GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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INNOVAZIONE - page 7

Vigamus, a Roma il museo del videogioco

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Nasce in Italia il secondo, in termini temporali, museo del videogioco in Europa, uno spazio dedicato a questo nuovo media interattivo che otre essere un prodotto di intrattenimento è oggi un vero e proprio fenomeno di massa.

Gestito dalla Fondazione Vigamus è nato nel 2013 dopo un lungo periodo di preparazione dovuto anche alle difficoltà burocratiche incontrate nella fase di lancio.

Non solo storia del videogioco ma anche futuro come ci dice Marco Accordi Rickards “Passato presente e futuro del videogioco è lo slogan del nostro museo, non solo la storia dei videogames ma anche uno sguardo al futuro con l’esposizione dei nuovi modelli di realtà virtuale non ancora sul mercato”

Uno sguardo in tutte e due le direzioni, assicura il direttore, ma soprattutto un punto di riferimento del settore, sono infatti molte le iniziative di promozione e formazione che gravitano attorno al museo.

Una delle più importanti è sicuramente la Vigamus Accademy, un percorso formativo universitario realizzato in collaborazione con la Link Campus University. Una laurea triennale che affronta temi come la comunicazione nella videoludica, il design, la programmazione e la gestione di impresa, un programma impegnativo ma allo stesso tempo all’avanguardia, unico in Italia.

Tra i docenti del corso di laurea notiamo Marco Giannatiempo, giornalista, Carlo Maria Medaglia professore aggregato di Interfacce Contenuti e Servizi per le tecnologie interattive presso l’Università Sapienza di Roma, Frank Sliwka è CEO di International Business Media oltre al direttore Accordi Rickards che è anche Professore di Teoria e Critica delle Opere Multimediali presso l’Università di Roma Tor Vergata.

Una iniziativa che permette di indirizzare con un percorso formativo di alto livello chi vuole entrare in questo settore ormai diventato un vero è proprio fenomeno di massa con responsabilità altissime sulla formazione sociale e culturale dei giovani.

 

Alessandro Conte

 

[youtube]https://youtu.be/4vFAsJKZDW4[/youtube]

Becrowdy, come finanziare la cultura

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Il crowdfunding approda solo ora in Italia ma negli Stati Uniti è conosciuta e applicata già da qualche anno con ottimi risultati, Indiegogo in America ha raccolto 3 milioni di dollari per un nuovo modello di frigo portatile per barbecue.

La prima traccia di crowdfunding potrebbe essere il finanziamento partecipativo di un film della serie Crocodile Dundee e un Album dei “Men at Work”, il tutto made in Australia.

In Italia alcuni esempi di crowdfunding sono i reportage de “Il Giornale” per il giornalismo ma anche Eppela, Starsup e altre piattaforme generaliste.

Chi crede nella specializzazione è Matteo Bertolini, CEO di Becrowdy , piattaforma specializzata in progetti culturali nell’accezione più ampia dalle band ai reportage documentaristici.

Matteo puoi parlarci della genesi del progetto? Come è nata l’idea?

Il progetto è nato dalla volontà di realizzare uno strumento che incentivasse la produzione culturale, ambito da sempre di nostro interesse. Avendo intravisto le potenzialità del crowdfunding in altri paesi, con anche l’avviamento di diversi progetti in Italia, abbiamo concluso che potesse essere uno strumento molto efficace per il raggiungimento del nostro obiettivo. La scelta di incentrarsi nell’ambito culturale deriva dal fatto che, a nostro giudizio, mancava una piattaforma che potesse racchiudere tutto il settore artistico in un unico raccoglitore.

Chi sono i componenti del team?

Il team è formato da 5 giovani, con un età che varia dai 24 ai 31 anni. I 4 soci fondatori hanno tutti un background legato alla cultura, spaziando dalla musica all’arte figurativa. Una volta trasformata l’idea in progetto si è aggiunto al gruppo anche il programmatore, tassello fondamentale nella nostra azienda.

Qual è il panorama europeo del Crowdfunding?

Anche in Europa, come negli Stati Uniti, il crowdfunding si sta affermando come un vero e proprio modello di fundraising alternativo ai tradizionali canali di finanziamento. Questo trend lo si può verificare in tutti i settori in cui il crowdfunding opera e in tutte le sue declinazioni, dal crowdfunding social lending al donation, dal reward al equity. Inoltre anche alcuni legislatori nazionali si stanno ponendo il problema di realizzare una regolamentazione adeguata al fenomeno, il quale sottostà perlopiù a normative inadatte o restrittive. L’Italia, ad esempio, è stata la prima nazione a regolamentare l’equity-based crowdfunding, un primo, anche se forse non completo, approccio al fenomeno. A livello europeo è la stessa Comunità Europea ad incentivare lo sviluppo delle PMI attraverso l’utilizzo dell’equity-based crowdfunding.

E in Italia con chi vi confrontate?

Negli ultimi anni sono diverse le piattaforme di crowdfunding che sono state lanciate nel nostro paese. Il nostro modello di business è il cosiddetto crowdfunding reward-based, cioè basato sulle ricompense, e i nostri principali competitors sono piattaforme generaliste come Eppela o settoriali come Musicraiser. In Italia molte realtà culturali, spinte anche dalla crisi economica e istituzionale, hanno intrapreso e aperto una campagna di crowdfunding, spesso senza conoscerne il reale funzionamento non sfruttandone quindi al meglio le potenzialità. Molta strada c’è da fare per alfabetizzare sia i progettisti che i finanziatori sul mezzo che in diverse occasioni si è dimostrato davvero efficace, sia dal punto di vista economico che promozionale.

