben strutturato e che permettesse ai suoi protagonisti – giornalisti 2.0, blogger, copywriter – di guadagnare attraverso la propria vocazione per la scrittura, rendendo al contempo un servizio di qualità al pubblico del web. “

Questa piattaforma risponde alle esigenze degli editori di avere un serbatoio di notizia a cui attingere per il proprio lavoro ma ancora più importante di remunerare gli autori che si iscrivono per i pezzi che scrivono sulla base della qualità del loro lavoro.

Allora DaoNews era un network di blog tematici che si affacciava sul web con un’ambizione importante: consolidarsi, crescere e diventare un punto di riferimento per l’informazione di qualità.

Non solo, la piattaforma mette a disposizione una area di community dove si realizza una vera e propria piazza dedicata agli operatori della comunicazione dove si incontrano professionisti e aspiranti del settore

Agli editori e ai brand, le aziende che usano contenuti per i propri siti, DAO propone anche una piattaforma editoriale ottimizzata per le azioni di web & social marketing fondamentali per la promozione del proprio sito.

“Con la nostra piattaforma è possibile creare in poche mosse un magazine online e mobile, un blog e perfino un social network dedicato, e popolare questi canali con articoli e contenuti multitematici, originali e di qualità, studiati e scritti “su misura” da blogger, giornalisti e copywriter”

Una rivoluzione del settore giornalistico e dei nuovi modelli di marketing on line che riserva ancora molte sorprese.

 

Alessandro Conte

 

EA Report – Il rischio ISIS

POLITICA/Report/Video di

European Affairs intervista Gianluca Ansalone sui possibili rischi di espansione del conflitto in atto in medio oriente, le fonti di finanziamento del califfato e il coinvolgimento dell’Iran nella crisi.

La Siria è il terreno dove si giocano le carte di questo nuovo terrorismo, evoluto, strutturato e territorializzato che sembra essere anche in conflitto con le altre organizzazioni terroristiche come Al Qaeda e Boko Haram che proprio in questi giorni hanno intensificato i loro attacchi quasi cercando di rivendicare uno share mediatico ormai in calo.

Lo stesso modello di reclutamento è cambiato passando dalle Madras alla rete con l’obiettivo di raggiungere combattendo sempre più giovani.

 

Alessandro Conte

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=q6qNb2fXT-U[/youtube]

La minaccia dell’Isis e il ruolo dell’Europa nel superamento dei conflitti mediorientali

POLITICA di

La minaccia alla pace e alla civiltà mondiale rappresentata dall’Isis richiede una risposta univoca coesa da una comunità internazionale che in questa sfida decisiva deve ritrovare le ragioni di solidarietà, vincendo antichi pregiudizi e reciproche interdizioni strumentali ad interessi economici e geopolitici.

L’Isis è il frutto avvelenato di errori e conflitti, il prodotto insidioso di ambiguità e doppiogiochismi tesi a ridefinire all’infinito le sfere di influenza nell’area mediorientale. Le guerre di “esportazione della democrazia” in Afghanistan, Iraq  e Libia hanno aggravato l’offensiva fondamentalista, anziché neutralizzarla e le stesse primavere arabe del 2011, suscitatrici di grandi speranze, hanno prodotto rinnovate condizioni di autoritarismo, anarchia, conflitto e barbarie.

L’approccio dell’Occidente alle crisi e alle turbolenze deve essere profondamente ripensato, quanto a modalità d’intervento, alleanze in loco, scelte di governance.    L’ISIS, ad esempio, raccoglie l’esasperazione sunnita, in Iraq, anche a seguito di eccessi delle milizie sciite nei confronti delle popolazioni sunnite che sono stati colpevolmente tollerati o non sufficientemente contrastati, né dalle forze angloamericane che avevano occupato l’Iraq, né dai governanti che si sono insediati a seguito di quell’invasione.

La frustrazione e la penalizzazione subite in Iraq dall’etnia sunnita e l’emarginazione delle caste burocratico-militari baathiste – anch’esse sunnite – dopo la caduta di Saddam hanno prodotto questo formidabile centro di polarizzazione dell’estremismo islamico che è l’Isis.  Quest’ultimo, qualificandosi come “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”, ha rispolverato l’antico mito del Califfato, richiamo formidabile per tutte le nostalgie imperialistiche ancora annidate in alcuni settori della civiltà islamica, ma soprattutto per quelle giovani generazioni del Medio Oriente deluse ed esasperate da regimi autoritari e logori, troppo sordi alle loro istanze.

Ma la suggestione del Califfato ha contagiato anche altri giovani, anch’essi musulmani, che però vivono nei paesi occidentali, nauseati dai valori del consumismo e della ricchezza dai quali si sentono schiacciati ed esclusi, a causa della disoccupazione e delle troppo ampie diseguaglianze economiche e sociali.    Per questo l’Isis rappresenta, oltre che una minaccia militare e una feroce aggressione ai più elementari principi di civiltà – pensiamo alle decapitazioni, ai sequestri, alle lapidazioni – un monito per le nazioni, per i vecchi e nuovi regimi arabi e mediorientali, per le insufficienti politiche di integrazione e di mobilità sociale delle stesse società occidentali.    E mette definitivamente in crisi la teorizzazione dell’esportazione manu militari della democrazia, l’illusione retorica e astratta di ottenere dai popoli oppressi dalle dittature il consenso verso la “propria” democrazia, attraverso l’intervento bellico, oppure armando i ribelli contrapposti ai vecchi dittatori, senza approfondire l’autentica vocazione politica di costoro, né la loro idoneità, nei casi in cui un’inclinazione democratica effettivamente sussista, ad assumere la guida della ribellione, senza lasciarsi soverchiare dalle avanguardie del fondamentalismo più autoritario ed intollerante.   Proprio questo è accaduto in Siria e in Libia.   La comunità occidentale, in larga misura, ha sostenuto le ribellioni, confidando negli ambienti moderati che sembravano assurgere ad un ruolo di leadership, mentre, in corso d’opera, si sono poi rafforzate le fazioni estreme che ora innescano la destabilizzazione e il caos.

L’Isis è il salto di qualità di quel terrorismo che si annidava nelle caverne afgane e attizzava l’odio antiamericano e antioccidentale, eccitando il fanatismo degli adepti attraverso terribili attentati come quello dell’11 settembre.   Si registra ora una fase più avanzata:  l’offensiva ha un esercito e controlla porzioni di territorio – e di giacimenti petroliferi – in Siria e in Iraq,  rivendicando l’eredità del Califfato e minacciando così la sopravvivenza di regimi logorati dall’autoritarismo, dai privilegi, dall’incapacità di ascolto dei rispettivi popoli.     Il conflitto, così come ormai si configura, sembra precludere la possibilità di uno sforzo di natura diplomatica. A  questo punto la risposta all’Isis potrà essere soltanto, purtroppo, di natura militare.   Ma evitando gli errori del passato.

