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Terrorismo e gruppi criminali in Albania

SICUREZZA di

In Albania precede lentamente la crescita dello stato democratico, ostacolata da una crisi economica di difficile superamento e dai problemi di sicurezza e legalità che affliggono il paese. Li affrontiamo in questo dossier realizzato da Polo de donno.

TERRORISMOLA PIAGA DEL RADICALISMO ISLAMICO: La penetrazione jihadista nei Balcani e più in particolare in Albania non si può inquadrare entro uno schema di azione generalizzato ma si basa su specifiche dinamiche che riguardano la debolezza degli assetti statali di controllo di alcune realtà regionali. Come spiega Giovanni Giacalone su “InsideOver”, laddove lo Stato è debole dal punto di vista socio-economico e carente o assente nell’azione di monitoraggio del territorio, trovano terreno fertile le cellule terroristiche. Nel caso albanese si pensava che la dottrina dell’ateismo di Stato, imposta da Hoxha nel 1967, avrebbe scoraggiato la formazione di nuclei religiosi radicali; in realtà tale convinzione non risulta corroborata dai fatti così come è dubbia la tesi opposta, la quale vede la nascita di un focolaio jihadista come reazione uguale e contraria alla visione di Hoxha. In maniera più verosimile, continua Giacalone, tali nuclei sono stati indirettamente favoriti dal clima di tolleranza religiosa che l’intervento comunista ha favorito, all’interno di una comunità a maggioranza musulmana ma con una buona presenza di cattolici, ortodossi e bektashi. Si può dire che il clima di tolleranza reciproca abbia favorito lo sfumarsi del ruolo prioritario della religione in favore del concetto di Nazione o di “albanesità”. L’islamismo di stampo radicale in Albania è un fenomeno di natura esogena, stimolato dalle correnti religiose del Golfo, le quali mirano a diffondere wahabismo e salafismo tramite finanziamenti in denaro di moschee o centri culturali e l’indottrinamento degli imam locali. Come spiega Giacalone, la comunità islamica albanese ha sempre collaborato con le forze di sicurezza per allontanare le frange più radicali; dall’altra parte però esiste il problema dei predicatori di odio più accesi i quali, tramite il web ed i centri islamici non riconosciuti, diffondono i messaggi più radicali del wahabismo e del salafismo (messaggi di intolleranza e prevaricazione). Nel 2014 ci fu una importante operazione di polizia che sgominò una rete jihadista di reclutatori dell’ISIS, capeggiata proprio dai due imam albanesi Genci Balla e Bujar Hysa. Le zone dove si concentra il proselitismo di questi settori radicali sono comprese nella periferia albanese: Elbasan, Cerrik, Kavaja, Librazhd, Pogradec, Scutari, come anche la periferia di Tirana. Come si è potuto osservare in Francia, nel terribile periodo recente delle stragi dell’ISIS, i soggetti presi di mira dalle sirene propagandistiche jihadiste sono giovani in precarie condizioni economiche e sociali (il tipo di individuo povero delle banlieue parigine). Un’ altra fonte di infiltrazione islamista nel paese è costituita dalla Turchia di Erdogan, legata a doppio filo con i Fratelli Musulmani, la quale utilizza il suo potere culturale e politico; è avvenuto, come riporta Giacalone, con la costruzione della più grande moschea dei Balcani a Tirana (circa 32000 metri quadrati), dove gli Imam pronunciano sermoni identici a quelli dei paesi di origine, a forti tinte politiche oltre che ideologico-religiose. Ricordiamo in secondo luogo che dal 2016 sul suolo albanese si è insediato il quartier generale dei Mujahideen del Popolo d’Iran (MeK), a Manez, vicino Durazzo; da un punto di vista storico questo gruppo aveva sostenuto la battaglia contro lo Shah nel 1963 e poi aveva partecipato alla rivoluzione khomeinista del 1979. Da un punto di vista ideologico si tratta di un sincretismo fra marxismo, femminismo ed islamismo, posizioni che hanno fatto distanziare il gruppo dagli ayatollah e lo hanno fatto avvicinare al regime iracheno di Saddam Hussein. Era stato inserito nella “lista nera” da UE, Usa, Canada e Gran Bretagna per poi essere sdoganato dal Segretario di Stato Hillary Clinton durante il primo mandato presidenziale di Obama. Visto come portatore di democrazia e libertà in Iran dalla sponda americana ed al contrario come organizzazione terroristica da Teheran, certamente trattasi di un inquilino estremamente scomodo per l’Albania, soprattutto in un contesto di multietnicità come quello balcanico. Come viene riportato all’interno di un articolo di Margherita Furlan sulla rivista “Antimafia Duemila”, il Mek è stato coadiuvato in maniera consistente dai servizi segreti americani: per quale obiettivo e con quali compiti? Alcune fonti politiche albanesi hanno avanzato l’ipotesi di uno scambio: dato che “gli americani ci hanno dato il Kosovo, ora dobbiamo dare loro qualcosa in cambio”. Lo storico canadese-albanese Olsi Jazexhi ha addirittura avanzato l’ipotesi che “l’America volesse trasformare l’Albania in un rifugio sicuro per il jihadismo internazionale, un secondo Afghanistan nel cuore dell’Europa”. Si stima che siano circa 4400 i componenti del Mek in Albania, con un gruppo di militanti (secondo un documentario di Al-Jazeera) istruito alle tecniche della diversione informatico-comunicativa in funzione anti-iraniana. Si tratterebbe di una “cyber-jihad” come dice la Furlan, diretta a diffondere false notizie sia in Iran, sia in Europa al fine di screditare il regime di Teheran come possibile interlocutore. Secondo un articolo datato 2015, comparso sull’”Huffington Post”, l’Albania sarebbe diventata un centro di smistamento per jihadisti provenienti da paesi limitrofi, tra cui l’Italia; infatti i nuclei salafiti presenti nel distretto di Librazdhi e in quello di Elbasan da anni offrono appoggio ed ospitalità ai volontari arrivati per via aerea o via mare (al porto di Durazzo), diretti in Siria dopo un transito in Turchia.