Qual è il contesto normativo in cui vi muovete?

Per quanto riguarda il modello di crowdfunding di cui ci occupiamo, non vi è nessuna legislazione specifica che distingua il reward-based da quello delle “erogazioni liberali”. Essendo in una fase di sviluppo, il legislatore non ha ancora attivato nessun strumento di regolamentazione specifico ad hoc. Questo può creare difficoltà da parte dei progettisti nella gestione amministrativa e fiscale di quanto effettivamente raccolto durante la campagna, poichè ogni progetto può avere dei trattamenti diversi da un altro in base alla natura giuridica del proponente. A differenza dell’equity-based crowdfunding, che si basa sulla partecipazione in quote azionarie in una start-up, le restanti categorie di crowdfunding non sono ancora soggette a regolamentazione specifica.

Sicuramente la crescita del volume dei progetti e dei soldi intorno al fenomeno porterà alla creazione di una normativa per questo modello finanziario.

Quali sono i progetti più importanti?

Sulla nostra piattaforma sono diversi i progetti finanziati con successo. Primo tra tutti il progetto del gruppo musicale “The Gang” che, rispetto ai 6.000€ inizialmente richiesti, dopo 76 giorni di campagna ne ha raccolti addirittura 55.000, il 917% di quanto inizialmente richiesto. Questo esempio di successo è un caso eccezionale, sia per l’ammontare della cifra (la più alta in Italia per un progetto musicale) sia per essere riuscita a coinvolgere quasi 1.000 piccoli sostenitori con una donazione media di 50€.

Oltre la metà dei progetti che raggiungono il successo superano il 110% di quanto inizialmente richiesto, con dei picchi del 150-200% oltre l’obiettivo iniziale. Questo evidenzia la potenzialità insita nello strumento che, se usato correttamente e con dedizione, può rivelarsi un incredibile veicolo promozionale ed economico.

Fate una selezione delle proposte ? ognuno è libero di presentare la prpria proposta artistica qualunque sia?

Ci teniamo a dire che noi non facciamo “selezione artistica”, cioè non valutiamo la bontà del progetto dal punto di vista della qualità della proposta. La nostra selezione si basa su due livelli:

– Il primo è sul livello dell’affidabilità del progetto e della sua reale possibilità di realizzazione. Capire se il progetto può essere concretizzato è lo scopo principale di ogni nostra prima valutazione. Sarebbe dannoso per la piattaforma, per il progetto e per il crowdfunding stesso se una campagna finanziata non venisse poi realizzata. Il piccolo finanziatore dona il suo contributo sulla fiducia nel progetto, diviene quindi essenziale che questa venga ripagata.

– La seconda valutazione è invece sul livello della possibilità di riuscita. La storia del progettista, il suo percorso e come opera, parlano molto di quale potrebbe essere il potenziale della campagna e di conseguenza quale obiettivo economico potrebbe realisticamente raggiungere. Avere un background forte e già incentrato sulla condivisione con la propria community è davvero la chiave di volta di ogni progetto.

Quali sono i vostri obiettivi futuri?

L’obiettivo più ambizioso nel medio-lungo periodo è quello di diventare una piattaforma di riferimento per la cultura italiana e non solo. Infatti l’obiettivo di BeCrowdy è quello di allargare i propri orizzonti oltre i confini italiani, riuscendo a rappresentarsi in Europa.

Becrowdy ha raggiunto in pochi mesi ottimi risultati alcuni dei progetti lanciati hanno superato ampiamente il budget richiesto e altri si avvicinano rapidamente alla meta.

Il crowdfunding è sociale, è partecipativo e può diventare un modello vincente per lo sviluppo di nuove idee . Molto importante però è l’aspetto progettuale delle idee presentate e il modello di promozione on line e tradizionale, la chiave del successo è comunque mettere in atto un duro lavoro di public relations per far conoscere il progetto ad ampie cerchie di possibili interessati.

 

Alessandro Conte

Festival del giornalismo di Perugia, il live social network dell’informazione

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Il prossimo 15 aprile a Perugia l’annuale appuntamento con il mondo del giornalismo, cinque giorni di eventi, workshop e conferenze che diventano, grazie ai tanti visitatori, un momento di confronto e di formazione per chiunque operi nel settore o anche sia solo interessato al mondo della comunicazione.

Un ambiente stimolante e partecipativo che conferma con i sui numeri sempre crescenti di essere un punto di riferimento nel settore.

Nei cinque giorni si alterneranno in workshop e seminari tantissime voci internazionali che porteranno la loro esperienza e il loro vissuto giornalistico contribuendo alla crescita professionale e culturale dei visitatori.

Lo slogan di questa edizione è: #ijf15 everybody learning from everybody else. Tutti possono imparare da tutti” che in questa era di comunicazione digitale e globalizzata vuole essere un invito a condividere, fare network per poter crescere professionalmente e umanamente.