Non dovrà apparire, anzi non dovrà essere una guerra dell’Occidente contro fazioni islamiche radicali,  questa è innanzitutto una guerra tra musulmani.  Perché Isis minaccia e aggredisce, prima di ogni altro, le componenti islamiche che non si riconoscano nella sua offensiva e nei suoi propositi, che non si uniscano alla sua lotta.  Già in questa fase l’Isis è combattuto dai peshmerga curdi, dalle milizie sciite legate al regime iraniano, dall’esercito turco – pur con alcune ambiguità legate alla questione curda – , da quello che resta dell’esercito del governo di Baghdad – a guida sciita –, dalle forze siriane ancora fedeli al regime di Assad  (a conduzione sciita allawita) e rappresenta una minaccia mortale anche per i moderati sunniti iracheni.    L’azione di contrasto da parte di queste entità musulmane mediorientali potrà essere supportata dalle nazioni occidentali, già 3100 uomini sono stati mandati dal governo Usa in territorio iracheno e curdo, con compiti di addestramento e supporto strategico ai peshmerga curdi.   Coscienze irriducibilmente ostili alla violenza e all’uso delle armi, come quella di chi scrive, non possono non avvertire profondo disagio e turbamento rilevando l’ineluttabilità, allo stato, di un conflitto militare.

Ma non credo sia possibile per gli attori internazionali istituzionali immaginare alcun tipo di interlocuzione con Al Baghdadi e i suoi.    Deve essere chiaro tuttavia che, una volta scampato il pericolo Isis, se così sarà, lo scenario dell’area non potrà più essere quello di prima.  Altrimenti il fondamentalismo aggressivo si riprodurrà ancora e in forme sempre più devastanti e destabilizzanti.    E’ necessaria una spinta all’apertura di spazi di libertà e di democrazia da parte dei paesi arabi, uno sforzo di conciliazione tra le diverse confessioni religiose, una più efficace tutela delle minoranze, un rinnovamento reale nello spirito della pacifica coesistenza e nella valorizzazione delle energie popolari che, invocando libertà, avevano promosso quelle primavere arabe dagli sbocchi, purtroppo, in larga misura, ingloriosi !

E’ su questa fase del  “dopo Isis” che l’Europa dovrebbe svolgere un ruolo significativo, come entità politica sovranazionale dotata di una propria politica estera e di un legame antico e profondo, per ragioni storiche e geografiche, con i popoli arabi e mediterranei.

Ora l’Europa integrata, l’Europa dei diritti, tollerante e democratica, scevra di ambizioni coloniali e non più lacerata dai conflitti per la supremazia interna, potrebbe veramente rendersi promotrice di una conferenza per la pace, senza doppie finalità o segreti tornaconti.    Coadiuvando le diverse posizioni nella ricerca delle ragioni di coesistenza pacifica e di cooperazione e di nuovi modelli ordinamentali e costituzionali, attraverso riforme progressive, senza ribellioni violente e guerre civili dalle quali sovente emergono le componenti peggiori (vedi Afghanistan, Siria, Iraq e Libia).    Mediando tra gli Stati Uniti e l’Iran – la “strana coppia” di alleati di fatto, a questo punto, nel conflitto con Isis – sulla questione nucleare, dopo che una porta è rimasta aperta, a seguito dei negoziati di Vienna, conclusi  a fine novembre con un ulteriore rinvio.   L’Europa dovrà, in particolare, fare uso della sua influenza per:

1)     attenuare le diffidenze ancora sensibili tra il regime sciita di Teheran e l’Arabia Saudita, roccaforte dei sunniti, per il superamento del millenario conflitto tra le due maggiori confessioni dell’Islam;

2)    tornare a insistere per il superamento delle rigidità che ancora ostano alla creazione dello stato palestinese, in condizioni di pacifica coesistenza con Israele;

3)    prospettare alla Turchia ipotesi risolutive e distensive rispetto alla questione curda, ossessione delle classi dirigenti di quel paese, che rende oggi le stesse ambigue e incerte nell’azione di contrasto dell’Isis.   Se la Turchia vuole essere realmente quell’avamposto della democrazia in Medio Oriente che ritiene di essere, deve innanzitutto rispettare la cospicua minoranza curda al suo interno, accordando quelle tutele e quelle autonomie amministrative che si rendano necessarie;

4)    spingere il regime siriano a riattivare il processo di riforme timidamente iniziate nel 2011 e  avviare la transizione alla democrazia;

5)     concorrere alla riconciliazione tra sunniti e sciiti in Iraq, anche in questo caso favorendo una legislazione che tuteli le minoranze.

6)    far valere la sua influenza sul nord Africa, soprattutto per ristabilire l’ordine, la legalità e la    governabilità in Libia.

Su questi temi la politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea, confrontandosi nelle sedi diplomatiche bilaterali e multilaterali, dovrà dimostrare veramente di esistere e  di essere molto di più di una pomposa e solenne espressione letterale, come vorrebbero coloro che all’ideale europeo non hanno mai creduto.

 

Alessandro Forlani

Il convegno “La responsabilità delle nazioni nella difesa della civiltà contro la sfida dell’Isis” tra analisi storico-politiche e modi di ricomposizione della crisi in Medio Oriente

POLITICA di

Martedì 25 novembre, presso Palazzo Marini a Roma, si è tenuto il dibattito sugli ultimi eventi susseguitisi in Siria e Iraq. Dopo le introduzioni di Alessandro Conte e Alessandro Forlani, si sono espressi in merito Gianluca Ansalone, Dario Rivolta, Andrew Spannaus, Andrea Manciulli, Carlo Panella e Gian Micalessin. Il dibattito è stato diretto da Paolo Messa

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Molte voci e diverse prospettive storico-politiche quelle emerse nel corso del convegno “La responsabilità delle nazioni nella difesa della civiltà contro la sfida dell’Isis”, svoltosi martedì 25 novembre, presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini (Camera dei Deputati), alle ore 17. Ad aprire i lavori è stato Alessandro Conte, Presidente del Centro Studi Roma 3000, ente organizzatore dell’evento, mentre ad introdurre il dibattito è stato Alessandro Forlani, Presidente della Commissione Studi Geopolitica della medesima associazione. A moderare gli interventi, Paolo Messa, giornalista e Direttore di Air Press.

Nell’illustrare i temi del convegno, Forlani ha affermato che “l’Isis è un fenomeno diverso rispetto ad al Qaeda e ad altri tipi di terrorismo che conosciamo. È una sorta di esercito regolare, che affronta altri eserciti e conquista territori di stati già costituiti, magari logorati al loro interno, come Siria ed Iraq. È un’avanzata che mette a repentaglio gli altri stati del Medio Oriente: Arabia Saudita, Turchia, Iran, nemici negli ultimi anni, ma oggi accomunati da questo grande fenomeno. Pure la stessa Arabia Saudita di estrazione sunnita”. E, proprio questo fattore contingente, potrebbe portare “alla creazione di una grande coalizione internazionale. In questa ottica, Stati Uniti e Iran saranno costretti a trovare un motivo di distensione, così come la Turchia con la popolazione curda”.