FOREIGN FIGHTERS: Nel ramo dell’analisi delle minacce terroristiche il problema cruciale per il paese balcanico risulta essere quello dei cosiddetti “foreign fighters”. Come sappiamo lo scoppio della guerra in Siria nel 2011 ha prodotto degli effetti e delle ripercussioni non solo sui paesi arabi limitrofi ma anche sulla penisola balcanica. In un articolo del 2019 su “InsideOver”, Giovanni Giacalone spiega come una tale mobilitazione di foreign fighters balcanici per un conflitto lontano non si fosse mai vista nella storia; un segnale della capacità propagandistica del jihadismo nella penisola. Bisogna dividere il fenomeno dei combattenti all’estero fra viaggi di andata e di ritorno. Si stima infatti che l’Albania abbia mobilitato circa 180-200 foreign fighters jihadisti, la metà circa rispetto al Kosovo; considerato il dato di una popolazione di 2.873 milioni di persone si può arguire che il paese abbia ben gestito il problema dei flussi terroristici verso l’esterno. Il “Country report on terrorism”, stilato dal Dipartimento di Stato americano nel 2018, spiega come l’Albania, grazie anche ad una collaborazione ad alti livelli con le agenzie statunitensi, abbia ottenuto buoni risultati, certificati dal Personal Identification Secure Comparison and Evaluation System (Pisces) per proteggere le frontiere albanesi, oltre ai controlli nei nodi marittimi e aeroportuali. Se guardiamo nel complesso alla regione balcanica, dallo scoppio della guerra in Siria sono partite più di mille persone delle quali il 67% uomini, il 15% donne e il 18% bambini. Di questi, 260 combattenti sono morti sui teatri di guerra, 500 si trovano ancora in Siria e in Iraq e 460 circa hanno fatto ritorno nei rispettivi paesi di origine. Quest’ultimo dato fa della regione balcanica occidentale l’area con il maggior numero di combattenti “di ritorno”. Il fenomeno è rimasto circoscritto a Kosovo, Albania, Macedonia del Nord e Bosnia, con un piccolo gruppo di militanti albanesi ancora impegnati nello scenario siriano; tuttavia non bisogna sottovalutarne l’impatto poiché, come sostiene Giacalone, gli individui di rientro da Siria ed Iraq possono essere stati coinvolti in maniera più o meno profonda da Isis ed Al-Qaeda. Per esempio la moglie di un jihadista potrebbe aver svolto un ruolo trascurabile rispetto ad un marito pienamente inserito nelle operazioni terroristiche; così come non si deve trascurare il livello di indottrinamento che potrebbero aver subito i minori, alcuni dei quali coinvolti addirittura nell’esecuzione di prigionieri.
Sebbene dunque l’Albania, più di altri compagni di viaggio balcanici, sembra aver contenuto la minaccia del terrorismo islamico (trascurando il nucleo iraniano prima citato, del quale non si ha un profilo ben delineato), anche attraverso il ricorso ai sistemi di prevenzione statunitensi, dall’altra parte bisogna tenere sotto stretta sorveglianza i luoghi di culto come possibili veicoli di messaggi politici o di radicalismo religioso intollerante ed anche il ruolo di Internet, strumento capace di rendere fluide, rapide e difficilmente tracciabili le informazioni criminali.