Arriveranno a Perugia da tutto il mondo sia i tanti volontari che aiutano la macchina organizzativa a realizzare l’evento ma  anche  studenti, aspiranti giornalisti, fotografi provenienti da 26 Paesi diversi: Albania, Belgio, Brasile, Bulgaria, Canada, Cina, Croazia, Etiopia, Germania, Guatemala, India, Iraq, Italia, Moldavia, Nuova Zelanda, Olanda, Repubblica Ceca, Russia, Slovacchia, Spagna, Sud Africa, Svezia, Ungheria, USA, Venezuela, Zambia.

Sponsor della manifestazione sono anche quest’anno  Google, Nestlè, Sky e come patrocinatori  istituzionali la Commissione Europea Rappresentanza in Italia.

Un impegno importante in questo periodo di crisi da parte di queste aziende che ha permesso di realizzare in 5 giorni, oltre 200 eventi, ospitare oltre 500 speaker da 34 paesi diversi, tutto rigorosamente a ingresso gratuito

Tra i tanti eventi segnaliamo:

Edward Snowden e il dibattito su sorveglianza e privacy

Per la prima volta, in Italia, si terrà un dibattito che vedrà la partecipazione degli stessi protagonisti: Edward Snowden, il whistleblower che ha rivelato l’enorme portata delle pratiche di sorveglianza della NSA e Laura Poitras, la regista recentemente vincitrice di un premio Oscar per il documentario Citizenfour, in cui ha ripreso le riunioni avvenute tra Snowden e i giornalisti, e di un premio Pulitzer per l’inchiesta giornalistica che ha divulgato la storia. L’avvocato di Snowden, Ben Wizner (ACLU), e il direttore della neonata Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili Andrea Menapace analizzeranno le implicazioni della vicenda sui diritti umani.

Alla ricerca di business model

Le redazioni si restringono, i lettori si spostano su più piattaforme ignorando l’eredità delle testate tradizionali, la pubblicità emigra: qual è il modo migliore per garantirsi la sostenibilità economica della propria testata? Tra esperimenti e analisi, l’esperienza di chi sta cercando una via d’uscita, dal crowdfunding alle soluzioni in stile iTunes. A discuterne tra gli altri, Raju Narisetti, senior vice president News Corp, Alexander Klopping, 27 anni, fondatore di Blendle, un sistema olandese per il giornalismo basato sul modello di iTunes e supportato dal New York Times e dall’editore tedesco Axel Springer, George Brock, che insegna giornalismo alla City University di Londra ed è autore del libro “Out of Print”.

Raccontare le nuove guerre

Le nuove tecnologie e l’attivismo online stanno trasformando in profondità il mestiere degli inviati di guerra: non più testimoni unici degli avvenimenti, ma in grado di lavorare in presa diretta su qualsiasi notizia. L’esperienza di chi sta vivendo questa rivoluzione, da Amedeo Ricucci del TG1, Daniele Ranieri del Foglio e Lucia Goracci della RAI al giornalista e scrittore americano Theo Padnos, ostaggio in Siria per due anni e rilasciato nell’agosto del 2014.

Cosa sta accadendo ai media in Francia e Spagna

Zoom su nuove realtà editoriali come Mediapart e Eldiario.es. Edwy Plenel, direttore di Mediapart, testata che ha co-fondato nel 2008. Ignacio Escolar, fondatore e direttore di eldiario.es, dove è autore di escolar.net, il più seguito blog politico spagnolo, vincitore di due Bitácoras (2008 e 2009).

Kickstarter per il giornalismo

Kickstarter è una delle principale piattaforme di crowdfunding al mondo, grazie alla quale sono nati e cresciuti moltissimi progetti creativi. Lo stesso vale per quelli legati al giornalismo: Nicole He di Kickstarter, specialista in progetti legati all’editoria, spiegherà come strutturare e programmare una campagna di lancio.

Tutto il programma è visibile sul sito del festival www.festivaldelgiornalismo.com

 

Alessandro Conte

Agenti Federali rubano  800.000 $ di moneta elettronica

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La tecnologia ha cambiato anche il mondo criminale, la moneta virtuale comincia a fare gola quanto il verde dei dollari.

Negli Stati Uniti una coppia di agenti federali sono stati accusati di riciclaggio e frode telematica perché durante una indagine  su una organizzazione criminale che operava on line si sono appropriati di ingenti volumi di Bitcoin,  la moneta virtuale molto utilizzata sul web.

Bitcoin è una moneta elettronica creata nel 2009 da un anonimo conosciuto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. A differenza della maggior parte delle valute tradizionali, Bitcoin non fa uso di un ente centrale: esso utilizza un database distribuito tra i nodi della rete che tengono traccia delle transazioni e sfrutta la crittografia per gestire gli aspetti funzionali come la generazione di nuova moneta e l’attribuzione di proprietà dei bitcoin.

I due agenti stavano indagando sulle attività illecite del famigerato sito SILKROAD nell’ambito delle indagini sul traffico di droga, armi tradizionali e di distruzione di massa, l’uomo accusato di gestire il sito, Ross Ulbricht, è stato condannato a febbraio, e i pubblici ministeri hanno sostenuto che aveva  guadagnato circa $ 18 milioni in Bitcoin dall’operazione.

Il Dipartimento di Giustizia (DoJ) americano  sostiene che Shaun Ponti rubato più di $ 800.000 (540.000 £) in Bitcoin invece il  suo collega, Carl Force  è stato accusato di riciclaggio di denaro e frode telematica.