Proprio sul ruolo cruciale dei curdi nel conflitto siriano contro l’Isis, è intervenuto Dario Rivolta, analista di politica internazionale già Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati: “Oggi i curdi più organizzati a livello statuale sono quelli che abitano nella regione autonoma irachena. Dal punto di vista militare, i guerriglieri provenienti da questo territorio, i Peshmerga, hanno come arma in più il forte spirito patriottico. Ma, di contro, non hanno una lunga esperienza di combattimenti in campo aperto”. Questa popolazione, protagonista della battaglia in corso a Kobane, è avversa dai quattro stati che la ospitano: “Turchia, Iran e Siria temono l’esodo dei tanti milioni di curdi presenti nei loro territori. L’Iraq, invece, non vuole perdere i giacimenti di gas e petrolio presenti nel Kurdistan iracheno”.

Per spiegare il successo dell’Isis, che mira alla restaurazione del Califfato, Gianluca Ansalone, docente di Geopolitica presso Sioi, ha analizzato quali sono le differenze rispetto al passato: “Questa organizzazione è post terroristica perché ha trasformato il presidio militare in presidio territoriale”. Il suo successo “è dovuto a tre fattori. Il primo è contingente, ovvero la guerra in Siria. Il secondo è storico: gli Usa hanno fatto l’errore di ritirare le truppe dall’Iraq e ora stanno pensando di ritornare. Il terzo, quello più importante, è strutturale. Le frontiere africane e mediorientali sono artifici non più in grado di resistere. Per contenere l’Isis – prosegue -, occorre fare leva su alcune circostanze: risolvere il conflitto siriano; portare a termine, in breve tempo, le operazioni militari contro l’Isis; tagliare i fondi da cui attinge; comprendere e guidare questo processo politico di ricomposizione. Per fare ciò, noi possiamo fare leva sui tre stati che non sono un’invenzione della storia: Turchia, Arabia Saudita e Iran”.

Le scelte degli Stati Uniti in Medio Oriente saranno dunque cruciali, come spiegato da Andrew Spannaus, analista internazione e Direttore di Transatlantico.info: “Obama sa che deve cambiare strategia rispetto alla politica di ‘regime change’ che ha contraddistinto gli Usa dal 2001, ma non riesce a farlo. Ritengo che ci sia bisogno di un ‘realignment’ con alcuni ex nemici come Siria e Iran”. L’attuale intervento aereo in Siria, d’altro canto, appare come un temporeggiare prima di decidere cosa fare: “Adesso, gli Stati Uniti non stanno davvero facendo la guerra contro l’Isis, dato che ci sono stati solo dai cinque ai sette attacchi al giorno. Nel 2003, in Iraq, erano invece 800”. Proprio questa situazione, sembra confermare la strategia dell’attuale Amministrazione democratica, ovvero quella del ‘no boots on the ground’: “Obama – spiega il giornalista statunitense – non ha alcuna intenzione di inviare soldati per iniziare un’offensiva via terra perché questo è ciò che il popolo americano non vuole. Il conflitto contro l’Isis, secondo Washington, non è l’occasione di rovesciare Assad. Questo sta facendo arrabbiare gran parte dell’establishment statunitense: i neocon e gli interventisti progressisti, come il consigliere per la Sicurezza Nazionale Susan Rice e l’ambasciatore dell’Onu Samantha Power”. Tuttavia, dato che “all’Isis conviene avere l’immagine degli Usa come nemico, occorrerebbe che l’Occidente collaborasse con gli altri stati della zona”.

Ma quali sono le ragioni che hanno portato l’Isis a prendere campo in Siria? A spiegarlo, è il reporter di guerra de “Il Giornale” Gian Micalessin: “Nel 2004 e 2005, con la connivenza dei servizi segreti siriani, dal confine con l’Iraq passavano tutti i gruppi jihadisti che andavano a farsi esplodere in Iraq. Adesso, stiamo assistendo esattamente allo stesso flusso, solamente invertito. Le cellule jihadiste, addestrate dalle spie siriane per contrastare gli americani, sono diventate il nemico degli stessi maestri siriani”. Secondo il cronista, la strategia di lotta al Califfato dovrebbe prendere spunto da quanto accaduto in Iraq dal 2007 al 2009: “Al Zarqawi fu sconfitto in due anni dal generale Petraeus con una politica molto semplice, che sarebbe opportuno applicare oggi contro l’Isis: semplicemente, reintegrò nel tessuto politico, sociale ed economico dell’Iraq quei sunniti che nel 2003 ne erano stati brutalmente estromessi. Petraeus arrivò nel 2007 e nel 2009 la questione era risolta”. Ma è qui che gli americani hanno commesso l’errore di rimuovere il Generale statunitense, dimenticandosi di fatto “ questa politica, con l’Iraq lasciato nelle mani di al Maliki, che faceva gli interessi di una parte della classe dirigente iraniana. Quando al Maliki è stato lasciato libero di arrestare, emarginare, condannare, mettere in carcere i capi delle tribù sunnite, è rinata al Qaeda ed è nato l’Isis”.

L’immobilismo e le scelte sbagliate con gli stati arabo-islamici non sono colpe da attribuire “solo agli Stati Uniti – spiega nel suo intervento Andrea Manciulli, Presidente della Delegazione Italiana presso l’Assemblea Parlamentare Nato -. Anche l’Europa stessa ha grandi responsabilità. In un quadro non facile di crisi economica che sta investendo questo continente, l’errore è stato il non essersi occupato abbastanza, a suo tempo, del post Primavere Arabe”. Questo ha consentito che non ci fosse il necessario interesse verso “la trasformazione in corso nel mondo qaedista. In seno al terrorismo islamico, si è aperto un dibattito interno. Due sono le scuole di pensiero emerse. Quella più tradizionale, che intende riservare una particolare attenzione al mondo africano e indiano. Quella che teorizza l’intervento tripartito, cioè la creazione di uno stato islamico, l’organizzazione in lupi solitarie e non in cellule, l’occupazione di zone di non-governo”.

In controtendenza, rispetto alla strategia di coinvolgimento dell’Iran da parte dell’Occidente, è stato il contributo dell’editorialista de “Il Foglio” Carlo Panella: “Io dico che non possiamo fare l’accordo con gli iraniani perché al potere c’è chi ha fatto la rivoluzione sciita e che tale rivoluzione vuole esportare. Essi hanno inventato una nuova strategia politica: la rivoluzione esportata attraverso la deterrenza. Gli iraniani hanno elaborato il piano della bomba atomica, che possiedono dal 2003, e lo usano per esportare la loro rivoluzione. Tale strategia politica, non contrastata da nessuno, funziona perché hanno esportato il loro confine d’influenza al Libano, alla Siria e si accingono ad essere determinanti anche nello Yemen”. A fronte di questa situazione, il giornalista indica una possibile soluzione: “Bisogna tornare a Condoleezza Rice, la quale aveva idealizzato la teoria del ‘containment’, ovvero costruire contro l’espansionismo rivoluzionario dell’Iran una trincea composta dagli altri paesi arabo-islamici. Questo va fatto non andando noi a combattere in Iraq e Siria, ma coinvolgendo gli unici due stati di cui possiamo fidarci in Medio Oriente: Israele e Kurdistan” conclude.