GRUPPI CRIMINALIUNO SGUARDO SULLE ROTTE DEL CRIMINE: Come indicato nel rapporto sulle zone calde del crimine nei Balcani occidentali del 2019, questa regione si presenta come uno snodo vitale nelle rotte del traffico di droga, di armi e di esseri umani. Infatti è situata tra il principale produttore di oppio, cioè l’Afghanistan, ed il più grande mercato di eroina, l’Europa occidentale. Inoltre sta diventando un importante punto di accesso e di scambio per la cocaina, nonchè un luogo di produzione di marijuana (piantagioni albanesi). Innanzitutto il traffico di eroina si muove lungo la cosiddetta “Rotta Balcanica”, la quale origina in Afghanistan e, dopo un transito in Turchia, viene smistata in Europa dai paesi balcanici. Questo percorso poi si divide in un tracciato che da Albania e Montenegro arriva in Italia e in un secondo passaggio dalla Macedonia del Nord e dalla Serbia fino all’Europa centrale (Austria, Svizzera, Slovacchia, Ungheria). Una seconda rotta è quella che concerne il traffico di cocaina e che vede Albania e Montenegro come anelli di congiunzione della catena criminale tra il Sud America e l’Europa. Le navi arrivano solitamente a Durazzo (Albania) e a Bar (Montenegro), per inviare poi la merce a Kosovo e Serbia e da lì commerciarla nell’Europa centrale. Per quanto concerne la cannabis, come abbiamo ricordato, l’Albania è diventato il maggior produttore della regione; le principali destinazioni dei carichi di cannabis sono i porti italiani di Brindisi, Bari ed Otranto, mentre a livelli più bassi si situano Grecia e Turchia. Infine riguardo alle droghe sintetiche, i Balcani svolgono il ruolo di destinatario dei carichi provenienti dall’Olanda; fanno eccezione i casi di produzione locale in Bosnia e Serbia. Non dobbiamo poi dimenticare il commercio illegale di sigarette, nel quale il Montenegro ha un ruolo di assoluta rilevanza; infatti, attraverso l’hub portuale di Bar, contrabbanda sigarette con marchi ufficiali o falsi in Europa, nel Medio Oriente e in Africa. Nel commercio di armi l’Albania si distingue per i traffici con la Mafia siciliana, la quale risulta essere il più assiduo tra i clienti. L’analisi di queste “zone calde” si articola attorno a tre pilastri: 1) la collocazione geografica della regione, punto di transito di tali commerci criminali specialmente attraverso snodi aeroportuali, portuali e zone isolate di confine; 2) la vulnerabilità economica di alcuni paesi rende agevole infiltrarsi in un tessuto povero, caratterizzato da disoccupazione altissima (di lungo termine e specialmente giovanile), emigrazione e conseguenti problemi di natura socio-psicologica; 3) un governo statale debole, spesso implicato in attività illegali o corrotto, connotato per una scarsa presa territoriale e per l’ assetto tipico di paesi non pienamente sviluppati o addirittura arretrati.