L’agente  Force, che ha lavorato per la Drug Enforcement Administration (DEA), aveva il compito di infiltrarsi nell’organizzazione durante l’indagine  uno dei suoi compiti era quello di comunicare  con il capo dell’organizzazione,  Ulbricht,  conosciuto on-line come “Dread Pirate Roberts”.

Il DoJ sostiene che “senza autorità”, Force “ha sviluppato ulteriori personaggi online e impegnati in una vasta gamma di attività illegali calcolati per portarlo guadagno economico personale”.

“In tal modo,-  la denuncia sostiene – Force ha utilizzato diversi “personaggi “ digitali  che hanno realizzato  false transazioni on line molto complesse  con l’obiettivo di rubare la moneta virtuale.”

“In una tale operazione,- recita il comunicato stampa della DEA –  Force avrebbe venduto informazioni sulle indagini del governo al target delle indagini.” L’uomo di quarantasei anni  è accusato di frode telematica, il furto di proprietà del governo, il riciclaggio di denaro e  conflitto di interessi.

Shaun Bridges, che ha lavorato per i servizi segreti degli Stati Uniti, è accusato di frode filo e riciclaggio di denaro. L’accusa  sostiene che ha  trasferito più di $ 800.000 in Bitcoin in un conto presso MtGox, un cambio valuta giapponese digitale che ha presentato istanza di fallimento nel mese di febbraio.

“Ha avrebbe successivamente collegato i fondi ad un suo conto di investimento personale negli Stati Uniti. Entrambi gli uomini sono stati giudicati da un tribunale federale a San Francisco  e sono ora in custodia in un carcere federale americano.

 

Alessandro Conte

Commercio elettronico sotto la lente UE

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Ia Commissaria Vestager chiede un indagine di settore

La vendita on line è uno delle opportunità più importanti per le piccole e medie imprese europee che con questo nuovo canale di vendita possono affrontare il mercato globale.

Grandi opportunità che possono svilupparsi solamente in un mercato unico digitale e per questo è necessario che siano abbattute tutte le barriere anticoncorrenziali che intralciano il commercio elettronico transfrontaliero.

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In Europa sono sempre più le merci e i servizi commercializzati via internet anche se le vendite on line crescono lentamente a causa delle barriere linguistiche, delle diverse normative vigenti negli stati membri oltre ad alcuni forti indizi rilevati dalla commissione europea sulla possibilità che certe imprese adottino misure che limitano il business on line.

L’indagine di settore si concentrerebbe sul modo per migliorare l’individuazione di tali pratiche e affrontarle, in linea con l’obiettivo prioritario della Commissione di creare un mercato unico digitale connesso. La Commissaria Vestager presenterà la proposta alla Commissione nelle prossime settimane.

“È giunta l’ora di abbattere gli ostacoli che ancora intralciano il commercio elettronico – ha dichiarato la Commissaria Vestager – che è uno degli elementi essenziali di un autentico mercato unico digitale in Europa. La prevista indagine di settore agevolerà la Commissione nella comprensione e nell’abbattimento delle barriere al commercio elettronico, con vantaggi sia per i cittadini sia per le imprese europee.”

Il commercio elettronico ha contagiato circa il 50% dei consumatori europei ma solo il 15% di loro si è rivolto a venditori al di fuori del proprio stato di residenza, questo dato indica che evidentemente permangono ostacoli tecnici che impediscono al consumatore di affidarsi a siti esteri.

L’indagine di settore verterà sugli ostacoli privati, e in particolare contrattuali, al commercio elettronico transfrontaliero dei contenuti digitali e delle merci. Nel corso dell’indagine la Commissione intende raccogliere informazioni presso numerosi portatori d’interesse di tutti gli Stati membri.

Le conoscenze acquisite con l’indagine di settore contribuiranno non solo al rispetto del diritto della concorrenza nel settore del commercio elettronico, ma anche alle varie iniziative legislative che la Commissione intende avviare per promuovere il mercato unico digitale.

Se dall’analisi dei risultati emergessero specifici problemi di concorrenza, la Commissione potrebbe avviare indagini su determinati casi specifici per assicurare la conformità con le norme dell’UE in materia di pratiche commerciali restrittive e di abuso di posizione dominante sul mercato (articoli 101 e 102 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea — TFUE).

 

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Alessandro Conte

Paypal paga multa da 7,7 milioni di dollari

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Accordo trovato tra la società e il dipartimento del Tesoro Statunitense

Non ha ammesso di aver violato le sanzioni che gli Stati Uniti hanno adottato contro Iran, Cuba e Sudan ma allo stesso tempo Paypal ha siglato un accordo extragiudiziale che nel diritto anglosassone crea un precedente importante.

Accusata di non aver controllato e bloccato pagamenti sospetti da e verso le nazioni segnalate dal dipartimento del tesoro, sistema utilizzato in particolare da un soggetto sospettato di commerciare in armi di distruzione di massa.

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Kursad Zafer Cire, inserito nella lista dei ricercati internazionali per commercio di armi dal Dipartimento di Stato Americano. Nonostante fosse indicato come pericolo dal sistema Paypal le sue operazioni non furono interrotte  proseguirono per ben 4 anni dal 2009 al 2013.

“PayPal – si legge in un comunicato del Dipartimento del Tesoro – ha apertamente ignorato le sanzioni economiche previste dagli Stati Uniti”.