Giacomo Pratali

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REPORT: Lo stato islamico come minaccia alla civiltà’; evoluzione, reclutamento ed utilizzo dei media

INNOVAZIONE/Varie di

 

Alcuni elementi dello Stato Islamico. 

Da gruppo armato ad impresa, da localizzata minaccia a pericolo internazionale, l’ISIS ha conosciuto un interessante progresso. Secondo alcuni rappresenta un’evoluzione di organizzazioni come al Qaeda (opinione condivisibile dal punto di vista della modifica del percorso personale di alcuni dei suoi membri inizialmente affiliati a Bin Laden), secondo altri un fenomeno distinto (vero e ragionevole nella vision strategica e tattica, nella composizione e condotta delle operazioni, nella sua nascita e sviluppo di tecniche ed ideologie che lo differenziava da al Qaeda già quando i suoi leader combattevano all’interno del gruppo di al Qaeda in Iraq AQI).

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Veterano delle guerre seguite all’intervento militare americano in Iraq il gruppo ha proseguito lungo una traiettoria che lo ha portato a scontrarsi con altri gruppi integralisti fino a prendere una strada propria (anche a causa di una politica miope dell’allora governo al Maliki), inizialmente per combattere il regime di Assad in Siria e poi per il proprio fine politico. E’ stato a questo punto che ha iniziato a considerarsi un’entità diversa e separata, perseguendo propri obiettivi. Economicamente, militarmente, socialmente, politicamente e mediaticamente rappresenta a tutti gli effetti un business per i suoi leader (più di quanto non lo fosse al Qaeda per Bin Laden), che oggi non disdegnano di coinvolgere fra le giustificate vittime a servizio della causa islamica anche fedeli musulmani. Rappresenta, prima che una minaccia per l’occidente (un mantra nel mondo del fondamentalismo che spesso è fine a se stesso, un forte fattore coagulante che in molti casi serve a nascondere le atrocità che si commettono nel suo nome) una minaccia per i territori in cui agisce. Mira ad una conquista diretta a guadagnare territorio senza alcun tipo di compromesso, diversamente dal gruppo al Nusra (un tempo suo alleato sul fronte siriano) che preferisce un approccio più votato alla mediazione territoriale. Alcune differenze tra la politica seguita dall’ISIS e gli altri gruppi salafiti (che ne hanno causato la separazione ideologica e sul campo) risiedono nelle metodologie di conduzione della guerra sotto un punto di vista politico e militare come le tempistiche di conversione dei territori, nelle basi ideologiche dell’infedeltà al dio Maometto, nell’accettazione della violenza e della pena di morte. Lo Stato Islamico si è trasformato da movimento terrorista ad organizzazione finanziaria in grado di sviluppare un business di oltre 2 milioni al giorno, rivelandosi una vera e propria macchina governativa che ha tra le sue fonti d’introito in pieno stile medioevale saccheggi, estorsioni, commercio di petrolio e donazioni. La fonte primaria resta però il petrolio. Controllando numerosi stabilimenti di estrazione e raffinerie, l’ISIS fa dell’oro nero un utile alleato nel finanziamento sia dei combattenti sia degli agglomerati sociali che va conquistando. Organizzato su base territoriale con corti, polizie e province realizza un vero e proprio modello di stato sociale esigendo tributi ed occupandosi del sostentamento delle famiglie dei soldati, comprando armi e munizioni e raccogliendo attraverso il reclutamento anche estero le competenze necessarie a mantenere la macchina governativa.

E’ pur vero che l’odierno ISIS può usufruire di una serie di esperienze pratiche sul territorio che derivano dalle diverse provenienze dei membri che lo compongono, soprattutto quelle derivanti dallo smembramento dell’esercito iracheno, che hanno permesso a questo fenomeno di esplodere in maniera così evidente. Le componenti dell’esercito dell’ISIS sono infatti un miscuglio di combattenti ed agenti provenienti dalla polizia, ex militari, ex membri dei servizi e sono, proprio come in un regolare esercito, divisi tra ufficiali e truppa. D’altro canto l’esercito dello Stato Islamico, evolutosi sia grazie alle vittorie sul terreno riportate contro le forze governative sia  grazie a quelle riportate contro le altre organizzazioni fondamentaliste, si costituisce come una compagine all’esterno apparentemente compatta, all’interno ricca di complessità e sfaccettature. I suoi membri, prima ancora che occidentali convertiti, simpatizzanti o musulmani, sembrano avere in comune il desiderio di qualcosa di diverso dal modello governativo in cui sono cresciuti e che spesso non è chiaro nemmeno nelle loro menti (ne è la prova il fatto che alcuni, una volta avuta coscienza della scommessa fatta desiderino rimpatriare). La macchina di propaganda elaborata dall’ISIS permette di vendere all’esterno una seducente ed efficiente immagine dello stesso. Il fenomeno migratorio di occidentali arricchisce le fila dell’esercito islamico, e di questo ne sono ben consapevoli i suoi comandanti: dall’estero infatti giungono soggetti con provenienza culturale diversa ed un grado d’istruzione sicuramente più elevato della media dei combattenti locali. Questo permette di selezionare una classe nuova, con competenze, cui spesso vengono affidati ruoli anche abbastanza delicati: dal reclutamento all’addestramento alle cariche ministeriali piuttosto che di governo sul territorio, tutto è gerarchicamente e severamente regolato e gestito. Dal reclutamento di chi si sente emarginato o si auto emargina (una delle motivazioni che spingono i cosiddetti foreign fighters ad abbracciare la causa del Califfato) e quindi grazie all’indottrinamento fai da te piuttosto che ad una conversione classica costruisce un immaginario più o meno reale di quello che lo aspetterà, a chi semplicemente ritiene che la condotta militare sia la vera via di ogni degno musulmano e che quindi naturalmente prefigura per sé una condotta di stampo fondamentalista. Questa conversione a distanza frutto dell’utilizzo massiccio dei media, crea giusti timori e perplessità alle forze dell’ordine che sono chiamate ad intervenire, poichè svela la mancanza di controllo e gestione da parte dello Stato Islamico che in alcuni casi si nasconde dietro il percorso personale del futuro soldato di Allah. Mentre infatti la configurazione di al Qaeda – che non a caso significa la Base, la Regola – era per alcuni aspetti rudimentale (anche perchè costituiva il primo serio passo verso la nascita di un califfato) ma sviluppata su una struttura rigida e controllata, con un centro di comando e varie postazioni logistiche nel mondo, ora si prospetta un rapporto differente tra l'”esterno” e l'”interno” del nuovo Califfato. La rete di decine di stati che costituivano il brodo di coltura della classe di combattenti che avevano in Bin Laden la loro guida, aveva la caratteristica classica di un’organizzazione solida e ramificata, dai cui centri di Londra, Ginevra, New York e non solo venivano gestite le operazioni sul territorio finalizzate alla creazione di cellule dormienti, arruolamento per l’indottrinamento e l’invio in campi di addestramento. La presenza fisica del reclutatore piuttosto che del curatore d’affari era un aspetto importantissimo che doveva necessariamente essere condotto sul territorio, quasi come si trattasse di un processo di selezione (come in effetti era) in cui la presenza di un “uomo” dell’organizzazione era indispensabile. Poco insomma veniva lasciato alla fantasia. Questo è vero anche perchè Bin Laden conduceva le sue attività inizialmente non dall’Afghanistan e quando ci si è stabilito era nell’impossibilità oggettiva di organizzare un esercito ed una comunità esposti e pronti a sfidare apertamente i nemici dell’Islam radicale. Al Qaeda, insomma, resta un’importante step ma al contempo era confinato nella sua condizione di gruppo terroristico che non era riuscito a fare quel salto di qualità che invece si rileva nell’ISIS. L’asimmetria con cui combatte l’ISIS (e che si riconosce più al di fuori dei confini stabiliti da al Baghdadi soprattutto nella figura dei cosiddetti lupi solitari, soggetti che agiscono in maniera autonoma) è invece, a suo modo, più arbitraria e quindi più pericolosa. Al di fuori delle aree controllate dalle formazioni dello Stato Islamico (anche qui andrebbe considerata l’estrema dispersione del territorio al centro degli scontri, in buona parte desertico, privo di centri urbani) continua a regnare un caos più o meno regolamentato.