UN’ISTANTANEA DEI PRINCIPALI GRUPPI MAFIOSI ALBANESI: Dalla mappatura effettuata nel 2019 da “Antimafia Duemila” emerge in maniera accurata la dislocazione territoriale dei più rilevanti gruppi criminali albanesi. A Tirana operano 3 organizzazioni criminali strutturate, rafforzatesi dopo la caduta del regime di Hoxha grazie anche a legami corruttivi con la politica e con l’imprenditoria locale. Alcuni si occupano di riciclaggio dei proventi delle attività mafiose; altri gestiscono il traffico di stupefacenti, le estorsioni ed il recupero crediti per conto terzi; c’è chi infine fa investimenti nella ristorazione e nello sfruttamento dei giacimenti di cromo, particolarmente fiorenti in Albania. Non solo ma la città risulta essere anche un importante ufficio di retrovia per le operazioni all’estero, soprattutto in Olanda, Regno Unito, Belgio, Svizzera, Spagna, Germania, Italia e Kosovo. A Scutari esistono almeno quattro grosse cosche mafiose coinvolte nel traffico di stupefacenti, organi, armi ed esseri umani. L’attività principale di questi gruppi riguarda la produzione ed il commercio della cannabis, settore nel quale tra qualche anno potrebbero ottenere il primato nella regione. Un ruolo non trascurabile lo gioca in questo senso la prossimità confinaria con i gruppi montenegrini, con i quali gli albanesi hanno stretto forti legami, e con i kosovari. Durazzo invece non solo rappresenta un decisivo nodo portuale nella fitta rete criminale che porta la cocaina dal Sud America in Europa, ma offre anche un vasto panorama di investimenti criminali nel settore alberghiero, nel commercio di auto rubate ed anche in molte attività sociali e politiche. A Valona si sono insediate le famiglie dei Caushi, dei Kakami e dei Gaxhai, attualmente in guerra tra loro per il controllo del territorio. Gli omicidi sono stati numerosi negli ultimi anni proprio a causa della lotta per la supremazia nelle rotte internazionali del commercio di armi e stupefacenti, soprattutto verso Spagna e Italia. A Fier notiamo dei gruppi qualitativamente più raffinati non tanto nel tipo di attività criminali (estorsioni e traffico di stupefacenti) quanto nel legame che li unisce, fondato non solo sul sangue ma anche sulla comunità di appartenenza ( Kosovar e Cham). Per capire gli ottimi collegamenti di questi gruppi basti pensare che nel 2017 venne arrestato in Grecia Arjan Shanaj con indosso della cocaina proveniente da un cartello colombiano. A Berat le tre cosche presenti si spartiscono le fette di mercato criminale nel settore turistico, avendo stipulato una sorta di accordo fra loro. Al contrario ad Elbasan esiste una forte conflittualità tra i gruppi criminali, certificata dall’alto numero di omicidi negli ultimi tempi; questo certifica un elevato grado di attività criminale nella città nonostante lo smantellamento delle cosche Mandela e Tan Kateshi. Si stima che qui risiedano i due gruppi più potenti dell’intera Albania, coinvolti nel traffico di cocaina attraverso l’Europa occidentale ed il Regno Unito.
Dopo una descrizione a macchia di leopardo di questo tipo e la certezza di affrontare un fenomeno criminale ben avviato e altamente integrato con i principali hub illegali dall’America Latina all’Estremo Oriente (ricordiamo anche il cosiddetto “Triangolo d’oro” della droga fra Laos, Birmania e Cina), possiamo affermare la il legame strutturale fra la piaga dell’illegalità terroristico-mafiosa e la flebile presenza statale sul territorio, soprattutto per quanto riguarda le funzioni di controllo e di amministrazione delle attività della popolazione. Laddove la crisi del tessuto socio-economico (disoccupazione, basso reddito, bassa affidabilità dei conti pubblici del paese di riferimento) si salda con la scarsa trasparenza nelle procedure e con una fiorente attività contro-statuale di mafiosi e terroristi, capace di offrire un’alternativa (seppur criminale) agli strati più poveri, troverà sempre terreno fertile un’economia sommersa, fatta di raggiri, truffe, corruzione e traffici abietti.

Di Paolo de Donno

Una spinta economica per i giovani arriva dall’Europa

ECONOMIA di

Al fine di limitare quanto più possibile la cessione e dispersione di giovani talenti nonché l’aumento di giovani disoccupati dato l’impatto delle stringenti misure del Governo Conte sull’economia, occorrono altrettante misure correttive ed efficaci da parte del Governo e dell’Unione Europea. A tal proposito, un settore di grande interesse al momento ed in continuo sviluppo rimane quello dell’imprenditoria giovanile, alla quale sono indirizzati fondi provenienti dai finanziamenti europei, per contrastare la crisi economica e la disoccupazione, in particolare quella dei più giovani.