In un comunicato PayPal riferisce di aver collaborato volontariamente alle indagini e di impegnarsi ad adottare le contromisure richieste per evitare il ripetersi delle situazioni imputategli.

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Alessandro Conte

Web marketing: storie di successo in rete, Berto Salotti

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Berto Salotti, da Meda a New York

Meda è un piccolo comune della Brianza in Italia, famoso per la produzione artigianale di mobili e per il design d’arredo.

Berto salotti è una di queste industrie artigianali nata nel 1972 dalla volontà e la passione dei fratelli Fioravante e Carlo Berto che per decenni hanno prodotto e venduto la loro migliore produzione nel punto vendita della loro fabbrica salotti, oggi si propone al mercato globale grazie al Web marketing.

Oggi l’azienda è guidata da Filippo Berto, giovane e capace imprenditore che ha saputo valorizzare l’azienda portandola sul mercato internazionale grazie ad una intuizione, l’uso del web per l’internazionalizzazione della propria azienda.

filippo-berto-“Il primo budget per la promozione on line è stato di poche centinaia di euro” ci confessa Filippo Berto durante la nostra intervista via Skype.

“Abbiamo iniziato come terzisti nel pieno del boom economico per realizzare poi una propria linea che viene venduta direttamente ai negozi e ai privati” ci racconta Berto, un percorso lungo anni che attraversa momenti diversi dell’economia del paese e di un mercato che impone ritmi sempre più impegnativi ma soprattutto che stà diventando globale.

Il mercato che cambia e la necessità di raggiungere un numero sempre maggiore di clienti ha spinto l’azienda a valutare nuovi modelli di comunicazione e nuovi canali tra cui internet

“Ci siamo chiesti come fare a mantenere il patrimonio di esperienza e professionalità accumulato nel tempo e soprattutto come fare a non perdere una storia che sicuramente poteva avere dignità di essere esportata in tutto il mondo. Internet a questo punto è diventato un ponte che ci ha permesso di collegare tutto questo con il resto del mondo”

Nel 2000 la prima versione del sito internet aziendale con quello che è stato il primo vero investimento “ il primo strumento di marketing è stato di analisi e ci ha dato la capacità di capire cosa stava succedendo nel sito – racconta Berto – e che molte persone ci stavano trovando grazie a delle parole chiave ed è stato facile capire che dovevamo utilizzare le piattaforme di advertising pay per click per fare della pubblicità a target”

Ma quali sono stati i risultati? “ il nostro obiettivo era di trasformare i contatti in visite nello showroom, cosa che si è avverata, i contatti sono stati cosi tanti che abbiamo avviato un processo di ristrutturazione organizzativa dell’azienda che ancora non è terminata”

Internet non è solo un nuovo canale di marketing ma un modello che in questo caso ha prodotto una vera e propria rivoluzione “ nel nostro caso il cambiamento è stato radicale, avevamo un piccolo showroom accanto alla produzione e il numero crescente di visite ci hanno spinto a fare degli investimenti, ad allargare l’esposizione e ad aprire il primo punto vendita monomarca” ci racconta Filippo Berto durante la nostra intervista “ abbiamo incrementato il personale nella produzione, nell’amministrazione, nelle vendite e strutturare una funzione di marketing”.

Un cambiamento continuo spinto dalle numerose richieste che provengono dal web, circa l’80% dei clienti oggi provengono dalla rete e hanno spinto l’azienda a distribuire il proprio prodotto negli USA e in Russia.

“Tutto questo grazie al nostro sito in sei lingue e alla capacità del nostro customer care che riesce a trasmettere ai nostri clienti la professionalità e la qualità della produzione Berto”.

Il modello seguito da Berto Salotti non è stato facile, ma è stato perseguito nel tempo con costanza, ai primi risultati positivi sono seguiti poi sperimentazioni che non sempre sono state positive e grazie anche agli errori che sono riusciti a sviluppare un modello vincente in un canale di marketing nuovo, in continua evoluzione che ancora non ha solide basi di esperienza da sfruttare per il proprio successo.

Molto importante lo sforzo di analisi, di pianificazione e studio del mezzo che si deve fare per ottenere risultati, un impegno a volte difficilmente valutabile, al contrario l’impegno economico inizialmente può essere anche basso.

“Abbiamo iniziato con un budget di poche centinaia di euro con Google Adwords, impegno che nel tempo e grazie ai risultati è cambiato notevolmente” ci confida Filippo Berto “ realizzare un blog non è costoso, ma tenerlo aggiornato e sviluppare relazioni in rete di una certa qualità, cercando di costruire valore attraverso un aggiornamento quotidiano non è facile” .

Il sito di Berto Salotti infatti è sempre costantemente aggiornato e le pagine sui social media offrono una visione dei prodotti e delle persone che lavorano in azienda che attrae attenzione da tutto il mondo, alcuni dei video su Youtube hanno raccolto anche 600.000 visualizzazioni che per un prodotto di questo tipo sono sicuramente un successo.

Nel 2014 Google, insieme al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ha creato nell’ambito dell’iniziativa Made in Italy: eccellenze in digitale la piattaforma google.it/madeinitaly, realizzata dal Google Cultural Insitute e tra le aziende italiane selezionate vi si trova anche Berto Salotti, un riconoscimento basato sulla qualità del prodotto e sulla capacità di utilizzo delle nuove tecnologie per lo sviluppo della propria azienda.