L’afflusso massiccio avvenuto in questi ultimi tempi, le direzioni di provenienza dei combattenti stranieri e le modalità di azione dello Stato Islamico svelano una nuova caratteristica che oggi incorpora l’ISIS (un domani sarà sicuramente parte integrante di qualunque altro movimento fondamentalista) di cui invece al Qaeda non poteva godere o disporre in queste forme. Oggi l’ISIS non deve obbligatoriamente andare nel mondo attraverso soggetti fisici per acquistare legittimazione, seppur il reclutamento continui a costituire un fenomeno importante. Può agire direttamente da casa aspettando che, per l’incuria di alcuni governi o per meriti dei reclutatori, le nuove reclute si uniscano ai ranghi di combattenti quasi come se si trattasse di un semplice ritorno a casa. Il Califfato anche nella sua dimensione spaziale e geografica più o meno circoscritta dai confini dei territori sotto il controllo dell’ISIS, rappresenta un richiamo ben definito che non ha bisogno di esporsi ma che deve solo attendere che nuovi membri giungano.

Inoltre, sebbene il proselitismo sembri non essere più così diffuso attraverso i canali classici cui ci aveva abituati Bin Laden come le moschee, resta ancora molto attivo il canale delle carceri. Sicuramente, però, a perdere il controllo dell’odierno Stato Islamico non sono stati solo i governi che ne hanno appoggiato le operazioni (alcuni sostengono che finanziamenti governativi siano giunti da Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti) quanto alcuni leader che in passato avevano svolto ruoli importanti di mediazione e che ora ne denunciano la condotta in maniera aperta. E’ vero, però, che mai come oggi il sistema che rende così appetibile l’aggregarsi di giovani attorno all’ideale di al Baghdadi ha una diffusione vasta al punto da poter fare a meno di un così massiccio uso della figura del reclutatore. Il ruolo dei lupi solitari in questo campo ha una valenza che supera quella del semplice potenziale attentatore. Essi svolgono più ruoli che direttamente o indirettamente ne rendono l’ISIS beneficiario. Prima di tutto descrivono un simbolo ed un sintomo di come il messaggio messianico riesca ad arrivare e ad avere presa anche oltre oceano. In questo essi rappresentano sia un’arma al servizio della causa, sia un metro di paragone nell’evoluzione dello stesso fuori dal califfato.

Possiamo quindi evidenziare alcuni punti importanti a partire proprio dalla situazione politica ed etnica, dalla debolezza del governo al Maliki oltre che la disillusione portata prima dall’intervento americano nelle operazioni contro Bin Laden e Saddam Hussein e poi dalla sua graduale ritirata, che ha permesso all’organizzazione di al Baghdadi di fomentare scontri interetnici al fine di creare disgregazione sociale e sfruttare l’acuirsi delle rivalità settarie. Inseritisi in quest’amalgama hanno adottato una politica di compromesso a livello locale in cui, sebbene sia chiaro l’intento omicida di ognuno dei suoi componenti, la loro abilità di offrire servizi sociali alla popolazione e di garantirne la continuità li rende un’alternativa migliore ai governi che si sono succeduti in questi ultimi anni. Ancora, la metamorfosi della struttura di al Baghdadi e il distaccamento dall’originaria visione caratterizzata da percorsi paralleli tra al Qaeda ed al Qaeda in Iraq (AQI) è un sodalizio che si è spezzato per due ragioni: il cambio di politica seguito al cambio dei leader interni; le continue vittorie riportate contro gli attuali rivali sul fronte interno. Questo ha causato: un cambio di rotta politica e militare, di gestione interna ed esterna; un riposizionamento sul campo di una forza alleata inizialmente con gruppi siriani di opposizione al regime Asad (al Nusra) ed ora intenzionata alla conquista e sottomissione di tutti i territori appartenenti ai vecchi califfati.

 

Internet come chiave di lettura del proselitismo e dell’adesione alla causa dell’Isis e del Califfato in Italia

Il fenomeno del reclutamento di cittadini occidentali da parte dell’Isis ora, di al Qaeda prima e di cellule a loro collegate è piuttosto complesso e di lunga durata. Per quanto concerne il caso italiano, la parola chiave per capire questo processo è “internet”. La massimizzazione del suo utilizzo nel corso degli ultimi anni, soprattutto attraverso i social network, ha provocato una sorta di corto circuito, diventando primaria rispetto all’opera di proselitismo che avviene nelle moschee e nei centri religiosi islamici presenti nel nostro Paese.

Secondo i dati riportati dal ministro degli Interni Alfano a fine agosto 2014, gli italiani reclutati dall’Isis per la Guerra in Siria sarebbero molte decine, mentre coloro che sono già rientrati per curare la base logistica in Italia sarebbero circa 200. Un fenomeno circoscritto, soprattutto se guardiamo il primo dato e lo confrontiamo con i numeri, nell’ordine delle migliaia, del resto d’Europa. Ma il punto, che si tratti di italiani o di immigrati di seconda generazione, è la tecnica e il linguaggio utilizzati non solo per la conversione all’Islam, ma per l’appoggio incondizionato alla Sharia.

Il reclutamento attraverso internet è fatto attraverso la manipolazione psicologica dell’individuo. Una manipolazione che tocca non tutti, ma in particolar modo quelle persone ai margini del contesto sociale in cui vivono: parliamo, pertanto, di chi è più vulnerabile. E per sfruttare ciò, i contenuti ad alto tasso di violenza (video di esecuzioni o trailer di videogiochi) vengono fatti circolare in modo ripetitivo, creando un loop con coloro che siedono davanti al pc. Questo permette di creare un processo d’identificazione e una reazione emotiva che, paradossalmente, porta a simpatizzare con il cattivo. È un processo che in psicologia viene definito di “regressione”: il nemico da combattere divengono così gli Stati Uniti e l’Occidente.