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Smart working, come cambierà il mondo del lavoro

SOCIETA' di

L’emergenza Covid ci ha costretto dentro casa per contenere il contagio, le aziende che hanno potuto hanno adottato il lavoro agile per i loro dipendenti , ma questo nuovo modo di lavorare come influisce sulla vita quotidiana? Lo abbiamo chiesto a Stefano Conti segretario nazionale di UGL Telecomunicazioni.
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Eureca: politici, economisti e giuristi ricordano Giuseppe Guarino

Senza categoria/SOCIETA' di
Riceviamo e pubblichiamo.
‘’Giuseppe Guarino, una vita per l’Italia e la vera Europa’’. Questo il titolo del convegno online promosso dall’Associazione EURECA, in programma mercoledì’ 20 maggio dalle ore 17.30 e trasmesso in diretta sul canale YouTube di EURECA, su assoeureca.eu, su affaritaliani.it e diffuso anche da Radio Radicale. L’incontro, moderato dal presidente di EURECA Angelo Polimeno Bottai, sarà l’occasione per ripercorrere la vita di quello che e’ stato,  non solo uno dei principali giuristi italiani del Novecento, ma anche un grande avvocato e un’importante personalita’ al servizio delle istituzioni.
Due volte ministro, nei governi Fanfani e Amato, per vent’anni nel collegio della Banca d’Italia e consigliere di fiducia del governatore Guido Carli, parlamentare indipendente eletto nelle liste della Democrazia Cristiana, Guarino, nato a Napoli nel novembre del 1922, e’ scomparso il 17 aprile scorso all’età’ di 97 anni.
Protagonista e testimone di vicende cruciali della recente storia italiana – tra cui le privatizzazione degli anni Novanta, la nascita dell’euro, cui ha dedicato severe critiche in punto di diritto, una trattativa segreta per aggiornare la costituzione e per far rinascere la Dc che ha visto coinvolti i vertici delle istituzioni e dei maggiori partiti – Guarino verrà ricordato da grandi personalità del mondo istituzionale e politico come Gianni Letta, Paolo Cirino Pomicino, Enzo Carra, Antonio Maria Rinaldi; da importanti economisti come Giulio Sapelli, James Kennet Galbraith, Giuseppe Di Taranto; dal manager Marco Staderini; da insigni giuristi delle università di Roma La Sapienza, Napoli Federico II e Napoli Parthenope, dall’Universita’ di Siena e dalla Statale di Sassari. Atenei che nel convegno saranno rappresentati da Vincenzo Cerulli Irelli, Alfonso Celotto, Cesare Pinelli, Gianni Ferrara, Federico Tedeschini, Omar Chessa, Andrea Guarino, Stefano Pagliantini, Fabio Serini, Alberto Lucarelli.
All’evento – online e gratuito – si potrà partecipare anche attraverso la piattaforma Eventbrite a questo link: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-giuseppe-guarino-una-vita-per-litalia-e-la-vera-europa-104745384264

I fondi Europei SIE per il semestre europeo 2014-2020

ECONOMIA di

Tra le principali fonti di finanziamento nazionali e regionali previste dall’Unione Europea per il semestre 2014-2020 figurano i Fondi strutturali e di investimento europei (SIE). Tuttavia, prima di entrare nel dettaglio dei fondi SIE è doveroso fare una panoramica sugli obiettivi del semestre europeo, strettamente legato ai fondi strutturali e di investimento.

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La vera importanza del referendum sul divorzio

SOCIETA' di

Il 12 e 13 maggio del 1974, hanno rappresentato una svolta epocale in Italia della quale, forse, sul momento non abbiamo capito appieno la portata. Ci sono date che, in una nazione, segnano la sua storia, come il 4 luglio negli Stati Uniti o il 14 luglio in Francia. In Italia sicuramente il 2 giugno del 1946 è stato fondamentale, così come, nel 1948, il 18 aprile e il 14 luglio: la prima, data delle elezioni che segnarono l’affermazione della DC sul fronte delle sinistre, la seconda quella dell’attentato a Togliatti che bloccò definitivamente le velleità di portare il paese verso l’Unione Sovietica. Tuttavia il giorno in cui venne bocciata la proposta di abrogazione del divorzio, forse è accaduto qualcosa di più importante. E probabilmente non solo in Italia.