“ Utilizziamo la piattaforma Google dal 2002 – continua Filippo Berto – e siamo forse tra i primissimi inserzionisti in Italia nel settore dell’arredamento dandoci un vantaggio che definisco evolutivo di specie” che ha generato un vantaggio competitivo nel mercato e che ha permesso a Google di conoscerci a fondo fin dagli inizi.” Un riconoscimento importante per una azienda che oggi è cresciuta puntando sul mercato globale utilizzando il web marketing come strumento di crescita e di comunicazione con successo.

 

L’arma laser è realtà, ed è a stelle e strisce

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Non si tratta di un test, l’arma funziona ed è operativa. Così l’Ammiraglio Kunder risponde definitivamente alle domande che sorgono spontaneamente a chi legge queste righe. Operativa significa, per inciso, che è pronta ad essere usata se le condizioni lo richiedono. A fine 2014 la nuova arma, che fino a pochi anni fa sembrava solo finzione, è stata impiegata con successo dalla marina militare a stelle e strisce in una simulazione a bordo del’imbarcazione da trasporto anfibio USS Ponce a largo delle coste dell’Iran, nel Golfo Persico.

L’arma (infinitamente più potente di un semplice puntatore laser) è in grado di colpire e distruggere velivoli ed imbarcazioni con una precisione elevatissima se utilizzata alla sua massima potenza. Il suo utilizzo però può essere anche diverso dall’abbattimento di un drone o di una postazione missilistica navale: può essere infatti impiegato per distruggere o danneggiare strumenti e sensori se utilizzato a potenza ridotta. Ha dimostrato di essere molto affidabile e di non risentire particolarmente delle condizioni meteorologiche. Il sistema LaWS, Laser Weapon System può essere montato utilizzando un proprio generatore per il sostentamento oppure collegandosi alla rete elettrica dell’apparato su cui viene installato.

Le dimensioni sono piuttosto ridotte, il che lascia presumere che in futuro potrà essere fatto alloggiare su velivoli e mezzi di terra. In più garantisce un impiego a costo quasi zero. Diversamente dall’impiego di un razzo, che richiede manutenzione tecnica, meccanica, aggiornamenti e modifiche oltre che spese notevoli in carburante, il sistema LaWS comporta costi ridicoli se paragonato a quelli delle armi in commercio. In periodi di continui tagli ai budget della difesa, costruire in larga scala un apparato di questo tipo sarebbe un’ottima soluzione per rispettare i sempre più rigidi parametri di costo ed efficienza. Lo sviluppo e la realizzazione di una chimera rincorsa da tutti i governi è in realtà una nuova porta verso l’ignoto. Un altro passo importante nel campo tecnologico che gli Stati Uniti sicuramente sapranno ben combinare con quello della robotica.

Forse non è un caso che l’operazione si sia svolta vicino l’Iran, sebbene fonti ufficiali riportino che si trattava di uno scenario che permetteva un test in condizioni di operatività ottimali e non. Le tempistiche del test potrebbero non rivelare particolari interessanti, per quanto restino importanti. Sicuro è che resta un messaggio per questo Stato che non può fare a meno di pretendere per se stesso la tecnologia nucleare e che ora dovrà stare attento anche a quelli che sembravano prodotti in scadenza. Si perchè la Ponce vanta già qualche decennio di carriera e nonostante ciò, grazie a questo sistema, può rivelarsi una seria minaccia. Stiamo pur sempre parlando di un’arma che necessita solamente di un generatore per funzionare.

Forse non è un caso, ma ci ritroviamo di fronte all’ultimo paradosso (in ordine di tempo) delle sfide militari e tecnologiche. Proprio l’Iran ci offre una sponda interessante: il nucleare, una tecnologia letale contenuta in un piccolo spazio che si riduce (se utilizzata) nella totale distruzione di uomini, fauna e flora. Essendo un’arma di tipo massivo e distruttivo non occorre che sia precisa. Occorre però un elevato grado di sviluppo tecnologico per la sua produzione, il suo trasporto e l’utilizzo da terra, acqua e mare. Il confronto in questo caso è con una tecnologia talmente avanzata da essere in grado di stimolare gli elettroni e farli viaggiare insieme, convogliandoli in un fascio che, dal semplice uso come puntatore per armi, elusore o guida per missili si trasforma in un’arma capace di essere millimetricamente mortale anche chilometri di distanza (l’utilizzo contro persone è vietato). I nuovi test hanno dimostrato che l’arma è estremamente affidabile in termini di precisione ed energia richiesta per l’utilizzo. In più non risente di fattori in grado di modificarne la potenza sulle lunghe distanza come polvere o sabbia.

La sfida che spetta al Pentagono ora è anche una sfida di ritorno, tutelare il segreto di questa strabiliante ed efficientissima nuova arma. E non sarà cosa da poco.