Diversi sono stati i casi di italiani o italiani seconda generazione che hanno deciso di arruolarsi tra le fila di al Qaeda prima e dell’Isis poi, o che più semplicemente condividono gli ideali e i metodi violenti perpetrati dai combattenti in Siria e Iraq. Nel libro di Lorenzo Vidino, “Il jihadismo autoctono in Italia”, ed. Ispi, si distinguono due fasi di questo proselitismo. La prima, negli anni ’90, quando nel nostro Paese si assiste ad un fervente attivismo e Milano diventa il punto di partenza per la Guerra Santa nella ex Jugoslavia, soprattutto Bosnia, e in altri paesi. La seconda, invece, è databile ai primi anni 2000 e vede una situazione più tranquilla rispetto ad altre realtà europee: infatti, malgrado un evento spartiacque come l’11 settembre, la scarsa presenza di quartieri ghetto sfavorisce la nascita di cellule organizzate.

Le due fasi raccontate da Vidino hanno come protagoniste soprattutto al Qaeda che, tra fine anni ’90 e inizio millennio, raggiunge il suo apice organizzativo a livello mondiale. La terza fase, quella contemporanea, vede la nascita di un altro soggetto l’Isis e due prospettive geopolitiche che, attraverso la propaganda sui social network citata prima, divengono dirompenti: la guerra in Siria e la costituzione del Califfato in Iraq.

Tra i casi di italiani che hanno scelto la causa della Guerra Santa, quello più famoso riguarda Giuliano Del Nevo. Arruolatosi per sei mesi tra i ribelli siriani, nell’estate 2013 si perdono le sue tracce. Attraverso una ostinata ricerca del corpo e dei suoi oggetti da parte della madre, vengono alla luce un diario (l’originale è nelle mani della Procura di Genova) e le testimonianze dei colleghi del figlio. Negli scritti di Ibrahim (il nome dopo la conversione), si fa parla di un netto contrasto tra la suggestione della guerra e della lotta in nome di Allah e la crudeltà della realtà sul campo. Ma quello che più avvicilisce Giuliano è il fatto che, come in Occidente, anche nella jihad c’è disparità: infatti, mentre la maggior parte dei combattenti resta sul terreno di battaglia, i capi rimangono al sicuro in albergo.

La presunta morte di Del Nevo per mano di un cecchino viene raccontata dalla madre, dopo aver raccolto le testimonianze di alcuni suoi amici jihadisti: “Un cecchino si divertiva a ferire e ad infierire sulle vittime. Mio figlio, stanco di vedere un suo compagno ridotto in fin di vita, è uscito a soccorrerlo ed è rimasto ferito. Dopo, è stato ricoverato in ospedale e adesso è morto o si trova in una delle prigioni di Assad”.

Del Nevo, convertitosi anni fa all’Islam, è diventato protagonista diretto della jihad, sposando la causa dei ribelli siriani. Ma ci sono altri italiani, convertiti a loro volta, che restano nel nostro Paese, pur simpatizzando, in alcune occasioni, con il Califfato iracheno. Stefano Porcelli, dipendente della Regione Lazio, musulmano dal 1990, minimizza l’immagine dell’Isis dipinta dai media occidentali e azzarda un originale paragone storico: “Non bisogna avere paura dell’Isis perché un movimento di liberazione dalla dittatura sanguinaria in Siria, che si è naturalmente propagato in Italia e in Europa. È un movimento paragonabile a quello della Resistenza che ha liberato il nostro Paese dal fascismo”.

Ancora più forti sono le parole di Livio Umar Tomasini, friulano convertitosi cinque anni fa dopo un viaggio ad Istanbul: “La vittoria del Califfato è solo questione di tempo. Noi credenti abbiamo il dovere di consolidarlo. Per quanto riguarda i crimini, è normale che in guerra avvengano massacri, ma la propaganda occidentale li esaspera”.

Queste frasi cariche di esasperazione, rivelano un problema dell’islamismo in Italia. L’ambiguità di fondo tra i contrari ala deriva fondamentalista e alle violenze e chi simpatizza o addirittura si arruola nella jihad. Questo aspetto viene sollevato in maniera lucida nell’articolo “Il califfo italiano”, di Cristina Giudici, apparso su “Il Foglio” il 2 novembre 2014. L’analisi proposta, infatti, rivela che esistono due galassie parallele: la prima, quella delle moschee e dei centri ufficiali di preghiera; la seconda, quello delle moschee abusive, soprattutto di matrice salafita, moltiplicatesi in maniera esponenziale negli ultimi tre anni.

Nel corso dell’articolo, vengono citati i distinguo, rispetto alle violenze in Siria e in Iraq, da parte dei rappresentanti di alcune delle moschee più importanti in Italia. Ma è un distinguo fatto in ritardo e non da parte di tutti e che, come rivela Abdellah Redouane, Segretario della Moschea di Roma, “può rivelarsi un boomerang per i musulmani non fondamentalisti che vivono in Italia”. La nascita di questi nuovi centri abusivi ha fatto scattare l’allarme negli investigatori: “Più che cellule dormienti, per ora sembrano cellule addormentate – rivelano a “Il Foglio” -. Li seguiamo, ma non riusciamo ancora a capire se e come si muoveranno. Con la nascita del Califfato in Iraq, abbiamo dovuto ricominciare da capo perché non esiste ancora un filiera, simile a quella creata da al Qaeda, sulla base di una gerarchia e di un processo graduale: il proselitismo e il reclutamento avvengono in tempi brevissimi”.

Il proselitismo, oltre che negli italiani, fa presa negli immigrati di prima e seconda generazione. Ma, quello che più risalta, è il fatto che ciò avvenga all’improvviso, in contesti sociali non contraddistinti dall’odio, dove la parte da leone la fa ancora una volta internet. Il mutamento di comportamento non è solo finalizzato al reclutamento sul campo in Siria. Ma anche finalizzato ad azioni dimostrative in Italia o semplicemente alla creazione di basi italiane delle cellule che operano in Medio Oriente.

In questo senso, possiamo citare il caso di Mohamed Jarmoune, marocchino di 20 anni residente in Italia, sorto agli onori della cronaca per la propaganda rap attraverso i social network, arrestato nel marzo 2012 perché aveva progettato un attacco terroristico ai danni della comunità ebraica di Milano. Oppure, Anas el-Abboubi, anch’egli marocchino, accusato di avere cercato di creare una base per la cellula terroristica Sharia4, con l’intento di colpire a Brescia, cioè la città dove abita. Dopo l’assoluzione, si è arruolato con i combattenti dell’Isis in Siria.

Ma ci sono anche le cronache, molto spesso dimenticate dai giornali, di famiglie spezzate. Di padri che dall’oggi al domani cambiano, sposando la causa del Califfato, portando con sé i propri figli a combattere, lasciando le madri a piangere sugli oggetti e le foto rimaste a casa. Ci sono poi casi di alcuni ragazzi che modificano improvvisamente le loro abitudini, suggestionati da internet e dai loro coetanei convertiti alla causa della Guerra Santa.