Nel 1970 era entrata in vigore la Legge Fortuna – Baslini, che aveva introdotto il divorzio dopo che, fin dall’Unità d’Italia, le proposte per inserimento nel nostro ordinamento erano state bocciate a causa del peso della chiesa cattolica che, ovviamente, non poteva avallare in alcun modo la possibilità che fosse un provvedimento civile a far venir meno un vincolo sacramentale. Le polemiche erano ben oltre l’aspro; Benedetto Croce definì la proposta Zanardelli del 1901 un atto anticlericale. Il problema venne messo da parte durante il ventennio: sarebbe stato difficile fare un simile sgarbo alla chiesa dopo la firma dei Patti Lateranensi.

L’introduzione del divorzio venne ovviamente accompagnata da forti polemiche in un’Italia che ancora, in gran parte, mal digeriva le idee e i movimenti degli anni 60 e, in particolare del 68 che viveva ancora la sua onda lunga. Per molti aspetti era ancora quell’Italia in cui dominava la censura che impedì di mandare in radio “Dio è morto”, che peraltro era trasmessa da Rodio Vaticana, e che imponeva alle gemelle Kessler di nascondere le gambe in TV. Eravamo negli anni dei figli dei fiori, ma si respirava l’aria del 1950, quando il futuro presidente Scalfaro gridò allo scandalo per una signora che, in un ristorante, aveva le spalle scoperte. Era l’Italia di Paolo Fiordelli, vescovo di Prato che aveva affisso alle porte della chiesa un manifesto con cui esponeva alla pubblica gogna una coppia che aveva avuto l’ardire di sposarsi solo in comunque, definendoli pubblici concubini.

 In questo clima dove le differenti istanze erano fortemente contrapposte, la Democrazia Cristiana e il suo segretario, un politico di elevato livello culturale ed economista di spessore, Amintore Fanfani, si fecero portavoce delle istanze della Chiesa nella battaglia per l’abrogazione. Ma anche lo stesso fronte cattolico era spaccato: le ACLI si erano schierate a favore del divorzio, mentre il movimento per l’abrogazione vedeva tra i suoi promotori, oltre ai vertici della DC e la Chiesa, nomi quali Giorgio La Pira. A favore dell’abrogazione personaggi dello spettacolo come Domenico Modugno e Arnoldo Foà: il suo intervento si trova su YouTube, ed è ancora carico di significato. 

L’esito del voto, il primo referendum dell’Italia Repubblicana, fu una schiacciante sconfitta per chi voleva l’abolizione del divorzio, per la DC, per la Chiesa, per Fanfani. L’affluenza alle urne fu massiccia: oltre l87% degli aventi diritto si presentò alle urne ad esercitare il proprio diritto dovere. Il 59,26 per cento degli elettori disse NO, e la legge rimase in vigore. Fanfani si dimise pochi mesi dopo, consapevole delsuo fallimento.  L’anno successivo venne approvata la riforma del diritto di famiglia, e la donna ottenne la parità di diritti nella coppia. Probabilmente un esito diverso del referendum avrebbe influito anche sull’approvazione di questa normativa.

Ma cosa rappresentò in realtà questo voto? Molto probabilmente portò alla luce un significativo cambio di mentalità negli italiani e un forte richiamo alla chiesa nelle sue gerarchie e come istituzione. Era il segnale che, insieme al mondo, era cambiata anche una mentalità radicata da secoli e il potere non solo temporale della chiesa, forse anche sulle coscienze da secoli, era venuto meno. Una nuova coscienza, rispettosa ma laica, si era pian piano formata.

Forse erano anche esiti del Concilio Vaticano Secondo, i cui effetti riformatori si stavano avvertendo: il prete che non voltava la schiena ai fedeli durante la celebrazione della messa non più in latino, avevano fatto perdere quel senso di sottomissione reverenziale all’istituzione e ai suoi dogmi. Le coscienze si formavano in maniera più libera e critica ed anche, quasi certamente, senza voler forzatamente aderire a dottrine completamente atee e negazioniste di un Dio. 