 

La nostra casa nello spazio

EUROPA/INNOVAZIONE di

Concepita come un grande laboratorio di ricerca e studio, raccoglie i contributi tecnici e scientifici di sedici Paesi partners che dal 1998 hanno letteralmente costruito sulla Terra parti, moduli, impianti per poi montare la Stazione Spaziale direttamente in orbita a circa 400 km dalla superficie terrestre.  Un peso di centinaia di tonnellate ed un ridotto spazio pressurizzato in cui muoversi e lavorare disposti su una superficie pari ad un campo da rugby americano permettono la vita di un equipaggio permanente di sei astronauti in continuo avvicendamento. Una grande missione senza una data di fine all’interno della quale sono racchiuse le speranze di tutto il nostro pianeta. Si perchè la SSI non è una semplice missione ma un grande laboratorio in cui si conducono numerosi studi scientifici in ambiente a gravità zero. Una piattaforma di ricerca internazionale per lo sviluppo di tecnologie e pianificazione della vita umana nello spazio in missioni di durata sempre maggiore.

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Rappresenta, non è certo poco, un modello unico di cooperazione internazionale in cui i Paesi partecipanti condividono la loro esperienza in campo scientifico e collaborano nei più svariati ambiti di ricerca: medicina, biologia, fisica, ricerca spaziale, osservazione spaziale, ingegneria medica, dei materiali, robotica ecc. Si tratta forse dell’esperimento a lungo termine più importante della storia dell’umanità, di un ambizioso programma spaziale in grado di unire voli a cui prendono parte equipaggi internazionali e complessi lanci di velivoli spaziali da piattaforme collocate in diverse zone del pianeta. Una gigantesca e pionieristica missione di architettura umana nello spazio che ha preso vita grazie ai continui voli di navicelle che portavano in orbita moduli contenenti parti meccaniche, sistemi di bordo, riserve d’ossigeno, cibo, acqua, astronauti ecc. Il primo equipaggio è stato lanciato nel 2000 grazie allo sviluppo e all’implementazione dei programmi Skylab, Shuttle-Mir e Space Shuttle e da allora le missioni spaziali hanno continuato incessantemente ad alternarsi. In questi primi anni d’importante sperimentazione il nostro Paese vanta una partecipazione tecnica e professionale importantissima, la cui ultima rappresentante in ordine di tempo è Samantha Cristoforetti.

I costi per il finanziamento di questo progetto sono altissimi, come altissimo è il valore tecnico scientifico che hanno le singole missioni. L’esperienza della Stazione Spaziale va però vista anche come un impegno internazionale in vista di obiettivi che nello spazio vedranno la loro realizzazione. Si spera che l’esempio della cooperazione spaziale possa portare benefici ai rapporti tra quei Paesi che spesso sulla Terra sono molto distanti e che in un modulo spaziale riescono invece a trovare piena e positiva concretizzazione.

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Corporate security e protezione della rete: il caso F 35

Difesa/INNOVAZIONE di

Le intrusioni e i furti di dati aziendali non potranno che crescere data l’importanza che il web riveste nel commercio, nei servizi, nelle comunicazioni. Questo genere di argomento, però, risulta tanto attraente quanto poco apprezzato sotto il profilo dell’importanza che riveste.

Mossi dalla consapevolezza dell’esistenza di nuove minacce, Stati ed aziende hanno iniziato a prendere contromisure dotandosi, per così dire, di pool di esperti informatici. E’ ragionevole pensare che attacchi di una certa importanza avvengano di continuo e l’ipotesi che attori statali ne siano coinvolti in veste di attaccanti ed attaccati  non è né remota né fantascientifica. Ne è esempio il caso dell’ormai famigerato velivolo da combattimento F 35.

Il progetto di questo caccia di nuova generazione è stato al centro di un vero e proprio attacco informatico nel 2012, un’azione di spionaggio condotta a regola d’arte, che ha causato non poco imbarazzo tra le alte sfere militari ed aziendali coinvolte. La serie di eventi verificatisi ha messo in serio pericolo alcune delle armi più avanzate sul mercato, esponendo l’intero apparato ad azioni di sabotaggio e quindi di interruzione dei progetti stessi, infiltrazione all’interno dei sistemi di rete di un elevato numero di computers appartenenti ad aziende che hanno sottoscritto contratti di milioni di dollari con il governo degli Stati Uniti e quindi alla potenziale penetrazione dei sistemi informatici degli stessi apparati istituzionali.

Quella che ha descritto Shane Harris sulla base di fidate fonti d’intelligence è a tutti gli effetti un’operazione di guerra condotta da un gruppo di informatici nelle maglie di una parte del sistema industriale e della difesa statunitense. La quantità di dati rubati è impressionante: si stima sia stato sottratto l’equivalente del 2% dell’intera biblioteca del Congresso americano. Decine di progetti, migliaia di files riservati relativi allo sviluppo di tecnologia, mezzi, armamenti.

Diversamente da quanto accade per i sistemi informatici governativi che per ovvie ragioni sono altamente sorvegliati e protetti (molto spesso le informazioni classificate non sono tenute in sistemi connessi alla rete), questo non accadeva con le aziende che collaboravano con il governo. Di conseguenza accedere a queste ultime è stato più semplice. Le indagini scontratesi con il primo ostacolo di una tardiva scoperta dell’attacco hanno dovuto affrontare poi la difficoltà di dover risalire alla fonte da cui l’infiltrazione era partita.