Nei casi, invece, degli italiani di seconda generazione che dicono sì alla jihad, l’età media va dai 16 ai 30 anni. Molto spesso parlano poco arabo e vivono nel Nord Italia. Sono convertiti e sempre connessi alla rete. Oppure fanno parte delle nuove moschee, non autorizzate, sorte con regolarità dallo scoppio della guerra in Siria nel 2011. Partire è facile, grazie ai voli low cost per Gaziantep, nella Turchia Meridionale. La vera difficoltà sta nel trovare la cellula di combattenti in Siria perché il rischio è di essere scambiati per spie.

Il computo totale dei musulmani presenti in Italia ammonta a un milione e 200 mila persone (il 2% della popolazione). Come visto, internet in primis e centri di preghiera abusivi poi costituiscono i mezzi attraverso cui avviene il reclutamento di alcuni di loro. Il fenomeno della partenza per andare a combattere in Siria è ancora ridotto rispetto a chi sceglie di rimanere in Italia. E, anche se l’Isis ha occupato le prime pagine dei giornali nel corso degli ultimi tre anni, è ancora forte anche l’influenza di al Qaeda. La differenza, nella comunicazione e nella campagna sia di conversione sia di indottrinamento, sta nell’utilizzo intensivo dei social network da parte dei primi e l’avere imparato che solo un linguaggio di tipo occidentale può fare veramente breccia anche in quegli italiani, o europei, di seconda generazione cresciuti con i costumi europei.

Oltre ai contesti siriano e iracheno, ha influenza, sul nostro Paese, la crisi di ormai lunga durata presente in Libia. La decapitazione di due giovani, 19 e 21, attivisti per i diritti umani (rapiti il 6 novembre) per mano dell’Isis a Derna è l’ultima parte di una cronaca fatta di guerra civile e della rivendicazione, da parte di questa organizzazione terroristica, della conquista della Cirenaica.

E, in questo senso, le parole del ministro della Difesa Pinotti, danno il senso di come in Italia l’adesione alla causa della Guerra Santa possa crescere: “Ci preoccupa molto la situazione in Libia, dove il conflitto fra le fazioni in campo non sembra riuscire a trovare una composizione, malgrado gli sforzi di tanti attori internazionali e delle Nazioni Unite. Percepiamo distintamente il pericolo che in Libia il conflitto si aggravi e che entrino nelle sue dinamiche ulteriori elementi perturbatori, in particolare il radicamento di componenti fondamentaliste con la capacità di proiettare le loro azioni terroristiche anche verso i Paesi europei”, ha riferito la titolare del Dicastero in una conferenza interparlamentare.

 

Antropologia della comunicazione globale dell’ISIS – cultura di massa e reclutamento di terroristi 2.0 in Occidente

Mezzi comunicativi

Il 30 maggio 2014, armato di kalashnikov e pistola, Mehdi Nemmouche, un francese di 29 anni, è stato arrestato alla stazione ferroviaria marsigliese di Saint-Charles dai servizi doganali. Era ricercato per l’eccidio al Museo Ebraico di Bruxelles il 24 maggio scorso dove sono morti una coppia di israeliani, una volontaria francese e un impiegato belga. Nemmouche è francese, nato a Roubaix, nord della Francia.

Ecco come si combatte la nuova jihad: non è più necessario asservirsi di militanti organizzati, cellule gerarchiche con una organizzazione interna precisa, strutturata: bastano degli individui  intenzionati a colpire per immettere paura e insicurezza nel cuore dei paesi occidentali, a volte, i loro paesi d’origine.

Il rischio principale, il tallone d’Achille dei Servizi di Sicurezza, sta nell’imprevedibilità di attivisti “isolati”, come nel caso riportato. Fanatici reclutati prevalentemente sul web dai terroristi 2.0, veri esperti di nuove tecnologie della comunicazione. Esistono, di fatto, numerosi siti del filone Sharia4UK, Shari4Holland, Sharia4America e così via.

La giustizia europea si muove freneticamente alla ricerca, scoperta e smantellamento di cellule di reclutamento con base ne paesi dell’UE. Il 16 giugno scorso, le autorità spagnole hanno scovato quella diretta da tal Lahcen Ikarrien, ex detenuto di Guantanamo. Le  modalità di sorveglianza e le misure di sicurezza adoperate in caso di sospetta attività terroristica, sono agevolate nei paesi in cui è previsto il reato di “associazione a delinquere finalizzato al terrorismo”.

Tuttavia, il successo mediatico dell’ISIS nel mondo supera ogni ipotesi semplificata in relazione ai video delle efferate decapitazioni. Va ben al di la dell’apologia alla guerra santa. Vediamo i due aspetti che ne delineano l’azione: la strategia del terrore e il reclutamento continuo di nuovi militanti.

Osama Bin Laden otteneva la sua visibilità tramite video periodici mandati in onda in mondo visione: primo piano fisso, sfondo assettico, discorso, fine. Oggi, ogni terrorista, è in possesso di uno smartphone, un account Twitter, proprio come chiunque, in modo da poter raggiungere chiunque. Niente di più efficace.

La strategia comunicativa dell’ISIS pare sia stata messa a punto da Ahmad Abousamra, un 32-enne di Boston. Oltre ai video delle decapitazioni, v’è stata una evoluzione nella strategia comunicativa, una intuizione raffinata che si ravvisa nella rappresentazione virale delle “gioie del combattente”. Che sia un selfie, una piscina lussuosa, una sguardo fiero, foto o video, andrà condiviso sulla rete social. E il gioco è fatto. Propaganda studiata a tavolino. Twitter, hashtags (#Baghdad_is_liberated), Youtube, App, hacker in grado di sbloccare divieti.

Intercettazione dei soggetti da reclutare

Scatenare reazioni emotive forti quali l’indignazione, il senso di impotenza nella vita quotidiana, frustrazione e senso di ingiustizia porta a identificarsi con chi si ribella contro tutto questo. Diventare “martire” viene rappresentato come un riscatto della propria misera vita.

E la violenza? La pura violenza? Senza che sia necessario essere un soggetto socialmente fragile, per motivi economici, psicologici, famigliari etc, v’è una categoria di individui, principalmente giovani, a volte, molto giovani, i quali, facendo riferimento alle cronache, “per noia” esercitano violenza o vorrebbero esercitarla. Musica e videogame intercettano questa estrema “volontà di potenza” esaltandone l’eccitazione.

Ultimamente se ne ravvisa un terzo filone della comunicazione: “Is, da un mese, ha incominciato a produrre brochure e volantini bellissimi per far vedere come sia bello andare a vivere nello Stato Islamico. Non ci sono fucili: ci sono campi di grano, fiumi che scorrono e panetterie che sfornano pani fumanti. Servono ad attrarre le famiglie. Sono tre linee comunicative in parallelo, strategicamente organizzate, che Is sta utilizzando per organizzare al meglio e stabilizzare al meglio il suo “califfato”. I media fanno parte del gioco, vengono spesso utilizzati – i media occidentali – per le loro caratteristiche, dalle strategie mediatiche del terrorismo (Fonte: Marco Lombardi, professore di Sociologia e comunicazione presso l’Università Cattolica e direttore del centro per lo studio del terrorismo dell’ateneo milanese.)