La campagna elettorale che precedette il referendum viene ancora vista come una contrapposizione tra lo schieramento cattolico e il laicismo; ma è più verosimile che fosse ormai giunto il momento in cui l’ortodossia cattolica doveva fare i conti con se stessa e con il nuovo contesto sociale che si era venuto a creare e nel quale avrebbe volutocontinuare a vivere come all’epoca del Papa Re, quando il timore di una scomunica metteva in agitazione. Ma non erano più i tempi di Enrico IV che dovette recarsi a Canossa per ottenere la revoca della scomunica.

Nel 1978 il passo successivo, che segno il punto di non ritorno: l’approvazione della legge sull’aborto e l’abolizione delle norme del codice penale che prevedevano, tra i delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe, anche la pena della reclusione per la donna che volontariamente si fosse sottoposta ad un aborto.

Norme inimmaginabili solo venti anni prima.

1872 nasce la specialità degli Alpini

STORIA di

Esperti rocciatori, truppe da montagna altamente addestrate, sciatori fuori dal comune, nonché il più antico Corpo di Fanteria da montagna attivo nel mondo. Nato il 15 ottobre 1872 per volere del Generale Giuseppe Perrucchetti – Medaglia d’oro al Valore Militare nella battaglia di Custoza – che già nel marzo 1872 aveva mosso il primo passo con un articolo suRivista Militare,dal titolo “Considerazioni su la difesa di alcuni valichi alpini e proposta di un ordinamento militare territoriale della zona alpina “e con il contributo del Senatore del Regno, nonché Generale anch’egli, Cesare Ricotti-Magnani, il quale con uno stratagemma riusci ad inserire l’istituzione delle prime quindici compagnie alpine in un largo programma
di riforma militare.

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Covid-19: una pedina fondamentale sulla scacchiera internazionale

Con “trappola di Tucidide” il grande storico attribuiva lo scoppio della guerra fra Atene e Sparta alla crescita della potenza ateniese, e alla paura che tale crescita causava nella rivale Sparta. Oggi mentre il mondo affronta una delle sue sfide più importanti, lo scenario internazionale ci pone di fronte alla possibilità che questa trappola scatti. Ancor prima dell’emergenza Covid-19, si scorgeva una fase storica in cui una potenza a lungo dominante -gli Stati Uniti- fronteggiava una potenza emergente -la Cina- e in molti, sullo scenario internazionale, temevano per gli effetti di questa competizione.

Un duello già visto

Quest’anno per l’economia globale sarà il peggiore degli ultimi cent’anni. Solo negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione nel mese di aprile è passato al 14,7%, il più alto dalla Grande Depressione, e sicuramente le continue pressioni tra Stati Uniti e Cina non porteranno a sviluppi migliori. Nel giro di pochi mesi gli umori dell’amministrazione americana verso Pechino si sono più volte capovolti. Prima le battaglie su Huawei, il 5g e lo spionaggio informatico che, ad un certo punto, sembravano risolte con una stretta di mano tra i due leader, ma con lo scoppio del contagio il Covid-19 è diventato una pedina fondamentale sulla scacchiera internazionale.

Il Coronavirus appare in Cina a “fine dicembre” e per il mese di gennaio si rivela un problema solo cinese. Trump e i suoi esperti non esternano preoccupazione, anzi per tutto il mese e quello successivo, Trump elogerà la Cina: il 24 gennaio sul suo profilo Twitter il Presidente statunitense scriveva: “China has been working very hard to contain the Coronavirus. The United States greatly appreciates their efforts and transparency. I twill out well. In particular, on behalf of the American People. I want to thank President Xi”. Non solo Trump ringraziava il Presidente Xì per il lavoro svolto, ma il 10 febbraio si congratulava anche con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per poi accusarla a metà aprile di aver “portato avanti la disinformazione della Cina riguardo al coronavirus” e decidere la sospensione degli aiuti per un periodo tra i 60 e i 90 giorni.