La complessità dell’apparato dei contractors industriali statunitensi ha reso l’operazione titanica, ed il tutto era complicato dalla particolarità del progetto del caccia stesso: l’utilizzo massiccio di alta tecnologia che permette al velivolo di compiere anche un semplice volo fa affidamento su milioni di codici che riguardano la logistica, l’avviamento dei sistemi di bordo, delle comunicazioni ecc. Un sistema così complesso ed interconnesso si è dimostrato una vera e propria spina nel fianco per gli investigatori, che hanno dovuto compiere un lavoro enorme per identificare la faglia tra le centinaia di imprese che a vario titolo erano impiegate nel progetto F 35. Insomma, continua Harris, le spie si sono trovate in quello che potrebbe definirsi un target-rich environment, un ambiente ricco di obiettivi.

Molti esperti definiscono il progetto dello Joint Strike Fighter juicy, ossia succoso per molti hackers; alcuni commentatori ritengono che il sistema alla base del funzionamento dell’aeroplano (un cervello elettronico) lo renda simile ad un drone, asserendo che il pilota più che pilotarlo si limiti a copilotarlo.  Il caccia utilizza quello che viene definito sistema fly by wire, un complesso impianto che commuta i comandi e qualunque altro tipo di indicazione in segnali elettrici, i quali intervengono in ogni istante modificando, stabilizzando, correggendo gli assetti, fornendo informazioni, dati rilevati ed occupandosi di tutto ciò che riguarda il volo ed il velivolo. Questo sistema, in uso da anni ma sempre più presente e pervasivo, gestisce e permette qualunque attività e richiede un continuo controllo e monitoraggio: proprio tale dipendenza renderebbe questa formidabile arma molto più vulnerabile ad attacchi cyber.

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Quello che stupì maggiormente i tecnici militari e dell’ FBI quando bussarono alla porta delle aziende coinvolte non deve sorprendere: alcuni manager delle compagnie i cui sistemi di sicurezza erano sottoposti ad investigazione ignoravano l’esistenza dell’aspetto cyber nella logica di protezione aziendale, sebbene la totalità delle informazioni fosse conservata online o facilmente accessibile attraverso la rete. Assieme a progetti ed informazioni sottratte riguardanti l’ F 35, le ricerche hanno portato alla luce attacchi relativi al programma missilistico Patriot, all’elicottero Black Hawk ed al famoso precursore della nuova generazione di aerei militari made in USA, l’ F 22 Raptor.

Questa vera e propria emergenza nazionale ha sollevato importanti dubbi sulle modalità di concepire e realizzare un sistema di sicurezza aziendale. L’indagine si è spinta fino ad ispezionare quali tipi di computers e quali programmi utilizzassero gli impiegati ed i dirigenti delle aziende a vario titolo coinvolte, quali dati di accesso fossero necessari, quali e quanti sistemi di sicurezza ogni impianto contemplava per la salvaguardia delle informazioni. Uno dei timori maggiori era infatti che tra i dati sottratti vi fossero quelli relativi ai sistemi di difesa ed attacco del velivolo, il che avrebbe potuto portare in caso di utilizzo dello stesso ad una perdita totale di efficacia del mezzo in caso di combattimento. In sintesi, la paura era che il caccia si trovasse ad affrontare altri velivoli in combattimento in una condizione di totale inferiorità.

L’indagine ha potuto evidenziare i punti deboli dei sistemi di sicurezza e quali colli di bottiglia presentavano le varie catene di realizzazione dei progetti portando grandi benefici alla cooperazione tra apparato governativo ed aziende. A seguito dell’inchiesta si è dato il via ad un processo di riscrittura dei codici software del velivolo che ha portato ad oltre un anno di ritardo sul progetto iniziale ed un aumento dei costi di circa il 50%.

Stando alle informazioni che la fonte di Harris rivela è verosimile che tale serie di attacchi provenisse dalla Cina, sebbene non se ne possa avere la totale certezza. Perché proprio la Repubblica Popolare? Due plausibili spiegazioni: la crescita e lo sviluppo tecnologico strabiliante conosciuto dal governo di Pechino (che secondo autorevoli membri dell’ FBI è da ritenere un risultato in parte ottenuto grazie alle informazioni sottratte) e la forte somiglianza che lega l’ F 35 e l’ F 22 con il J 20 ed il J 31 cinesi (vedi foto sopra).

Al momento la tecnologia americana resta la più avanzata ed in caso di confronto i caccia americani avrebbero di gran lunga la meglio sui rispettivi asiatici. Il punto però è anche questo: sottrarre informazioni, ammette l’FBI, permette ai competitors di superare limiti temporali legati alle tempistiche dello sviluppo di nuova tecnologia necessaria accorciando il divario con le grandi potenze e permette di ottenere guadagni significativi sui costi di sviluppo e ricerca.

La pericolosità e la gravità di tale evento ha avuto come risultato l’immediata convocazione di un tavolo di esperti del settore pubblico e privato che ha portato ad un saggio scambio di dati, pareri, buone prassi; la collaborazione ha fatto si che fossero diffusi all’interno della rete così creatasi dati relativi ad appalti, forniture, personale impiegato, software ed infrastrutture utilizzate. Ciò detto, occorre precisare che proprio gli Stati Uniti da anni sono tra gli attori principali nella guerra cibernetica e che non è recente l’utilizzo massiccio di tale tecnologia per i fini più disparati che riguardano da un lato la protezione di dati relativi ad interessi industriali e dall’altro la sacrosante sicurezza nazionale, per continuare con azioni di sabotaggio industriale ed economico nei più svariati settori.

 

Francesco Danzi
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