Secondo le autorità britanniche, sarebbero oltre 500 i cittadini partiti per combattere in Siria.

Secondo l’Economist, sono 3000 gli europei convertiti e in preparazione per la jihad.

ISIS e la Società dello Spettacolo

Chiaro che la “guerra santa”, oggi, non è esclusivamente araba. L’ISIS comunica in arabo, inglese, tedesco. Come la cultura occidentale non è più esclusivamente tale. I foreign fighters sono occidentali e militanti ISIS e parlano di jihad globale.

Comunicazione spettacolare perfettamente in sintonia con la “Società dello Spettacolo” (Autore G. Debord) più attuale e totalizzante che mai. Gli esperti di comunicazione studiano la comunicazione dell’ISIS, i media studiano la comunicazione dell’ISIS, non considerando che è l’ISIS ad aver studiato e assorbito pienamente loro.

Secondo Der Spiegel, la strategia di reclutamento dell’ISIS si appella, non solo a soldati pronti a morire nella jihad, ma specificamente a tecnici, ingegneri. Sono 400 i cittadini tedeschi arruolati, ad oggi, nelle fila dello Stato Islamico. Ricordiamo che tali appelli vengono fatti in tedesco. Altro esempio efficace a comprendere la complessità della strategia di reclutamento di occidentali, è la canzone “Let’s go for jihad”, cantata in tedesco e sottotitolata in inglese. Niente arabo.

In definitiva, il fascino subito dagli occidentali nei confronti dell’ISIS, ha un carattere complesso. Avendo studiato e perfezionato e fatte proprie le opportunità della comunicazione globale; continuando sistematicamente a dare in pasto al mondo la profezia della concretizzazione del Califfato, lo Stato Islamico  opera con un mix di esercizio del terrore, della spettacolarizzazione della violenza e della narrativa epica (martiri celebrati in video).

Lo fa con un linguaggio altrettanto globale, lo fa rappresentando la profezia, facendola vedere. Parla di Stato, autorità costituità, ma svuotandolo delle categorie del diritto comuni nei paesi occidentali. Parla di ricchezza (com’è finanziato l’ISIS?), ma combatte il liberalismo.

Può tutto questo influenzare l’audience globale e, soprattutto, riesce questo a garantire regolari adepti, non solo dal mondo arabo, all’ISIS?

Ad oggi, la risposta è sì. Come e quanto durerà la propaganda del sogno del Califffato sarà nelle mire degli analisti, ma un segno profondo è stato lasciato. L’ISIS oggi è un brand.

“Big corporations wish they were as good at this as ISIS is” (Le grandi corporations vorrebbero essere bravi almeno quanto lo sono quelli dell’ISIS), sostiene J.M Berger, il più importante osservatore delle tecniche di comunicazione dei gruppi terroristi in medio-oriente.

 

di
Francesco Danzi
Giacomo Pratali
Sabiena Stefanaji

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La “linea promessa” della politica estera russa ed il nuovo hub finanziario targato BRICS. Certe mode non passano mai.

AMERICHE/Asia/ECONOMIA/Energia di

Dal viaggio in America Latina al nuovo accordo dei Brics: la Russia tra una più consolidata politica estera e la creazione di un nuovo hub finanziario.

Il vecchio mondo bipolare sembra aver voltato pagina ma lo strascico di rivalità è tutt’altro che passato di moda: solo si sono modificate le modalità di confronto. Il viaggio di Putin effettuato in America Latina aveva come obiettivo nuove e più proficue relazioni politico commerciali con i Paesi oggetto di visita. Il messaggio ufficiale era quello di stabilire una linea promessa di alleanze. Quello indiretto poteva leggersi in due maniere: da un lato Putin arrivava oltreoceano per andare a stringere le mani ai vicini di casa degli statunitensi; dall’altro si trattava di un invito di più larga portata, per stimolare altri possibili partner ad entrare in un nuovo e diverso sistema di coalizioni politiche ed economiche tese a creare un sistema alternativo di preferenze e scambi commerciali.

Siamo onesti: il problema ucraino è qualcosa di politicamente molto fastidioso e la portata di questa nuova crisi a cavallo tra Russia e Stati Uniti è ampia ed ha influenze in molti settori. La Russia, così come tutti gli altri attori coinvolti loro malgrado deve prenderne atto. Questo rallentamento che Putin ha subito ad occidente ha però i suoi risvolti dall’altra parte del mondo: la visita presso numerosi Paesi latinoamericani; il ritorno di un presidente Russo in Nicaragua; il taglio di una  fetta enorme del debito cubano (debito che con l’attuale trend Cuba non sarebbe comunque stata in grado di saldare) con la prospettiva di rinsaldare la vecchia alleanza; nuove intese con il governo argentino sul fronte dei prestiti e degli investimenti anche e soprattutto sul nucleare; una tappa brasiliana che ha rivelato possibili accordi futuri nel settore militare, della collaborazione per lo sfruttamento del petrolio e, cosa più importante un positivo atteggiamento di fiducia nell’inaugurazione di proficui rapporti con il Cremlino. Insomma, la nazionale russa non avrà giocato la finale dei mondiali di calcio ma il suo presidente è tornato a casa soddisfatto della sua trasferta. Soddisfatto poi di un’ulteriore ma altrettanto significativo appoggio politico. Si perchè la sua visita ha raccolto consenso, da parte di alcuni dei probabili futuri partner di questa ritrovata alleanza russa, per quanto riguarda la questione ucraina. In breve, Putin offre aiuto economico a nazioni che geograficamente o economicamente (vedi l’Argentina) sono stretti nell’abbraccio di un ingombrante vicino (gli Stati Uniti) che a torto o a ragione li considera suoi condomini, con tutto quello che ne consegue. In cambio (e questo è solo uno dei successi attualmente riscontrabili), alcuni di questi Paesi considerano l’opzione di appoggiare politicamente il presidente russo in quello che si prospetta un lungo autunno.

Ed è proprio nel cortile di casa degli Stati Uniti che Putin ha segnato un importante punto. A Fortaleza la sfida è stata delle più importanti: l’ufficializzazione della creazione di un fondo monetario alternativo (CRA, Accordo di Riserva Contingente) e di una nuova banca di sviluppo. L’obiettivo è scalzare l’egemonia del dollaro e promuovere progetti nel continente africano, dando allo stesso tempo un’alternativa alla Banca Mondiale ed al Fondo Monetario Internazionale e sviluppando i propri settori produttivi interni, che diverrebbero meno esposti alle turbolenze finanziarie internazionali. Data la proporzione rilevante della popolazione dei BRICS sul totale mondiale e del PIL realizzato dallo stesso gruppo sul totale del Prodotto mondale, la nuova forza di questo accordo sta non solo nella sottrazione di spazio geografico agli ormai già stabiliti hubs economici e finanziari “occidentali”, che si vedrebbero mancare di importanti mercati e spazi di espansione economica, ma alla preparazione di un nuovo blocco di alleanze che assumerà con ogni probabilità il ruolo di frangiflutti e di strategica alleanza al tempo stesso.

Francesco Danzi
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