La comunicazione si fa sempre più difficile

Mentre l’epidemia cresce negli Stati Uniti, a inizio marzo gli infètti sono 1300 e i morti 36, Trump dichiara emergenza nazionale e il tono nei confronti di Pechino cambia. Il Covid-19 inizia e diventare il “virus cinese” mentre il portavoce del Ministro degli esteri cinese accusa “il virus potrebbe essere partito dagli Stati Uniti e portato a Wuhan dall’esercito statunitense, quando lo scorso ottobre più di 300 soldati americani si trovavano a Wuhan per il campionato mondiale di giochi militari”.

La battaglia si sposta sul controllo della narrazione della pandemia e la comunicazione diventa la chiave per decidere chi uscirà vincitore su scala mondiale. Iniziano le ripercussioni sui giornalisti. Il 19 febbraio Pechino espelle tre cronisti del “Wall street journal”, accusati di aver utilizzato un titolo dispregiativo “China is Real Sick Man of Asia”, a cui si accoderanno più tardi anche i giornalisti del New York Times e del Washington Post. D’altra parte, Washington risponde allontanando 60 inviati cinesi dei principali media filogovernativo.

Nel frattempo, le voci che il virus possa provenire dai laboratori di Wuhan, viene smentita il 17 marzo dalla rivista scientifica “Nature medicine”. Il Covid-19 è il risultato di un’evoluzione naturale, arrivata dal pipistrello, ma questo non ferma né la propaganda americana né il Presidente Trump che annuncia l’intervento dell’intelligence americana per investigare sulle origini del Covid-19, mentre la Cina rispedisce le accuse al mittente affermando che gli Stati Uniti spostano l’attenzione dei loro ritardi nell’agire contro il coronavirus.

Lo scontro comunicativo si rinvigorisce con le esternazioni del segretario di Stato americano, Mike Pompeo che domenica scorsa davanti all’Abc, affermava di avere enormi prove che il virus provenga dai laboratori di Wuhan. Posizione ritrattata parzialmente pochi giorni dopo, “ci sono solo delle evidenze ma non delle certezze” e riaccusa Pechino di mancata trasparenza nella fase iniziale del contagio e di continuare a essere “opaca” e a “negare l’accesso” alle informazioni.

Il Covid-19 e la leadership internazionale

Quello che oggi appare più evidente non sono solo le conseguenze del Covid-19 nel mondo ma anche il ruolo che esso ha assunto nella contrapposizione tra Stati Uniti e Cina. Quello che la storia ci dirà è che quel “rinoceronte grigio” (espressione coniata dall’analista politico americano Michele Wucker che si riferisce ai pericoli grandi e trascurati) è già in casa nostra ed ha subito un processo di fusione. Come i tentacoli di una piovra che si legano immediatamente a qualsiasi cosa, il Covid-19 è progressivamente diventato la nuova pedina da sfruttare per respingere l’ambizione della Cina di colmare il vuoto di leadership con gli Stati Uniti. E l’Europa? La sensazione è che l’Ue abbia bisogno di un processo rigenerativo per poter acquisire quel sentimento di unione tanto promosso quanto artificioso. Nell’attesa che questo processo possa presto manifestarsi, la speranza è quella di non restare intrappolati nello scontro tra Usa e Cina. La sensazione è che l’Ue non dovrà fronteggiare solo le gravi conseguenze che il Covid-19 lascerà, oltre a far fronte a questa pandemia che colpisce in maniera orizzontale ogni paese, l’Ue dovrà contrastare da un lato, il forte euroscetticismo presente nei propri confini e dall’altro, la prospettiva di una contrapposizione sempre più forte tra Cina e Usa. Dalle sue risposte dipenderà il suo futuro, la sua leadership internazionale e la sua indipendenza rispetto ai due principali contendenti a livello globale.

Covid19 Emergenza Ristorazione La pietra Scheggiata chiusa regala pizze

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Continua la nostra inchiesta sul settore del turismo, oggi parliamo con l’imprenditore della ristorazione Mauro Ciavarella, proprietario de “la Pietra scheggiata a Roma”. Nonostante la chiusura del locale Mauro però non si è fermato del tutto, due volte a settimana cucina pizze per donarle a chi non si può permettere un pasto caldo in questi giorni di estrema crisi, se prima capitava ogni tanto oggi sono molte le persone che chiedono aiuto.

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Alessandro Conte
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